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African Oil Dream: in espansione i progetti petroliferi africani

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L’Africa ha bisogno dei combustibili fossili e il cambiamento climatico non può essere una scusa per tagliar fuori centinaia di milioni di africani dal diritto all’elettricità. Questa la presa di posizione, fermissima, di NJ Ayuk,  Executive Chairman della  AFRICAN ENERGY CHAMBER, di Johannesburg, Sudafrica, un network di imprenditori, dignitari e soggetti governativi che collaborano per l’implementazione della reti energetiche sul continente. 

Una bordata non da poco al perbenismo climatico di noi Europei. 

Ma, soprattutto, Ayul ha sollevato la questione della autonomia decisionale dei Paesi africani nella transizione energetica: “dovrebbero essere gli Africani, e non della gente che viene da fuori con aria saccente, a decidere quando è il momento giusto per chiudere con i carburanti fossili in Africa, se mai avverrà. Mettere sotto pressione l’Africa perché agisca in un altro modo è un insulto, un atteggiamento non certo migliore che gettarci aiuti stranieri presupponendo che gli Africani siano incapaci di costruire un futuro migliore per se stessi. È anche una forma di ipocrisia da parte di Paesi e persone che godono della sicurezza, della più lunga aspettativa di vita, dei comfort e delle opportunità economiche associate con una disponibilità di energia abbondante e affidabile, dire:  Forza, Africa, è ora, basta combustibili fossili per te ! Misure estreme per tempi di emergenza !”.

L’intervento di Ayuk è in aperta polemica con le istituzioni occidentali come la World Bank e la Banca Europea per gli Investimenti (EIB) e di quello che Ayuk ritiene essere un approccio occidentale al problema del cambiamento climatico. Ayuk, che ha ribadito le sue posizioni alla BBC in una intervista in diretta alle 6.30 del mattino lo scorso 3 marzo, ha scritto: “sono d’accordo sul fatto che il cambiamento climatico debba essere preso seriamente, ma non possiamo accettare risposte sull’onda di forti emozioni (knee-jerk). Non possiamo derubare il nostro continente dei benefici significativi realizzabili con operazioni su petrolio e gas, grazie alle opportunità economiche fornite dalla monetizzazione delle risorse naturali in iniziative di importanza critica sull’energia prodotta dal gas. Non sono assolutamente per uno stop sui programmi delle rinnovabili, devono essere implementati e spero lo saranno di più. Sto semplicemente dicendo che è troppo presto per un approccio aut-aut tra fonti verdi e fonti fossili”.

Dal futuro energetico dell’Africa dipende buona parte del destino energetico del Pianeta. E la ragione sta in un indice di analisi della realtà che continua ad essere il convitato di pietra del dibattito ambientale: la demografia umana. Lo ha spiegato con ricchezza di dettagli la EIA (International Energy Agency) nel rapporto AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019. 

La popolazione africana è la più giovane del mondo, Entro il 2040 una persona su due al mondo sarà africana e nel 2023 il continente sarà più popolato della Cina e dell’India. Questo significa che “più di mezzo miliardo di persone andranno ad ingrossare la popolazione urbana africana entro il 2040, più di quante ne abbia assorbite in 20 anni il boom economico ed energetico cinese”. E tuttavia “oggi, 600 milioni di persone non hanno accesso all’elettricità e circa 900 milioni di persone non possono cucinare con una fonte di energia pulita; finora, gli sforzi dispiegati per fornire i moderni servizi di uso dell’elettricità sono riusciti a fronteggiare in modo inadeguato la crescita della popolazione”.

Tutto questo, mentre le emissioni di gas serra del continente valgono solo per il 2% del totale mondiale. Un altro parametro, tuttavia, è ancora più indicativo: ad oggi, in Africa c’è il più basso indice al mondo di proprietà di un qualche apparecchio per la refrigerazione degli ambienti (condizionatore, ventilatore e così via). Eppure, riporta la EIA, nel 2018 le persone che avrebbero avuto bisogno di un condizionatore erano 700 milioni, che nel 2040 saliranno a 1200 milioni. Tutto questo in uno scenario di cambiamento climatico. 

Sempre secondo lo AFRICA ENERGY OUTLOOK 2019, l’Africa negli anni a venire sarà sempre più una potenza globale sui mercati del petrolio e del gas: “la crescita prevista nella domanda di petrolio è più alta di quella cinese e seconda soltanto a quella dell’India, poiché il volume delle autovetture è destinato a più che raddoppiare (e la maggior parte di queste auto avrà una scarsa efficienza energetica) e il GPL (gas liquefatto) si sta imponendo come carburante pulito per cucinare. Il peso crescente dell’Africa si fa sentire anche sui mercati di gas naturale, essendo il continente la terza fonte, al mondo, per il soddisfacimento della domanda di gas naturale”. 

In anni recenti “una serie di scoperte significative di depositi di gas naturale sono avvenute in Egitto, Africa Orientale (Mozambico e Tanzania), Africa occidentale (Senegal e Mauritania) e Africa meridionale, che valgono, insieme, per il 40% delle scoperte di gas, nel mondo, tra il 2011 e il 2018”. 

Nel cocktail energetico dei prossimi decenni avranno il loro posto il biogas, l’etanolo e il gas naturale: “la domanda di elettricità in Africa, attualmente, è di 700 terawatt/ora, con le economie del Nord Africa e del Sud Africa che valgono per il 70% del totale. Eppure”, continua la EIA, “sono i Paesi dell’africa sub-sahariana che fronteggeranno la crescita di domanda più consistente nella entro il 2040”. Il potenziale per il solare è enorme: ad oggi sono attivi impianti a pannelli solo per 5 gigawatts, meno dell’1% del totale globale, ma che potrebbero salire a 320 gigawatts nel 2040; l’eolico è in espansione in Etiopia, Kenya, Senegal e Sudafrica. 

Ma ci sono anche altri fattori da considerare. 

Elettricità vuol dire investimenti enormi non solo negli impianti di produzione, ma anche nelle reti di diffusione. Esigenza che si somma alle preoccupazioni ambientali per il boom di collegamenti infrastrutturali e le loro implicazioni sui restanti bacini di foreste e biodiversità. Il destino dei primati, e delle ultime popolazioni di grandi scimmie, è particolarmente buio e ormai in rotta di collisione con la fame di energia e di strade del continente, come hanno dimostrato numerosi studi recenti. 

Le osservazioni di NJ Ayuk (la AFRICAN ENERGY CHAMBER non ha dato risposta ad una mia email con la richiesta di ulteriori delucidazioni) denunciano un nervo scoperto dell’intera costruzione negoziale, ma anche culturale, delle trattative sul clima. La comunione di intenti globale sul passaggio alle rinnovabili ed ad una qualche transizione dalla economia fossile ad un modello più coerente con la catastrofe ambientale è solo una illusione. I punti forti delle affermazioni di Ayul ci riportano indietro nel tempo, al 1992, quando la questione post-coloniale della giustizia climatica è diventata argomento politico. Sarebbe ridicolo sostenere che l’irrigidimento delle posizioni degli attori in campo si siano ammorbidite in questi 28 anni. 

Fino a che punto il risentimento e il disagio post-coloniale lavorino nei corridoi sotterranei del disastro ambientale traspare da un reportage spettacolare di Bill McKibben scritto per il New Yorker ( tra parentesi, lo stesso magazine per cui scrive Jonathan Franzen) nel 2017: The Race to Solar Power in Africa. McKibben, spostandosi tra Ghana, Costa d’Avorio e Tanzania, ha documentato il tipo di imprenditoria che sta ampliando il mercato del solare in Africa: “molti imprenditori occidentali vedono l’energia solare in Africa come una opportunità per raggiungere un mercato ampio e fare così dei profitti considerevoli”. Questi imprenditori sono spesso persone che hanno lavorato nella Silicon Valley; una degli intervistati, Nicole Poindexter, fondatrice e C.E.O. della Black Star, è stata trader sui derivati con una laurea ad Harvard. Lo stesso McKibben, arrivando negli uffici di una altra compagnia, la Off-Grid Electric ad Arusha, in Tanzania, ammette “l’atmosfera ricordava Palo Alto o Mountain View”.

Le domande poste da NJ Ayuk contengono, allora, quanto meno un legittimo dubbio. Sulla pertinenza e sulla opportunità di espandere il discorso sul clima oltre la confortevole zona di benessere psicologico dell’Occidente, smettendola di parlare sempre dal nostro punto di vista. Bisogna spostarsi sulle rinnovabili, ma farlo non è un passaggio indolore o una autostrada ad una sola corsia, come vorrebbero farci credere i sostenitori acritici di Greta Thunberg. La faccenda è molto più complicata e coinvolge anche il retaggio culturale di stagioni storiche che vorremmo dimenticate, ma che sono ancora vive e vegete. Quanto meno nella percezione psicologica che molte nazioni africane hanno del nostro atteggiamento nel pieno del collasso del Pianeta. E, signori e signori, la percezione dell’opinione pubblica è il più dirompente e sottovalutato dei fattori politici. Come ha detto la climatologa Kate Marvel, climatologa del Goddard Institute for Space Studies della NASA: “You can’t put the legacy of colonialism in a climate model”. 

Potrebbero intanto partire ad aprile del 2021 i lavori per la costruzione della più lunga conduttura di petrolio al mondo, tra Uganda e Tanzania: lo East African Crude Oil Pipeline. Questi i numeri: 900 miglia dal Lake Albert al porto di Tanga, Tanzania, sull’Oceano Indiano;  12 riserve naturalistiche  e 200 fiumi attraversati; 500 pozzi di estrazione, 216mila barili al giorno. Ne avevo parlato lo scorso giugno (2019) su LA STAMPA, a proposito del futuro impatto ambientale nella foresta protetta di Minziro, Tanzania. 

La Demokratische Stimme è la nuova voce della Germania

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(La Demokratische Stimme alla Porta di Brandeburgo lo scorso 9 settembre. FB Page)

Al tramonto dell’era Merkel il fermento politico in Germania ribolle. Ma ai confini delle stanze del potere, fuori dei grandi partiti, è la questione ambientale a funzionare come coagulante per le nuove forze in campo. Acerbe, eppure dotate di quella travolgente spinta a capire il mondo e i problemi del XXI secolo che solo la gioventù può esprimere. Il più originale di questi movimenti – già in comunione di intenti ideali con Extinction Rebellion e Friday for Future – è la Demokratische Stimme – Aufstand der Jugend (Voce Democratica – Sollevazione della Gioventù, una NGO), che il 25 gennaio scorso ha manifestato a Berlino nella sua seconda uscita pubblica. Simon Hoffmann, leader del gruppo, ha letto il Manifesto della Demokratische Stimme, un testo appassionante e accusatorio che parla del presente politico come di un “ospedale dei diritti umani”: i basilari diritti delle nuove generazioni sono chiusi in un manicomio di decisioni politiche, orientate a perpetuare gli schemi criminali che hanno distrutto biosfera e atmosfera. I giovani, si legge nel Manifesto, sono tagliati fuori dalla democrazia, perché non hanno né diritto a partecipare al discorso pubblico sul futuro (Mitsprache) né a contribuire alla definizione di questo futuro (Mitgestaltungsrecht): “Il sistema ci tratta coi piedi (…) paghiamo per una festa a cui però non siamo stati invitati”. Il Manifesto considera inoltre la sesta estinzione di massa – in corso – come un tema politico di primissimo piano. E allora, dicono i giovani, “è nostro dovere come cittadini della Terra” reagire.

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(Dalla manifestazione del 9 settembre 2018, FB Page)

Il 9 settembre 2018 il Movimento era alla porta di Brandeburgo con una manifestazione- performance di rottura (per modi, stile e intenti) altamente provocatoria: i giovani portavano sulle spalle in vere e proprie lettighe ricchi signori in pelliccia e abiti tipo Gucci, intenti a contare migliaia di banconote. I miliardari, alla fine sconvolti dalla loro stessa voracità senza limiti, distruggono il denaro e chiedono ai giovani di ballare tutti insieme. L’obiettivo del movimento è una assemblea pubblica, aperta ai giovanissimi, del tipo di quella, con potere consultivo, chiesta da Extinction Rebellion UK. In altre parole, un cambiamento storico nell’attuale assetto delle democrazie parlamentari europee: uno Jugendrat (Consiglio della Gioventù). Ne ho parlato proprio con Simon Hoffmann.

Da quanto avete fatto vedere negli ultimi mesi a Berlino, è finita una stagione di indifferenza alla politica.

“Democrazia e rivoluzione sono connessi l’uno con l’altra. Solo un anno fa abbiamo assistito alla rivolta delle donne, con il movimento MeToo, adesso qui in Europa c’è una altra rivoluzione: i ragazzi e gli adolescenti entrano in politica. Giovani e politica non sono più in contraddizione. E questo perché la posta in gioco è semplicemente la possibilità di averlo, un futuro. È ingiusto che i settantenni e gli ottantenni decidano come sarà un tempo che di fatto non vivranno. È davvero un passaggio di grande impatto, che finalmente si chieda che i ragazzi votino, che abbiano accesso al potere decisionale”. 

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(Campagna contro il caro affitti di Berlino – Museo FHXB, Kreuzberg)

Nel vostro Manifesto c’è un tema politico completamente nuovo, e cioè l’eredità. Vi chiedete come si possa sentirsi giovani in una società che si incarica di distruggerlo, invece, il futuro.

“Sì, l’eredità – cosa abbiamo ricevuto e cosa lasceremo a chi verrà dopo di noi – è un nuovo tema politico e lo è perché siamo tutti connessi. Pensa a Friday For Future, ma anche ai fermenti in corso dall’altra parte del mondo, in Sudafrica per esempio, contro l’establishment. C’è il sentimento che tutti facciamo parte di un unico contesto. I giovani stanno diventano saggi. Ed è importante capire che nessuno è solo. Il movimento è su scala mondiale. Per questo noi della Demokratische Stimme abbiamo chiamato le nostre campagne, e il nostro motto, You Move : la gioventù che si solleva è una e una sola. Nella testa abbiamo il sogno di un futuro decente. 

Parlando di programmi, come traduci in azione questa visione?

Vogliamo dare un impulso ad una riscrittura della democrazia. Per questo abbiamo elaborato un programma in 5 punti, una Visione del Mondo, tanti quanti sono le dita di una mano. Una concezione olistica di quello che abbiamo davanti, del Pianeta e delle persone, della natura e del clima”. 

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(Campagna contro il cari affitti a Berlino)

Parlami di questi cinque punti. E perché soltanto i giovani, a tuo parere, ci possono costruire sopra un futuro.

“Il primo punto è fondamentale e riguarda l’educazione, che deve essere libera da influenze esterne. Oggi nelle scuole vige una sorta di dittatura, disegnata ad hoc per trasformare gli studenti in consumatori. Non si pongono domande e la propria autenticità finisce perduta. Io paragono la gioventù al bozzolo di una farfalla: le ali, per come siamo messi oggi, non potranno mai volare. Ed è qui che si inceppa ogni idea di un futuro. Perché devi considerare questo, che ogni nuovo trend sociale e politico comincia dai giovani, e che ognuno di noi ha un suo specifico potenziale. Se queste energie fresche, inedite, vengono spente sul nascere, lo status quo è garantito, ma se si mettono insieme, c’è un climax di cambiamento”. 

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(Karl Marx Allee, Berlino: campagna contro il caro affitti)

Intendi che qui occorre un cambio di rotta, che la cultura stessa va rimessa in discussione sotto la categoria di futuro?

“Sì, infatti il secondo punto è il sostegno totale alla cultura dei giovani. La gioventù è il motore del cambiamento. Qui in Germania siamo ricchi perché attorno ci sono tantissimi poveri. Pensa solo all’Africa, al neocolonialismo. È come ai tempi di Hitler: abusiamo di altri Paesi a nostro totale beneficio. Certo, accogliamo moltissimi rifugiati, ma la maggior parte finisce a svolgere lavori pagati pochissimo. Solo a Berlino ci sono 10mila senza tetto. La nostra politica economica è ricalcata su quella americana, e di fatto ci accontentiamo di vedere il mondo così come lo vedono gli USA. Bisogna cambiare prospettiva: una concezione del mondo davvero globale, e quindi una lotta globale per sopravvivere. Come individui, come esseri umani, abbiamo tre livelli di responsabilità: noi stessi, le persone che ci stanno a cuore e ci sono vicine, e chiunque possa entrare in contatto con noi, e cioè l’intero Pianeta Terra compresa la natura. Dobbiamo farci la nostra strada a prescindere dai diktat che vengono dagli adulti, e questo significa preferire l’autenticità di ogni essere umano al Capitalismo. Ai miei coetanei che vivono di shopping e di iPhone io dico, sono capace di sentimenti, per quale motivo devo eliminarli facendomi di droghe e di telefonini?”.

La rivoluzione è stata, per tutto il Novecento, una dimensione politica a sé stante. Oggi, secondo te, la democrazia e la rivoluzione possono fondersi l’una dentro l’altra?

“Sì, il terzo punto per noi ha a che fare con la democrazia e con la rivoluzione. Noi lo chiamiamo Cre-revolution: la rivoluzione deve essere creativa, perché deve partire dall’interno delle persone e superare l’impostazione patriarcale in cui viviamo oggi. Il quarto punto, poi, riguarda le risorse e la proprietà. Chi di noi ha il diritto di decidere quante risorse naturali gli spettano? E d’altronde, perché qualcuno deve poter accaparrare le risorse del Pianeta solo in nome della propria disponibilità finanziaria? Ogni persona ha diritto, invece, a condividere le risorse naturali con tutti gli altri viventi: noi proponiamo un quantitativo di risorse basico, fondamentale. E il presupposto è che nessuno può dirsi proprietario di ciò che proviene dal Pianeta. Piuttosto, le risorse le prendiamo a prestito. Lo sfruttamento attuale, pensa all’Africa, è invece disegnato sullo sfruttamento. Pertiene ai diritti umani fondamentali sapere quanto è mio diritto consumare. La Cre-revolution sarà la nostra prossima campagna”. 

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(Warschauer Strasse, Berlino: “L’odio non porta a nulla, Dio non ti aiuta, non fa alcuna differenza di chi sei innamorato, è sempre uguale )

Tutto questo presuppone un cambiamento radicale del sistema economico mondiale.

“Attualmente, viviamo costretti dai vincoli di un sistema economico monetario, e cioè fondato sulla moneta. Bisogna elaborare nuove forme di credito, e questo è il quinto punto, per avere una alternativa allo strapotere della moneta. Il denaro di per se stesso è un cancro e va smantellato per ricostruire un ordine differente. 

Tu hai 22 anni: quale è la tua storia personale, come sei arrivato a queste conclusioni, da cittadino tedesco e del mondo?

“Sono cresciuto a contatto con la natura, vicino ai boschi, senza telefonino. È ho avuto la fortuna di frequentare una scuola che valorizzava i talenti creativi dei bambini e la loro fantasia. Ho studiato cinematografia e storytelling e il mio più imminente progetto è girare un documentario su Aufstand Der Jugend. Quando ho scoperto cosa succedeva per via dei cambiamenti climatici, sono rimasto allibito. Non è facile essere tedesco: per molti la Germania è un modello di regole e di efficienza, ma viviamo in una condizione di propaganda modellata sul modello americano. Potevo allinearmi, seguire il corso delle cose, e provare a diventare ricco anche io. Ma non era ciò che volevo. Davanti alla miseria del continente africano, del Sud America e alla povertà di posti come l’Indonesia, mi sento un tedesco bianco che ha delle responsabilità precise per quello che succede. Sono partito da qui”. 

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(Simon Hoffman al centro, insieme ad alcuni manifestanti. FB Page)

 

Clima, pane ed elezioni europee: Berlino, febbraio 2019

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In questo inverno europeo con un febbraio dalle temperature già primaverili, ed imminenti elezioni per il parlamento comunitario di Bruxelles, un nuovo, devastante soggetto politico è ormai sulla scena. Molto più disturbante del populismo, che, anzi, ne è un sintomo: il collasso della biosfera. Non più tardi del 21 febbraio, la FAO ha pubblicato un rapporto – Biodiversity for food and agricolture – sulla connessione tra il crollo dei sistemi trofici terrestri, dovuti all’estinzione delle popolazioni di specie chiave come gli impollinatori, e la nostra possibilità di produrre cibo: negli ultimi 20 anni il 20% della superficie coltivabile della Terra ha perso fertilità; sono in declino il 63% delle piante, l’11% degli uccelli e il 5% dei pesci e dei funghi. In termini semplicissimi, il fatto che i pipistrelli siano in estinzione ha conseguenze dirette sul fatto che gli scaffali del supermercato siano pieni di scatole e confezioni di alimenti commestibili. 

La crisi alimentare è un incubo che a partire dal secondo dopo guerra l’Occidente ha dato per sconfitto. Troppa fame s’era vista in Europa nei decenni precedenti. John Maynard-Keynes, l’economista del circolo di Bloomsbury che nel 1918 partecipò, insieme alla Delegazione Britannica, alle prime fasi dei negoziati di Versailles per definire il Trattato di pace con la Germania, discusse del peso che la disponibilità di derrate alimentari ebbe nello sforzo bellico tedesco e nelle sue, improbabili, possibilità di successo. Maynard -Keynes discusse anche del fatto che riparazioni di guerra inique avrebbero innescato un problema generale di privazione alimentare che, infine, sarebbe diventato miccia incendiaria per i nazionalisti. Per i populisti, diremmo oggi. Quando una nazione dipende dall’importazione di cibo oltre la propria capacità produttiva, la carestia è una probabilità concreta. Così fu per la Germania del Kaiser, in cui già nell’ottobre del 1915 le donne del quartiere berlinese di Friedrichshain organizzarono accese rivolte per il pane. Ma Keynes, nella sua analisi delle “conseguenze economiche della pace” di Versailles, aveva preso in considerazione anche l’eccesso di popolazione come fattore di crisi interna, dalle implicazioni sicure ancorché non lineari sulla stabilità interna di un sistema economico e politico: lo spettro di Malthus. Da sempre, anche se ce lo siamo dimenticati, la fame è un soggetto politico. E poiché i cambiamenti climatici e l’estinzione delle forme di vita del Pianeta riguardano, ahimè, da vicinissimo la capacità stessa di ricavare cereali dalla terra, ci troviamo, come Europei, di nuovo al centro di una tempesta  di proporzioni apocalittiche che riguarda il pane.

Nell’anniversario della fondazione della Repubblica di Weimar (1919-2019), la Germania e Berlino, sede del dominio finanziario tedesco sulla EU, sono al centro della tempesta. Il Bundestag ha deciso l’uscita dal carbone (la Kohleaufstieg) per il 2038, data incompatibile con gli obiettivi climatici pur sottoscritti nel 2015 a Parigi; la foresta di Hambach, agorà di scontri violenti con gli ambientalisti, è “congelata” fino al 2020. Il Paese, intanto, non sta a guardare ed è percorso da fortissimi fermenti politici giovanili, che pretendono un cambio di rotta serio: Extinction Rebellion e la Demokratische Stimme sono i più radicali. A Berlino, la drammatica carenza di alloggi e il caro affitti motiva un discorso pubblico al vetriolo per il diritto alla casa: ovunque in città annunci, proclami e slogan stanno appiccicati su muri e piloni della luce a denunciare la condizione di miseria di migliaia di cittadini tedeschi. 

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(Berlino, giugno del 1945: donne fanno la fila per le patate)

Queste voci chiedono di svegliarsi dal sonno del giusto, alla società civile in primis. E di cominciare a prendere in serissima considerazione ciò che anche parte degli economisti ormai ammette. Il 9 febbraio un articolo uscito su FORBES.COM ( Unless it changes, Capitalism will starve humanity by 2050) poneva lo stesso interrogativo degli attivisti tedeschi: “Come possiamo aspettarci di nutrire così tante persone ( ndr: i 10 miliardi di individui che ci si aspetta abiteranno il Pianeta entro il 2050) mentre, al tempo stesso, esauriamo le risorse naturali rimaste?”. Una domanda cui Maynard – Keynes avrebbe dato il suo assenso. FORBES cita il libro di due professori di economia, Christopher Wright e Daniel Nyberg (Climate Change, Capitalism and Corporations ) uscito l’autunno scorso, che è molto chiaro al proposito: “Il nostro libro mostra come le grandi Corporation siano in grado di continuare a investire in comportamenti sempre più distruttivi per l’ambiente oscurando il nesso tra una crescita economica senza fine e il peggioramento della distruzione ambientale”. La lotta per canoni di affitto equi e proporzionati ai salari è una eco contemporanea delle grida per il pane nel freddissimo inverno del 1915, al Kreuzberg. La crisi europea è già una crisi di civiltà. E di umanità. 

La BBC ha inserito nel suo palinsesto web una nuova serie di contributi sul futuro dell’umanità, chiedendosi se noi non si sia per caso di già sulla strada per un collasso di civiltà. L’impegno del broadcaster britannico, che pubblicherà anche micro saggi del Centre for the Study of Existential Risk della Università di Cambridge, segue una linea editoriale inedita: “la serie fa un passo indietro rispetto al ciclo chiuso delle notizie del giorno e allarga invece l’angolo visuale oltre l’immediato presente. La società moderna soffre di un consunzione temporale, come ha detto la sociologa Elise Boulding. Vivendo alla prese con un presente che ti mozza il respiro per l’impegno mentale che richiede, non rimangono energie per immaginare il futuro, sostiene la Boulding. Deep Civilization esplorerà cosa veramente ha avuto peso lungo l’intero arco della storia umana e che cosa questo significa per noi e per i nostri discendenti”. Lo stesso giornalismo ambientale, insomma, ha bisogno, urgente, di un lavoro di scavo filologico per mettere in risonanza i diversi aspetti, interrelati, della crisi del XXI secolo. 

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In discussione c’è in sostanza il nostro stesso modello di civiltà. Lo ha spiegato con grande chiarezza su MEDIUM.COM ((Extinction Rebellion isn’t about climate) Stuart Basden, tra i fondatori di Extinction Rebellion: “Quando un autobus sta viaggiando con una certa velocità verso una persona, la sua traiettoria è chiara: finirà addosso a quella persona. Superato un certo punto, diventa inevitabile. Ed è precisamente la situazione in cui ci troviamo noi adesso, considerando l’accelerazione dei cambiamenti climatici. Abbiamo l’autobus addosso. Le nostre vite stanno per cambiare. E non sappiamo ancora se riusciremo a sopravvivere (…) Sono qui per dire che XR non riguarda il clima. La distruzione del clima è soltanto un sintomo di un sistema tossico che ha ormai infettato i modi in cui ci costruiamo relazioni tra noi essere umani e il resto delle forme di vita. Una condizione che è stata esacerbata da quando la cosiddetta civiltà europea si è diffusa in tutto il globo attraverso la violenza e la crudeltà di 600 anni di colonialismo (…) Dobbiamo curare le cause di questa infezione, non soltanto alleviare i sintomi. Focalizzarsi sulla distruzione del clima (il sintomo) senza presentare attenzione alle ideologie tossiche (le cause) che ne sono il presupposto è una forma di negazionismo”. 

La domanda che sta a fondamento di queste riflessioni è, se possibile, ancora più inquietante: in che modo e in che senso possiamo ancora definirci umani dopo esserci scoperti capaci di distruggere il Pianeta? In Europa, patria dell’umanismo, cioè della visione moderna dell’individuo capace di darsi obiettivi di giustizia, equità e dispiegamento delle sue migliori qualità inventive ed artistiche, l’umanismo è ancora vivo? Oppure no, e il vuoto che sperimentiamo nelle politiche ambientali è invece la nullificazione di ciò che fino ad oggi abbiamo considerato umano? Nei giorni scorsi ero a Berlino per scoprire che cosa ne è stato della nostra idea di umanismo. E per cercare le tracce della nostra umanità oggi sotto accusa.