Non illudiamoci. La defaunazione è il killer silenzioso degli ecosistemi europei ed è in atto su scale globale. Lo spopolamento delle specie animali e vegetali non coinvolge solo le foreste tropicali e i sistemi a savana. È ubiquo. È il correlato storico numero uno della continua accelerazione delle attività economiche e della demografia umana. In ecologia, infatti, ormai si parla di “defaunazione dell’Antropocene”. Anche in Europa (Artico e Mar Nero compresi) la defaunazione avanza e travolge la dispersione dei semi. Uno studio uscito su SCIENCE (“Evidence of a European seed dispersal crisis”) lo scorso autunno traccia una mappa della inesorabile e progressiva scomparsa delle specie animali che diffondono i semi delle piante e degli alberi nei boschi europei.
Ci sono elementi concreti, secondo i ricercatori, per parlare di una crisi nei meccanismi ecologici di dispersione dei semi per le piante che da millenni affidano la loro riproduzione a cervi rossi, volpi, corvi, gazze, tordi, capinere, cinghiali, renne, pecore. La defaunazione di uccelli e mammiferi, inoltre, compromette ampiamente la possibilità delle piante di tenere il passo con l’innalzarsi delle temperature, ossia di disperdere i propri semi oltre il propio home-range originario e la sua nicchia climatica, non più disponibile.
La defaunazione porta con sé anche un altro problema, altrettanto oscuro, che deteriora le ricchezza biologica della Terra: la perdita di diversità genetica all’interno di una singola specie. Allo sfoltirsi delle popolazioni animali, crolla infatti anche la diversità genetica intrinseca di una specie. I ricercatori stanno concentrando sempre di più la loro attenzione proprio sulla diversità genetica, che è un indice essenziale dei processi di estinzione. L’Europa non fa eccezione.
La crisi europea rispecchia la crisi già documentata sui mammiferi frugivori di media e grossa taglia che si nutrono di frutta, e sui rettili, come le lucertole frugivore (Gallotia, lacertidae) delle isole Canarie.
Una valutazione globale della situazione (particolarmente grave proprio per uccelli e mammiferi) è appena uscita su NATURE, grazie al lavoro di un team di ricercatori e genetisti tra cui spicca anche il focal point IUCN (Conservation Genetics Specialist Group) della Università di Friburgo in Brisgovia (Germania). “Il declino delle popolazioni e la frammentazione causate dalle attività antropogeniche, ad esempio il peggioramento degli habitat, la caccia indiscriminata, le specie nuove e invasive e gli eventi climatici estremi, conducono inesorabilmente ad una erosione genetica (la perdita della diversità genetica a livello di genoma e del suo potenziale adattativo)”, scrivono gli autori dello studio. “Siamo quindi di fronte sia ad un segnale di tracollo delle popolazioni che ad una preoccupazione complessiva per la conservazione di queste specie. Parliamo di numerosi gruppi tassonomici, e non solo quelli già classificati come rari o minacciati”.
Secondo una stima complessiva 2248 specie di piante native del continente Europeo (il 23% dell’intera vegetazione europea) ha sviluppato adattamenti specifici con specie-partner per disperdere nell’ambiente i propri semi (biotic dispersal). Se consideriamo anche le specie vegetali di alberi a legno duro questa percentuale sale al 66%. Combinando i dati della IUCN Red List sullo stato delle specie di animali coinvolti con le informazioni sui loro habitat (l’Europa è il continente con la maggiore frammentazione ecologica del mondo), gli autori dello studio hanno dimostrato che “un terzo delle specie attive nella dispersione dei semi e nelle interazioni con le piante sono davanti ad una potenziale estinzione”. E, di conseguenza, “il 30% delle specie di piante fa affidamento su dispersori in forte contrazione numerica o già in declino”.
Gli animali distribuiscono e diffondono i semi delle specie vegetali mangiando frutti o bacche oppure ancora trasformandosi in mezzi di trasporto dei semi rimasti impigliati nel pelo. In Europa, ogni specie-partner analizzata disperde in media 13 specie di piante, “il che suggerisce che a giocare il ruolo dominante siano soprattutto le specie generaliste”. Questi animali “collaborano” con più specie e quindi dispergono diverse tipologie di semi : il cervo rosso (Cervus elaphus, 119 piante), cinghiale (Sus scrofa, 115 piante), volpe rossa (Vulpes vulpes, 100 piante), pecora (Ovis aries, 99 piante), tordo (Turdus merula, 105 piante), gazza (Pica pica, 96 piante), capinera (Sylvia atricapilla, 95 piante).
La dispersione dei semi non è un servizio ecosistemico accessorio, ma uno degli indicatori principali del collasso della biodiversità. “La dispersione dei semi è la più diffusa funzione mutualistica fornita dai vertebrati, perciò la distruzione di questo mutualismo (stretta collaborazione tra specie) è la conseguenza ecologica chiave della defaunazione”.
Quali piante contano su più di una specie-partner per disperdere i propri semi? Sambuco (Sambucus nigra, 90 partner), mirtillo (Vaccinium myrtillus, 88), sorbo (Sorbus aucuparia, 81), ciliegio (Prunus avium, 70), mirtillo rosso (Empetrum nigrum, 69), vite comune (Vitis vinifera, 69), lampone (Rubus idaeus, 65)
Anche i predatori potrebbero contribuire alla impollinazione delle piante. È quanto emerge da uno studio eccezionale di Oxford insieme allo Ethiopian Wolf Conservation Programme sul lupo etiopico (Canis simensis), una sottospecie di lupo endemico dell’Etiopia di cui sono rimasti solo 500 individui. Alcuni lupi sono stati osservati (e fotografati) mentre leccavano il nettare di una pianta autoctona del loro habitat, la red hot poker (Kniphofia foliosa). Nessuno aveva mai preso nota di un comportamento del genere.
Sandra Lai, Ethiopian Wolf Conservation Programme: “Il nostro lavoro mette sotto esame le idee tradizionali sulle interazioni pianta-impollinatore, specialmente se consideriamo il ruolo dei predatori. Ci sono relativamente pochi mammiferi impollinatori che si nutrono di nettare, e sono per lo più pipistrelli. Per i carnivori non è usuale cibarsi di nettare e di solito a farlo sono soltanto specie di piccole dimensioni, ad esempio le genette o le manguste. Certo, gli onnivori mangiano anche il nettare, come l’orso asiatico malese, che però è poco documentato. Per questo il comportamento del lupo etiopico è eccezionale. Di solito è un cacciatore specializzato sui roditori: è il primo caso di un grande carnivoro che si nutre anche di nettare”.
In un continente come l’Europa i cui habitat sono ormai irreparabilmente sbriciolati (isolati ai margini di enormi insediamenti umani, urbani, industriali), se i boschi e le foreste perdono progressivamente le specie vegetali e arboree native è proprio la diversità genetica complessiva a disintegrarsi. Rendendo sempre più vicina la cascata di estinzioni che erodono la diversità biologica rimasta. Il crollo della dispersione dei semi, infatti, non compromette solo la demografia vegetale (il numero di piante), ma distrugge il flusso di geni all’interno di una specie. La diversità genetica degli animali-partner è un indicatore chiave. Se una pianta può contare su diverse specie avrà più chance di adattarsi alle pressioni climatiche, perché la sua “capacità di dispersione” sarà maggiore.
“Un pilastro del funzionamento degli ecosistemi sul lungo periodo, della loro resistenza e della loro adattabilità, è il movimento della diversità genetica nello spazio a disposizione, attorno alle specie. Per la maggior parte delle piante, le strategie di dispersione dei semi, quella biotica tramite gli animali, e quella abiotica tramite il vento, è essenziale a questo scopo. Le piante, in un certo senso, possono muoversi solo quando i loro semi sono portati altrove. In questo modo le specie vegetali hanno l’occasione di modificare la propria area di distribuzione (distributional range), di evitare un elevato livello di competizione con le piante vicine e con i nemici naturali, di recuperare dopo forti perturbazioni ambientali, e di mantenere così il flusso di geni tra popolazioni isolate”.
Per gli autori siamo di fronte ad “uno scenario ampiamente sottostimato”, considerate le lacune nella comprensione scientifica del fenomeno. Sappiamo ancora troppo poco su quanto rimane di queste interazioni ecologiche fondamentali. E del resto mancano dati anche in IUCN Red List, che classifica come “minacciate” soltanto l’1% delle piante che si appoggiano ad animali per veicolare i semi nell’ambiente (zoochorous plant species), a fronte d un 67% su cui non ci sono sufficienti informazioni. Non sappiamo nulla neppure sul 73% di queste specie a livello di trend di popolazione in Europa. A questa incertezza va aggiunta l’incognita delle specie invasive: “le piante introdotte mostrano una proporzione più alta di animali-dispersori a basso rischio di estinzione rispetto invece alle piante native. Questo potrebbe facilitare la loro colonizzazione e però anche esacerbare la competizione per le risorse, e gli animali-dispersori, con le specie vegetali autoctone”.
La situazione è in peggioramento a causa dell’intensificarsi della crisi climatica (gennaio 2025 è stato appena dichiarato da CORPERNICUS il gennaio più caldo di sempre). E questo perché “le piante hanno letteralmente bisogno di seguire gli sviluppi climatici favorevoli”, ad esempio dopo incendi massivi per ricolonizzare le aree bruciate. Se i meccanismi evolutivi dietro la dispersione dei semi si allentano, anche la risposta alle gigantesche sollecitazioni climatiche dei prossimi anni tende ad essere, è verosimile, progressivamente meno efficace.
A causa delle defaunazione le piante non tengono il passo con il cambiamento climatico
Gli uccelli e i mammiferi che trasportano i semi sono essenziali non solo per la riproduzione delle piante, ma anche per il cosiddetto “range shift”, il “passaggio di habitat”. In risposta al cambiamento climatico le specie tendono a colonizzare aree geografiche dove le temperature sono più simili a quelle con cui si sono co-evolute per millenni. Il collasso di un sistema di riproduzione mutualistico, quindi, corrisponde a un intoppo di un secondo, fondamentale adattamento evolutivo.
Oggi si calcola che molte popolazioni di piante si debbano già spostare anche di decine di chilometri per tenere il passo con la propria nicchia climatica. La conseguenza macroscopica di questo fenomeno è che “vanno formandosi nuove comunità di piante, a cui appartengono sia le specie introdotte dall’uomo che quelle in movimento, specie, però, che non condividono le une con le altre una storia evolutiva”.
Come sempre, la defaunazione offre uno sguardo sul tempo profondo del nostro Pianeta, aiutandoci a comprendere che nessun fenomeno, per quanto impattante, ha cause circoscritte all’Antropocene e alla sua accelerazione recente. Gli esperti ritengono infatti che la defaunazione delle specie che diffondo semi sia cominciata in concomitanza con il passaggio geologico dal Pleistocene all’Olocene. In altre parole, con l’estinzione delle megafauna, soprattutto nel Nord America e qui da noi in Europa. I grandi mammiferi dell’ultima era glaciale (Pleistocene) movimentavano i semi delle piante sulle lunghe distanze. Alcune stime recenti calcolano che la capacità delle piante di spostarsi tramite i propri vettori animali sia diminuita del 59.7% con l’estinzione delle megafauna. L’enorme pressione esercitata dal cambiamento climatico si innesta su questa condizione ecologica paleo-storica.
In altre parole la defaunazione condensa una sinergia di problemi ecologici ed eco-evolutivi, che, come ultimi arrivati, comprende il cambiamento climatico indotto dagli esseri umani e la frammentazione degli ambienti naturali con le seguenti estinzioni locali di intere popolazioni di animali ( e la loro struttura genetica, che fa parte del patrimonio genico di ogni individuo della specie). Perdere gli animali significa perdere le piante, e viceversa.
Anche in Europa la crisi delle specie animali che veicolano i semi delle piante solleva due questioni centrali. Per affrontare il collasso di specie è indispensabile aumentare gli habitat, cioè connettere tra loro gli ecosistemi ancora sufficientemente integri. Lo scopo è massimizzare il potenziale funzionale degli animali che sono per ora in grado di interagire efficacemente con le specie partner. La seconda questione è ancora più spinosa, perché riguarda la cosiddetta “biotic connectivity”, ossia la presenza dei grandi erbivori. Che dovrebbero essere reintrodotti.
Le piante europee stanno entrando in un debito di estinzione
“Il declino e le estinzioni locali degli animali, molti dei quali trasportano semi, può avere implicazioni molto estese per la tenuta e la riproduzione della vegetazione in Europa”, scrive il gruppo di Sara Beatriz Mendez. Considerato il numero molto significativo di piante che conta, per la propria sopravvivenza, su di un animale “il declino dei dispersori di semi potrebbe trasformare i paesaggi europei nelle cosiddette foreste vuote creando così un debito di estinzione per le piante”. La scomparsa silenziosa delle relazioni fondamentali che formano, a tutti gli effetti, la rete di supporto degli ecosistemi anticipa le estinzioni conclamate, che sono solo la parola “fine” di un processo eco-storico molto lungo. E per questo passato inosservato.
Il debito di estinzione si costruisce infatti nel corso del tempo. “I nostri dati sono un segnale di avvertimento per il futuro delle piante europee, soprattutto perché il servizio fornito dai dispersori di semi non viene a mancare improvvisamente, quando l’ultimo esemplare di questo gruppo di animali è ormai estinto. Il processo è invece graduale, una lenta erosione delle popolazioni di specie-partner in declino. In definitiva, una specie animale può essere funzionalmente estinta ben prima di esserlo di fatto”.
Che cosa significa “funzionalmente estinto”? Significa che quella specie è talmente rara da non poter più garantire al suo ecosistema la propria funzione ecologica. Per questo negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione scientifica sul ruolo delle specie all’interno degli habitat e dei biomi. Erik Lundgren, un biologo dall’approccio pionieristico della Aarhus University (Danimarca), ad esempio, ritiene che i grandi erbivori riescano a plasmare positivamente il tipo di vegetazione di un ecosistema anche se non sono specie native. Un punto di vista rivoluzionario, perché permette di ripensare (con più ottimismo) l’impoverimento biologico causato proprio dalle estinzioni del Pleistocene. Ed eventualmente di quelle in corso, visto che la perdita del valore ecologico dei grandi erbivori coinvolge anche bisonti, elefanti, rinoceronti.
(La continua accelerazione delle attività umane e della impronta ecologica umana è tra le cause principali della clamorosa perdita di habitat delle specie animali non umane)
La defaunazione è anche un indicatore della memoria del Mondo: è una sequenza di “fotografie” dei processi ecologici ancestrali su cui gli esseri umani impongono la propria impronta trasformando l’evoluzione in Storia.
In sostanza parte della ricerca sulla conservazione della natura suggerisce, a questo punto, un cambio di paradigma da un approccio “species-based”, fondato sulla presenza o l’assenza di una specie (lo seguiamo dagli anni ’80), ad un ragionamento “function-based” costruito sulla funzione svolta da quella specie nel suo bioma. E questo dovrebbe portare ad una maggiore comprensione dell’impatto causato dagli esseri umani sulla biodiversità terrestre. Una cornice di studio e di riflessione potentemente storica, è bene sottolinearlo, che enfatizza la dimensione complessiva della defaunazione.





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