Il peso insopportabile dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre.

Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

Per disgrazia o per fortuna, mentre mi accingevo a prendere per mano questa faccenda dell’utopia, passavo le mie due ore al giorno in metropolitana leggendo Infelicità senza desideri di Peter Handke. I toni più sconcertanti di questo libro Handke li riserva alla condizione stantia e muffita che, in vita, aveva avviluppato sua madre fino a ridurla un essere senza anima, un tipo qualunque, (alles Persoenliche verlor sich ins Typische), senza essenza (kein Wesenmerkmal) e senza nulla di proprio (etwas Eigenes). La vita contadina nell’Austria degli anni Cinquanta e Sessanta non aveva nulla di virgiliano o di “back to the wild”, come immaginiamo noi invece oggi, sette decenni dopo, costretti, in modo diverso, ma analogo, a pensare lungo una certa traiettoria perché il nostro tempo ha le sue iniquità e le sue ingiustizie. Allora, si parlava di povertà (Armut), anzi di miseria nera (Elend), mentre oggi siamo oppressi dal Pianeta sempre più caldo e dalla certezza che il grosso degli animali più grandi e splendidi se ne sono andati, o stanno per accomiatarsi. E quindi una casa ai margini di un qualunque bosco ci sembra un idillio. Quella vita contadina, invece, era talmente disumana, dal momento che nessuno, e tanto meno una donna, aveva diritto ad essere un individuo o un soggetto o un Io o un nome proprio, in nome della grezza e indispensabile sopravvivenza del crepare di fatica, senza tante storie e tante ciance (neugier), che la stessa organizzazione atavica del lavoro e del tempo, e cioè il cattolicesimo comandato, non serviva a consolare e rassicurare, bensì solo a cementificare la spersonalizzazione obbligata di ogni desiderio personale. 

“Si viveva dunque in base a questa dottrina dei tipi, in essa ci si ritrovava piacevolmente oggettivati e non si soffriva più di se stessi, né della propria origine, né della propria individualità, afflitta forse dalla forfora o dai piedi sudati, né delle condizioni di sopravvivenza che ogni giorno tornavano a riproporsi; come tipo, anche un disgraziato usciva da una solitudine e da un isolamento vergognosi, perdeva se stesso eppure diventava qualcuno, anche se solo di passaggio (…) Non c’era niente da raccontare di se stessi: anche in chiesa, per la confessione pasquale, quando almeno una volta all’anno si poteva dire qualcosa di sé, si mormoravano soltanto le formule del catechismo, nelle quali il proprio io diventava davvero più estraneo di un pezzo di luna. Se qualcuno parlava di sé e non diceva solo delle sciocchezze, lo si definiva un originale. Il destino personale, fosse anche riuscito a svilupparsi in maniera sua, veniva spersonalizzato e consumato fino agli ultimi resti dei sogni, nei riti della religione, delle usanze e delle buone maniere, sicché negli individui restava ben poco di umano; anche ‘individuo’, del resto, era una parola conosciuta come un insulto”. 

Ciò che la madre di Handke patì fu l’annientamento della sua domanda al mondo. Ognuno di noi porta con sé una domanda personalissima, che rivolge al mondo perché il mondo la soddisfi accettandola. Certo con delle correzioni, chiamate delusioni, e con delle appendici, chiamate giravolte improvvise, casi fortuiti e fortuna, o anche disgrazia, ma, come che sia, ridando un feedback. Eppure, questo ci racconta Handke attraverso sua madre, non è neppure la mancanza di una risposta dal mondo a uccidere un individuo, ma il fatto che la sua domanda non venga mai neppure presa in considerazione, rimanendo muta o inascoltata.

Leggendo questo suo libro spaventoso e magnifico mi sono trovata a pensare, stupidamente, che sua madre avrebbe dovuto essere orgogliosa della carriera letteraria del figlio e che questo avrebbe dovuto darle sollievo. E invece, è proprio il fatto che nemmeno il successo del giovane Peter costituì per lei una consolazione dimostra quanto inutile sia, anche per una madre, una madre che non è stata felice, la felicità del proprio figlio. La domanda che abbiamo dentro, la nostra domanda per il mondo, la nostra personalissima utopia, è così singolare e autocentrata, egoista nella sua naturalezza, che niente altro se non una risposta fatta ad hoc per noi può darci una gioia o un conforto. Questa vicenda della famiglia Handke mi ricordava anche, mentre ne leggevo in metropolitana, che in fondo mia nonna, che se ne è andata l’anno scorso, quasi centenaria, la pensava allo stesso modo. Quella che credo sia stata sempre una incomunicabilità totale tra noi dipese da questo, che mia nonna riteneva che nessuno avesse diritto alla sua domanda per il mondo e che pretendere di averla non fosse una utopia, ma solo un capriccio.  

Il rischio mortale di non rimanere fedeli alla propria domanda, o di scegliere di sopprimerla per sempre, è diventare un individuo senza esistenza (wesenlos). Ed è qui che questa faccenda della domanda si risolve in una utopia. Di solito infatti, nel corso di una vita, accade che la domanda incontri un tal numero di difficoltà da finire prosciugata o ridimensionata; allora, soltanto una predisposizione d’animo eccentrica o intransigente può continuare a sostenerne la corsa. Quando viene il sospetto che la propria domanda rimarrà in buona parte inappagata, ci si accorge di quanto enormi fossero, di quanto grandi fossero le nostre aspettative e le nostre speranze. Eppure, non siamo solo noi ad aver fallito o ad non essere stati all’altezza, è la nostra essenza umana che ci ha condotti contro questa delusione. Penso cioè che le nostre insoddisfazioni personali, più o meno deprimenti, siano lo specchio di una frustrazione più generale, fondamentalmente biologica ed evolutiva.

Comunque la si metta (fame di giustizia ecologica, fame di roba, fame di carriera), la domanda non può ricevere una risposta sostenibile. Chi aspira, scegliendo di diventare un attivista, un giornalista ambientale o un ecologo sul campo dedito alla conservazione di una specie e di un habitat, ad una risposta sistemica, cioè ad un cambio di civiltà che dia un futuro al pianeta, è ormai costretto ad ammettere che questo nuovo paradigma, se anche mai avverrà, sarà troppo tardi. Chi, invece, se ne frega, e punta alla vita più prodiga possibile di godimenti, dovrà presto scontrarsi con uno show-down radicale, a causa del semplice esaurimento delle risorse disponibili. Entrambe queste vie contengono un fondo di utopia. Puntano a qualcosa di impossibile, che però appare come ragionevole e anche legittimo. 

Allo stato attuale dei ritrovamenti fossili, sappiamo che Homo sapiens era una specie anatomicamente moderna 200mila anni fa. Il cervello, invece, divenne “essenzialmente moderno” soltanto 100mila anni fa. E cominciò ad esprimere un comportamento moderno, cioè capace di cultura, solo 65-50mila anni fa. “Abbiamo ereditato la nostra umanità da genti che provenivano dall’Africa del sud 300mila anni fa”, scrive il biologo evolutivo Nick Longrich su TheConversation. Il punto, quindi, è che c’è un mismatch, un disallineamento, tra il momento in cui siamo stati pronti per essere una specie culturale e il momento in cui lo abbiamo dimostrato nei fatti. La spiegazione di Longrich è addirittura più vasta della stessa paleontologia: “può anche sembrare che archeologia e biologia siano in disaccordo, ma di fatto raccontano soltanto diverse parti della storia umana.

Ossa e DNA raccontano l’evoluzione del cervello, il nostro hardware. Gli strumenti riflettono la capacità del cervello, ma anche la cultura, ossia il nostro hardware con il suo software. Proprio come noi possiamo eseguire un upgrade del sistema operativo del nostro vecchio computer, la cultura può evolversi anche se l’intelligenza rimane stabile. Gli esseri umani, in tempi antichi, non avevano gli smartphone e i voli spaziali, eppure noi sappiano, studiando filosofi come Buddha e Aristotele, che erano intelligenti quanto noi. Il nostro cervello non è cambiato, la nostra cultura sì”.

C’è una frattura dentro di noi. Funziona anche oggi, nel terzo millennio. Elaboriamo forme di cultura, simboliche e tecnologiche, che ci aiutano a esprimerci in modo sempre più sofisticato, ma non a comprendere i limiti di queste stesse invenzioni. In definitiva, dando corso nel modo più appagante alla nostra capacità di produrre pensiero e invenzione, non riusciamo a inquadrarne le conseguenze. Guenther Anders direbbe che l’uomo è antiquato, cioè è anacronistico rispetto al suo cervello. Siamo utopicamente orientati a costruire, a smontare, a ricucire insieme immaginando attraverso ogni nuovo passaggio qualcosa di più funzionante, di più performante, di più efficace. L’utopia è parte della nostra fisiologia sin dai tempi più antichi. Ma, alla fine, i nostri desideri entrano in collisione fatale con la biologia della Terra, il posto per cui, ancora più paradossalmente, ci siamo evoluti per essere ciò che siamo. La sesta estinzione di massa e il cambiamento climatico sono là fuori per ricordarcelo.

Da questo punto di vista, anzi, da questi punti di vista, l’utopia non è solo il confine ultimo di ogni ambientalismo, ma la nostra stessa invalicabile barriera interiore. L’ambientalismo non può vincere contro la natura dell’uomo perché la essenza naturale di ogni individuo non concepisce un piano di risparmio delle risorse naturali, ma solo lo sforzo di ricevere una risposta alla propria domanda personalissima. E se questa domanda è una sintesi ben calibrata di ricerca di una giustizia ecologica multi-specie e di gioia personale, dal momento che nella giustizia per gli animali e le foreste si trova anche la propria felicità, allora la condizione emotiva che ne deriva non può che essere una utopia. Si finisce con il diventare degli utopisti, perché si spera in qualcosa che non accadrà mai, scontrandosi con una società ostile, che come avrebbe odiato Don Chisciotte, odia ora gli ecologisti sinceri e radicali. All’altro estremo della utopia stanno poi tutti gli altri, con i loro sogni altrettanto infranti di consumi infiniti. Io sono stata una utopista iscritta al primo gruppo. E per questo avrei dovuto immaginare che la diagnosi, quando fosse arrivata, sarebbe stata crudelissima.

Mentre scrivevo queste pagine uscivano numerosi contributi scientifici, tutti di grande rilievo, sullo stato generale della biodiversità. Il primo è stato il Living Planet 2020, un compendio di dati firmato dal WWF International e della ZSL, la Zoological Society di Londra. La notizia di questa notizia è che non c’è nessun notizia, ossia che le cose vanno malissimo proprio come ogni mente pensante già sapeva. Su 3.741 popolazioni monitorate, appartenenti a 944 specie, è stato documentato un declino del 4% all’anno sin dal 1970. Riassumendo in un solo numero: tra il 1970 e il 2016 la vita sul Pianeta è crollata del 68%. Nelle regioni sub-tropicali dell’America Latina questo declino è stato del 94%. Quest’anno, i roghi in Amazzonia bruciano anche nel Pantanal, la più importante roccaforte per il giaguaro (Panthera onca) del Sud America. Stavolta, non si esita a usare una espressione che fino a questo 2020 usavamo in pochissimi: la biodiversità è in caduta libera. L’estrazione di biomassa, cioè il prelievo di animali da ogni sorta di habitat, era di 8 milioni di tonnellate all’anno nel 1970; nel 2017 era di 23 milioni di tonnellate. Non c’è dubbio che queste cifre non dicano nulla alle persone comuni, che per lo più ignorano la biologia fondamentale del pianeta pur avendo messo al mondo magari uno o due figli. Eppure, Marco Lambertini, direttore del WWF International, ha detto finalmente anche questo, introducendo il Living Planet: “abbiamo il dovere morale di coesistere con la diversità della vita”. Come a dire che fare piazza pulita di ogni altra specie è una forma di intolleranza e di razzismo. 

Ma chi di mestiere misura lo spazio su questo Pianeta, e cioè traduce in funzioni matematiche la disponibilità di habitat e di territori per le specie non umane, da almeno tre anni descrive uno scenario di razzismo globale a monocoltura umana. Tra questi ricercatori c’è James Allan, che è passato quest’anno dalla University of Queensland, in Australia, alla Università di Amsterdam. Ho intervistato James Allan la prima volta nell’ottobre del 2018. Le sue ricerche mi sono sempre sembrate serie perché riportano al linguaggio piano e schietto della matematica avanzata l’impressione intuitiva che si ricava dalla lettura dei paper sulla genetica di popolazione e la defaunazione.

Non c’è alternativa ad una estinzione di massa senza una ampia disponibilità di terre selvagge. Questi tratti di wilderness non possono, inoltre, essere isolati, ma connessi e contigui, in modo che gli animali possano esprimere le loro funzioni ecologiche primarie, come le migrazioni, e rispondere alle sollecitazioni termiche indotte dai cambiamenti climatici. Ma le terre selvagge sono ormai una sorta di ghetto ecologico, nel senso che sono talmente scarse e talmente assediate che sopravvivono come memoria vivente del Pianeta che fu. L’11 di settembre, su NATURE – Communications (“Just ten percent of the global terrestrial protected area network is structurally connected via intact land) James Allan e altri colleghi hanno pubblicato l’ennesimo studio che descrive questa situazione: “i territori liberi da disturbo antropogenico diretto sono considerati essenziali per ottenere risultati nella conservazione della biodiversità, ma vengono erosi con crescente rapidità. Per questo motivo molti Paesi hanno aumentato il numero delle loro aree protette, eppure si ragiona molto poco sul contesto che sta attorno a queste aree, nonostante il fatto che la connettività strutturale tra aree protette sia un fattore critico visti i cambiamenti climatici in corso, e un mandato degli obiettivi di protezione internazionale (…) soltanto il 9.7% del network globale di territori protetti può oggi essere considerato strutturalmente connesso. In media, è connesso l’11% del patrimonio protetto di ogni nazione”. 

Alla maniera dell’utopia, si progetta di contenere l’estinzione di 1 milione di specie designando pochi luoghi come isole di ricchezza biologica, per confermare, attraverso un atto politico scientificamente suffragato, che c’è, eccome, la volontà di proteggere habitat e faune. Di fatto, questo compromesso non sta portando nessun risultato su scala globale, se non la costruzione, su di un piano però culturale, di un concetto artificiale di parco nazionale, che mina alle fondamenta la possibilità di comprensione del fenomeno in corso. Un territorio cioè protetto, ma sufficiente a “tenere” un gruppo di specie solo nella nostra immaginazione colpevole.

E così migliaia di turisti ogni anno se ne vanno in Madagascar, pensando di figurare tra gli amici come avventurosi esploratori di una bacino di endemismi tropicali tale quale un secolo fa, mentre il Madagascar “ha soltanto il 4% di territorio intatto e nessuna area protetta connessa alle altre”. Bisognerebbe provvedere a definire un approccio di ampia scala, che include le terre degradate attorno alle aree protette (buffle zones), in modo da allargare lo spazio disponibile e quindi favorire lo sconfinamento delle terre selvagge le une dentro le altre. Ed ecco quindi un nuovo obiettivo globale al 2030, ancora una volta fissato dalle Nazioni Unite: “350 milioni di ettari di degrated land da recuperare a partire da ora”. 

La totale inutilità di queste cifre-soglia espresse da prestigiose burocrazie internazionali è però conclamata. A breve giro di ore dal tristissimo Living Planet 2020 era infatti disponibile on line anche il CBD OUTLOOK 5, cioè la rendicontazione del successo o dell’insuccesso dei 20 Obiettivi di Aichi, gli obiettivi per la conservazione scritti nero su bianco nel 2011 ad Aichi, in Giappone, e scaduti quest’anno. La CBD è la Convenzione Internazionale per la Biuodiversità, l’accordo-quadro gemello della Convenzione per il Clima, entrambe definite e firmate nel 1993, a ridosso dello Earth Summit di Rio de Janeiro (1992). Ebbene, l’OUTLOOK 5 ci informa che nessuno degli obiettivi di Aichi è stato raggiunto. Il report conta oltre 200 pagine e una rendicontazione obiettivo per obiettivo, dedotta dai documenti che i Paesi firmatari della Convenzione si sono impegnati a trasmettere per arrivare ad un assessment omnicomprensivo.

A dispetto del suo lessico burocratico, l’intero report potrebbe stare in queste due frasi della prefazione: “L’umanità si trova ad un bivio (crossroads) per quanto riguarda l’eredità lasciata alle prossime generazioni. La biodiversità sta declinando ad una velocità senza precedenti e le pressioni che conducono a questo declino si stanno intensificando”. Siamo a tal punto informati sulla pericolosità delle nostre azioni che possiamo datare alla fine degli anni Sessanta l’inizio del deficit di impronta ecologica (consumare più di ciò che può rigenerarsi e ricrescere in natura). Non ce ne siamo accorti, almeno non noi nei Paesi più ricchi della Terra, eppure “lo stock globale di “capitale naturale” disponibile per ogni individuo è declinato del 40% dal 1992 al 2014”. Nel mezzo di questa svagatezza, s’è lavorato alacremente per elaborare una frase che mettesse d’accordo le ansie per i processi di estinzione e il bisogno di arginare l’emorragia.

Da qui è nato l’Obiettivo numero 12: “entro il 2020 l’estinzione delle specie conosciute sotto minaccia è stata evitata e il loro stato di conservazione, specialmente di quelle in maggior declino, è migliorato e sostenuto”. Che cosa ne è stato di queste nobili intenzioni? Ecco qui: “è vero che il tasso di estinzione, in assenza degli sforzi profusi a partire dal 1993, anno dell’entrata in vigore della CBD, sarebbe stato di 2.3-4 volte ancora più elevato di quello occorso dal 2010 ad oggi”. E tuttavia “questo è stato raggiunto soprattutto attraverso la prevenzione dell’estinzione di specie già identificate come ‘criticamente minacciate’, piuttosto che attraverso la prevenzione del passaggio delle specie adesso a basso rischio ad un rischio più alto. E questo suggerisce  la accumulazione di un ‘debito di estinzione’, che causerà una ondata di estinzioni in futuro, anche se verranno estesi gli sforzi di conservazione verso quelle specie minacciate prima che essere raggiungano la condizione più critica”.

Avremmo bisogno di guadagnare tempo, di fermare il tempo, di prendere tempo, proprio noi, che il tempo cosmico – il tempo del Pianeta e del fenomeno biologico – lo abbiamo sconfitto riducendolo a progresso e Illuminismo, due vecchie e imparruccate idee ottocentesche che ancora ipnotizzano le masse e drogano il nostro Geist. Ma di tempo non ce ne è più e molto di ciò che ci attende è già scritto, non solo nelle categorie della Red List IUCN, ma soprattutto nella nostra esperienza diretta di un Pianeta devastato.

Ormai, i numeri sono contro di noi, ha detto David Redding della UCL di Londra, commentando il rischio globale che questa pandemia sia solo la prima di una serie, a causa della disintegrazione degli habitat: “in luoghi dove sono stati abbattuti gli habitat, mosaici di campi, creati attorno alle fattorie, appaiono nel paesaggio intervallati da piccoli appezzamenti della vecchia foresta. Questo aumenta l’incontro tra ciò che è selvatico e ciò che è coltivato. Pipistrelli, roditori e altri animali invasivi che portano con sé strani, nuovi virus, arrivano da ciò che rimane della foresta ad infettare gli animali delle fattorie – che poi trasmettono queste infezioni agli esseri umani (…) il punto cruciale è che ci sono, probabilmente, 10 volte più specie di virus di quante ce ne siano di mammiferi. I numeri sono contro di noi e l’emergere di nuovi patogeni è inevitabile”. 

In queste condizioni, salvare il Pianeta appare come una stupidaggine dettata da un buon senso un po’ ingenuo. Ma, d’altronde, anche rinunciare sarebbe un gesto di codardia e di pusillanimità. Una sorta di sconfitta auto-inflitta, infame per giunta. Questa zona di grigiore in cui il globale sfuma nel  personale e il collettivo nell’intimo, generando caos e rabbia, riscrive il significato dell’utopia. L’utopia non è soltanto un contesto politico, una spietata passione per il reale, come pensa Alain Badiou, che per questo scagiona il Novecento e la sua violenza. L’utopia non può più essere neppure una scelta di ripiego per sentimenti inappagati. L’utopia è l’unico spazio mentale possibile, benché fatale, della nostra presenza umana su questo Pianeta. Noi viviamo su questo Pianeta secondo un modello di pensiero utopico. 

È stato nella settimana dei report sulla sesta estinzione che mi è stata comunicata la notizia della chiusura del TuttoGreen, la prodigiosa e coraggiosa redazione ambiente della STAMPA per cui scrivevo dal 2013. Nessun altro giornale in Italia aveva una sezione dedicata al dilemma della conservazione e all’età dell’estinzione. Io appartenevo a questa sezione per via degli argomenti di cui mi occupo da 7 anni, ma anche per vocazione e per convinzione. Pensavo che avremmo potuto smuovere almeno una coscienza, con i nostri reportage. Credevo che i nostri lettori ci avrebbero riconosciuto il merito di dire chiaro e tondo ciò che gli altri non dicevano per mancanza di creatività, di introspezione, di investigazione e di talento.

L’utopia può funzionare come formidabile motivazione per fare il meglio possibile. Ma rimane pur sempre una utopia, che anelando ad un futuro migliore perde di vista il presente. Mi illudevo, e adesso penso ci illudessimo tutti, sulla buona disponibilità all’ascolto del pubblico in nome di una utopia comune (fare del nostro meglio, anche se i numeri sono contro di noi). Il desiderio di raccontare la fine dell’età dei grandi mammiferi, un evento di cui nessuna altra generazione sarà testimone, offuscava il mio giudizio, dandomi ad intendere che il nostro lavoro sarebbe stato riconosciuto là dove avrebbe dovuto essere percepito come massimamente indispensabile: nella coscienza civile. Non è andata così, ora lo sappiamo.

Se il nostro editore avesse avuto in mano statistiche e proiezioni di lettura fantasmagoriche (e non solo se ci avesse accordato budget ben diversi da quelli che abbiamo ricevuto), non avremmo chiuso. Una utopia come la nostra non può mai far leva sul desiderio delle masse, perché quasi sempre le persone comuni scelgono il presente e non il futuro. E questo avviene perché in ognuno di noi, in quanto Sapiens, c’è il sogno impossibile di stare bene su questo Pianeta desiderando tutto ciò che il nostro cervello può desiderare. Una utopia genetica, da cui nessuna razionalizzazione può tirarci fuori, perché non c’è nulla di illogico o di contro-natura nel volere il successo delle proprie, più ambiziose aspettative. Anche questa è una domanda al mondo, benché auto-distruttiva. Senza questa domanda, ciascuno di noi e l’umanità intera sarebbe wesenlos

Perciò credo che la colpa sia uno degli estremi di cui è fatta l’utopia. “Le conseguenze della ferocia del nazionalismo e del razzismo non sono certo conosciute a noi cittadini dagli anni Novanta. Le abbiamo viste in Medio come in Estremo Oriente, in Africa, in India e, per alcuni di noi circostanza ancora più dolorosa, nell’ex Yugoslavia. Che a soffrire siano ebrei, curdi, bianchi o neri, arabi, musulmani, ortodossi, protestanti o cattolici, sappiamo comunque che non c’è fine all’intolleranza, anche se nella realtà una fine c’è, benché di rado sia onorevole o duratura. Essa infatti subentra non quando i popoli acquistano una maggiore saggezza politica, una maggiore illuminazione spirituale od emotiva, bensì semplicemente quando si trovano ad affrontare forze più grandi, oppure quando sono troppo esausti per continuare. Allora dimenticano opportunamente gli orribili sentimenti che li animavano, le terribili azioni appena commesse, e diventano disponibili, addirittura ansiosi, di trattare, negoziare, mediare. E questa prontezza all’accordo permette loro di sentirsi, e di apparire al mondo, uomini civili”, ha scritto Gitta Sereny. Smetteremo di credere alla onnipotenza della nostra utopia genetica quando sarà troppo tardi, per i morti e anche per i vivi. 

Questa epifania per me è arrivata con la fine del TuttoGreen. Ma rimasticandone la totale prevedibilità, attraverso lo scorrere delle settimane, mentre ripercorrevo con la memoria anche tutto il lento lavorio di pubbliche relazioni tessute con le organizzazioni non governative, le mie fonti scientifiche e numerosi ecologi che danno la loro esistenza per i grandi mammiferi, riuscivo anche ad accorgermi, non meno dolorosamente, che io stessa avevo smarrito per strada una delle caratteristiche vincenti, evolutive, dell’utopia. La nostra utopia di Sapiens è sempre a misura d’uomo. Sopprimendola, non solo la spinta utopica (trovare cibo migliore e un riparo migliore) decade e si deteriora, ma è la vita stessa a diventare un fantasma depresso che non ha più alcun significato, neppure nella foga con cui nutre se stessa pur sapendo che molte azioni sono eccessive e fatali.

È così che sono giunta a capire quanto sbagliata e mal posta fosse stata la mia volontà di convertire o di convincere il pubblico che mi ascoltava nelle mie conferenze e che mi scriveva lettere accorate. Queste persone non sono mai state disposte a finanziare le mie spedizioni, così come quelle di tantissimi altri colleghi. Per anni abbiamo accettato dal nostro editore retribuzioni che non coprivano nemmeno un millesimo delle spese sostenute per pagare le nostre ricerche. Per tenere in vita l’utopia di un cambio di rotta nei destini collettivi io stessa ho in realtà condiviso il destino delle specie in via di estinzione di cui raccontavo la fine. Adesso, a diagnosi avvenuta, credo che non mi resti che optare per una forma di coesistenza edonistica con il dolore.  Un’altra utopia, probabilmente. Ma forse con un maggior gradiente di adattabilità. 

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