Categoria: Conservazione

Il falso Eden di NgoroNgoro

Il falso Eden di NgoroNgoro
(I Maasai di un boma tradizionale in prossimità della Olduvai Gorge, NgoroNgoro Conservation Area)
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Il sorgere del sole nel cratere di NgoroNgoro, in Tanzania, sembra portare con sé tutte le promesse dell’alba del mondo. La luce si spande sulle colline che circondano il cratere e accarezza le piccole capanne rotonde dei boma, i villaggi tradizionali dei Maasai. Ogni cosa è al suo posto, in una sorta di giustizia ancestrale e di pace cosmica. Ma nulla di questa estasi è davvero come appare. Il cratere di NgoroNgoro è denso di conflitti sempre più bellicosi. Ed è un falso Eden.

Da una parte i Maasai, che negli anni ’50 ottennero dall’autorità coloniale britannica il permesso di continuare ad abitare nel cratere e sulle sue pendici. Dall’altra parte il Governo centrale, che si sente addosso tutte le contraddizioni implicite in un modello di protezione ecologica che non regge più.

Un governo che vorrebbe ampliare e intensificare il turismo d’élite, che però è diventato un problema ambientale molto serio: nel 2000 entravano nel cratere 30.782 Land Rover da safari, diventate 113.423 nel 2018. Ora i Maasai reclamano più diritti di proprietà, e di insediamento, perché la loro comunità cresce di numero, ed è cronicamente affamata e povera.

Una infuocata domanda di giustizia, dunque, nel parco nazionale attraverso cui passa la grande migrazione di quasi un milione di gnu diretti alle pianure del Serengeti e del Masai Mara.

Una migrazione che rischia di scomparire entro qualche decennio, a causa della sempre più invasiva pressione umana. C’è molto che i turisti dovrebbero leggere in una guida di viaggio a NgoroNgoro.

Sotto scrutinio per una revisione che potrebbe avere implicazioni storiche, è il Multiple Land Use Model (MLULM). Il MLULM è la cornice amministrativa entro cui da sempre il Governo centrale regolamenta la pastorizia nomade e l’economia della wildlife dentro NgoroNgoro. Secondo i movimenti per i diritti civili dei popoli indigeni e la comunità Maasai, la strada intrapresa dal Governo è la progressiva espulsione dei Maasai.

Una politica su base etnica per favorire le organizzazioni internazionali bianche dedicate alla protezione degli animali. E l’industria del safari. Una accusa che non desta sorpresa nel fronte avanguardista della conservazione: gli ecologi e i sociologi che ritengono il modello dei parchi nazionali una forma di neocolonialismo militarizzato. 

Tornano a ribollire, dunque, i rancori mai sopiti filtrati dentro la Tanzania indipendente del 1961. Ma dall’altra parte della barricata c’è una voragine di governance della stessa conservazione della natura. La miseria di chi con la megafauna selvatica ci vive da secoli, stock genetici di intere specie in caduta libera, pressioni occulte lungo canali diplomatici impalpabili che, forse, hanno come obiettivo finale stoccare enormi riserve là dove è più facile bypassare diritti e leggi. Mentre avanza l’industrializzazione green e l’accaparramento delle risorse minerarie e naturali indispensabili per sostenerla. 

Il conflitto tra Maasai e governo centrale

Lo Oakland Institute (una ONG californiana che stende dettagliati report sulla violazione dei diritti umani dei popoli nativi) ritiene che la revisione del MLULM suggerisca che l’intenzione del Governo è il reinsediamento, la “deportazione”, dei Maasai fuori da NgoroNgoro. 

“Sviluppato per venire incontro alle preoccupazioni delle agenzie internazionali per la conservazione e generare proventi dal turismo, il piano è l’ultimo capitolo della storia di espulsione e distruzione dei mezzi di sussistenza dei pastori indigeni della Tanzania in nome della conservazione”. Caustico è l’attacco ai principali attori della protezione delle faune selvatiche, che avrebbero a cuore la pure wilderness, ossia l’ideale ottocentesco di una natura selvaggia senza esseri umani, intonsa, congelata in una sorta di perfezione incontaminata. La stessa natura offerta all’immaginazione dei turisti occidentali. 

La Tanzania non è nuova ad accuse di violazione dei diritti umani. Nel 2015, con l’elezione alla presidenza di John Magufuli, il Paese ha intrapreso una china secondo molti osservatori di stampo autoritario. Da allora, la repressione delle voci critiche si è intensificata. Dopo l’improvvisa morte di Magufuli lo scorso marzo (probabilmente per Covid), è diventata presidente una donna del suo stretto entourage, Samiaa Hassan. 

Le prime dichiarazioni ufficiali della Hassan sembravano incoraggianti. Oggi la stretta del Governo sui presunti dissidenti è invece ripresa. Ad agosto è stato annunciato il processo per Freeman Mbowe, il leader del partito Chadema, il principale partito di opposizione che chiede una revisione della Costituzione.

Tutto il Paese si trova quindi in uno stato di notevole fibrillazione interna, in cui il mantenimento dello status quo coincide con un rafforzamento degli orientamenti politici già consolidati. Anche nelle politiche ambientali.

L’ufficio stampa del Ministero dell’Ambiente non ha risposto ad una mail di chiarimento sugli scopi del MLULM.

Di certo, c’è consapevolezza che il mantenimento di NgoroNgoro si è fatto molto più complicato. Il Governo prospetta una crescita enorme delle mandrie dei Maasai dagli attuali 230mila capi (dato del 2017) a 800mila entro il 2038. Gli stessi Maasai potrebbero diventare 200mila. Non c’è dubbio che la questione demografica, qui come altrove, abbia una sua consistenza.

Si pensa dunque di allargare i confini dell’area protetta, mettendo un tetto al numero di bovini (non più di 117mila) e di persone (non più di 20mila Maasai). Bisognerebbe annettere a NgoroNgoro il Lake Natron, portando il totale dell’area protetta a 3.494 Kmq, a cui aggiungere una “conservation sub-zone” di 1.053 kmq per lo sviluppo turistico e infine una “transition zone” di 5.398 kmq senza villaggi, solo per il pascolo stagionale. Una decisione in questa direzione implica un decreto legislativo che cambia lo status giuridico di NgoroNgoro in vigore da 70 anni.

La questione ecologica è diventata perciò una questione umanitaria, e morale. Per dare più spazio alla protezione della fauna, bisogna concederne di meno ai Maasai. È giusto che sempre più turisti visitino il cratere mentre i nativi sono spinti ai margini delle zone cuscinetto del parco?

Il falso Eden di NgoroNgoro
(Il Gate di ingresso alla Ngorongoro Conservation Area)

Secondo lo Oakland (The Looming Threat of Eviction: The Continued Displacement of the Maasai Under the Guise of Conservation in Ngorongoro Conservation Area) il governo centrale avrebbe agito in maniera tale da  garantire al MLULM le informazioni di una missione investigativa condotta nell’intera regione (il distretto di Karatu) nel marzo del 2019 da una spedizione congiunta di esperti UNESCO WHC (Unesco World Heritage Centre), IUCN e ICOMOS (International Council on Monuments and Sites). 

La missione era chiamata a dare un parere sulla volontà del Governo di far inserire il sito paleo-archeologico di Laetoli (il Laetoli Hominin Footprints Museum) nella definizione di “luogo patrimonio dell’umanità” già accordato a NgoroNgoro nel 1972. La vicina Olduvai Gorge, “culla dell’umanità”, è sito UNESCO dal 1979. Qui, alla fine degli anni ‘60 gli scavi condotti da Mary e Louis Leakey portarono alla luce i resti dell’Australopitecus boisei e poi di decine di altri ominidi.

Anche Laetoli è un sito fondamentale per la ricostruzione della storia evolutiva umana. Nel 1979 la Leakey vi scoprì alcune ossa di un Australopitecus afarensis, un altro antenato del complesso “cespuglio” dei nostri progenitori. In un ipotetico futuro, la regione avrebbe tutte le potenzialità per diventare un parco archeologico da affiancare al parco naturale. Una esperienza totale della profondità temporale ed ecologica dell’appartenenza del genere umano al rift dell’Africa orientale. Un connubio che vale da solo intere strategie di marketing. 

Per Oakland Institute, nel rapporto finale della missione c’è una commistione di interessi tra gli esperti degli organismi internazionali e gli obiettivi del governo. “La NCAA (NgoroNgoro Conservation Area Administration) ha bisogno urgente di implementare politiche stringenti per controllare la crescita della popolazione e il suo conseguente impatto sullo spettacolare valore universale dell’area”, sostennero gli inviati speciali nel 2019.

La missione chiedeva pertanto al governo “di completare la revisione del MLUM e di condividerne i risultati con WHC (World Heritage Committee Unesco) e i gruppi di consiglio correlati, per dare indicazioni sul modello di uso del territorio più appropriato, inclusa la questione dello stanziamento delle comunità locali nelle aree protette”. L’accusa è dunque di dare man forte alla visione della “conservazione fortezza”, che esclude i nativi approfittando della questione demografica. 

IUCN è impegnata da anni nella valorizzazione dei popoli nativi nella protezione della natura. E nel XXI secolo non si può fare conservazione senza la IUCN. La stessa Red List, la più vasta catalogazione aggiornata delle specie in pericolo di estinzione, è compilata dagli esperti che collaborano con IUCN. La descrizione della natura nel XXI secolo dipende in buona misura dai rapporti (assessment) che la IUCN raccoglie per valutare il rischio di estinzione di migliaia di specie.

Raggiunta via email, la sede centrale di Ginevra, in Svizzera, ha così ribattuto alle accuse dello Oakland Institute: “la missione congiunta del 2019 organizzata da World Heritage Centre, ICOMOS e IUCN è stata condotta da esperti con molta esperienza di questa regione africana, due dei quali sono site manager del World Heritage. La missione aveva il mandato di valutare, e poi fornire raccomandazioni, su una serie di questioni che riguardano la protezione della NgoroNgoro Conservation Area World Heritage Site. Una di queste questioni era la sostenibilità degli stili di vita delle comunità locali”. La missione ha quindi consigliato il Governo di “continuare a confrontarsi con le comunità locali e tutti i soggetti coinvolti per esplorare soluzioni di stili di vita alternativi rispetto all’attuale schema di reinsediamento volontario”.

IUCN sottolinea anche che “in un nostro recente incontro con il Governo della Tanzania e la NgoroNgoro Conservation Autority (NCAA) siamo stati informati del fatto che non c’è nessuna pianificata espulsione dei Maasai”. 

Il falso Eden di NgoroNgoro
(La vista mozzafiato sulla Olduvai Gorge come appare dal Museo dedicato ai Leakey)

Il turismo è una minaccia sempre più seria

In realtà, leggendo il Rapporto Finale della missione, emerge non solo uno scenario molto più complesso di quello presentato dallo Oakland Institute, ma addirittura più drammatico. L’intreccio di rivendicazioni umanitarie e imminente fragilità ecologica ha creato una condizione esplosiva.

La missione doveva capire l’impatto di una nuova strada asfaltata, che il governo considera indispensabile, e di valutare una ulteriore spinta sul turismo. La presenza dei Maasai non è vista come un problema etnico di per sé. Ma come un sintomo del limite raggiunto nell’idea di sviluppo turistico che nessuno prendeva seriamente in considerazione fino a 10 anni fa.

“Con il cambiamento delle condizioni di vita, è imperativo intraprendere una ricerca etnografica per aggiornare le informazioni già esistenti sulle pratiche culturali e i sistemi di pensiero, inclusa la cultura materiale delle persone che vivono all’interno del possedimento (ndr, la NgoroNgoro è di proprietà nazionale)”, conclude il Rapporto Finale.

IUCN e Unesco osservano che “rispetto a quando venne definito l’assetto giuridico dell’area, e venne auspicata la coesistenza pacifica degli esseri umani e degli animali selvatici in un contesto tradizionale, entrambi questi elementi non sono rimasti statici nel corso dei decenni. Nel 2018 la NCA registrò 93.136 abitanti.

La proiezione è che la popolazione raggiunga i 161mila abitanti entro il 2027”. E poi c’è il clima: “con il cambiamento climatico e l’imprevedibilità delle precipitazioni, la siccità e la scarsità dei terreni da pascolo e delle risorse idriche all’interno dell’area designata alla conservazione hanno contribuito ad espandere gli insediamenti dentro la proprietà, perché le persone sono in cerca di opzioni per vivere”. 

Il Governo, da parte sua, dovrebbe monitorare l’impatto del turismo, ma non dispone di una “carrying capacity integrata”. La missione dice in sostanza che per decidere al meglio del futuro di NgoroNgoro in Tanzania è indispensabile avere in mano molte più informazioni sul tipo di attività umane che questa regione può reggere.

La “capacità di carico” di NgoroNgoro

La carrying capacity (letteralmente, “capacità di carico”) è una valutazione, fondata su dati scientifici, del numero massimo di animali e persone che un territorio circoscritto può sostenere. Ogni ecosistema ha un suo limite di carico. Le aree protette sono isole in un contesto ambientale che pullula di campi coltivati, villaggi, strade, impianti industriali. Sono di fatto ecosistemi chiusi. La capacità di carico garantisce la stabilità, che dipende dall’equilibrio tra le risorse naturali consumate e la capacità di rigenerazione delle vegetazione, il tasso di riproduzione degli animali selvatici e l’intensità della competizione con le attività umane.

Ecco perché oggi si discute di come allargare i grandi parchi nazionali su scala continentale, per recuperare ampie porzioni di natura in modo da garantire gli spostamenti degli animali e la funzionalità ecologica. Come farlo, è poi un altro discorso. Ed è la controversia in cui sta dentro anche il cratere di NgoroNgoro.

Per oltre un secolo, in questa porzione di Africa orientale, i Maasai sono stati accusati di mettere in pericolo la prosperità delle savane. Eppure, studi condotti tra il 1975 e il 2000 fornirono evidenze a favore delle rivendicazioni dei Maasai. Studi che mettevano a confronto Tanzania e Kenya, che condividono l’enorme ecosistema del Serengeti-Masai Mara. 

In quegli anni, il Kenya assistette ad un crollo vertiginoso del numero di animali selvatici. Alcune specie di erbivori come il kobo, la gazzella di Thompson e l’alcelafo rosso diminuirono del 60%. Le giraffe e i bufali fino all’88%. E gli gnu, protagonisti della grande migrazione, del 75%. Nulla di tutto questo accadeva intanto in Tanzania, dove i Maasai continuavano a lasciar pascolare le loro vacche dentro NgoroNgoro e nella Loliondo Game Controlled Area. 

La Loliondo è una zona a protezione naturalistica ridotta, con diritto di residenza per i pastori Maasai. Gli gnu in migrazione si disperdono anche in questo tipo di zone cuscinetto a ridosso dei parchi. Negli anni ’80 e negli anni ’90, in  Kenya, i ranch privati attorno al Masai Mara sfruttarono i buoni prezzi di mercato per convertirsi alla coltivazione meccanizzata del mais. 

E così mentre nelle terre Maasai della Tanzania gli gnu continuavano a migrare senza grossi ostacoli, in Kenya ne trovano di fatali. I campi. Secondo il Bureau of Statistics della Tanzania, tra il 1978 e il 1988 la popolazione dei Maasai di NgoroNgoro crebbe del 3.6% annuo e le mandrie rimasero più o meno sempre le stesse. Non stava lì il rischio per le specie selvatiche. 

Se Loliondo dovesse essere incluso dentro NgoroNgoro, ci sarebbero gli appoggi giuridici giusti per ampliare il turismo mettendo parte della riserva sotto regime di stretta conservazione naturalistica.

Il falso Eden di NgoroNgoro
(Una leonessa nell’erba alta del cratere di NgoroNgoro. Secondo una stima recente del gruppo di ricerca KOPE LIONS, i leoni di NgoroNgoro sono circa 80. Questi felini sono i discendenti di leoni su cui si hanno dati a partire dagli anni Sessanta)

Pressioni internazionali

Del tutto inutile, e fuorviante, è nondimeno il richiamo della Tanzania al pieno rispetto della firma apposta sulla UN Declaration on the Rights of Indigenous People. Molto più cogente è infatti la contraddizione sostanziale in cui è imbrigliata la conservazione in Africa. La protezione della natura africana dipende da un assetto politico-economico deciso fuori dal continente. Sono state la nazioni occidentali a stabilire che cosa era la natura africana e quindi ad attribuirle un significato che fosse ritagliato sulle esigenze dei propri cittadini, e dei propri elettorati. 

A partire dalla seconda metà del Novecento, durante la decolonizzazione, questo modello economico ha preso il sopravvento, poiché le nazioni africane erano ormai agganciate ai flussi di denaro, di finanziamenti e di commerci globali. Occorreva tempo per uscire dai vincoli micidiali della miseria e provare ad imporre la propria idea di esistenza umana.

Questo, in fondo, era il nobilissimo ideale contenuto nella Dichiarazione di Arusha del 1967, l’atto di fondazione della Tanzania come Stato libero, che ripudia lo sfruttamento degli esseri umani ed “è in guerra contro la miseria”. Oggi questo momento è arrivato. Ma ancora una volta dall’esterno.

Il collasso ecologico del Pianeta ha irrigidito e al contempo imbaldanzito i meccanismi di conservazione della natura inscritti nel DNA del capitalismo ultra-moderno. Bisogna allargare le aree protette, ma anche farlo in fretta, e appoggiarsi il più possibile sull’elaborazione scientifica disponibile nei ricchi Paesi occidentali. Non c’è dubbio che la diagnosi sulla crisi di estinzione e il collasso della biodiversità abbia un solido fondamento scientifico. 

La clamorosa perdita di habitat è però il frutto malato non solo della crescita demografica delle nazioni africane. Lo è altrettanto dell’industrializzazione moderna e del super-consumismo dei Paesi più ricchi. Non è più onesto parlare di conservazione della natura senza parlare dello spreco immane di vita biologica (piante, animali, risorse minerarie, vite umane) necessario a sostenere stili di vita deformanti, che producono diseguaglianze sociali, povertà esistenziale e miseria psicologica. In Occidente.

Questo modello economico, e la progressiva marginalizzazione degli Africani dal loro stesso patrimonio faunistico, ha fatto suo il vizio di forma della idea di conservazione della natura, che si sviluppò in conseguenza del boom industriale moderno in Europa e Stati Uniti. 

L’invenzione della natura protetta

Bram Büscher ha ricostruito in modo efficace questi passaggi storici: “la conservazione non viene a riempire un vuoto. È piuttosto parte, nella sua storia, di sviluppi politici ed economici. Uno di questi è l’emergere delle aree protette che mettono la natura da parte, intendendo proteggerla dal resto dell’umanità. Questo significa di fatto proteggerci da noi stessi o, in qualche modo, proteggere la natura dalla natura. 

Un pensiero del genere è stato possibile solo negli ultimi 200 anni. Ci siamo talmente abituati a questa impostazione che consideriamo del tutto normali le aree protette. Be’, non lo sono. Sono vecchie, per così dire, soltanto di 150 anni, e la maggior parte di quelle di cui parliamo non hanno più di 30 o 40 anni. La conservazione è sempre stata una risposta a sviluppi più grandi, che in un modo o nell’altro hanno cambiato il mondo attorno. Noi e anche la nostra capacità di vivere dell’ambiente naturale e con l’ambiente naturale”. 

La conservazione non è un sinonimo per “Pianeta vivente”. La protezione organizzata e burocratica della natura sostituisce il concetto di biosfera quando la Terra cessa di esistere se non all’interno di logiche di consumo e plus valore. Se insomma la natura è profitto, non può essere anche contesto ontologico per gli esseri viventi.

La conservazione è perciò una conseguenza culturale dell’economia moderna: “il capitalismo industriale nei secoli XVII, XVIII e XIX ha distrutto buona parte della natura non umana. Per proteggere gli ambienti naturali sorse così un contro-movimento, esattamente come il movimento operaio fu una risposta finalizzata a proteggere la società. 

Lentamente, tra il 1970 e il 1980, sotto la spinta soprattutto della rivoluzione neo-liberista, abbiamo assistito ad una forma di integrazione tra i due: la conservazione è stata intesa come una forma di sviluppo. Sempre di più liberalismo e conservazione sono andati integrandosi: capitalismo e natura sono visti fondamentalmente come una sola, identica immagine dominante”. 

È intuitivo che in questo vero e proprio assetto geo-politico alberga una contraddizione intrinseca. “Si cerca di rappresentare una forma economica e politica specifica, il capitalismo, che è di per sé totalmente insostenibile, all’inizio e alla fine di ciò che noi intendiamo per natura”, sostiene Büscher. 

La produzione di profitto attraverso la conservazione ha così scoperto di avere a disposizione un’arma infallibile per perseguire la messa a reddito degli ecosistemi ancora selvaggi del Pianeta: il turismo. Ma il turismo ha anche un carattere neo-coloniale.

Il turismo e l’economia neo-coloniale

È infatti l’umanità ricca, e bianca, del Pianeta, che può godere della natura in località remote ed esotiche. Il turismo di lusso coopta le risorse naturali ancora intatte (foreste, laghi, branchi di elefanti e di leoni) per dislocarne il valore monetario. I soldi, in definitiva, se ne vanno insieme ai voli di linea dei turisti. In un posto come NgoroNgoro rimangono i villaggi Maasai pieni di gente che ha fame, con i denti decalcificati dalla denutrizione.

Consumando la natura africana, la parte benestante del nord del Pianeta dà un contributo essenziale allo squilibrio ecologico.

“I Paesi ad alto reddito sono i principali attori della bancarotta ecologica globale. Il Nord del mondo è responsabile del 92% delle emissioni in eccesso rispetto ai limiti del Pianeta”, ha scritto l’antropologo dell’economia Jason Hickel. “Le conseguenze della distruzione del clima ricadono però in modo sproporzionato sul sud del Pianeta. 

In modo analogo, sono i Paesi ad alto reddito i responsabili dell’eccessivo uso di risorse globali, con una media di impronta materiale di 28 tonnellate pro capite all’anno – quattro volte la misura sostenibile. È cruciale capire che questi alti livelli di consumo dipendono dall’appropriazione netta dal sud del mondo attraverso uno scambio iniquo, che include 10.1 miliardi di tonnellate di materiali grezzi e di 379 miliardi di ore di lavoro all’anno. 

In altre parole, la crescita economica del nord si appoggia su schemi di tipo coloniale: appropriazione dello spazio comune che è l’atmosfera e l’appropriazione delle risorse del sud, e della loro fatica umana”.

La capacità di carico degli ecosistemi, quindi, non è condizionata solamente dall’uso delle risorse naturali intrapreso dalla gente locale. Anzi, è il risultato finale di una imponente e complessa equazione di sfruttamento combinato della bio-capacità di atmosfera e biosfera. 

Il turismo di lusso non è altro che uno degli addendi di questo gioco di interazioni economiche con ricadute ecologiche globali. Bisogna dunque vedere il peso del turismo, e della conservazione che si aggrappa al turismo, all’interno del disequilibrio dell’intero Pianeta.

Il Gruppo di Stanford (i massimi nomi degli studi sull’estinzione e il collasso ecologico che gravitano attorno alla Università di Stanford, ossia Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos, William Ripple e Paul R. Ehrlich) ha rimarcato di nuovo (Response – Commentary: Underestimating the Challenges for Avoiding a Ghastly Future) questo aspetto della crisi del XXI secolo. 

“Ci sono iniquità impressionanti nella distribuzione della ricchezza. Centinaia di milioni di persone sono già, disgraziatamente, sul confine apocalittico della perdita del proprio sostentamento. Noi non biasimiamo affatto per queste calamità i popoli indigeni, che vivono con redditi bassissimi. Il nostro studio (Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future) ha gettato una luce sul fatto che più del 70% degli esseri umani vivono in Paesi che sono dentro un deficit di bio-capacità, ma che non hanno le risorse finanziarie per compensare questo deficit accedendo alla bio-capacità di altri Paesi e quindi accrescendo la propria resilienza. 

In altre parole, quelli che hanno meno possibilità economiche sopporteranno il peso sproporzionato dovuto all’impatto dello sbilanciamento ecologico. Perciò, coloro che hanno amplificato il problema hanno la enorme, indiscutibile, responsabilità morale di affrontarlo. In mancanza di solidarietà con le persone più svantaggiate da un punto di vista politico ed economico, anche la parte privilegiata non sarà in grado di proteggersi dalla distruzione imposta dai trend globali”. 

Ciò non toglie, purtroppo, che le nazioni africane stesse siano inserite nel sistema di produzione capitalistico. E che lo assecondino. Alla fine degli anni ’60, la Tanzania indipendente ha deciso in piena autonomia di affidare al turismo il destino della propria ricchezza faunistica.

Il lento declino dei Maasai

Nulla di ciò che vediamo oggi in Tanzania nelle aree protette è intatto o identico alle condizioni ecologiche del Paese negli ultimi due secoli. Per capire il posto dei Maasai nella Tanzania di oggi bisogna tornare al XIX secolo, prima della colonizzazione europea. E poi spostarsi nei primi decenni del Novecento, quando gli Europei cominciarono ad elaborare la percezione dell’Africa selvaggia che dura ancora oggi. 

Negli anni ‘90 Adam e McShane ricostruirono “il mito dell’Africa selvaggia”. Gli Europei sognavano l’Africa perché da tempo l’industrializzazione aveva cancellato foreste, boschi e praterie dalla loro vita quotidiana. Una malinconia primordiale che sognava le origini dell’umanità e il principio del mondo, con branchi di animali che si muovevano liberi in spazi immensi e incontaminati. Negli Stati Uniti la nostalgia per la natura selvaggia aveva da tempo stretto un patto politico con i programmi di appropriazione della terra su base razziale sulla frontiera a Ovest, tra il 1850 e il 1890. 

Dopo decenni di caccia indiscriminata, il trauma di intere società civili che rinunciavano alla natura per costruire il benessere moderno si trasformò così nell’aspirazione a salvare le faune africane dall’Africa stessa. Un anelito alla redenzione della nostra specie, una teodicea ecologista che sacralizzò il Serengeti, in cerca di un sentimento di appartenenza. 

Poi vennero le straordinarie scoperte paleontologiche degli anni ’60 in Kenya e in Tanzania, che accesero un inedito interesse mediatico per la “culla dell’umanità”. L’Africa orientale diventava così un capitolo avventuroso in una storia di coraggio e ardimento (l’Out of Africa) e di commosso ricordo dell’epopea evolutiva di Homo sapiens

A pagare per le disfunzioni culturali dell’Europa, in Africa orientale furono soprattutto i Maasai. “La disintegrazione degli spazi condivisi dalla comunità dei Maasai ha portato ad un deterioramento delle strutture sociali delle tribù. La cultura Maasai sta morendo, e con essa un sistema di valori che ha sostenuto una comunità e un ecosistema per generazioni”, scrivevano Adam e McShane nel 1992.

La Tanzania cesellata da maestosi parchi nazionali e riserve gigantesche (il Ruaha e la Selous) è il prodotto di una pianificazione a tavolino decisa dal governo centrale all’indomani dell’indipendenza dalla corona britannica. Ma, prima dell’arrivo dei coloni tedeschi negli anni novanta dell’Ottocento, la Tanzania stessa non era isolata dal resto del mondo e incapsulata in una intonsa natura selvaggia. 

Thomas Hakanson ha ricostruito il commercio di avorio a metà Ottocento: più di 11mila elefanti ogni anno venivano uccisi per esportare avorio sui mercati europei e negli Stati Uniti. Le loro zanne servivano anche per cesellare i tasti dei pianoforti su cui veniva eseguita la magnifica musica europea nelle sale da concerto per la ricca borghesia di imprenditori, tycoon, politici liberali, filosofi e poeti. “Gli ambienti naturali in Africa orientale prima del colonialismo non possono essere compresi senza un riferimento alle più vaste reti e connessioni del commercio che ruotava attorno all’oceano indiano. Per duemila anni il commercio di avorio e di altri beni ha collegato le coste africane alla Cina, all’India, al Medioriente e all’Europa”.

La decimazione sistematica degli elefanti aveva già allora ridotto le grandi distese di erba, favorendo invece l’espansione della vegetazione di arbusti e di alberi, oltre alle mosche tse-tse, vettori della famigerata malattia del sonno. Le tse-tse, però, portavano anche patologie che colpivano le mandrie dei pastori nomadi Maasai. Intanto, le carovane di mercanti a caccia di avorio avevano bisogno di viveri e stimolavano così l’espansione dell’agricoltura di sussistenza. Il nord-est del Paese è una fonte netta di beni di lusso dal 1850 a metà degli anni ’90 del secolo. 

Mentre i mercanti battevano le savane in cerca di elefanti, i Maasai erano in movimento. Spostandosi a sud del Kilimangiaro entrarono in conflitto con i Kwavi, un’altra etnia endemica della regione. I Kwavi occupavano queste terre dai primi dell’’800. Da questi scontri periodici derivarono diverse guerre, le cosiddette lloikop, che spinsero i Kwavi sulle colline. 

Anche le epidemie contribuirono a modellare l’aspetto del paesaggio.

Attorno al 1892 le pianure centro-orientali erano vuote: le mandrie dei Maasai erano state decimate dalla peste bovina. Il vento, però, aveva preso un’altra direzione anche per le potenze mondiali. Al termine della Prima Guerra mondiale il Reich tedesco cedette la Tanzania all’Impero Britannico. “Gli inglesi cercarono subito di tenere alcuni gruppi, i Maasai, entro particolari territori  e contemporaneamente tentarono di separarli dai Maasai che risiedevano in Kenya”, scrive Dan Brockington. Nonostante questo, la corona inglese decise di porre un limite all’alienazione della terra a favore dei coloni. 

Il falso Eden di NgoroNgoro
(Un branco di gnu al pascolo di prima mattina nel cratere di NgoroNgoro)

Mettere a reddito il patrimonio biologico della nazione

Questo stato delle cose tenne fino al 1961, anno della dichiarazione indipendenza della Tanzania. Poi furono gli anni della attuazione della Dichiarazione di Arusha del 1967, ossia il piano di sviluppo economico del Paese ispirato agli ideali del socialismo. 

Dopo la politica di auto-sufficienza degli anni ’70 e ’80, decenni in cui il Paese dipendeva fortemente dagli aiuti internazionali, negli anni ’90 comincia una liberalizzazione economica in cui la bio-economia delle risorse naturali ha un posto centrale. Il governo punta decisamente sulla estrazione mineraria, sui biocarburanti e soprattutto sul turismo d’élite. 

Da questo momento, secondo James Giblin, “la fauna selvatica e gli scenari naturalistici diventano una inesauribile fonte di consumo ricreativo per il mondo esterno”. E la direzione del Paese è chiara: “questo Paese ora vende servizi al mondo industrializzato sotto forma di parchi nazionali e di riserve”. 

Per i Maasai il posto disponibile si restringe sempre di più: “i Maasai sono stati rimossi dalle loro precedenti terre attraverso la definizione di nuovi parchi nazionali per i grossi animali, la diffusione di grandi fattorie commerciali e dell’appropriazione della terra da parte dello Stato per concessioni minerarie e concessioni di caccia”. 

Bisognava virare, e in fretta, dagli ideali del 1967 e fatturare sull’unico bene che il Paese aveva già a disposizione in abbondanza senza impianti industriali e catene di montaggio: la biodiversità. 

A nord, il destino dei Maasai si fondeva con le decisioni prese dal governo del Kenya. Perché i due Paesi avevano in comune le pianure del Serengeti. Di fatto, la Tanzania adottava il modello di area protetta formulato dagli Inglesi.

Sin dagli anni ’30 del Novecento gli Inglesi vanno imponendo un modello di gestione del territorio che non ha precedenti storici in Europa, ritagliato apposta sulle colonie, ossia i “game parks”. Riserve per gli animali selvatici ad uso esclusivo dei bianchi. 

Nel 1931 Richard W.G. Hingston giunge in Kenya su mandato del governo inglese e della Society for the Preservation of the Fauna and Flora of the Empire. Il compito di Hingston è valutare l’opportunità di aree speciali in cui confinare le specie selvatiche per preservarne la sopravvivenza a vantaggio dei cacciatori di trofei. E Hingston dice apertamente quello che pensa sia appropriato allo sviluppo moderno dell’Africa: riserve naturali piene di animali non domestici disposte come sporadiche isole in un paesaggio convertito all’agricoltura. 

Sulla scorta di queste idee, nel 1957 una commissione d’inchiesta britannica propose di dividere il Serengeti in 2 regioni. Una sarebbe diventata l’attuale Serengeti, in Tanzania, dove sarebbe stato proibito abitare. 

La seconda regione sarebbe stata la Ngorongoro Conservation Area, che diventava così una “multiple-use area”, un territorio dedicato alla conservazione delle risorse naturali, alla protezione degli interessi dei nativi Maasai e alla promozione del turismo di lusso.

NgoroNgoro è quindi una sorta di macro-compromesso, che limita e regolamenta la vita tradizionale dei Maasai, ma ha l’obiettivo principale di tenere l’ecosistema NgoroNgoro-Serengeti sotto un rigido controllo governativo. 

Alla fine degli anni ’90 la Tanzania ha ormai sposato in pieno un modello di business basato sui safari fotografici. La conservazione della natura è semplicemente strumentale a qualcosa di molto più prosaico. 

Secondo uno studio uscito su INTERNATIONAL OF AFRICAN HISTORICAL STUDIES nel 2008, nel 2003 la Tanzania aveva già messo da parte il 31% del suo territorio in parchi nazionali, riserve di caccia e riserve forestali. 

Anche i villaggi in prossimità delle aree protette hanno il permesso governativo di vendere diritti di caccia o di stringere rapporti d’affari con i tour operator. 

“Benché l’iniziale spinta per la conservation estate derivi da una visione coloniale dei paesaggi africani, la ragguardevole crescita del numero di aree protette in Tanzania riflette il vigoroso supporto fornito dallo Stato per la conservazione (rafforzato dai provenenti che essa offre), in combinazione con una potente lobby internazionale della conservazione. Ma considerando come è avvenuta l’espansione della conservation estate, è difficile immaginare che possa finire”. 

La posta in gioco oggi

E quel turismo che doveva essere la soluzione a tutti i problemi è diventato una metastasi forse fuori controllo. Nel 1979 i turisti erano circa 20mila all’anno. Nel 2018 quasi 650mila. 

Se il nuovo MLUM verrà approvato, verrà posto un limite al numero di Maasai residenti, perpetuando il loro status di intrusi, di presenza scomoda e fastidiosa, mentre un mare di turisti entra in area protetta con abiti di poliammide, bottiglie di plastica, su Land Rover a motore Diesel. Per Arudhna Mittal dello Oakland Institute sta in questo atteggiamento politico la violazione dei diritti umani dei Maasai.

“Senz’altro bisogna capire chi sono gli immigrati che entrano in NgoroNgoro, queste persone che reclamano una residenza. È una area speciale, e serve una analisi dettagliata per individuare i componenti della comunità. Ma occorre anche onestà su un altro fronte”, spiega la Mittal via Skype dalla California. 

“Se i Maasai devono andarsene, quale sarà la loro destinazione? Con quali opportunità? Stiamo parlando di persone a cui manca tutto. Scuole, centri di assistenza medica, sicurezza alimentare. Vivono nel vuoto lasciato loro dalle promesse mai mantenute fatte al tempo della chiusura del Serengeti. Un vuoto che si propaga e si ripete ancora, procedendo in questo modo”.

È vero che la domanda di abitazioni e di stanziamento dei Maasai non è quella degli anni ’60. C’è bisogno di case moderne, in muratura, di elettricità, di scuole, di strade percorribili anche in stagione umida. Il rapporto della missione del 2019 insiste sul problema abitativo dei Maasai. 

“La missione nota con preoccupazione l’impatto visivo dei nuovi edifici che sorgono velocemente come risultati di un incremento della popolazione umana. Le comunità dentro la proprietà stanno costruendo case di tutte le grandezze e di ogni tipo di design, usando differenti materiali di costruzione, che risultano fuori contesto. 

Il passaggio da case tradizionali a case molto grandi, in stile moderno, alcune protette da recinzioni (…) è anche una erosione del legame tra le comunità e il loro ambiente. I boma sono un testamento vivente di questa armonia. Mentre l’architettura moderna e il comfort sono indispensabili per vite migliori e lo status sociale, c’è bisogno anche di essere creativi e innovativi attraverso forme architettoniche e di progettazione che non si limitino ad abbracciare la modernità”. 

Bisogna pensare qualcosa di nuovo “con l’aiuto di affermate scuole di architettura del continente africano. Nozioni come modernità e cambiamento sono accettabili, ma dovrebbero essere intese in modo tale da preservare l’integrità e l’autenticità del paesaggio, la sua gente e le loro cultura”.

Eppure la Mittal ritiene che qui, sotto la superficie diplomatica, ci sia un vizio di logica. “Queste organizzazioni spingono per soluzioni partecipate, ma di fatto sostengono un modello di conservazione che non funziona così. Non possono chiedere più democrazia nei processi decisionali quando il loro interlocutore è un Governo che va avanti con lo stesso schema discriminatorio di sempre nei confronti dei Maasai”. 

Come può un governo centrale sempre più accentrato e autoritario garantire l’equità di decisioni controverse già da decenni?

Si può anche auspicare un “approccio armonico” sul futuro di NgoroNgoro. Lecito mettere sul tavolo delle trattative la capacità di carico. Ma, forse, sarebbe più onesto ammettere dove stanno le responsabilità dei conflitti che avvelenano questa regione. “Io credo nel concetto di capacità di carico, certamente, e la crisi climatica è qui per ricordarci che i limiti di carico esistono e dobbiamo considerarli”, dice Arudhna Mittal. 

“Ma chi ne discute? Non certo noi, in Occidente, dove nessuno vuole rinunciare al suo stile di vita. E dove si sogna la Tesla, o il nuovo iPhone. Parliamoci chiaro, nessuno viene a casa nostra, negli Stati Uniti o in Italia, a dirci, ehi, ho le migliori soluzioni per i tuoi problemi ecologici. Fatti da parte, e le implementerò per te. Eppure, è ciò che avviene in Africa. Si mantiene vivo da decenni un doppio standard”.

Per Mittal sarebbe ingenuo pensare che grandi e prestigiose organizzazioni internazionali parteggino apertamente per piani espliciti contro interi gruppi etnici. La distorsione della realtà sociale del cratere di NgoroNgoro è più sottile. “È questo su cui vogliamo insistere per i Maasai. Il loro impatto rispetto all’impatto del turismo. Lo sviluppo economico tramite il turismo, va bene, ma a favore di chi? Tutti siamo per la conservazione, ma la conservazione deve essere un processo partecipativo, nato dal basso della società civile. E non si tratta neppure di puntare il dito contro qualcuno. 

Ci sono ottime persone anche nelle ONG. Però è ancora operativo, dentro queste organizzazioni, un modello coloniale di protezione della natura, nonostante l’indipendenza di queste nazioni dalle potenze coloniali. La conservazione così come è oggi è una atteggiamento mentale strutturale, datato, dal fascino antico”. 

Una visione lacunosa

L’intera vicenda svela una lacuna di progettazione nella visione della nazione che la Tanzania decise di adottare negli anni ’60. La separazione netta tra uomini e animali, e la marginalizzazione delle persone, hanno dato l’effetto opposto di quello previsto, e non solo a NgoroNgoro. 

“La creazione dei parchi non ha creato floride popolazioni di animali selvatici, che migrano oltre confine. Questi parchi hanno semplicemente facilitato lo spopolamento degli animali selvatici al di fuori dei loro stessi confini. Finendo con il rafforzare le loro stesse linee di demarcazione. La fondazione dei parchi accelera la classificazione del paesaggio dentro le categorie di territorio sviluppato e territorio selvaggio immaginato da Hingston”. 

Un dualismo manicheo che, tra le altre cose, rigurgita in superficie la nozione di sviluppo, e quindi di barbarie, risalente all’Illuminismo del ‘700. Da una parte agricoltura e villaggi, o città, e dall’altro quel che resta della natura. La civiltà, moderna, giusta, non sarebbe altro che una separazione netta tra natura e cultura.

La sensazione è, quindi, che l’opposizione più estrema e tagliente non sia tanto tra Maasai e governo centrale, ma tra i diritti dei Maasai e la cornice ideologico-economica che ha risucchiato, insieme a NgoroNgoro, anche le loro vite. 

Se i Maasai avessero più diritti dentro NgoroNgoro, nulla cambierebbe nella configurazione istituzionale della loro terra, che da mezzo secolo non ha più un valore di per sé. 

I parchi nazionali, sotto la superficie delle loro indubbie virtù, sono soltanto le enormi aree di divertimento del capitalismo avanzato. “Ancora più importante dell’influenza esercitata dalle organizzazioni stranieri (ndr, le ONG) è il ruolo dei governi africani stessi. Essi sono soltanto un altro dei canali attraverso i quali i desideri dei turisti fanno sentire la loro voce”, scrive Dan Brockington. 

“Messa in termini semplici, gli Stati africani sono ben felici di creare spazi dove i turisti possano recarsi. I turisti pagano soldi sicuri. E quindi sono molto più affidabili nel pagare le tasse rispetto ai cittadini residenti che il governo scaccia dalle loro terre. Ma c’è anche di più. 

I miti dei turisti sono in felice accordo con la visione degli Stati di ciò che uno Stato moderno dovrebbe essere. I parchi nazionali forniscono uno strumento per spostare e modernizzare i popoli indigeni che sono percepiti come primitivi e vengono dopo i loro governi. 

Un sistema ben rodato di aree protette è inoltre percepito come buono di per sé, una misura riconosciuta di progresso messo lì a mostrare gli indicatori del successo degli obiettivi di sviluppo del millennio. Le aree protette ancora selvagge possono anche essere una invenzione coloniale, ma sono state abbracciate con entusiasmo dai governi post indipendenza”. 

Il falso Eden di NgoroNgoro
(NgoroNgoro: un Eden per i turisti occidentali. Una regione controversa dal futuro incerto per i Maasai)

Le mega-riserve

E dopo averci creduto fino in fondo in questi obiettivi di sviluppo sostenibile del millennio, e in quelli di ambiziosa protezione naturalistica, adesso la comunità internazionale ammette che essi non bastano. Sono insufficienti. Mal progettati. Non hanno portato a nulla.

Da oltre un anno sono in corso in seno alla Convezione Mondiale sulla Biodiversità (CBD) le trattative per arrivare ad un accordo globale sulla protezione della vita biologica su questo Pianeta. La Tanzania possiede alcune delle “aree chiave per la biodiversità” indispensabili per consolidare la soglia massima di protezione degli habitat rimasti ancora integri. 

Come a dire, ciò che è già protetto non si tocca. Poi viene il resto, che seguirà le stesse regole viste fin qui. E adesso la massima attenzione è sulla connettività dei parchi nazionali.  Pur con un certo imbarazzo, è stata abbandonata la concezione delle aree protette incastonate nel paesaggio. Oggi quasi tutti ammettono che le specie animali hanno bisogno di spazio per muoversi e prosperare. Gli Inglesi si sbagliavano, nel Kenya degli anni ’30. 

Eppure, ed è paradossale, il mindset degli Inglesi del tempo della Regina Vittoria è ancora oggi un punto di riferimento politico ed economico. Parchi nazionali più grandi, ma sempre avulsi dal contesto circostante.Natura più protetta, ma pur sempre enorme riserva. Possiamo anche essere a favore di una ritirata parziale degli umani a vantaggio totale delle altre specie, è un argomento che ha solide basi filosofiche. Ma sul fatto che i parchi nazionali a isola non siano la soluzione alla sesta estinzione non si può discutere. 

Le specie animali hanno bisogno di spazio.

Ecco perché il governo della Tanzania ha solidi appigli per riorganizzare NgoroNgoro senza toccare l’impianto generale delle sue politiche ambientali. La direzione politica generale sembra orientata su enormi riserve all’interno dell’imperante schema economico globale.

Il governo nutre infatti l’ambizione di unire “NgoroNgoro, Selela e il corridoio del Manyara Ranch per connettere il Serengeti-Mara con il Lake Natron e l’ecosistema Lake Manyara – Tarangire (ndr, entrambi parchi nazionali)” e quindi “per aumentare la funzionalità degli ecosistemi”. Perché, in sintesi, “cambiare i confini di NgoroNgoro arricchirebbe il flusso di geni tra differenti popolazioni di animali selvatici e tra gli stessi ecosistemi”. 

Nei negoziati internazionali della CBD, aumentare la protezione per la biodiversità significa dichiarare protetto il 30% del Pianeta entro il 2030.

Il 30% di Pianeta protetto entro il 2030

La soglia del 30%: un numero magico, una panacea simile al limite di + 1.5 °C spacciato nel 2015 a Parigi come soluzione alla crisi climatica. Una similitudine che dovrebbe metterci paura. 

Dal 1992, la CBD è la piattaforma di accordo e discussione sovranazionale più importante per la protezione della natura. 

È il tavolo a cui, nel bene e nel male, si siedono i governi del mondo che hanno firmato la Convenzione per discutere del declino degli ecosistemi e dell’estinzione del regno animale. 

Quindi il fatto che la CBD abbia adottato la soglia del 30% significa questo, che il 30% di Pianeta protetto è una unità geografica scientificamente motivata. Non è un numero a caso, è un numero che viene fuori da studi, ricerche, raccolte dati lunghe anni. 

Nel 2016 è la IUCN, insieme alle organizzazioni che ne fanno parte, a proporre la protezione totale per il 30% degli ecosistemi marini. Nel 2018 un editoriale su SCIENCE (J.Baillie, Y-P Zhang, Space for Nature, SCIENCE 361, 1051) sostiene che la stessa percentuale debba valere per gli ecosistemi di terra ferma. 

Poi, nel 2019, un lungo articolo su SCIENCE ADVANCES (A global Deal for Nature: Guiding Principles, milestones, and targets) svela tutte le carte della proposta. Diventando di fatto il punto di riferimento sostanziale del futuro accordo globale per la natura, il cosiddetto “global deal for nature (GDN)”. È un vademecum che si regge su alcune evidenze molto forti.

Clima e biodiversità sono interdipendenti e siamo ormai vicini ad un punto di non ritorno: “la biodiversità è parte attiva del flusso del carbonio in atmosfera”. Infatti “oltre la soglia del 1.5 °C (ndr, di aumento delle temperature medie globali) la biologia del pianeta sarà gravemente danneggiata perché gli ecosistemi cominciano letteralmente a collassare”. 

Quindi, non basta proteggere le foreste primarie rimaste, bisogna ripristinare gli ecosistemi danneggiati “per creare emissioni negative” e avviare una “conservazione aggressiva degli habitat rimasti”. 

Il GDN è  “un piano vincolato alle scadenze temporali, basato su evidenze scientifiche, per salvare la diversità e l’abbondanza della vita sulla Terra”. Al 30% protetto dovrebbe essere aggiunto un “20% designato come aree di stabilizzazione climatica” per stare sotto + 1.5°C. Sono le CSAs (Climate Stabilization Areas)”. Per stabilizzare il clima, arginare il declino della biodiversità ha una importanza strutturale.

Gli obiettivi del GDN sono più ambiziosi degli Obiettivi di Aichi al 2020, perché seguono una stringente logica evolutiva: “mantenere popolazioni vitali di tutte le specie native entro la dimensione naturale della loro abbondanza e distribuzione” e “affrontare i cambiamenti ambientali mantenendo i processi evolutivi e adattandosi così agli impatti del cambiamento climatico”. 

La connettività  tra aree protette è fondamentale in questa prospettiva: “assicurare la creazione di network di aree protette che rappresentino il più vasto assortimento di habitat e, per estensione, conservare il più vasto assortimento di specie e i loro adattamenti unici ai loro ambienti”. Il ruolo dei popoli indigeni viene citato, ma in un paragrafo decisamente marginale. 

Il 12 luglio scorso, infine, la bozza del GDN presentata alla stampa sanciva ufficialmente l’inclusione del 30% nella cornice su cui lavora la CBD: “l’obiettivo numero 2 della bozza di accordo recita: entro il 2030, proteggere e conservare, attraverso un sistema di ben connesse ed effettive aree protette e altre misure di conservazione basate sul territorio, almeno il 30% del pianeta”. SURVIVAL INTERNATIONAL ha subito definito l’obiettivo del 30% “il nuovo imperativo coloniale verde”.

I finanziatori privati

Intanto, però sono usciti allo scoperto i pesi massimi della natura del XXI secolo. Lo studio pubblicato da SCIENCE ADVANCES ha messo in movimento alcuni degli ambienti più prestigiosi non solo della protezione della natura, ma anche del giornalismo ambientale. 

È stata così lanciata una petizione online voluta da ONE EART, un progetto che unisce LEONARDO DI CAPRIO FOUNDATION, AVAAZ, RESOLVE e NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY. 

La Fondazione HALF EARTH insiste per una soglia ancora più alta, del 50%, e ha come manifesto e ispirazione Half Earth, il saggio di E.O.Wilson del 2016. 

Perché il 50% ? Perché la causa numero uno del collasso delle specie è la perdita di habitat. Più estesa è una riserva, più è alto il numero di specie che ci abitano. Quali riserve proteggere? Le moderne tecnologie per individuare la presenza degli animali permettono di costruire mappe molto precise per capire le regioni del mondo che meritano priorità. 

Questi i principi guida della Fondazione. Le comunità indigene devono essere “onorate” e rispettate. Ma la crisi è tale da imporre scelte geografiche altrettanto drastiche. 

Identica è la posizione del collettivo NATURE NEEDS HALF, nato nel 2009 dalla WILD FOUNDATION. Tra i co-fondatori c’è Harvey Locke, un pioniere del concetto di connettività tra grandi parchi transfrontalieri nel Nord America con il progetto Y2Y, “Yellostowne to Yukon”

Sul sito del gruppo sono disponibili materiali scientifici per verificare la concretezza delle posizioni proposte sul disastro ecologico. “Siamo impegnati a connettere gli spazi naturali e le persone, per avere paesaggi più sani, animali che si muovono più efficacemente da un posto all’altro, e vite più ricche di significato per le persone”. E anche qui i popoli indigeni figurano come imprescindibili protagonisti del difficile futuro.

Non c’è dubbio che chi ha molti soldi, per una ragione o per l’altra, ne stia investendo nelle riserve e nei parchi nazionali. Un esempio fulgido di investimenti privati è la Ngo AFRICAN PARKS

E soprattutto la loro scintillante iniziativa LEGACY LANDSCAPES FUND lanciata il 19 maggio scorso nel cuore dell?Europa, a Berlino. AFRICAN PARKS è responsabile del recupero e della gestione di alcuni dei progetti più importanti degli ultimi 20 anni, come Akagera in Rwanda (dove è stato reintrodotto il leone, localmente estinto, grazie ad esemplari del Sudafrica), Zakouma in Chad (parco dove, sempre con animali nati in Sudafrica, si prova a reintrodurre il rinoceronte) e Matusadona in Zimbabwe. A Berlino, alla presentazione di LEGACY LANDSCAPES, c’era addirittura la presidente della CBD, Elizabeth Maruma Mrema. 

LEGACY LANDSCAPES è un fondo in cui ricchissimi finanziatori privati e Governi bonificano il loro contributo in dollari per “fermare la perdita di biodiversità”.

Il fondo è “una iniziativa congiunta del Ministero per lo Sviluppo e la Cooperazione Economica della Repubblica Federale tedesca, della Agence Française de Développement (AFD), di Campaign for Nature (CfN), della Frankfurt Zoological Society (FZS), della IUCN, dell’UNESCO World Heritage Centre e del WWF. Il Governo francese ha dichiarato che comincerà a contribuire nel 2022”. 

L’obiettivo è fornire ad almeno 30 Paesi (su almeno 60mila Kmq) abbastanza denaro da proteggere negli anni a venire le loro terre selvagge. La Germania di Angela Merkel ha già staccato un assegno da 82.5 milioni di euro.

La Gordon and Betty Moore Foundation altri 5 milioni di dollari. Si punta a raggiungere il miliardo di dollari di donazioni il prima possibile. I nomi delle località africane coinvolte parla da solo: North Luangwa NP Zambia, Iona NP Angola, Gonarezhou NP Zimbabwe, Odzala-Kokua NP DRC (Repubblica Democratica del Congo). 

Chi si batte per i diritti dei Maasai in Tanzania e dei popoli nativi denuncia questo modus operandi. Ne critica l’impostazione ideologica, ma anche la reale efficacia nel fermare l’emorragia di biodiversità. 

Per questo il 2 settembre scorso il fronte alternativo della conservazione ha organizzato a Marsiglia un convegno per “decolonizzare la conservazione”: OUR LAND, OUR NATURE. 

In aperta polemica con la IUCN, che pur ha indetto per il 3 settembre il “World Summit of Indigenous People and Nature schierandosi a favore della questione più generale dei diritti di uomo e natura: “i diritti della natura e i diritti verso la natura: quali nuovi principi e strumenti sono necessari nel diritto ambientale internazionale? (…) Entro il 2030 dobbiamo raggiungere un equilibrio armonico tra l’integrità ecologica del paesaggio naturale, una prosperità condivisa e la giustizia per i custodi degli ecosistemi ancora funzionanti. Lo dobbiamo fare entro i limiti che la natura è in grado di sostenere”.  

Il falso Eden di NgoroNgoro
(Il cratere di NgoroNgoro al tramonto in stagione secca)

Decolonizzare la conservazione

A Marsiglia è intervenuta tra gli altri Rosaleen Duffy della Sheffield University (UK). In un vasto contributo uscito il 2 luglio scorso sulla rivista ENVIRONMENT: SCIENCE AND POLICY FOR SUSTAINABLE DEVELOPMENT, Duffy ha co-firmato con alcuni colleghi una analisi spietata della conservazione, della finanza green, del neo-liberismo e della militarizzazione su base razziale dei parchi nazionali africani. 

Gli obiettivi di protezione delle aree protette e degli animali selvatici propagherebbero “una forma neo-coloniale di conservazione, che è ritagliata apposta su potenti interessi globali. Da una lato una memorializzazione della natura e dall’altro il furto di terra (green grabbing)”. 

Il lavoro della stessa CBD avrebbe quindi un impianto coloniale: “la contemporanea espansione del network globale di aree protette è il prodotto di una coalizione potente di donatori, istituti di ricerca e gruppi di pressione uniti a istituzioni multilaterali che hanno esteso il loro peso politico ed economico sulla conservazione ad aree protette esclusive”. 

Tra questi attori più o meno occulti ci sarebbero i giganti della conservazione: Conservation International, The Nature Conservancy, e il WWF.

Secondo questi ricercatori, ridurre la natura rimasta a una fortezza protetta da militari addestrati da bianchi e armati contro i bracconieri serve per aprire la strada a meccanismi di monetizzazione della biodiversità, come i green bond o il carbon market. 

Che in questo approccio ci sia qualcosa che non va lo dimostrerebbe il peggioramento, ben documentato e per ora inarrestabile, di tutti gli indicatori bio-ecologici. Ed anche questo è un fatto.

Insomma, recintare gli habitat non serve: “mettere sotto chiave la natura in blocchi sicuri di natura selvaggia non eviterà la sesta estinzione di massa, perché gli aggiustamenti istituzionali allo status quo aiutano a perpetuare sistemi politici ed economici che sono alla radice della distruzione della biodiversità. 

Ma, cosa ancora più importante, la conservazione-fortezza non risolverà neppure il cambiamento climatico. La crisi climatica in atto minaccia di travolgere le aree selvagge da decenni, come appare evidente negli incendi in Amazzonia, in Australia, nel Canada Occidentale e nell’Ovest americano”. 

Oggi, pur nel dissesto economico globale e nel caos della pandemia, queste voci cominciano a conquistare la platea internazionale. Rivendicando per il pensiero africano sugli animali selvaggi un posto centrale. E quindi quella nuova etica della conservazione che nel 1992, anno dello Earth Summit di Rio e della nascita della CBD, era ancora una utopia. 

“Per fare la cosa giusta, prima di dipingere le pareti di un colore che ci piace, dobbiamo cambiare la struttura. Dobbiamo ripensare i tipi di Aree Protette esistenti e cercare un modello più sofisticato di protezione della biodiversità. È qui che le grandi organizzazioni si trovano in difficoltà, perché fanno molta fatica a cambiare le loro stesse sovrastrutture”, ha detto Mordecai Ogada, ecologo e specialista in carnivori fondatore di CONSERVATION SOLUTION AFRIKA. E filosofo della conservazione. 

“Le pratiche della conservazione colonialista implicano violenza e disonestà. I media non mostrano mai immagini di Africani che convivono pacificamente con la fauna selvatica”, ha dichiarato Ogada. “Perché vogliono rimuovere gli Africani neri dalle loro terre, anche se conviviamo con la fauna selvatica da milioni di anni”. 

OUR LAND, OUR NATURE ha avuto il coraggio di dire che la crisi della biodiversità è una crisi esistenziale. Umanitaria. Un futuro spaventoso per gli animali e le foreste significherà un abisso per l’umanità.  E cioè fine della nostra esperienza estetica ed emotiva di un Pianeta biologicamente vivo. 

Questa condizione del XXI secolo non è una faccenda che riguardi quindi solo i Paesi che ancora oggi, con disprezzo e supponenza, definiamo “in via di sviluppo”. 

A Marsiglia, Guillaume Blanc, docente di storia ambientale alla Università di Rennes 2 (Bretagna, Francia), ha sintetizzato il dramma della nostra civiltà attuale: “la naturalizzazione è una forma di de-umanizzazione”. Vale a dire che la pretesa occidentale di ridimensionare la natura selvaggia sui bisogni della industrializzazione ha snaturato il contesto biologico del Pianeta. Uomini compresi. 

NgoroNgoro undici anni fa

Sono passati undici anni da quando visitai NgoroNgoro. Il giorno prima dell’ingresso nella conservation area pernottammo in una locanda nel distretto di Karatu, che distava in jeep circa un’ora dal gate di accesso al parco nazionale. Eravamo in pieno inverno e la nebbia acuiva il freddo pungente e sferzante. 

Ma non erano il cielo grigio e il tramonto precoce a lasciare una cortina di amarezza e disagio sugli edifici in lamiera, cartone e mattoni della strada principale. La povertà mordeva gli occhi, seccava la parola, inquinava lo spirito. 

Cenammo nel nostro albergo. Uno stuolo di ragazze servizievoli, dal volto triste e rassegnato, ci servì patate e carne arrosto in un silenzio di tomba. Ricordo che ciò che più mi colpì furono i loro abiti. 

Indossavano gonne e camice degli anni Settanta. Come se lì a Karatu il tempo si fosse fermato. Come se il tempo fosse una trappola, un inganno, una menzogna. Da cui i turisti avevano il privilegio di evadere in qualunque momento lo avessero voluto. Pagando in dollari il carburante diesel delle loro Land Rover. 

Noi eravamo i bianchi che la mattina successiva sarebbero partiti per vedere, e toccare, e sentire dentro l’olfatto e il gusto, la polvere dei luoghi in cui i nostri progenitori avevano passeggiato sulla lava vulcanica di 2 milioni di anni fa. 

A quelle ragazze spettava l’eredità sporca, contaminata, della storia successiva. 

Non ero mai stata in Africa prima. Ero entusiasta, ma quella sera provai anche vergogna. Mi vergognai di aver mangiato quelle patate, di aver acconsentito a respirare anche io l’ossigeno globale del razzismo moderno. 

Sentivo che qualcosa non funzionava, ma non ero in grado di dare un nome al sentimento di disintegrazione che non riusciva ad andarsene. 

Il falso Eden di NgoroNgoro
(La strada principale di Karatu, non lontano dal quartiere degli alberghi per i turisti)

Oggi penso che la vergogna sia un buon alleato per provare a capire che cosa succede in Africa e che cosa non va nel nostro mondo. Il turismo è quasi sempre fuorviante. È un agente corruttore. È uno spietato seduttore. 

Migliaia di persone pensano di amare la natura soltanto perché raggiungono posti come NgoroNgoro. La maggior parte di loro non sa nulla del cratere, non conosce il nome preciso delle specie animali che incontrerà, ignora la storia di discriminazione razziale e di “sviluppo” forzato che ha stuprato le civiltà endemiche di questa regione. 

I Maasai, costretti a recitare la loro parte e ad accogliere i turisti nei loro boma, sono diventati gli ospiti dell’atmosfera elettrizzante cucita addosso ai bianchi stranieri. 

Questa ignoranza ha un peso politico cruciale. In Tanzania, e in nella società civile occidentale, che pretende di costruire il futuro di NgoroNgoro postando foto sui social media.

Con la forza di livellamento psicologico di un rullo compressore, il turismo industriale ha strappato all’opinione pubblica l’idea di biosfera. E così i diritti degli Africani, che spuntano tra leoni ed elefanti come camerieri, valletti, guide, autisti, sono semplicemente fuori equazione. Non esistono.

Ma anche la biosfera, se esiste solo nelle aree protette, allora non è più una biosfera, ma un terreno di coltura di qualcos’altro, che innesta in noi e nei Maasai, anche se non ce lo siamo mai detti, anche se nessuno di noi lo sa ancora, lo stesso disagio, lo stesso disadattamento emotivo, la stessa angoscia. 

Leggendo le storie dei Maasai, i report scritti su di loro, ma non da loro, rimane addosso un sentimento oscuro di tradimento. Come se il contesto generale sfuggisse continuamente, vanificato dallo splendore degli animali e del paesaggio, oggi, come undici anni fa. La sensazione che qualcosa di enorme, mal accordato, l’unica cosa che conti davvero, ci sfugga completamente. 

Io, come tantissimi altri, salii a NgoroNgoro per scoprire le radici della nostra umanità. Ma il dolore di questo posto, di uomini e animali, entrambi confinati dentro confini ristrettissimi, mi ha fatto infine trovare un essere umano molto diverso dal sogno della paleontologia. 

Il nemico della natura non è Homo sapiens, ma il modello economico-esistenziale di matrice europea ormai vecchio di 5 secoli che noi chiamiamo capitalismo. Non c’è nessuna relazione primaria con la natura, ma solo una relazione con il vivente, uomo o animale che sia. 

Capirlo è l’esperienza più selvaggia che ciascuno di noi possa intraprendere. Anche a migliaia di chilometri di distanza dalle savane orientali della Rift Valley. 

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India: sì a infrastrutture contigue ai parchi

In India i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono minacciati da una immensa fame di energia. L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo.

Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia.

Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”.

Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994.

Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal.

La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Le aree protette sono minacciate dalla inarrestabile espansione delle attività umane, anche se rimangono uno strumento fondamentale per la protezione degli ecosistemi. Una crescente preoccupazione viene, ad esempio, dagli impianti di energia rinnovabile.

Del resto, tutti già sanno che questo 2020, definito “biodiversity super year”non sarà un successo. Lo sappiamo già, nonostante l’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Ora come allora, le intenzioni sono buone solo sulla carta. Un comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) spiega che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR).

La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Sono discorsi che mancano ancora, drammaticamente, di una ossatura giuridica vincolante a livello internazionale.

Il charcoal decima le foreste del Nord Africa

Il charcoal decima le foreste del Nord Africa. E le tradizioni religiose e culturali aggiungono un impatto devastante alla deforestazione, in ecosistemi già sottoposti ad uno stress ecologico dovuto alla combinazione di più fattori antropici.

È quanto sta accadendo alle ultime foreste del Nord Africa, e in particolare in Algeria, secondo una Lettera pubblicata il 27 agosto scorso su SCIENCE da Rassim Khelifa del Dipartimento di Zoologia della University of British Columbia, a Vancouver, in Canada,  stanno crollando sotto la pressione del taglio sempre più massiccio di alberi destinati alla produzione di carbone da cucina, il cosiddetto charcoal. 

Il charcoal è un combustibile destinato alla cucina diffusissimo in Africa: “il legname raccolto viene convertito in puro carbone lasciandolo bruciare sotto il terreno in un ambiente povero di ossigeno, che elimina l’acqua e concentra componenti del legno come il metano e l’idrogeno. Il risultato è una forma di energia che, all’accensione, sprigiona maggiore calore e rilascia meno gas rispetto al legno. Il charcoal pesa inoltre meno del legno, il che lo rende più facile da trasportare”, spiega una nota del CIFOR (Center for International Forest Research). 

Nel Nord Africa, secondo Khelifa, l’uso di raccogliere legno già morto è una abitudine antica, ma le cose sono cambiate: “La domanda di carbone e il suo prezzo di vendita sono cresciuti e quindi le attività illegali per produrlo si sono moltiplicate”.

E la domanda è particolarmente elevata in prossimità della festività religiosa musulmana del sacrificio, lo Eid al-Adha, in cui le carni di pecora debbono essere cotte e cucinate sulla brace: “quest’anno in Algeria il numero di fuochi ha raggiunto un picco il 27 luglio (4 giorni prima dello Eid al-Adha) con 66 roghi simultanei in 20 province.

Negli anni a venire il picco potrebbe portare un sostanziale danno ambientale poiché lo Eid al-Adha cadrà durante l’estate, quando la stagione del fuoco nelle foreste è al suo culmine e contenere i roghi diventa difficile. Il modello produttivo e commerciale del charcoal è fatale per la salute delle foreste del Nord Africa dal momento che i profitti dalla vendita aumentano in proporzione alla estensione dell’area di foresta sfruttata. I fuochi impoveriscono il suolo, intensificano la desertificazione ed intensificano il cambiamento climatico”. 

Tutto questo in un contesto biologico molto fragile. Secondo la Convenzione per la Biodiversità (CBD), in Algeria la biodiversità montana è molto ricca e la porzione del Paese che sconfina nel Sahara ha ecosistemi ancora pressoché sconosciuti alla ricerca scientifica. Il Paese ha 121 specie classificate in CITES e 75 sono minacciate di estinzione. Tra queste ci sono 14 specie di mammiferi e 11 di uccelli. La superficie della vegetazione nativa della steppa ha subito una riduzione massiva, del 50% dal 1989. Le specie più a rischio sono proprio alberi: il cipresso Tassili (Cupressus dupreziana), di cui rimangono solo 200 esemplari nella Tassili Biosphere Reserve, il pino nero (Pinus nigra) e il ginepro turifero (Juniperus thurifera), alberi magnifici che solo un secolo e mezzo fa prosperavano in foreste abitate anche dai leoni, oggi estinti.

C’è anche una altra tradizione in Algeria che minaccia la biodiversità locale, documentata sempre da Rassim Khelifa in un contributo su NATURE: la cattura e il mantenimento in cattività del cardellino europeo (Carduelis carduelis).

Gli autori hanno studiato “la domesticazione per motivi culturali del cardellino europeo nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) e gli effetti di lungo periodo del bracconaggio sulle popolazioni selvatiche nel periodo 1990-2016, sulla distribuzione dello home range della specie, sul suo valore socio-economico, sul commercio internazionale e infine sul potenziale danno collaterale arrecato da tutto questo agli uccelli migratori sulle rotte Europa/Africa”.

Il cardellino europeo, dall’inizio degli anni ’90, ha perso il 56% della sua distribuzione, in concomitanza con l’instaurarsi di una rete di commercio di esemplari vivi in tutto il Maghreb. 

“In Nord Africa, l’uso di un cardellino come pet risale alla dinastia degli Omayaddi, attorno quindi al 700 d.C., e raggiunge questa regione attraverso l’espansione del loro Califfato. Oggi è ormai parte della cultura di questi Paesi comprare e allevare in gabbia cardellini per via dei loro eleganti colori e della varietà del loro canto.

Nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) il bracconaggio su scala industriale è cominciato nei primi anni Novanta. A seguito di una profonda crisi economica, il bracconaggio sul cardellino è diventato un lavoro e anche un hobby per le genti locali ,che mettono trappole per la specie tutto l’anno, anche durante la stagione riproduttiva.

Intrappolare gli uccelli e ucciderli è proibito nel Maghreb occidentale a partire dal 2004 in Algeria, dal 2007 in Tunisia e dal 1962 in Marocco, ma l’applicazione delle leggi sulla conservazione è spesso elusa e quindi l’efficacia di queste leggi è molto opinabile”. 

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Il Covid tempesta perfetta per l’Africa

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Home » Conservazione

L’Africa è a un bivio. La crisi globale innescata dalla pandemia ha portato allo scoperto il lento declino della biodiversità del continente e potrebbe rivelarsi un fattore di amplificazione esponenziale per le minacce di matrice umana alla più spettacolare wildlife rimasta sulla Terra. Il covid è una tempesta perfetta per l’Africa. Ossia: come finanziare la conservazione in Africa senza il turismo di lusso?

Questa la denuncia di uno studio di eccezionale importanza, ed estremamente accurato, uscito a metà agosto su NATURE Ecology & Evolution, Conserving Africa’s wildlife and wildlands through the Covid-19 crisis and beyond, firmato da un team di ricercatori di punta, tutti esperti di spazi selvaggi e di megafauna africana.

Lo studio analizza i due principali fattori di “collasso interno” della conservazione così come finora è stata disegnata e pianificata sul continente: l’enorme dipendenza dal turismo internazionale, che genera proventi di 29 miliardi di dollari all’anno e ha finora funzionato come generatore di posti di lavoro ben qualificati e come supporto alle economie locali; e le donazioni internazionali, provenienti da una costellazione di soggetti, come organizzazioni non governative, filantropi, fondazioni, i quali, tutti insieme, arrivano a coprire il 32% dei costi delle aree protette, fino addirittura al 90% in alcuni Paesi.

Entrambe queste fonti di sostentamento si sono prosciugate a causa del freno sull’economia globale dovuto all’emergenza sanitaria. All’incirca il 90% dei tour operator ha messo in conto una contrazione di affari del 75%. Le donazioni saranno al minimo per almeno i prossimi due anni. Durante la crisi del 2008, riporta lo studio, le transizioni di questo comparto crollarono del 40%. Forse per il 2020 e il 2021 andrà anche peggio. È quindi indispensabile rivedere e riformulare i flussi di finanziamento che garantiscono le aree protette, e inventarne di nuovi, per rendere il “sistema della conservazione” più autonomo. 

La conservazione è una questione globale

La conservazione della biodiversità africana è una questione globale, e non periferica o secondaria. Allo stato attuale delle cose, il futuro appare quanto mai incerto, e fosco, considerato che “l’Africa ha 2000 Key Biodiversity Areas e supporta le popolazioni di grandi mammiferi più diversificate e abbondanti del mondo”.

E infatti questo studio contiene alcune riflessioni di svolta rispetto al modo tradizionale in cui, anche nel contesto scientifico, viene analizzata l’importanza dell’Africa negli scenari ecologici a venire del nostro Pianeta. Gli autori affermano che “la wildlife africana ha anche un considerevole valore esistenziale, il valore che le persone ricavano dal semplice sapere che essa esiste”.

Le società civili delle nazioni più ricche dovrebbero sentirsi coinvolte dal destino della wilderness africana anche per un altro motivo: gli habitat del continente forniscono “servizi ecosistemici” di cui tutti beneficiamo: “il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”.

In gioco non c’è quindi solo una svolta nella struttura internazionale che regge la conservazione (finanziamenti, regolamentazioni globali come gli accordi CITES, collaborazioni tra Ngo, Università e istituti di ricerca e progetti sul campo, turismo, donazioni da privati), ma, forse con ancora maggiore urgenza, una svolta morale da parte dell’opinione pubblica nelle nazioni più benestanti. Una svolta morale che diventi pressione politica. 

Il Covid tempesta perfetta in Africa occidentale

Alcuni degli esempi di questa “tempesta perfetta” sono particolarmente preoccupanti. L’Arli National Park in Burkina Faso, che è transfrontaliero con il Benin e il Niger, l’ultima roccaforte degli ultimi leoni dell’Africa occidentale, ha dovuto sospendere tutte le attività finanziate attraverso un grant di 1 milione e mezzo di euro pagato dall’Unione Europea.

È probabile che alla fine del periodo di investimento previsto dal piano di finanziamento il Parco dovrà restituire tutti i fondi. In Sudafrica, il SanParks, l’entità para-statale che è incaricata di gestire tutti i parchi nazionali del Paese e può cercare finanziamenti in modo indipendente, dipende quasi esclusivamente dal turismo (l’84% del budget nel 2018) e questo significa, adesso, casse quasi vuote.

La Zimbabwe Parks and Wildlife Management Autorithy, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha subito un taglio del 50% dei fondi (3.8 miliardi di dollari), a causa del crollo del turismo. Anche la Ol Pejeta Conservancy in Kenya, che ospita gli ultimi rinoceronti bianchi e gode di una certa popolarità mediatica, è sotto scacco: meno 1.8 miliardi di dollari.

In Namibia, per molti motivi un Eden per la wildlife e modello di successo, le Communal Conservancies, ossia le terre di proprietà comune convertite alla protezione delle fauna e talvolta alla caccia da trofeo, hanno subito una contrazione di profitti da turismo di 4.5 milioni di dollari. La tempesta rischia di rallentare e compromettere anche un trend efficace di collaborazione pubblico/privato ( e cioè tra Ngo e le autorità governative preposte alla gestione dei parchi ) che negli anni ha ottenuto notevoli risultati nel valorizzare il “potenziale ecologico” delle aree protette, e, soprattutto, di fondarne di nuove. 

Il ruolo delle ONG

Secondo una ricerca (Models for the collaborative management of Africa’s protected areas) uscita nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION, la proliferazione, in tutto il continente, di partnership tra Ngo e governi “rispecchia un trend globale verso una ridotta dipendenza del finanziamento e della gestione statale sulle aree protette a favore invece di una crescente partecipazione di stakeholder nella amministrazione di queste stesse aree, in aggiunta ai cambiamenti giuridici connessi”.

Il ruolo delle Ngo private è quindi strategico per rafforzare i territori sotto protezione. L’interruzione del flusso di denaro dalle organizzazioni non governative ha ripercussioni dirette sul potenziale di protezione della geografia selvaggia, e delle faune selvagge. Gli autori hanno analizzato 43 aree protette in 16 nazioni africane, individuando tre modelli pubblico/privato: “la delega totale di gestione (management) dallo Stato ad una Ngo; la co-gestione al 50%; il supporto finanziario e tecnico fornito”.

La delega completa è un modello che sta funzionando in un certo numero di aree protette in Repubblica Centro Africana (CAR), Repubblica Democratica del Congo (DRC), Congo Brazzaville e Chad, Paesi poco conosciuti tra i clienti dei grandi safari di lusso, ma che hanno ancora spettacolari risorse faunistiche e paesaggistiche; ma questo modello è attivo anche in Zambia, Madagascar e Malawi. Il parco nazionale Zakouma in Chad è uno di questi esempi positivi (reintroduzione della giraffa di Kordofan, una spe

cie ormai criticamente minacciata) e lo è pure Akagera, in Rwanda, al centro di eccezionali sforzi di ripopolamento faunistico dopo il genocidio del 1994. Quando c’è co-gestione, le Ngo riescono a portare sul campo un ottimo know-how: funziona così il Virunga National Park. Ma il modello in assoluto più diffuso è l’importazione di competenze finanziarie e tecnico scientifiche. All’interno di questo schema, il personale esterno mantiene un cruciale ruolo di “advisory” in parchi di enorme importanza, e fama, come il Kafue (Zambia), il Ruaha (Tanzania) e la W-Arly. Il supporto tecnico è ormai strutturale allo Tsavo est (Kenya) e al Luangwa (Zambia). 

Quanto costa la conservazione in Africa?

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Queste collaborazioni consentono di coprire costi che possono arrivare a quasi 3000 dollari al chilometro quadrato. In una Lettera pubblicata nel 2013 su ECOLOGY LETTERS (Conserving large carnivores: dollars and fence), le cifre discusse necessarie a garantire gli home range dei grandi predatori africani come i leoni e i leopardi sono da capogiro.

Le enormi aree protette transfrontaliere senza recinzioni hanno popolazioni di leoni che tendono a non raggiungere la loro “carrying capacity”, e cioè il limite di individui che un habitat può sostenere (numero di prede disponibili, opportunità riproduttive): queste porzioni di Africa richiedono qualcosa come 2000 dollari americani al chilometro quadrato. Il budget scende a 500 dollari al chilometro quadrato nelle riserve chiuse da recinzioni (fenced), i cui leoni sono costantemente sulla soglia della capacità di carico.

Nelle game reserve che consentono la caccia da trofeo ci si assesta, sempre secondo queste stime del 2013, attorno ai 1000 dollari a chilometro quadrato. Secondo una ricerca più recente pubblicata dalla PNAS a ottobre del 2018 ( More than $1 billion needed annually to secure Africa’s protected areas with lions ), la presenza del leone può funzionare come un indicatore (proxy) per capire lo stato di salute di una area protetta in relazione al budget richiesto per mantenere quella popolazioni di leoni.

Confrontando i finanziamenti di 282 aree protette di proprietà statale nell’anno 2015, gli autori hanno stimato che “il finanziamento minimo annuale per un chilometro quadrato è, stando all’African Park Network, di 978 dollari, di circa 1.271 dollari per chilometro quadrato in 115 aree protette in cui i leoni siano ad una capacità di carico del 50% e di circa 2.030 dollari per chilometro quadrato in 22 aree senza recinzioni”. In conclusione, occorre “un totale che va da 1.2 a 2.4 miliardi di dollari all’anno” per proteggere le geografie africane con gli ultimi 20-25mila leoni del continente. Oggi, a prescindere dalla pandemia da SarsCov2, attraverso i canali di finanziamento consolidati arrivano in Africa solo 381 milioni di dollari all’anno, che equivalgono a soli 200 dollari per chilometro quadrato. 

La struttura portante della conservazione è insomma largamente insufficiente. 

Appoggiarsi alle Ngo significa quanto meno provare ad intervenire su problemi cronici, perché l’inefficienza non sempre dipende dalla corruzione. Spesso manca il personale e i funzionari necessari a indirizzare il denaro dove più serve. Anche in Paesi che già fanno molto per i propri parchi nazionali, il supporto tecnico e finanziario “ha un senso dove c’è una minaccia specifica o una sfida o anche una opportunità che il governo non è in grado di affrontare da solo”. Questo contesto, economico ed ecologico, apre virtuosamente la porta al coinvolgimento dei privati stranieri. Una strada che, nonostante gli inevitabili pregiudizi e i timori post-coloniali, nessuno si può più permettere di non intraprendere. 

Peter Lindsey : “serve una semplificazione giuridica”

Raggiunto ad Harare, Zimbabwe, via Zoom, Peter Lindsey di Lion Recovery Fund e Wildlife Conservation Network, che lavora anche per il Dipartimento di Zoologia della Università di Pretoria, leading dello studio su NATURE: “La collaborazione tra soggetti del settore privato e i governi sta sicuramente crescendo, ma è ancora una piccola porzione rispetto al suo enorme potenziale. Possiamo dire che in Africa è piuttosto comune, perché è uno strumento importante per i governi, consolidato.

Ciò che serve davvero ora è semplificare e rendere più chiare le modalità giuridiche con cui far entrate i privati, perché il potenziale di efficacia di queste partnership è altissimo, come dimostrano molte storie di successo degne di nota in cui i finanziamenti da fonte privata si sono sommate ad un forte know how. La chiarezza interna dell’intero processo legale è la questione-chiave.

Il turismo fotografico è senz’altro una fonte di fondi molto rilevante ed è una componente in crescita, che non solo fornisce posti di lavoro di alto profilo professionale, ma costituisce anche la giustificazione per il mantenimento delle aree protette. In regioni remote ad alto potenziale turistico bisogna rendere più semplici i meccanismi per ottenere il visto turistico, in modo da permettere ai visitatori di raggiungere questi territori più agevolmente, bisognerà sicuramente anche potenziare le infrastrutture e garantire la sicurezza.

I governi stanno compiendo passi in questa direzione in molti Paesi, c’è un impegno in questo senso. Ma la wildlife deve diventare un asset strategico anche per il turismo domestico, locale, non solo per quello internazionale. E su questo aspetto specifico c’è già un riconoscimento generale qui in Africa, che cioè questo passaggio sia indispensabile, anche se rimane molto lavoro da fare”. 

Devono crescere anche i finanziamenti internazionali. Gli autori propongono una serie di strumenti finanziari, alcuni in fase pilota, altri in discussione, il cui scopo è allargare la base di coinvolgimento nella protezione della biodiversità africana e al contempo rafforzare i meccanismi di redistribuzione dei profitti ricavati dalla wildlife.

Alcuni di questi strumenti comprendono: l’impiego dei “crediti” pagabili non solo per il carbonio (emissioni serra), ma anche per la biodiversità nelle aree ancora selvagge maggiormente in pericoloso di andare perdute per sempre; il pagamento diretto delle nazioni economicamente influenti  perché nazioni ricche di biodiversità risparmino i loro territori selvaggi, come accaduto nel caso della Norvegia e del Gabon; leasing su aree ad alto potenziale di conservazione per prevenire la conversazione ad agricoltura; schemi di “performance payments” per le comunità locali che decidono di conservare le loro specie selvatiche all’interno dei loro habitat; e addirittura  un “conservation basic income”, un reddito garantito per le i villaggi che proteggono la wildlife.

Gli animali forniscono “servizi culturali”

Un ulteriore strumento di enorme impatto emotivo per noi occidentali è la proposta di instituire meccanismi di pagamento per i “servizi culturali”, ossia dall’uso pubblicitario, cinematografico ed estetico di immagini di specie africane, soldi che devono finire direttamente sulla conservazione di queste specie. 

Tutto questo significa cambiamento, di modi di pensare e di scale di priorità, per tutti: “Va comunque detto anche questo, che in contesti di super-turismo, ossia di affluenza eccessiva di turisti, è necessario definire un piano di gestione, aumentare i costi di accesso e stabilire una soglia nel numero di persone.

I turisti in Africa devono certamente entrare nell’ottica di idee che è importante pagare per compensare l’impronta ambientale di un safari in loco, una compensazione degli offset che non significa affatto pianare alberi esotici, ma, piuttosto, e in modo molto più diretto, contribuire al mantenimento e alla gestione delle aree protette.

Ad esempio, i voli aerei per raggiungere la wilderness sono un offset, che deve trovare una via di compensazione capace di produrre benefit per le aree protette, perché le donazioni internazionali non sono abbastanza, ma d’altronde occorre coinvolgere il turismo nel sostegno finanziario agli spazi selvaggi in modo nuovo”, spiega Lindsey. 

“Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che la popolazione africana sta crescendo e che quindi serve una ridefinizione e una riflessione su come distribuire il peso della conservazione. Questo significa tradurre in realtà un meccanismo all’interno del quale i Paesi che più inquinano, con la loro maggiore domanda di risorse, lavorino insieme alle nazioni africane per lo scopo comune di mettere da parte territori destinati alla conservazione.

Beni non sostituibili

La conservazione è uno strumento di sviluppo, ma a patto, ormai, che si appronti un sistema di finanziamento internazionale che riconosca a chi abita le nazioni ricche di biodiversità il ruolo di custodi di un bene insostituibile per la salvezza del mondo intero. Sì, in qualche modo possiamo dire che è arrivato il momento di ‘rendere anche il resto del mondo responsabile per il futuro dell’Africa’. Si può ad esempio cominciare a ragionare su soluzioni di scambio proficuo per tutte le parti.

Noi viviamo infatti un controsenso, che un enorme patrimonio biologico si trova in Africa, eppure l’Africa è gravata da un immenso debito. Concedere un risanamento del debito al posto dell’aiuto umanitario e quindi permettere alle nazioni africane di spostare risorse economiche sulla conservazione permetterebbe loro di investire, finalmente, sui loro assist naturalistici, spezzando un circolo vizioso di debito e dipendenza da aiuti esterni”.

Il momento storico che stiamo vivendo è quindi di portata decisiva: “Le genti africane possono e devono provare a fare di più, ma noi dobbiamo capire che il fondamento portante di questo ‘di più’ è la conservazione degli spazi selvaggi. L’Africa è ad un punto di svolta, che potrebbe rivelarsi anche un punto di non ritorno. La wildlife è in difficoltà ovunque, ma le peggiori situazioni ci sono dove c’è anche instabilità politica. Alcuni Paesi investono di più, altri meno, eppure il punto è che ovunque osserviamo un deficit di budget. Abbiamo disperatamente bisogno di una prospettiva di lungo periodo, di un lavoro sistematico che mobiliti in modo stabile risorse finanziare per la conservazione”.

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La compassione per gli animali é una ideologia?

La compassione per gli animali è una ideologia?
Home » Conservazione

La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. Eppure, proprio per tutti questi motivi, è giunto il momento di porsi una domanda poco simpatica: la compassione per gli animali è una ideologia?

La natura indipendente è una condizione ecologica sempre più rara. Le aree protette sono sottoposte ad una gestione programmata, che spesso prevede anche scelte difficili nei confronti degli animali. Parte del mondo della conservazione si è schierato contro quella che viene considerata una eccessiva umanizzazione degli animali selvatici. Una eccessiva pietà, sorretta da una altrettanto mal posta empatia, secondo questi esperti, porterebbe esattamente al risultato opposto di quello auspicato.

Sarebbe ciò un rischio per la conservazione. Una pericolosa ideologia.

Rispetto a soli 20 anni fa, la crisi della biodiversità ha imposto una radicalizzazione del discorso sull’intervento umano. Nel migliore dei casi la natura ancora selvaggia è una voce di investimenti nei bilanci di organizzazioni non governative, governi centrali e fondazioni di vario genere. Ma parchi nazionali e aree protette rimangono cronicamente sotto-finanziate. O pericolosamente dipendenti dagli aiuti esterni.

in Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma i safari assicurano il 32% dei fondi che arrivano alle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi.

Proiezioni piuttosto solide sostengono che i finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

In un contesto di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. In definitiva, è importante definire non soltanto l’impronta ecologica umana sulle specie animali (che cosa bisogna conservare e dove), ma anche fino a che punto è lecito intervenire e interferire nelle dinamiche naturali tra specie all’interno di un habitat ancora funzionante e abbastanza integro.

Fino a che punto è giusto, e utile, privilegiare il benessere e la sopravvivenza di un solo, singolo animale rispetto alla tenuta di una intera popolazione della sua specie?

Eliminare una specie invasiva, ad esempio, potrebbe risultare piuttosto cruento, per gli ecologi e per l’opinione pubblica. Un altro esempio di forte attualità è la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso. Se ne parla molto a causa dell’impatto, su equazioni non lineari, dell’innalzamento delle temperature del Pianeta e quindi del “biome shift“, lo slittamento dei sistemi biotici fuori dai loro confini geografici storici, processo innescato dal cambiamento climatico.

Una altra strategia di conservazione sempre più discussa e correlata alla precedente è la colonizzazione assistita, ossia il ripopolamento controllato di una o più specie all’interno di un territorio defaunizzato.

La cosiddetta “compassionate conservation”, la conservazione, cioè, ispirata alla compassione, secondo alcuni è una deviazione fuorviante dai compiti specifici che dovrebbe darsi la protezione della natura.

Il dibattito su queste questioni, in corso nel mondo anglosassone, quello che mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati.

Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”.

Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più autorevoli sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level (a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”.

E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

La conservazione-compassione

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”?

I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo.

Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione.

Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie.

Il vero obiettivo della protezione delle specie

E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

“Una specie biologica è un pool di geni”

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale.

È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici.

E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson (esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”.

Il rischio dei social media

La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza.

Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale.

È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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Ogni singolo animale può fare la differenza

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(Photo Credit: Peter Lindsey – special thanks to Lion Recovery Fund)

È uscito questa settimana il Rapporto Annuale del Wildlife Conservation Network (WCN), la giovane Ngo che lavora solo su progetti concreti e reali, con una ricaduta tangibile sulle popolazioni locali coinvolte nella protezione degli ultimi, maestosi habitat selvaggi di Africa, America Latina e Asia.

La WCN si distingue da qualche anno per l’incredibile lavoro messo in campo insieme al Lion Recovery Fund di Peter Lindsey, un team di ricercatori che sta mappando tutti gli habitat (landscape) rimasti per il leone africano anche in Africa centrale e Occidentale, un puzzle di riserve e aree protette praticamente sconosciute al circuito mainstream dei safari in Chad, Senegal, Cameroon, Repubblica Centro Africana.

Ma il report con i dati del 2019 contiene importanti notizie e linee guida per capire che cosa si può ancora fare per arginare il deterioramento degli ecosistemi e con quali mezzi, fornendo esempi su numerose specie. 

Il denaro, innanzitutto. Nel 2019, la WCN ha raccolto 24 milioni di dollari. Questo per darci la misura del fatto che servono quattrini per arginare la crisi di estinzione. Una tale mole di finanziamenti provengono da donatori privati. È giunto il momento storico per un semplice ragionamento: chi ha soldi sul conto corrente apra la App della sua Banca e ordini un bonifico per la conservazione del Pianeta. 

La WCN ha deciso di dedicare una parte specifica del proprio lavoro al pangolino, il mammifero più cacciato al mondo, al centro della rete del traffico illegale di specie selvatiche con destinazione Asia: il Pangolin Crisis Fund (PCF). È bene ricordare che tutte le 8 specie di pangolino sono ormai minacciate di estinzione. In Cina e nel Sud Est asiatico il pangolino viene venduto per la sua carne, mentre le scaglie finiscono nei preparati della medicina tradizionale cinese. Secondo alcuni ricercatori, il virus della attuale pandemia potrebbe essere passato da un pipistrello ad un pangolino. 

Sempre attraverso il proprio sistema di finanziamento, la WCN ha consentito di piantare 50.000 alberi nelle foreste della Colombia; di rimuovere 1.800 trappole per la cattura di animali dalle foreste tropicali primarie del Congo; di provare a disegnare un programma di recupero per gli ultimi leoni del Senegal attraverso il Lion Recovery Fund.

Nelle scorse settimane, ulteriori sforzi per definire il patrimonio rimasto in termini di specie e biodiversità sono stati dispiegati dal team di Peter Lindsey nello Zakouma National Park, in Chad, un paradiso dove ancora oggi si può osservare lo splendore della natura africana così come lo raccontò Romain Gary in un libro profetico sul destino del continente, Le radici del cielo. 

Una delle storie più edificanti ed istruttive del 2019 viene dal Perù. La Ngo Spectacled Bear Conservation (SBC), grazie ai fondi ricevuti, è riuscita infatti a compiere passi decisi per salvare dall’abisso l’orso delle Ande (Tremarctos ornatus).

Questa specie, un tempo diffusa in tutte le foreste della Cordigliera, è pochissimo conosciuta, ma è stata decimata dalla perdita di habitat: ne rimangono probabilmente 2500. Tutte le popolazioni rimaste sono isolate tra loro, una condizione che spalanca le porte del futuro al rischio di estinzione a causa della povertà di flusso genetico. 

La popolazione del Perù è già in inbreeding, il che significa che gli individui in età riproduttiva sono tutti imparentati tra loro. Inoltre, le femmine possono produrre il latte per i piccoli soltanto se si nutrono del sapote, un frutto endemico delle foreste aride che cresce a valle delle alte montagne del Perù. A ciò va aggiunto che questa è una specie con una vulnerabilità intrinseca, perché il tasso di riproduzione è basso e la mortalità dei piccoli molto alta. 

L’indice di mortalità dei piccoli è però dovuto anche agli effetti distruttivi dell’agricoltura sulle foreste aride, frammentate e abbattute: “tagliati fuori dalle altre popolazioni di orsi, questi orsi si sono accoppiati solo tra di loro. Nel 2019, SBC ha analizzato dieci anni di dati, scoprendo che l’inaccessibilità del cibo e l’isolamento genetico hanno compromesso pesantemente gli orsi rendendoli suscettibili alle malattie.

In più, l’agricoltura è responsabile di aver eroso e frammentato l’habitat degli orsi finendo con il distruggere gli alberi di sapote ad una velocità allarmante. Per fortuna c’è una soluzione semplice a queso doppio problema: comprare la terra prima che sia finita”. 

E quindi la SBC “quest’anno ha formalizzato un piano per acquistare lembi di territorio dove cresce il sapote, allo scopo di dare continuità all’habitat dell’orso assicurandogli di raggiungere in futuro le foreste aride”. 

Comprare porzioni di interi Paesi per gli animali: una scelta radicale, che però comincia a spuntare in giro per il mondo là dove il disastro è già nella sua fase più acuta. Così si muove anche la Ngo SAVING NATURE a Sumatra, nel Leuser Ecosystem, uno degli hot spot più importanti dell’intero arcipelago (Indonesia compresa) per quel che rimane delle specie tropicali studiate da Alfred Wallace 150 anni fa. 

Infine, il Rapporto del 2019 conferma una verità cruciale per chiunque si occupi di conservazione sul campo, e per l’opinione pubblica: ogni singolo animale conta, durante una estinzione. Un solo animale può fare una differenza enorme nel recupero numerico di una popolazione all’interno di una specie a un passo dalla fine. 

Due esempi di grande impatto emotivo ed ecologico:

“Vusile, una licaone orfano, è stato recuperato e curato dal nostro partner Painted Dog Conservation nel 2008. Questa femmina ha avuto dei piccoli, dei nipoti e dei tris-nipoti. Oggi, possiamo seguire i movimenti di 137 licaoni che discendono da Vusile”. Il licaone, o cane selvatico africano, è una specie spettacolare di cui rimangono solo 1400 esemplari;caccia in branco come il lupo e dimostra comportamenti altamente specializzati nella organizzazione del gruppo che da anni lasciano stupefatti i biologi. Il Botswana è l’ultimo grande bacino genetico della specie. 

“Dall’inizio del nostro lavoro per eliminare le trappole destinate ai leoni, lo Zambian Carnivore Program, con un Grant del Lion Recovery Fund, ha rimosso trappole piazzate per uccidere 44 leoni. Il risultano sono 187 piccoli nati da questi leoni, o che dipendono da loro, vivi”. Con soli 20mila leoni rimasti in Africa, ognuno di questi piccoli è una speranza di un futuro più giusto e condivido. Per tutti. 

Al via il biodiversity super year

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Al via il Biodiversity Super Year. Così è stato ribattezzato il 2020 dagli addetti ai lavori, in vista del grande summit di Kunming, in Cina, che dovrebbe riscrivere la cornice giuridica internazionale della conservazione. Nel frattempo, il principio-guida del summit spunta in occasione del World Wildlife Day del 3 marzo prossimo: ogni forma di vita sul Pianeta è degna di protezione.

Una dichiarazione di intenti nient’affatto superflua in un anno che la IUCN ha già definito “biodiversity super year”, per via del lungo percorso negoziale che dovrebbe portarci, il prossimo autunno, alla stesura di un accordo globale per gli ecosistemi e le faune analogo alla carta di Parigi per il clima del 2015. 

Lo scopo della giornata del 3 marzo sarà diffondere consapevolezza sul legame imprescindibile tra le faune selvatiche e la nostra sopravvivenza. “Sustaining all life on Earth” è però soprattutto un richiamo politico e culturale. È giunto il momento storico di concedere alle faune della Terra il diritto alla prosperità.

E tuttavia non dobbiamo negare ha scritto Carl Safina sul magazine di informazione ambientale della Università di Yale, che i tempi sono lugubri. I numeri sulla biodiversità non ci restituiscono semplicemente una condizione generale di declino, ma più precisamente quelli di una catastrofe globale.

La defaunazione è, più ancora dell’estinzione, il nostro contesto quotidiano: l’assottigliamento progressivo dell’abbondanza numerica degli individui che compongono una singola specie. La defaunazione è un concetto ecologico fondamentale per capire cosa sta succedendo.

Dimostra infatti che vedere ancora in circolazione alcune specie non significa affatto che quelle specie non siano già in estinzione. Safina paragona l’estinzione ad una opera lirica suonata da una orchestra che va spegnendosi.

“Ogni specie, presa individualmente, non ha abbastanza voce per vocalizzare questa opera tragica. Ma, mentre la sofferenza cresce come in un coro di voci, le specie, insieme, cantano il dolore degli esseri viventi”, dice Safina. E a questo punto è essenziale riconoscere che “il diluvio universale siamo noi, i miliardi di persone, cresciuti sino a ingolfare il mondo”.

In un contesto di disperazione che pietrifica il sentimento orgoglioso che abbiamo di noi stessi, Safina ricorda però l’importanza assoluta dell’impegno del singolo. Ognuno di noi può rendersi partecipe di un gesto di guarigione e riconciliazione, per quanto piccolo.

Con ogni singola, benché apparentemente insignificante, azione a protezione di una specie locale, di un bosco, di un angolo di habitat lacustre vicino a casa che ancora pullula di animali e di piante. Infatti, “negli inizi incerti e traballanti di uno sforzo individuale, possono esserci in incubazione grandi cose”. 

Per questo 3 marzo, allora, ho scelto di raccogliere storie di animali e scoperte scientifiche che non hanno fatto 10K sui social media, ma che, ciascuna a suo modo, racconta perché le faune selvatiche sono quanto di più prezioso abbiamo al mondo. 

Il 12 febbraio scorso, AFRICA GEOGRAPHIC ha reso noto che in Gabon, in una area contigua allo Ivindo National Park, le fotocamere a trappola hanno documentato la presenza di 4 tassi melanistici (Mellivora capensis).

I ricercatori che studiano le foreste tropicali del Gabon non pensavano che qui ci fosse questa specie, né tanto meno ne avevano mai visto degli esemplari neri.

La notizia ha fatto seguito a quella resa pubblica su Twitter lo scorso 11 agosto. Un leopardo fotografato sempre con una foto-trappola in Guinea Equatoriale. La scoperta è stata segnalato dall’ecologo e primatologo David Fernandez della Università di Bristol.

Sempre in Guinea Equatoriale è stata documentata la presenza dei gorilla di montagna e di alcuni scimpanzé nel Monta Alen National Park ( su Twitter: @dfer_phd).

Ma perché tutto questo ci riguarda? L’Africa Occidentale ed Equatoriale è anzi hot spot importantissimo per le ultime foreste tropicali umide primarie. 

Andiamo avanti, e spostiamoci in Asia.

I più recenti studi genetici hanno scoperto che il lupo hymalaiano è una specie a sé stante di lupo. Perché questa notizia è importante: le popolazioni di una specie hanno caratteristiche genetiche uniche, adattative.

Ogni paesaggio potrebbe quindi ospitare una sottospecie o addirittura una specie a parte. La conservazione di tutti gli habitat ancora ecologicamente funzionanti è dunque cruciale. 

Lo scorso 28 gennaio la Corte Suprema in India ha deciso che si può tentare di reintrodurre su suolo nazionale il ghepardo africano. Il ghepardo asiatico è infatti stato spazzato via dal subcontinente il secolo scorso. Un geniale vignettista su Twitter (Green Humour at @thetoonguy) ha commentato l’assurdità di questa decisione.

Tigre e leopardo accolgono un ghepardo sullo sfondo di una metropoli industriale e gli dicono: “Benvenuto in India. Ti abbiamo preparato una pedana elettronica per esercitarci con lo sprint, perché non ci sono davvero abbastanza spazi aperti, qui, per il tuo savanna lifestyle”.

La vignetta è stat pubblicata il 29 gennaio. Morale della favola: la demografia umana è sempre più incompatibile con la presenza dei grandi predatori, soprattutto dei grandi felini.

Il 23 gennaio il brillante e giovane ecologo del Texas Jay Lombardi ha postato su Twitter una foto raccolta con foto-trappola di un avvistamento eccezionale: un bobcat con un pattern di strisce e macchie simile all’ocelotto.

L’esemplare, fotografato il 31 gennaio 2019, è stato avvistato nel Texas meridionale. Secondo Lombardi (@JayLombardi87), questo disegno inusuale del manto potrebbe essere prodotto da un gene recessivo.

Perché questa notizia è strepitosa: una volta queste specie di felini popolavano il sud degli Stati Uniti. In Texas c’erano anche i giaguari.

Oggi i felini sono in buona misura stati estirpati dai loro habitat americani, come accade all’ocelotto, rarissimo da queste parti. Una protezione più stretta concederebbe margini di recupero a specie estremamente resilienti e plastiche, come ovunque nel mondo sono i felini.

Secondo i dati raccolti dalla Landmark Foundation, Sud Africa, le province del Capo Occidentale e Orientale (Western and Eastern Capes) sono popolate ancora da circa 553 leopardi, divisi in 3 gruppi geneticamente distinti che però mostrano i primi segni di inbreeding.

Spesso i pastori perseguitano i leopardi così come uccidono i caracal, per evitare danni alle pecore. Perché questa notizia è importante: aumentare la connettività tra le aree protette o semi protette è indispensabile perché le popolazioni recuperino numericamente .

La connettività è uno degli obiettivi della conservazione al 2050, uno dei grandi temi in discussione in attesa del documento di Kunming. 

Il Botswana reintroduce il culling per gli elefanti

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Il Botswana reintroduce così il culling per gli elefanti. Nei giorni scorsi il governo ha infatti ricevuto da una commissione interna un documento di raccomandazione che auspica la reintroduzione dell’abbattimento selettivo dei branchi di elefanti. Pratica fortemente controversa negli anni ’90. E scelta giuridica inaspettata per un Paese che negli ultimi 25 anni è stato leader indiscusso nella protezione degli ultimi habitat selvaggi della regione, compreso il Delta dell’Okavango.

Se la legge dovesse passare, la conservazione dei grandi mammiferi africani riceverebbe un colpo durissimo, forse irreversibile. Pubblico il comunicato stampa ufficiale di Derek Joubert per Great Plains. Joubert, Explorer in Residence insieme alla moglie Beverly per la National Geographic Society, è un eroe che ha dedicato la sua esistenza alla protezione dei leoni e dei leopardi del Botswana.

Great Plains è una organizzazione non governativa attraverso la quale i Joubert hanno promosso un turismo i cui proventi finiscono in modo equo alle popolazioni locali.

Il nostro meraviglioso Botswana è tenuto sotto assedio da gruppi lobbistici. Ieri un documento di orientamento programmatico è stato sottoposto al Governo per introdurre una serie di raccomandazioni nell’uso delle faune selvatiche, insieme ad alcuni suggerimenti.

Aprire di nuovo alla pur ampiamente criticata caccia sia agli elefanti che alla wildlife in generale;  l’abbattimento selettivo di un consistente numero di elefanti (culling); l’implementazione di industrie adeguate a trattare le carcasse degli elefanti uccisi per trasformare la carne in cibo per animali domestici; aumento del numero delle recinzioni (fences) e di conseguenza interruzione dei corridoi già effettivi che consentono il libero spostamento delle faune. 

In un primo momento ho pensato che fosse l’annuncio, un po’ crudele, di un pesce di Aprile, ma in realtà nessuno oggi ha voglia di ridere. Ho dato un nome a questo ‘documento bianco’ : se la legge passerà io credo che debba essere battezzata Botswana’s Blood Law. 

Per quanto riguarda noi, stiamo cercando di capire che cosa questo significhi per Great Plains, per gli sforzi che mettiamo nella conservazione, ed anche per i nostri partner, ospiti e amici.

È difficile ammetterlo, ma non riesco a credere che nessun governo al mondo, a parte il Botswana, che sia conosciuto nel mondo per la sua moderazione e per le sue politiche ben informate, potrebbe adottare una politica del genere.

Ho già visto abbastanza elefanti abbattuti da delinquenti. Non ho bisogno di vederne ancora, a migliaia, uccisi dal nostro stesso governo. So quali danni fanno le recinzioni, ne servono di meno, non di più.

Ho passato la vita a sostenere l’esigenza di definire corridoi connessi l’uno all’altro, perché la scienza è molto chiara a proposito: sono stati già Darwin e Wallace, con la biogeografia, a dimostrare che più piccola è l’isola, più è rapido il tasso di estinzione.

La legge di sangue che il Botswana si appresta ad approvare renderà reale ognuno di questi effetti negativi. Faremo sentire la nostra voce contro tutto questo, con tutta la forza che abbiamo.

Lo farò personalmente, come CEO di questa compagnia, per la nostra Fondazione, come grande investitore in Botswana e insieme a Great Plains, che agirà nello stesso modo. 

La comunità globale, e anche la nostra comunità qui, in Botswana, è qualcosa di meglio di tutto questo; la nostra etica a Great Plains è interamente fondata sulla cura. Cura per le comunità, con cui dividiamo i profitti e le entrate, per i nostri ospiti e collaboratori, cura per l’ambiente e tutto ciò che contiene.

Nulla, invece, in questo documento, riguarda la cura. Va in una direzione completamente opposta ed è per questo che, con questo comunicato stampa, noi dichiariamo la nostra ferma opposizione alla proposta. La nostra promessa è che faremo qualunque cosa sia in nostro potere, nei termini della legalità, perché questa legge di sangue non passi”. 

Conservazione : di cosa si parlerà nel 2018?

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Conservazione: di cosa si parlerà nel 2018? Quanto spazio lasciare alle specie selvatiche e ai loro habitat? Questa è la questione cruciale della conservazione per il prossimo anno. Sotto esame gli Aichi Targets, innanzitutto.

La Zoological Society London ha organizzato per il 27 e il 28 febbraio un simposio, insieme alla IUCN, al National Geographic e BirdLife, in cui discutere il futuro di questi obiettivi di protezione di faune ed ecosistemi fissati nel 2014 e ora considerati da molti al di sotto di ciò che effettivamente serve: “Safeguarding space for nature and securing our future: developing a post-2020 strategy”.

Lo scetticismo sulla possibilità di vedere realizzati con successo gli Aichi Targets proviene dai numeri.

Negli ultimi 40 anni (Planet Index WWF 2016) abbiamo perso il 50% dei vertebrati. Se consideriamo la soglia di controllo del 2020 i loro trend di popolazione sono tutti in declino.

“Il Piano Strategico per la protezione della biodiversità aveva promesso di proteggere almeno il 17% delle aree terrestri e delle acque dolci, e il 10% dei nostri oceani, entro il 2020”, spiega la ZSL. “Il piano è focalizzato su aree importanti per la biodiversità e rilevanti per i loro servizi ecosistemici, aree protette e ben connesse dal punto di vista ecologico.

Molti esperti tuttavia, e anche scienziati e soggetti politici si stanno ancora chiedendo se questo obiettivo sia adeguato, e se non lo è, ci si interroga su quale tipo di spazio debba essere conservato e come”.

Il dibattito si è intensificato grazie alla ipotesi provocatoria di E.O.Wilson di lasciare la metà del Pianeta alle altre specie, una visione grandiosa che ha dato nuovo impulso ai sostenitori del modello continentale, transfrontaliero di parco nazionale (come lo Yellowstone to Yukon tra Stati Uniti e Canada) riuniti ora nel network “Earth Needs Half” (@NatureNeedsHalf), che sarà presente al simposio il giorno 28 febbraio con Harvey Locke. 

Va detto che non tutti concordano su questa ipotesi. Secondo alcuni ecologi, l’impostazione “metà Terra” continua a soffrire di una ideologia post coloniale che tende a separare uomini e natura selvaggia.

I risultati del meeting contribuiranno ai negoziati per definire la strategia di conservazione globale della natura a partire dal 2020.

L’aspetto cruciale del simposio è che lo spazio in se stesso è diventato un elemento di confronto morale tra gli addetti ai lavori, quel ponte, anche, di coinvolgimento dell’opinione pubblica che dal 1992, anno dello Earth summit di Rio de Janeiro, viene invocato per cambiare paradigma nello sfruttamento delle risorse naturali.

Ecco perché la task force della IUCN ha fissato due obiettivi indispensabili per il post 2020: il primo, contribuire a costruire un movimento di idee e impegni globali “to scale up conservation”, cioè per rendere la conservazione più ambiziosa, usando le aree protette come strumento principale; secondo, assicurarsi che i nuovi obiettivi condivisi dalla comunità internazionale riguardino la “spatial conservation”, cioè la conservazione dello spazio, in modo adeguato a proteggere la diversità biologica e ad interromperne il declino.

Ecco il video della ZSL sull’importanza dello spazio: Space for Nature