Categoria: Estinzione

Qual è la domanda più importante sull’estinzione?

Qual è la domanda più importante sull’estinzione? Eccola: c’è un significato nella nostra esistenza? La vita ha un senso? C’è un significato nella storia? O non è piuttosto il crollo di un qualunque senso a definirci come testimoni della sesta estinzione di massa?
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Qual è la domanda più importante sull’estinzione? Eccola: c’è un significato nella nostra esistenza? La vita ha un senso? C’è un significato nella storia? O non è piuttosto il crollo di un qualunque senso a definirci come testimoni della sesta estinzione di massa? Siamo figli ed eredi di una tradizione di pensiero che consegnava a chi ci ha preceduti risposte solide sul significato degli eventi: orientati in questo modo erano il capitalismo ottocentesco, il socialismo come reazione al capitalismo, finanche le grandi dittature assolutiste del Novecento. Noi, invece, abbiamo smarrito la certezza granitica che il corso delle cose si inscriva in un ordine, un assetto formale e metafisico, capaci non solo di conferire stabilità economica o sociale, ma anche risposte alle impellenti domande che da sempre si affollano nel cuore e nell’ingegno umano. 

Ed ora il conflitto in Ucraina. THE ECONOMIST annuncia: “l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe diventare la più grande azione militare sul campo in Europa dal 1945. E però segnare anche l’inizio di una nuova era di guerra economica ad alto rischio, che avrebbe il potenziale di mandare in frantumi l’intera economia mondiale”. In una serie di copertine speciali sulla guerra il settimanale economico britannico titola “The horror ahead”, l’orrore che ci aspetta. 

Qualche giorno fa, il magazine americano VOX ha scritto addirittura che questa guerra potrebbe cambiare il corso della storia, intervistando William Wohlforth della Darmouth University (New Hampshire, Stati Uniti), un esperto dei conflitti armati post Guerra Fredda. “Il mondo ha vissuto per 30 anni in un periodo storicamente pacifico ed è questo stato delle cose ad essere in gioco stavolta. Certo, abbiamo avuto guerre devastanti. Ma erano tutte nel sud del mondo. Ne abbiamo avute nei Balcani, nei primi anni ’90. Ma quello che non abbiamo mai avuto”, spiega Wohlforth, “è un confronto serio tra superpotenze con vasti e minacciosi arsenali di armi nucleari sullo sfondo. Neppure i terrificanti attacchi di Al Qaeda agli Stati Uniti potevano innescare il livello di crisi esistenziale di cui discutiamo ora”. Dunque, “parliamo dell’ombra di una grande guerra di potere, imprevedibile e molto pericolosa, sospesa su tutto il mondo”. 

Intanto, soprattutto sulla stampa britannica, vediamo foto strazianti di famiglie ucraine che scappano portando con sé i propri animali. Nel pantano della violenza spunta così una nuova umanità che fa della relazione con gli animali qualcosa di più profondo della semplice familiarità domestica. Questi animali sono resistenza, vita, ricordi, storie di intere famiglie. Quando tutto crolla, gli animali sono la possibilità di continuare ad esistere come esseri umani. La nostra stessa umanità filtra e si completa attraverso gli animali. 

I reportage su uomini e animali che ci arrivano dall’Ucraina dicono: l’annientamento biologico del mondo non è un destino già scritto. 

Dobbiamo pensare alla dimensione di questo conflitto in stretta connessione con la crisi ecologica, quindi con le condizioni generali, globali, in cui la guerra stessa ha preso possesso della situazione. Non si tratta solo di energia, di gas e di petrolio. 

Perché, a cosa ci serve l’energia che compriamo dai Russi? Quale è lo scopo della enorme quantità di combustibili fossili che ci occorrono, che ci tengono con il fiato sospeso, che fanno muovere i capi di Stato con una celerità mai vista durante i negoziati per gli accordi globali sulla integrità di biosfera ed atmosfera?

Ecco dunque che torniamo al punto di partenza. Nulla come una guerra mette davanti alla domanda di senso di se stessi e delle cose. Per cosa combattiamo? E se tutto dovesse crollare? Se la nostra realtà artefatta cucita insieme sullo sperpero di risorse, sulla disponibilità di una cheap nature, di una natura a basso costo da cui estrarre qualunque sugo vitale senza remore, se questo nostro mondo occidentale immobile su stesso, congelato nello shopping, dovesse infrangersi sulle necessità durissime dell’autarchia economica, dell’’irrigidimento del regime delle esportazioni globali? Se ci svegliassimo una bella mattina e scoprissimo che la solidarietà con il popolo ucraino vuol dire scegliere tra farsi una doccia calda e cuocere il pranzo?

C’è un racconto di Aleksandr Solzenicyn che in questi giorni parla alla nostra coscienza: Alla Stazione, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1973.

URSS, novembre del 1941. Kocetovka è una stazione della rete ferroviaria sovietica, che smista traffico merci e vagoni militari verso il fronte. Zotov è un ufficiale di medio livello, che deve controllare ogni singolo treno che transita sotto il suo naso. In una notte di vento e pioggia, Zotov ascolta la conservazione di alcune colleghe: “Come s’è fatto freddo, non trovi? Sembra di gelare”, dice una. E una altra le risponde: “Sarà un inverno precoce. Oh, una guerra come questa e per giunta un inverno precoce…E voialtri, quante patate avete raccolto?”. Nel pieno della guerra, dunque, una conversazione sulle patate.

Zotov prova una irritazione profonda. È un comunista convinto, ama la sua patria più di se stesso. “Zotov sospirò e si mise a tirar giù le avvolgibili sulle finestre, premendole ben bene contro il telaio affinché la luce non trapelasse da nessuna fessura. Ecco quel che non riusciva a capire e che suscitava in lui un rancore e persino un senso d’isolamento. In apparenza tutti quei lavoratori attorno a lui ascoltavano i bollettini con la sua faccia cupa e si allontanavano dalla radio con il suo stesso silenzioso dolore.

Ma Zotov vedeva una differenza: quelli che lo circondavano sembrava vivessero per qualcos’altro oltre che per le notizie dal fronte; raccoglievano le patate, per esempio, mungevano le mucche, segavano la legna, davano il mastice ai vetri. E ogni tanto ne parlavano e ciò li interessava assai più di quel che succedeva al fronte”.

In queste parole Solzenicyn non parla solo del potere coercitivo delle ideologie politiche. Anzi, forse non ne parla affatto. Gli riesce invece di evocare quei piccoli gesti, quelle minuzie, quelle minuscole luci di ogni giorno e di tutti i giorni che contengono l’acme della vita. Le patate, allora, non sono più solo ortaggi. Sono il mondo stesso, a cui noi apparteniamo. 

Questo mondo esiste anche quando siamo impegnati a negarlo, a cavarne fuori petrolio, metalli, carbone. A farne a pezzi gli organismi pluricellulari per ottenere cibo in eccesso, ciarpame consumistico, abiti alla moda. 

È questo il senso che noi Europei, e poi noi occidentali, abbiamo perduto. È questo attaccamento, questa alleanza spontanea con il succo vitale della vita che da molto tempo ci ha smarriti. Perciò ci chiediamo, oggi, con la guerra alle porte, più che mai: la vita ha un senso? C’è un significato nella nostra esistenza? C’è un significato nella storia? Laddove, invece, Zotov era ossessionato da questo: “se in questi giorni crolla l’opera di Lenin, per che cosa continuerò a vivere?”. 

Zotov un senso lo aveva fra le mani. 

Non si pensi che questi interrogativi appartengano al novero delle speculazioni superflue, buone per i ricchi intellettuali comodamente seduti in poltrona. Sono domande fondamentali per ciascuno di noi. Dovremmo infatti sapere che come cittadini europei, dunque soggetti politici della EU, la nostra responsabilità verso l’Ucraina è storica. Sicché, siamo chiamati a fornire all’Ucraina una alternativa alla Russia che non sia solo economica (il mercato comune). Noi, che cosa possiamo offrire come civiltà europea a Kiev?

Quali sarebbero questi valori che anteponiamo alle mire espansionistiche di un regime autocratico?

Certamente non una società che sa vedere in un raccolto di patate il segno della propria appartenenza organica ed evolutiva al Pianeta. Da tempo ormai, la nostra cultura e la nostra storia sono incapaci di elaborare la nostra permanenza sul Pianeta se non come consumo condannato all’eterno ritorno dell’uguale. Il vuoto di senso è la canzonetta pop che tutti canticchiamo, in Europa. È la colonna sonora della povertà culturale, metafisica direbbe Emanuele Severino, dell’epoca dell’estinzione, degli inverni estinti, della pioggia che non cade più su intere regioni del continente, delle neve prosciugata dai riscaldamenti di milioni di case. 

“Al terrore per la possibilità della distruzione atomica della terra si unisce il compiacimento per il possesso di un mezzo capace di distruggere ciò che si riveli troppo poco consumabile”

La guerra, allora, è lo specchio anche di noi stessi. Superficialmente, perché abbiamo scoperto in un botto quanto è pericolosa la dipendenza geopolitica dalle fonti di approvvigionamento fossili. Storicamente, perché constatiamo la povertà estrema del nostro umanesimo drogato di energia in eccesso. Filosoficamente, perché sentiamo che occorre un pensiero alternativo a quello dominante. Noi, la NATO e la EU, viviamo un periodo storico che non ha altro nome se non nichilismo.

“L’Occidente porta nell’apparire una natura nuova e un nuovo operare dell’uomo. Chi condanna la provocazione e la devastazione della natura portate al loro culmine dalla tecnica, non avverte che questa natura è stata portata alla luce proprio per essere così provocata e devastata”, scrive Severino. “L’interminabile teoria di manufatti che vanno esaurendo lo spazio e il tempo non distoglie l’uomo dal suo autentico rapporto con la natura, perché è il risultato di quello stesso atteggiamento secondo il quale l’Occidente ha portato alla luce la natura. La civiltà della tecnica rende esplicito il nichilismo della sua essenza, nel concetto stesso di manufatto, di ‘bene di consumo’, che ormai è diventata la categoria trascendentale dell’essere”.

E allora, “se Agostino poteva ancora affermare che qualcosa è tanto più bene, quanto meno è consumabile, il bene di consumo si trova invece in una posizione di equilibrio, per la quale esso non è più un bene sia se è troppo consumabile, sia se lo è troppo poco. I principi della produzione esigono comunque che venga consumato; e al terrore per la possibilità della distruzione atomica della terra si unisce il compiacimento per il possesso di un mezzo capace di distruggere ciò che si riveli troppo poco consumabile”. 

Questo è il nichilismo che ci è familiare. Le patate coltivate e raccolte non sono più categorie trascendentali dell’essere. Perché l’essere stesso, ossia la vita, è alienata nel nostro XXI secolo. Si parla molto, sempre di più, di nichilismo ecologico. Ma il ridurre le cose di natura a niente non è una pratica economica, e non è neppure una dottrina economica. Appare piuttosto, e questo Emanuele Severino lo capì e lo denunciò, come il destino di noi Europei. Come uno sguardo sul mondo che ha preso una certa direzione, e che su quella direzione ha edificato l’intera struttura della realtà. Siamo dunque prigionieri di una realtà di nostra invenzione.

Questa invenzione ci pone ora di fronte i suoi esiti: la guerra in Ucraina, il confronto di potenza Russia/USA, il dilemma energetico e le sue ripercussioni sulla biosfera e il Sistema Terra. 

Ognuno di noi è portatore di queste gigantesche configurazioni storiche e culturali, anche quando non ci ha mai pensato, anche quando ritiene la speculazione analitica sul mondo una bagattella teorica. Il vero nichilismo ecologico è la condizione spirituale dell’umanità intera in questo secolo. Quindi anche mia e vostra. Siamo tutti, chi più chi meno, condannati a lavorare e consumare. A consumare per sopportare il lavoro. Siamo cioè avvinghiati alla cronica mancanza di senso del nichilismo. L’implosione del mio senso, dentro la mia biografia, è quindi il vettore del deserto che io stesso contribuisco a imporre là fuori, nelle geografie del Pianeta. 

La crisi ecologica è la crisi dell’umano. Forte è lo sforzo, nelle costellazioni dei movimenti ambientalisti, di provare a proporre sulla scena civile un altro atteggiamento. Si chiami World Ecology, Extinction Rebellion o anche decrescita. Ma nessuno di questi sforzi è destinato ad avere successo fintanto che la questione stessa del Pianeta non verrà riportata all’interno di una ben più vasta messa in discussione dell’assetto ontologico su cui facciamo affidamento. 

Sempre le rivoluzioni radicali della società si sono appoggiate ad un pensiero originale. Occorre cioè prima una coscienza rivoluzionaria da cui successivamente scaturirà un agire rivoluzionario

“Negli anni settanta del Settecento i philosophes radicali diffondevano una forma totalmente nuova di coscienza rivoluzionaria, che nelle loro menti non si applicava alla sola Francia, o specificamente a un particolare paese europeo, ma al mondo intero”, scrive Jonathan Israel, il massimo storico dell’Illuminismo. “Tutto il mondo soffriva sotto il controllo della tirannia, dell’oppressione e della miseria, sostenuto dall’ignoranza e dalla credulità, e tutta l’umanità chiedeva una rivoluzione – intellettuale, per cominciare, pratica, in seguito – attraverso la quale emanciparsi.

L’ultima e più radicale versione dell’Histoire philosphique, quella del 1780, generalizzava l’analisi radicale di ciò che in Europa era sbagliato, inclusi gli imperi coloniali che abbracciavano tutto il mondo, e proclamava con una forza senza precedenti la necessità di una rivoluzione globale, in India e in Africa, non meno che in Europa e nelle Americhe”. 

In Alla Stazione, Zotov ha qualcosa da fare, nei ritagli di tempo: “nell’autunno del quarantuno, tra i bagliori del grande incendio, qui, in questo buco, Vasja Zotov poteva trovare tempo per Il Capitale. Nel salottino degli Avdeev, pieno di vasi di filodendro e di aloe, sedeva davanti ad un tavolinetto traballante e alla luce di un lume a petrolio (il motore Diesel non produceva abbastanza energia per tutte le case della borgata) leggeva, lisciando con la mano la carta grossolana: la prima volta per cogliere il senso, la seconda per imprimerselo, la terza per sunteggiare, cercando di cacciarselo in testa definitivamente. E quanto più sconsolanti erano i bollettini dal fronte, tanto più ostinatamente s’immergeva nel grosso volume blu”. 

Si può sempre aprire una finestra interiore sulla propria penuria più intima. E quindi sul proprio bisogno di resistenza. È questo l’inizio del superamento storico del nichilismo di cui cominciamo ad intravedere qualche accenno. 

APPROFONDIMENTO – Vite estinte, la vita al tempo della sesta estinzione

(Questo articolo è dedicato a Fabio Balocco)

Che cos’è la sesta estinzione di massa?

Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi.
(Photo Credit: dr Alexander Sliwa, Kurator Kölner Zoo, Deutschland – Cercopithecus roloway, esemplare maschio. Una specie di scimmia criticamente minacciata, ormai quasi estinta. Con un habitat ristretto alla foreste tropicali della Costa d’Avorio e del Ghana, in Africa occidentale, ne rimangono forse 200. Tra le cause del collasso della specie c’è il bushmeat)
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Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi. Di solito pensiamo che la sesta estinzione significhi rarefazione e poi scomparsa del numero di specie che abitano la Terra. Non c’è niente di sbagliato in questo approccio affermatosi agli inizi degli anni ’80. Ma forse dovremmo aggiornarlo, e renderlo molto più radicale di quanto vorremmo. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto passi in avanti notevoli per comprendere le conseguenze del declino dei mammiferi (e degli invertebrati) in tutto il mondo. Questi studi permettono di porre al centro del dibattito sulla protezione della natura la “diversità evolutiva” delle specie. 

Per testare la gravità della situazione attuale bisogna andare a vedere che cosa succede ai meccanismi fondamentali dell’evoluzione negli habitat ancora abbastanza integri. E in quelli defaunizzati, cioè spogliati dei “tasselli principali” della comunità di specie un tempo endemica: grossi predatori ed erbivori frugivori, che si nutrono cioè di frutta e contribuiscono a disperdere i semi degli alberi ad alto fusto, dal legno duro e resistente, un magazzino naturale di carbonio stoccato nelle foreste tropicali umide.

Osservare le cose in questo modo ha un forte impatto anche politico sui negoziati internazionali che dovrebbero garantire, entro il 2050, un Pianeta “in armonia con la natura”. 

Il ruolo della paleontologia

Sono passati esattamente dieci anni da quando Anthony Barnovksy , un veterano della paleontologia, si poneva sulle pagine di NATURE, insieme ad altri illustri colleghi, la domanda più dirompente del ventunesimo secolo: la sesta estinzione di massa nella storia della Terra è già arrivata?

Chi lavorava sulla biodiversità tropicale osservava da tempo un quadro piuttosto nitido. Si sapeva che negli ultimi 300 anni l’emorragia di specie aveva preso un ritmo diverso, accelerato. Considerando le grandi estinzioni del Pleistocene, si poteva addirittura affermare che un “enorme evento di estinzione, innescato dagli esseri umani, è in corso da circa 40mila anni”. La modernità era semplicemente la lunga risacca dell’ultimo periodo glaciale. A partire dal XVI secolo, se ne erano andate almeno 811 specie. Tutti, però, ipotizzavano anche una altra cosa. Molte famiglie animali erano (e sono) troppo poco studiate per fornirci proiezioni attendibili sul loro futuro. Questo significa che molte più specie potrebbero già aver imboccato la lenta e irreversibile china dell’estinzione. 

La ricostruzione paleontologica recente è stata fondamentale per confermare l’ipotesi di una estinzione di massa. Ed ha fornito due importanti lezioni.  

Barnovksy dimostrò che effettivamente la biodiversità globale va estinguendosi ad una velocità superiore a quella che possiamo dedurre dagli ultimi 4 miliardi e mezzo di anni. Il nostro presente è piuttosto simile ai cinque massivi show-down della presenza biologica sulla Terra, le cosiddette Big Five Extinctions. Eppure, non bisogna farsi ingannare da considerazioni massimaliste: è vero che il 99% di tutte le specie mai apparse sul nostro Pianeta è ormai andato, ma la fisiologica estinzione delle specie è sempre stata bilanciata dall’emergere di nuove forme di vita. 

Ecco, quindi, la seconda lezione. Quando si cerca di capire perché e come le specie si estinguono, è saggio prestare molta attenzione a quante nuove specie compaiono sullo sfondo dell’evoluzione degli organismi. Da un punto di vista paleontologico, infatti, una maggiore velocità di estinzione coincide con un netto calo dei tassi di origine di nuove specie. La bilancia biologica pende tutta a favore della scomparsa degli organismi.

Ma quel che conta davvero è che, finita l’emergenza, la vita possa riprendere il suo corso. Una estinzione di massa ha un doppio volto: stermina la maggior parte di quello che è in circolazione, avvicinando allo zero la nascita di nuove specie. All’ecatombe segue però una riorganizzazione ecologica. L’evoluzione di animali e piante ricomincia a macinare novità, perché è rimasto abbastanza materiale genetico per riprendere il filo della storia da dove era stato interrotto. 

Di fatto, le comparazioni paleontologiche dei primi anni Duemila hanno aperto la porta ad una piena comprensione del significato della perdita di habitat in tutto il mondo. Non è importante solo mantenere un certo numero di specie. Ma anche, e forse soprattutto, il “metabolismo genetico” di queste specie.

Entrare nella sesta estinzione di massa

Ripercorrere le origini della sesta estinzione di massa chiama all’appello la storia umana moderna, non solo l’ecologia. Il XXI secolo si apre con la consapevolezza che i processi di estinzione delle specie animali sono inscritti nella storia delle nazioni, degli Stati e delle culture umane. 

Le stime paleontologiche di Barnovsky fissano il tasso di perdita di vertebrati durante il Novecento superiore di un ordine di grandezza di 114 rispetto al normale tasso di estinzione di sfondo.

È un fenomeno storico-ecologico globale: “l’evidenza che i recenti tassi di estinzione sono senza precedenti nella storia umana, e assolutamente inusuali nella stessa storia della Terra, è incontrovertibile”. 

È successo qualcosa a noi. Non soltanto ad animali e foreste.

L’intera modernità è implicata: “la perdita di habitat, il cambiamento climatico, l’ipersfruttamento per ottenere vantaggi economici dalla natura sono interrelati con le dimensioni raggiunte dalla popolazione umana e dalla crescita economica, che favorisce il consumo, specialmente tra i ricchi, e le diseguaglianze economiche”, scrivono Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich insieme a Rodolfo Dirzo. 

Il crollo nella disponibilità di habitat selvaggi (più o meno integri) e le progressive certezze sull’importanza di proteggere i meccanismi evolutivi delle specie portano con sé dilemmi che sfuggono all’ambito protetto dell’ecologia. Quanti animali dovremmo salvare? Di quanti animali ha bisogno il Pianeta? Quanti animali sono compatibili con la civiltà umana? E dove dovremmo metterli?

Ecologia storica

La biologia della conservazione esce dagli anni Novanta con una convinzione in frantumi. Non è sufficiente stabilire una soglia minima per una popolazione animale, dentro un contesto giuridicamente protetto. Contano enormemente anche le funzioni ecologiche espresse dalle singole specie, e da ogni specie insieme alle altre in un habitat condiviso. 

Non esiste quindi un target assoluto sul numero di animali che non possiamo permetterci di perdere per sempre. Bisogna ragionare per ecosistemi. 

Questo metodo, inaugurato al principio degli anni Duemila, ha cambiato il paradigma ecologico. Essenzialmente perché fa affidamento sulla ricostruzione storica. Raccogliere informazioni su come era un habitat secoli fa aiuta a contestualizzare la perdita di popolazioni, perché contribuisce a ricostruire un punto di osservazione del comportamento delle specie in quella regione. A tracciare, cioè, la “variabilità naturale” degli spazi occupati dagli animali, e la densità delle popolazioni. La cosiddetta “ecologia storica” è estremamente utile, infine, perché è un ottimo metodo per avere a disposizione alcuni “proxy”, cioè indicatori precisi dei cambiamenti ambientali subiti da un intero paesaggio e dai suoi animali. 

Il profilo storico di un ecosistema non è certo semplice da descrivere. E non è univoco. Come ricorda sempre, giustamente, Erle Ellis, pioniere degli studi sull’Antropocene, “gli esseri umani plasmano l’aspetto della natura terrestre da 12mila anni”. Ancora una volta è l’ecologia tropicale a dirci come stanno le cose. La “natura intatta prima del disturbo umano” è una fantasia: “un crescente numero di analisi archeo-botaniche, zoo-archeologiche e paleo-ecologiche, e genetiche, hanno dimostrato l’esistenza storica di diverse economie (…) che emersero nelle foreste tropicali durante l’Olocene. Questo ebbe impatti di lungo periodo sulla composizione e la struttura degli ecosistemi all’interno e attorno le foreste tropicali”.

Eppure, l’ecologia storica ha il grande merito di meglio contestualizzare anche il concetto di “capacità di carico” degli habitat protetti. Ossia, dei parchi nazionali. “Molta della conservazione è place-based (ndr, costruita su singoli luoghi), cioè focalizzata sui parchi nazionali o su altre tipologie di aree protette. In questi casi, “la conservazione di una specie può riguardare in via primaria il luogo”, scriveva Eric W. Sanderson nel 2006 su BIOSCIENCE. “Gli amministratori fissano un target di popolazione stimando ad esempio quanti individui di una certa specie possono saturare un’area senza che la popolazione stessa superi i limiti del parco protetto. Negli USA le popolazioni nei parchi nazionali vengono sostanzialmente gestite secondo questo criterio”. E ciò nonostante “il problema è che la maggior parte dei parchi sono troppo piccoli per contenere popolazioni di specie che si muovono su grandi distanze”. 

Questi studi, più eclettici di quelli sulla ricchezza di specie promossi dalla biologia della conservazione negli anni ’80, si muovono tutti, senza eccezione, in una unica direzione. Mostrano i limiti evidenti dei parchi nazionali. Un discorso che vale dappertutto, negli Stati Uniti così come in Africa e in Asia. 

I limiti di spazio sono clamorosi nel caso dei megavertebrati. Ossia i mammiferi di media e grossa taglia. L’emorragia di mammiferi è una minaccia globale alla tenuta delle foreste tropicali. La defaunazione dei mammiferi nei tropici ha raggiunto una intensità critica, a causa della pressione della caccia di sussistenza. 

A questo proposito, uno studio molto citato pubblicato nel 2019 da PLOS BIOLOGY ha stimato nelle foreste tropicali “un declino medio nell’abbondanza dei mammiferi del 13%, che va oltre il 27% per le specie di media grandezza e supera il 40% per i grandi mammiferi”. In sintesi, “si può inferire che le popolazioni di mammiferi sono parzialmente defaunizzate nel 50% delle aree ricoperte di foreste tropicali, cioè una estensione di 14 milioni di chilometri quadrati. Il declino maggiore (70%) è in Africa occidentale”. Gli autori hanno esaminato una documentazione risalente al 1980, per poi risalire sino al 2017. 

Un altro comune denominatore di questi problemi è che finora c’è stata anche una eccessiva enfasi sulle specie prese singolarmente.

Annichilimento biologico

Nel 2017 Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo hanno riscritto la cornice entro cui interpretare la sesta estinzione di massa. Insieme, traevano nuove conclusioni dall’epocale studio firmato da Dirzo e uscito su SCIENCE nel 2014: “Defaunation in Anthropocene”. C’è qualcosa di più pervasivo dell’estinzione conclamata di una specie. È l’annichilamento biologico lento e progressivo di tutte le popolazioni che compongono una specie. 

“L’attenzione esclusiva sulle estinzioni delle specie, che è certamente un aspetto fondamentale del ritmo di estinzioni contemporanee, conduce ciò nonostante ad una generale, controproducente impressione che i biota della Terra non siano sotto minaccia immediata. E che, invece, stiano entrando lentamente in una fase di massiccia perdita di biodiversità”.

La defaunazione del Pianeta, al contrario, è già conclamata: “questa lettura dei dati trascura i trend attuali di declino delle popolazioni animali, e la loro estinzione. Il volume delle popolazioni in caduta numerica e il restringimento dei loro habitat si somma alla enorme erosione della biodiversità causata dagli esseri umani”. 

Questo è il motivo per cui la sesta estinzione di massa è in corso. Il Pianeta, letteralmente, si svuota di specie animali molto prima che la Red List della IUCN classifichi una specie come “estinta allo stato naturale”. Il focus sulla defaunazione delle popolazioni mette definitivamente a tacere anche gli “ambientalisti scettici”, i ricercatori critici della classificazione delle specie della Red List. Sfruttando le difficoltà implicite nel definire estinta per sempre una specie questo gruppo di accademici contestava all’ecologia dell’estinzione i suoi risultati come “catastrofisti e manipolatori”. 

Ceballos, Ehrlich e Dirzo hanno riportato l’ago della bussola sulla centralità del processo storico. La sesta estinzione non è un fenomeno eclatante, puntiforme, isolato. È un evento che permea questa epoca attraversandola e condizionandola. Il preludio della scomparsa definitiva di una specie contiene più indizi, sintomi e danni irreparabili del possibile punto di approdo dell’intero processo.

L’umanità ha quindi attorno a sé “l’estirpazione e la decimazione” degli organismi animali. L’analisi della riduzione nell’habitat originario di 27.600 specie di vertebrati lascia comprendere che tra il 1900 e il 2015 sono state perse 177 specie di mammiferi. “Il 32% delle specie di vertebrati è in diminuzione, il che significa che diminuisce il numero di individui delle popolazioni e lo spazio che occupano”. 

Ecco come si presenta dunque il nostro Pianeta oggi: “almeno il 50% degli individui animali che una volta popolavano la Terra non esiste più, ossia miliardi di popolazioni animali”. 

Integrità biologica 

Gli studi di popolazione del Gruppo di Stanford (Rodolfo Dirzo si occupa di defaunazione nelle foreste tropicali dai primi anni ’80) sono la sintesi di riflessioni che, più o meno in sordina, circolano da trent’anni nel mondo accademico. Solo che adesso la gravità della situazione, enfatizzata dall’intensificarsi degli eventi climatici estremi, ha spinto in superficie evidenze scientifiche che per moltissimo tempo sono state tenute timidamente in sordina. 

Ecco dunque che sui paper di maggior impatto balzano le dinamiche evolutive. Il significato sociale e politico di queste ricerche è stato finora troppo dirompente per fare breccia nel discorso pubblico. E sui giornali.

Occorre coraggio per porre sotto la lente di ingrandimento il numero di popolazioni animali rimaste. Vuol dire osare discutere di integrità biologica ed ecologica. La demografia, infatti, racchiude l’etologia, l’etologia dipende dalle dinamiche evolutive e tutti e tre questi fattori si combinano per far funzionare il “metabolismo ecologico” tra animali e ambiente. 

E un sano “metabolismo ecologico” (circolo dei nutrienti attraverso il bilanciamento tra erbivori, carnivori ed onnivori, riproduzione di alberi e piante grazie alla dispersione dei semi garantita dai frugivori, stoccaggio di carbonio nella vegetazione) è l’espressione finale della diversità di specie di un habitat. La cosiddetta diversità filogenetica.

Ma su un Pianeta popolato da 8 miliardi di esseri umani, che cosa significa che dovremmo preoccuparci di preservare la variabilità genetica di milioni di specie?

Nel 2001 la Proceedings Academic of Science (Pnas) degli Stati Uniti organizzò un seminario speciale (COLLOQUIUM) per mettere a confronto vari pareri, di illustri conservazionisti, sul futuro dell’evoluzione. Norman Myers di Oxford e Andrew Knoll di Harvard avevano già allora le idee molto chiare sulla posta in gioco. Le tre pagine del loro intervento, pubblicate nel maggio dello stesso anno, sono un documento eccezionale della lungimiranza di questi due scienziati. Soprattutto perché tre quarti dello studio sono domande aperte. Dettate dall’angoscia per il futuro.

“A dispetto della nostra impossibilità nel predire i prodotti finali dell’evoluzione – ossia le traiettorie delle future morfologie degli animali o le innovazioni della loro futura fisiologia – possiamo comunque stilare stime sensate sui processi evolutivi, su come cioè essi subiranno gli effetti del depauperamento della diversità biologica. L’esito finale delle estinzioni che incombono andrà di gran lunga al di là delle distruzioni ambientali cui assistiamo oggi. Non meno importante sarà infatti l’alterazione dei processi evolutivi stessi”. 

Alcune di queste alterazioni Myers e Knoll potevano immaginarle: “la frammentazione dei range delle specie, con la conseguente distruzione del flusso di geni; il declino numerico all’interno delle popolazioni, con l’impoverimento delle riserve di geni; gli scambi biologici di specie a seguito dell’introduzione di alcune specie, o addirittura di interi biota, in nuove aree”. 

Allo stato delle cose, dovremmo anche rassegnarci alla “fine della speciazione dei grandi vertebrati”. Infatti, “anche le nostre più grandi aree sotto protezione si riveleranno troppo piccole per una ulteriore speciazione di elefanti, rinoceronti, scimmie, orsi e grandi felini (…). Potranno la biodiversità e gli esseri umani prosperare in un mondo in cui la maggior parte della diversità biologica sarà confinata in parchi e riserve relativamente piccoli?”. 

Simili interrogativi ne presuppongono altri ancora più terribili: “dovremmo accontentarci solo di proteggere stock di specie il più numerosi possibili? O dovremmo, invece, concentrarci sul salvaguardare i processi evolutivi a rischio? (…) La domanda è dunque se dovremmo tentare di preservare lo status quo evolutivo proteggendo precisi fenotipi di talune specie o se non dovremmo preferire mantenere linee filogenetiche in grado di esprimere in futuro adattamenti evolutivi persistenti, che a loro volta condurranno a nuove specie”. 

L’esempio proposto è scioccante. Nei secoli passati l’elefante africano (Loxodonta africana) ha conservato la sua variabilità genetica spostandosi su enormi distanze. Ma oggi gli elefanti rimasti sopravvivono in popolazioni talmente frammentate che il flusso di geni è interrotto. Gli elefanti sono cioè già “sotto i numeri minimi per mantenere aperta la possibilità della speciazione”. E allora: dovremmo abbandonare gli elefanti al loro destino?

Alla chiusura di quel simposio, fu purtroppo chiaro agli ecologi presenti che capire la sesta estinzione di massa significava anche constatare l’insufficienza dell’etica e della morale moderna dinanzi a dilemmi di coscienza che mai l’uomo si è trovato ad affrontare. 

“Chi dovrebbe prendere simili decisioni?” Si chiedeva Paul Ehrlich al termine del COLLOQUIUM. “A quali valori dovremmo far riferimento?”. 

“Faunal intactness”

Nel 2016 la IUCN mette a punto uno standard globale “per la identificazione delle aree strategiche di biodiversità”. Tra i 4 criteri prescelti per definire una regione di fondamentale valore ecologico spicca la integrità ecologica. 

Secondo Andrew Plumptre questa caratteristica è decisamente la più importante tra le altre fissate dalla IUCN. Per almeno un paio di motivi. Intanto, è strumentale a capire la relazione tra lo stato di una foresta e il bisogno di protezione delle intere comunità di specie che ospita. L’integrità ecologica (il criterio C della metodologia internazionale IUCN) permette di riformulare il tanto controverso concetto di “wilderness” o “natura selvaggia”. Non poco, se pensiamo che da un secolo l’argine contro l’estinzione delle specie animali è proprio la conservazione degli habitat originari e selvaggi. 

Plumptre, in definitiva, ha piazzato al centro di qualunque altra valutazione sulle conseguenze della sesta estinzione la “interezza faunistica” delle eco-regioni del mondo. Uscito allo scoperto nel 2019 su FRONTIERS, Plumptre ha di fatto scritto il capitolo integrativo del pionieristico lavoro di documentazione del Gruppo di Stanford sulla defaunazione. 

Il ragionamento di Plumptre non fa una piega. “Il criterio C per le aree strategiche di biodiversità incorpora deliberatamente sia la interezza faunistica che l’integrità biotica”. Ossia “aree completamente intatte dal punto di vista naturalistico, con un minimo di disturbo antropogenico post-industriale, abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici su vasta scala (…), compresi i predatori altamente mobili e gli erbivori che lungo tutta la loro vita influiscono sulla struttura della vegetazione”. 

Ormai, il 77% delle terre emerse (escluso l’Antartide) e l’87% degli oceani sono stati modificati dagli effetti diretti delle attività umane. È l’impronta ecologica umana (human footprint) sulle specie animali e sulle terre selvagge del Pianeta.

Plumptre ritiene che concentrarsi solo sulla estinzione delle terre ancora selvagge non basti. Una foresta può essere folta e molto estesa fotografata dal satellite. Ma ormai vuota delle serie complete di specie animali che la rendono una foresta ecologicamente viva e pulsante. 

“Gli sforzi di conservazione dovrebbero avere come obiettivo-target le poche regioni rimaste al mondo che rappresentano esempi eccezionali di integrità ecologica (…) dovrebbero anche puntare alla restaurazione di questa stessa integrità ecologica su una porzione più vasta di mondo”.

Meglio chiedersi, allora: dove possiamo ancora trovare comunità animali ecologicamente intatte?

Nuovi obiettivi per arginare l’estinzione

Plumptre propone dunque “il primo censimento della interezza faunistica (faunal intactness)”. Ebbene, “solo il 2.9% della superficie terrestre può essere considerata faunisticamente intatta”. E tuttavia, “re-introducendo 1-5 specie” questa percentuale potrebbe salire al 20% del Pianeta. 

Il criterio C della IUCN fornisce già tutto quello di cui abbiamo bisogno per procedere in questa direzione, almeno dal punto di vista della metodologia scientifica. Una regione strategica deve avere aree intatte “che comprendono la composizione e l’abbondanza delle specie native e delle loro interazioni”. Queste specie sono gli animali che ci aspetteremmo di trovare in un certo luogo, sulla scorta della documentazione storica risalente a prima della espansione globale della industrializzazione. 

Una regione “wilderness”, dunque, non è disabitata. Non mette al bando di principio gli esseri umani. È una regione estesa su almeno 10mila chilometri quadrati che non è stata però convertita all’agricoltura estensiva moderna e non ha subito l’impatto delle industrie negli ultimi 5 secoli.

Certo, ammette Plumptre, gli esseri umani hanno influito per migliaia di anni sulla distribuzione di moltissime specie. Ma, come riconosce la IUCN nella sua Red List, è dal 1500 che questa ingerenza si fa così invadente da riorganizzare la biodiversità della maggior parte del Pianeta, orientando la bussola della storia verso la sesta estinzione di massa. 

L’integrità faunistica è un indicatore di un altro aspetto cruciale nella protezione della natura in una epoca di estinzione di massa. Bisogna tenere in massimo conto il declino del ruolo funzionale di singole specie come risultato dell’influenza umana.

“Là dove le specie sono scese al di sotto della diversità funzionale in un sito, importanti interazioni biotiche non potranno più completare il loro ruolo ecologico (…) conducendo ad una perdita di integrità funzionale, anche se quelle specie non sono sono state ancora completamente estirpate”. 

La diversità filogenetica

Jedediha Brodie è un promettente e brillante ricercatore che insegna ecologia alla Missoula University, nel Montana. Ha iniziato la sua carriera studiando le foreste del sud est asiatico le cui faune sono state decimate, oltre che dalla deforestazione, dalla caccia per la carne selvatica. Brodie è quindi un esperto di bushmeat, uno dei dilemmi ecologici più pressanti e controversi della nostra epoca. Ma proprio per questo ha visto da vicino che cosa succede quando la biodiversità scompare a macchia di leopardo.

Brodie è riuscito a centrare tutto ciò che c’è sapere oggi per capire che cosa è la sesta estinzione.  

“La perdita di specie riduce anche la quantità accumulata di ciò che resta della storia evolutiva all’interno delle comunità animali, ossia la nostra eredità bio-diversa”, ha scritto Brodie quest’anno sulla PNAS. Ad estinguersi, dunque, non sono solo le specie che se ne vanno. È anche la diversità filogenetica, ossia la sintesi cumulativa delle differenti storie evolutive scritte dentro ciascuna specie. 

Tutte le specie di un certo paesaggio esprimono inoltre la “diversità funzionale”: ognuna di loro ha un ruolo che contribuisce a mantenere vivo l’ecosistema. A far circolare i nutrienti, a rinnovare la vegetazione, a regolare l’equilibrio tra carnivori ed erbivori. 

L’approccio di Brodie è innovativo. A suo parere finora ci si è concentrati troppo sul calcolo del numero di specie, sperando di dimostrare che se in una area protetta le specie sono numerose allora le cose vanno bene. Ma i meccanismi ecologici sono molto più sofisticati e molto più sensibili ad ogni tipo di disturbo inflitto dall’uomo. Caccia, bracconaggio, trappole, taglio di alberi ad alto fusto hanno un potere di rifrazione gigantesco in un habitat.

I dati raccolti da Brodie confermano le pessime notizie degli ultimi anni. Gli habitat cancellati hanno un impatto sui mammiferi di 25 volte superiore rispetto al cambiamento climatico. E la caccia (più o meno di sussistenza) fa peggio dell’aumento delle temperature di un ordine grandezza di 28 volte.

La conclusione è facilmente intuibile: “la diversità filogenetica ha un immenso valore intrinseco, perché è una misura fondamentale della biodiversità, probabilmente, anzi, la migliore delle misure. Di conseguenza, la protezione della diversità filogenetica è un obiettivo primario della conservazione”. 

Colonizzazione assistita contro l’estinzione

Brodie è convinto che la Convenzione sulla Biodiversità (CBD) dovrebbe prendere molto più serio le minacce che incombono e fare mente locale sulla rapidità del cambiamento climatico. Viviamo già in tempi estremi. Insieme a Kent H. Redford (che nel 1991 coniò il termine “foresta vuota” con uno studio pionieristico sull’Amazzonia) e a James Watson (della University of Queensland, in Australia, autore delle mappe più dettagliate al mondo sulle terre selvagge), Brodie ha affidato a SCIENCE la sua proposta più provocatoria: la CBD deve includere la colonizzazione assistita nel prossimo accordo internazionale sulla natura. 

Si tratterebbe di spostare alcuni individui di specie a rischio in un habitat fuori del loro home range originario. In un futuro ormai alle porte, infatti, almeno un terzo delle specie potrebbe “avere un rischio correlato al clima”. La prima risposta a uno stress ambientale è il movimento. Ma molti organismi “potrebbero avere bisogno di aree-rifugio al di fuori dei loro attuali e storici luoghi di insediamento”. 

La translocazione per dare inizio a nuove popolazioni è una strategia piuttosto diffusa. Casi eclatanti sono i leoni e i rinoceronti del Sudafrica spostati ad Akagera, in Rwanda. Ma incontra anche molti oppositori. Il rischio di trasferire anche zoonosi o patogeni letali per gli animali endemici c’è sempre. 

Brodie e i suoi colleghi ritengono tuttavia che la colonizzazione assistita sia la migliore opzione per ottenere popolazioni in grado di resistere e persistere in habitat da cui la frammentazione delle aree protette avrebbe tagliato fuori le specie coinvolte.

La vera controversia riguarderebbe piuttosto il modo in cui si intende l’area di insediamento di una specie, “intrinsecamente statica o invece dinamica”. Soltanto la Convenzione è nella posizione giuridica per definire una regolamentazione internazionale, che funzioni da ponte anche per gli inevitabili negoziati politici. Spostare una popolazione animale potrebbe voler dire insediarla in uno Stato sovrano diverso da quello di origine.

Colonizzazione o no, anche questa via d’azione riporta in auge la questione di vecchia data dei parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi o il Kavango Zambesi in Africa, che oggi sono una rarità. E che però sono il giro di volta della questione: enormi, interregionali, ricchi di habitat misti e diversificati. Nel lessico diplomatico della conservazione, però, transfrontaliero significa “più spazio per gli animali”. E lo spazio è ciò che scarseggia su un Pianeta sovraffollato di umani. 

È vero che nel 2019 la IUCN ha riconosciuto “il ruolo delle popolazioni animali al di fuori dei loro range storici come risultato della colonizzazione assistita”. Ma Brodie e i suoi colleghi sanno che serve qualcosa di decisamente più ardito: “la CBD dovrebbe considerare di espandere l’applicazione del termine neo-nativo, che fu all’inizio suggerito per specie che colonizzavano spontaneamente nuove aree in risposta al cambiamento climatico, per includervi, oggi, specie traslocate”. 

Mettendo da parte tutte le preoccupazioni sulle specie invasive. 

Il cerchio si chiude

Il lungo viaggio per capire che cosa è la sesta estinzione di massa termina su risposte che, in qualche modo, abbiamo tra le mani da 30 anni. La conservazione delle specie si fonda sull’assunto base che bisogna proteggere sia la quantità che la qualità di animali e piante di un certo ecosistema. Per ottenere questo obiettivo macro-ecologico, è indispensabile garantire che, come disse Eric W. Sanderson nel 2001, “gli animali facciano gli animali”.

Frase ironica che sottintende qualcosa di molto semplice: le comunità animali devono funzionare dal punto di vista evolutivo. La vita stessa è giunta fin qui perché è cambiata senza sosta. Preservarne le dinamiche è lo scopo di qualunque politica ambientale che si pretenda tale.

Ma non dobbiamo ingannarci sullo stato del Pianeta nel XXI secolo. I parchi nazionali sono pochi, e isolati. La nostra iper-demografia richiede reti di strade e concentrati di infrastrutture che tagliano a puzzle le aree protette ricche di animali, e di alberi. La Terra si restringe. Non possiamo proteggerla mantenendo così come sono le regole del gioco.

Evoluzione e civiltà sono in conflitto. E in attesa che emerga un pensiero capace di condensare le evidenze scientifiche con le pretese culturali di noi Sapiens, non resta che leggere la sesta estinzione di massa nella storia della nostra stessa specie. E di questa epoca che sull’annichilamento degli animali abbiamo edificato: l’Antropocene.

La sesta estinzione e l’Antropocene

Lo scorso autunno alcuni autori hanno proposto di considerare l’Antropocene come evento geologico, e non come una epoca. Quello che ormai i media chiamano Antropocene racchiude infatti uno spettro molto ampio di “pratiche culturali umane di tipo trasformativo”. Che durano da millenni.

L’Antropocene è quindi “un evento geologico che si è protratto nel tempo”, nonostante tutti gli sforzi di fissare una data precisa (e un indicatore stratigrafico) del suo inizio. Gli esseri umani non alterano la biodiversità a partire dal 1945, con la Grande Accelerazione. Lo hanno fatto a intermittenza per migliaia di anni, anche quando non progettavano di cooptare intere specie a proprio vantaggio. 

Conosciamo un lungo elenco di attività umane i cui effetti sul sistema terrestre valicano i confini temporali di una data, un giorno, una epoca storica: la deforestazione, l’industrializzazione, il colonialismo. E “la dispersione delle specie condotta sotto assistenza umana, ossia la omogeneizzazione della biodiversità della Terra”. 

La conclusione di queste valutazioni eco-geologiche è molto importante per capire bene che cosa è la sesta estinzione di massa. E come si colloca nelle vicende millenarie della civiltà umana.

“Gli impatti umani sulla superficie della Terra sono diacronici” e “definire l’Antropocene come un evento lo pone accanto alle grandi trasformazioni del sistema terrestre”. Questo perché “la relazione stessa tra gli uomini e l’ambiente è diacronica”.

Siamo dunque una eccezione nella storia della vita di questo Pianeta? No. Altre forme di vita hanno fatto cose fuori scala, di portata millenaria. Ad esempio i cianobatteri, protagonisti del “grande evento di ossidazione” occorso tra i 2.4 e i 2.1 miliardi di anni fa. L’ossigeno prodotto dai cianobatteri, nel corso di milioni di anni, ha consentito agli organismi multicellulari di spostarsi sulle terre emerse e di innescare la portentosa evoluzione dei regni animale e vegetale. 

Le nostre gesta, dagli esiti così distruttivi da farci discutere, oggi, di estinzione di massa causata dall’uomo, sono dunque inscritte nei meccanismi di funzionamento ed evoluzione del Pianeta, e di alcuni dei suoi organismi. Perciò, “la comprensione scientifica del cambiamento ambientale globale richiede una analisi dei processi su scale temporali e spaziali multiple”. Questo non scagiona le responsabilità enormi di Homo sapiens nel collasso della biodiversità. 

Gli studi più avanzati sull’Antropocene confermano il bisogno urgente di un “ecologismo umanista”, come lo chiama Telmo Pievani.

“L’approccio isocrono all’Antropocene (ndr, l’Antropocene è una epoca con una sua connotazione stratigrafica netta) rappresenta inevitabilmente gli esseri umani come una forza globale omogenea”. Ma, di fatto, l’apporto dei diversi gruppi sociali e delle diverse culture alla evoluzione eco-culturale dell’Antropocene è stato molteplice, non lineare, ed estremamente variegato. 

La sesta estinzione di massa è la manifestazione globale di una impresa collettiva della nostra specie, ma è anche la somma di situazioni storiche diversissime. Il declino catastrofico delle specie animali è un fenomeno di cui osserviamo oggi le ultime propaggini. Ma per elaborare quella posizione morale di cui c’è urgente bisogno serve qualcosa di più di un tribunale dell’inquisizione per Homo sapiens. 

Dobbiamo anche essere consapevoli che la proposta (già molto controversa) di destinare ad area protetta il 30% del Pianeta entro il 2030 potrebbe non essere sufficiente, vista la rapidità del cambiamento climatico.

Sarebbe davvero utile recintare nuove riserve mentre piante e animali sono in movimento a causa delle temperature? “Entro metà secolo (2050) più della metà della superficie terrestre avrà caratteristiche climatiche pertinenti ad una eco-regione diversa rispetto ad oggi. Quella che attualmente è una foresta molto folta potrebbe diventare una radura aperta con alberi a legno duro. Una prateria trasformarsi in un deserto”. 

Un secolo fa, il nascente movimento ecologista esercitò abbastanza influenza politica da motivare la “recinzione” di aree speciali per la fauna selvatica, nel Nord America e in Africa. Bene, oggi, questa visione non è più adeguata. Neppure per coloro che ancora considerano imprescindibile destinare porzioni speciali di territorio alla sola natura.

Il problema è sempre lo stesso. Lo spazio. Ne serve una quantità enorme perché le dinamiche evolutive proteggano la biodiversità dall’accelerare della sesta estinzione.

Una ricostruzione paleo-culturale il più dettagliata possibile può essere di grande aiuto. Per rimettere i Sapiens al loro posto nella storia della vita conferendo così una nuova dignità ecologica ed evolutiva a loro, e alle specie animali con cui condividono il proprio destino. 

In questa prospettiva, le dinamiche evolutive rientrano spontaneamente nel discorso complessivo sul futuro della biodiversità. Perché la biodiversità stessa non è più un addendo della civiltà industriale, da riposizionare con un trattato giuridico che la confina nei parchi nazionali. È il mondo intero. 

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La solitudine umana di fronte alla natura

La solitudine umana di fronte alla natura è da un secolo uno strumento di lotta politica per la salvezza del Pianeta e delle sue specie animali.
(Caccia al leone – Fregio Assiro 645-635 a.C., British Museum, Londra)
Home » Estinzione

Un insolito diorama esposto al Museo di Storia Naturale di Milano racconta l’ossessione dominante dell’attivismo ambientale quando si parla di sesta estinzione di massa. La solitudine umana di fronte alla natura è da un secolo uno strumento di lotta politica per la salvezza del Pianeta e delle sue specie animali.

Poco appariscente e forse addirittura approssimativo (le ricostruzioni dei due esemplari di Tanistrofeo e Askeptosauro non sono del tutto corrette), il diorama porta il nome di “Mare di Besano”. Una marina desolata e rocciosa, rosso ruggine, al cui centro si incunea lo scorcio profondo di un lontano oceano blu cobalto. Siamo nel Triassico (238 milioni di anni fa) e il Mare di Besano corrisponde all’attuale Lago di Lugano. 

È un diorama che crea nel visitatore inquietudine e solitudine. L’immensità degli oceani vuoti delle nostre navi. Il vento fresco di uno spazio assoluto, senza civiltà. Il silenzio di un Pianeta privo delle nostre voci. Il tempo in cui l’orizzonte non occupava nessuna immaginazione che lo volgesse in poesia o magia. Insomma, un mondo senza esseri umani. Uno stato mentale che, certo, esiste soltanto dal nostro punto di vista: sono stati gli esseri umani a inventare la solitudine. È il nostro orgoglio ferito a parlare: noi non c’eravamo ancora ! È pur esistito un Pianeta a prescindere da noi ! 

I rettili marini del Mare di Besano, come qualunque altra specie, non vivevano in un nulla, una dimensione spazio-tempo priva di significato perché non c’era ancora una specie capace di elaborarne uno. La vita biologica accadeva, proprio come accade oggi. Ma i Sapiens sono capaci di provare l’angoscia del nulla. E di chiamare questa angoscia con altri nomi: paura, assenza, impassibilità. Fino ad avviluppare di questi sentimenti la propria percezione di una incombente estinzione di massa. 

L’intero racconto moderno della sesta estinzione di massa è avviluppato in uno stato mentale ascrivibile ad una desolata solitudine. 

Nell’ultimo secolo, la solitudine umana di fronte alla natura ha infiammato il dibattito sulla posizione della civiltà e della nostra specie sulla Terra. Lasciata alla lunga risacca della storia già consumata la convinzione religiosa di Homo sapiens come eccezione biologica voluta da un Dio consenziente e autoritario, alcuni hanno voluto mantenere intatta l’egemonia ecologica degli esseri umani moderni trovandovi una prova indiscussa di una superiorità totale. L’uomo sarebbe dunque “solo” come un imperatore è solo dinanzi ai suoi sudditi, con cui egli non può condividere l’eccezionalità del proprio status. Una sorta di “sindrome del sopravvissuto”, per come la intese Elias Canetti. L’ultimo rimasto vivo contempla la fine di tutti gli altri dalla terrazza del suo palazzo.

Nichilismo naturale

Ma la solitudine può anche essere una scelta estrema dinanzi a mali radicali. Un eremitaggio della coscienza. Forse sotto shock per il talento distruttivo di ferrovie, industrie e fabbriche, altri pensarono invece che la civiltà dovesse mantenere, ai suoi confini, regioni disabitate e lasciate solo agli animali chiamate “wilderness”. Le specie selvatiche devono prosperare da sole, senza gli umani. A quel punto, però, anche i moderni Sapiens sarebbero costretti a rassegnarsi per sempre a sopportare una cesura netta e draconiana tra il loro mondo e il mondo della natura. Non a caso “wilderness” è un termine anglosassone dai molteplici significati. Pare che nel 1829 potesse indicare addirittura un labirinto di alberi in un grande parco. 

Labirinti della mente, strade senza uscita la cui linea di fuga infinita coincide con le aspirazioni illimitate della modernità. Parliamo della sesta estinzione di massa perché ci siamo infilati da soli in una selva di contraddizioni incapsulate l’una dentro l’altra. Civiltà e natura sono oggi i termini mediani di una ermeneutica nichilista della vita. Umana e animale. Di entrambe. 

Oggi le due impostazioni storiche della solitudine umana sono saltate. Il campo è stato invaso dal discorso sulla sesta estinzione di massa. La solitudine umana di fronte alla natura non è più sostenibile sotto l’ombrello protettivo delle ideologie filosofiche positiviste e socialiste del primo Novecento. L’impronta ecologica umana sulle specie animali ha raggiunto un punto tale da richiedere, quanto meno, un “pensiero rivoluzionario pur in assenza di un soggetto rivoluzionario”. Gli esseri umani moderni si sentono insufficienti rispetto al collasso ambientale. Ma non hanno ancora un’alternativa a questa disfatta interiore e intellettuale. Il nichilismo  sulle cose di natura, quindi, è diventato una abitudine, fonte di amarezza, ma, tant’è, lo si accetta così come viene.

Sintesi di tutti i cambiamenti ambientali

Dopo il Rapporto IPBES del 2019, e lo scoppio dell’epidemia globale nel 2020, nessuno osa espungere la distruzione della biosfera da una agenda di problemi ecologici tali da mettere a soqquadro l’intero impianto teorico del rapporto tra i Sapiens moderni e il resto del Pianeta. Come ha scritto Thomas Lovejoy, “la perdita di biodiversità costituisce di gran lunga la più grande eccedenza rispetto alle condizioni preindustriali.” Le eccedenze non sono altro che i limiti del Pianeta. La biosfera, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 10mila anni, ha contribuito all’equilibrio energetico del nostro Pianeta e quindi alla stabilità del clima. “Il sistema climatico è la manifestazione visibile della quantità, della distribuzione e del bilanciamento energetico sulla superficie della Terra”. Nel “sistema terrestre”, dunque, “la biodiversità regola i flussi di materia e di energia e aumenta la resilienza del sistema stesso nei confronti di cambiamenti impressivisi e graduali”. 

“In altre, parole”, scrive sempre Lovejoy,  “la biodiversità integra (assorbe e riassume) tutti gli altri tipi di impatti del cambiamento ambientale”. Messa in modo un po’ semplicistico, sono gli animali che dovrebbero salvare noi. È diventato riduttivo affastellare ipotesi su come fermare la sesta estinzione di massa in mancanza di una riflessione storica radicale sul significato che ha la biodiversità nel XXI secolo. 

Natura senza umani ( o no?)

Alle soglie della COP26 di Glasgow, negli ambienti diplomatici ed accademici, era più convinta che mai l’urgenza di andare oltre un accordo sul clima. Un trattato internazionale per riequilibrare il sistema climatico terrestre dovrebbe ragionare in sincrono su atmosfera e biosfera. Diventando così una integrazione del prossimo accordo globale per la protezione della natura, che la Convenzione Mondiale per la Biodiversità (CBD) promette entro la prossima primavera. La rivista SCIENCE, a pochi giorni da Glasgow, si è schierata a favore di questi intenti, fornendo così un segnale inequivocabile sulla distanza che ancora separa la diplomazia sul clima dalla scienza dell’estinzione. Due ambiti separati da muri di gomma, eppure interconnessi.

Tra clima e biosfera, però, almeno una differenza c’è. Nessuno metterebbe in dubbio la definizione di atmosfera, né tanto meno discuterebbe se i dati finora raccolti sul sistema climatico siano sufficienti per una “scienza del clima”. Per la biodiversità le cose stanno invece diversamente. Eccola, la solitudine umana di fronte alla natura. Non è ancora chiaro quale tipo di natura debba stare al cuore delle preoccupazioni della CBD e dei suoi delegati. E, in traslato, alla gente comune.

Se questa natura sia cioè selvaggia, integra, priva di esseri umani. O se, al contrario, la natura selvaggia abbia bisogno di essere ripopolata di persone appartenenti ad etnie in minoranza nei loro stessi Paesi. Non tutti concordano, ad esempio, su come misurare l’effettiva estensione delle “foreste intatte” o delle regioni “last of the wild”. Non c’è unanimità neppure sullo status genetico di questa natura sotto forma di enormi riserve (aree protette e parche nazionali non fa differenza): è opportuno o no spostare intere popolazioni o reintrodurre specie localmente estinte per ridensificare habitat sempre più spogli di grossi mammiferi? 

Imprese all’avanguardia promettono di salvare gli habitat selvaggi attraverso il mercato delle emissioni di carbonio. Se puoi pagare, puoi anche compensare (offsetting) le emissioni di CO2 emesse dal tuo stile di vita, spostando soldi su riserve già esistenti, magari in Africa. Gli avversari di questo business lo considerano solo un modo per spostare in avanti lo scadere del conto alla rovescia implicito nel tardo capitalismo. 

Ridefinire la biodiversità

In sintesi possiamo riassumere le posizioni in campo così: c’è chi è a favore della solitudine della natura e della solitudine umana rispetto alla natura. E c’è chi, muovendosi un po’ a tentoni nella giungla filosofica post marxista, auspica una fine della solitudine e un ritorno alle terre selvagge, una convivenza con gli animali ancora mai pensata, finora estranea alla cultura occidentale.

C’è dunque una spinta teoretica a definire la natura, o quel che ne resta. Un impressionante vuoto circonda infatti la biosfera, lasciata come una cenerentola senza nome e senza statuto in una civiltà che sa come usarla, ma non come interpretarla. Finora abbiamo spiegato le specie animali, ma gli animali non siamo ancora capaci di pensarli. La parte ricca del mondo butta sul tavolo un desiderio di protezione totale (su almeno il 30% del Pianeta), ma la classe di intellettuali conservazionisti di molte nazioni ricche di biodiversità, e pullulanti di baraccopoli, invocano rappresaglie contro il colonialismo ecologista. Niente 30%. Uomini ovunque.

Ma mettere al bando la solitudine degli animali ancora selvaggi rispetto alle comunità umane moderne non è un sinonimo di antropocentrismo, e pure anacronistico?

Oggi tutte le specie sono ormai “human-reliant”. E anche questa, a dirla tutta, è un tipo di solitudine degli esseri umani dinanzi alla natura. Il futuro degli animali, e degli habitat che li ospitano, dipende dalle decisioni che noi sapremo o vorremo prendere nei prossimi decenni. Negli ambienti accademici è diffusa la sensazione che l’intensità dell’impronta ecologica umana sulle specie animali corrisponda ad una riscrittura totale e irreversibile dell’albero della vita: “a milioni di anni da oggi la nostra specie potrebbe anche essere estinta. E tuttavia, i microbi, le piante e gli animali che, dopo la nostra dipartita, comporranno quel mondo discenderanno da quelle specie che saranno sopravvissute all’Antropocene. E inoltre, almeno parte del codice genetico che influenzerà la forma, le funzioni fisiologiche e la sopravvivenza di quelle specie potrebbe aver avuto origine dall’immaginazione degli uomini che sono vivi oggi. In un mondo in cui, ormai, possiamo ingegnerizzare la vita così come progettiamo i grattacieli, siamo vincolati più alla nostra immaginazione che alle nostre effettive capacità di azione”. 

Coloro che si preoccupano per la sesta estinzione di massa ritengono che anche un Pianeta spopolato di animali sia intriso di solitudine.

Il secolo breve della biodiversità

La sesta estinzione di massa è una misura dell’impoverimento biologico del Pianeta. Ma è una categoria di lettura dello stato di salute del mondo relativamente recente. Del pari di molti altri modelli di interpretazione delle condizioni ecologiche del XXI secolo, anche la sesta estinzione di massa ha avuto una storia e una gestazione, nate negli uffici dei ricercatori, dei Phd e delle organizzazioni non governative. Ed è stata una storia molto veloce. 

Il Novecento non è il “secolo breve” solo per il numero di dittature fratricide, guerre totali e genocidi compiuti da nazioni culturalmente e tecnologicamente avanzate. Il ventesimo secolo è anche il periodo in cui sono bastati 50 anni per capire che gli esseri umani avevano impresso al resto degli organismi viventi un ridimensionamento senza precedenti. Questo è “l’uomo misura di tutte le cose in senso veramente imperialista”, come disse Jean Beaufret parafrasando il famoso detto di Protagora e le convinzioni di Cartesio. Per Beaufret, il pensiero degli Europei moderni del ‘900 è una “riduzione”. Gli organismi viventi finiscono cioè nella estrema lontananza di un campo visivo che li riconosce solo in quanto utili al calcolo della ragione strumentale.

Cogliere la rapidità eccezionale dell’intervallo intercorso tra il riconoscimento di una condizione globale impensabile nell’Ottocento e la sua cooptazione politica nelle ideologie ambientaliste è decisivo. Soltanto così comprendiamo l’inerzia del pensiero comune, civile, a capire l’enormità di quanto accade sotto i nostri occhi. In qualche modo, siamo all’anno zero nella decifrazione della sesta estinzione di massa. E mentre la biologia evolutiva e la biologia della conservazione raccolgono dati in tempo reale sulla evaporazione delle faune del Pianeta, la lentezza fisiologica nell’accumulo di conoscenza offre gioco facile all’ignavia e al nichilismo. 

Da quando abbiamo cominciato a sentirci soli di fronte al mondo naturale, sino alla decisione di fare di questa solitudine un problema scientifico sono passati 80 anni. Cos’è successo nel frattempo e come siamo arrivati a definire la sesta estinzione di massa la crisi globale più pericolosa per la sopravvivenza della civiltà umana?

L’angoscia del Novecento

All’inizio del Novecento cominciava a diffondersi una certa inquietudine per il destino degli animali. La grandiosa civiltà umana moderna pareva avesse più di una colpa nel progressivo ritiro della natura. È la ciminiera delle filande a proiettare sui boschi e sulle terre vergini della frontiera un’aura di sollievo e conforto. Negli Stati Uniti e anche in Europa. La temperie di cupo pessimismo naturalista andava di pari passo con l’affermazione della teoria dell’evoluzione di Darwin e una crescente consapevolezza sulla “mobilità interna” dei processi naturali. Lo American Committee for International Wildlife Protection faceva allora i primi sforzi per “documentare il fenomeno dell’estinzione”. E tuttavia l’attenzione era concentrata sulle singole specie, prese una per una: “non sui tassi di estinzione e certamente non sul declino delle popolazioni come precursore di estinzione”.

Il sentimento comune, nella ricca borghesia colta del Nord del mondo, era più o meno questo: “la conquista della natura per mano umana porta con sé una responsabilità morale nell’assicurare la sopravvivenza delle forme di vita minacciate”.

Nell’intermezzo tra le due Guerre mondiali, l’intero modo di pensare la natura era in fermento, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Già nel 1903, venne costituita in Inghilterra la Society for the preservation of the wild fauna of the Empire, che ebbe un ruolo centrale nella elaborazione del concetto di riserva in Africa. Occorsero poi trenta anni perché, nel 1933, fosse firmata la cosiddetta London Convention, la cui dicitura completa è Convention Relative to the Preservation of Fauna and Flora in their Natural State. La convenzione forniva supporto giuridico all’istituzione di numerosi parchi nazionali e santuari per gli animali selvatici in Africa. Isolare gli animali, relegarli in una solitudine dorata. 

È importante riconoscere che questi discorsi imperialisti nascondono, tutti, un sottofondo di angoscia. L’angoscia non è solo un soggetto politico. É una figura psicologica del vuoto. La civiltà europea trionfante, a Londra come a New York, cova nel suo non-detto, nel suo inconscio, uno stupore impotente dinanzi ai propri successi. Si conosce sempre meno man mano che le sue imprese vanno affermandosi sul mondo naturale. Questa angoscia non verrà mai elaborata, anzi, prenderà una nuova forma nel discorso sull’estinzione delle specie.

La nascita della IUCN

Il secondo dopoguerra era pronto per una presa di posizione matura sul declino della natura, soprattutto in Africa, dove decenni di caccia per mano coloniale avevano imposto in certe regioni, come il Kenya, il Congo e il Sudafrica, un calo pauroso nei numeri dei grossi mammiferi. 

Era il 1948 quando il biologo britannico Julian Huxley, insieme ad altri eminenti colleghi,  fondò la IUCN, l’Organizzazione Internazionale per la Protezione della Natura. La nascita della IUCN è un momento epocale. Per motivare la conservazione di certi habitat bisogna fornire prove che gli ecosistemi siano in pericolo. E cioè numeri nudi e crudi che dimostrino che gli animali stanno effettivamente diminuendo. I fondatori della IUCN lo sapevano bene e fecero qualcosa che, oggi, viene aspramente criticato, ma che, 70 anni fa, fu invece un passaggio cruciale per impiantare su solide basi scientifiche il discorso moderno sulla biosfera. Crearono un database

“Allora, non c’era una sola fonte di informazione sulle specie del Pianeta e le informazioni disponibili erano sparpagliate in raccolte in giro per il mondo”, scrive Michelle Nijhuis. Si cominciò con 14 specie di mammiferi e 13 di uccelli su cui si sapeva almeno qualcosa, e cioè che erano molto pochi. A partire dal 1963 la IUCN Red List cominciò sistematicamente a raccogliere i “profili” delle specie minacciate. Il primo “Red book” delle specie minacciate fu quindi pubblicato nel 1960: includeva i nomi di 135 specie di mammiferi. 

La Red List è oggi il punto di riferimento assoluto per capire lo stato di salute di una specie, e per capirlo con dei parametri temporali. Non solo, infatti, i profili di migliaia di specie vengono aggiornati periodicamente (gli assessment). Il database ha classificato le specie in base al rischio di estinzione considerato a partire dal 1500, cioè dall’inizio della globalizzazione oceanica della civiltà europea. Questo punto di inizio nella valutazione della perdita di specie animali ha quindi anche un significato storico. Inscrive la questione dell’estinzione nell’affermarsi di una certa cultura economica e di una ben precisa civiltà, con i suoi apparati simbolici e mitologici. La solitudine umana dinanzi alla natura appare così come una traiettoria, un percorso maturato in seno allo sguardo europeo sul mondo. Uno sguardo che da subito tende a privilegiare la funzionalità degli esseri viventi piuttosto che la loro presenza ontologica sulla scena del mondo.

Una crisi latente

Negli anni ’60 mancava però ancora una cornice più generale in cui far affluire i dati sempre più abbondanti su alcuni particolari ecosistemi (ad esempio le savane orientali africane e le foreste tropicali umide dell’Indonesia e del Borneo). Era chiaro che per un gruppo almeno di eminenti ecologi occorresse senza esitazione discutere pubblicamente di una crisi latente, ma pervasiva, nel lussureggiante patrimonio di specie animali e vegetali che l’umanità moderna aveva ricevuto in eredità da milioni di anni di evoluzione. 

Per la mente brillante di Norman Myers, docente a Oxford, non era eccessivo ricorrere anche al linguaggio biblico. Nel 1979 uscì il suo libro The Sinking Ark: a New Look at the Problem of disappearing species”. Per la prima volta Myers tentava di definire con una metodologia attendibile i tassi di estinzione delle specie.

Diventava insomma importante calcolare la velocità con cui le specie sparivano, per trovare delle soluzioni. Suona incredibile, eppure “prima degli anni ’60, la frammentazione degli habitat non era considerata una questione centrale della conservazione, perché la perdita di specie in frammenti isolati capitava nel corso del tempo ed era un fenomeno ovvio se osservato retrospettivamente”. 

Nasce la biologia della conservazione

Fu così che tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 prese consistenza una disciplina a sé, la “conservation biology”. Nel 1979, la Università di San Diego ospitò il primo convegno di biologia della conservazione. Nel 1986 venne fondata sempre negli Stati Uniti la Society for Conservation Biology e l’anno successivo uscì la prima edizione della prestigiosa CONSERVATION BIOLOGY. Chi ha qualcosa da dire sugli animali ancora oggi pubblica qui. Tra i fondatori della Society c’erano Edward O.Wilson, Michael Soulé, Paul Ehrlich e Ernst Mayr. 

La natura, dunque, andava protetta e preservata. Lontana e isolata dalla vita moderna, continuava tuttavia ad essere per noi umani un termine di paragone per il disagio della nostra civiltà. Ma stavolta la solitudine nei confronti del mondo naturale scivolava nella politica applicata. 

Claire Fieseler ha ricostruito su VOX i momenti decisivi della nascita della “conservation biology” negli anni ’80. Proprio come oggi, anche allora evocare una estinzione di massa innescava uno tsunami emotivo nel pubblico, nei lettori dei giornali e nei laboratori. Secondo Fieseler,  lo stesso termine “biodiversità” risponde alle logiche intrinseche di un movimento accademico motivato a imporre i danni inflitti alle comunità animali del Pianeta sul ponte di comando della cultura ambientalista globale sul finire del XX secolo. La natura, insomma, aveva bisogno della politica.

Nel 1986 lo Smithsonian di Washington DC (una sorta di tempio laico per la sua enorme importanza nello studio della vita sulla Terra) ospitò un convegno sulla “BioDiversity” (scritto così), a cui parteciparono Jared Diamond e E.O.Wilson. I due, definitisi “Club of Earth” tennero una conferenza stampa in cui affermarono che la perdita di biodiversità era la seconda più grande minaccia alla civiltà umana dopo la guerra nucleare. Quello che doveva essere un forum scientifico per addetti ai lavori, scrive Fieseler, finì sui giornali, che se ne occuparono con una energia mai vista prima, compresi il NyTimes e il The Washington Post. Da qui in avanti, “l’idea di biodiversità prese a diffondersi fuori degli stretti confini della scienza. Raggiunse tutto il mondo”. Con effetti da star system: “‘paragonerei al fenomeno Madonna l’affermazione della biodiversità sul mercato’, ha detto Stuart Pimm”. Pimm è un altro mostro sacro, ormai settantenne, dell’ecologia mondiale, il che è tutto dire. Questa “popolarizzazione” del termine biodiversità contribuì a costruire attorno alla natura un racconto spendibile sui media. 

E i giorni erano propizi, visto che nel 1992 i fari si accesero sull’unico evento davvero spettacolare tenutosi finora sullo stato di salute del Pianeta: lo Earth Summit di Rio de Janeiro. Coerente con tutto il resto, con l’esordio della Convezione Mondiale sulla Biodiversità (CBD) e la Convenzione Mondiale sul Clima (UNFCCC) era quindi il libro di Richard Leakey e Richard Lewin The Sixth Extinction: biodiversity and its Survival (1995).

Preservare l’evoluzione biologica

La grande svolta impressa dalla biologia della conservazione agli studi sul declino delle faune consiste nell’aver reso centrale la misurazione dei tassi di estinzione. “Dopo il 1960 gli sforzi per stimare i tassi di estinzione sono stati molti più sofisticati. In linea generale essi rientravano in due grandi gruppi: uno confrontava gli attuali tassi di estinzione con un “normale” tasso di estinzione di sfondo (background extinction rate). Il secondo si concentrava sulla riduzione dell’habitat ed esaminava questa condizione attraverso analisi sulla riduzione delle aree naturali e  la relazione tra la presenza di specie e l’area in cui si trovavano. Entrambi questi approcci lavorano soprattutto sui vertebrati perché sono i gruppi di animali meglio conosciuti”.

Chi nega le dimensioni del disastro ecologico sulle specie animali, ad esempio, non esita ad attaccare le metodologie di misurazione delle terre selvagge e i criteri di assegnazione dello stato di “minacciato di estinzione” applicati agli animali. Per questi ecologi un habitat selvaggio è una astrazione. Costruita sul nostro bisogno di immaginare gli animali in solitudine, al riparo da noi. 

In realtà, i limiti intrinseci di queste elaborazioni matematico-statistiche dovrebbero indurci a pensare che la situazione complessiva potrebbe essere addirittura sottostimata. Nonostante il pur impressionante allarme lanciato nel 2017 da Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo, che parlarono di “annichilimento biologico attraverso la sesta estinzione di massa”.

La solitudine è l’interruzione di ogni altra opzione possibile eccetto la prigione di se stessi. 

Perciò la grande domanda del nostro presente è, sostiene Paul Ehrlich, decidere “quanti sforzi sono necessari o meno dal punto di vista etico per  preservare le opzioni dell’evoluzione biologica”. Sesta estinzione, infatti, significa assottigliamento del numero delle specie fino a rendere impossibile la selezione naturale e quindi l’emergere di nuove specie. La dipendenza della natura dalle nostre scelte (attenzione: scelte, prima ancora che decisioni) rimodella la qualità della solitudine che ci siamo imposti. È una solitudine che prende in ostaggio le caratteristiche intrinseche dei processi di evoluzione delle specie.

Chi si occupa dei limiti del Pianeta, e delle soglie di non ritorno, preferisce intendere la biodiversità come “banca di informazioni”. La quantità di specie animali rimaste è il “potenziale per la vita”, il materiale grezzo con cui la vita organica può continuare a interagire con ogni componente chimica e fisica del sistema terrestre. Producendo così la stabilità climatica e biologica di cui abbiamo goduto durante l’Olocene: “la diversità genetica fornisce la capacità di lungo periodo della biosfera di resistere a di adattarsi al cambiamento biotico”.

Come ha scritto il fotografo Fabrice Monteiro, che ha ritratto la Terra come un demone-antenato che emerge da una montagna di plastica e spazzatura in una discarica del Senegal: “è soltanto perché vediamo noi stessi come una cosa a parte rispetto al mondo naturale, o addirittura superiore ad esso, che continuiamo a trattare la natura in questo modo”, ha detto il fotografo Fabrice Monteiro. “Oggi la gente parla di Antropocene: un termine geologico per un’epoca in cui la natura è stata cambiata dagli uomini sin dalle fondamenta. Ma questa parola suggerisce che l’umanità intera, e non lo specifico sistema capitalistico che abbiamo inventato, sia il problema. Non è così. Questo sistema è il problema ed è questo sistema ciò contro cui dobbiamo batterci”.

La storia della sesta estinzione di massa finisce così là dove era cominciata. Gli uomini di inizio Novecento, protagonisti della rivoluzione industriale, avvertirono una straziante solitudine nel baratro che avevano scavato tra i propri bisogni e le forme di vita che avevano costretto in un angolo per poterli soddisfare. Gli uomini del XXI secolo, invece, hanno a che fare con una solitudine altrettanto lacerante. Spetta a loro decidere che cosa fare della biosfera. Nel peso della scelta essi trovano però la più disturbante delle certezze. Ciò che manca è proprio una nuove idea di biosfera, finora non ancora pensata. Ma abbastanza sconcertante da giustificare l’uscita dal nostro isolamento. 

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La deforestazione decima tutte le 550 specie di uccelli della Colombia

(Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

La deforestazione minaccia tutti gli uccelli della Colombia. Sono 550 specie di uccelli forest-dependent in drastica riduzione numerica. La Colombia è la nazione con la più grande varietà di specie avicole del mondo. La progressiva “evaporazione” degli uccelli della Colombia non riguarda soltanto le specie già classificate come minacciate o a rischio di estinzione, quelle, per intenderci, che corrispondono ai criteri della IUCN Red List.

La crisi di defaunazione è molto più pervasiva, ubiqua e nascosta e coinvolge ogni singola specie delle 550 la cui ecologia è interamente intrecciata con gli equilibri dei biomi colombiani: la foresta tropicale, la foresta sub-andina, la foresta Andina, la foresta a mangrovie e il subaparamo (una vegetazione endemica a piccoli arbusti, licheni e cespugli). Queste le preoccupanti conclusioni di un censimento appena pubblicato su BIOLOGICAL CONSERVATION (Deforestation and bird habitat loss in Colombia). 

“La deforestazione tropicale è spesso descritta in termini di territorio perduto o dei suoi impatti sulle specie di alto profilo. Noi abbiamo invece esaminato l’impatto della passata e probabilmente futura deforestazione sull’estinzione dell’habitat dell’intero assemblage di uccelli forest-dependent”, spiegano gli autori. “A partire dal 2015, delle 550 specie che dipendono dalla foresta quasi tutte (536, ossia il 96.5%) hanno perso habitat e il 18% ne ha perso il 50%”.

Per definire la portata del collasso è stato usato il Loss Index, un indicatore matematico che permette di misurare gli effetti combinati della rimozione di tutte le specie di un determinato gruppo all’interno di un certo habitat, e non soltanto di quelle già classificate su una scala di rischio di estinzione. I risultati sono sconcertanti: “il Loss Index per la Colombia è 35, il che significa che il 35% delle specie di uccelli hanno già perso almeno il 35% del loro habitat”.

Le prospettive non sono certo incoraggianti per i decenni a venire. Continuando sugli attuali tassi di deforestazione, il Loss Index della Colombia potrebbe assestarsi sul 43% entro il 2040. E il 30% delle specie che è verosimile perderà la metà del proprio habitat non rientra in nessuna delle categorie della Red List. Sono cioè specie di uccelli considerate, ad oggi, abbastanza numerose numericamente da non aver bisogno di un livello di protezione giuridica: “questo suggerisce che ci sono molte specie non listate che però fronteggiano una imminente minaccia di estinzione coerente con la perdita di habitat”.

Le conseguenze di una defaunazione lenta e pervasiva di questo tipo coinvolgono l’intera funzionalità ecosistemica. Come a dire che in Colombia è in corso una crisi silenziosa, che tra 30 anni sarà visibile su scale ecologiche multiple: l’impollinazione delle specie di alberi della foresta tropicale, la conseguenze capacità di stoccaggio del carbonio, le ricadute trofiche sulle specie di vertebrati e invertebrati. 

( Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

L’importanza dello studio sta proprio in questo: “le misurazioni che vanno al di là del semplice conteggio di ettari perduti e della ricchezza di specie di un habitat sono necessarie per definire una fotografia attendibile delle implicazioni per tutti i gruppi di specie e in particolare per gli insiemi di gruppi che sono di interesse per la conservazione, come ad esempio le specie endemiche e i gruppi funzionali”. 

Questo significa guardare alla deforestazione con uno sguardo olistico. Spiega Pablo Negret Torres della University of Queensland, School of Earth and Environmental Sciences, co-autore della ricerca: “sappiamo che la deforestazione affligge migliaia di specie in questi ecosistemi, però la nostra attenzione è di solito focalizzata su una piccola frazione di esse, ossia le specie carismatiche e già minacciate. Questo studio, invece, offre dati su specie che si pensava fossero ancora abbondanti e che, invece, stanno di fatto diminuendo.

La speranza è che questo possa accendere una luce su di loro e che la minaccia possa essere presa in considerazione prima del crollo. Se non agiamo molte specie una volta diffuse finiranno estinte. La metodologia impiegata qui e le tecnologie che le stanno dietro ci consentono sin da ora di identificare i luoghi in cui verrà perso più habitat in futuro. Questo significa che possiamo fissare sulla carta i posti in cui le specie minacciate non avranno più habitat e fissare delle priorità per la loro protezione. In un Paese la cui diversità di uccelli è così in pericolo, sarebbe un bel vantaggio”.

La ricerca affronta infatti anche la questione di quali strategie mettere in campo per arginare la crisi. Servirebbe in Colombia una tassazione proporzionale all’estensione e al “potenziale produttivo” delle grandi proprietà, che favorisca i piccoli proprietari e li incentivi a lavorare su produzioni con un alto valore di biodiversità, come ad esempio la frutta locale endemica del Paese. “L’accaparramento della terra e le diseguaglianze sociali, l’allevamento del bestiame nei ranch, sono tutti fattori di deforestazione in Colombia, così come in tutta l’America Latina.

C’è bisogno di una maggiore pressione da parte della società civile per rendere i governi responsabili del tracciamento dei prodotti che generano maggiore perdita di foresta a monte, alle frontiere delle pratiche di deforestazione”, aggiunge Negret Torres. “e questo è il caso delle mandrie nei ranch e delle coltivazioni di cash crop, come la palma da olio. Chi genera deforestazione dovrebbe essere sottoposto ad un regime di tasse che coinvolge direttamente i produttori”. 

La deforestazione in Colombia è una minaccia di estinzione per specie di uccelli non ancora in Red List
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Il collasso della biosfera è sottovalutato. Anche dagli esperti.

Home » Estinzione

L’impronta ecologica umana sulle specie animali ha raggiunto una intensità senza precedenti. Ma questo non significa che attorno alla crisi di estinzione ci sia un consenso storico unanime. Secondo il Gruppo di Stanford (i più autorevoli ecologi del mondo che lavorano con Rodolfo Dirzo della Stanford), il collasso della biosfera è sottovalutato. Anche dagli esperti.

La scienza dell’estinzione si è finalmente rivolta, faccia a faccia, al grande pubblico. È questo il senso dell’appello firmato la scorsa settimana dai migliori ecologi del mondo su FRONTIERS (“Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) e di cui abbiamo già parlato. Post verità ed estinzione delle specie non sono più concetti separati.

Basta trasformismi psicologici, autoinganni romantici, devolution e deregulation di responsabilità. E soprattutto basta con la post-verità applicata alla contemporanea condizione del nostro Pianeta nel secondo anno della pandemia. 

Perché Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future dice infatti ciò che qui abbiamo ripetuto centinaia di volte durante il primo anno della pandemia: la catastrofe ecologica è una condizione esistenziale collettiva, le cui soluzioni (faticosissime e ipotetiche) richiedono sacrifici drastici da conteggiare sull’intero apparato mentale e materiale della nostra idea di vita.

Demografia fuori controllo, consumismo spietato, stili alimentari gourmet sempre e comunque sono tutti vizi di cui soffriamo indistintamente, e che di fatto non ci siamo mai potuti permettere.

Purtroppo, l’indifferenza e l’ignavia di massa di fronte a questo disastro, che continuiamo a non voler vedere, ha le medesime radici della nostra affiliazione intima con la post-verità, quel costrutto di invenzioni manipolatorie auto-assolutorie che negli ultimi 5 anni ha funzionato a pieno regime nell’arena politica.

Le vicende politiche degli ultimi anni indicano fin troppo bene che la post verità è ormai un atteggiamento psicologico di massa, molto più pervasivo di quanto prima supposto. Il collasso della biosfera è sottovalutato, e ciò non sorprende, per gli stessi motivi.

Ma che lavora nel tessuto interstiziale stesso della nostra civiltà globale. Lo ha spiegato lo storico di Yale (e fellow del viennese Institut fuer die Wissenschaften von Menschen) Timothy Snyder in un saggio must-read sul trumpismo, pubblicato il 9 gennaio su NyTimes: “Quando noi cediamo sulla verità, concediamo potere a coloro che sono dotati di sufficiente ricchezza e carisma per creare, al suo posto, il puro spettacolo”.

“In assenza di un accordo condiviso su alcuni fatti fondamentali, i cittadini non riescono a formare una società civile, che consentirebbe loro di difendersi. Se poi perdiamo anche le istituzioni che producono fatti che hanno attinenza con le nostre vite, allora tendiamo ad indulgere in astrazioni astratte e nella finzione”. 

È questa la situazione umana che il gruppo di Stanford, allargato stavolta a colleghi dal curriculum altrettanto brillante come William Ripple, un esperto di grandi carnivori e di meta-popolazioni, ha denunciato con l’appello pubblicato da FRONTIERS.

La nostra post-verità è insistere nel considerare i dati scientifici come esagerazioni degli ambientalisti, scenari di là da venire, astrazioni ipotetiche non del tutto credibili.

Atteggiamento mentale nutrito da una stampa compiacente, di destra e di sinistra, che inocula nell’opinione pubblica seducenti pillole zuccherate sui miracoli della transizione energetica, delle crocchette vegane e della circular economy. Dire una mezza verità serve a disinnescare la verità, a rafforzare il consenso nei confronti dei partiti conservatori e delle élite, a scoraggiare la nascita di un dissenso prima di tutto interiore e psicologico. 

Ed è per questo che credo valga la pena riprendere l’argomento proposto dal Gruppo di Stanford. 

Paul Ehrlich ha segnalato su Twitter una lunga intervista sulla piattaforme indipendente POLITIKAPOLITIKA.COM rilasciata dal suo collega, anche lui autore cofirmatario del paper, Dan Blumstein, del dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva della UCLA. 

Ecco alcune delle riflessioni di Blumstein, che, non fa male ripeterlo, hanno un valore politico, che si ripercuote sulla tenuta delle nostre democrazie e sul modo in cui le nostre società esauste e impoverite reggeranno l’urto nei prossimi decenni. 

“La maggior parte di noi – gli autori del paper – sono scienziati della biodiversità. Ci siamo resi conto che ci sono parecchie cose che vanno nella direzione sbagliata. C’è un movimento consistente nel mondo della conservazione e della scienza sul campo, e anche nella sostenibilità, che incoraggia le persone a dire, le cose vanno male, ma possiamo fare qualcosa. Mi dispiace, ma diventare vegetariano non risolverà questo problema. Dovremmo tutti mangiare meno carne”.

“Volare di meno non risolverà il problema, dovremmo tutti volare di meno, fino a che non avremo a disposizione delle alternative. Le cose che ci fanno sentire bene, su cui abbiamo un controllo personale, non potranno risolvere l’enormità del problema. Dobbiamo ammettere che questa è una crisi esistenziale. Questo paper è partito come uno studio piuttosto diverso dal solito, perché ha enfatizzato la reticenza scientifica. Per dirla altrimenti, la casa sta bruciando. Possiamo anche stare a guardare, ma la casa brucia lo stesso”. 

“Possono anche dirci che siamo degli spacciatori di paura, ma possiamo anche dirla in un altro modo: è questa o no, la realtà che abbiamo davanti? Abbiamo citato 150 studi che documentano in una varietà di ambiti le sfide che fronteggiamo. Questo è spacciare paura? Per come la vedo io questo paper dice come stanno le cose, i fatti. Fate ciò che volete con i fatti. Ma questi sono i fatti. Anche se incutono paura”. 

“Mangiamo una infinità di specie selvatiche e il COVID è niente in confronto a ciò che è possibile. I film apocalittici in cui si vede la trasmissione aerea del virus – che il COVID possiede e in cui potrebbe anche migliorare, che per ora non è così buona. Ebbene, ci sono virus ancora più letali. Il COVID non è fatale tanto quanto potrebbero esserlo le pandemie del futuro”.

Personalmente ritengo il COVID una goccia nell’oceano in confronto alla minaccia pandemica che sta sopra le nostre teste. La minaccia pandemica è in cima alla lista dei killer di intere civiltà. Penso che stiamo dimostrando un bel po’ di hybris a credere che viviamo ormai oltre le malattie”.

“Esaminiamo la storia. Le malattie sono state un vasto regolatore della popolazione. Non mi auguro certo che tutti muoiano sulla Terra per via di una malattia. Vorrei, però, che la popolazione umana diminuisse grazie ad una maggiore valorizzazione delle donne con l’educazione e il controllo delle nascite”. 

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La biosfera corre rischi molto peggiori di quanto si creda, avvertono i più autorevoli top-ecologist

Il collasso ecologico è sottostimato. A  dirlo il paper uscito su FRONTIERSIN Underestimating the Challenges of a Avoiding a Ghastly Future.
Photo Credit: Diego Sandoval

Il collasso ecologico è sottostimato. Le evidenze scientifiche sono chiarissime, la crisi di estinzione è decisamente più preoccupante di quanto società civile e politica suppongano. Ma anche parte del mondo scientifico stenta a comprendere quanto pericolosa sia la attuale condizione biologica del Pianeta. L’espansione umana è inarrestabile ed ormai erode le fondamenta della civiltà.

Così esordiscono in un paper uscito mercoledì scorso sulla piattaforma FRONTIERS ( “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) un gruppo di 70 top-ecologist. Tra questi, ancora una volta, Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple. Sono loro i massimi esperti della crisi di estinzione nota al pubblico come “sesta estinzione di massa”.

Le pubblicazioni di questi autori – il Gruppo di Stanford – sono i contributi più lucidi sui numeri del destino della biosfera. E soprattutto sulle connessioni tra cultura, modernità ed estinzione. Il collasso ecologico è sottostimato perché non siamo in grado di comprendere fino in fondo come la nostra cultura produca l’estinzione.

Nel 2014 Rodolfo Dirzo ha rivoluzionato gli studi sulla crisi di estinzione pubblicando su SCIENCE i dati più aggiornati sulla defaunazione, ossia la scomparsa di migliaia di popolazioni di vertebrati appartenenti a specie che stanno letteralmente “evaporando” dalla biosfera.

Stavolta, il paper del Gruppo non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo.

Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” è quindi molto più dell’ennesima lettera aperta al mondo scientifico e all’opinione pubblica: è una presa di posizione, un appello civile e politico. Una denuncia che starebbe altrettanto bene nelle aule parlamentari delle nazioni dell’emisfero nord del Pianeta. 

Inerzia collettiva

Il collasso biologico e l’estinzione delle specie animali, ancora oggi, è considerato e trattato come una notizia di contorno, un riempitivo da un paio di minuti, dagli esiti lontani e tutto sommato improbabili. La crisi di estinzione è percepita come uno scenario da science-fiction.

Nondimeno, “la scala delle minacce alla biosfera e ad ogni forma di vita, inclusa l’umanità, è nei fatti così grande che è difficile coglierne la misura anche per gli esperti molto bene informati (…). Abbiamo orientato la nostra attenzione in modo particolare sulla mancanza di percezione e di valutazione delle enormi sfide poste dalla creazione di un futuro sostenibile”.

“La scienza che sta a fondamento di queste questioni è solida, ma la consapevolezza debole. Eppure, senza una valutazione comprensiva e una informazione diffusa sulla scala dei problemi e della enormità delle soluzioni richieste, la società fallirà nel raggiungere anche i più modesti obiettivi di sostenibilità”. 

Nonostante la nostra disponibilità psicologica a dimenticarci in dieci minuti del fatidico overshooting day, il giorno in cui le risorse naturali del Pianeta sono in passivo rispetto alla fame del nostro prelievo di materia organica (animali, combustibili fossili, minerali, cereali, acqua) “la scelta è tra uscire dall’overshoot in modo programmato o attraverso il disastro – scrivono gli autori – perché che si arrivi ad una risoluzione dell’overshooting è inevitabile, in un modo o nell’altro”.

Il collasso ecologico è sottostimato anche dal punto di vista politico. L’inevitabile confronto con la verità che ci attende è un detonatore di instabilità sociale su scale ancora sconosciute.

E dovremmo cominciare a riflettere, avvertono sugli autori, anche su questo fatto ormai incontestabile: “la severità degli impegni richiesti ad ogni Paese per raggiungere minime riduzioni nei consumi e nelle emissioni porterà inevitabilmente ad una condanna da parte del pubblico e ad ulteriori irrigidimenti ideologici, soprattutto perché la minaccia di sacrifici potenziali sul breve periodo è vista come politicamente inopportuna”. 

L’ottimismo è pericoloso

Per sgombrare il campo da quello che i sociologi chiamano uno “vizio di ottimismo” (optmism bias), ossia un riflesso condizionato di ottimismo di fronte a notizie catastrofiche, spetta ora più che mai “agli esperti di ogni disciplina, che si occupano del futuro della biosfera e del benessere umano, mettere da parte la reticenza, evitare di indorare la pillola delle spaventose e disarmanti sfide che abbiamo di fronte a noi e dire le cose per quelle che sono”.

L’allarme è perentorio: “qualunque altro atteggiamento è fuorviante, nella migliore delle ipotesi, o addirittura, nella peggiore, negligente e potenzialmente letale per l’avventura umana”. 

Lungi dall’essere conclusa, l’espansione umana sul Pianeta procede senza sosta e si è ormai trasformata in una imponente azione di “erosione della fabbrica stessa della civiltà”.

Il motore interno di questa condizione globale è la cultura, che funziona contemporaneamente come un aggregatore e un moltiplicatore di problemi, problemi che sono interrelati e che però continuano ad essere analizzati e studiati separatamente.

“Una diffusa ignoranza del comportamento umano e della natura incrementale dei processi socio-politici che dovrebbero pianificare le soluzioni aggiunge ritardo a ritardo nel procedere con azioni efficaci”.

L’emergere sulla scena politica, negli ultimi 5 anni, di movimenti di destra visceralmente avversi alla domanda ecologista dimostra che la certezza scientifica della intensità della crisi ecologica e della crisi di estinzione, sostengono gli autori, non porterà, in automatico, ad una risposta politica nuova e adeguata. 

“Sin dall’inizio dell’agricoltura attorno agli 11mila anni fa, la biomassa delle vegetazione terrestre è stata dimezzata, con una corrispondente perdita di più del 20% della sua biodiversità originaria: di conseguenza, oltre il 70% della superficie terrestre della Terra è stata alterata da Homo sapiens. Delle stimate 0,17 gigatonellate di biomassa di vertebrati terrestri sulla Terra oggi, la maggior parte è rappresentata dagli animali da allevamento (59%) e dagli esseri umani (36%) e soltanto il 5% di questa biomassa totale è composta di animali selvatici: mammiferi, rettili, uccelli e anfibi” 

Siamo oltre la bio-capacità del Pianeta

Ci troviamo piuttosto nel pieno di un ribaltamento di uno dei concetti centrali dell’ecologia, il density feedback: “quando una popolazione si avvicina alla sua massima capacità di carico ambientale, in media la fitness individuale comincia a declinare (la fitness è la performance ambientale di una specie, ossia il successo con cui un individuo accede alle risorse alimentari, prospera e si riproduce, NDR)”.

“Questo tende a spingere le popolazioni verso l’espressione istantanea di una capacità di carico, che mira a rallentare o invertire la crescita di popolazione. Ma per la maggior parte della sua storia, l’ingenuità umana ha gonfiato la naturale capacità di carico dell’ambiente a nostro vantaggio, sviluppando nuovi modi per accrescere la disponibilità di cibo”. 

“Tramite l’accesso ai combustibili fossili, la nostra specie ha spinto il consumo di beni naturali essenziali e di servizi naturali molto oltre la capacità di carico di lungo periodo, o, più precisamente, della bio-capacità del Pianeta, rendendo così ancora più catastrofico quello che sarà così un inevitabile riaggiustamento dei nostri trend di ipersfruttamento (overshoot), se esso non sarà gestito con intelligenza”.

“Una popolazione umana in crescita non farà che esacerbare queste condizioni, portando ad una competizione ancora più accesa per un pool di risorse sempre più ristretto”. 

Nessuno auspica politiche demografiche di tipo dittatoriale, ma è bene rendersi conto che i trend già avviati proseguiranno nel XXII secolo e che soltanto “istituire politiche fondate sui diritti umani per abbassare comunque la fertilità e smontare i meccanismi del consumo potrebbero attutire gli impatti di questi fenomeni”.

Forse per la prima volta anche nella storia accademica di questi ricercatori, tra gli autori citati a sostegno dello scenario complessivo c’è l’economista Thomas Piketty. Un mondo in obvershooting cronico è un mondo in cui “il sistema economico è sempre più incline a sequestrare la rimanente ricchezza a vantaggio di pochi individui”. 

Mancanza di governance internazionale

A dispetto di facili entusiasmi e di una ingenua propaganda ambientalista, dobbiamo essere consapevoli anche della insufficienza completa degli strumenti di governance internazionale già messi in atto sul fronte caldissimo della crisi di estinzione, del cambiamento climatico e di una relazione con i viventi di tipo non estrattivo.

Gli Obiettivi di Aichi al 2020, ad esempio, “anche se fossero stati raggiunti, sarebbero stati ben lungi dal realizzare ogni sostanziosa riduzione del tasso di estinzione”.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ( SDGs, United Nations Sustainable Development Goals) sono anche loro sulla strada per il fallimento “perché la maggior parte di essi non è stata adeguatamente integrata in una cornice in cui i fattori socio-economici sono interdipendenti gli uni dagli altri”.

E infine, per quanto riguarda il tanto sbandierato Accordo di Parigi per il Clima (2015), “anche ipotizzando che tutti i firmatari, di fatto, procedano a ratificare i loro impegni (prospettiva molto dubbia), il riscaldamento previsto raggiungerebbe comunque i 2.6-3.1 °C entro il 2100”. 

Non sembra che le prospettive siano migliori per il summit di Kunming del prossimo ottobre, che dovrebbe ridisegnare la cornice internazionale delle conservazione con un nuovo accordo storico. Kunming dovrebbe definire una strategia globale contro la crisi di estinzione. Una prospettiva che a non pochi osservatori pare avvolta nella nebbia dell’incertezza.

Il collasso ecologico costringe a fare i conti anche con le nostre illusioni economiche. La gravità della situazione impone di “abolire il paradigma della crescita perpetua” e di imporre cambiamenti fondamentali al capitalismo globale. Ma questo “porterà per forza a conversazioni non facili sulla crescita demografica umana e sulla necessità di venire a patti con standard di vita più equi”. 

Fonte: Bradshaw CJA, Ehrlich PR, Beattie A, Ceballos G, Crist E, Diamond J, Dirzo R, Ehrlich AH, Harte J, Harte ME, Pyke G, Raven PH, Ripple WJ, Saltré F, Turnbull C, Wackernagel M and Blumstein DT (2021) Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future. Front. Conserv. Sci. 1:615419. doi: 10.3389/fcosc.2020.615419 

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Telmo Pievani: serve un ecologismo umanista

Telmo Pievani: serve un ecologismo umanista.

Home » Estinzione

Telmo Pievani lo dice apertamente: serve un ecologismo umanista. La gravità della crisi di estinzione ci obbliga a ripensare il modo in cui, finora, abbiamo pensato di proteggere le specie e i loro habitat. Bisogna riformulare i termini del ragionamento e imparare a interpretare la nostra identità evolutiva.

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo.

Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere.

Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni.

Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto.

Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili.

Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri.

Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura.

Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo.

Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline.

Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970.

Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali.

Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti.

Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino.

Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema.

La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo.

Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico.

E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo.

Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi.

Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia.

Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva.

Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono.

Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo.

Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente.

Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%.

Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze.

È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva.

Ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa.

La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv.

Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi.

Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi.

Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’.

La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

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Un nuovo indice-soglia per le estinzioni?

Un nuovo indice-soglia per le estinzioni? Alcuni ricercatori pensano serva fissare un limite valido per tutti i maggiori gruppi di organismi.
Home » Estinzione

Un nuovo indice-soglia per le estinzioni? Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questi ricercatori pensano dunque che per arginare il crollo della biodiversità possa essere utile fissare un numero minimo di specie che potremmo “permetterci” di perdere rimanendo dentro una soglia di sicurezza. Un biodiversity target, insomma.

Il nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”.

La proposta scientifica arriva nel pieno della confusione internazionale attorno alla crisi della biodiversità.

Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010.

Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Il nuovo target

Il nuovo target dovrebbe essere il numero 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni.

Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”.

Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie.

Ma ha davvero senso fissare un nuovo indice-soglia?

L’urgenza del momento è senz’altro immensa. Lo ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi. Studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito, insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione.

Secondo l’impostazione del “gruppo di Stanford”, quindi, un unico numero che riassuma un indice di defaunazione accettabile non rispecchia gli effetti complessivi della perdita anche di una sola popolazione sui risultati finali dei processi di estinzione. Molto più utile ragionare sull’effetto domino

Effetto domino

L’effetto domino a cascata è infatti uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa.

Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace. 

Ancora oggi non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia sta la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi.

Per questo motivo, già nel 2015, quando la comunità scientifica accettò l’evidenza della sesta estinzione di massa, il paleontologo Anthony Barnovksy, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich sottolinearono che l’assenza di molti dati su moltissime specie potrebbe aver indotto anche le stime più pessimistiche ad una sottovalutazione delle estinzioni in corso.

Anche Edward O. Wilson, sempre nel 2015, ha pesantemente criticato la prospettiva della “sostenibilità ambientale” per gli stessi motivi.

“Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive Wilson in Half Earth.

E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Uscire dal vincolo del profitto

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo.

Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche.

Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa.

Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Quali specie conservare?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”.

Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta.

Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera possa essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che riduce la biodiversità a pura burocrazia.

In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?

L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

Il razzismo ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ecco perché l'estinzione e la schiavitù sono un trauma globale.
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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale.

Questa è anche la ragione per cui entrambi i problemi sono profondamente interrelati da un lato con le caratteristiche uniche del pensiero europeo, e, dall’altro, con la performance ambientale dei Sapiens. Per come quest’ultima è andata esprimendosi nella cultura europea e nel suo atteggiamento verso il resto del mondo.

Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto.

Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia.

Estinzione come trauma storico

La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa.

Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo.

Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’eredità culturale della schiavitù

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana.

A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi.

La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima o da Colson Whitehead in La ferrovia sotterranea sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”.

Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù.

Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana.

Genocidio di specie animali e genocidio di popoli

In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni.

Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali.

Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo.

Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.

Naturalisti e mercanti di schiavi

Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi.

Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud.

I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo.

Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”.

Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation.

Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi.

Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione.

Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

Molecole disperse nell’Atlantico

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo.

In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica.

Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge.

“Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere.

Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo.

Reclama di continuo il suo posto nel presente.

La coscienza sporca dell’Europa

Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi.

Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione.

Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi.

Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

Photo Credit: Kureng Workx

La sesta estinzione sta accelerando

La sesta estinzione sta accelerando. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction).
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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. La sesta estinzione sta accelerando. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction).

Il paper segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050.

Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

“L’estinzione nutre l’estinzione”

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto.

Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa.

Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

La sesta estinzione è insomma più veloce del previsto. Ma anche più profonda, un fenomeno in cui sono al lavoro sinergie complesse nella funzionalità stessa degli ecosistemi.

L’importanza delle popolazioni animali

Siamo abituati a concentrare la nostra attenzione sulle singole specie. In realtà la ricerca scientifica sta virando decisamente verso uno sguardo “per popolazioni”.

Perché, allora, ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane.

Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”.

È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Zombi ecologici

L’annichilamento biologico del Pianeta è dunque il nostro contesto storico attuale.

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”.

Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile.

L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

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