“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Cosiderando dunque il numero di popolazioni perdute, la sesta estinzione sta accelerando. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction).
Il paper segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, finanche politica, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo.
Va però detto che non tutti i ricercatori concordano su questa lettura del presente. Erle Ellis, ad esempio, probabilmente il più importante teorico dell’Antropocene, ritiene che sia una esagerazione, in parte fondata sull’assunto che, prima dell’inizio della Modernità (5 secoli fa), la natura fosse pressoché intonsa, primigenia e “pristine”.
“Il grande errore è stato di creare una narrativa dell’Antropocene focalizzata su due poli antitetici: un Pianeta intatto e intonso e un mondo artificiale progettato dall’uomo” dice Ellis. “Questa ricostruzione è filtrata nei media e nell’opinione pubblica. Una utopia, la Terra non toccata da alcun intervento ecologico umano, è diventata il suo opposto, una distopia, in cui una specie terrestre, Homo sapiens, ha distrutto la biosfera facendone qualcosa d’altro che dà segni di pericoloso squilibrio. A mio parere questa idea è non solo regressiva, ma politicamente dannosa. È indispensabile pensare ed identificare i problemi in modo chiaro”.
E’ indubbio che la biodiversità sia in una fase di contrazione dovuta alle attività umane. Ma il punto essenziale, per i più ottimisti, è che siamo nel mezzo di un processo che non è ancora concluso e che convoca in campo una responsabilità assoluta verso il Pianeta, proprio perché non è ancora irreversibile.
Il Gruppo di Stanford ha calcolato che sono ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050.
Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo “olocausto globale”, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. Il linguaggio utilizzato per descrivere il presente della biodiversità, amplificato dai media, sembra però a sua volta funzionale alla costruzione di una narrazione del disastro, che il fronte dei possibilisti (cosa accadrà se riusciremo, invece, a cambiare rotta? Se, ad esempio, movimenti ecologistici estremi, come Ultima Generazione, imporranno uno stato di disordine sociale permamente, influenzando i decisori politici?) considera alla stregua di un romanzo da fine del mondo senza nessuna capacità di impatto civile.
“L’estinzione nutre l’estinzione”
Il punto forte di questo studio è tuttavia la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.
L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto.
Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione. La defaunazione è un punto di non ritorno, perché è un processo sistemico.
Ragionare per popolazioni permette infatti di capire meglio perché “è in corso un annichilimento biologico”.
“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa.
Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”.
La sesta estinzione è insomma più veloce del previsto. Ma anche più profonda, un fenomeno in cui sono al lavoro sinergie complesse nella funzionalità stessa degli ecosistemi.
L’importanza delle popolazioni animali
Perché, allora, ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane.
Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”.
I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”.
È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6).
Per capire se la sesta estinzione stia accelerando, e perché, è molto importante anche prendere in considerazione le cosiddette estinzioni secondarie. È il campo di studi di Jedediha Brodie, un ecologo emergente con importanti pubblicazioni sulla defaunazione. Le estinzioni secondarie avvengono “quando la perdita di una specie in conseguenza di un impatto antropogenico (estinzione primaria) causa, a cascata, la perdita di un altro gruppo di specie affini (taxa) con cui interagiva in passato”.
Le ricerche di Brodie gettano nuova luce sullo scenario ambientale classico della defaunazione. È più probabile che “le estinzioni secondarie facciano seguito alla perdita di una specie con cui hanno una collaborazione altamente specializzata, piuttosto che con una specie generalista”. Infatti, spiega Brodie, “il rischio di estinzione secondaria dipende da quanto è stretto e cogente il legame tra una specie e l’altra”.
Queste ricerche sono coerenti con quanto evidenziato dal Gruppo di Stanford. La dipendenza ecologica tra specie, infatti, è una delle strutture ecologiche portanti degli ecosistemi, che vanno perdute con la defaunazione. Le estinzioni secondarie dipendono “da quanto quella dipendenza ecologica influiva sulla capacità della popolazione di continuare ad occupare un certo habitat (population persistence) e, infine, dalla rapidità con cui la specie può adattarsi a questa assenza o sostituire il partner perduto con una altra specie”.
La nostra conoscenza di queste interrelazioni inter-specifiche è ancora oggi troppo approssimativa per capirne fino in fondo implicazioni e conseguenze di lungo periodo. È chiaro, tuttavia, che gli ecosistemi sono contesti dinamici anche se li analizziamo dal punto di vista delle estinzioni secondarie, dal momento che “nella risposta alla perdita di un partner funzionale le interazioni tra le medesime specie possono variare da un posto all’altro”.
Questo è l’aspetto dei processi di rarefazione del numero di popolazioni animali che induce cautela nei ricercatori che tendono a interpretare i dati sulla sesta estinzione come un processo non ancora concluso, di cui sappiamo ancora poco.
Nei suoi studi, Brodie insiste sempre sulla diversità filogenetica di un habitat, cioè sulla ricchezza cronologica di storia evolutiva accumulata da tutte le specie che compongono una comunità di animali. Questo fattore evolutivo potrebbe essere decisivo anche nelle estinzioni secondarie.
“Una misura più rilevante del singolo rischio è il rischio cumulativo di estinzione, che risulta dalla somma della perdita di tutte le specie-partner coinvolte. Il livello di vulnerabilità all’estinzione successivo alla perdita dei partner nella interazione ecologica dipende dalla diversità filogenetica e funzionale dell’intero gruppo di specie-partner (…) sembra inoltre verosimile che l’evoluzione di interazioni specializzate sarebbe accompagnata, in termini evolutivi, anche dall’adozione di tratti funzionali adeguati a compensare la perdita di queste interazioni”.
I dati indicano cioè che la risposta alla scomparsa di una specie chiave è variabile. Un altro aspetto importante sottolineato da Brodie è la complessità dei fattori in cambiamento su un Pianeta in rapida trasformazione, dinanzi ai quali le specie rispondono in modo non omogeneo o lineare. Ad esempio, alcune specie vegetali riescono a riprodursi in un certo periodo dell’anno in una regione, ma non hanno un vincolo temporale così stretto in una altra geografia. Le specie si spostano: “questo causa interazioni tra specie in mosaici dinamici di variabili spazio-tempo”. Ci sono piante che scelgono l’auto-impollinazione, quando la specie che le impollinava è diventata ormai molto rara. E gruppi di piante un tempo impollinate dagli animali che ora si riproducono affidando i propri semi al vento. Infine, in taluni casi è possibile che i cambiamenti climatici inducano una resilienza alle estinzioni secondarie poiché la maggiore variabilità climatica potrebbe favorire dal punto di vista evolutivo una maggiore plasticità fenotipica.
Gli esempi addotti da Brodie lasciano intuire perché i teorici dell’Antropocene ottimisti sulla conservazione delle specie (la “protezione della natura”) ridimensionano la sesta estinzione. I fenomeni e i processi filogenetici descritti da Brodie sono infatti una caratteristica della biosfera da sempre. Sono, in sostanza, il modo in cui la biosfera stessa si modifica nel corso dei millenni. Una “finestra temporale di sicurezza” per atmosfera e biosfera (è la tesi di Johan Rockströhm) sarebbe una cornice teorica insoddisfacente (è l’opinione di Erle Ellis).
Zombi ecologici
L’annichilimento biologico del Pianeta è dunque il nostro contesto storico attuale. Prendiamo come esempio il bisonte americano, che non è estinto. La specie, però, è stata estirpata al 99%: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”. Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento.
L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione dai media mainstream. Ancora oggi i superbi parchi nazionali pullulanti di animali sono presentati da giornali e televisioni come la norma, ossia come gli esempi calzanti della protezione della natura su vasta scala. Esempi di successo. Ben diverso è il tono che serpeggia sulle pubblicazioni scientifiche come questa. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, e neppure una condizione di pericolo ecologico sotto controllo. E’ una “minaccia esistenziale alla civiltà”.
Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. “La popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”.
Gli autori avanzano quindi due proposte molto chiare. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. Le specie, per quanto in difficoltà numerica, che sono classificate nell’appendice II della IUCN Red List possono essere vendute, ad esempio, a seconda delle diverse regolamentazioni nazionali, sotto forma di trofeo. O come specie selvatiche da allevamento, come avviene in Sudafrica per i grandi felini, in una zona grigia di legalità parzialmente illegale. Chi è, invece, in Appendice I gode di una protezione internazionale, almeno per i Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione. Mettere tutto in Appendice I significherebbe quindi fare una mossa economicamente di grande impatto, che darebbe però anche un segnale chiaro sull’importanza delle specie animali per il futuro della civiltà umana.
La seconda proposta del Gruppo di Stanford è questa : elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. Un tentativo di attuare questo passaggio “storico” è stato il cosiddetto accordo “30% entro il 2030”, raggiunto a Montreal nel dicembre del 2022, che però ha fallito nell’offrire agli uomini e alle donne del nostro secolo una concezione complessiva della natura fuori dagli schemi coloniali ereditati delle riserve, del mito della wilderness e della “natura vuota di uomini”.
Gli stessi interrogativi scientifici usciti da questo paper rimangono quindi disattesi. Con tutto il loro valore civile e politico, oltre che ecologico: che cosa accade ad un Pianeta defaunizzato? Quali sono i nessi storici tra la defaunazione della Terra e l’affermarsi di una civiltà umana globale moderna?
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