La sesta estinzione sta accelerando

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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction), che segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050. Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico  e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto. Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

Ma perché ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane (…) Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”. È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”. Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile. L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

 

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