Le cause della sesta estinzione sono sociali, economiche e culturali. E per questo interdipendenti dalle impressionanti diseguaglianze tra il Nord e il Sud globale. I Paesi ricchi sono responsabili della perdita di habitat delle specie oltre i loro confini. Lo conferma, di nuovo, una ricerca pubblicata da NATURE (“Global biodiversity loss outsourced deforestation”),  che si concentra sul modo in cui i danni sulla biodiversità (in particolare, sulle specie di vertebrati dipendenti da foreste) vengono esternalizzati sui Paesi del Sud Globale importando beni che implicano deforestazione. Un debito di estinzione scaricato sulle periferie del Mondo. Anche quando questi stessi Paesi sono più virtuosi a casa propria.  Dal momento che la perdita di habitat è il principale fattore di estinzione delle specie animali, la correlazione tra PIL e deforestazione “potrebbe essere usata per costruire ipotesi sulla distribuzione della biodiversità che andrà persa in futuro, se manteniamo costanti le proiezioni di una crescita economica continua sia nei Paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo”. Questo studio di sintesi fa il punto su due aspetti essenziali della crisi di estinzione, lavorando sul periodo 2001-2015. Il primo è l’attenzione riservata alla disintegrazione degli ecosistemi su pressione economica, ossia all’impronta geografica delle maggiori economie moderne (ai primi 4 posti stanno Stati Uniti, Germania, Francia Cina, Giappone – “international contributions to global forest biodiversity loss”). Il secondo riguarda invece le cause socio-culturali dell’estinzione della biodiversità, rintracciabili dentro i modelli economici e le loro giustificazioni politiche. 

Il ruolo centrale spetta ai cosiddetti “cash crop”, ossia coltivazioni di prodotti agricoli interamente finalizzate alla esportazione. Un esempio impressionante è la deforestazione in Madagascar trainata dalla coltivazione della vaniglia. Anche il cacao è un cash crop e la produzione è recentemente crollata a causa della alterazione dei pattern climatici nelle principali regioni di esportazione (e deforestazione), come l’Africa Occidentale. I prezzi sono saliti del 136% tra il luglio 2022 e il febbraio 2024. 

Il nesso tra la distruzione collaterale della biodiversità, economie da esportazione ed economie avanzate sta nel concetto di esternalizzazione

Esternalizzare l’impatto ambientale è infatti una caratteristica fondamentale del capitalismo moderno. E dell’Antropocene. Il filosofo ed economista giapponese Saito Kohei insiste sul fatto che i Paesi avanzati sono una “società della esternalizzazione”, che rende invisibili (spostandoli altrove) i costi ambientali reali del proprio stile di vita. “La premessa essenziale dell’opulenza delle nostre vite consiste nel dirottarne i costi reali sulla natura e sulle popolazioni di qualche luogo lontano, e nel non pagare di tasca propria”. Il danneggiamento della biodiversità globale è quindi un esempio di “scambio ineguale” tra centro e periferia, all’interno di un “sistema mondo” che prevede, per usare una espressione di Kohei, un “sacrificio invisibile” per le ricche comunità umane del Nord. 

In un certo senso, anche la sesta estinzione è una tipologia di esternalizzazione.


Se “il commercio internazionale crea un paesaggio globale molto complesso di potenziali perdite ambientali” è perché la cancellazione degli habitat produce effetti bio-ecologici tutt’altro che omogenei e consequenziali. “Il rischio di estinzione risponde in modo non-lineare alla perdita di habitat. La capacità di una popolazione di rimanere (population persistence) diminuisce esponenzialmente man mano che le popolazioni stesse di una specie si riducono nel numero di individui. A ciò va aggiunto una altra componente ecologica, più indiretta. Le popolazioni con un habitat compromesso o perso sono più sensibili a pressioni di sfruttamento, al cambiamento climatico e ad altri disturbi, che peggiorano il declino in corso”. 

La deforestazione crea zone-grigie e zone-cuscinetto in cui anche l’incontro tra animali, patogeni ed esseri umani diventa molto più pericoloso. Le analisi sull’estinzione in ambito economico dovrebbero quindi prendere in esame piuttosto “le sinergie tra fattori di estinzione uniti dal denominatore comune dei cambiamenti su scala globale”. È questo sguardo tridimensionale (lo stesso messo in capo dai Rapporti IPBES) che ci aiuta a capire davvero la dimensione socio-culturale dei processi di estinzione intrecciati con le attività umane. 

La perdita di habitat, quindi, “può portare all’estinzione immediata di un certo numero di individui di un specie, ma può anche innescare indirettamente estinzioni dilazionate nel tempo (le co-estinzioni), facilitando l’invasione di specie non endemiche, l’arrivo dei cacciatori, eliminando le prede specifiche di alcuni predatori, alterando le condizioni bio-fisiche complessive di quello che un tempo era un habitat funzionante”. Una delle conseguenze più catastrofiche per le specie rimaste è anche la “depressione da inbreeding”, cioè l’aumento del tasso di inbreeding a causa dello scarso numero di individui ormai sopravvissuti. L’inbreeding è la condizione per cui all’interno di una specie, numericamente rarefatta, tendono a riprodursi individui geneticamente troppo vicini o imparentati. Ogni specie ha una sua suscettibilità o soglia di inbreeding, ma l’inbreeding è uno degli effetti collaterali della defaunazione. 

Il paesaggio dell’estinzione è quindi meglio descritto come un insieme di dinamiche di estinzione. Processi stocastici (improvvisi, non lineari, a random) che si rinforzano gli uni con gli altri. Le economiche avanzate appartengono di diritto a questo gruppo. 


A diciotto (ossia il 75%) dei 24 Paesi sotto esame viene attribuita una perdita di biodiversità (home-range indispensabile per la sopravvivenza di una specie) maggiore di quella sopportata entro i propri confini nazionali. “La media tra tutti i 24 è di un ordine di grandezza di 15.2 su scala internazionale”. I Paesi a più alto impatto transfrontaliero sono gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Germania e la Franca. 

Quale è il significato politico di questi dati? “Ciò che sappiamo delle pratiche di outsourcing della perdita di biodiversità ha implicazioni per la nostra comprensione del nesso tra sviluppo economico e danni alla biosfera. I significativi miglioramenti degli ultimi decenni nelle politiche ambientali hanno lasciato supporre che nei Paesi post-industriali questa fosse una strada prevedibile e in qualche modo segnata. E tuttavia, se consideriamo la perdita di diversità biologica, è evidente che molti Paesi sono abili nel proteggere gli habitat delle specie entro i propri confini semplicemente importando prodotti agricoli e forestali da altre nazioni. Di fatto, questo significa spostare i danni biologici oltre oceano”. 

Tutto ci dice, insomma, che è urgente rivedere il concetto di periferia ecologica, includendovi la sesta estinzione e le sue diramazioni sociali. Ma anche facendo assorbire la questione dell’estinzione nel più famoso e ampio dibattito sulla razzializzazione delle frontiere, e sulla “linea del colore”. Anche il patrimonio bio-ecologico è, infatti, frontiera. 

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