Categoria: Europa

Processo all’Europa

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Kanapee, Schwanengarnitur, Johann Valentin Raab, Schreiner, 1809, WüRes.M0453. Würzburg, Residenz, Raum 13c, Toskana-Ausstellung

Zauberer, il mago. I figli di Thomas Mann così soprannominavano il padre, che gioiva di quel nomignolo come fosse una attestazione delle sue buone qualità di padre, lui, che in cuor suo aveva sempre dubitato di poter soffocare le proprie inclinazioni artistiche e omosessuali in una tenerezza esclusiva per la famiglia e i bambini. Un paio d’anni fa, è uscito in Germania Zeit der Zauberer, il tempo degli stregoni, di Wolfram Eilenberger, un brillante storico della filosofia di Friburgo. Il periodo magico è il decennio d’oro della Repubblica di Weimar (1920-1930), in cui quattro “stregoni” rivoluzionarono, incendiarono e riscrissero il pensiero occidentale. Erano Martin Heidegger, Ernst Cassirer, Ludwig Wittgenstein e Walter Benjamin. Stregoni, perché, ognuno a modo suo, s’intestardì nell’elaborare una eccentrica alchimia di ontologia, logica, poesia ed esistenzialismo, giungendo sull’orlo di un abisso di coscienza sulla natura dell’uomo che ha del soprannaturale. Gli Zauberer non stati eccezioni nella storia europea, anzi. E la Germania ha dato i natali a parecchi di loro. Avevo quattordici anni quando lessi il capolavoro di Thomas Mann, i Buddenbrook, durante le vacanze di Natale, in quarta ginnasio. Fu Mann a farmi capire cosa è l’Europa. Eppure, mi dice Christoph, un giovane bibliotecario della Buchhandlung Jacob in Hefnerplatz, a Norimberga, Thomas Mann in Germania è ormai un autore per pochissimi intenditori, accademici o nostalgici, innamorati della bella lingua tedesca di una volta, ad ampie volute sintattiche. Ai giovani non interessa, e se la gente per bene, con un solido stipendio e una carriera, lo nomina ancora è solo per il gusto diffuso di ostentare apprezzamento per gli autori più prestigiosi. Una farsa, molto snob, che incute soggezione e mira quindi a un effetto scenico tanto futile quanto vanesio. Ai tedeschi piace far finta di essere colti, anche se poi sbadigliano sulle pagine concettose di scrittori e poeti troppo ispirati per il freddo pragmatismo del XXI secolo.

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Kanapee, zugehörig zu einer Sitzgarnitur mit 6 Stühlen, Johann Köhler, 1764. Inv. Nr. WüRes.M0465. Würzburg, nördl. Kaiserzimmer, Erstes Gastzimmer, R.19

In questo punto di non ritorno della economia planetaria che è il 2020, quando è ormai evidente anche ai più sprovveduti che i conti non tornano più, l’Europa fronteggia una condizione finora ignota, e cioè mai sperimentata prima, una condizione che potremmo riassumere così: può una civiltà sopravvivere, o determinarsi, solamente attraverso la ricerca del benessere? E quindi: siamo ancora una civiltà? E di conseguenza: siamo dotati degli strumenti necessari a riformare il nostro stile di vita e di pensiero a favore della biologia del Pianeta?

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È un tardo pomeriggio insolitamente freddo, nonostante il sole, quando arrivo alla stazione centrale di Monaco di Baviera. Sono quasi le sei e il quartiere universitario, medicina e farmacologia, attorno alla Goethestrasse brulica di furgoncini che scaricano e caricano merci fuori dei negozi turchi di frutta e verdura. In una vetrina sono esposti polverosi abiti da sposa in rosa stinto, impunturati di perline in plastica. L’insegna di una scuola di lingua per immigrati recita “Eine Sprache, deine Chance”. Lungo il marciapiede, sono parcheggiate due aristocratiche Tesla. Da una, targata Olanda, scende una trentenne bionda con i sandali Birkenstock, un paio di bermuda di lino e un cardigan di cashmere, che attraversa la strada per comprare delle pesche in un fruttivendolo turco. La figlioletta va con lei, mentre il marito, altrettanto biondo, avvia il motore elettrico più sofisticato del mondo e le dice che la aspetta oltre il semaforo. Loro sono tutto ciò che qualunque trentenne europeo vorrebbe essere. 

Niente di più incompatibile di Elon Musk e della grande filosofia del Novecento. Eppure, sono le Tesla a farmi ricordare con quale manuale di sopravvivenza psicologica io sia arrivata in terra tedesca. Martin Heidegger aveva le idee molto chiare su quali fossero le origini del pensiero totalizzante che ha dato forma al mondo moderno finendo con l’inghiottirlo. La metafisica, così dichiarò senza pudore a Friburgo nel 1929 con la prolusione accademica Was ist Metaphysik?, è il modo di pensare che concepisce la realtà solo come ente, e cioè come oggetto, come risorsa naturale, come materiale, come animale da mattatoio. Pur di spiegare l’esistere delle cose, la metafisica ha dimenticato il fondamento della loro esistenza. Ma poiché la metafisica si è dimostrata la tendenza dominante del pensiero occidentale sin dalla Grecia classica, c’è il sospetto, disarmante ancorché sconvolgente, che in ciò che più amiamo di noi stessi – la nostra civiltà umanistica sfociata nella rivoluzione scientifica – si nascondano anche i semi perversi e cattivi della condizione esistenziale del XXI secolo, e cioè la catastrofe di estinzione. Se le cose stessero così, avremmo vissuto in un auto-inganno, una auto-suggestione che però, almeno fino ad ora, è sembrato sprigionare un successo clamoroso. Sarebbe disonesto, passeggiando sulla Goethestrasse, ignorare il sentimento di comfort e sicurezza che lo splendore economico tedesco irradia con convinzione politica. La Tesla al posto della Volkswagen, d’accordo, sarà così sempre più spesso in futuro. Ma se non avessimo pensato il mondo a nostra immagine e somiglianza i nostri desideri non si sarebbero mai avverati. Forse la metafisica è una incompatibilità tra i Sapiens e il Pianeta, ma sta di fatto che vogliamo continuare a sognare. E il sogno si chiama benessere. I nostri sogni sono in guerra con le specie animali. Sono una avventura totale partorita nel cuore dell’Europa, secolo dopo secolo, fino alla apertura delle rotte atlantiche, che hanno dato il via al moderno capitalismo. Ma, come sapeva benissimo Heidegger, una intenzione prima la pensi e poi la agisci. 

Nun weiss man erst was Rosenknospe sei, Jetzt da die Rosenzeit ist vorbei. Un bocciolo di rosa si sa cosa sia, ora che la stagione delle rose è finita.  Così nel 1827 Goethe descriveva il suo tempo vitale ormai alla fine. La grande fioritura è appassita e soltanto ora il suo principio, un bocciolo, è ben visibile, dove prima c’erano corolle numerose e splendenti. L’analogia con l’Antropocene è serrata. In questi giorni di metà luglio, le nazioni europee sono impegnate a dibattere sulla opportunità di miliardi di finanziamento da riversare su piani di recupero economici, forse con qualche impianto di energia rinnovabile in più, forse con qualche parco industriale in più per la produzione di bioplastiche. Una rappresentazione scadente di una concordia spirituale mai fiorita che, come ha scritto Yanis Varoufakis, è riuscita solo nell’azzardo di costruire una unione monetaria prima di aver raggiunto una unione politica. C’è da chiedersi quanti giovani europei sotto i trenta anni sentano una qualche affinità con i presupposti ideali del 15 settembre 1978, quando Valéry Giscard d’Estaigne, Presidente della Repubblica Francese, e Helmut Schmidt, cancelliere della Germania Occidentale, si recarono in pellegrinaggio nella cattedrale di Aachen, per rendere omaggio a Carlo Magno in occasione della firma dell’accordo per l’istituzione del Sistema Monetario Europeo, il precursore dell’euro. Il Germanisches Museum di Norimberga Carlo Magno lo pone nel centro nevralgico di una idea di impero continentale che ha dannato, e vivificato, la nazione tedesca, e quindi l’intero continente, per mille anni. Il Carlo Magno di Lukas Cranach, dipinto attorno al 1510, è un nobile signore dal volto composto, avvolto nella seta, che regge il mondo intero lasciandosi guidare solo da Dio.

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Il Carlo di Duerer, invece, è un cinquantenne del 1511 convinto di sé, severo e razionale, che la spada la tiene alzata e guarda verso una contrada lontana, dove, intuisce, la politica vale molto di più della Bibbia. Lo sfarzoso abito imperiale gli occorre soltanto per questo, a conferma del potere. La forza ha una capacità geopoeietica e mitopoietica. Questo è il gene primitivo della civiltà europea che Carlo il Franco inocula nelle popolazioni semibarbare del continente, e che passerà di generazione in generazione, lavorando senza sosta, senza compassione, senza pietà, senza rimorsi. Fino all’assessment di 237mila popolazioni appartenenti a 515 specie di vertebrati cancellate dalla faccia della Terra da inizio Novecento. 

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A partire dall’estate del 1945 il pragmatico sogno di potenza di Carlo, ridimensionato da una guerra civile in due round che ha stuprato la dignità umana, è ormai superato. La creatività politica europea è sconfitta, giudicata davanti a un Tribunale internazionale, pensionata dagli Americani in quanto incompatibile con un ordine mondiale solido e pacifico imperniato sul commercio e l’industria. Gli Stati Uniti offrono alla Germania, e con più grazia e diplomazia a tutti gli altri Paesi alleati, un accordo di pace quasi frugale nella sua semplicità concettuale: il benessere. Stare bene. Lavatrice. Frigorifero. Auto. A quel punto, per ovvie ragioni non solo belliche, ma sopratutto morali e umanitarie, l’alternativa appariva nella sua mostruosità omicida. E questa altra opzione, sperimentata per intero, era l’ardore con cui Goebbels, nei primi anni, affrontava comizi e riunioni di Partito, convinto che “non ho nessun dubbio su chi scegliere: i giovani, che davvero cercano di creare un nuovo tipo di essere umano” (Diari, 30 giugno 1924). Il sogno, la Phantasie, contro il benessere. La fantasia è l’espansione per il puro gusto di essere grandi, del tipo di grandezza di Federico di Prussia e Maria Teresa d’Austria. E se l’esito è il genocidio, qui o in Africa, chi se ne importa. Non sei forse Europeo? Dedicati alla musica barocca suonata su un clavicembalo, dinanzi ad un quadro che mostra, certo in modo ancora un po’ ingenuo e didattico, una moda recente a cui presto ti affezionerai: la collezione artistica.

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Con l’avvento sulla scena intellettuale europea, da metà Seicento, della raccolta di quadri e poi di reperti naturalistici  il pensiero comincia a prendere il sopravvento sulla realtà biologica. Il secolo di Descartes è il secolo della Guerra dei Trenta Anni, delle streghe bruciate a decine a Bamberga, ma è anche il secolo di Keplero e di Galileo. Oggi, la foga nel collezionare pezzi di mondo è svanita. Abbiamo già tutto. Ma la tassonomia, considerate le sue origini coloniali, riserva materiale bellico inesploso per inaugurare il processo all’Europa. Il 2 luglio ScienceMag ha reso noto cosa sta succedendo, sotto la spinta del movimento per i diritti civili reali BlackLivesMatter: “Alcuni ricercatori premono per modificare il nome di alcune specie che ritengono opinabili. In tutto il mondo studenti universitari hanno contribuito a diffondere una lista di specie comuni di animali e piante dal nome potenzialmente problematico. Questa lista include uno scorpione, una anitra e una quaglia che portano la dicitura hottentotahottentotta, or hottentottus. Nel 17esimo secolo i colonialisti usavano “ottentotto” come termine dispregiativo per i nativi neri in Africa”. La fame di giustizia non risparmia neppure Linneo, il padre della moderna classificazione degli esseri viventi. Alcuni membri della Entomological Society of America (ESA) hanno chiesto di togliere il suo nome dai Giochi annuali della loro istituzione, perché il grande botanico “assegnò tratti sociali negativi alle popolazioni umane non bianche”. 

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Purtroppo per noi è probabile che avesse ragione Nietzsche. Se sei a Norimberga, non puoi evitare di cenare da Pillhofer, nella Marienvorstadt, uno delle Stube più antiche di Norimberga, fondata nel 1646, che ha un confortevole dehors all’aperto di tavolacci di legno. I proprietari sono gente simpatica e affidabile, che serve cucina bavarese a all’altezza di due stelle Michelin. È l’ora della birra. Fa caldo, ma il vento rinforza. Le previsioni danno tre giorni di temperature invernali e pioggia battente. La giovialità dei tedeschi mi ricorda sempre che il senso di colpa non è una condanna all’ergastolo. È possibile sentirsi in debito e ciò nonostante provarci una altra volta. Nietzsche riteneva che nessuna civiltà che voglia essere pacifica, normale, serena possa esprimere qualcosa di nuovo e di autentico. Nel nostro XXI secolo questo qualcosa di inedito sarebbe una radicale decrescita economica per lasciare alla altre specie il cinquanta per cento del Pianeta. Seguendo il ragionamento di Nietzsche, i guerrafondai del passato europeo, dal Cinquecento in avanti e non certo solo in Germania, intendevano progettare piuttosto che prendere una tazza di tè; il male fu non che pensavano di riuscire ad imporre una idea, costi quel costi (cosa altro avrebbe fatto il Cristianesimo, se non abbattere con la spada chiunque si opponesse al nuovo?), ma che si accorsero di non voler rinunciare al genocidio, quando si trattava di andare fino in fondo. Nella civiltà del benessere tutti gli obiettivi ontologici fondamentali sono già stati raggiunti. Sono saturati. Siamo quindi al punto di aver sostituito il concetto di “Pianeta” con il concetto di “conservazione”. Perché siamo a un punto della storia del mondo in cui dobbiamo pagare per avere una biosfera. In Africa, il continente che “supporta le popolazioni di grandi mammiferi più abbondanti e diversificate del mondo” l’epidemia ha desertificato le fonti di finanziamento delle aree protette, che è tutto ciò che rimane della biodiversità africana. Sono le donazioni a garantire le aree protette. Questo dicono gli autori di uno studio devastante uscito su NATURE Ecology & Evolution (Conserving Africa’s wildlife and wildlands through Covid-19 crisis and beyond): “i contributi dei donatori contano per il 32% dei finanziamenti alle aree protette in Africa, cifra che in alcuni Paesi raggiunge il 70-90% (…) la spina dorsale degli  sforzi di conservazione in Africa consiste di 7.800 aree protette terrestri su una superficie di 5.3 milioni di Km2, il 17% del continente (…) molte aree protette sono di proprietà statale e gestite da autorità governative esperte in wildlife, spesso con il supporto sostanziale del turismo e degli operatori della caccia professionista. Sempre di più ONG dedite alla conservazione e soggetti privati cooperano con i governi per gestire aree protette statali attraverso partnership di tipo collaborativo”. Secondo gli autori è arrivato il momento di comprendere che la wildlife africana è una responsabilità mondiale: “Se consideriamo la loro ricchezza, alcuni Paesi africani portano un peso sproporzionatamente alto per il loro impegno nella conservazione e perciò la comunità internazionale dovrebbe fornire supporto in maniera adeguata, riconoscendo che i tesori naturalisti dell’Africa sono un asset globale; il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. 

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La mattina dopo prendo la metropolitana alla Hauptbahhof per raggiungere la Baerenschatze Strasse, dove c’è il Tribunale dello Hauptkriegsverbrecherprozess, il processo contro i principali criminali di guerra dello Stato nazista. All’interno della mia carrozza campeggia una pubblicità della ING Insurance: “Langweilig ist bei uns nur der Weg zur Arbeit”. La noia da noi è solo la strada verso il lavoro. Il bestiale incasellamento di ogni stato emotivo. La liquidazione della noia come nemico giurato della produttività socialmente accettabile. Anche l’efficienza tedesca è una perfomance globale, in cui il Niente, o il vuoto, o l’attesa, sono tare psicologiche. Nessuno di noi, solo guardandosi intorno, potrebbe accorgersi che è in corso una estinzione di massa. Piove e aspetto le 9 sotto una minuscola tettoia all’ingresso del Memorium, il museo del Tribunale di Norimberga. C’è silenzio, i funzionari del tribunale arrivano in ufficio in bicicletta e i tipici condomini tedeschi a tre piani, dalle facciate scolorite e senza tende alle finestre, attendono anche loro, immobili, che il giorno prenda coraggio, raggiunga il suo acme e poi sprofondi di nuovo, come il carro di Apollo, nell’abisso del tempo già finito. Che cosa noi davvero comprendiamo di questo tempo, che ci appartiene, è un enigma simile alle antiche profezie greche. E più cresce il numero di eoni conclusi, più ignari siamo della nostra epoca, che ci sfugge altrettanto. Parlando di sua madre, e dei sentimenti che provò lasciandosi abbracciare dal nazionalsocialismo, Peter Handke ha scritto: “I movimenti che raggiungevano così il loro compimento erano composti in modo che li si osservava svolgersi contemporaneamente nella coscienza (im Bewußtsein) di un numero incalcolabile di persone e allora la vita acquistava una forma (und Das Leben bekam eine Form), in cui si era in buone mani e tuttavia ci si sentiva anche liberi. Quel ritmo divenne esistenziale: come un rituale”. C’è una tale sincerità in queste frasi. Tutti abbiamo bisogno che la nostra vita abbia una forma, perché la forma ci illude della presenza di un significato. E questa forma la subiamo, assumiamo quella immediatamente disponibile, afferriamo ciò che possiamo. Ognuno di noi cerca la propria forma e lo fa per sopravvivere alla sua personale angoscia e se, cercandola, aderisce a crimini contro l’umanità (bellici ed ecologici) c’è nella sua fragilità morale qualcosa di autentico e di vero.

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Perciò, mi interessano i volti dei difensori. L’élite dell’alta borghesia, con titoli di laurea conseguiti nelle migliori università del Paese, che aveva annuito a Hitler sin dai primi anni Venti. Ma ciò che più mi colpisce è il filmato in cui venne ripresa l’entrata in aula di ciascuno degli imputati. Perché si dichiararono non colpevoli (“nicht schuldig!”), a parte il fatto che volevano evitare la pena capitale o anche mostrare un po’ di orgoglio, di strafottenza, di senso di sé, visto che ormai erano uomini finiti? Entrando, si stringevano la mano, come ai vecchi tempi, come in ufficio al Reichstag, a Berlino, nei tempi migliori, per mostrare ancora una volta decoro, educazione, in ossequio alla formalità rassicurante che teneva insieme le macerie di esistenze concluse, il loro personale fallimento come uomini; quella affettata cortesia, persino salottiera, così fuori posto, ora che erano stati denunciati, era un antidoto alla vertigine di aver avuto tra le mani il destino di milioni di uomini e di averlo sentito tra le mani con assoluta leggerezza, proprio come granelli di sabbia, di averlo percepito come una avventura, una tirata, uno scherzo, senza darsi pena dei suoi risvolti omicidi, perché una avventura è pur sempre una avventura. 

Ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente di quel conflitto europeo, ormai, è la nostra reale capacità di trattenerne una impressione vitale. La documentazione dei genocidi pone la questione della conservazione del passato (possiamo davvero ricordare in eterno?), che mostra preoccupanti similitudini con il dibattito sulla protezione delle specie animali in estinzione. Non mi pare casuale che l’UNESCO attribuisca lo stesso termine ai beni artistici e ai luoghi selvaggi del Pianeta che sono “patrimonio dell’umanità” e “world heritage”. Chi è stato convocato, e per ereditare che cosa? È possibile che conservare sia un bisogno della coscienza umana, che però funziona in modo indipendente rispetto alle necessarie doti adattative del singolo individuo. Se fosse così, avremmo una risposta decente e sensata per l’indifferenza delle nuove generazioni verso i capolavori dei secoli trascorsi. Sapremmo cioè che siamo noi in torto, gli ecologisti e i pensatori, a pretendere attenzione e cura per il passato finito (il pool genetico delle specie selvagge, le foreste primarie, la pittura a olio di Duerer, i motivi decorativi medievali della cattedrale di Sankt Sebald a Norimberga), mentre gli altri ostentano semplicemente la propria vitalità, una brutale adesione alla vita in sé, senza i negoziati e i compromessi del continuo rimuginio sul prima e il dopo. Perché non c’è dubbio che il passato possa diventare una malattia, un nosocomio della coscienza, ancora prima di essere humus per qualunque revanscismo politico.

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La questione della conservazione biologica delle specie è quindi la questione della colpa come disposizione esistenziale. Di sicuro, la maggior parte di noi non si sente colpevole della scomparsa degli animali e men che meno sente il bisogno di dichiararsi colpevole davanti al futuro. I giovani non vogliono più una vita compromessa da un impegno politico prolungato nel tempo, che richieda un amore incondizionato per una ideologia. Questo atteggiamento psicologico, è chiaro, compromette però anche l’idea di giustizia che dovrebbe invece sorreggerlo. Se non sono disposto a battermi con forza per una ideologia, allora non sono pronto neppure a riconoscere una istanza assoluta di giustizia. 

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Eppure, nel dopo guerra, abbiamo preteso stabilire dei canoni di giustizia moralmente superiori che avrebbero dato alle generazioni successive il diritto di sentirsi eredi di una età dell’oro, e cioè dell’epoca del benessere. Attorno a Wuerzburg, le colline coltivate a vigneti sono coperte dalla nebbia. Il mio albergo è una modesta pensione proprio di fronte alla Hauptbahnhof ed entrambe assomigliano ad uno scorcio urbano della DDR. Austere fino allo squallore. Uno strano benvenuto dalla città del barocco rasa al suolo il 14 marzo del 1945 dalle bombe incendiarie alleate. Alle 9 e mezza di mattina la Kaiserstrasse è semi deserta, ma eloquente di che cosa sia questo benessere di massa a cui siamo devoti. Le porte dei grandi magazzini Reno, C&A e Deichmann, gonfi di vestiti scadenti, stanno spalancate come bocche sdentate. Alla fine di questa via dello shopping low cost, rattrappita in una melanconia contagiosa, comincia la Promenade, che conduce, scendendo sulla Karmeliten, all’Alte Bruecke sul Meno. Ribattezzo la Kaiserstrasse “via del suicidio”, perché mi pare che solo un folle potrebbe trovare del buon senso in un simile sovraffollamento angoscioso di merce di qualità scadente, inutile, spacciata per festosa abbondanza. Nella giustizia europea post 1945, quella importata e concordata con gli Americani, la giustizia ecologica fu estromessa senza neanche darsi la pena di pensarci, visto che per affermare la nuova giustizia continentale (il benessere industriale) era necessario perseguire una distruzione ancora più oscena del Pianeta. Quindi, questa, che giustizia è stata? 

Una volta impiantata l’ideologia del benessere, nessun umanismo europeo avrebbe mai potuto reggere il confronto con l’espansione del commercio, unica anima rimasta al nuovo ordine mondiale. Novus ab integro saeclorum nascitur ordo. Nel 1945 accadde non semplicemente una sconfitta o una resa senza condizioni; fu concordata una riscrittura del mondo, in cui il saccheggio del Pianeta, inventato dagli Europei cinque secoli fa, diventava democrazia globale. 

Quel giorno di luglio del 1929, a Friburgo, Heidegger propose una tesi dirompente, e cioè che per parlare delle cose del mondo occorra interessarsi al Niente. Una conclusione a cui conduce la struttura stessa della società moderna fondata su basi scientifiche, dal momento che tutte le scienze usano ciò che esiste per farne oggetto d’indagine. Il contesto ontologico in cui questi enti (materie prime, specie animali, fonti di energia) si rendono disponibili all’uomo è però completamente omesso. Diventa Niente. Gli elementi si presentano allo sguardo umano, anche quando non vengono pensati secondo categorie logiche o all’interno del calcolo matematico. Il loro trovarsi nel mondo, a disposizione dell’intelletto, dimora in un altrove, che Heidegger chiama “essere”, riappropriandosi di un termine filosofico quasi dimenticato. Disgraziatamente, la civiltà occidentale, è questa l’ipotesi di Heidegger, ha imparato a pensare la realtà solo in termini “metafisici”, ossia considerando ogni cosa (ente) in quanto oggetto o presenza riducibile a concetto. E quindi è finita in un vicolo cieco, in cui, pur dominando la realtà, non la comprende fino in fondo. L’altrove dimenticato prende quindi le sembianze del Niente scientificamente trascurabile. 

Il paradosso moderno è che questo Niente, che invece è l’essere, diventa comprensibile soltanto quando la realtà composta degli enti che diamo per scontati scompare in uno stato d’animo al limite della vertigine emotiva ed esistenziale: “Accade, nell’esserci dell’uomo uno stato d’animo in grado di portarlo dinanzi al Niente stesso? Questo accadere è possibile, è pure reale, solo per degli attimi, nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia (Angst) (…) tutte le cose e noi stessi sprofondiamo in uno stato di indifferenza. Questo, tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi”. Nell’abisso dell’angoscia il mondo è ridotto a niente, ma questo niente, come Heidegger aveva spiegato in Essere e Tempo due anni prima, “getta l’esserci di fronte a ciò di cui prova angoscia: il suo autentico poter essere nel mondo (…) l’angoscia schiude pertanto l’esserci come essere-possibile”. La possibilità, in altre parole, che il mondo sia qualcosa di più di ciò che appare; la eventualità che le cose date, messe in vendita, proposte e impacchettate, le cose della Kaiserstrasse, non corrispondano al mondo; il sospetto, anzi, che questo pattume consumistico nasconda lo stato del mondo. La stessa Germania, rasa al suolo nel 1945, è risorta come shopping centre. A Wuerzburg i beni heritage, disintegrati con le bombe incendiarie, sono risorti perché emanano un’aura di valore universale. Servono insomma a nobilitare i negozi della Domstrasse e della Schoenbornstrasse. Questo è metafisica.

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Ma il tiepido vento di ponente già smuove una fitta pioggia di fiori. Devo gioire del verde a cui fui grato per l’ombra? Presto la tempesta lo disperderà, quando ingiallito ondeggerà in autunno. Goethe riconosceva una serenità allo scorrere del tempo. Questo per lui significava che anche nella inesorabilità dei giorni finiti, delle stagioni chiuse per sempre, degli anni archiviati si possono trovare momenti di pace e di serena accettazione del mondo così come è.  Il Meno, quando lo sguardo si apre sull’Alte Bruecke e sulla Marien Festung, residenza dei vescovi principi di Wuerzburg fino al 1719,  possiede questa calma infinita, ancora oggi, e dischiude nel cuore del visitatore tormentato dal presente la possibilità di un respiro più grande. Bisogna salirci a piedi, alla Festung. Trentacinque minuti di cammino in quota, lungo un sentiero a serpentina tra i vigneti, che parte nel cortile della piccola basilica scura di Sankt Burkard costruita nel 1042; bisogna intraprendere questa passeggiata in solitaria, sorvegliati dal volo dei falchi pellegrini, per aggredire il timore che non ci sia rimasta che la metafisica, in cui disperare di tutto, e soprattutto per il destino degli animali. Sotto il sole finalmente rovente, il passo sfiora le viti che portano grappoli ancora verdi e immaturi, i cardi e i fiori di campo. Sì, un pensiero è sempre possibile. Ma c’è qualcosa in noi esseri umani che lo ostacola, anche quando lo vorremmo. Non riusciamo ad essere consapevoli della nostra epoca. Siamo condannati ad una sorta di agnosia temporale. Probabilmente è la struttura evolutiva e neurologica del cervello a tenerci lontani dal realismo necessario a fronteggiare gli effetti macroscopici della distruzione della biosfera. L’area di Wernicke del nostro cervello si è evoluta per osservare e quindi re-immaginare le cose attorno a noi attraverso il linguaggio e l’astrazione simbolica. Osserviamo il mondo non per quello che è, ma attraverso i concetti costruiti da noi. Heidegger vedeva nella metafisica una sorta di destino: “finché rimane animal rationale, l’uomo è animal metaphysicum. Finché l’uomo si considera un essere vivente dotato di ragione, la metafisica, come dice Kant, appartiene alla natura dell’uomo”.

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Siamo in pochi quassù, sopra Wuerzburg, a passeggiare tra le torri della Festung, che, spoglia di turisti, esprime l’inquietudine delle sue pietre vecchie di dieci secoli. Prendo appunti su una panca di legno, benedicendo l’irruzione del sole rovente che persiste a scomparire ad intermittenza, come se le nuvole, per una volta, prendessero il nostro posto nell’interferire con le cose di natura. Il richiamo metallico dei falchi pellegrini si espande dentro il silenzio delle cinta muraria. Come sempre, gli animali indicano una strada. Quasi inconsapevolmente trovo il sentiero che conduce nel fossato del castello vescovile, ora diventato un frutteto con alberi di pere, nespole, gelsi e meli. Da quaggiù gli alberi sono così alti che si ha la sensazione di sprofondare nell’erba, mentre lo sguardo, rivolto verso l’alto, indugia incantato sull’ombra di arancione che già colora le pere del prossimo autunno. Che cosa significa essere eredi? Aprire un armadio in soffitta e scoprirci i nostri vestiti di quando eravamo bambini. Non sono meno nostri per il solo fatto che non ci stanno più.

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E se un giorno hai smesso di essere un bambino, quel giorno è stato il tuo inizio. Le tue decisioni sono le tue origini. Sali con paura, e con orgoglio, i gradini di pietra pericolosi e ripidi della Katzenberg Straße di Bamberg, e ascendi, come Colombo sull’Atlantico in vista del Nuovo Mondo, al Domplatz. Lo spettacolo teatrale in cui l’acropoli di Bamberg precipita il visitatore è prodigioso. A sinistra, Il Bamberger Dom, la cattedrale di San Pietro e San Giorgio fondata nel 1004 e ricostruita dopo un incendio nel 1237. Guglie gotiche, navate robuste, portali labirintici e vertiginosi, un inno monumentale al potere religioso che per secoli ha dovuto mascherare la rapacità materialista della nuova fede europea.

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Di fronte, sul lato occidentale della piazza, l’Alte Hofhaltung, la facciata cinquecentesca che dava accesso alla residenza vescovile.

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A destra, infine, la Neue Residenz barocca del vescovo elettore principe di Bamberg, edificata tra il 1695 e il 1704, a guerre di religione concluse, in principio del secolo in cui, consolidate le basi oltre atlantico, si poteva davvero cominciare a fare sul serio (12milioni e mezzo di deportati africani verso il Nuovo Mondo tra il 1520 e il 1807).

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Questa piazza è una gigantesca rappresentazione del carattere europeo, del modo in cui la ricerca della armonia estetica è sempre coincisa, per noi, con la brutalità del dominio. La pura potenza dell’idea che si costruisce da sé. Nessuno che contempli questa piazza con un minimo di onestà prova compassione spirituale o estasi religiosa o nostalgie cristiane. Qui esplode, nel genio, la volgare spietatezza del progetto europeo. Per questo, all’ombra del Dom, mi viene in mente la mattina cupa di 15 anni fa in cui visitai il santuario di Delfi, in Grecia. Minacciava pioggia e i resti del regno di Apollo, dio della profezia, sorgevano tristi e mutilati.  Il temporale imminente e la poca luce, svelando la verità di quel luogo ormai sconsacrato, riuscirono nel miracolo di restituire la parola alle statue degli dèi e degli eroi conservate nel museo. E ora, in questa piazza, odo di nuovo la loro voce: 

Avete fatto il vostro meglio, Europei! Avete compiuto l’impresa,  sottomettere l’intera biosfera ! Non stupitevi, ora, del presentimento che qualcosa sia giunto alla fine! Vi avevamo pur avvertito che l’impresa era estinzione! Io, Apollo, non ti ho mai rassicurato sulla tua natura divina; non ti ho mai promesso che avrei sconfitto la morte per te; non ti ho mai detto che combattere il dolore non avrebbe richiesto di mobilitare le risorse naturali di ogni angolo del Pianeta; ti ho solo insegnato ad essere il migliore, mettendoti in guardia dall’abisso del tuo talento! Ora, se ti è rimasto un po’ dell’ardimento antico, contempla il buio in cui hai sprofondato te stesso, assorbi le tenebre e nell’oscurità riconosci le origini del mio oracolo!

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Questo è il patrimonio dell’umanità che si respira a Bamberg, tanto più orribile e mostruoso quanto più magnifico si rivela nelle sue invenzioni estetiche ed urbanistiche. Ciò che oggi chiamiamo bellezza non è altro che la creazione dell’impresa: imperi globali, oceanici, capaci di arrivare dappertutto, per il semplice gusto di farlo. C’è qualcosa di talmente ingenuo nella spontaneità con cui tutto questo è avvenuto che, passeggiando per Bamberg, la clemenza e la compassione mitigano l’indignazione per il nostro uso sconsiderato delle risorse naturali. 

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A me pare che Giambattista Tiepolo riuscì ad interpretare questa attitudine mentale dei suoi contemporanei quando dipinse l’affresco dei 4 continenti sul soffitto dello scalone d’onore della Residenz di Wuerzburg.

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Residenz Würzburg, Treppenhaus (R.3), Nord-, West- und Ostwand mit Afrika, Asien und Blick Richtung Amerika

Quest’opera non comunica a chi la contempla soltanto una idea del globo terraqueo così come la immaginavano i contemporanei di Tiepolo nel 1752 in senso strettamente geografico, ma restituisce anche un sentimento di intensa gioia. Stando in piedi alla base della scalinata, il primo continente ad occupare tutto il campo visivo è l’America. Sulla testa un copricapo di piume variopinte rosse e verdi, identico a quello dei Tembe, una popolazione nativa dell’Amazzonia brasiliana, le cui foto hanno ottenuto gli onori della cronaca durante i roghi che hanno devastato l’Amazzonia fra agosto e settembre del 2019. Il Nuovo Mondo ha il braccio teso verso destra, come l’Apollo di Olimpia, a dettare il ritmo della storia al suo nuovo inizio.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Amerika’, Amerikadarstellung

Salendo di qualche gradino, la visuale si apre a 360 gradi su un cielo rosa pastello, grigio e giallo che è il cosmo. L’intero affresco è cioè concepito perché chi vi entra si senta assorbito dal globo, che gli Europei hanno finalmente reso accessibile. L’effetto tridimensionale è vertiginoso: più si sale, più si diventa parte del mondo intero. L’Asia, seduta sul suo elefante, guarda verso l’America; tra America e Asia un oceano di luce che equivale all’Atlantico e al Pacifico.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Afrika’ auf Kamel/Dromedar und kniender Diener mit Sonnenschirm, Afrikadarstellung

L’Africa è commercio, cammelli e uno scrigno di spezie, volto accigliato e assorto, geografia di ricchezze. Nel suo equilibrismo barocco questo affresco contiene le ambizioni universali del Settecento europeo: il caos di ciò che è sconosciuto, che però è anche cornucopia di risorse naturali. E questo è metafisica.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, Figur der ‘Asia’, Hut und Kugelstab unterhalb der gemalten Brüstung und Medaillon mit antikisierender Büste eines bärtigen Mannes, Asiendarstellung

Gli antichi dei, i poeti e i maestri sono di conforto in questo dannato collasso globale a cui attribuiamo definizioni insufficienti e imprecise: Antropocene, epidemia, Accordo di Parigi per il clima. E lo sono perché consentono di avvicinarsi, ancora e nonostante tutto, a ciò che Peter Handke chiama durata. Il fruscio dell’erba attraversata dal vento. La persistenza nel tempo e nello spazio. Queste voci, oggi neglette, accompagnano, con spontanea generosità, i rari momenti in cui si avverte di poter respirare a pieni polmoni, lasciando che il sentimento della libertà torni a rallegrarci. Ed è questo che succede al tramonto, mentre su una panchina nel Kornmarkt di Heidelberg, leggo alcune parole di Hoelderlin che ho già letto mille volte, ma che qui, nella sua terra, acquistano tutto un altro potere di evocazione, una forza divinatoria: O ihr, die ihr Das Hoechste und Best sucht, in der Tiefe des Wissens, in Getuemmel des Handelns, im Dunkel der Vergangenheit, im Labyrinthe der Zukunft, in den Graebern oder ueber den Sternen! Wißt ihr seinen Namen? Den Namen des, das Eins und Alles? Seine Name ist Schönheit. (O voi, che cercate quanto di è di più alto e di più più perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza). E tutto questo non è metafisica.

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Nell’incedere nitido della parole tedesche, una dopo l’altra, nel loro legarsi e dichiararsi l’una dentro l’altra (ineinander), il mondo prende forma, è vero, ma per rivelarsi. Siamo imprigionati nelle contraddizioni del nostro cervello, che sono evolutive e biologiche prima ancora che essere culturali, ma non per questo siamo condannati a non sentire più accadere le cose del mondo dentro la nostra coscienza. 

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La contro-metafisica, che nei secoli dell’impresa prendeva il nome oggi obsoleto di poesia, è la nostra unica risorsa contro l’avanzare dell’estinzione. E ne sono certa passeggiando per Friburgo, la città di Heidegger, che non sente il dovere di attribuire a lui e a Husserl una targa commemorativa all’esterno della Alte Universitaet: “le placche con i nomi avrebbero un impatto meno commemorativo nel contesto della sfera pubblica rispetto ad un museo che mostra la rilevanza di entrambi i filosofi nei loro rispettivi campi di ricerca e l’influenza che ciascuno di loro ha avuto sulla storia dell’università”, come recita una nota ufficiale dell’ufficio stampa. Mi chiedo per quale motivo è invece significativo il nome di McDonald’s sull’edificio storico della Martinstor. Questa è metafisica. Eppure, alle sette di sera le campane vecchie di mille anni del Muenster, la cattedrale medievale di Friburgo, battono l’ora. Questo è il tempo della passeggiata della sera. Mi attardo tra le bancarelle di vecchi libri, sotto l’ombra gotica. Schiller, Roth, il Romanticismo a Dresda. È questa la semplicità che per molto tempo non ci è più bastata e a cui, tuttavia, agogniamo come cechi in cerca di un cammino. 

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(Durante questo viaggio ho sempre viaggiato in treno, ma non ho seguito una dieta vegana che considero irragionevole, e anti-storica)

Copyright e Credits per le foto degli arredi e dell’affresco del Tiepolo della Residenz di Wuerzburg: Bayerische Verwaltung der staatlichen Schlösser, Gärten und Seen (Bayerische Schloesserverwaltung)

African Oil Dream: in espansione i progetti petroliferi africani

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L’Africa ha bisogno dei combustibili fossili e il cambiamento climatico non può essere una scusa per tagliar fuori centinaia di milioni di africani dal diritto all’elettricità. Questa la presa di posizione, fermissima, di NJ Ayuk,  Executive Chairman della  AFRICAN ENERGY CHAMBER, di Johannesburg, Sudafrica, un network di imprenditori, dignitari e soggetti governativi che collaborano per l’implementazione della reti energetiche sul continente. 

Una bordata non da poco al perbenismo climatico di noi Europei. 

Ma, soprattutto, Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà. Mettere sotto pressione l’Africa perché agisca in un altro modo è un insulto, un atteggiamento non certo migliore che gettarci aiuti stranieri presupponendo che gli Africani siano incapaci di costruire un futuro migliore per se stessi. È anche una forma di ipocrisia da parte di Paesi e persone che godono della sicurezza, della più lunga aspettativa di vita, dei comfort e delle opportunità economiche associate con una disponibilità di energia abbondante e affidabile, dire:  Forza, Africa, è ora, basta combustibili fossili per te ! Misure estreme per tempi di emergenza !”.

L’intervento di Ayuk è in aperta polemica con le istituzioni occidentali come la World Bank e la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) e di quello che Ayuk ritiene essere un approccio occidentale al problema del cambiamento climatico. Ayuk, che ha ribadito le sue posizioni alla BBC in una intervista in diretta alle 6.30 del mattino lo scorso 3 marzo, ha scritto: “sono d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico debba essere preso seriamente, ma non possiamo accettare risposte sull’onda di forti emozioni (knee-jerk). Non possiamo derubare il nostro continente dei benefici significativi realizzabili con operazioni su petrolio e gas, grazie alle opportunità economiche fornite dalla monetizzazione delle risorse naturali in iniziative di importanza critica sull’energia prodotta dal gas. Non sono assolutamente per uno stop sui programmi delle rinnovabili, devono essere implementati e spero lo saranno di più. Sto semplicemente dicendo che è troppo presto per un approccio aut-aut tra fonti verdi e fonti fossili”.

Dal futuro energetico dell’Africa dipende buona parte del destino energetico del Pianeta. E la ragione sta in un indice di analisi della realtà che continua ad essere il convitato di pietra del dibattito ambientale: la demografia umana. Lo ha spiegato con ricchezza di dettagli la EIA (International Energy Agency) nel rapporto AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019. 

La popolazione africana è la più giovane del mondo, Entro il 2040 una persona su due al mondo sarà africana e nel 2023 il continente sarà più popolato della Cina e dell’India. Questo significa che “più di mezzo miliardo di persone andranno ad ingrossare la popolazione urbana africana entro il 2040, più di quante ne abbia assorbite in 20 anni il boom economico ed energetico cinese”. E tuttavia “oggi, 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e circa 900 milioni di persone non possono cucinare con una fonte di energia pulita; finora, gli sforzi dispiegati per fornire i moderni servizi di uso dell’elettricità sono riusciti a fronteggiare in modo inadeguato la crescita della popolazione”.

Tutto questo, mentre le emissioni di gas serra del continente valgono solo per il 2% del totale mondiale. Un altro parametro, tuttavia, è ancora più indicativo: ad oggi, in Africa c’è il più basso indice al mondo di proprietà di un qualche apparecchio per la refrigerazione degli ambienti (condizionatore, ventilatore e così via). Eppure, riporta la EIA, nel 2018 le persone che avrebbero avuto bisogno di un condizionatore erano 700 milioni, che nel 2040 saliranno a 1200 milioni. Tutto questo in uno scenario di cambiamento climatico. 

Sempre secondo lo AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019, l’Africa negli anni a venire sarà sempre più una potenza globale sui mercati del petrolio e del gas: “la crescita prevista nella domanda di petrolio è più alta di quella cinese e seconda soltanto a quella dell’India, poiché il volume delle autovetture è destinato a più che raddoppiare (e la maggior parte di queste auto avrà una scarsa efficienza energetica) e il GPL (gas liquefatto) si sta imponendo come carburante pulito per cucinare. Il peso crescente dell’Africa si fa sentire anche sui mercati di gas naturale, essendo il continente la terza fonte, al mondo, per il soddisfacimento della domanda di gas naturale”. 

In anni recenti “una serie di scoperte significative di depositi di gas naturale sono avvenute in Egitto, Africa Orientale (Mozambico e Tanzania), Africa occidentale (Senegal e Mauritania) e Africa meridionale, che valgono, insieme, per il 40% delle scoperte di gas, nel mondo, tra il 2011 e il 2018”. 

Nel cocktail energetico dei prossimi decenni avranno il loro posto il biogas, l’etanolo e il gas naturale: “la domanda di elettricità in Africa, attualmente, è di 700 terawatt/ora, con le economie del Nord Africa e del Sud Africa che valgono per il 70% del totale. Eppure”, continua la EIA, “sono i Paesi dell’africa sub-sahariana che fronteggeranno la crescita di domanda più consistente nella entro il 2040”. Il potenziale per il solare è enorme: ad oggi sono attivi impianti a pannelli solo per 5 gigawatts, meno dell’1% del totale globale, ma che potrebbero salire a 320 gigawatts nel 2040; l’eolico è in espansione in Etiopia, Kenya, Senegal e Sudafrica. 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare. 

Elettricità vuol dire investimenti enormi non solo negli impianti di produzione, ma anche nelle reti di diffusione. Esigenza che si somma alle preoccupazioni ambientali per il boom di collegamenti infrastrutturali e le loro implicazioni sui restanti bacini di foreste e biodiversità. Il destino dei primati, e delle ultime popolazioni di grandi scimmie, è particolarmente buio e ormai in rotta di collisione con la fame di energia e di strade del continente, come hanno dimostrato numerosi studi recenti. 

Le osservazioni di NJ Ayuk (la AFRICAN ENERGY CHAMBER non ha dato risposta ad una mia email con la richiesta di ulteriori delucidazioni) denunciano un nervo scoperto dell’intera costruzione negoziale, ma anche culturale, delle trattative sul clima. La comunione di intenti globale sul passaggio alle rinnovabili ed ad una qualche transizione dalla economia fossile ad un modello più coerente con la catastrofe ambientale è solo una illusione. I punti forti delle affermazioni di Ayul ci riportano indietro nel tempo, al 1992, quando la questione post-coloniale della giustizia climatica è diventata argomento politico. Sarebbe ridicolo sostenere che l’irrigidimento delle posizioni degli attori in campo si siano ammorbidite in questi 28 anni. 

Fino a che punto il risentimento e il disagio post-coloniale lavorino nei corridoi sotterranei del disastro ambientale traspare da un reportage spettacolare di Bill McKibben scritto per il New Yorker ( tra parentesi, lo stesso magazine per cui scrive Jonathan Franzen) nel 2017: The Race to Solar Power in Africa. McKibben, spostandosi tra Ghana, Costa d’Avorio e Tanzania, ha documentato il tipo di imprenditoria che sta ampliando il mercato del solare in Africa: “molti imprenditori occidentali vedono l’energia solare in Africa come una opportunità per raggiungere un mercato ampio e fare così dei profitti considerevoli”. Questi imprenditori sono spesso persone che hanno lavorato nella Silicon Valley; una degli intervistati, Nicole Poindexter, fondatrice e C.E.O. della Black Star, è stata trader sui derivati con una laurea ad Harvard. Lo stesso McKibben, arrivando negli uffici di una altra compagnia, la Off-Grid Electric ad Arusha, in Tanzania, ammette “l’atmosfera ricordava Palo Alto o Mountain View”.

Le domande poste da NJ Ayuk contengono, allora, quanto meno un legittimo dubbio. Sulla pertinenza e sulla opportunità di espandere il discorso sul clima oltre la confortevole zona di benessere psicologico dell’Occidente, smettendola di parlare sempre dal nostro punto di vista. Bisogna spostarsi sulle rinnovabili, ma farlo non è un passaggio indolore o una autostrada ad una sola corsia, come vorrebbero farci credere i sostenitori acritici di Greta Thunberg. La faccenda è molto più complicata e coinvolge anche il retaggio culturale di stagioni storiche che vorremmo dimenticate, ma che sono ancora vive e vegete. Quanto meno nella percezione psicologica che molte nazioni africane hanno del nostro atteggiamento nel pieno del collasso del Pianeta. E, signori e signori, la percezione dell’opinione pubblica è il più dirompente e sottovalutato dei fattori politici. Come ha detto la climatologa Kate Marvel, climatologa del Goddard Institute for Space Studies della NASA: “You can’t put the legacy of colonialism in a climate model”. 

Potrebbero intanto partire ad aprile del 2021 i lavori per la costruzione della più lunga conduttura di petrolio al mondo, tra Uganda e Tanzania: lo East African Crude Oil Pipeline. Questi i numeri: 900 miglia dal Lake Albert al porto di Tanga, Tanzania, sull’Oceano Indiano;  12 riserve naturalistiche  e 200 fiumi attraversati; 500 pozzi di estrazione, 216mila barili al giorno. Ne avevo parlato lo scorso giugno (2019) su LA STAMPA, a proposito del futuro impatto ambientale nella foresta protetta di Minziro, Tanzania. 

La Demokratische Stimme è la nuova voce della Germania

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(La Demokratische Stimme alla Porta di Brandeburgo lo scorso 9 settembre. FB Page)

Al tramonto dell’era Merkel il fermento politico in Germania ribolle. Ma ai confini delle stanze del potere, fuori dei grandi partiti, è la questione ambientale a funzionare come coagulante per le nuove forze in campo. Acerbe, eppure dotate di quella travolgente spinta a capire il mondo e i problemi del XXI secolo che solo la gioventù può esprimere. Il più originale di questi movimenti – già in comunione di intenti ideali con Extinction Rebellion e Friday for Future – è la Demokratische Stimme – Aufstand der Jugend (Voce Democratica – Sollevazione della Gioventù, una NGO), che il 25 gennaio scorso ha manifestato a Berlino nella sua seconda uscita pubblica. Simon Hoffmann, leader del gruppo, ha letto il Manifesto della Demokratische Stimme, un testo appassionante e accusatorio che parla del presente politico come di un “ospedale dei diritti umani”: i basilari diritti delle nuove generazioni sono chiusi in un manicomio di decisioni politiche, orientate a perpetuare gli schemi criminali che hanno distrutto biosfera e atmosfera. I giovani, si legge nel Manifesto, sono tagliati fuori dalla democrazia, perché non hanno né diritto a partecipare al discorso pubblico sul futuro (Mitsprache) né a contribuire alla definizione di questo futuro (Mitgestaltungsrecht): “Il sistema ci tratta coi piedi (…) paghiamo per una festa a cui però non siamo stati invitati”. Il Manifesto considera inoltre la sesta estinzione di massa – in corso – come un tema politico di primissimo piano. E allora, dicono i giovani, “è nostro dovere come cittadini della Terra” reagire.

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(Dalla manifestazione del 9 settembre 2018, FB Page)

Il 9 settembre 2018 il Movimento era alla porta di Brandeburgo con una manifestazione- performance di rottura (per modi, stile e intenti) altamente provocatoria: i giovani portavano sulle spalle in vere e proprie lettighe ricchi signori in pelliccia e abiti tipo Gucci, intenti a contare migliaia di banconote. I miliardari, alla fine sconvolti dalla loro stessa voracità senza limiti, distruggono il denaro e chiedono ai giovani di ballare tutti insieme. L’obiettivo del movimento è una assemblea pubblica, aperta ai giovanissimi, del tipo di quella, con potere consultivo, chiesta da Extinction Rebellion UK. In altre parole, un cambiamento storico nell’attuale assetto delle democrazie parlamentari europee: uno Jugendrat (Consiglio della Gioventù). Ne ho parlato proprio con Simon Hoffmann.

Da quanto avete fatto vedere negli ultimi mesi a Berlino, è finita una stagione di indifferenza alla politica.

“Democrazia e rivoluzione sono connessi l’uno con l’altra. Solo un anno fa abbiamo assistito alla rivolta delle donne, con il movimento MeToo, adesso qui in Europa c’è una altra rivoluzione: i ragazzi e gli adolescenti entrano in politica. Giovani e politica non sono più in contraddizione. E questo perché la posta in gioco è semplicemente la possibilità di averlo, un futuro. È ingiusto che i settantenni e gli ottantenni decidano come sarà un tempo che di fatto non vivranno. È davvero un passaggio di grande impatto, che finalmente si chieda che i ragazzi votino, che abbiano accesso al potere decisionale”. 

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(Campagna contro il caro affitti di Berlino – Museo FHXB, Kreuzberg)

Nel vostro Manifesto c’è un tema politico completamente nuovo, e cioè l’eredità. Vi chiedete come si possa sentirsi giovani in una società che si incarica di distruggerlo, invece, il futuro.

“Sì, l’eredità – cosa abbiamo ricevuto e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi – è un nuovo tema politico e lo è perché siamo tutti connessi. Pensa a Friday For Future, ma anche ai fermenti in corso dall’altra parte del mondo, in Sudafrica per esempio, contro l’establishment. C’è il sentimento che tutti facciamo parte di un unico contesto. I giovani stanno diventano saggi. Ed è importante capire che nessuno è solo. Il movimento è su scala mondiale. Per questo noi della Demokratische Stimme abbiamo chiamato le nostre campagne, e il nostro motto, You Move : la gioventù che si solleva è una e una sola. Nella testa abbiamo il sogno di un futuro decente. 

Parlando di programmi, come traduci in azione questa visione?

Vogliamo dare un impulso ad una riscrittura della democrazia. Per questo abbiamo elaborato un programma in 5 punti, una Visione del Mondo, tanti quanti sono le dita di una mano. Una concezione olistica di quello che abbiamo davanti, del Pianeta e delle persone, della natura e del clima”. 

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(Campagna contro il cari affitti a Berlino)

Parlami di questi cinque punti. E perché soltanto i giovani, a tuo parere, ci possono costruire sopra un futuro.

“Il primo punto è fondamentale e riguarda l’educazione, che deve essere libera da influenze esterne. Oggi nelle scuole vige una sorta di dittatura, disegnata ad hoc per trasformare gli studenti in consumatori. Non si pongono domande e la propria autenticità finisce perduta. Io paragono la gioventù al bozzolo di una farfalla: le ali, per come siamo messi oggi, non potranno mai volare. Ed è qui che si inceppa ogni idea di un futuro. Perché devi considerare questo, che ogni nuovo trend sociale e politico comincia dai giovani, e che ognuno di noi ha un suo specifico potenziale. Se queste energie fresche, inedite, vengono spente sul nascere, lo status quo è garantito, ma se si mettono insieme, c’è un climax di cambiamento”. 

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(Karl Marx Allee, Berlino: campagna contro il caro affitti)

Intendi che qui occorre un cambio di rotta, che la cultura stessa va rimessa in discussione sotto la categoria di futuro?

“Sì, infatti il secondo punto è il sostegno totale alla cultura dei giovani. La gioventù è il motore del cambiamento. Qui in Germania siamo ricchi perché attorno ci sono tantissimi poveri. Pensa solo all’Africa, al neocolonialismo. È come ai tempi di Hitler: abusiamo di altri Paesi a nostro totale beneficio. Certo, accogliamo moltissimi rifugiati, ma la maggior parte finisce a svolgere lavori pagati pochissimo. Solo a Berlino ci sono 10mila senza tetto. La nostra politica economica è ricalcata su quella americana, e di fatto ci accontentiamo di vedere il mondo così come lo vedono gli USA. Bisogna cambiare prospettiva: una concezione del mondo davvero globale, e quindi una lotta globale per sopravvivere. Come individui, come esseri umani, abbiamo tre livelli di responsabilità: noi stessi, le persone che ci stanno a cuore e ci sono vicine, e chiunque possa entrare in contatto con noi, e cioè l’intero Pianeta Terra compresa la natura. Dobbiamo farci la nostra strada a prescindere dai diktat che vengono dagli adulti, e questo significa preferire l’autenticità di ogni essere umano al Capitalismo. Ai miei coetanei che vivono di shopping e di iPhone io dico, sono capace di sentimenti, per quale motivo devo eliminarli facendomi di droghe e di telefonini?”.

La rivoluzione è stata, per tutto il Novecento, una dimensione politica a sé stante. Oggi, secondo te, la democrazia e la rivoluzione possono fondersi l’una dentro l’altra?

“Sì, il terzo punto per noi ha a che fare con la democrazia e con la rivoluzione. Noi lo chiamiamo Cre-revolution: la rivoluzione deve essere creativa, perché deve partire dall’interno delle persone e superare l’impostazione patriarcale in cui viviamo oggi. Il quarto punto, poi, riguarda le risorse e la proprietà. Chi di noi ha il diritto di decidere quante risorse naturali gli spettano? E d’altronde, perché qualcuno deve poter accaparrare le risorse del Pianeta solo in nome della propria disponibilità finanziaria? Ogni persona ha diritto, invece, a condividere le risorse naturali con tutti gli altri viventi: noi proponiamo un quantitativo di risorse basico, fondamentale. E il presupposto è che nessuno può dirsi proprietario di ciò che proviene dal Pianeta. Piuttosto, le risorse le prendiamo a prestito. Lo sfruttamento attuale, pensa all’Africa, è invece disegnato sullo sfruttamento. Pertiene ai diritti umani fondamentali sapere quanto è mio diritto consumare. La Cre-revolution sarà la nostra prossima campagna”. 

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(Warschauer Strasse, Berlino: “L’odio non porta a nulla, Dio non ti aiuta, non fa alcuna differenza di chi sei innamorato, è sempre uguale )

Tutto questo presuppone un cambiamento radicale del sistema economico mondiale.

“Attualmente, viviamo costretti dai vincoli di un sistema economico monetario, e cioè fondato sulla moneta. Bisogna elaborare nuove forme di credito, e questo è il quinto punto, per avere una alternativa allo strapotere della moneta. Il denaro di per se stesso è un cancro e va smantellato per ricostruire un ordine differente. 

Tu hai 22 anni: quale è la tua storia personale, come sei arrivato a queste conclusioni, da cittadino tedesco e del mondo?

“Sono cresciuto a contatto con la natura, vicino ai boschi, senza telefonino. È ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che valorizzava i talenti creativi dei bambini e la loro fantasia. Ho studiato cinematografia e storytelling e il mio più imminente progetto è girare un documentario su Aufstand Der Jugend. Quando ho scoperto cosa succedeva per via dei cambiamenti climatici, sono rimasto allibito. Non è facile essere tedesco: per molti la Germania è un modello di regole e di efficienza, ma viviamo in una condizione di propaganda modellata sul modello americano. Potevo allinearmi, seguire il corso delle cose, e provare a diventare ricco anche io. Ma non era ciò che volevo. Davanti alla miseria del continente africano, del Sud America e alla povertà di posti come l’Indonesia, mi sento un tedesco bianco che ha delle responsabilità precise per quello che succede. Sono partito da qui”. 

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(Simon Hoffman al centro, insieme ad alcuni manifestanti. FB Page)

 

Clima, pane ed elezioni europee: Berlino, febbraio 2019

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In questo inverno europeo con un febbraio dalle temperature già primaverili, ed imminenti elezioni per il parlamento comunitario di Bruxelles, un nuovo, devastante soggetto politico è ormai sulla scena. Molto più disturbante del populismo, che, anzi, ne è un sintomo: il collasso della biosfera. Non più tardi del 21 febbraio, la FAO ha pubblicato un rapporto – Biodiversity for food and agricolture – sulla connessione tra il crollo dei sistemi trofici terrestri, dovuti all’estinzione delle popolazioni di specie chiave come gli impollinatori, e la nostra possibilità di produrre cibo: negli ultimi 20 anni il 20% della superficie coltivabile della Terra ha perso fertilità; sono in declino il 63% delle piante, l’11% degli uccelli e il 5% dei pesci e dei funghi. In termini semplicissimi, il fatto che i pipistrelli siano in estinzione ha conseguenze dirette sul fatto che gli scaffali del supermercato siano pieni di scatole e confezioni di alimenti commestibili. 

La crisi alimentare è un incubo che a partire dal secondo dopo guerra l’Occidente ha dato per sconfitto. Troppa fame s’era vista in Europa nei decenni precedenti. John Maynard-Keynes, l’economista del circolo di Bloomsbury che nel 1918 partecipò, insieme alla Delegazione Britannica, alle prime fasi dei negoziati di Versailles per definire il Trattato di pace con la Germania, discusse del peso che la disponibilità di derrate alimentari ebbe nello sforzo bellico tedesco e nelle sue, improbabili, possibilità di successo. Maynard -Keynes discusse anche del fatto che riparazioni di guerra inique avrebbero innescato un problema generale di privazione alimentare che, infine, sarebbe diventato miccia incendiaria per i nazionalisti. Per i populisti, diremmo oggi. Quando una nazione dipende dall’importazione di cibo oltre la propria capacità produttiva, la carestia è una probabilità concreta. Così fu per la Germania del Kaiser, in cui già nell’ottobre del 1915 le donne del quartiere berlinese di Friedrichshain organizzarono accese rivolte per il pane. Ma Keynes, nella sua analisi delle “conseguenze economiche della pace” di Versailles, aveva preso in considerazione anche l’eccesso di popolazione come fattore di crisi interna, dalle implicazioni sicure ancorché non lineari sulla stabilità interna di un sistema economico e politico: lo spettro di Malthus. Da sempre, anche se ce lo siamo dimenticati, la fame è un soggetto politico. E poiché i cambiamenti climatici e l’estinzione delle forme di vita del Pianeta riguardano, ahimè, da vicinissimo la capacità stessa di ricavare cereali dalla terra, ci troviamo, come Europei, di nuovo al centro di una tempesta  di proporzioni apocalittiche che riguarda il pane.

Nell’anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar (1919-2019), la Germania e Berlino, sede del dominio finanziario tedesco sulla EU, sono al centro della tempesta. Il Bundestag ha deciso l’uscita dal carbone (la Kohleaufstieg) per il 2038, data incompatibile con gli obiettivi climatici pur sottoscritti nel 2015 a Parigi; la foresta di Hambach, agorà di scontri violenti con gli ambientalisti, è “congelata” fino al 2020. Il Paese, intanto, non sta a guardare ed è percorso da fortissimi fermenti politici giovanili, che pretendono un cambio di rotta serio: Extinction Rebellion e la Demokratische Stimme sono i più radicali. A Berlino, la drammatica carenza di alloggi e il caro affitti motiva un discorso pubblico al vetriolo per il diritto alla casa: ovunque in città annunci, proclami e slogan stanno appiccicati su muri e piloni della luce a denunciare la condizione di miseria di migliaia di cittadini tedeschi. 

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(Berlino, giugno del 1945: donne fanno la fila per le patate)

Queste voci chiedono di svegliarsi dal sonno del giusto, alla società civile in primis. E di cominciare a prendere in serissima considerazione ciò che anche parte degli economisti ormai ammette. Il 9 febbraio un articolo uscito su FORBES.COM ( Unless it changes, Capitalism will starve humanity by 2050) poneva lo stesso interrogativo degli attivisti tedeschi: “Come possiamo aspettarci di nutrire così tante persone ( ndr: i 10 miliardi di individui che ci si aspetta abiteranno il Pianeta entro il 2050) mentre, al tempo stesso, esauriamo le risorse naturali rimaste?”. Una domanda cui Maynard – Keynes avrebbe dato il suo assenso. FORBES cita il libro di due professori di economia, Christopher Wright e Daniel Nyberg (Climate Change, Capitalism and Corporations ) uscito l’autunno scorso, che è molto chiaro al proposito: “Il nostro libro mostra come le grandi Corporation siano in grado di continuare a investire in comportamenti sempre più distruttivi per l’ambiente oscurando il nesso tra una crescita economica senza fine e il peggioramento della distruzione ambientale”. La lotta per canoni di affitto equi e proporzionati ai salari è una eco contemporanea delle grida per il pane nel freddissimo inverno del 1915, al Kreuzberg. La crisi europea è già una crisi di civiltà. E di umanità. 

La BBC ha inserito nel suo palinsesto web una nuova serie di contributi sul futuro dell’umanità, chiedendosi se noi non si sia per caso di già sulla strada per un collasso di civiltà. L’impegno del broadcaster britannico, che pubblicherà anche micro saggi del Centre for the Study of Existential Risk della Università di Cambridge, segue una linea editoriale inedita: “la serie fa un passo indietro rispetto al ciclo chiuso delle notizie del giorno e allarga invece l’angolo visuale oltre l’immediato presente. La società moderna soffre di un consunzione temporale, come ha detto la sociologa Elise Boulding. Vivendo alla prese con un presente che ti mozza il respiro per l’impegno mentale che richiede, non rimangono energie per immaginare il futuro, sostiene la Boulding. Deep Civilization esplorerà cosa veramente ha avuto peso lungo l’intero arco della storia umana e che cosa questo significa per noi e per i nostri discendenti”. Lo stesso giornalismo ambientale, insomma, ha bisogno, urgente, di un lavoro di scavo filologico per mettere in risonanza i diversi aspetti, interrelati, della crisi del XXI secolo. 

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In discussione c’è in sostanza il nostro stesso modello di civiltà. Lo ha spiegato con grande chiarezza su MEDIUM.COM ((Extinction Rebellion isn’t about climate) Stuart Basden, tra i fondatori di Extinction Rebellion: “Quando un autobus sta viaggiando con una certa velocità verso una persona, la sua traiettoria è chiara: finirà addosso a quella persona. Superato un certo punto, diventa inevitabile. Ed è precisamente la situazione in cui ci troviamo noi adesso, considerando l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Abbiamo l’autobus addosso. Le nostre vite stanno per cambiare. E non sappiamo ancora se riusciremo a sopravvivere (…) Sono qui per dire che XR non riguarda il clima. La distruzione del clima è soltanto un sintomo di un sistema tossico che ha ormai infettato i modi in cui ci costruiamo relazioni tra noi essere umani e il resto delle forme di vita. Una condizione che è stata esacerbata da quando la cosiddetta civiltà europea si è diffusa in tutto il globo attraverso la violenza e la crudeltà di 600 anni di colonialismo (…) Dobbiamo curare le cause di questa infezione, non soltanto alleviare i sintomi. Focalizzarsi sulla distruzione del clima (il sintomo) senza presentare attenzione alle ideologie tossiche (le cause) che ne sono il presupposto è una forma di negazionismo”. 

La domanda che sta a fondamento di queste riflessioni è, se possibile, ancora più inquietante: in che modo e in che senso possiamo ancora definirci umani dopo esserci scoperti capaci di distruggere il Pianeta? In Europa, patria dell’umanismo, cioè della visione moderna dell’individuo capace di darsi obiettivi di giustizia, equità e dispiegamento delle sue migliori qualità inventive ed artistiche, l’umanismo è ancora vivo? Oppure no, e il vuoto che sperimentiamo nelle politiche ambientali è invece la nullificazione di ciò che fino ad oggi abbiamo considerato umano? Nei giorni scorsi ero a Berlino per scoprire che cosa ne è stato della nostra idea di umanismo. E per cercare le tracce della nostra umanità oggi sotto accusa.