Il gran rifiuto dell’Antropocene come nuova epoca dell’umanità, ormai separata dall’Olocene, offre una opportunità politica al Sud Globale. La delusione di parte del mondo accademico è infatti l’ennesima dimostrazione (insieme alla guerra a Gaza, al post-colonialismo, al bellicoso insurrezionalismo della Biennale di Venezia) che è giunto il tempo di accettare, stavolta sì ufficialmente, il Sud Globale nella identità in costruzione della nostra specie. Il no all’Antropocene è insomma una opportunità storica per il Sud Globale.
Lo scorso marzo la International Union of Geological Sciences (IUGS) ha annunciato di aver respinto la proposta di fissare al 1952 l’inizio dell’Antropocene. La decisione ha sollevato non poche critiche, soprattutto da parte dei tre ricercatori (tutti con una impostazione essenzialmente geologica) che negli ultimi quindici anni più si erano spesi per una datazione ufficiale della Età dell’Uomo: Colin Waters, Jan Zalasiewicz e Simon Turner.
Mentre i tre geologi si precipitavano a dar voce alle proprie obiezioni, affrettandosi a ribadire che licenziare l’Antropocene equivale a non considerare reale ciò che avviene adesso, e non milioni di anni fa, la soddisfazione del gruppo di dissidenti con a capo Erle Ellis della University of Maryland riusciva a incassare un successo che tracima dai confini dell’accademia e raggiunge gli scenari di guerra su un Pianeta a 420 ppm di CO2. Inabissandosi, l’Antropocene ha salutato l’alba dell’ingresso poderoso del Sud Globale nella conversazione iper-occidentale sulla geologia umana.
Se, infatti, gli isotopi radioattivi dei fall-out nucleari, le microplastiche, i residui di pesticidi, il black-carbon (microsfere di cenere da combustione di petrolio e carbone sospese in atmosfera), il cemento, i tecno-fossili, l’anidride carbonica e il metano non bastano, per quanto onnipresenti nell’aria, nella terra, nelle rocce e nei tessuti degli esseri pluricellulari, per dichiarare l’Antropocene un prodotto del Secolo Breve, allora la storia umana ultra-moderna deve cedere il passo a quella che i paleontologi e gli storici dell’ecologia (come Ellis e Mark Maslin) chiamano “deep history”. La storia profonda è la ricostruzione della ascesa e dell’affermazione della specie umana moderna (Homo sapiens), dalla sua comparsa nel tardo Pleistocene al suo dominio sull’intero Pianeta. La storia profonda è una sintesi potente dei fattori ecologici, evolutivi e culturali che, intrecciandosi tra loro, hanno dato una forma ad altre storie più piccole: le storie delle comunità animali, degli ecosistemi, dei continenti. Gli esseri umani sono stati capaci di trasformare questa “ecologia-mondo” in una “organizzazione-mondo”, che è poi, appunto, l’Antropocene.
Ma c’è di più. Proprio perché lavora sugli effetti domino, le ripercussioni millenarie di singole innovazioni, come l’uso dell’argilla per fissare il pensiero simbolico, e l’abilità umana nel tramandare e potenziare le strategie di mobilitazione delle risorse rivelatesi efficaci, la storia profonda enfatizza la grande frattura del Cinquecento spalancata dall’impresa di Colombo nel 1492. In altre parole, lo sguardo investigativo sul paleo-passato rilancia in primo piano la centralità dell’economia oceanica e coloniale nel rimescolare, ridisegnare e ricalibrare in modo irreversibile la presenza umana sulla Terra. Ed è qui che l’Antropocene smette di essere geologia. E diventa politica.
“Decolonizzare l’Antropocene significa non confondere i colpevoli con le vittime”, ha scritto Peter Sutorius, un antropologo del SOAS di Londra, università di eccellenza per gli studi di africanistica. L’Antropocene è cioè l’ultima vittima sacrificale nella lunga lista di categorie interpretative, musei, figure storiche, designazioni tassonomiche di specie animali e vegetali che, a partire dal 2020 con l’assassinio di George Floyd, sono state messe in discussione dalla voce degli esclusi dalla trionfante epica della modernità. Datare l’Antropocene all’inizio della industrializzazione europea dei primi dell’Ottocento (come voleva Paul Crutzen), affidando ai combustibili fossili un primato assoluto nel kit di strumenti dell’uomo moderno, significherebbe mitigare la responsabilità massiccia dell’Occidente nella disintegrazione del sistema climatico terrestre, oscurando il fatto che l’emisfero sud del mondo ha partecipato quasi per nulla all’abnorme carico di emissioni serra dei due secoli successivi.
Un Antropocene “coloniale” sottovaluta la dimensione politica del tempo geologico, semplicemente ignorandola. La decisione della International Union of Geological Sciences, invece, sottintenderebbe esattamente questo. “La questione del tempo – quando comincia cosa – è sempre politica. Non sono soltanto gli scienziati ad impiegare categorie di periodizzazione geologica. Anche il pubblico di profani le usa. E le usano anche i manuali scolastici, i musei e le musica”.
Se i filatoi meccanici alimentati a carbone per lavorare il cotone non sono spuntati dal nulla, ma sono figli del capitale disponibile per avviare un nuovo modello di fabbrica, accumulato grazie alle piantagioni del Nuovo Mondo, allora la “rivoluzione industriale” non può essere l’inizio di tutto. È, semmai, un punto di acme di qualcosa d’altro. Quindi decolonizzare l’Antropocene non significa istituire tribunali morali, ma andare ancora più indietro sulla linea del tempo, per incontrare gli uomini del Cinquecento e provare a capire che cosa accadde quando le aspirazioni all’impero globale di Carlo V incontrarono la propensione al rischio totale di uomini come Colombo, Cortes, Lutero, Michelangelo, Caravaggio, Descartes, Spinoza, Clusius.
Il Sud Globale nacque là dove il Nord Globale trovò energie mentali che oggi Jason Moore chiama “ecologia-mondo”. L’Antropocene, quindi, è uno specchio in cui gli uomini e le donne di oggi, nel Sud Globale, vedono riflessa l’immagine di un Pianeta che entra, inesorabilmente, in schemi di appropriazione e sfruttamento ancora validi. È la percezione di una violenza collettiva, secolare, asfissiante e destabilizzante che il poeta Ranjit Hoskote ha riassunto nell’espressione “Gaza è dappertutto”. Questo è dunque il nocciolo politico della questione Antropocene: l’Antropocene è umano, globale e storicamente onnipresente. Perché ubique sono le filiali della sua organizzazione-mondo che monopolizzando e alterando la natura hanno suddiviso anche le comunità umane in gruppi con diritti umani ed ecologici diversi. E atrocemente impari.
“Non cedete per un secondo alla tentazione di immaginare che Gaza sia, tutto sommato, molto lontana. Gaza è ovunque. È nell’aria che respiriamo. Ed è nei nostri cuori, perché il mondo è interconnesso in modi impensabili un tempo, ma anche molto sinistri” – RANJIT HOSKOTE
Lo scorso aprile, il volume 384 della rivista SCIENCE dedicava la copertina all’antenato dei moderni esseri umani più famoso della storia: Lucy, l’australopiteco del genere afarensis tornato alla luce esattamente 50 anni fa in Etiopia. Il titolo dell’ampio reportage è in realtà un interrogativo: “Lucy è davvero la progenitrice di tutti noi? Cinquanta anni dopo la sua scoperta lo scheletro antico di 3.2 milioni di anni ha dei rivali”. In cinque decenni la mole di informazioni e di dati sui progenitori degli ominidi è cresciuta in modo esponenziale. “Oggi conosciamo meglio il landscape di Lucy, che non è il nostro più antico progenitore. L’afarensis non cominciò a camminare eretto in una savana aperta, ma in una foresta ad alberi decidui punteggiata di radure erbose”, riporta SCIENCE. “Tra il 1974 e il 1994 era convinzione generale che l’Australopiteco afarensis fosse il punto di origine di molte altre specie, incluso Homo (…) ma il fatto è che non avevamo nulla sopra i 3 milioni di anni”. Mentre invece, ora, abbiamo più di qualcosa. Reperti datati fino a 7 milioni di anni fa, che raccontano linee di derivazione sui cui esiti e diramazioni filogenetiche non c’è un consenso unanime.
Il dibattito si infittisce non soltanto su cosa accadde quando, nell’ultima parte del Miocene, i progenitori degli australopiteci si separarono dalle scimmie. Ma anche su come avvenne la radiazione evolutiva del genere Homo e su quali fattori furono determinanti nell’estinzione di alcune specie (come ad esempio Homo erectus). Oggi si cerca di capire anche se l’estinzione di queste differenti tipologie di esseri umani contribuì o meno all’evoluzione della nostra linea di discendenza, quella di Homo sapiens.
Facciamo un salto temporale di tre milioni di anni, e arriviamo ad oggi, alla contestata fine dell’Olocene, ed ai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé (Pan troglodytes). NATURE Communcations ha pubblicato i risultati di una ricerca condotta su una popolazione di scimpanzé della Budongo Forest Reserve, in Uganda. Per la prima volta (almeno in questa regione) i ricercatori hanno osservato gli scimpanzé nutrirsi di feci di pipistrello, un comportamento assolutamente anomalo. Gli escrementi di pipistrello sono ricchi di magnesio, di potassio, di sodio e di fosforo, elementi indispensabili per la dieta degli scimpanzé. Ma perché i primati di Budongo (imitati anche da alcuni colobi bianchi) hanno virato su una dieta per loro totalmente insolita? “Di solito gli scimpanzé, come altri animali, assumono questi minerali mangiando il cuore dei rami della palma rafia (Raphia farinifera). Però, tra il 2006 e il 2012, i piantatori di tabacco di questa regione hanno quasi estirpato la palma”, scrivono i ricercatori. “Le fibre della palma servono per ricavare stringhe con cui legare le foglie di tabacco lasciate ad essiccare. La domanda globale di tabacco è cresciuta e con lei l’uso massiccio delle palme”. Agli scimpanzé non restava che ripiegare su una fonte alimentare nuova, che però presenta anche enormi rischi epidemiologici. Per i primati. E per noi. I test sui campioni di feci di pipistrello hanno infatti confermato quello che già si sapeva: la presenza di un numero consistente di virus ignoti alla scienza, simili a quelli del Sars-COV2. Il circolo vizioso di impatti ecologici non programmati e dall’esito altrettanto imprevedibile è conclamato. Una richiesta economica locale, su spinta di una sollecitazione globale, innesca una risposta adattativa in una specie che potrebbe diventare così l’intermediario per uno spillover, il “salto di specie”. Ossia l’uscita di un patogeno dalla sua nicchia ecologia primaria dentro un nuovo ecosistema popolato di umani vulnerabili e altamente ricettivi. Questa è una tipica storia dell’Antropocene. Una di quelle vicende a effetti domino multipli che piacciano a Erle Ellis.
L’aspetto più importante di queste ricerche paleontologiche, e delle storie antropoceniche, infatti, è che ci parlano di opzioni, di possibilità e di strade aperte che nessuno avrebbe mai potuto passare in anticipo al setaccio del principio di precauzione. Ciò che impariamo da queste ricostruzioni, sulla scorta della diversificazione adattativa dei nostri progenitori, è l’importanza di un ragionamento fondato su opzioni aperte. La nostra specie ha imparato a sfruttare le occasioni ecologiche trasformando le opzioni in opportunità. Come gli scimpanzé di Budongo. Solo che le doti inventive degli esseri umani lavorano sin dall’inizio su una scala di interazione ecologica e sociale immensamente più articolata e ramificata.
Questo tratto evolutivo è quello su cui spingono di più i ricercatori che intendono l’Antropocene non come una epoca distinta dall’Olocene, ma come “un evento diacronico, che è andato costruendosi e intensificandosi nel tempo lungo”. In altre parole la nozione stessa di Antropocene potrebbe essere meglio compresa in termini evolutivi piuttosto che facendosi abbagliare dalle macroscopiche evidenze offerte dai risultati recenti dell’uso del carbone, del petrolio, dell’energia nucleare e della tecnologia. Se sin dall’inizio portavamo in noi qualcosa dell’Antropocene, allora l’Epoca dell’Uomo non è nulla di più che l’espressione, attraverso i millenni, di potenzialità a cui sarebbe stato difficile sfuggire, anche se Watt non avesse inventato la macchina a vapore e Steve Jobs l’iPhone.
Quello che sembra emergere dalla paleo-ecologia è infatti ciò che Erle Ellis ha definito “la condizione-Antropocene”, un accumulo di impatti sul Sistema Terra che ha acquistato velocità e scale di grandezza crescenti attraverso “trasformazioni sia sociali che ecologiche”. La cultura, intensa come capacità di pensare e di trasmettere idee, sarebbe quindi uno strumento di espansione della nostra specie, una sorta di “motore interno” che tende ad allargare la propria sfera di influenza perché assorbe esperienze e invenzioni usandole per ulteriori nuovi campi di applicazione e sperimentazione (“fitness export”), in modo non deterministico. L’Antropocene è dunque il risultato, antico quanto la comparsa stessa di Homo sapiens, “del feedback positivo tra la dimensione sociale e la intensità della costruzione della propria nicchia ecologica”.
“Chiamo tecnica un atto tradizionale efficace”, disse il grande antropologo francese Marcel Mauss, cogliendo un aspetto essenziale dell’Antropocene.
“Ciò che possiamo aspettarci dopo il fallimento dell’ipotesi del 1950 come inizio dell’Antropocene è uno sforzo di comprensione scientifica ancora maggiore. Ora sappiamo che la geologia non può avere l’ultima parola. L’Antropocene, infatti, è un evento composto da una miriade di altri eventi più piccoli, dai quali emergono schemi ecologici diversificati e in relazione gli uni con gli altri”, spiega Erle Ellis da Oxford via ZOOM. “Sono sicuro che negli anni a venire sarà l’archeologia a dare un contributo eccezionale a questi studi”.
Il vero nocciolo della questione è il nostro rapporto con il futuro. “Per la scienza, è sempre difficile stabilire una relazione con il futuro e fare previsioni. Penso che dovremmo rivedere esattamente questo, la direzione in cui la concezione corrente di Antropocene ci ha spinti a parlare del futuro. Dovremmo imparare ad elaborare ipotesi sul futuro, ma uscendo dallo schema rigido dei peggiori scenari possibili causati dalla alterazione degli ecosistemi globali. Ciò che sappiamo, infatti, è che l’Antropocene è il meno prevedibile di tutti i processi che coinvolgono gli esseri umani. Il messaggio fondamentale dell’Antropocene è un messaggio di possibilità aperte. Credo che togliere questo elemento dal ragionamento finisca con il creare un sentimento di impotenza collettiva e di mancanza di responsabilità”.
Erle Ellis apre nuovi campi di applicazione dello scetticismo critico. “Il grande errore è stato di creare una narrativa dell’Antropocene focalizzata su due poli antitetici: un Pianeta intatto e intonso e un mondo artificiale progettato dall’uomo. Questa ricostruzione è filtrata nei media e nell’opinione pubblica. Una utopia, la Terra non toccata da alcun intervento ecologico umano, è diventata il suo opposto, una distopia, in cui una specie terrestre, Homo sapiens, ha distrutto la biosfera facendone qualcosa d’altro che dà segni di pericoloso squilibrio. A mio parere questa idea è non solo regressiva, ma politicamente dannosa. È indispensabile pensare ed identificare i problemi in modo chiaro”.
L’Eden perduto, insomma, continua ad essere il fantasma dei laboratori di ricerca e dalle aule accademiche di antropologia culturale. L’utopia metamorfizzata in distopia è il nutrimento spirituale, per così dire, anche della idealizzazione degli habitat selvaggi popolati da animali magnifici (wilderness), lo stampo in cui è forgiata buona parte della “biologia della conservazione”, non senza i dollari dell’industria del turismo di lusso.
La dimensione mitopoeietica corrente di wilderness fa venire in mente i paesaggi del Colorado e del Wyoming in “Hostiles” di Scott Cooper. Il continente esporpriato osserva i colonizzatori estranei, che non lo capiscono. Quel che rimane ai nuovi arrivati è una solitudine immensa.
Ellis, infatti, prende le distanze anche dalla corrente visione della sesta estinzione di massa, pur non negando affatto l’erosione della biodiversità. “Gli organismi di oggi sono la base degli organismi del futuro, su questo non c’è dubbio. Ma la sesta estinzione è anch’essa una narrazione costruita su un messaggio che non lascia scampo. Nulla è già scritto e se mai la biodiversità si estinguerà, questo avverrà tra secoli. Non siamo a questo punto, per quanto seria sia la situazione”.
Siamo cioè in una posizione, su questa traiettoria, in cui è ancora possibile fare qualcosa. Mandando in pensione i vecchi baluardi e le categorie esauste. “Le aree protette non sono abbastanza, e non basterebbero neppure se il loro numero crescesse. Ma il concetto stesso di area protetta è molto più ricco di quanto di solito si supponga. Include i paesaggi misti (working landscape) in cui sono presenti anche gli esseri umani e attività di valore ecologico come una agricoltura ripensata per includere la biodiversità. Questo cambio di paradigma consentirebbe anche di immaginare su scala continentale gli spostamenti di alcune specie animali. Ma una cosa è certa: non c’è un futuro dove non ci sono problemi. Voglio dire che gli scenari già consolidati e dati per certi non permettono di contestualizzare i problemi e di trovare soluzioni originali”.
La sesta estinzione, quindi, è un effetto collaterale del nostro talento di specie, e forse anche uno strumento per la costruzione di nicchia di Homo sapiens. Ma il suo risvolto paleo-storico essenziale, secondo Ellis, è che nessuno ha mai, davvero intenzionalmente, deciso di progettare civiltà in grado di estinguere migliaia di specie. “Parliamo qui di conseguenze del tutto non intenzionali. Siamo stati anche molto fortunati, perché siamo così disinvolti ed abili nel cooptare a nostro vantaggio risorse biofisiche che, lo aveva intuito persino Paul Crutzen, avremmo potuto anche escogitare l’impiego di qualche elemento chimico ancora più letale di quelli oggi a nostra disposizione”. Un ragionamento paradossale, che però riposiziona il dibattito sulla responsabilità morale di noi uomini. La questione non è trovare i colpevoli, ma capirne i moventi.
L’Antropocene è un processo di accumulazione e di assorbimento delle epoche trascorse. Questa dimensione “ultra-ecologica” della nostra specie trascende anche le conseguenze più estreme del proprio dinamismo. Così accade con le estinzioni delle specie animali e i ricordi della Terra racchiusi nei ghiacci artici e antartici in scioglimento minacciati dal cambiamento climatico. Le calotte polari erose dall’innalzarsi delle temperature “sbriciolano i magazzini di ricordi custoditi nel ghiaccio, non più disponibili per il nostro futuro”, sostiene la paleoclimatologa Summer Praetorius. “La sola Groenlandia nasconde 100mila anni di storia (compresa la polvere di piombo fuoriuscita dalle fucine per l’argento dell’Impero Romano). L’Antartide milioni. Queste calotte di ghiaccio assomigliano a palinsesti scritti dalle condizioni meteorologiche di miliardi di giorni, ogni singola tempesta di neve condensata nei ritmi dei cicli glaciali e poi compattata in montagne alte migliaia di metri. Sì, Artico e Antartide sono i grandi cervelli del nostro Pianeta, aggrappati ai poli”. La memoria della Terra diventa memoria umana e, quindi, memoria dell’Antropocene.
Dal punto di vista della nostra specie, questa è la forza del ragionamento di Ellis, ogni processo eco-biologico è quindi anche storico. Usando le altre specie, e anche le risorse inorganiche del Pianeta (metalli, produzione netta primaria fossile, rocce, sedimenti), noi abbiamo assorbito le storie degli altri. Le avventure evolutive delle specie animali e vegetali, le fluttuazioni climatiche e le trasformazioni geologiche del Pianeta. Attraverso le storie altrui abbiamo poi inventato la nostra. Ecco perché l’Antropocene è un evento.
“Le aspirazioni umane sono una forza della natura, aspirazioni altamente diversificate e in rapida evoluzione”, scrive Erle Ellis. “In fondo, è stato il desiderio di vivere meglio che ha plasmato questo Pianeta”. La pulsione cognitiva che mosse Colombo è sostanzialmente la stessa che animò Michelangelo quand’egli si apprestò ad affrescare la Sistina. “L’America, raggiunta dai Vichinghi, perduta non appena scoperta, perché l’Europa non ne aveva ancora bisogno”, affermò lo storico Henri Pirenne quasi un secolo fa, cogliendo, senza neppure sospettarlo, il nesso indispensabile tra la disponibilità ecologica del Pianeta, con i suoi oceani e i suoi viventi, e l’intenzionalità della cultura umana.
L’Antropocene inteso come evento, e non come epoca a sé stante, è l’occasione attesa da forse due secoli per ripensare il concetto di crescita economica. E nulla più di questo, forse, coinvolge il Sud Globale. Se gli esseri umani hanno conquistato tutto il conquistabile per ragioni evolutive, allora che cosa è la crescita? Questa è infatti oggi la domanda essenziale sul futuro dell’economia, e dell’atmosfera. L’espansione illimitata delle economie moderne è forse un destino, come il cambiamento climatico? È magari per questi motivi che non riusciamo a farne a meno?
Qualcosa di utile per capire come si sia arrivati a teorizzare il vincolo quasi escatologico del PIL lo si trova in Nietzsche, un pensatore altrimenti estraneo alle contraddizioni ecologiche del nostro tempo. Sul finire dell’Ottocento, quando Nietzsche scriveva LA GAIA SCIENZA, in Europa la forte impressione provocata nelle menti dei contemporanei dalla esorbitante crescita industriale degli Stati Uniti successivi alla Guerra Civile e delle nazioni europee (Inghilterra e Germania in testa) acquisiva le ombre di una formulazione più scettica: le civiltà umane crescono e quindi si evolvono? Il successo industriale non è per caso una prova che l’umanità è entrata nella sua Età dell’Oro? Fu proprio in quegli anni che si cominciò, infatti, a concepire l’Ottocento come una epifania dei talenti umani. Nel 1854 il geologo gallese Thomas Jenkin coniò per il secolo il neologismo “Anthropozoico”. Qualche anno dopo (1863), un altro geologo, stavolta americano, James Dwight Dana, sostenne che si viveva “nell’età del raziocinio e dell’uomo” (the age of mind and man).
David Graeber e David Wengrow ricordano che la storiografia europea (archeologia, antropologia, filologia, linguistica comparata, che ancora oggi, per inciso, la fanno da padrone nei curricula scolastici standard dell’Unione Europea) ha sempre fatto confusione tra la “forma del tempo” e le alterne vicende tanto della propria civiltà quanto di quelle incontrate negli altri continenti. Secondo Graeber e Wengrow, “le metafore della crescita e del declino” racchiudono “pregiudizi politici inosservati nella nostra visione della storia”. La crescita sociale e culturale, che si manifesta nella ricchezza artistica e nella potenza economica delle Nazioni e degli Imperi, sarebbe insomma una conseguenza di un modo “teleologico” di pensare la storia umana, che presuppone, inevitabilmente, fasi ben cadenzate di sviluppo e di declino. La crescita, nell’impostazione culturale europea classica, è la naturale corsa di ogni società organizzata ad allargarsi dando il meglio di sé, fino alla sua altrettanto naturale caduta. A quanto pare, scrivono Graeber e Wengrow, neppure l’antropologo tedesco Alfred Kroeber, che dedicò la vita “a stabilire se dietro i ritmi e gli schemi della crescita e del declino culturale si nascondessero leggi riconoscibili”, giunse, nel 1944, ad una risposta affermativa. È chiaro che i due brillanti autori di “L’alba di tutto” ritengono che l’artefice occulto di questa suggestione (il paradigma ascesa/rovina) sia l’altrettanto artefatto mito del progresso. La civiltà bianca occidentale ha imparato a crescere perché ha saputo evolversi.
Ebbene, anche Nietzsche, impegnato a buttare alle ortiche la metafisica classica di Platone e di Kant, pensò che il fiorire della civiltà umana non fosse un accadimento, ma qualcosa di simile a un destino. Senza provvidenza, però.
Nietzsche sa benissimo che i suoi contemporanei sono infatuati dallo spirito del progresso. Ma in fondo, è questo il suo suggerimento dirompente, puntare tutto sul progresso spinge il ragionamento in un angolo. Continuiamo ad avere bisogno di una causa per spiegare perché l’Europa ha fatto suo il sogno della crescita. In LA GAIA SCIENZA Nietzsche esordisce dicendo che i darwinisti non hanno capito affatto cosa spiega la teoria dell’evoluzione: “come naturalisti, però, si dovrebbe evadere dal proprio cantuccio umano”. Infatti, “nella natura non è l’estrema angustia a dominare, ma la sovrabbondanza, la prodigalità spinta fino all’assurdo” (349). L’espansione senza controllo non è una prerogativa umana, ma una caratteristica del fenomeno biologico in generale. Han capito male coloro che giudicano la meschina lotta per la sopravvivenza la legge intrinseca dell’evoluzione delle specie. Darwin intendeva piuttosto che è l’incremento della vita la risposta adattativa sempre in divenire.
Nel celeberrimo capitolo (125) sulla “morte di Dio”, allora, Nietzsche non si limita a raccontare che cosa è successo quando gli uomini, senza neppure accorgersene, si sono sbarazzati del trascendente. Quel che più gli interessa è una miniatura di sapore omerico che narri i sentimenti che erompono nell’intelligenza e nello sguardo umano sul mondo quando questo mondo non è più fantasticato, ma semplicemente presente.
Non la profezia della fine di Dio (o degli Dei) genera sgomento, ma lo sconfinato orizzonte del mare, lo stesso che riempì gli occhi di Colombo e Magellano. “Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strofinare via l’eterno orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa Terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Dov’è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? (…) Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? (…) Non si è fatto più freddo? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione?”. Tremante e meditabondo, l’uomo sente il bisogno di identificare il marcatore di una epoca (il suo Ottocento era il nostro Antropocene) che, però, non è mai stata nuova perché da sempre gli appartiene nel profondo. La ricerca dell’orizzonte è la crescita, una pulsione che struttura l’essere umano in cerca di civiltà, perché la civiltà non è un edificio morale in cui acquartierare le proprie gioie sopite, ma una risposta infinita ad una aspirazione incondizionata.
L’interpretazione di Nietzsche è coerente con ciò che sappiamo oggi dell’evoluzione culturale di Homo sapiens. In termini filosofici, l’Antropocene è la preoccupazione per il buio che abbiamo solo cominciato a scorgere dietro l’impresa umanistica della costruzione dell’uomo. L’Antropocene non è una conseguenza dell’agire umano, è l’uomo stesso. Ma Nietzsche si spinge ancora più pericolosamente in avanti. La vertigine dell’abisso (il disastro ecologico globale) non prorompe dalla vastità dei delitti commessi, ma dalla coscienza di averli commessi senza intenzione. In una prospettiva nietzschiana, allora, decretare la fine di ogni morale ambientale (Dio è morto) implica così un paradosso: la necessità di un imperativo ecologico, sii te stesso, perché solo scoprendo chi sei potrai porvi rimedio!
È qui che il pensiero di Nietzsche si rivela straordinariamente in sintonia con l’acume scientifico di Erle Ellis. Se vogliamo capire l’uomo, allora occorre un nuovo senso storico, ammonisce Nietzsche. Se è nostra intenzione comprendere l’Antropocene, allora ci serve una nuova dimensione del processo storico a partire dal Pleistocene, avverte Ellis. Per Nietzsche (337), il “nuovo senso storico” (l’orizzonte del mare) sarà “qualcosa di molto possente in avvenire”, ma oggi è “ancora qualcosa di così povero e freddo, e molti sono assaliti da esso come da brividi gelati e per esso diventano ancora più poveri e freddi”. Non c’è da stupirsene, perché “sentire la storia degli uomini nella sua totalità come la sua propria storia” espone ogni individuo alla vertigine di sentirsi su un Pianeta che ha alle spalle la sua giovinezza, dice Nietzsche.
Eppure, assumersene tutto il carico
“sopportare questo cumulo immenso di afflizioni di ogni specie, poterlo sopportare, ed essere pur sempre ancora l’eroe, che, allo spuntar di un secondo giorno di battaglia, saluta l’aurora e la sua felicità, essendo un uomo che ha un orizzonte di millenni davanti e dietro di sé, l’erede di ogni tratto aristocratico di tutto lo spirito passato, erede gravato di obblighi, essendo il più nobile di tutti i nobili dell’antichità, e al contempo il capostipite di una nobiltà nuova, di cui nessun tempo vide e sognò l’eguale; assumersi tutto questo carico, il più antico come il più nuovo, le perdite, le speranze, le conquiste, le vittorie dell’umanità: infine possedere tutto ciò, e tutto insieme stringerlo in un unico sentimento: questo dovrebbe avere come risultato una felicità che finora l’uomo non ha mai conosciuto”.
C’è, allora, un secondo orizzonte da scandagliare (343), che per noi è poi quello, finalmente visibile, su cui tarare la bussola della domanda di giustizia ecologica del Sud Globale:
“Una lunga, copiosa serie di demolizioni, distruzioni, tramonti, capovolgimenti ci sta ora innanzi (…) finalmente possiamo di nuovo sciogliere le vele alle nostre navi, muovere incontro a ogni pericolo; ogni rischio dell’uomo della conoscenza è di nuovo permesso; il mare, il nostro mare, ci sta ancora aperto dinanzi, forse non vi è ancora mai stato un mare così aperto”.
Comunque lo si voglia intendere, l’Antropocene, è questo che è decisivo capire, segna un rimodellamento globale della biosfera avviato da Homo sapiens. Oggi sappiamo che i comportamenti dei nostri progenitori non ebbero solo macro-effetti ecologici, ma agirono su di noi stessi come fattori evolutivi. In altre parole è anche modificando la biosfera che siamo diventati, cognitivamente (“cognitive expansion”) e geneticamente, ciò che siamo ora. “Dal tardo Pleistocene in avanti gli esseri umani svilupparono attività che si risolvevano in alterazioni della distribuzione di interi gruppi di specie quasi in ogni gruppo tassonomico. Queste alterazioni inclusero estinzioni, estirpazioni e cambiamenti nella composizione delle specie, nella diversità di specie e nella struttura delle comunità animali”.
Secondo Nicolas R. Longrich biologo evolutivo della University of Bath (UK), raggiunto via mail, ricalibrare il ragionamento sulla specie animali perdute (“Qualunque serie stratigrafica è essenzialmente biostratigrafia”, ossia marcata dalla presenza di ben precise serie di fossili animali e vegetali) è un ottimo inizio per farsi una idea concreta di cosa ha significato la comparsa di Homo sapiens. Le forme di vita cancellate per sempre hanno un valore simbolico superiore al cemento o alle microplastiche. Parlano della vita e della morte. Infatti, “se i dinosauri non si fossero estinti, a nessuno sarebbe importato dell’iridio”.
“Sento parlare della guerra nucleare, dell’inquinamento, del cambiamento climatico, va bene, ognuno di questi problemi è un grande problema, ma, onestamente, mi pare che sia un po’ egocentrico dedurne che noi viviamo in una epoca così straordinaria da essere diametralmente opposta a quella di Gesù, Alessandro il Grande e Budda, o agli uomini e alle donne che costruirono Gobekli Tepe in Mesopotamia. Per poi concluderne che siamo in una nuova era, l’Antropocene appunto. Le cose hanno cominciato a cambiare molto prima di noi”.
Stando nel solco della impostazione di Ellis, Longrich punta l’attenzione sull’invenzione della agricoltura alla fine del Pleistocene, ma solo per sottolineare che da quel momento in poi la capacità umana di manipolare e spostare le specie animali e vegetali si cristallizza, diventando uno strumento permanente nelle nostre mani. “Se consideriamo la posizione sul Pianeta di Homo sapiens, allora la rivoluzione del Neolitico è molto più ricca di significato di tutto ciò che è successo prima e dopo il 1945”.
La difficoltà di far riferimento alle estinzioni collegabili agli esseri umani (come l’estinzione della megafauna, ma non solo) per tentare una lettura cronologica dell’Antropocene si scontra con gli stessi pregiudizi che investono l’ipotesi dell’Antropocene come evento. Le estinzioni che rimodellano gli ecosistemi globali, alterando in modo permanente il numero di erbivori e di carnivori, prendono migliaia di anni, e non un isolato, magico frammento di tempo geologico. La ricerca paleo-ecologica è quindi costretta a concentrare i propri sforzi sulla defaunazione degli ecosistemi antichi. La antilope blu (Hippotragus leucophaeus) del Sudafrica, spiega Longrich, era già estinta all’inizio del 1800 e a lungo si è pensato che il suo destino fosse la conseguenza della colonizzazione inglese e olandese del Capo di Buona Speranza, che portò all’estinzione anche del quagga e del leone del Capo. “Uno studio recente, invece, sembra aver dimostrato che il declino della antilope blu cominciò attorno ai 300mila anni fa, in una qualche connessione causale con l’espansione dei boscimani nell’Africa del sud”. Le storie antropoceniche sono sempre storie di defaunazione.
In una tale prospettiva paleo-ecologica, la defaunazione può essere intesa come l’esito finale della costruzione di nicchia, e non come il backstage della sesta estinzione. Scrive a questo proposito Nicole L. Boivin, che insegna archeologia a Oxford e al dipartimento di storia umana del Max Planck di Jena: “anche prima dell’Età delle Scoperte, le attività umane accumulatesi per millenni hanno prodotto cambiamenti drammatici nell’abbondanza e nella estensione dei range geografici di un diversificato numero di organismi”. Per Boivin ragionare sull’Antropocene aiuta a capire la defaunazione in una prospettiva meta-temporale. L’ecologia di Homo sapiens è inestricabilmente legata alla trasformazione della biosfera, e alle estinzioni, soprattutto perché noi siamo in una relazione bio-trasformativa con tutte le altre specie, e con i paesaggi stessi. Il nesso tra la biodiversità attuale e la biodiversità storica è dirimente. Gli habitat primordiali non esistono, mentre sussistono “palinsesti sbozzati da episodi ripetuti di attività umane su scale di migliaia di anni”, ancora oggi caratterizzati da “comunità di specie altamente cosmopolite”.
Ecco perché rinunciare alla datazione recente dell’Antropocene chiama in gioco il trattamento riservato al Sud Globale. Il fallimento dell’Antropocene è una occasione per un approccio di studio “deep history”. E per una riflessione civile collettiva, fuori delle accademie, sul colonialismo. La paleo-archeologia infatti sovverte i principi su cui è costruita la conservazione delle specie in estinzione. “Se il cambiamento è la costante della relazione ecologica uomo-mondo”, scrive Boivin, “non è affatto chiaro quali siano i target ‘naturali’ per il ripristino delle condizioni ecologiche”. Mentre l’appropriazione di regioni da destinare alla protezione ambientale a scapito delle popolazioni locali native, percepite come un disturbo ecologico, ha un colore nettamente coloniale. Eppure è questa la situazione in cui versa il dibattito sul futuro delle megafaune soprattutto in Africa.
La paleo-archeologia, in altre parole, conferma che l’idillio originale tra uomo e natura è una invenzione. Averlo trapiantato nelle discussioni sull’Antropocene svela molto di più di quanto si sospetti sulla ostinazione con cui il pensiero ufficiale, non ultimo quello standardizzato dalle grandi istituzioni universitarie, continui a respingere la messa in discussione del primato culturale del Nord Globale. Ma il pensiero comune offre anche la sponda alla politica, che pur ignorando a bella posta le evidenze scientifiche (ad esempio sul clima), si fa tuttavia forte di impostazioni euro-centriche sulle cause del disastro ecologico. Non per sollevare un senso di colpa estraneo alla società civile quanto alle élite economiche. Ma per relegare ai margini della conversazione sociale il peso del Sud Globale nella dinamiche eco-economiche moderne, e per mortificare la domanda di giustizia eco-umanitaria.
“Correggere la traiettoria di ingiustizia decisa per noi sin dall’inizio, da quando fummo dichiarati ‘terra di nessuno’, è tutto qui. E poi comprendere che esiste ancora un modo per ottenere una economia produttiva per la società umana che non dipenda da pratiche distruttive, che non strappi la terra e la cultura nativa alle persone, rendendo tutti uguali e omogenei mentre nel frattempo si minaccia l’intero Pianeta” – MURRAWAH JOHSON, Aborigena Nativa Australiana vincitrice del Goldman Prize per l’attivismo ambientale
L’ipotesi dell’Antropocene come evento restituisce infatti importanza al progetto politico della colonizzazione europea, mettendone in luce le conseguenze strutturali. Il cosiddetto “Columbian exchange”, il rimescolamento delle specie globali seguito alla scoperta dell’America nel 1492, ha comportato lo scambio di specie vegetali e animali, commestibili o meno, tra America e Euroasia su una scala mai vista. “Tra 50 milioni di anni i paleontologi del futuro – dice Longrich- noterebbero un cambiamento radicale nelle comunità animali terrestri a partire da quel secolo”.
L’impresa oceanica europea ha quindi inaugurato un passaggio di livello, una intensificazione della capacità di costruzione di nicchia. Il colonialismo è essenzialmente una processo ecologico progettato e immaginato per la prima volta su scala intercontinentale (lo ha spiegato magistralmente Jason Moore) da organizzazioni politiche rudimentali (gli Stati nazionali nella loro fase embrionale), benché aggressive. Ancora una volta è Ellis a fornire una sintesi planetaria di ciò che accadde sul finire del Rinascimento.
“L’archeologia ci dice molte cose sul colonialismo, che non è accaduto solo una volta. I Romani, ma anche i Cinesi, agirono da colonizzatori. Ma non c’è dubbio che il colonialismo europeo è alla radice di ciò che vediamo oggi, non ci sono obiezioni su questo. La sua eredità è ovunque. Pensiamo alla economia di piantagione (plantation economy), il modello economico essenziale per comprendere l’industrializzazione successiva. Ma concentriamoci sull’energia: era indispensabile mobilitare energia per produrre una agricoltura da esportazione e quella energia furono gli schiavi. La dimensione energetica della piantagione, per così dire, e cioè che l’economia moderna si fa con enormi quantità concentrate di energia, passa il testimone alla fabbrica e ai combustibili fossili. Questo significa che i fossili, spinti da una condizione di sfruttamento totale dell’essere umano, finiscono con l’emancipare l’uomo stesso dall’essere una fonte di energia, con tutti i problemi ecologici che quel passaggio comportò e che oggi paghiamo”.
Mentre l’archeologia conferma che gli esseri umani modificano il loro ambiente da sempre, essendo una specie tra altre specie, la paleo-archeologia mostra che questo tratto evolutivo può aiutarci a meglio comprendere la pervasività dei processi di estinzione, la loro permanenza sia nel tempo profondo di Homo sapiens (a partire da 200mila anni fa) sia nel tempo storico documentabile.
Le tracce riassunte da Nicole L. Boivin sono molto esaustive:
“Oggi sappiamo che la translocazione di specie mediata dall’uomo risale al tardo Pleistocene. Ad esempio, il cusco comune (un piccolo marsupiale, Phalanger orientalis), endemico della Nuova Guinea, fu portato fino all’Indonesia orientale, alle isole Solomon e all’arcipelago delle Bismarck a partire da 20-23mila anni fa, diventando una specie chiave dei nuovi habitat.
“Le estinzioni e le estirpazioni di alcune specie sono una sequenza comune accaduta nella colonizzazione umana delle isole durante la preistoria. Migliaia di popolazioni di uccelli nel Pacifico si estinsero in seguito alla colonizzazione polinesiana. Uno studio recente sugli uccelli non passeriformi (NdR, non appartenenti all’ordine dei passeriformi) suggerisce che su 41 isole del Pacifico almeno 2/3 degli uccelli si estinsero tra le fasi iniziali della colonizzazione preistorica e il primo contatto con gli Europei (…) Non abbiamo ancora studi sistematici sulle estinzioni floreali, ma molte specie di piante con fiori scomparvero anch’esse sulle isole in tempi preistorici (…) La defaunazione è infatti una altra eredità duratura delle antiche attività umane. Prendiamo l’emergere delle società urbane stratificate nel vicino oriente e in Egitto. Ebbene, l’antico Egitto è ricollegabile all’estirpazione, entro il secondo millennio a.C., di numerose specie selvatiche, principalmente attraverso abbattimenti massicci: l’onagro (Equus hemionus), la gazzella della Persia (Gazella subgutturosa), l’alcelafo comune (Alcelaphus buselaphus), l’orice arabico (Oryx leucoryx) e lo struzzo (Struthio camelus).
“L’analisi degli isotopi più stabili sui resti fossilizzati di pesci dell’Europa del nord-ovest dimostra che l’ipersfruttamento delle riserve ittiche locali funzionò da spinta per una globalizzazione della ‘industria del pesce’ già a partire dal 13esimo e 14esimo secolo (NdR, in pieno Medioevo)”.
L’infuocato accapigliarsi attorno alla datazione dell’Antropocene ha senza’altro evidenziato la centralità del tempo nell’immaginario scientifico. Abbiamo bisogno, fuori e dentro i laboratori di ricerca, di aggrapparci a date che stabiliscano chi siamo e perché siamo in un certo modo. Naturalmente, questa sì che è una illusione: la complessità culturale delle civiltà (tutte) racconta una storia più irregolare, contraddittoria, scostante. Ma sono le scoperte ecologiche che, ormai, rendono più estenuante insistere con le datazioni al millimetro, con la grande fantasia della quantificazione della natura umana. Purtroppo il fastidio introdotto nella discussione dall’esorbitante e ingombrante ristrutturazione del Pianeta avviata con la frattura del Cinquecento (il colonialismo) mette in crisi le illusioni e i pregiudizi, svelando i risvolti politici dell’Antropocene accademico. Se ogni cosa ruota attorno all’Antropocene (quando-abbiamo-cominciato-a-fare-cosa), allora le politiche attuali sul Sud Globale mandano in frantumi il dibattito. Gli tolgono snobismo, facendo piombare i discorsi nella cruda realtà. “Gaza è dappertutto”.
Una cosa però l’abbiamo imparata. In Antropocene, il tempo stesso è energia. Perché abbiamo bruciato nelle centrali elettriche il passato fossile del Pianeta (idrocarburi), ma anche perché abbiamo imparato a investire quel passato in una ottimizzazione del tempo lavorato in fabbrica per ottenere profitto. E il profitto è un fattore di accelerazione del consumo del passato in logiche consumistiche. Polverizzare il passato biologico conduce all’estinzione. Non solo di migliaia di specie, oggi, in questo secolo. Ma anche del nostro spirito (Geist).
APPROFONDIMENTO – Il Professor Erle Ellis terrà una lectio magistralis dal titolo “No Safe Space: Navigating the Anthropocene Entanglement“ alla Università di Bologna (Sala Rossa, Palazzo Marchesini) il prossimo 15 maggio dalle 15.30 alle 17, ospite del professor Roberto Pasini del Dipartimento di Beni Culturali. La conferenza potrà essere seguita anche va streaming.
(Foto di copertina: Brasile, pitture rupestri rilasenti al Pleistocene ritrovate nel Parco Nazionale Serra de Capivara, patrimonio mondiale dell’umanità).





Rispondi