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La civiltà stessa è fatta di barbarie

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Dovremmo abituarci ad un serio esame di coscienza, quando affrontiamo lo stato del mondo alle soglie del 2020 e le nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, confondatore di Extinction Rebellion, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità del movimento, è emblematico in tal senso. Hallam ha detto una verità indigesta. La civiltà stessa è fatta di barbarie. E quindi non può essere un antidoto alla barbarie del genocidio. Al contrario, è la nostra civiltà che per diventare moderna ha fatto ampio uso del genocidio.

Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa.

Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente.

La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945.

Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie. Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi.

Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità.

Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta.

C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio.

Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo.

Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura.

Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti.

Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici.

Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”.

La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”.

Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah.

Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita.

Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam.

Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta.

D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein).

Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”.

Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico.

Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”.

C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale.

E’ invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini.

Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti.

Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

PS – A corollario di questa conversazione sul genocidio, sarebbe auspicabile che la collega di DIE ZEIT e i benpensanti rileggessero quanto Karl Jaspers scrisse nel suo saggio La questione della colpa (pubblicato in Italia da Cortina nel 1996). Una raccolta di riflessioni sulla colpa della Germania che Jaspers dedusse da consultazioni pubbliche tenutesi nel 1945, a cui parteciparono persone di ogni tipo.

Jaspers ebbe il coraggio di dire questo: “Se noi ci mettiamo ad indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

Roger Hallam sul coraggio di dire la verità al WorldWebForum.

Roger Hallam di XR non è un antisemita

Roger Hallam co-fondatore di XR è stato accusato dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita. Hallam ha infatti detto che il genocidio degli ebrei d'Europa è l'ennesimo riproporsi di uno schema storico. Il riferimento ai genocidi coloniali in Africa è d'obbligo. L'intera questione riguarda l'urgenza culturale e politica di inserire la catastrofe ecologica in una storia della civiltà umana.

(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto. Non credo che le sue affermazioni siano oltraggiose. Roger Hallam di XR non è un antisemita.

Allora perché tutta questa gran polemica contro di lui?

Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, ha detto la sua sulla dimensione storica dei genocidi in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”.

Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro.

Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione.

Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam?

Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”.

Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità.

Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni.

Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici.

Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”.

Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Modernità e Olocausto (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente (siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo) sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto.

Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio.

E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500).

Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo.

In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale.

“E’ stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale.

Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, anche qui posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note da anni, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo. Faccio solo un esempio: la enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2008.

Il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio.

Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna?

Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto?

Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali?

Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma.

Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro.

La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti.

La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare?

Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa. 

XR è ora nel pieno della sua maturità

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(Credits: Extinction Rebellion London FB)

Nella settimana del 15 ottobre 30mila persone hanno manifestato sotto la pioggia, per le strade di Londra, con Extinction Rebellion. Una gigantesca azione di disobbedienza civile che in tutto il mondo, riferisce XR nel comunicato stampa conclusivo di venerdì scorso, è costato l’arresto a 3mila civili. XR è ora nel pieno della sua maturità.

Dopo i due momenti topici del 30 ottobre 2018 e del 15 aprile 2019 questa terza azione di disobbedienza civile di massa ha dato inizio ad un atteggiamento mentale completamente nuovo nell’ambientalismo.

E non solo in quello militante, attivo (non tutti hanno potuto lasciato il lavoro per dormire in tenda a Vauxhall o a Trafalgar Square), ma sopratutto, e qui sta la vera novità, nell’ambientalismo spirituale di tutti coloro che sanno che non abbiamo più alternative se non innescare una rivolta civile. 

“Tempi difficili attendono la Gran Bretagna e il mondo. Tutti adesso ci troviamo di fronte ad una scelta, se unirci od optare per la divisione. Hanno manifestato in strada i nonni, donne che hanno allattato i loro figli davanti alla sede di Google, gruppi da tutto il Paese hanno occupato luoghi nell’intero quartiere di Westminster”.

La intensità della partecipazione della società civile inglese è stata straordinaria. Il movimento ha dimostrato, enorme lezione per l’Italia, la maturità dell’ambientalismo inglese, fatto di gente comune, motivata, seria, e non di cavalieri solitari in cerca di un pubblico o di uffici marketing personalizzati.

Molti ragazzi in sedia a rotelle hanno partecipato alle manifestazioni, mostrando quanto grande sia ciò che ognuno di noi può fare con il poco che possiede.

Ma XR ha anche indicato una strada per i ragionamenti che ci attendono negli anni a venire.

È giunto infatti il momento di instaurare parallelismi e paragoni molto scomodi e indigesti. Ad esempio, le somiglianze tra la burocrazia del consenso durante il periodo nazista e la attuale ignavia di massa (in Italia siamo all’anno zero) nei confronti del collasso del Pianeta.

Due giorni fa sul profilo FB di XR London è stata caricata una fotografia storica, in bianco e nero, di un gruppo di indiani del Madras, India, ridotti a scheletri dalla fame. Si tratta della Grande Carestia del 1876-78, che coinvolse buona parte dell’India meridionale e fece 5 milioni e mezzo di morti.

L’altopiano del Deccan fu colpito, in quegli anni, da una terribile siccità, ma le scelte politiche con cui le Autorità Coloniali Britanniche gestirono l’emergenza furono decisive per aumentare a dismisura le vittime.

Lord Lytton, il viceré, approvò una massiccia esportazione di grano (320mila tonnellate) verso l’Inghilterra. In sintesi il poco cibo disponibile venne esportato. I fatti rientrano in quei piani di sfruttamento coloniale delle risorse indiane che il socio-antropologo Mike Davies ha definito “olocausti tardo-vittoriani”. 

XR ha parlato di queste vicende perché le analogie con la nostra epoca sono preoccunati.

Il cambiamento degli schemi climatici su cui abbiamo regolato la nostra capacità di produrre cibo, una volta alterati, compromettono la tenuta dei nostri sistemi alimentari (food chain).

I grandi giornali, e spesso anche i piccoli giornali, tendono a ridimensionare il paragone con epoche storiche che consideriamo raccapriccianti per la loro violenza intrinseca e che pretendiamo ormai “superate” grazie al progresso tecnologico.

Sono letture manipolatorie della realtà odierna, che hanno lo scopo di ridimensionare la percezione storica della crisi ecologica. Isolandola nel tempo e nello spazio. Ascrivendola alla emotività sovra eccitata degli ambientalisti di professione. Sminuendone quindi la portata.

Gli esempi di questa complicità non mancano. Lo scorso 18 ottobre, Il Fatto Quotidiano ha pubblicato un articolo di Massimo Fini (“Si muore di suicidi e denatalità”), che a sua volta riprendeva un contributo uscito sul Corriere della Sera e firmato da Antonio Scurati: in entrambi si sosteneva l’insostenibile, ovvero la necessità di rimediare al crollo demografico occidentale, interpretato come una sciagura.

Fini, purtroppo, non è nuovo a sparate del genere, visto che di recente, sempre sul Fatto, è uscito un suo editoriale delirante a favore dell’alimentazione carnivora (il 27 agosto: “L’estremismo della carne”).

Sovrappopolazione e impossibilità di continuare ad abitare ancora a lungo su un Pianeta vivibile ingozzandosi di proteine animali non sono opinioni, sono dati di fatto scientifici.

Continua ad instillare nell’opinione pubblica il pregiudizio che tutto sommato le cose non sono così gravi, che prima o poi verrà fuori un piano B, e che la situazione climatica è abbastanza sotto controllo non è una strategia innocua.

XR ha piantonato l’ingresso della BBC per chiedere una svolta. Basta invitare negazionisti. Preoccupiamoci invece di verificare da chi sono sovvenzionati i Think Tank per cui lavorano gli esperti intervistati alla radio o in televisione.

Il movimento ha anche pubblicato un podcast ( “BBC tell the truth” ) per ironizzare proprio sulla disponibilità della BBC a passare sotto silenzio lo stato reale del Pianeta.

Il podcast contiene una audio-fiction dei messaggi di emergenza che la radio britannica dovrà presto trasmettere, se non riusciremo a innescare un cambio di passo storico sul collasso ecologico. Come in guerra, verranno date istruzioni per le evacuazioni, sulle scorte di cibo, sui quartieri a rischio per le infiltrazioni di bande di terroristi e gente armata in cerca di acqua potabile.

Ricordiamo che la BBC, al netto delle sue reticenze, è una eccellenza mondiale nell’informazione planetaria.

È chiaro che portare la protesta ad un livello critico come quello a cui abbiamo assistito negli ultimi dieci giorni suscita anche rabbia, indignazione, stupore, antipatia.

La posizione di XR, diffusa sempre con il comunicato stampa di venerdì scorso, è esemplare.

“Qualunque sia il vostro punto di vista, la ribellione ha suscitato conversazioni che non c’erano mai state. Eppure, questo autunno di rivolta è stato molto diverso da aprile, dalla prima sollevazione.

La risposta del Governo e delle Autorità (ndr, prima del 15 ottobre sono state sequestrate molte attrezzature e cucine da campo) ha significato che certi aspetti di impatto visivo, anche la gioia della ribellione, non erano più possibili.

La confisca delle attrezzature per persone disabili ha reso poi il loro accesso decisamente più difficile. Moltissime conferenze già pianificate non hanno potuto aver luogo e moltissimi relatori non hanno potuto parlare, ed è stato tutto molto più complicato per centinaia di artisti che volevano intervenire.

L’escalation negli ordini restrittivi della Polizia ha impedito la presenza di coloro che si trovavano nelle situazioni più vulnerabili. Non avrebbe potuto esserci la gioia di stare insieme che c’è stata ad aprile.

Eppure, grazie alla sincerità di cuore e alla creatività di tanta gente siamo stati in grado di adattarci, con successo, e di creare qualcosa di nuovo. Questa ribellione è stata diversa anche per la maggiore varietà di persone e di aggregazioni sociali che hanno partecipato”. 

Una accesa polemica ha fatto seguito ad una aggressione avvenuta a Canning Town, Shadwell and Stratford, il 17 ottobre.

Un attivista non autorizzato da XR, ma che aveva espresso la sua adesione al movimento, è salito sul tetto di un vagone della metropolitana, a quell’ora della mattina affollatissima, bloccando così la linea.

In quella fermata i pendolari sono cittadini che per ragioni di reddito non hanno altri mezzi per raggiungere il posto di lavoro. Questa gente ha impieghi con paghe orarie da fame, in cui le ore di ritardo vengono scalate dallo stipendio .

L’attivista è stato aggredito e trascinato a forza giù dal tetto, rischiando il peggio.

L’episodio ha dimostrato la fragilità assoluta di tutti noi, e in particolare modo delle fasce più deboli e peggio retribuite, dinanzi alla crisi ecologica. Per chi ha un pessimo impiego mal pagato (non importa se in un ufficio o in un fast food) i blocchi sulle strade significano comprensibilmente disagio, rabbia e ingiustizia.

Ridotti a spettri dei protagonisti della democrazia che fu, centinaia di persone se la sono però presa con un innocente.

I veri colpevoli non sono gli ambientalisti, che, anzi, in Inghilterra – come in Francia e in Germania – sono gli unici a parlare delle ricadute sociali, sempre più inique, della distruzione del Pianeta.

Responsabili sono invece le élite al potere, che da quasi 30 anni promettono di farsi carico di un sistema economico insostenibile mentre, in separate stanze, firmano politiche accondiscendenti nei confronti dei big polluters.

Il punto sulla faccenda di Canning Town, purtroppo, è che lo stesso organigramma produttivo che ci ha condotti al punto in cui siamo ha anche svuotato le società civili del diritto ad una vita migliore attraverso la protesta, l’azione sindacale, lo sciopero pacifico e continuativo.

Siamo divenuti schiavi silenziosi, a cui non resta che obbedire per mangiare un tozzo di pane o perdere il lavoro come inutili Don Chisciotte di un mondo perfetto nella sua violenza istituzionalizzata. 

La posizione di XR su Canning Town ha un enorme rilevanza etica: come abbiamo visto l’altro ieri (ndr, il 17 ottobre) a Canning Town, Shadwell and Stratford, è chiaro che abbiamo bisogno di imparare ancora molto su come colmare questo divario. Non sempre ci riusciamo.

Siamo consapevoli che, in questo viaggio, commetteremo e commentiamo degli errori. Come chiunque altro, siamo tutti esseri umani imperfetti che sono semplicemente parte di un sistema che distrugge il Pianeta così come distrugge chiunque altro.

Sappiamo di fare cose che ogni giorno causano disordine nelle vita quotidiana della gente, ma lo facciamo per rendere tangibile la minaccia esistenziale che incombe su tutti noi, e questa gente ha ragione ad essere arrabbiata con noi.

Ma molti di noi sono terrorizzati dinanzi al futuro che attende il Pianeta che amiamo. Non tutti sono con noi su questa questione della emergenza climatica ed ecologica e spesso sono le stesse voci marginalizzate ed escluse dalla società a non abbracciare Extinction Rebellion.

Molti sono già talmente preoccupati dal ritirare avanti che il nostro messaggio sembra loro irrilevante. Non possono concepire di rischiare di farsi arrestare e di perdere due settimane di lavoro. È quindi arrivato il momento di fare uno sforzo concertato per ascoltarli.

A prescindere dal fatto che decidano o meno di venire con noi. Per noi è importante che la gente trovi il proprio ruolo e la proprio voce in ciò che verrà, in un gruppo organizzato o in qualunque modo vada bene per loro.

Questa emergenza non è separata dalla vita di ogni giorno, ci sono già persone che stanno morendo dall’altra parte del mondo (….) Agli abitanti di Londra dichiamo questo: ci dispiace di avervi causato disagio. Lo avevamo previsto, proprio perché abbiamo paura per ciò che amiamoi”. 

Se c’è una cosa che la settimana del 15 ottobre ha dimostrato è fino a che punto il collasso del Pianeta coinvolga ogni aspetto della quotidianità. Questo pone due problemi apertissimi: il primo, quale prezzo dovremmo pagare, in termini sociali, per spingere i governi ad agire in modo adeguato, e, secondo, se davvero l’attuale schema di civiltà possa essere riformato. 

XR dà lezione di dignità politica al potere

Extinction Rebellion in azione a Parigi

Se c’è una parola che descrive al meglio i primi quattro giorni della ribellione internazionale di Extinction Rebellion in Inghilterra, in Francia e in Germania è questa: dignità. XR dà lezioni di dignità politica al potere.

Di solito la dignità è un atteggiamento mentale che viene ricondotto alla integrità interiore di un individuo, alla sua disponibilità a non rinunciare al rispetto di sé in nome del beneficio altrui. L’aggravarsi della crisi ecologica ha ormai indotto una rapida riformulazione della idea di dignità. Almeno per gli esseri umani.

Oggi, ha dignità chi ha deciso di ribellarsi, ossia di assumere una visione di se stesso e del mondo aggiornata al XXI secolo. Una visione del mondo, è indispensabile ripeterlo, storica. Coerente con la nostra epoca, che è l’unica che ci è toccato in sorte di vivere. E a cui apparteniamo.

Non esiste responsabilità storica senza una cognizione chiara della propria epoca.

Si diventa responsabili della propria condotta solo quando si comprende che la propria epoca storica è il prodotto dell’azione umana. La dignità dei rivoltosi di Londra e Parigi è radicata in questo principio politico. 

La dignità è politica allo stato puro. Fomenta il senso critico, getta il seme dell’indignazione, fortifica la reattività alle menzogne propagandistiche della politica ufficiale (obiettivi climatici derogabili al 2050 o anche 2100). 

In UK sono già state arrestate almeno 1000 persone, tra cui un 95enne. Il 10 ottobre è avvenuto l’impensabile.

Gli attivisti inglesi hanno bloccato il salone delle partenze del City Airport di Londra. Si sono arrampicati sul tetto del terminal e uno di loro è riuscito anche a filmarsi mentre ostacolava le operazioni di imbarco passeggeri su un volo di linea.

Un campione sportivo para-olimpico, James Brown, si è seduto in cima ad un aereo della British Airways che avrebbe dovuto partire per lo Sciphol di Amsterdam.

A Parigi, da 4 giorni, qualche decina di francesi è accampata allo Chatelet, nel centro di Parigi, con attrezzature igieniche di fortuna e cucine da campo.

L’occupazione pacifica di suolo pubblico a Berlino è cominciata lunedì alle 4 e mezza di mattina nel cuore del Tiergarten, attorno alla Siegessaeule (Grosser Sterne. E prosegue con la tattica dello sciame di dimostranti che compaiono a piccoli gruppi in giro per la capitale, usando la messaggistica in tempo reale di Telegram.

Molti civili hanno portato ai manifestanti tè caldo e generi di prima necessità ( fa già freddo a Berlino, e piove). 

Sappiamo, in Europa, che il tempo del realismo non è quasi mai il tempo della politica ufficiale, se non a vicende belliche avviate. Il tempo del realismo sembra però essere scoccato almeno per questo movimento che aspira a comportarsi in modo rivoluzionario.

Dobbiamo essere molto chiari. Potremo ancora vivere, certo, in un mondo sempre più caldo, ma bisogna essere consci che ci riusciremo solo con il coltello tra i denti.

Proprio in questi giorni lo Environmental Audit Committee del Parlamento inglese, come riferisce Extinction Rebellion, ha espresso “una profonda preoccupazione sull’impatto dell’innalzamento dei prezzi del cibo per le fasce più poveri e vulnerabili della popolazione in Inghilterra, e la compiacenza del governo su questa questione”.

Un paio di esempi piuttosto eloquenti.

In Francia, è in corso una crisi della cipolla ( la varietà pregiata Cévennes). A causa delle piogge eccessive i raccolti sono diminuiti del 30%. Nel 2018 la Lettonia, sempre a causa del crollo nella produzione delle cipolle, aveva dichiarato uno stato di emergenza. L’autunno 2018 e l’inverno 2019 sono stati la stagione della crisi del cavolo cappuccio ( i crauti, per intenderci) in Germania. Troppa siccità. 

Intanto, la IUCN Species Survival Commission (il network mondiale più importante che riunisce 9000 esperti nella conservazione delle specie), nel corso della riunione plenaria di Abu Dhabi (6-9 ottobre) ha lanciato un nuovo appello perché ci si renda conto che l’estinzione della biodiversità va presa sul serio.

“Ci rivolgiamo ai governi, ai donatori istituzionali e alla società civile affinché siano attuate misure di emergenza per salvare le specie a maggior rischio di estinzione (…) perché sia riconosciuto il legame tra il rischio naturale e il rischio finanziario”. Infine, “ci rivolgiamo a ogni individuo, soprattutto ai giovani, perché prendano una posizione e si alzino in piedi per parlare per la salvezza di tutte le specie”. 

A differenza dei cambiamenti climatici, abbiamo a disposizione un sostantivo che denota uno stato d’animo molto preciso per dire che cosa è l’estinzione: solitudine. Una sconfinata distesa di miliardi di esseri umani, come ha scritto E.O.Wilson; ma, soprattutto, il silenzio terrificante dell’unica specie rimasta condannata a guardarsi allo specchio, trovandoci solo il proprio volto, senza più il conforto del confronto con l’altro.

L’auto-censura malattia mortale dell’ambientalismo

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London FB)

Ieri mattina Rupert Read, un filosofo della East Anglia University che ha aderito ad Extinction Rebellion, ha twittato un articolo di Richard Heinberg uscito su EcoWatch. Questo articolo avrebbe dovuto essere tradotto, stampato e distribuito come road map per tutte le parti politiche che, a Roma, s’apprestavano a partecipare al secondo giro di consultazioni per il nuovo governo. L’auto-censura malattia mortale dell’ambientalismo. Questa la diagnosi.

“Systemic Change Driven by Moral Awakening is our only hope” di Richard Heinberg smaschera la faciloneria con cui il collasso del Pianeta spunta nel discorso politico, e nelle parole affrettate dei suoi protagonisti italiani. Durante il G7 di Biarritz, Giuseppe Conte ha infatti pubblicato un post di ispirazione ecologista, che è stato ripreso da Il Fatto Quotidiano: “è fondamentale ridare slancio all’economia. Soprattutto al commercio, all’attività manifatturiera e agli investimenti (…) Abbiamo il dovere e la responsabilità di salvaguardare il pianeta, la sua biodiversità e i suoi oceani, mobilizzando maggiori finanziamenti pubblici e privati, in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”. 

Come sempre gli è accaduto finora, ma come del resto è accaduto anche a Nicola Zingaretti nella sua lista di priorità strategiche in 10 punti, Conte confonde continuamente lo sviluppo sostenibile e la protezione del sistema climatico terrestre.

O meglio: costruisce una consequenzialità causa-effetto sui due concetti che di fatto non esiste. Non possiamo affrontare la catastrofe climatica e le estinzioni in corso con la economia verde, o con lo sviluppo sostenibile fondato sulla crescita. Servono una trasformazione sociale completa.

Anzi, a ben guardare il fulcro della questione non è neppure il cambiamento climatico.

EcoWatch spiega perché i limiti dell’approccio economico sostenibile hanno incontrato negli ultimi venti anni sempre maggiore ostracismo ed ostilità, e non solo in politica, nella finanza e nelle grandi organizzazioni internazionali. Gli stessi ambientalisti, e, qui in Italia, buona parte della editoria impegnata a salvare il Pianeta, hanno sistematicamente tagliato fuori, escluso e censurato le voci critiche nei confronti dell’epica romantica delle rinnovabili.

Richard Heinberg scrive: “Il nostro problema ecologico fondamentale non è il cambiamento climatico. È l’eccesso di richiesta (overshoot), di cui il riscaldamento globale è un sintomo. L’eccesso di richiesta è una questione sistemica. Nell’ultimo secolo e mezzo, quantità abnormi di energia fossile a basso costo hanno reso possibile la crescita rapida della estrazione di risorse, e quindi della loro lavorazione e del consumo.

A loro volta, questi processi hanno alimentato l’aumento della popolazione, l’inquinamento e la perdita di habitat naturali insieme alla biodiversità”. Negli anni ’70 il movimento ecologista, scrive Heinberg, aveva tratto beneficio dal pensiero sistemico, che tendeva a privilegiare lo studio degli ecosistemi come inter-relazioni complesse di processi chimici, fisici e biologici dipendenti gli uni dagli altri.

Questo approccio, però, è andato spegnendosi nel corso degli anni ’80, e proprio mentre il cambiamento climatico diventava realtà scientifica quantificabile.

“Oggi, la maggior parte del reporting è focalizzato come un raggio laser sul cambiamento climatico e le sue correlazioni sistemiche con altri peggiori dilemmi ecologici (ad esempio la sovrappopolazione, le estinzioni delle specie, l’inquinamento dell’acqua e dell’aria, la perdita dello strato fertile superficiale del suolo e l’acqua potabile) sono raramente esplorati”.

Questa lacuna nel reporting ambientale è particolarmente grave in Italia.

Ma coinvolge anche i partiti ambientalisti.

Fino all’arrivo sulla scena di Extinction Rebellion gli ambientalisti hanno guardato il problema del cambiamento climatico fuori dal suo contesto storico. Questo ha favorito il rafforzarsi di una visione irrealistica delle soluzioni possibili, che ha potenziato una immagine quasi mitologica delle rinnovabili confinando il collasso della biodiversità in un angolo marginale.

Fino a sostenere che per recuperare o salvare gli habitat e le loro faune bastasse puntare sulla crescita economica verde. Questa è, in parte, anche l’idea centrale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite.

Una disamina di fulminante chiarezza, e assoluta precisione matematica, sulla contraddizione interna al concetto di “crescita economica verde” l’ha fornita Jason Hickel – poi ampiamente citato da George Monbiot su The Guardian – nel suo pezzo Why growth Can’t be Green, pubblicato da foreignpolicy.com.

“Un team di scienziati condotti dalla ricercatrice tedesca Monika Dittrich sollevò per primo dei dubbi nel 2012. Il suo gruppo realizzò un sofisticato modello computerizzato per prevedere che cosa sarebbe successo all’uso globale delle risorse se la crescita economica fosse continuata lungo la sua traiettoria attuale, con un incremento di circa il 2-3% ogni anno.

Ne emerse che il consumo umano delle risorse naturali ( inclusi la pesca, l’allevamento, il prelievo dalle foreste, i metalli, i minerali e i combustibili fossili) sarebbe salito da 70 miliardi di metri cubi per anno nel 2012 a 180 miliardi di metri cubi per anno nel 2050.

Come punto di riferimento, un uso sostenibile delle risorse si assesta sui 50 miliardi di metri cubi di tonnellate per anno – una soglia di limite che abbiamo superato nel 2000. Il team di ricercatori ha quindi ricalibrato il modello per vedere che cosa sarebbe accaduto se ogni nazione sulla Terra, immediatamente, avesse adottato le migliori pratiche nell’uso efficiente delle risorse (una ipotesi estremamente ottimistica).

I risultati miglioravano: il consumo di risorse sarebbe schizzato a 93 miliardi di metri cubi entro il 2050. Ma questa cifra è ancora ben al di sopra di quello che stiamo consumando già oggi. Infine, l’anno scorso (nel 2017) l’UNEP (Programma Ambientale delle Nazioni Unite) – che un tempo era il fan più entusiasta della crescita verde – ha aggiunto il suo peso specifico al dibattito.

Ha infatti testato uno scenario con un prezzo sul carbonio alla cifra pazzesca di 573 dollari americani alla tonnellata, con in più lo schiaffone di una tassa sulle attività estrattive, e ha infine supposto che una rapida innovazione tecnologica avrebbe ricevuto un forte sostegno dai governi. E che cosa veniva fuori? Avremmo raggiunto la cifra di 132 miliardi di tonnellate entro il 2050”. 

In estrema sintesi: continuare a chiacchierare di crescita, e però verde, come sta facendo il Partito Democratico, significa indulgere nella diffusione di menzogne che invaghiscono l’opinione pubblica con il confortante convincimento che non servono sacrifici per sopravvivere, ma solo conversioni energetiche, sostituzioni tecnologiche e spostamenti di investimenti.

Secondo Heinberg, il focus assoluto sui cambiamenti climatici isolati dal loro contesto storico dipende dal fatto che qualunque politico si dovrebbe disarmato dinanzi alla enormità del dire la verità ai propri lettori.

Una seconda spiegazione è tuttavia più arguta.

“Forse molti scienziati che una volta riconobbero la natura sistemica della nostra crisi ecologica arrivarono alla conclusione che se riusciamo ad affrontare con successo questa crisi climatica una volta per tutte, saremo poi in grado di guadagnare tempo con tutto il resto (sovrappopolazione, estinzioni delle specie, depauperamento delle risorse e così via)”.

Ma, procedendo in questo modo, s’è ottenuto un effetto collaterale che ha peggiorato il quadro generale, riducendo ancora il nostro margine di azione: “se il cambiamento climatico può essere contestualizzato come un problema isolato risolvibile con una soluzione tecnologica, le menti degli economisti e degli attori politici possono continuare tranquillamente a pascolare su terreni a loro familiari”.

Il riduzionismo climatico ha cioè portato ad un riduzionismo politico, che ha infine schiacciato la coscienza collettiva sull’opportunismo del momento. 

Sarebbe inutile negarci che l’ambientalismo ha avuto una responsabilità enorme in questa lettura della cose, perché ha preferito semplificare il messaggio piuttosto che dire la verità.

Le rinnovabili e il cambiamento climatico sono diventati degli slogan utili a condensare quel poco di reattività civile che ancora, in Italia, circondava l’emergere sconcertante di enormi distruzioni ambientali.

Pur di arrivare alle orecchie dei più si è caduti nella trappola fatale dei teorici dello sviluppo economico a qualunque costo.

Eppure, mettere in un cantuccio per specialisti o accademici la natura sistemica della crisi ecologica che è sostanzialmente una crisi di civiltà. Una crisi della nostra capacità di capire che cosa ci sta succedendo.

Anche la maggior parte degli editori ha imboccato la scorciatoia del cambiamento climatico.

Aiutando investitori, politici e opinion leader a far sempre e comunque filtrare il messaggio subliminale che un discorso complesso sulla complessità storica che pervade il cambiamento climatico fosse troppo indigesta per tutti, persone comuni e tycoon della politica.

Disgraziatamente, la complessità è a fondamento della realtà.

La censura e il culto della superficialità servono soltanto a spostare in avanti il momento in cui diventerà una faccenda di vita o di morta confrontarsi con le conseguenze dei nostri sperperi e il disintegrarsi delle nostre illusioni.

Non solo è arrivato il tempo di pretendere dai nostri amministratori una certa competenza in materia ambientale.

E’ arrivato anche il tempo, per giornalisti, intellettuali e blogger, di scrivere saggi e reportage votati alla complessità poetica e crudele del nostro Pianeta. 

Perché non crediamo che l’estinzione è reale?

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(Credits: Extinction Rebellion Deutschland FB)

La pubblicazione del Global Assessment IPBES sullo stato della biodiversità, ripreso eccezionalmente da molti telegiornali nazionali, ha forse per la prima volta posto dinanzi al comune sentire la realtà storica della sesta estinzione. Ma se il cambiamento climatico è già da tempo una parola che qualche neurone lo accende. Per l’estinzione è tutto un altro discorso. Perché non crediamo che l’estinzione è reale? Perché non riusciamo a metterla a fuoco?

Nonostante la verità conclamata che la vita sta scomparendo attorno a noi con la stessa rapidità con cui i dinosauri se ne andarono per sempre dal Pianeta, la maggioranza dei cittadini continua, questa verità, ad eluderla, a scansarla, a considerarla, tutto sommato, forse, eccessiva. Una esagerazione degli ambientalisti.

Perché?

Nell’epoca della “post-verità”, il non credere in nulla – lo scetticismo, l’ipercriticismo, il nichilismo – è considerato dai più una strategia di sopravvivenza quotidiana. Fregarsene del Pianeta aiuta a tollerare l’ingiustizia patita ogni giorno sul lavoro, nella vita privata, nelle frustrazioni esistenziali che la Modernità impone come riti di passaggio al pragmatismo e alla competizione perenni.

Ne ho già abbastanza di mio, devo forse preoccuparmi del contesto? Ma la verità, oggi, è osteggiata anche perché possiede in sé la forza dirompente della norma, della Legge a cui non si può scappare: se ti diagnosticano una malattia seria, la verità ti obbliga a occuparti di te stesso e del tuo imminente futuro. Insomma, a sottometterti alla inevitabilità di condizioni ambientali e fisiche che non dipendono più solo dalla tua volontà. O dai tuoi sogni.

Con la verità dell’estinzione funziona nello stesso modo: se la guardi in faccia, non puoi più pensare al tuo futuro come prima, perché non te lo puoi più permettere. Chiuso. La verità del collasso del Pianeta per moltissime persone è più indigesta della menzogna, della manipolazione e della deliberata distruzione del bene comune. 

Il rifiuto della verità significa anche respingere il dubbio che ci sia qualcosa di falso nelle certezze economiche su cui abbiamo costruito i nostri argini contro l’arrivo del Grande Inverno: la crescita economica, il mercato come risposta esistenziale ai bisogni umani, una demografia autarchica e narcisista.

La critica al sistema consolidato, non importa quanto lacunoso e rapace, è vissuta da una parte consistente dell’opinione pubblica come una minaccia alla propria sopravvivenza psicologica.

Ricordate nel film di David Cameron, Titanic, la reazione del costruttore del transatlantico in vestaglia di broccato, quando, in cabina di comando, gli fanno presente che il Titanic affonderà? Negazione. No, che non affonderà. È impossibile.

Continuare a credere che la fine dell’Era dei Mammiferi sia fantascienza, permette di potersi ancora aggrappare a qualcosa. Permette cioè di riempire la propria vita con quel nulla-meglio-di-nulla a cui il Capitalismo Avanzato ha piegato le coscienze.

La verità, in questo XXI secolo, non è più oggetto di fede. Neppure quella scientifica, perché i dati che abbiamo in mano sono scienza tanto quanto le certezze ematochimiche con cui un cardiochirurgo opera a cuore aperto.

Nel passato pre-rinascimentale l’uomo di fede si affidava alla verità per non tradire, insieme a se stesso, l’ordine del cosmo. Nell’era dell’estinzione, invece, la verità ha un effetto di disgregazione portentoso sui pensieri e sulle azioni. Questo è il punto zero dello scetticismo civile. E quindi, massimamente, il punto zero di una nuova etica ambientale. 

XR: l’autocoscienza della rivolta

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(Waterloo Bridge, Credits: Twitter streaming)

Extinction Rebellion ha tenuto. Il movimento è riuscito a mantenere in tensione l’opinione pubblica e la città di Londra per due settimane: dal 15 aprile scorso la necessità di una rivolta non violenta, ma pesantemente ostruttiva sui punti nevralgici del sistema economico-sociale che è ormai la nostra trappola, è azione di massa, disobbedienza critica, presa di posizione fisica di fronte all’imminenza del collasso ecologico.

Jeremy Corbin ha annunciato che mercoledì prossimo il Labour sosterrà una mozione per votare in Parlamento la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale. Non esagerano gli attivisti di Extinction Rebellion che chiamano ad una mobilitazione di tutti i cittadini in un momento storico senza precedenti.

Si impone dunque qualche riflessione, alla vigilia di un rimescolamento di assetti e rendite di posizione all’interno dell’ambientalismo mondiale, che per 25 anni ha sostenuto, con la complicità indiretta dei media, la linea soft. E oggi si trova invece di fronte alla rinascita di una categoria di realtà che credevamo smarrita nelle ceneri del tracollo europeo del 1945: la rivoluzione.

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Extinction Rebellion ha posto forte e chiaro al centro della realtà questo fatto, che viviamo una epoca di rovine. La rapidità dei cambiamenti climatici e l’estinzione della biodiversità terrestre ci pongono cioè in quella condizione del tutto speciale che Hannah Arendt definì “il terrore della necessità”.

In una tempesta perfetta di immiserimento economico, instabilità sociale e incertezza politica la comunità moderna tende a reagire affidandosi alle mani di colui che promette di poter arginare il terrore di un cataclisma collettivo con speranze megalomani, sosteneva la Arendt, riferendosi alle grandi dittature.

Ma la Arendt ammetteva anche che il riconoscimento di una enorme minaccia comune è un innesco politico formidabile per grossi cambiamenti, che si tratta poi di governare o di subire. Il terrore della necessità, allora, è il porsi nelle condizioni psicologiche di sentire, fin dentro ogni fibra del proprio corpo e del proprio cervello pensante, che il pericolo è gravissimo, incombente e mortale. 

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Ed ecco che allora spunta fuori una seconda figura antropologica intrinseca al nostro tempo, e alla ribellione: dobbiamo abituarci al deserto, alle rovine che ci circondano. Perché solo in questo modo è possibile aprire le porte ad una autocoscienza della rivolta.

Nessuno si rivolta contro una dittatura se non avverte la condizione mostruosa di servilismo, annichilimento emotivo e impoverimento delle basilari condizioni di sopravvivenza materiale che quella dittatura gli ha imposto. La nostra dittatura è il capitalismo avanzato.

Per i moltissimi giovani che hanno occupato il suolo londinese al Marble Arch, sul Waterloo Bridge, a Oxford Circurs e il lunedì di Pasqua anche la hall del Museo di Storia Naturale di Kensington questo significa dire finalmente basta ad una economia di promesse.

Ormai è chiaro che i presupposti sociali e psicologici su cui si fondano la crescita e l’inserimento sociale nel nostro Occidente ricchissimo e rapace non sono più in grado di reggere il peso delle nuove generazioni. Per i giovani non rimarrà nulla.

É cioè giunta a svelare il suo inganno quella “strategia della conservazione”, per dirla con Horckheimer, che pretendeva un adeguamento totale dell’individuo alle ragioni razionali dell’efficiente meccanismo industriale e tecnologico moderno.

In cambio di un inserimento sociale vantaggioso e psicologicamente sostenibile. Il collasso della biosfera consegna ai giovani, e ai quarantenni, una verità decisamente più amara. Il sistema così come è non garantisce la conservazione dei singoli cittadini, ma solo la loro manovrabilità in un contesto politico-economico di manipolazione perenne. 

E nondimeno anche i vecchi e gli anziani hanno avuto un ruolo nelle due settimane di rivolta, un ruolo che forse nessuno si aspettava. Abbiamo osservato un nuovo tipo di vecchiaia, a Londra: gente che non va dal parrucchiere a tingersi i capelli per far finta di avere trenta anni, e che non trascorre il tempo a consumare la propria disillusione.

Gente, invece, che vive fino in fondo, e cioè in una completezza etica, il grande dono che ha ricevuto in sorte dal Secolo Breve, dalla Grande Accelerazione e dai combustibili fossili: essere ancora in salute, camminare sulle proprie gambe, godere di una mattinata di sole. Insomma, avere ancora tempo per progettare. 

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Ancora una volta, dunque, la cultura europea – perché Extinction Rebellion è un movimento europeo e in nome di questa appartenenza europea, a differenza di 350.org di Bill McKibben, può dire ciò che ha detto e ottenere ciò che ottiene – pone la questione del tempo al centro del dilemma esistenziale e politico contemporaneo.

Il tempo come progresso muore sul pink boat di Oxford Circus; ma morto è anche il passato orientativo e assiomatico dell’umanismo occidentale fatto di diritti civili, ceto medio e razionalità tecnologica; e allora, guardando alla responsabilità ecologica, come dobbiamo ormai porci nei confronti del nostro recente passato? Delle nostre colpe? Siamo messianicamente responsabili anche delle aspettative che ci hanno preceduti, come riteneva Walter Benjamin?

Siamo cioè chiamati a dare risposte qui, oggi, alle pretese di cambiamento di 25 anni di promesse verdi buone come carta igienica del profitto? Non sappiamo ancora, è troppo presto, se dar ragione a Benjamin. Ma sappiamo che il modo in cui sceglieremo di gestire la cronologia del futuro, i decenni davanti a noi, ci inchiodano, nella misura etica più radicale possibile, alla nostra identità evolutiva. E quindi al legame indissolubile di ciascuno di noi con il Pianeta. 

Extinction Rebellion paralizza Londra

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Dopo l’imponente manifestazione di sabato scorso 17 novembre (6000 partecipanti e almeno 85 arresti, soglia critica di 20mila tweet a fine giornata con l’hashtag Extinction Rebellion tra i trend più forti) il caos degli attivisti è tornato in strada. Extinction Rebellion paralizza Londra.

Il programma prevedeva a partire dalle 7 di mattina ora locale uno sciame di blocchi stradali sparsi sull’intera mappa della città con alcuni punti caldi: la cattedrale di Westminster (si procedeva poi sul Westminster Bridge), Earls Curt, London Bridge, Elephant & Castle e la Millicent Fawcett Statue di Parliament Square.

Rispetto a sabato la giornata era lavorativa e il il disturbo arrecato alla cittadinanza, come da previsione, non è stato indolore. 

Un attivista ha postato su FB le motivazioni della giornata.“

“Vogliamo provocare un danno economico alla città perché il governo è concentrato solo sul profitto di breve periodo”.

Un altro partecipante ai sit in ha invece detto, sempre su FB:  la gente è arrabbiata, gli automobilisti oggi ci hanno anche minacciato, ma cosa sono 5 minuti di rallentamento del traffico in confronto al cambiamento climatico, alla crisi climatica ?”.

Stavolta la stampa ha risposto all’appello, e al disordine di un traffico presto impazzito.

Alle 9 i cronisti erano già sul Lambeth Bridge. REAL MEDIA, che segue Extinction Rebellion sin dall’inizio, ha diffuso via Twitter il comunicato stampa di allerta per le possibili deviazioni sulle principali rotte del traffico cittadino e ha continuato a seguire la manifestazione fino alle 17 del pomeriggio.

Sempre sul Lambeth Bridge era presente un “Legal Observer” per tenere sotto controllo le reazioni della polizia, molto calma, e dei manifestanti.

Il clima è parso sin da subito coinvolgente e mai violento. Il suggerimento ai cittadini comuni era di prendere la metropolitana o la bicicletta, per evitarsi fastidi, e “per migliorare la propria carbon footprint”. Alle 9.35 si è vista sui social media anche la stampa francese, con il magazine JDLE specializzato in informazione sul clima.

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Alle 9.37 ha cominciato a circolare su Twitter anche il neologismo con cui i giovanissimi di Extinction Rebellion hanno ribattezzato se stessi, rompendo con il conformismo lessicale della loro generazione: Xennials, e cioè figli della Era dell’Estinzione.

Negli stessi minuti erano a centinaia ormai le persone sul Westminster Bridge, mentre alla Victoria Station stupefatti viaggiatori commentavano ad alta voce “è una situazione ridicola”. 

Roin Boardman, un membro di Extinction Rebellion, ai microfoni di TALK RADIO, ha detto: “vogliano sinceramente scusarci per ogni disagio causato ai membri delle istituzioni. Preparatevi a sciami di cittadini preoccupati che sono disposti ad essere arrestati, che convergeranno verso il centro di Londra.

Soltanto attraverso il danno economico di oggi e un stop imposto al business as usuall, il governo si metterà ad ascoltarci. Abbiamo informato la polizia e certamente faremo passare le ambulanze”.

Il simbolo della giornata di sabato è la foto oggi cover del profilo Twitter di Extinction Rebellion: tre bambini piccoli che giocano sulla strada disegnando con i gessetti colorati il cerchio dell’estinzione davanti ad una fila di veicoli della polizia.

(Credits for all photos: the heroes of Extinction Rebellion who posted them on Twitter. Many thanks indeed to everyone)

Parte in UK l’era della Extinction Rebellion

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Il 31 ottobre scorso, a Westminster, Londra, è uscita allo scoperto Extinction Rebellion  un movimento rivoluzionario che ha dichiarato la disobbedienza civile nei confronti delle istituzioni britanniche, colpevoli, negli ultimi decenni, di non aver fatto nulla (come del resto tutti gli altri governi europei) contro i cambiamenti climatici e il collasso della biodiversità. Parte dalla UK l’era della Extinction Rebellion.

Hanno firmato la Declaration of Rebellion anche 100 accademici inglesi, moltissimi professori emeriti nelle migliori università del Regno, e quindi del mondo. Nella settimana in cui sono usciti dati terrificanti sulla condizione ecologica del Pianeta ( il Living Planet del WWF e lo special report sulla wilderness pubblicato su NATURE e di cui abbiamo già parlato) Extinction Rebellion ha chiesto lo stato di emergenza.

La prima manifestazione pubblica del movimento ( a prossima, massiccia, il 17 novembre) si è conclusa con un centinaio di arresti. Tutti gli attivisti del movimento, proprio come accadde nell’America di Martin Luther King, sono infatti pronti ad affrontare il carcere pur di portare l’estinzione e il surriscaldamento del Pianeta, e quindi il Capitalismo, al centro del dibattito pubblico.

Un atto di clamoroso coraggio, che nulla a che fare con il conformismo, e la complicità, di moltissime organizzazioni non governative, editori e partiti politici “verdi”, che in questi anni si sono ben guardati dal denunciare la compiacenza ipocrita della assemblee elettive della nazioni più ricche del Pianeta verso un’economia rapace e nichilista.

Il 31 ottobre è cominciata a Londra l’era della Extinction Rebellion. Ne ho parlato con Acorn Anderson, da Bristol, che ha aderito al movimento, e mi ha spiegato perché stavolta, purtroppo, è tutto diverso. 

Alcune persone sostengono che la possibilità dell’estinzione sia a tal punto terrificante che è meglio guardare altrove e vivere una vita più o meno buona, senza badare a scenari drammatici. In anni recenti, il sistema ha potuto contare su una massiccia e pervasiva inerzia. Come Extinction Rebellion avete interrotto questa inerzia e vi siete alzati in piedi: che cosa vi ha motivate a dire NO e a decidere per una rivolta civile?

È vero che la gente trova molto difficile guardare alla possibilità di una estinzione e vuole continuare una vita ‘normale’, e questo crea una cultura dell’inerzia. Uno dei nostri obiettivi è fermare questa inerzia e sostenere le persone perché si sentano rafforzate a credere che ciò che è alla loro portata fare, e il modo in cui decidono di rispondere e di agire, può effettivamente fare la differenza.

La nostra motivazione viene dal desiderio di proteggere e di aver caro quanto è rimasto. Reports recenti hanno stabilito che il 57% della vita sulla Terra è già andato distrutto e che gli esseri umani stessi sono molti vicini ad un reale rischio di estinzione. Certo, questa situazione è molto difficile da prendere in considerazione. Produrrà sentimenti di dolore e anche di rabbia.

Qualche volta è più semplice pretendere che l’estinzione non stia avvenendo. L’alternativa, ossia spostare il nostro sguardo e considerare la catastrofe piuttosto che fare spallucce, richiede moltissimo coraggio.

Ma anche un sentimento di speranza. Sentire che noi possiamo fare la differenza ed è nelle nostre forze proteggere ciò che rimane. Possiamo agire. Agire è enormemente importante. Le nostre vite ne risulteranno arricchite.

Il governo ha fallito nel proteggerci e allora noi ci alziamo in piedi, diciamo NO, e creiamo qualcosa che è rappresentativo di ciò in cui crediamo.

La Declaration of Rebellion “dichiara che i vincoli del contratto sociale sono nulli e vuoti ormai”. Il contratto sociale è il fondamento della democrazia, nel senso che, storicamente, stabilì una sorta di reciprocità nel funzionamento della democrazia rappresentativa e della politica. A metà del XVIII secolo gli attivisti Britannici – i primi, in verità – invocarono la rottura del contratto sociale contro il commercio degli schiavi e l’economia schiavile. Pensa che stiamo entrando in una nuova era analoga ad altri periodi cruciali nella storia della politica?

Sì, stiamo entrando in una nuova era. La fine del mondo è stata prevista dagli scienziati ed è impossibile non vedere nei nostri tempi un passaggio cruciale. Soltanto il tempo, del resto, ci darà cosa accadrà. Ci sono diverse crisi che stanno convergendo una sull’altra. E’ un passaggio delicatissimo per gli esseri umani.

Se anche diventiamo ‘carbon neutral’ (NDR, zero emissioni di CO2), ci sarebbe ancora la minaccia dell’abbattimento delle foreste. Ci sarebbe ancora la questione della plastica. Se tutto quanto abbiamo in mente sia simile ad altre stagioni di attivismo, la risposta è assolutamente sì.

Siamo un movimento che è partito dal basso. Ma, onestamente, la posta in palio è ancora più alta che in passato. E la sfida è più grande di qualunque sfida abbiamo già affrontato in passato.

Stiamo chiamando la gente alla ribellione e stiamo chiedendo anche un governo rappresentativo (The People’s Assembly), per spostarsi dalla ‘democrazia’ corrotta e distruttiva che ci ha già messi in questo casino. La Storia ci mostra che l’azione diretta, non violenta è un modo per cambiare la narrativa corrente e per creare cambiamenti di lungo periodo.

Ci sono 100 persone tra noi già pronte: vogliono essere arrestate per ciò in cui credono. Abbiamo anche un sottogruppo di Rising Up UK, il Regenerative Culture. È il gruppo che si occupa del benessere dei membri e incoraggia la auto-responsabilità perché le persone si occupino di se stesse. Lo scopo è prevenire il burnout  e dar corpo ad una visione di attivismo forte e duraturo. 

Davanti al Parlamento alcuni attivisti hanno parlato delle diseguaglianza sociali ed economiche e della correlazione tra il collasso ecologico, il capitalismo rampante e l’impressionante crollo del ceto medio qui in Europa. Come puoi descrivere il modo in cui l’estinzione e la distruzione del sistema climatico terrestre danno forma alle nostre storie personali?

La correlazione tra il capitalismo, le ingiustizie sociali e il cambiamento climatico non può essere messa in discussione. Esiste. Il Capitalismo ha reso la natura un bene di consumo (commodification of nature) e ne ha impostato lo sfruttamento per profitto.

Le cause remote del cambiamento climatico possono essere rintracciate nel colonialismo e nel neo-colonialismo, che distrugge le comunità, sfrutta le risorse in tutto il mondo per generare ricchezza a favore dell’Europa e l’1% dei ricchissimi del Pianeta.

Se guardiamo alle nostre singole storie, molti di noi si accorgono che le loro priorità si stanno nettamente spostando. Le persone scelgono sempre di più di focalizzare tempo ed energie che sarebbero altrimenti investite nel lavoro, o nella formazione, perché abbiamo un tempo talmente limitato da vivere, e allora a cosa serve una grande carriera, una casa, un diploma di livello?

C’è molta tristezza in giro e questo deve motivare a non lasciarsi andare ad una spirale di intorpidimento, ma, al contrario, a raccogliere le energie e metterle nell’azione.

In molti non riconoscono più valore agli oggetti, ai soldi, allo status sociale. Invece, il sentirsi legati gli uni agli altri, in una comunità, creando così molta più bellezza, questo è un reale obiettivo per noi. Proviamo più amore, ed è questo a motivarci lungo il cammino.

Questa è anche la risposta al fatto che ci saranno milioni di rifugiati ambientali. In un futuro nient’affatto lontano 1 persona su 6 sarà un rifugiato ambientale. Non vogliamo lasciare che la scarsità di cibo, la competizione, le tensioni sociali permettano alle destre, e ai fascismi, di essere considerati delle risposte alla crisi!

Vogliamo invece lavorare per un futuro di condivisione consapevole delle risorse, occuparci gli uni degli altri, perché siamo tutti sulla stessa barca, affonderemo o nuoteremo tutti insieme. 

Dall’Italia Extinction Rebellion appare come un miracolo. Nel mio Paese si discute pochissimo di cambiamento climatico in pubblico e il clima è costantemente trascurato nei grandi media hub. Se poi prendiamo l’estinzione, be’, la gente comune ti chiede che cosa esattamente intendi per ‘collasso della biodiversità’. L’estinzione è ben lontana dall’essere una categoria del pensiero o una realtà: dici estinzione e tutti pensano solo ai dinosauri. Credi che Extinction Rebellion possa segnare una pietra miliare nel dibattito politico sulla biodiversità?

Sì, lo speriamo. Ho appena letto un report sulla morte dell’ultimo rinoceronte bianco. Gli scienziati premono molto per riportare indietro questa creatura usando la fecondazione assistita con sperma precedentemente conservato, perché il rinoceronte è un animale iconico.

E tutte le altre specie, che non fanno notizia, tutte le specie per cui nessuno piange il canto funebre? L’estinzione, questa tragedia, è ampiamente taciuta e ignorata.

La speranza è che le persone comincino a dar valore alle specie e che se ne parli molto di più, sia in politica che nelle occasioni pubbliche. 

La maggior parte delle persone – se solo provi ad affrontare questi argomenti – dice che fare sacrifici per la salvezza del Pianeta è una imposizione morale e che il nostro modo di vivere è il migliore di quanti gli esseri umani ne abbiano mai sperimentati lungo la loro storia. Come replichi?

Risponderei, e a che prezzo?

E se la cosiddetta qualità della vita ci sta costando il pianeta, allora non rimarrà nulla per sostenerla comunque. E’ come rubare tutto ciò che possiamo rubare, adesso, senza pensare alle ripercussioni per le prossime generazioni e per il nostro stesso futuro, sia chiaro.

Io e Cameron Harris stavamo proprio parlando del fatto che non ha senso parlare di sacrifico quando rifletti sul fatto che hai delle alternative. Intendo che vivere con la cognizione di ciò che è reale e non fittizio significa vivere in un modo decisamente più connesso e potente.

Ne parliamo con con tantissime persone. Persone che spesso coltivano il sogno di una vita più semplice e concreta, vivere in campagna, far crescere il proprio cibo, sentire un legame più stretto con la terra. Si ricordano di quando giocavano nei boschi da bambini e la gioia di questo piacere così semplice, e si augurano questo per i loro figli.

È la trappola della vita moderna che ci spinge verso questo ideale. Molti aspettano di andare in pensione prima di godere appieno della tranquillità, della pace interiore, della semplicità. Solo che ovviamente il tempo rimasto a quel punto non è molto.

Il nostro suggerimento è optare per la semplicità adesso.

Non è una lotta faticosa e non si tratta di rinunciare nulla. Si ottiene così tanto in cambio. Non ultimo, si conquista la libertà. Una comunità, un sentimento di appartenenza, l’adesione ad un movimento che è per la salute del nostro bellissimo mondo. Fa sentire forti e umili sapere che si contribuisce a salvare il mondo. 

Il giornalismo libero è un grande problema in Italia: troppi giornali non sono indipendenti e si appoggiano a tychoon o compagnie private. George Monbiot di The Guardian ha sposato il movimento e partecipato alla manifestazione del 31 ottobre. È notevole. Quanto è importante per Extinction Rebellion l’appoggio dei giornalisti? Soprattutto i reporter indipendenti, che di solito lavorano free lance e hanno molta meno influenza?

Scriviamo comunicati stampa e invitiamo i media a ogni manifestazione. Geroge Monbiot è venuto perché sentiva l’importanza della manifestazione. Di noi hanno raccontato giornalisti di idee simili alle sue. I media verranno quando si accorgeranno della enormità di quello che sta uscendo.

Purtroppo, anche in questo Paese la stampa e i media sono ancora controllati: il 31 ottobre la BBC ci ha ignorati. Ma non il Guardian e l’Independent. E la voce si diffonde. Il 31 ottobre è stato solo l’inizio. Il Media Team è una parte rilevante del movimento: più i media ne parlano, meglio è, e questo include anche i reporter free lance e coloro che lavorano sulla cronaca locale. 

Sono convinta che viviamo nel Post-Umanismo. Le cause sono molte, ma ritengo che non pochi pensatori, ad esempio Max Horkheimer, avessero ragione sostenendo che la questione più scottante della Modernità è se l’essere umano può rimanere umano. La vostra chiamata all’azione è anche una esortazione a rimanere umani proteggendo le altre specie?

Questa è una domanda davvero interessante e potente. La metterei così, quale è il ruolo dell’essere umano su questo Pianeta? Siamo signori delle altre creature, legittimati a prendere ciò che ci appartiene, senza cura o compassione? Questa concezione sembra riflettere l’attuale pensiero occidentale, consciamente o meno. Oppure, siamo ambasciatori e protettori, incaricati di salvaguardare la vita, servitori di qualcosa di più grande inscritto nella vita e nella natura?

Non siamo una coscienza che prova a salvare se stessa? Che cosa è umano?

Vedo gli uomini come parte della natura, non separati da essa, ed è per questo che ho cambiato il mio nome in Acorn (ghianda) per sentire questo legame nel mio stesso corpo. Non è affatto semplice rimanere connessi con l’umanità in tempi ostili, ed è quello che, invece, Extinction Rebellion invita a fare.

Sì, questa potrebbe essere una svolta nel pensiero occidentale, che fino ad ora è coinciso con il prendere tutto senza badare alle conseguenze. E’ ora di svegliarsi e di passare ad un serio esame delle nostre motivazioni e dei nostri obiettivi come esseri umani.

Hai mai sentito la leggenda del ‘fuoco dei bambini’?   Nessuna legge, nessuna decisione, niente di niente sarà approvato da questa assemblea che danneggi i bambini, lungo le 7 generazioni a venire. Una promessa di una semplicità e di una eleganza che fa a pezzi il nostro educatissimo cinismo.

Qui si vede cosa davvero significa prendersi delle responsabilità e aver la vita in sacra considerazione, come ciò che maggiormente vale, imparare a crescere e ad evolversi fronteggiando le sfide con il cuore e la mente aperti. Questo è essere umani. Soprattutto, dobbiamo agire adesso, uscire da schemi vetusti ed essere ora umani nel modo migliore possibile.

Il 31 ottobre Monbiot ha detto che non possiamo aspettare le ONG perché le ONG hanno fallito contro il feticcio della crescita economica, del pari del governo. È una frase coraggiosa. È arrivato il momento di opporre un secco NO anche a potenti organizzazioni no profit che sembrano limitarsi a pubblicare report sull’estinzione e nulla di più?

Non è necessariamente un attacco contro queste ONG, ma una chiamata all’azione, a svegliarsi e a cambiare prospettiva. Abbiamo bisogno di ogni singolo individuo, ora e in futuro.

Vacilliamo sul bordo di un abisso più grande di qualunque altro già vissuto. E’ un imperativo morale che le persone lo capiscano e che adeguino di conseguenza la loro risposta.

Noi speriamo, e lavoriamo in questa direzione, per una mobilitazione sul livello di quella delle due ultimi guerre mondiali. Non un grammo di meno.

È il momento di azioni coraggiose, e grandi, di voci pacifiche. La forza sta nella unità, stiamo provando a costruire un modello che dia speranza, ispirazione e motivazioni. Tutti dobbiamo trovare la nostra serenità, il nostro tipo di forza e le risorse per completare questo lavoro.