Categoria: Clima

Siamo ormai fuori dalla nicchia climatica umana

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Siamo ormai fuori della nicchia climatica umana. Per migliaia di anni, infatti, la distribuzione della nostra specie si è mantenuta all’interno di una fascia climatica ben precisa: la zona geografica del globo in cui il regime delle temperature annuali è compreso tra una media di 11 gradi Celsius e una media di 15 gradi Celsius (il MAT, Mean Annual Temperature). L’intera produzione alimentare umana (agricoltura e allevamento) ha potuto contare su questa “nicchia climatica”, che si è rivelata cruciale per la prosperità degli insediamenti umani e per le loro culture.

Ma le cose stanno cambiando ad una velocità ignota nella storia umana, e cambieranno per qualcosa come 3.5 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla PNAS che introduce un concetto nuovo nel dibattito sul futuro dell’umanità in condizioni climatiche senza precedenti: la nicchia climatica umana, per l’appunto.

Nei millenni che abbiamo alle spalle (corrispondenti al medio Olocene, iniziato circa 6000 anni fa), secondo gli autori, la nostra specie ha fatto esperienza di una “inerzia” nella distribuzione dei suoi villaggi e delle sue popolazioni, coerente con una fascia climatica adatta alle colture e all’allevamento degli animali domestici. Ma lo scenario è mutato.

Un Pianeta molto più caldo farà “saltare” i confini della nostra nicchia climatica ideale e costringerà centinaia di milioni di persone a vivere in zone divenute caldissime.

“L’inerzia storica della distribuzione umana in riferimento alla temperatura contrasta in modo netto con lo spostamento previsto per le popolazioni umane nel prossimo mezzo secolo, ipotizzando scenari invariati per i trend climatici e la crescita demografica umana”.

La conseguenza sarà che “le temperature di cui faremo esperienza, in media, cambieranno nei prossimi decenni più di quanto sia accaduto negli ultimi 6mila anni. E si prevede che la crescita demografica sarà predominante nelle regioni più calde”. 

La demografia umana senza dubbio è la variabile più inquietante e preoccupante del nostro futuro climatico: “Un modo per farsi una idea delle temperature che ci saranno nelle aree densamente popolate nel 2070 è guardare alle regioni dove nel clima attuale sono già presenti condizioni confrontabili con quelle a venire. La maggior parte delle aree che sono, adesso, vicine alla media storica prevalente di 13 gradi Celsius, in 50 anni avranno un MAT con una media di 20 Celsius, attualmente presente in Nord Africa, parte del sud della Cina e nelle regioni mediterranee.

Nel frattempo, le popolazioni di regioni che sono già calde cresceranno e rappresenteranno la parte più cospicua della popolazione globale. Queste popolazioni in crescita faranno esperienza di medie MAT che oggi si trovano davvero in pochi luoghi. Nello specifico, 3.5 miliardi di persone saranno esposte ad un MAT medio di 29 gradi Celsius, una situazione che nel clima presente si trova solo sull’0.8% della superficie del globo, per lo più nel Sahara, ma che nel 2070 coprirà il 19% delle terre del Pianeta”. 

Le ragioni per cui gli esseri umani si sono mantenuti stabili in una nicchia climatica ben precisa sono le stesse che costituiscono, oggi, motivi di enorme preoccupazione per la futura instabilità di comunità in cui la crisi umanitaria, da tutti i punti di osservazione, potrebbe diventare la norma.

È il climate apartheid di cui molto si è discusso nell’estate nel 2019: “uno stimato 50% della popolazione globale dipende da piccole fattorie e la maggior parte dell’energia immessa in questi sistemi proviene dalla forza fisica degli allevatori, che possono subire presenti ripercussioni dalle temperature estreme. In secondo luogo, le temperature elevate hanno effetti pesanti, non solo sulla capacità di lavoro manuale, ma anche sull’umore, sul comportamento e sulla salute mentale in condizioni di calore bruciante, e sulla performance cognitiva e psicologica. Terzo fattore, e forse il più importante, c’è una consequenzialità tra l’ottimo delle temperature e l’ottimo per la produttività economica, come emerge da uno studio che mette in relazione queste due dinamiche in 166 Paesi”. 

La demografia umana compare anche in una altra analisi dei rischi prossimi e sicuri: A WORLD AT RISK – Annual report on global preparedness for health emergencies, stilato dal Global Preparedness Monitoring Board, un organo di monitoraggio indipendente nato nel 2018, cui collaborano attivamente la World Bank e l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Il Rapporto contiene dati analizzati nel 2019 e ciò nonostante affronta l’evidenza che questa pandemia può essere solo l’inizio di una nuova epoca: “il mondo fronteggia un rischio acuto di devastanti epidemie globali o regionali o anche di pandemie (…) tra il 2011 e il 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha seguito 1483 eventi epidemici in 172 paesi.

Malattie di tipo epidemico come l’influenza, la Sindrome Respiratoria Acuta (SARS), la Sindrome Respiratoria del Medioriente (MERS), Ebola, Zika, la Febbre Gialla e altre sono fatti premonitori di una nuova era di malattia ad alto impatto, a propagazione potenzialmente molto rapida, che vengono identificate sempre più di frequente e che sono sempre più difficili da gestire”. Il caos sociale si accompagna alla distruttività economia di queste malattie: la SARS è costata 40 miliardi di dollari, Ebola (nel 2015-2016) 60 miliardi di dollari. 

Soprattutto, il Rapporto mette a fuoco con la dovuta chiarezza il ruolo della demografia umana, che, si legge nell’introduzione, è un amplificatore del rischio: “Le epidemie colpiscono le comunità che hanno meno risorse con più aggressività in conseguenza della loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alla sanificazione; questo aggraverà la diffusione degli agenti patogeni.

Gli amplificatori di malattie, che includono la crescita demografica e la derivante pressione sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, volontarie o forzate, tutto questo accresce il rischio per tutti, ovunque”. 

E di sicuro le condizioni igieniche generali saranno sotto ulteriore stress là dove si prevede che le inondazioni causate dai fiumi in piena sotto piogge torrenziali saranno più frequenti. Secondo il WORLD RESOURCE INSTITUTE nel 2030, cioè domani, rispetto al solo 2010, il numero delle persone coinvolte in alluvioni devastanti raddoppierà: da 65 milioni a 132 milioni.

E ancora una volta nel cocktail di fattori che si rafforzano l’uno con l’altro ci sono clima e demografia: “il rischio di inondazioni sta aumentando drammaticamente a causa del volume delle piogge e delle tempeste alimentate dal cambiamento climatico, e di fattori socio-economici come la crescita della popolazione e lo sviluppo in prossimità delle coste e dei fiumi e l’erosione dovute all’acqua sotterranea. Nei Paesi che sperimentano il peggiore rischio di inondazioni tutte e tre queste minacce convergono”.

Esempi: India, Bangladesh e Indonesia. Tra 10 anni il 44% della popolazione mondiale colpita da inondazioni vivrà qui. 

La pandemia in corso è quindi la punta di un iceberg. Segnerà probabilmente un passaggio di livello nella nostra comprensione della fase, inedita e sconosciuta, in cui ci troviamo nella storia geologica, ecologica ed evolutiva del Pianeta. Prima di tutto perché ha portato a galla il fatto che il gradiente del rischio, ora, sta nella correlazione di crisi sistemiche, ignorate a lungo.

E in secondo luogo perché sarà presto evidente, all’opinione pubblica finora fiduciosa nella soluzione di breve periodo e ignara della catastrofe ecologica, che il peggio non sarà passato tra sei mesi. E questo pone una incognita sociale forse ancora più vasta delle precedenti, e cioè se, in termini culturali, l’inizio dell’epoca del pericolo permanente entrerà o no nella coscienza collettiva. E nel discorso politico. 

Le rinnovabili minacciano le aree protette

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L’espansione delle energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico) minaccia molte aree protette cruciali per la conservazione delle specie ed è un obiettivo energetico che potrebbe entrare in rotta di collisione con le esigenze di protezione degli ultimi habitat selvaggi. Questa la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori esperto nella misurazione dell’estensione e dello stato di salute della wilderness del Pianeta, pubblicato oggi sulla rivista GLOBAL CHANGE BIOLOGY. 

“Abbiamo identificato 2.206 impianti ad energia rinnovabile completamente operativi all’interno dei confini delle aree protette, con altri 922 impianti in corso di sviluppo”, spiegano gli autori.

Le aree sotto protezione ambientale prese in considerazione sono di 3 tipi: le aree protette in maniera stringente (secondo i criteri della IUCN), le aree cruciali per la biodiversità del Pianeta (Key Biodiversity Areas) e gli ultimi lembi di wilderness, le terre ancora completamente selvagge. Questo significa che il 17% di tutti gli impianti a rinnovabili del mondo (12.658) è situato dentro territori che dovrebbero essere destinati solo alla protezione di piante e animali. 

I dati raccolti sollevano importanti dubbi sulla possibile rotta di collisione tra gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici (con le quote di rinnovabili ritagliate sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, così come deciso nella carta di Parigi del 2015 dalla UNFCCC) e la drammatica urgenza di protezione di migliaia di specie, e degli ecosistemi in cui vivono.

Un rischio non nuovo, ma che rappresenta un tabù gigantesco: “gli impianti a energia rinnovabile possono essere ad uso intensivo di suolo e ad alto impatto sulle aree destinate alla conservazione e poca attenzione è stata prestata a capire se l’effetto aggregato delle transizioni energetiche possa anche costituire una minaccia sostanziale per la biodiversità globale”. 

Questo è il primo censimento globale dei luoghi del Pianeta in cui c’è, e ci sarà probabilmente anche in futuro, sovrapposizione tra impianti a rinnovabili per la produzione di energia elettrica e i parchi nazionali, le aree naturalistiche protette e le terre selvagge.

Nel mondo, 2.206 (17.4%) impianti di produzione di energia rinnovabile sopra i 10 MW si trovano all’interno di importanti aree per la conservazione della natura. Almeno 169 sono dentro i confini di 122 aree classificate come “aree sotto stretta protezione” secondo i criteri della IUCN, luoghi dove non dovrebbe esserci neppure l’ombra di centrali elettriche; altri 42 impianti stanno in 25 regioni selvagge (willderness) e infine 1.147 sono all’interno di 583 aree cruciali per la biodiversità.

La sovrapposizione riguarda tutto il mondo: la maggior parte in Europa occidentale (la Germania in testa), mentre il Medioriente e l’Africa sono in cima alla lista per numero di strutture all’interno delle aeree protette. La Cina e il Nord America, infine, guidano la classifica per quanto riguarda la wilderness “occupata” da impianti di produzione. 

Ancora oggi il settore energetico, nel mondo, tende a non includere la biodiversità nei propri piani di sviluppo, una amara verità che i fautori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” fingono di ignorare. “Le rinnovabili sono ‘basate sulla natura’ soltanto per il fatto che sono cruciali nel ridurre le emissioni di carbonio e nel combattere un catastrofico cambiamento climatico.

E tuttavia rappresentano anche uno sviluppo industriale, spesso su larga scala, che può avere un massiccio, negativo impatto sull’ambiente e sulla biodiversità – spiega James Allan, della University of Queensland, St.Lucia, Australia, tra gli autori dello Studio – Questo impatto si verifica attraverso la loro impronta fisica – ripulire un habitat della vegetazione, aprire strade e vie di accesso agli spazi selvaggi. O anche attraverso il loro impatto una volta in azione: le turbine eoliche uccidono gli uccelli, le dighe tagliano le correnti dei corsi d’acqua e le rotte migratorie dei pesci”. 

Entro la fine di questo decennio c’è da aspettarsi un incremento di questa tendenza di una media del 42%. Il Nepal, considerato un paradiso naturalistico, progetta di costruire impianti in 110 importanti aree sotto protezione ambientale, soprattutto dighe.

Stessa cosa in India, che ha 74 dighe in via di realizzazione in 48 aree in teoria protette. In Africa, e in particolare in Tanzania, c’è il progetto, potenzialmente catastrofico, della diga della Stieglers Gorge, all’interno della Selous, una riserva leggendaria bene UNESCO. “In Africa abbiamo solo una sovrapposizione tra un impianto solare fotovoltaico e una area protetta, e cioè il Katavi National Park in Marocco”, aggiunge Jose A. Rehbein, sempre della University of Queensland, anche lui autore della ricerca. 

Il Cile sta pensando a un piano di rinnovabili su scala nazionale e in Africa molte nazioni discutono sulla opportunità di un “corridoio energetico” lungo tutto il continente. Per questo, secondo Allan, i negoziati di Kunming del prossimo autunno avranno un peso significativo nel definire gli anni a venire: “Una volta che i Paesi si impegno su forti obiettivi di conservazione sotto l’ombrello della Convenzione Mondiale per la Biodiversità a Kunming, i conservazionisti potranno allora cominciare a chiedere conto delle loro azioni e provare ad avere certezze che gli impegni siano portati a buon fine. Questi grandi accordi globali sono importanti perché pongono una agenda per la conservazione, mondiale, e questo influenza la conservazione a tutti i livelli, orientando i finanziamenti”. 

Una cosa è certa: sempre più evidenze scientifiche ci confermano che non esiste protezione del Pianeta senza una concessione di spazio a faune, foreste, praterie, ecosistemi lacustri e marini. Ci può piacere o no, ma la proposta di lasciare il 50% della Terra ai non umani è una prospettiva fondata su dati molto concreti.

James Allan: “Non sono necessariamente d’accordo sul 50%, ma comunque concordo che abbiamo assoluto bisogno di dare alla natura abbastanza spazio per prosperare, libera da ogni impatto umano. Questo studio è un gran passo in avanti, perché dimostra che anche ciò che noi percepiamo come ‘sviluppo green’ compromette e danneggia la biodiversità.

La chiave per uscirne è una pianificazione migliore. Abbiamo una mappa delle aree significative per la biodiversità, adesso dobbiamo lasciarle stare, lasciarle sole. Chi si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe evitare questi luoghi, non possono essere usati come offset o per la mitigazione stessa, devono essere esclusi da ogni tipo di investimento. Ci sono già abbastanza territori ormai degradati con un buon potenziale energetico da consentirci di far fronte ai bisogni energetici umani senza danneggiare la biodiversità”. 

L’Africa vuole decidere da sé su petrolio e gas

NJ Ayuk della AFRICAN ENERGY CHAMBER: "Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà".

L’Africa ha bisogno dei combustibili fossili e il cambiamento climatico non può essere una scusa per tagliar fuori centinaia di milioni di africani dal diritto all’elettricità. L’Africa vuole decidere da sé su petrolio e gas. Questa la presa di posizione, fermissima, di NJ Ayuk,  Executive Chairman della  AFRICAN ENERGY CHAMBER, di Johannesburg, Sudafrica, un network di imprenditori, dignitari e soggetti governativi che collaborano per l’implementazione della reti energetiche sul continente. 

Una bordata non da poco al perbenismo climatico di noi Europei. Un punto di vista sicuramente di parte, fuori stagione, che però contiene degli spunti di riflessione molto scomodi sulla nostra relazione culturale con l’Africa. E sul modo in cui continuiamo ad impostare la questione climatica.

Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà.

Mettere sotto pressione l’Africa perché agisca in un altro modo è un insulto, un atteggiamento non certo migliore che gettarci aiuti stranieri presupponendo che gli Africani siano incapaci di costruire un futuro migliore per se stessi. È anche una forma di ipocrisia da parte di Paesi e persone che godono della sicurezza, della più lunga aspettativa di vita, dei comfort e delle opportunità economiche associate con una disponibilità di energia abbondante e affidabile, dire:  Forza, Africa, è ora, basta combustibili fossili per te ! Misure estreme per tempi di emergenza !”.

L’intervento di Ayuk è in aperta polemica con le istituzioni occidentali come la World Bank e la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) e di quello che Ayuk ritiene essere un approccio occidentale al problema del cambiamento climatico.

Ayuk, che ha ribadito le sue posizioni alla BBC in una intervista in diretta alle 6.30 del mattino lo scorso 3 marzo, ha scritto: “sono d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico debba essere preso seriamente, ma non possiamo accettare risposte sull’onda di forti emozioni (knee-jerk).

Non possiamo derubare il nostro continente dei benefici significativi realizzabili con operazioni su petrolio e gas, grazie alle opportunità economiche fornite dalla monetizzazione delle risorse naturali in iniziative di importanza critica sull’energia prodotta dal gas.

Non sono assolutamente per uno stop sui programmi delle rinnovabili, devono essere implementate e spero lo saranno di più. Sto semplicemente dicendo che è troppo presto per un approccio aut-aut tra fonti verdi e fonti fossili”.

Dal futuro energetico dell’Africa dipende buona parte del destino energetico del Pianeta. E la ragione sta in un indice di analisi della realtà che continua ad essere il convitato di pietra del dibattito ambientale: la demografia umana. Lo ha spiegato con ricchezza di dettagli la EIA (International Energy Agency) nel rapporto AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019. 

La popolazione africana è la più giovane del mondo, Entro il 2040 una persona su due al mondo sarà africana e nel 2023 il continente sarà più popolato della Cina e dell’India”. Questo significa che “più di mezzo miliardo di persone andranno ad ingrossare la popolazione urbana africana entro il 2040, più di quante ne abbia assorbite in 20 anni il boom economico ed energetico cinese”.

E tuttavia “oggi, 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e circa 900 milioni di persone non possono cucinare con una fonte di energia pulita; finora, gli sforzi dispiegati per fornire i moderni servizi di uso dell’elettricità sono riusciti a fronteggiare in modo inadeguato la crescita della popolazione”.

Tutto questo, mentre le emissioni di gas serra del continente valgono solo per il 2% del totale mondiale. Un altro parametro, tuttavia, è ancora più indicativo: ad oggi, in Africa c’è il più basso indice al mondo di proprietà di un qualche apparecchio per la refrigerazione degli ambienti (condizionatore, ventilatore e così via). Eppure, riporta la EIA, nel 2018 le persone che avrebbero avuto bisogno di un condizionatore erano 700 milioni, che nel 2040 saliranno a 1200 milioni. Tutto questo in uno scenario di cambiamento climatico. 

Sempre secondo lo AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019, l’Africa negli anni a venire sarà sempre più una potenza globale sui mercati del petrolio e del gas: “la crescita prevista nella domanda di petrolio è più alta di quella cinese e seconda soltanto a quella dell’India, poiché il volume delle autovetture è destinato a più che raddoppiare (e la maggior parte di queste auto avrà una scarsa efficienza energetica) e il GPL (gas liquefatto) si sta imponendo come carburante pulito per cucinare.

Il peso crescente dell’Africa si fa sentire anche sui mercati di gas naturale, essendo il continente la terza fonte, al mondo, per il soddisfacimento della domanda di gas naturale”. 

In anni recenti “una serie di scoperte significative di depositi di gas naturale sono avvenute in Egitto, Africa Orientale (Mozambico e Tanzania), Africa occidentale (Senegal e Mauritania) e Africa meridionale, che valgono, insieme, per il 40% delle scoperte di gas, nel mondo, tra il 2011 e il 2018”. 

Nel cocktail energetico dei prossimi decenni avranno il loro posto il biogas, l’etanolo e il gas naturale: “la domanda di elettricità in Africa, attualmente, è di 700 terawatt/ora, con le economie del Nord Africa e del Sud Africa che valgono per il 70% del totale. Eppure”, continua la EIA.

“Sono i Paesi dell’africa sub-sahariana che fronteggeranno la crescita di domanda più consistente nella entro il 2040”. Il potenziale per il solare è enorme: ad oggi sono attivi impianti a pannelli solo per 5 gigawatts, meno dell’1% del totale globale, ma che potrebbero salire a 320 gigawatts nel 2040; l’eolico è in espansione in Etiopia, Kenya, Senegal e Sudafrica. 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare. 

Elettricità vuol dire investimenti enormi non solo negli impianti di produzione, ma anche nelle reti di diffusione. Esigenza che si somma alle preoccupazioni ambientali per il boom di collegamenti infrastrutturali e le loro implicazioni sui restanti bacini di foreste e biodiversità. Il destino dei primati, e delle ultime popolazioni di grandi scimmie, è particolarmente buio e ormai in rotta di collisione con la fame di energia e di strade del continente, come hanno dimostrato numerosi studi recenti. 

Le osservazioni di NJ Ayuk (la AFRICAN ENERGY CHAMBER non ha dato risposta ad una mia email con la richiesta di ulteriori delucidazioni) denunciano un nervo scoperto dell’intera costruzione negoziale, ma anche culturale, delle trattative sul clima.

La comunione di intenti globale sul passaggio alle rinnovabili ed ad una qualche transizione dalla economia fossile ad un modello più coerente con la catastrofe ambientale è solo una illusione.

I punti forti delle affermazioni di Ayul ci riportano indietro nel tempo, al 1992, quando la questione post-coloniale della giustizia climatica è diventata argomento politico. Sarebbe ridicolo sostenere che l’irrigidimento delle posizioni degli attori in campo si siano ammorbidite in questi 28 anni. 

Quante volte abbiamo ascoltato un discorso serio, da parte di un politico o di un giornalista ambientale, sul disagio post-coloniale che serpeggia nelle trattative sul clima dal 1992? La risposta è fin troppo amara. Hanno ragione quanti cominciano a scrivere senza più paura che il discorso sul clima è un discorso fatto da bianchi per i bianchi.

Un esempio di questa miopia è il reportage spettacolare di Bill McKibben scritto per il New Yorker ( tra parentesi, lo stesso magazine per cui scrive Jonathan Franzen) nel 2017: The Race to Solar Power in Africa. McKibben, spostandosi tra Ghana, Costa d’Avorio e Tanzania, ha documentato il tipo di imprenditoria che sta ampliando il mercato del solare in Africa.

“Molti imprenditori occidentali vedono l’energia solare in Africa come una opportunità per raggiungere un mercato ampio e fare così dei profitti considerevoli”.

Questi imprenditori sono spesso persone che hanno lavorato nella Silicon Valley. Una degli intervistati, Nicole Poindexter, fondatrice e C.E.O. della Black Star, è stata trader sui derivati con una laurea ad Harvard. Lo stesso McKibben, arrivando negli uffici di una altra compagnia, la Off-Grid Electric ad Arusha, in Tanzania, ammette “l’atmosfera ricordava Palo Alto o Mountain View”.

Le domande poste da NJ Ayuk contengono, allora, quanto meno un legittimo dubbio.

Sulla pertinenza e sulla opportunità di espandere il discorso sul clima oltre la confortevole zona di benessere psicologico dell’Occidente.

Bisogna spostarsi sulle rinnovabili, ma farlo non è un passaggio indolore o una autostrada ad una sola corsia, come vorrebbero farci credere i sostenitori acritici di Greta Thunberg.

La faccenda è molto più complicata e coinvolge anche il retaggio culturale di stagioni storiche che vorremmo dimenticate, ma che sono ancora vive e vegete. Dire di sì ad una pala eolica potrebbe coinvolgere più sentimenti come il senso di colpa, o di rivalsa, che il buon senso.

Dobbiamo sforzarci di mettere nell’equazione la percezione psicologica che molte nazioni africane hanno del nostro atteggiamento nel pieno del collasso del Pianeta.

E, signori e signori, la percezione dell’opinione pubblica è il più dirompente e sottovalutato dei fattori politici. Come ha detto Kate Marvel, climatologa del Goddard Institute for Space Studies della NASA: “You can’t put the legacy of colonialism in a climate model”. 

E invece dovremmo farlo.

Potrebbero intanto partire ad aprile del 2021 i lavori per la costruzione della più lunga conduttura di petrolio al mondo, tra Uganda e Tanzania: lo East African Crude Oil Pipeline.

Questi i numeri: 900 miglia dal Lake Albert al porto di Tanga, Tanzania, sull’Oceano Indiano;  12 riserve naturalistiche  e 200 fiumi attraversati; 500 pozzi di estrazione, 216mila barili al giorno. Ne avevo parlato lo scorso giugno (2019) su LA STAMPA, a proposito del futuro impatto ambientale nella foresta protetta di Minziro, Tanzania. 

Gli ecologisti accusano Franzen di disfattismo

Jonathan Franzen viene accusato di essere un disfattista perché ha osato schierarsi contro la narrativa dominante tra gli ambientalisti americani. Capitanati da Bill McKibben.
La raccolta di saggi ecologisti che è valsa a Franzen l’accusa di minare alle fondamenta la svolta verde.

Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che esprimono opinioni sul collasso ecologico non allineate al dettato mainstream. Gli ecologisti accusano Franzen di disfattismo.

Ma attenzione, non è una questione politica.

Questo tribunale per dissidenti non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili. E’ un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal.

E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore è Stefan Rahmstorf, docente di Fisica alla Potsdam University, alle porte di Berlino. Senz’altro una autorità riconosciuta sui cambiamenti climatici all’interno di un istituto di ricerca prestigioso.

Rahmstorf (@rahmstorf) ha commenta su DER SPIEGEL un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Demolire Franzen sembra sia diventata una facile moda per la lobby verde, che dimostra quanti interessi, alcuni legittimi altri un po’ meno, ci siano dietro il tentativo di convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è una sorta di miracolo.

Yanis Varoufakis ha scritto su THE GUARDIAN che “Il Green Deal dell’Unione Europa è un colossale esercizio di greenwashing”. Difficile, tuttavia, che gli ambientalisti citino Varoufakis, quando si tratta di ridimensionare le dichiarazioni di intenti sulla transizione ecologica.

(Rahmstof ha parlato con grande franchezza alla tv tedesca durante le alluvioni del Nord Reno Westfalia del 14 luglio 2021: “La politica deve prendere sul serio, per davvero, la crisi climatica, una crisi che deve essere urgentemente risolta”)

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC e cita cifre a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. Secondo lui, la guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni.

E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”.

Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il vero motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che, nel 2019, per la prima volta in Europa l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Siamo dunque avviati su una buona strada, il pessimo distorce la realtà.

Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) calcolati su percentuali del 2017-2018.

“La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti, in alcune regioni del mondo, sul fronte del riscaldamento e della refrigerazione”, scrive la IEA.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico.

Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Rimane da dimostrare che cosa, nel concreto, sia cambiato nelle politiche climatiche dopo le manifestazioni dei giovanissimi europei. Perché questi risultati apprezzabili e misurabili non li abbiamo ancora visti.

Ci lasciamo alle spalle il mese di gennaio più caldo di sempre, con + 20 °C in Antartide.

Una altra obiezione consistente a Rahmstorf è questa. La questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le emissioni dovrebbero diminuire.

Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte.

Franzen: “benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo.

Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla.

Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle.

E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Personalmente, sottoscrivo e in parte condivido le affermazione di Franzen. Penso che il biasimo che lo circonda non dipenda della tossicità del suo pessimismo, che è affar suo. Il ribrezzo per i suoi scritti proviene piuttosto dal fatto che Franzen ha osato contraddire il Vangelo dell’ambientalismo americano.

Questo Vangelo è la narrativa climatica propugnata da Bill McKibben, giornalista apprezzato e stimato, che però è un pessimo pensatore e un ancor peggiore interprete del nostro tempo. Sono 30 anni che McKibben invoca la panacea delle energie rinnovabili, senza spendere una parola sul contesto antropologico che sta dietro il cambiamento climatico.

Jonathan Franzen, invece, questo contesto lo conosce, lo affronta, lo sfida e lo guarda in faccia.

“Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità.

Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action).

Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

A mio parere sono riflessioni ben più utili dell’elogio della UNFCCC (United Nations Climate Change Convention) e delle conseguenti COP (a che numero siamo arrivati ?!) svenduto dalle Ngo pro rinnovabili.

(Avvertenza: la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese di Jonathan Frazen è mia)

Perché non sappiamo più vivere?

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Perché non sappiamo più vivere? In una epoca di estinzione ad andar perdute sono le cose più semplici, che rendono la vita non solo degna di essere vissuta, ma piena di dignità. Anche nelle circostanze più avverse, come la penuria economica, un governo dispotico, la guerra.

In una epoca di estinzione le persone pretendono sempre di più, nutrono aspettative maniacali, si aspettano ricompense e diritti. Suppongono che tutto sia dovuto.

E così siamo smarriti in un nichilismo che è prima di tutto la incapacità di mettere a fuoco gli elementi di cui è fatta la vita reale, non quella sognata, auspicata, incensata, costruita a tavolino.

A questo pensavo mentre leggevo la pagina che Iosif Brodksij dedica ai suoi genitori nel saggio In una stanza e mezzo (all’interno della raccolta Fuga da Bisanzio, Adelphi), a come vivevano i suoi genitori a San Pietroburgo negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.

Ecco che cosa scrive il poeta russo: “Prendevano tutto come la cosa più naturale: il sistema, la loro impotenza, la loro povertà, il loro figlio scapestrato. Cercavano semplicemente di arrangiarsi come meglio potevano: di non far mancare il cibo sulla tavola (e di renderlo commestibile, di qualunque cibo si trattasse); di arrivare alla fine del mese; e benché dovessimo sempre tirare avanti da un giorno di paga all’altro, cercavano di imboscare qualche rublo per il ragazzo, ossia cinema, visite ai musei, libri, ghiottonerie. Piatti, utensili, vestiti, biancheria, tutto quello che avevamo era sempre pulito, lustro, stirato, rammendato, inamidato. La tovaglia era sempre immacolata e fresca, il paralume spolverato, il parquet lucido, senza un grano di polvere. La cosa sorprendente è che non erano mai annoiati. Stanchi sì, ma mai annoiati.

Per quasi tutto il tempo che passavo a casa, li vedevo in piedi: a cucinare, a lavare, ad andare avanti e indietro fra la cucina comune e la nostra stanza e mezzo, ad armeggiare intorno a questo o quel pezzo del patrimonio domestico. Per i pasti si sedevano, naturalmente, ma mia madre la ricordo seduta quasi soltanto davanti alla macchina per cucire, la sua Singer a pedale, china ad aggiustare vestiti, rivoltare colletti di vecchie camicie, riparare o riadattare vecchie giacchette. Quanto a mio padre, usava la sedia solo per leggere il giornale o mettersi al tavolo da lavoro. A volte la sera seguivano un film o un concerto sul nostro televisore del 1952”. 

Quest’uomo e questa donna sono i genitori di un Premio Nobel per la letteratura.

Gente come loro sapeva arrivare al midollo delle cose ed insegnava ai propri figli come farlo. Contavano ogni rublo, ma erano certi che per diventare persone decenti i libri e i musei sono indispensabili. Questo tipo di persone aveva un legame così congenito con la realtà che difficilmente ometteva di accorgersi di ciò che accadeva loro attorno. 

Noi siamo ormai tutto l’opposto. Ed è per questo che non riusciamo a mettere a fuoco la catastrofe ecologica. Non viviamo in una komunalka, ma in un labirinto di oggetti e di sogni svincolati dal principio di realtà. Rileggete questa pagina così elementare, così fondamentale: i genitori di Brodksij non conoscevano la noia. Per noi è pane quotidiano. 

Parlare del futuro è fare propaganda

“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. Parlare del futuro, quindi, è fare propaganda.

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara.

Così sarebbe il futuro. Siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva.

Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum.

Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta?

Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento agli standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum.

Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente.

Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti.

Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni.

Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Eppure, lo stesso discorso economico di Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro.

In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa vengono presentati come effetti collaterali accettabili in un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica.

Non siamo abituati a riflettere sul tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle.

Questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione, che avrebbe inaugurato il riscatto di intere classi sociali.. Ma anche il capitalismo contiene una analoga promessa di rinascita.

Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare.