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La surreale analogia tra specie invasive e immigrati

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Le specie invasive non sono dei pericolosi intrusi. Esattamente come i migranti stranieri che tentano di valicare i confini di Paesi ostili, non fanno che rispondere al più ancestrale degli istinti inscritto nel loro codice genetico: muoversi, e in fretta, se le condizioni ambientali si deteriorano, come, ad esempio, quando incombono siccità, desertificazione e alterazione dei pattern climatici. Eppure, entrambi, animali selvatici e immigrati, sono ricacciati indietro, o anche peggio, da leggi ostili. Innaturali. Il motivo di questo rifiuto degli “invasori” poggia su un sostrato di idee razziste vecchie di secoli, che hanno fertilizzato tanto la moderna ecologia quanto le destre xenofobe di Trump, Salvini e Le Pen.

Questo il succo del saggio The Next Great Migration (edizioni Bloomsbury) di Sonia Shah, affermata giornalista ambientale americana che scrive anche per THE ATLANTIC (magazine liberal) e ha pubblicato lavori convincenti sul rischio globale delle zoonosi (Pandemic: Tracking Contagions, from Cholera to Ebola and Beyond). Il libro, presentato come una brillante dissertazione sulle migrazioni (“migration is not the crisis, is the solution”), è in realtà una pericolante architettura, molto ben documentata, di teorie quanto meno provocatorie e di azzardi ideologici spericolati: le specie invasive non sono invasive, la demografia umana non è una questione ecologica scottante (e chi lo sostiene è un razzista devoto alla causa eugenetica), per risolvere l’opposizione politica alle ondate migratorie basterebbe ricordare all’opinione pubblica che i Sapiens sono una specie migratoria e che il mix di talenti e diversità genetica è la migliore ricchezza a disposizione della mega-civiltà globale del XXI secolo. 

Man mano che ci si addentra nel libro della Shah cresce la perplessità sulle intenzioni reali dell’autrice, che non è chiaro se rispondano ad una crassa ingenuità o ad una sconcertante attività di semplificazione, a fini politici, di questioni ecologiche (il biome shift, il mantenimento del potenziale evolutivo, i processi di estinzione, tutti letti nell’ottica analitica dei cambiamenti climatici) su cui, è doveroso dirlo, non abbiamo risposte univoche e certe per il semplice motivo che stiamo vivendo ora, adesso, una condizione ecologica che non ha precedenti né storici né geologici. Shah dimostra anche di non maneggiare con sufficiente competenza e acume la storia delle idee, che, pur essendo costellata di eventi incendiari ed epocali, che funzionano come “monografie della cultura” (la Riforma protestante, l’Illuminismo, il metodo sperimentale di Galileo), funziona più attraverso dei processi non lineari che seguendo il ritmo ben definito di consequenziali passaggi causa-effetto.  Se è lecito denunciare e smascherare, come fa Sonia Shah nella prima parte del libro, il razzismo mostruoso intrinseco alla fase embrionale dell’elaborazione delle scienze naturali moderne (tra Settecento e Ottocento), è sicuramente riduttivo ricondurre ogni madornale errore di interpretazione dell’ecologia come la longa manus dell’ideologia razziale. La scienza procede per ipotesi e per errori e non dovremmo meravigliarci troppo se gli uomini del primo Novecento non avevano ancora introiettato correttamente la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. E questo perché l’assorbimento di una idea rivoluzionaria, o di un paradigma culturale dirompente, non avviene in modo positivista nelle società complesse, ma segue canali sotterranei, immaginari irrazionali e codici psichici ereditati insieme alle figure del pensiero razionale e critico. Tutto il pensiero storicista e filosofico europeo a cavallo tra Ottocento e Novecento rimarca la rilevanza del fenomeno storico come processo prismatico pulsante di contraddizioni, come già aveva intuito Nietzsche. Purtroppo, Shah dimostra di ignorare la decisiva tradizione filosofica europea, che, proprio in questa epoca di transizione, confusione e distruzione, fornisce invece una indispensabile prospettiva storico-analitica sugli ultimi tre secoli di vicende umane. Nel bene e soprattutto nel male. 

La tesi della Shah è questa: “Entro il 2045 l’espansione dei deserti in Africa sub-sahariana ci si aspetta spinga a fare fagotto e andarsene 60 milioni di abitanti. Entro il 2100 la crescita del livello dei mari potrebbe aggiungere alle loro fila altri 180 milioni di persone (…) Il fatto saliente è chiaro: come i nostri cugini selvaggi, anche le persone sono in movimento. Negli ultimi anni, mentre è diventato più evidente il peso del cambiamento climatico sul modo in cui ci muoviamo, sono emerse nuove prove della centralità della migrazione nella nostra biologia e nella nostra storia. Nuove tecniche genetiche hanno rivelato quanto profondamente le migrazioni affondino nel passato della nostra storia. Nuove tecnologie di navigazione hanno svelato la scala e la complessità dei movimenti umani, e di quelli degli animali selvaggi, attorno al Pianeta. Mentre le nostre future migrazioni possono non procedere abbastanza rapidamente per tenere il passo con la trasformazione del clima, un crescente volume di evidenze suggerisce che le migrazioni possano essere la migliore cartuccia a nostra disposizione per preservare la biodiversità e la resilienza delle società umane”. 

Contro questa ottimistica possibilità lavorano però, secondo Sonia Shah, tre fattori. Il primo: “Sin dalla più tenera età ci è stato insegnato che le piante, gli animali e le persone appartengono a certi luoghi”. Il secondo: “Descrivendo le persone e le specie come originarie di certi luoghi, noi invochiamo una idea specifica sul passato. Essa risale al diciottesimo secolo, quando i naturalisti europei cominciarono per la prima volta a catalogare il mondo naturale. Assumendo come ipotesi che le persone e le creature selvatiche erano state per lo più fisse e ferme nel corso della storia, questi naturalisti diedero un nome alle forme viventi e ai popoli basandosi su quei luoghi, facendo convergere l’uno sull’altro come se fossero stati insieme da tempi immemorabili”.  Il terzo: “Queste tassonomie ormai vecchie di secoli formarono le fondamenta delle idee moderne sulla nostra storia biologica. Oggi, un gruppo di campi di studio, dall’ecologia alla genetica e alla biogeografia, sottolinea i lunghi periodi di isolamento occorsi nel nostro passato ormai molto distante, quando le specie e i popoli rimanevano ben sistemati nei loro habitat, ognuno evolvendosi separatamente nel suo contesto locale”. Il quarto fattore è la conseguenza fatale dei primi tre: “L’immobilismo al centro delle nostre idee sul passato finisce con l’etichettare di necessità i migranti e le migrazioni come anomale e distruttive. Ancora all’inizio del ventesimo secolo i naturalisti liquidavano la migrazione come un comportamento ecologicamente inutile e anche pericoloso, avvertendo dei pericolosi risultati del lasciar muovere liberamente gli animali in migrazione. I conservazionisti e altri scienziati lanciavano l’allarme: anche le migrazioni umane avrebbero fatto erompere la calamità biologica”. 

Ecco allora che, per capire le migrazioni, bisogna addentrarsi nella storia del pregiudizio razziale nei confronti dei neri di origine africana. Questa è sicuramente la parte meglio argomentata e più equilibrata del libro. Il ribrezzo verso gli Africani ne viene fuori come una sorta di ereditarietà culturale, che per tre secoli e fino ai giorni nostri, considerati i fatti di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio, ha intossicato in egual modo scienze e politica. Come ha titolato in prima pagina VOX qualche giorno fa sui datti di Washington, “whitness is at the core of the insurrection”. 

Il primo a salire sul banco degli imputati è Linneo, il padre della tassonomia moderna, che Sonia Shah dipinge come un moralista ossessionato dal sesso. Linneo “era affascinato dall’ordine, ma come storico della natura era chiamato a descrivere la biodiversità del mondo in tutto il suo selvaggio e dinamico caos”. La domanda a cui il giovane snob svedese doveva rispondere, da dove vengono le specie animali e vegetali, cadeva fatalmente in una epoca in cui i viaggi atlantici e il colonialismo in nuovi continenti spingeva avidità, entusiasmo e curiosità oltre i limiti del pensabile: “compagnie come la Dutch East India Company mandavano battaglioni di esploratori e coloni nelle contrade più remote del mondo per saccheggiarne le risorse”. Chi tornava da queste spedizioni spesso esagerava, inventava e fantasticava rammentando la stupefacente varietà di animali, piante e popoli incontrati.  Voltaire stesso si inventò un popolo delle foreste del Congo Basin, con gli occhi rossi e una aspettativa di vita di 25 anni. Fino alle soglie del Settecento, spiega Sonia Shah, artisti e geografi tendevano a rappresentare gli altri popoli come tutto sommato simili agli Europei: “un dipinto del 1595 che ritraeva i cosiddetti Ottentotti, un gruppo di Africani non meglio identificati, li dipingeva come ‘uomini dal classico aspetto greco’, come ha sottolineato la storica e biologa Anne Fausto-Sterling. Allora, il colore della pelle valeva più o meno come il colore dei capelli ai giorni nostri , qualcosa che noti ma che è un dettaglio sociale insignificante”. 

All’inizio del ‘700, però, cambia il copione. La diversità etnica e culturale non è più una nota a piè di pagina, ma un vero e proprio shock collettivo nel cuore delle società europee, i cui esploratori e commercianti viaggiano a migliaia di chilometri dalle confortanti certezze del Vecchio Mondo. L’Africano viene messo in mostra nelle esibizioni itineranti, è un oggetto di stupore e di orrore, tanto quanto i fossili o le stranezze biologiche delle Wunderkammer o degli animali esotici chiusi nelle menagerie. Il punto, adesso, non è solo collocare i non Europei nel loro giusto posto all’interno dello schema generale della vita, ma anche darsi una spiegazione convincente del perché gli Africani hanno la pelle scura. Nel 1702 il francese Alexis Littré conduceva ricerche anatomiche sugli organi sessuali dei neri maschi per trovare “l’origine della negritudine”; e, a fine secolo, George Cuvier, lo stesso naturalista che di fatto scoprì l’estinzione come fenomeno ricorrente nel regno animale, affermò che “i genitali degli Ottentotti sono simili a quelli delle femmine di mandrillo e dei babbuini”. 

È questo il contesto culturale in cui Linneo dà alle stampe il suo Sistema Naturae (1735): “la tassonomia di Linneo era una ‘forma di colonizzazione mentale e un modo per costruire un impero (form of mental colonising and empire-building), uno strumento potente nelle campagne di conquista dell’Europa, scrive lo storico Richard Holmes. Ogni creatura vivente, ovunque, avrebbe dovuto trovare il suo posto entro questo ordine”. Per Linneo, il fatto che le specie migrassero o addirittura che si estinguessero era inconcepibile: ciò che lui e i suoi contemporanei vedevano in natura era stabile in quanto deciso da Dio: “è impossibile che alcunché di concepito in essere dal Creatore onnipotente possa mai scomparire”. Da qui ebbe origine la teorizzazione scientifica della separazione tra le razze umane e della inferiorità del nero africano. Ogni specie, essere umano compreso, occupa una nicchia precisa e immutabile all’interno di una categoria biologica distinta “ognuna omogenea e specifica”. Per questo Linneo classificò Homo sapiens in 4 specie distinte: Europeo, Americano, Asiatico e Africano. Linneo ipotizzata, in conversazioni informali, che in realtà “Homo sapiens afer fosse una sottospecie non del tutto umana, anzi discendente di un incrocio tra un essere umano e una scimmia troglodita”. Ma non facciamoci illusioni sulla cattiva fede di un singolo uomo: il sistema di Linneo fu presto celebrato come una altra, strabiliante conquista del genio umano. Nel 1774 Luigi XV ordinò venisse  introdotto ufficialmente in tutta la Francia. Rousseau e persino Goethe spesero parole di apprezzamento per il catalogo della vita firmato Linneo. 

A questo punto sono ormai poste le solide fondamenta su cui erigere l’impianto, allora nelle sue fasi iniziali, dell’economia schivabile e coloniale, che, racconta la Shah, non finisce certo con la Guerra Civile Americana. Le convinzioni razziali di matrice europea percolano nella politica americana all’inizio del Novecento, quando arrivano negli Stati del Nord del Paese non solo immigrati stranieri (27 milioni tra il 1880 e il 1930), ma anche, tra gli anni Venti e Trenta, 6 milioni di cittadini americani neri del Sud. È questa gente che continua ad essere guardata non solo con sospetto, ma soprattutto con disgusto, come un corpo estraneo nel seno dell’America bianca di origine, appunto, europea. La stagione è propizia perché le scienze naturali, ormai inquinate dall’ideologia razziale, stringano un patto di alleanza con la sensibilità proto-ecologista, e cioè con la preoccupazione per il destino dei grandi spazi selvaggi americani e di animali come lupi, orsi, linci, puma, bobcat, bisonti. Da qui in avanti secondo l’autrice diventa molto difficile districare dove finisce la politica e dove comincia la scienza in un nuovo amalgama di idee conservatrici sulla protezione della wildlife, l’esigenza di tenere l’America il più impermeabile possibile agli stranieri e la salvaguardia genetica dei bianchi contro l’ibridismo con i neri. Come a dire che se ami la natura sconfinata non puoi tollerare che l’America sia invasa da orde di individui geneticamente inferiori o minorati. La New York di questi anni, per intenderci, i è quella ritratta da L’Alienista, l’acclamata serie Netflix. 

Due figure spiccano in questo rigurgito di pruderie, puritanesimo e fascismo: Madison Grant, fondatore del Bronx Zoo, e Henry Osborn, un noto paleontologo, che contribuì alla nascita del Natural History Museum di New York. Entrambe queste istituzioni sono tutt’oggi punti di riferimento indiscussi della ricerca scientifica, dell’ecologia e, per quanto riguarda il Museo, degli studi sulla biologia evolutiva. Al Natural History lavorava negli anni ’80 Stephen Jay Gould. Grant si spese perché il suo Zoo esponesse, nella gabbia delle scimmie, Ota Benga, un uomo originario del Congo. E insieme al suo amico e sodale Osborn divenne il principale promotore della “scienza della razza” e della moderna eugenetica. I tratti somatici e le doti cognitive “sono tratti ereditati che passano attraverso le generazioni come pietre lungo una gola di montagna, insensibili a condizioni esterne o all’influenza di altri tratti”. Una alimentazione adeguata, scuole pubbliche, musei e migliori condizioni abitative non possono nulla contro la condanna genetica di coloro che appartengono a tipi inferiori e sottosviluppati. Ma se il plasma generativo (germplasm) dei neri entra nell’organismo dei bianchi lo può corrompere con effetti razziali devastanti. Il MIT di Boston e l’Università di Harvard ospitano conferenze in cui brillanti ricercatori a contratto nelle scienze sociali e naturali parlano su questi toni. L’America si appresta a diventare una fortezza razziale. Charles Davenport, zoologo di Harvard, si schiera contro l’immigrazione e i legami misti con queste motivazioni: “gli Americani diventerebbero presto più scuri nella pigmentazione, più bassi di statura, più instabili, più predisposti alla musica e all’arte, più propensi al furto, al rapimento, all’aggressione, all’omicidio, allo stupro e alla immoralità sessuale”. Grant, del resto, era ancora più chiaro: “il miscuglio di generi genetici (miscegenation) è il primo passo verso l’estinzione”. Lungi dall’essere l’infame privilegio della sola legislazione nazista, i provvedimenti giuridici a sfondo razziale sono state una componente strutturale della politica americana tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1916 Grant diede alle stampe il suo libro “The passing of the great race”, “in cui esplicitò le sue idee sulle origini profonde, biologiche e storiche della gerarchia razziale, nonché il pericolo insito nel metterla a soqquadro con le migrazioni”. Non solo il libro divenne un best seller, ma la eugenetica si impose nelle migliori università del Paese. Tra il 1914 e il 1918, ricostruisce Shah, le cattedre di eugenetica passarono da 44 a 376. Su queste fondamenta venne scritto l’Immigration Bill del 1923, che stabilì che l’80% degli immigrati ammessi per quota annuale negli Stati Uniti dovevano essere di origine caucasica. Fu per questo motivo che migliaia di ebrei in fuga dalla Germania prima del 1939 non riuscirono ad ottenere il visto di ingresso negli USA. Tutti, qualunque fosse la loro origine, furono descritti durante il dibattito al Congresso per l’approvazione della legge, “foreign biomatter”, materiale biologico estraneo. La razza venne espunta dai criteri con cui un immigrato veniva ammesso in America soltanto nel 1965. 

Da qui in avanti il libro, però, si arena, e implode sulla sua stessa tesi iniziale. Nello sforzo titanico di difendere il paradigma migratorio, come se bastasse riconoscerne l’indubitabile appartenenza al novero dei meccanismi biologici ed ecologici fondamentali di migliaia di specie, Homo sapiens compreso, per renderle più digeribili all’opinione pubblica in un mondo sovraffollato e in perenne overshooting di risorse, Sonia Shah tenta, senza successo, di negare altrettanti fatti incontestabili delle scienze naturali. Shah segue ad esempio con compiaciuto  compatimento la vicenda quasi surreale di Charles Sutherland Elton, un timido zoologo di Oxford che, per puro caso, nel 1924, in una sperduta libreria di Tromso, in Norvegia, si imbattè in un libro che raccontava la storia dei lemming, i piccoli mammiferi che parevano suicidarsi in massa gettandosi dalle scogliere norvegesi. A quell’epoca non solo non era ancora chiaro che cosa regolasse i cicli di popolazione delle singole specie; soprattutto, si sapeva ancora troppo poco degli animali all’interno dei loro habitat per accordare i dati raccolti sul campo con le scoperte di Darwin. Gli esploratori alla NATIONAL GEOGRAPHIC sono una versione davvero molto recente dell’ecologia con gli stivali sporchi del fango delle foreste tropicali o degli appostamenti nelle savane africane per osservare i grandi predatori a caccia. Elton si convinse che il comportamento dei lemming era dovuto alla sovrappopolazione, ci scrisse un paper e divenne una autorità in materia. La distorsione che Sonia Shah riesce ad elaborare su questa pagina della storia della scienza è fenomenale. Appigliandosi in modo pretestuoso ad un errore madornale (le specie non scelgono il suicidio per ridurre il proprio peso sul proprio habitat) l’autrice isola infatti il concetto su cui costruire la sua lettura ideologica delle migrazioni attuali: la sovrappopolazione. Per dimostrare che chiunque osi oggi discutere della iper-demografia di Homo sapiens è un razzista,  e che per questo motivo c’è opposizione ai movimenti migratori indotti dal cambiamento climatico, Shah amplifica i bias e le lacune sperimentali di ricercatori che tentarono, influenzati dal background culturale del loro tempo, di capire come le specie si adattano, prosperano e stanno dentro il proprio habitat.

Non c’è da stupirsi che il nemico giurato della Shah sia dunque, nel più incredibile capitolo di questo libro, Paul Ehrlich, ecologo emerito della Stanford, che non è solo, ormai superati gli ottanta anni, tra i più rinomati ecologi del mondo, ma è anche, forse soprattutto, uno scienziato con la schiena dritta, che non ha mai rinunciato al suo punto di vista nonostante le infami accuse politiche mosse contro di lui da lobbies di presunti ambientalisti, che, ben protetti dal loro status sociale di ricchi benestanti, non hanno la più pallida impressione diretta di cosa significhi vivere in una baraccopoli senza nessuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni umane ed esistenziali. Ehrlich sarebbe un “neo-malthusian ecologist”, del pari di un altro luminare emerito, e cioè il professor E.O.Wilson, che ha commesso l’errore di parlare sinceramente sul diritto delle specie animali di avere per sé il 50% del Pianeta. Citando fuori contesto una nota di Ehrlich sulle città indiane nel 1966 (“the streets seemed alive with people”) Sonia Shah insinua che Ehrlich e la moglie nutrano una certa ripugnanza per le genti asiatiche e che su questo senso di assedio abbiano costruito le loro osservazioni e valutazioni sul pericolo di una espansione illimitata della popolazione umana. Quel che è francamente indecente è che Shah, pur essendo di origine indiana, non citi nessun autore o scrittore indiano che presenti una lettura delle vicende antropologiche recenti del subcontinente in sintonia con Ehrlich e con tutti coloro che, oggi, pubblicando in peer review, mettono la sovrappopolazione in cima alla lista dei nostri problemi ecologici. Amitav Gosh, ad esempio, ha spiegato in modo estremamente equilibrato come India e Cina siano state travolte dal modello economico capitalista dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante molti pensatori di punta avessero messo in guardia quelle società dalla pericolosità della dimensione mentale della crescita infinita. 

Gosh cita un pensiero di Ghandi del 1928: “Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse, il mondo ne resterebbe spogliato, come da una invasione di cavallette”. Anche in Cina, continua Gosh, “l’industrializzazione e il consumismo incontrarono forti resistenze all’interno delle tradizioni taoista, cionfuciana e buddhista”. E soprattutto, Gosh è di una lucidità sorprendente sulla questione demografica, proprio mentre discute degli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro imminente futuro, e sul loro peso morale: “In Cina, la consapevolezza dell’importanza dei numeri ha portato all’adozione della politica del figlio unico, recentemente abbandonata, una misura che, pur provocando terribile sofferenza, è riuscita a contenere la popolazione del Paese a un livello molto inferiore a quello che avrebbe potuto altrimenti raggiungere. Indubbiamente repressiva e draconiana, questa politica, dalla prospettiva rovesciata dell’epoca del surriscaldamento globale potrebbe un giorno essere considerata una misura prudenziale di grande portata. Perché, se è vero che l’avvento della crisi climatica è stato accelerato dall’industrializzazione dell’Asia continentale, possiamo essere certi che, aggiungendo all’equazione diverse centinaia di milioni di consumatori in più, la cruciale soglia delle 350 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera sarebbe stata superata molto prima”. 

Le attuali simpatie anti-immigratorie che circolano negli Stati Uniti non sarebbero dunque solo una responsabilità della mancata elaborazione del passato coloniale e schiavile, marcato a fuoco da una economia che prospera su rampanti apartheid di diseguaglianze su base etnica, ma dalla complicità implicita dei maggiori colossi dell’ambientalismo americano: la McArthur Foundation (che si occupa di upcycling e plastica), il Sierra Club, la Nature Conservancy, la Audoubon Society, la stessa Università di Stanford. Sino ad arrivare a questa affermazione: “i paladini anti-immigrati alla Bannon hanno immaginato una versione del passato che i biologi hanno difeso per secoli”. Ecco perché, a parere di Sonia Shah, le teorie di Elton, condensate nel libro del 1958 The Ecology of Invasion by Animals and Plants, divennero delle linee-guida per la gestione dei parchi nazionali un po’ ovunque, formando la base di quella che Shah definisce con biasimo la “invasion biology” e cioè la biologia che studia l’impatto delle specie invasive. Secondo Elton, infatti, “col tempo, gli invasori avrebbero preso il sopravvento, espulso gli abitanti originari e lasciato impoverito l’intero ecosistema. Gli invasori selvatici, questo il suo avvertimento, avrebbero alla fine ‘ridotto le ricche faune continentali a un solo gruppo di faune su tutto il mondo, le più resistenti’. Essi avrebbero cioè innescato una ‘catastrofe ecologica’”.

I biogeografi concedevano che il tipo di dispersioni sulle lunghe distanze ipotizzate da Darwin potessero occasionalmente essersi verificate, ma d’altronde continuavano a spiegare le migrazioni come avvenimenti coerenti con il luogo di appartenenza delle specie: erano il modo in cui gli animali erano arrivati là dove dovevano essere e rimanere. Il biogeografo Gary Nelson chiamò la teoria delle dispersioni sulle lunghe distanze di Darwin ‘scienza dell’improbabile, del raro, del misterioso e del miracoloso’. Il concetto stesso era ‘negativo, sterile e superficiale’, aggiunse lo zoologo Lars Brundin. ‘Offende una mente capace di critica’.

Perché questo è un libro che mistifica la realtà? Perché la semplifica. 

Innanzitutto, il fatto che ecologia e biologia abbiano scoperto e studiato le migrazioni soltanto nella seconda metà del Novecento non ha nulla a che vedere con il problema demografico attuale. Sono due ordini di realtà e di storia della scienza distinti. Anche la storia della cultura, proprio come il dipanarsi delle scoperte scientifiche basate su metodo sperimentale, non segue percorsi simili ad autostrade predefinite. Invece, sia la nostra iper-demografia che i cambiamenti climatici, entrambi fattori migratori, sono il prodotto, complesso e secolare, del peculiare carattere ecologico dei Sapiens. In altre parole, la nostra abilità di costruzione di nicchia (trasformare l’intero Pianeta nel nostro personalissimo esperimento di uso delle risorse biologiche) ci pone in una posizione assolutamente unica. Verso i nostri simili, e verso le altre specie. Ridurre il concetto di migrazione e soprattutto l’opposizione politica ad accettare i migranti, dirompente e feroce, che cova sotto il perbenismo delle società occidentali più ricche, ad un unico fattore causale – il razzismo di matrice settecentesca – è una banalizzazione estremista. La progressiva scoperta dei fenomeni ecologici, e del modo in cui, quindi, i meccanismi di funzionamento biologico del Pianeta vivente si sommano, si sovrappongono ed entrano ormai in conflitto con la cultura dei Sapiens segue un andamento dialettico, non monocausale. Come ha detto saggiamente il grande storico George Mosse: “occorre portare sulla scena gli individui, con i loro desideri e i loro miti, che non sempre sono direttamente determinati da quel che si dice la loro oggettiva collocazione di classe. A questo riguardo, è più facile trovare una falsa coscienza anziché una coscienza vera. E poiché la storia è ancora fatta dagli uomini e poggia sugli uomini, sono convinto che tutto ciò rientri a buon diritto nella dialettica storica (…) dobbiamo abbandonare un tipo di analisi positivista, non mediata, a favore di un approccio fondato sulla mediazione dialettica”. 

Gli invasion biologists che predissero una Armageddon ecologica indotta dalle specie in movimento avevano sottostimato la scala e la velocità dei movimenti selvatici, la maggior parte dei quali non era stata distruttiva. Una analisi ha mostrato che soltanto il 10% di tutte le specie introdotte ex novo si è infine stabilita nella sua nuova casa, e che soltanto il 10% di queste ha poi prosperato in modi che possono minacciare le specie già residenti. Condannare tutti i newcomer come inevitabilmente dannosi li biasima per trasgressioni commesse dall’1% dei membri del loro gruppo.

Questo tipo di rigidità monocausale forza Shah a costruire l’iperbole concettuale che campeggia al centro di questo libro: lo sdoganamento delle specie invasive non come, appunto, specie aliene, bensì come newcomers dallo straordinario potenziale biologico. Va ricordato innanzitutto che le specie invasive sono considerate una minaccia ecologica dalla comunità scientifica internazionale e che per questo motivo figurano nella lista degli Obiettivi di Aichi, nell’Obiettivo numero 9 (Global Biodiversity Outlook 5): “Entro il 2020, le specie invasive aliene e i loro percorsi sono stati identificati e inseriti tra le priorità, le specie prioritarie sono state poste sotto controllo o eradicate e sono state tradotte in essere misure per gestirne i percorsi, prevenendone così l’introduzione e il radicamento”. La lotta alle invasive (800 specie di mammiferi invasivi eradicati a partire dal 2010 worldwide) è considerata una “lotta contro le estinzioni globali”. Sempre secondo il Global Biodiversity Outlook: “Lo IUCN Global Register of Introduced and Invasive Species mostra che il numero cumulativo di specie invasive aliene è aumentato dell’ordine di 10 dal 2000 al 2010, aggiungendo altre 30 specie”. E il motivo è che “gli sforzi per combattere l’invasione di specie straniere non sono riusciti a tenere il passo con l’intensificarsi della globalizzazione e in particolare con l’espansione massiccia dei commerci”. Il ritmo di importazioni ed esportazioni è triplicato dal 2000. Mentre dunque le specie in movimento a causa di trasformazioni ecologiche del proprio habitat – il cosiddetto biome shift – si spostano cercando condizioni climatiche e ambientali simili a quelle originarie, le specie invasive non avevano, per così dire, nessuna intenzione di arrivare dove sono arrivate, magari dall’altra parte dell’oceano Atlantico o Indiano. In entrambi questi casi lo scenario innescato non è rose e fiori: è piuttosto una scommessa, un rischio per alcuni mortale, e una partita apertissima per i newcomers che dovranno adattarsi a un habitat sconosciuto, attraverso risposte adattative che richiedono tempo. Le specie in fuga da un habitat a clima alterato incontreranno sulla loro strada, al contrario di quanto sembra credere Shah, non geografie sconfinate e wild, ma una selva di autostrade, insediamenti umani e industrie. E da questo fattore al suolo – noi uomini siamo ovunque – dipende il rischio di estinzione per specie che potrebbero non riuscire ad insediarsi in nuovi spazi adatti a loro. A queste incertezze si somma la imprevedibilità dei tipping point e dei turning point innescati dal riscaldamento del Pianeta negli ecosistemi di ogni continente. I tipping point sono i punti di non ritorno, oltre i quali il passaggio ad un regime climatico e quindi ecologico diverso è irreversibile. I grandi incendi del 2020 in California e nell’Ovest americano hanno invece posto all’attenzione generale un altro tipo di soglia-limite, e cioè il turning point. Un turning point segna il momento in cui, per opera di ripetuti eventi climatici severi come ad esempio, appunto, un mega-incendio o una mega-siccità, è compromessa la capacità di una foresta o di una prateria di rigenerarsi dopo il picco di stress ecologico. Tutti questi fattori entrano in sinergia coinvolgendo le specie che abitano un certo habitat. Di conseguenza, il livello di interazioni ecologiche che deciderà (tempo rigorosamente al futuro) se una specie invasiva avrà successo è dei più complessi. Ma lo stesso si può dire sulla potenzialità di risposta delle specie endemiche. 

L’insuccesso nell’eradicare una specie invasiva può significare una impotenza complessiva di fronte all’enormità dei cambiamenti ecologici in corso sul nostro Pianeta. Ma ciò non indica, in automatico, che lasciar decadere e disintegrare gli equilibri ecologici di un habitat sia, tout-court, una opzione altamente preferibile. La verità è più sfumata e comprende purtroppo, non di rado, una umana incertezza su cosa sia meglio fare. L’obiettivo, ideale e pragmatico, è, non va mai scordato, contenere l’ondata di estinzioni che affligge la nostra epoca e che rappresenta un indubitabile impoverimento biologico dal rischio immane. Questi sono dilemmi scientifici e politici di cui Sonia Shah sembra non voler sapere nulla. 

Mentre condanna come discipline partigiane e razziste gli ambiti di ricerca ecologica avviati negli anni ’80: “la conservation biology, la restoration biology e la invasion biology – tutte finalizzate a seguire e rintracciare i danni provocati dagli animali selvatici in movimento, che attraversano i confini”. 

Un esempio fresco di cronaca dimostra la superficialità di questa impostazione.

Entro gennaio, lo U.S. Department of Agriculture (USDA) annuncerà formalmente “la sconfitta lungo il fronte di lotta” contro un devastante insetto invasivo, e cioè un tipo di coleottero, il minatore smeraldino (Agrilus planipennis), originario dell’Asia che ha devastato le foreste di frassini del Nord America orientale e centrale, e del Canada meridionale, a partire dal 2002. Il Governo ha deciso di interrompere le procedure di quarantena per il legno che viene dalle aree infette e di usare, invece, per controllare la proliferazione dei coleotteri, una seconda specie non autoctona, e cioè un tipo di vespa anch’essa asiatica che parassitizza il minatore smeraldino deponendovi le sue uova. 

SCIENCEMAG: “La proposta dello USDA ha ricevuto 150 commenti. Alcuni scienziati e gruppi sostengono la decisone, in parte per scarsità di risorse economiche. Ma altri ritengono che il ritiro dello USDA potrebbe impedire gli sforzi per prevenire la diffusione del coleottero negli Stati occidentali non ancora infestati e anche in Messico, che oggi possiede le uniche e numerose popolazioni finora conosciute di specie di frassino. Le autorità dell’Oregon, ad esempio, temono di perdere il frassino dell’Oregon, un importante albero che cresce lungo i fiumi. Altri esperiti sono preoccupati per i budget delle municipalità cittadine, che potrebbero essere consumati per rimuovere migliaia di frassini morti, se i coleotteri attaccheranno le foreste urbane. Diverse tribù Native Americane hanno poi detto che questa decisione metterà in pericolo i frassini sulla loro terra, frassini che sono vitali per pratiche di valore culturale come l’intreccio di ceste”. 

Che il concetto di “nicchia ecologica” sia stato sfruttato o manipolato ideologicamente non cambia il fatto che ogni specie si è evoluta per stare in un certo contesto, ha cioè sviluppato un adattamento specifico all’interno di un ecosistema. Questo non significa che le popolazioni siano statiche o sedentarie: se c’è abbastanza spazio, alcune di loro tenderanno a espandersi, allontanandosi dal nucleo principale e, nel corso del tempo, differenziandosi dai loro parenti ormai lontani. In ogni popolazione, inoltre, compaiono a random mutazioni che, soggette a selezione naturale, sono il meccanismo evolutivo con cui avviene la speciazione. Anche la dispersione degli individui di sesso maschile, come avviene in alcune specie di grandi mammiferi, ad esempio tra i predatori, segue un movimento analogo. Cercare un luogo in cui creare il proprio territorio di caccia e di riproduzione significa prendere le distanze geografiche dal branco in cui si è nati. Sono i meccanismi funzionali che Darwin aveva intuito perfettamente e che oggi stanno al centro della conservazione di ciò che resta delle faune oloceniche, di nuovo in modo problematico e negoziale. Le aree protette dovrebbero essere abbastanza estese da garantire il perpetuarsi di questi meccanismi e i corridoi ecologici dovrebbero aiutare a disegnare schemi di protezione geografica in armonia con gli insediamenti umani. Ma chiunque si occupi di conservazione sa benissimo che la questione è esattamente questa: come, letteralmente, fare spazio per gli animali con una iper-demografia umana fuori controllo? Pretendere di tessere l’elogio delle migrazioni animali senza affrontare il nodo morale della sovrappopolazione è quanto meno disonesto. 

E altrettanto manipolatoria è la seguente affermazione: “Se le preoccupazioni dei biologi esperti in specie invasive e di altri scienziati sulla minaccia posta dalle specie in movimento è suonata familiare a quelle di coloro che fanno speculazioni sui migranti umani, ebbene è perché questa familiarità c’è davvero. Il tipo di azioni correttive richieste è simile, ebbene sì. Non bisognerebbe allentare la maglia dei confini, dare il benvenuto o favorire l’assimilazione dei nuovi venuti. Gli intrusi devono essere eradicati”. 

Per quanto ripugnante possa essere il razzismo, la scala dei problemi ecologici attuali rende l’avversione alle migrazioni umane un detonatore politico insidioso, che non dovrebbe essere sottovalutato, e che invece viene dismesso come esagerazione filosofica o ambientalista. Come hanno scritto alcuni tra i migliori ecologi del mondo ( Dirzo, Ripple, Ceballos, tra gli altri) in un paper durissimo uscito il 13 gennaio scorso sulla piattaforma FRONTIERSIN.ORG (di cui parleremo presto, Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future): “La fertilità media nel mondo continua ad essere sopra la soglia di sostituzione (NDR, il numero dei nuovi nati si equipara al numero dei morti) e cioè 2-3 figli per donna), con una media di 4.8 figli per donna in Africa sub-sahariana e una fertilità di oltre 4 figli per donna in molti altri Paesi (Afghanistan, Yemen, Timor-Leste). Il miliardo punto 1 di persone che vivono oggi in Africa Sub-Sahariana – una regione che ci si aspetta subirà ripercussioni particolarmente severe dai cambiamenti climatici – si suppone raddoppierà nei prossimi 30 anni (…) Grandi volumi di popolazione e la continua crescita sono implicati in molti problemi sociali. L’impatto della crescita della popolazione, combinato con una imperfetta distribuzione delle risorse, conduce ad una massiccia insicurezza alimentare. Secondo alcune stime, 700-800 milioni di persone soffrono privazioni alimentari gravi e 1-2 miliardi sono sottonutrite o malnutrite (…) Più persone significa più produzione di fibre sintetiche e più plastica pericolosa usa e getta, molta della quale contribuisce ai processi di tossificazione della Terra. La demografia in continua crescita aumenta anche la eventualità di pandemie, che alimentano una caccia sempre più disperata per le scarse risorse disponibili. La crescita della popolazione è anche un fattore eziologico di molte malattie sociali, l’affollamento e la mancanza di lavoro, sino al deterioramento delle infrastrutture e a cattivi governi”. Lo scenario che abbiamo davanti non è quello di un razzismo alla BREITBART che usa le migrazioni come arma politica per i suprematisti bianchi; lo scenario che abbiamo davanti è invece quello di una progressiva e ormai rapida erosione delle risorse naturali che amplifica le migrazioni che, a loro volta, possono così facilmente essere cooptate come strumento politico da estremisti in giacca e cravatta. Tra 45 giorni Istanbul potrebbe non avere più acqua a causa della peggiore siccità degli ultimi 10 anni. La Turchia è uno dei Paesi chiave della crisi migratoria cominciata nel 2015. 

In definitiva, la Shah sembra lavorare su elementi storici che poi distorce, fallendo a bella posta nel collocarli in una corretta prospettiva storica e facendo di tutta una erba un fascio. Se nel 1950 un gigante assoluto della paleontologia evolutiva come Theodosius Dobzhansky (citato tutt’oggi come uno dei padri della lettura moderna della teoria dell’evoluzione dei viventi) ebbe delle perplessità a firmare la Dichiarazione delle Nazioni Unite che condannava la razza come concetto razzista, ciò non fu dovuto ad una qualche forma di criptorazzismo inconscio, bensì, molto più probabilmente, alle difficoltà del pensiero scientifico di leggere gli assunti fondamentali della teoria evolutiva nella concretezza della evidenza biologica. C’è voluto un secolo perché la teoria di Darwin, pubblicata nel 1859, venisse completamente introiettata. Questo ritardo, che oggi ci può apparire di una lentezza incomprensibile, dovrebbe essere analizzato e discusso non come elemento di un razzismo imperituro nelle scienze naturali, bensì come un esito della storia delle idee. La modernità, infatti, non è affatto quel trionfo della razionalità che il pensiero neo-positivista ancora oggi ci induce a dar per certo. Ed è per questo che alberga contraddizioni estreme. “Quel che i philosophes in concreto volevano era lo spirito critico; essi volevano sottoporre ogni cosa alla critica. E da questo punto di vista in nessun modo appaiono come antenati dell’autoritarismo. Ma poi c’è il rovescio della medaglia”, ha scritto George Mosse, “quella che io chiamerei la faccia oscura dell’Illuminismo, e che è stata messa in evidenza non soltanto da Talmon, ma anche dai teorici tedeschi della cosiddetta Scuola di Francoforte, Horkheimer e Adorno. Questo filone ha scorto nelle teorie astratte dell’Illuminismo, nel suo intellettualismo, una dimensione spersonalizzante che precorre il positivismo moderno. È una idea che mi sembra giusta, come è vero che è questa sorta di spersonalizzazione figlia dell’Illuminismo a produrre la prima classificazione razziale”.

Se c’è un insegnamento sociale uscito dal 2020 è che il razzismo ha permeato ogni ambito dell’esperienza umana in modo spesso subdolo e ben mascherato. Stiamo cominciando a vederlo, e ad ammetterlo. Il celeberrimo storico del Nazismo Hugh Trevor-Roper era una autorità nella sua università, Oxford. Eppure, negli anni ’60 affermò: “non esiste una storia africana. Esiste soltanto una storia europea in Africa. Il resto è oscurità”. E prima che arrivassero gli Europei, sul continente c’erano soltanto “poco edificanti scorribande di tribù barbare in angoli di mondo pittoreschi, ma irrilevanti”.  Quanti italiani la pensano ancora così?

L’ecologia non fa eccezione, non ultimo perché la rapacità dei conquistatori oceanici ha permesso all’Occidente di venire a contatto con la ricchezza biologica del Pianeta. Ma The Next Great Migration è un libro sconclusionato e ben poco colto, che sa come fa colpo sui giornali e sui lettori americani lavorando su semplificazioni e dicotomie grossolane, che finiscono con il lasciar germinare storture del tutto opposte, ma analoghe, alla retorica eversiva, emotiva e razzista del Trumpismo. 

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Londra, Firenze, Berlino: cresce il Museo Antropocene

(Photo Credit: British Museum)

Osservare e comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”. La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei. Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane. Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”. Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

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Photo Credits Humboldt Forum : SHF/ Giuliani/ Von Giese

Telmo Pievani: per affrontare la crisi di estinzione, e la pandemia, dobbiamo guardare a fondo nella natura ambivalente di Homo sapiens

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo. Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere. Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni. Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto. Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili. Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri. Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura. Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo. Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline. Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970. Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali. Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti. Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino. Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema. La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo. Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico. E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo. Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi. Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia. Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva. Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono. Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo. Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente. Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%. Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze. È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva; ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa. La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv. Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi. Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi. Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’. La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

(Si ringrazia: Anna Chiara Ferrero IED Milano)

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La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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La rassegnazione è la migliore opzione disponibile

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Sapevo che le condizioni ambientali non sarebbero state delle più propizie, ma ho deciso di tentare ugualmente. Con un po’ in ritardo rispetto all’inizio della tradizionale stagione della semina, il 3 di giugno ho piantato 4 piante di pomodoro sul balcone, interrandole nel terriccio, non trattato con fertilizzanti o erbicidi, di una fioriera in legno lunga un metro e profonda 50 centimetri. Vivendo al terzo piano di una via ad alto traffico su gomma, dove il boato dei motori a scoppio ha stretto alleanza con il cigolio industriale del tram, il mio balcone è letteralmente ricoperto da un pulviscolo onnipresente, nerastro, che,  come ho scoperto nel corso degli anni, contiene una percentuale di particolato metallico, che si fissa sulle foglie di piante e fiori, compromettendone la fotosintesi. Qualunque vegetale arrivi qui, settimana dopo settimana, sviluppa una sindrome da esaurimento: sulle foglie compaiono macchie bianche o gialle, che si allargano sino a inghiottire quasi tutta la clorofilla, lasciando così la pianta indifesa, cachettica, incapace di assorbire la radiazione solare. A giugno mi sentivo incoraggiata dal fatto che, stranamente, gli ortaggi hanno dato prova di riuscire a fronteggiare la sindrome da esaurimento con più energia rispetto a gerani, margherite e salvia. Il pomodoro coltivato sul balcone mi sembrava anche una risposta guerresca, direi legittimamente altezzosa, all’imperativo di un ritorno alla normalità pre-pandemia. Il tentativo di tenere vivo il pensiero, germogliato durante il lockdown, di una vita alternativa al rumore assordante e traffico eterno che sembra essere, a Milano, la massima aspirazione civile. Le quattro piante hanno dato il massimo per un paio di mesi, crescendo con vigore e determinazione, sviluppando un fogliame denso, di un verde indubitabile. Ventisei pomodori sono spuntati sulle cime più alte. Tutto procedeva per il meglio, quando, due settimane fa, le piante sono entrate in crisi. Macchie marroni si allargavano sotto i pomodori, compromettendone la maturazione. Le foglie sbiadivano, mordicchiate da chissà quale insetto straniero. La diagnosi è stata semplice: mancanza di calcio, marciume apicale. Serve un fertilizzante, possibilmente non sintetico. Perfetto: dove lo compro?

La risposta è fin troppo facile. In tre giorni, biologico, consegna sicura: Amazon. Una bottiglia di Pomosano a 9 euro e 90 centesimi. Nessun vivaio aperto in agosto, accessibile con i mezzi pubblici. Nessun fiorista nelle vicinanze, che avesse prodotti per l’orto urbano. Ed è stato così che, mio malgrado, mi sono trovata di nuovo ostaggio del colosso americano, del business più disinvolto che abbia messo il campo del suo esercito di opzioni, vantaggi e semplificazioni nel cervello e nel portafoglio dell’umanità intera. Con Amazon hanno una relazione tossica (quel tipo di innamoramento a senso unico, autodistruttivo che più consuma le sue vittime più pompa di serotonina i loro neuroni) soprattutto gli indigenti occulti, e cioè quelle persone che non possono davvero scegliere come compare, o come muoversi nel fluttuante ecosistema del business on line (scialuppa dei prossimi anni ?). Gli indigenti occulti lo devono benedire Amazon, perché il signor Bezos offre loro ipotesi di guadagno e di vie di uscita (salvare i pomodori e urlare il proprio Merde! In faccia al potere) che nessuna autorità statale o para-umanitaria sembra essere in grado di dispiegare. Chi non può scegliere ha mezze scelte a disposizione, scelte grottesche o sarcastiche, che gli danno la mezza illusione di poterla sfangare. 

Io i miei pomodori biologici li volevo salvare. Non volevo morissero, come se non li avessi amati abbastanza o mi fossi presa cura di loro in modo insufficiente. Non volevo dimostrassero che un orto urbano è una altra bella fola, ottima per chi, di opportunità di scelta, ne ha moltissime e quindi immagina ciò che non può esistere. Insomma, non volevo che i pomodori fallissero, perché avevo sperato di non poter fallire io come avanguardista contraria al ritorno alla normalità. Ma, di fatto, i pomodori mi stavano dicendo, con la loro carenza di calcio, che un terriccio passabile non basta. Non può bastare. E non può bastare perché anche le piante e gli ortaggi, come le foreste, per prosperare, hanno bisogno di una epoca geologica favorevole. Una città asfittica è nefasta per i pomodori, ma il posto dei pomodori, si potrebbe obiettare, non è la città, e se l’intero landscape di cui siamo circondati e permeati non fosse consunto al punto da generare una crisi biologica globale, nemmeno io avrei sentito il bisogno di piantare pomodori su un balcone nero di fuliggine, roso dalla ruggine, in un appartamento in affitto, in un palazzo vetusto in classe energetica G. 

Ed è così che, nella trepidante attesa che Amazon consegni il mio flacone di Pomosano al punto ritiro del Carrefour di CityLife, m’è venuta tra le mani una frase di Max Scheler: “nella plurimillenaria storia dell’umanità noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato un enigma a se stesso; in cui non sa più chi è, sapendo tuttavia di non saperlo”. Scheler scriveva questo al tempo della Prima Guerra Mondiale, un’epoca che, oggi, ci appare forte, sicura di sé, ancorché poco consapevole dei rischi micidiali impliciti nei giochi di potere imperiale tra le grandi potenze europee. É credibile che i borghesi in cappello e bastone del 1910 sapessero di non conoscersi a fondo? Non sono in grado di dirlo. Però Scheler aveva intuito il giusto asserendo che l’uomo moderno è un enigma. Non sa dove finisce l’intelligenza e dove comincia l’istinto. Si osserva compiere azioni delle cui conseguenze non gli sono chiari i confini e le implicazioni. Oggi, invece, l’enigma è stato risolto? Direi di sì.

Dai tempi felici del lockdwon in cui il rumore raccapricciante del traffico era sparito dal mio condotto uditivo, ho la sensazione di vivere in un’epoca che sa praticamente tutto di se stessa senza però sapere di sapere tutto; un’epoca che si ignora, pur guardandosi in faccia tutti i giorni. Le evidenze scientifiche del collasso biologico sono così numerose che è diventato noioso leggerne sui giornali. Ogni ricerca conferma la precedente, aggiungendo un micron di paura, orrore e devastazione al quadro generale. Questa settimana abbiamo saputo che le microplastiche sono ormai anche nei tessuti dei nostri organi (lo studio è stato presentato mercoledì 19 agosto alla American Chemical Society). Ebbene, non ci possiamo fare nulla. Se anche la finissimo domani con la porcata della plastica, quello che è in circolo è ormai là fuori e state certi che farà il suo sporco lavoro. Non sappiamo in che cosa consisterà la sua partita con la chimica organica, ma sarà una partita inarrestabile. Anche le estati saranno sempre più calde, pur nella fantascientifica ipotesi che da il minuto dopo aver finito di scrivere questo pezzo il mondo rinsavisca e viri verso la decresciuta energetica. Noi sappiamo tutto di ciò che dovremmo sapere per salvarci la pelle, ma non sappiamo di questa nostra conoscenza pur avendola elaborata, testata e conquistata. Saremo sempre più infelici, ma non sappiamo il perché anche se la causa della nostra infelicità è già stata diagnosticata. E questo avviene perché la costruzione del principio di realtà non è scontata. Avere un principio di realtà non è automatico. Ciò che appare scontato nasconde insidie. Ciò su cui facciamo conto per star bene ( la “normalità”: andare al cinema, andare in palestra, prendere l’aperitivo) è un congegno economico che stupra le nostre doti cognitive sino a farle marcire. Non siamo mai stati soli in questa disfunzione della coscienza, anzi, forse dovremmo essere più ematici e compassionevoli con i poveri disgraziati che non sanno neppure che cosa è l’estinzione delle specie animali o l’effetto serra. Di fronte all’abnorme (pranzare con un dittatore che bercia in pubblico sulla distruzione auspicabile degli ebrei, sapere che quando mangi un trancio di tonno butti più nel fegato plastica) l’essere umano può non capire un accidente, se non che si trova bene così come è. 

Maria von Below, moglie di Klaus von Below, aiutante di campo di Hitler dal 1937 al 1945, ricordando i primi anni del Nazionalsocialismo, disse a Gitta Sereny: “Capisce, non ho mai capito perché, per accettare il fatto di essere state stregate da lui, le persone dovessero svalutare i talenti che Hitler indubbiamente possedeva. Dopo tutto, non si guadagnò la fedeltà di uomini intelligenti e perbene dicendo loro che il suo progetto era l’omicidio e consentendo loro di vede che era moralmente un mostro. Li persuase perché era affascinante. Ma dirlo oggi è una bestemmia (…) Adesso è facile deridere, criticare. I miei figli continuano a chiedermi come ho potuto io – come abbiamo potuto noi – sopportarlo. Ma, mio Dio, era un mondo diverso”. Tra qualche decennio, i nipoti interrogheranno i nonni su questi nostri anni e porranno domande che ora sembrano tanto impossibili quanto inopportune. 

Il giorno in cui ho capito che i pomodori non ce l’avrebbero fatta senza Amazon, ho letto una amara riflessione sul ritorno alla normalità di Omar Sakr, un poeta di origine libanese naturalizzato australiano: “Il mondo è cambiato, eppure il suo peggio persiste. Ci viene ancora chiesto di riconoscere che questa è una situazione eccezionale, che richiede un cambiamento totale dei nostri comportamenti per adattarci e sopravvivere, ma soltanto per il tempo necessario a cambiare per tornare indietro, allo stile di vita che non è soltanto fatto a pezzi dalle sue stesse diseguaglianze, ma che gli esperti hanno già capito contiene imperfezioni fatali per la società umana. Quale è questa normalità a cui siamo costretti a ritornare? Il mio normale è la vita precaria di un poeta della working-class in un paese che odia lui, la sua cultura e le sue comunità. Il mio normale sono i commenti razzisti sul mio lavoro, le minacce di morte e i professionisti dell’odio on line. Il mio normale è il corpo devastato di mia zia, il cancro del mio prozio, l’affitto insostenibile di mia madre. Il mio normale sono i cugini in carcere, assuefatti soltanto alla povertà, alla punizione e all’aggressione della polizia. Il mio normale è la vita su una terra rubata, dove le richieste autodeterminate delle Prime Nazioni e delle loro comunità cono ignorare e le loro morti in custodia continuano. Morte è una parola passiva in questo caso. Il mio normale è il privilegio autentico di sapere in anticipo qualunque condizione sia imposta a me o alla mia famiglia, e che va peggio ai nostri parenti in Libano e in Siria, e che noi abbiamo contribuito a questo. Il mio normale e il vostro normale è una marcia senza sosta verso un clima distrutto, la liquidazione e il ridimensionamento del parere degli scienziati lungo questi decenni che abbiamo alle spalle, la mancanza di leadership e di una visione che osi immaginare qualcosa di sopportabile nella strada davanti a noi”. 

Ho l’impressione che questo “sopportabile” equivalga ad una sorta di matura rassegnazione. Rassegnazione per le opzioni che non ci sono, per le vie d’uscita che non esistono e che molti di noi hanno favoleggiato durante il lockdown perché abbiamo bisogno di pensare ad una soluzione anche quando la vita ci ha detto di NO con la massima chiarezza, un miliardo di volte. È abbastanza evidente che un vaso non può sostituire un campo aperto per delle piante di pomodoro. La normalità fa schifo, ma quasi sempre è semplicemente tutto ciò che abbiamo. 

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La guerra fantasma contro il Pianeta attraverso il prisma di Marc Bloch

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Non sappiamo se siamo in guerra. Non sappiamo neppure se questo possa essere definito un conflitto, perché le forze armate sono per ora lontane dalle nazioni maggiormente responsabili dello scontro. Non ci sono neppure dichiarazioni di belligeranza palesi, impugnabili, depositate nelle cancellerie di mezzo mondo, in questa crisi ecologica. Neil Levy, che insegna al Centre for Practical Ethics di Oxford ritiene ad esempio che questo passaggio storico non assomigli né ad un evento bellico né ad una grande recessione economica. 

Il motivo è presto detto: a differenza di qualunque evento bellico, anche il più sanguinoso e crudele, la catastrofe ecologica non finirà con la firma di un trattato di pace. Le evidenze scientifiche a nostra disposizione ci dicono invece che la traiettoria ormai imboccata a tutta velocità è per certi aspetti irreversibile. Uno studio uscito nell’ottobre del 2018 sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) avverte che gli esseri umani hanno già spazzato via dalla faccia della Terra 2 milioni e mezzo di storia evolutiva, corrispondente a 300 specie di mammiferi. Se anche oggi traducessimo in politiche concrete misure di protezione severissime contro l’emorragia di estinzione, servirebbero ai mammiferi e alle altre forme di vita del Pianeta tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni numeriche pre-umane. Per quanto riguarda il clima, l’anidride carbonica pompata in atmosfera negli ultimi 150 anni ha innescato effetti domino dall’esito imprevedibile, spingendo almeno 9 parametri ecologici e fisici al punto di non ritorno. Li ha elencati e discussi CARBONBRIEF. Tra questi 9: la trasformazione della foresta amazzonica in una savana, l’interruzione della AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione di acque calde e fredde nel sistema Atlantico-Artico che produce il clima temperato di metà Europa occidentale); lo scioglimento del permafrost in Alaska e Siberia e il conseguente “biome shift”, cioè lo spostamento verso nord degli habitat di taiga e foresta boreale; l’alterazione del sistema monsonico dell’Africa Occidentale e quindi del Sahel. 

Per i pochi che usano informarsi sullo stato del Pianeta questo significa soltanto una cosa: una crescente, oscura angoscia. Non tanto il sentimento di impotenza personale, quanto piuttosto la consapevolezza di una perdita irreversibile che diventerà motivo di afflizione per tutte le generazioni dopo di noi. 

Si ripropone dunque anche a noi una domanda che ha tormentato per un secolo gli intellettuali russi dell’Ottocento: che fare? 

Un buon suggerimento, anzi, una lunga lista di buone intenzioni improntate a rara saggezza, proviene da Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento. Ha parlato di lui, incrociando, io credo, anche il nostro presente ecologico, Alessandro Barbero in una lectio magistralis di stupefacente freschezza disponibile su YouTube: Alessandro Barbero spiega Marc Bloch. 

Bloch intanto fu uomo di studio, di biblioteche e di campi di battaglia in egual misura. Decorato nella Prima Guerra Mondiale, combatté fino all’Armistizio anche nella Seconda, perché non si tirò mai indietro al richiamo della sua patria e dell’urgenza storica e infatti poi finì con coraggio a servire nella Resistenza. Decisione che gli costò la vita. Bloch, spiega Barbero, rivoluzionò la storiografia francese perché comprese, nelle trincee di fango, sangue e materiale cerebrale esploso dei suoi compagni, che “la storia non è fatta solo di grandi imprese, ma è fatta di tutto, non c’è nulla nella vita che non interessi ad uno storico”. Un metodo non troppo dissimile da quello di Charles Darwin. 

Nel 1929 Bloch fondò, insieme all’amico Lucien Febvre, la rivista Les Annales, che infatti prendeva in considerazione ambiti dell’esperienza umana mai prima considerati: la psicologia della testimonianza, la storia dei prezzi e dei salari, l’antropologia, per via dei riti e delle credenze religiose. E molto altro.

Barbero porta un esempio straordinario della mentalità di Bloch, che aveva capito quanto i dettagli apparentemente volgari, rozzi, insignificanti, polverosi siano invece gli indizi dei movimenti sotterranei di pensiero e materiali che, alla fine, producono gli eventi estremi e mastodontici, come ad esempio una guerra. Barbero racconta infatti come Marc Bloch, cattedratico della Sorbona, si fosse messo a studiare l’abitudine delle massaie francesi di preparare la marmellata al principio dell’autunno.

Ma perché tutte queste confetture? Perché lo zucchero nel 1935 costa poco. É sempre stato così? Certo che no, scopre Bloch. É così adesso, perché lo zucchero in commercio viene dalla barbabietola, e non dalla costosa canna da zucchero caraibica. Le barbabietole le seminiamo anche qui a casa nostra. Ai tempi delle nostre trisavole non ci si poteva permettere questo “rito borghese”. Ed ecco, allora, “una storia dimenticata della nostra storia di Francia”. 

Concentrati come siamo sulle statistiche roboanti del cambiamento climatico, sulla lettura macroscopica delle trasformazioni ecologiche in corso, prestiamo poca attenzione alle alterazioni funzionali che sono sotto i nostri occhi. Al fatto, ad esempio, che quest’anno non abbiamo avuto l’inverno. O alla fioritura anticipata dei ciliegi, durante il Carnevale. Eppure, nulla di ciò a cui siamo avvezzi, anche nella nostra dieta, è scontato o eterno: tutto, invece, è ormai entrato in una spirale di sottrazione, deperimento, scomparsa.

La marmellata di Bloch che racconta la storia di Francia è il confine su cui si infrange anche la ricerca di un consenso sui sacrifici necessari ad arginare il declino del Pianeta. Perché solo attraverso minuzie di questo genere, per lo più ignorate dal giornalismo ambientale da salotto, la catastrofe diventa finalmente tangibile ed evidente. Pensiamo a cosa accadrebbe se questa estate l’acqua venisse razionata e i parrucchieri dovessero tagliare il numero di pacchetti “sciampo e piega” per le loro clienti. O se un ridimensionamento della nostra disponibilità energetica imponesse a migliaia di massaie di rinunciare a stirare camice e lenzuola. Il fatto che una guerra non sia mai stata dichiarata o che non ci troviamo sotto bombardamenti nemici non significa che non siamo entrati da tempo in una condizione radicale. 

Bloch, tra le altre cose, quando si trovò al fronte durante l’invasione nazista in Francia, scrisse anche che la sua generazione scopriva troppo tardi quanto snob fosse stato il ritiro dorato degli anni precedenti. La comoda vita sprofondati in poltrona a comporre saggistica sofisticata in ottimo francese. Mentre la società civile franava su se stessa. Ogni individuo conta, quanto alla costruzione della comunità, scrisse Bloch. E anche qui abbiamo di che attingere sul nostro presente, non per sentirsi meno disperati, ma più partecipi di sicuro: sentirsi responsabili del nostro tempo è un dovere civile. 

Ecocidio e cronocidio nel pensiero di Emmanuel Dongala

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Il nostro Paese vive una contraddizione surreale. Pur essendo sulla rotta obbligata dei movimenti migratori dall’Africa sub-sahariana e tropicale verso le coste europee, continua a guardare alle genti africane con lo sguardo degli anni Sessanta. Fermate cento persone a caso e chiedete loro se hanno mai letto uno scrittore africano. Forse la maggior parte oserà rispondere che non sapeva neppure l’avesse, l’Africa, una letteratura degna di nota. E invece sì, l’ha eccome, e penso valga la pensa riflettere, parecchio, sul capolavoro di Emmanuel Dongala, L’uomo di vento, edizioni Epochè 2010.

Questo romanzo, che nel 1988 valse all’autore il prestigioso Grand Prix Littéraire d’Afrique Noir, riesce a tenere insieme tre discorsi: il colonialismo e le sue conseguenze sull’economia regionale delle nazioni africane, lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi la crisi ecologica, e infine ciò che qui chiamerò cronocidio. Il cronocidio è la distruzione programmata del passato sotto forma di legame con gli antenati, identità culturale e relazione con gli ecosistemi di origine. In questo caso, con la foresta tropicale del Congo Brazzaville. Pur non affrontando direttamente la questione ambientale, Dongala riesce a porre in sequenza causa-effetto la visione economica coloniale e post-coloniale con la disintegrazione del passato comune, della eredità ancestrale che era, un tempo, il collante sociale delle popolazioni africane. 

Facendo questo, però, Dongala parla anche al cuore occidentale. A noi. Perché in questo libro è l’uomo bianco che fa fuori il suo stesso passato per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il mondo intero, foreste, animali e persone. Nella costruzione di questo ordine economico rapace, è stato indispensabile, per l’uomo occidentale, disinnescare il simbolismo del passato, per consegnare intenzioni e volontà politiche alla sola edificazione di un presente di prosperità. Una delle caratteristiche più impressionanti del capitalismo moderno è infatti la liquidazione del passato. Nulla conta se non il vantaggio del presente. E Dongala sembra averlo compreso da uno scacchiere geografico lontano migliaia di chilometri dalle biblioteche delle grandi capitali europee. 

L’ecocidio presuppone quindi il cronocidio, cioè la negazione della relazione fondamentale che lega gli uomini al loro passato. Agli antenati, alla tradizione, e alla propria storia biologica, cioè alla filogenesi. Il capitalismo avanzato nega alle economie “in via di sviluppo” il loro, proprio passato, liquidando al contempo l’appartenenza umana alla parabola evolutiva del Pianeta. 

Prima di inoltrarci nei concetti di ecocidio e di cronocidio, voglio fare una premessa: Dongala non assolve gli Africani incolpando i soli Occidentali. Anzi, denuncia la complicità dei capi villaggio, la corruzione e la meschinità degli maggiorenti che per avidità aprirono le porte allo straniero. Si sente nel romanzo, quindi, una lontana eco del capolavoro di Romain Gary Le radici del cielo (Neri Pozza). La realtà non è tutta bianca e tutta nera, ed è per questo che è così disperata e intricata. Anzi, Dongala suggerisce qui che sono proprio le vittime a doversi prendere la responsabilità di quanto è accaduto, facendo dire al protagonista, Mandala Mankunku: “bisognerà fare tutto il possibile perché le generazioni future non pensino che tutto ciò sia accaduto solo per colpa degli stranieri. Non bisogna mai dimenticare, padre, la propria cupidigia e le proprie debolezze”. 

Direi che, visti i tempi che viviamo, potremmo anche aggiungere una glossa a questo ragionamento: dovremmo fare del nostro meglio per evitare che le prossime generazioni ignorino la nostra inerzia e indifferenza verso i cambiamenti ecologici e la catastrofe di estinzione. 

Vediamo allora cosa si intende per ecocidio.

L’ecocidio è “il danno esteso, la distruzione o la perdita di un ecosistema, o di più ecosistemi, di un dato territorio, o per deliberata azione umana o per altre ragioni, portato ad un punto tale da aver compromesso o compromettere seriamente in futuro il pacifico uso di quel territorio da parte dei suoi abitanti”. Questa è la definizione di ecocidio proposta da Polly Higgins, l’avvocato inglese che si è battuta fino alla sua prematura morte, a poco più di 50 anni, nel 2019, per l’inserimento di questo reato nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aja. All’articolo 5 lo Statuto elenca le cinque tipologie di crimini “di rilevanza internazionale” che rientrano nella giurisdizione della Corte: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. La Higgins e il suo gruppo premevano perché a questa lista venisse aggiunto il crimine di ecocidio. E questo perché “una legge di imputazione del crimine di ecocidio avrebbe una azione di deterrenza per gli investitori nei confronti di pratiche ecocidiarie e li metterebbe in guardia dal sottoscriverle. Persone con responsabilità decisionali di alto livello – i CEO e i ministri di governo – diventerebbero responsabili di ecocidio dal punto di vista personale e criminale, ad esempio avendo preso parte a pratiche ecocidiarie o avendo fornito i permessi per esse quando conoscevano o avrebbero dovuto conoscerne le conseguenze”, riporta STOPECOCIDE.EARTH. 

Il cronocidio, invece, è un sottoprodotto del capitalismo. È la presunzione che non esista un legame strutturante con il patrimonio culturale acquisito e che, quindi, economia e tecnologia possano espandersi in completa libertà ed autonomia, all’infinito, con il solo scopo di massimizzare il profitto del presente. Il cronocidio presuppone dunque di liberarsi dai vincoli della tradizione che definiscono anche i limiti di uso delle risorse – umane, animali, naturali – varcata la soglia dei quali gli effetti collaterali del loro impiego massivo superano i vantaggi ottenuti. Nella cultura del cronocidio il passato non ha più valore, a meno che non venga messo a reddito, come accade ad esempio con il patrimonio artistico, che non rappresenta più un contesto simbolico in cui riconoscersi e ritrovarsi, ma è diventato passatempo e turismo.  Ma la dismissione industriale del passato è all’opera anche sul Pianeta Terra, con i suoi ecosistemi e le sue faune. È da questo punto di vista che, credo, si possa impiegare la metafora stessa di Dongala e cioè “la morte degli Antenati”. 

Il vecchio Lukeni, il decano vecchio e saggio del villaggio (siamo nel Congo Brazzaville di inizio Novecento) dice a Mankunku: “la storia di un popolo non deve morire con coloro che l’hanno vissuta, dev’essere trasmessa di bocca in bocca, di memoria in memoria”. Per Mankunku la morte di Lukeni sarebbe una disgrazia irrecuperabile: “non possiamo perdere tutto quello che sa, un popolo non può vivere senza memoria”. E tuttavia, Mankunku è troppo giovane per non appartenere ad una epoca di mezzo, in cui la sua sete di conoscenza trova un terreno fertile nelle novità scientifiche e tecnologiche introdotte in Congo dai Francesi: “Non basta più essere gli anelli di trasmissione del sapere degli Antenati e nemmeno essere soltanto i depositari di un sapere stabilito per sempre”.

Lukeni sa che nelle parole di Mankunku c’è l’esigenza di una rottura, di una distruzione che non può tener buono il passato, se vuole affermarsi. In questa volontà di cambiamento (che Dongala non identifica con il progresso, ma con il desiderio umano di uscire dai propri confini) gli Antenati non possono più avere cittadinanza. Inutili, come gli sciamani dinanzi a un medico laureato in Medicina a Parigi: “il grande disegno che nei secoli abbiamo tracciato insieme noi e i nostri Antenati (…) sono vissuto fino ad oggi in una società il cui ideale era la propria perpetrazione. I nostri Antenati e noi stessi l’avevamo costruita così bene da aver paura di qualsiasi individuo che si discostasse dalle norme ammesse, perché il minimo falso movimento, il minimo elemento sottratto o aggiunto rischiava di far crollare l’intero edificio”. 

Le conseguenze della rottura con gli Antenati, in una civiltà in cui l’intero cosmo sociale si reggeva sulla linea di continuità spirituale e legislativa con le generazioni antiche, innesca degli effetti domino dirompenti. Il primo francese che arriva al villaggio e strappa al Capo la firma sulla concessione d’uso del suo regno festeggia sparando con un fucile inglese a decine di elefanti (oggi in Brazzaville e in Gabon gli elefanti si contano al lumicino). Arrivano i cash crops da esportazione (caucciù e palma da olio). E infatti “la foresta era diventata ostile perché non capiva quella sete di distruzione che li aveva improvvisamente invasi (…) celava sempre più accuratamente i frutti commestibili e la selvaggina. E loro ne avevano talmente paura da odiarla. La fiducia tra la foresta e gli uomini, che erano sempre vissuti in simbiosi materiale e spirituale, si era rotta: si escludevano mutualmente, gli uni erano diventati parassiti dell’altra e vice versa”. Oggi abbiamo studi scientifici in peer review su questi effetti ecologici sistemici, che si chiamano sindrome della foresta vuota e defaunazione. 

I colonizzatori francesi avevano smesso già da un pezzo, in patria, di credere negli Antenati. La rivoluzione industriale, in senso strettamente marxista, ha imposto una agenda di lavoro che esclude la devozione per il passato in quanto ostacolo all’efficienza produttiva. Il fatto che ogni oggetto sia replicabile in serie, in catena di montaggio, priva qualunque manufatto delle sua unicità estetica e simbolica. La creazione artigianale, artistica  e intellettuale non potrà più invecchiare e scivolare nel passato come punto di riferimento per il futuro; potrà solo eclissarsi, surclassata dal nuovo. I colonizzatori francesi hanno imparato fino in fondo, insieme ai loro amici europei delle nazioni europee, la lezione fondamentale dell’Illuminismo Settecentesco: la trionfale parabola umana è progresso. 

Senza cronocidio, il progresso è impossibile, ma anche impensabile. Ma “nella savana senz’anima abbandonata dal respiro degli Antenati urlano le trombe”, come ha scritto il poeta senegalese Birago Diop. Uccidere il passato consente di aprire le porte ad una era di conquiste (la medicina, la ferrovia, la fine delle uccisioni rituali, ad esempio dei neonati gemelli o albini, l’astronomia, la chimica), ma riduce l’esperienza del mondo di ciascun essere vivente al suo sfruttamento economico e politico. 

Potremmo quindi, tenendo buona la definizione di ecocidio, così ridefinire il cronocidio: “la perdita di un orizzonte culturale normativo, in una data cultura, che determina il progressivo assottigliamento della nozione di limite per deliberata azione umana nei processi di uso delle risorse, animali e umane, sino al punto da compromettere le condizioni di esistenza psicologiche, emotive e civili della comunità che ne soffre”. 

È il nipote del vecchio Lukeni, laureato in chimica industriale negli Stati Uniti, che dice nel modo più limpido possibile dove la liquidazione del “mondo degli Antenati” abbia condotto bianchi europei e neri africani: “Prima della colonizzazione, tu e tutti quelli della tua generazione vivevate in un mondo chiuso, un sistema chiuso dove gli scambi con l’esterno erano controllabili e reversibili. Allora era semplice tenere il mondo sotto controllo. Dopo l’arrivo della colonizzazione, il sistema è diventato incontrollabilmente aperto, ogni cosa tende naturalmente verso un disordine più grande. Non si può più distinguere facilmente causa ed effetto. In questo senso tu hai ragione, le cose sono più complicate di prima, gli Antenati e il loro mondo equilibrato non hanno più posto”. 

Parlare del futuro, oggi, è solo fare propaganda

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“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Parole sconcertanti, se pensiamo che abbiamo alle spalle un anno e mezzo di proclami, denunce e dichiarazioni sulla fine del mondo entro 12 anni, in mancanza di politiche climatiche adeguate. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. A suo parere il futuro non è fonte di angoscia e neppure un tesoro da conquistare. È semplicemente propaganda. 

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara. Così sarebbe il futuro: siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva. Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum. Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta. Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento allo standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum. Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente. Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti. Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni. Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Il tipo di discorso economico in corso di preparazione a Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro. In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa (il fatto che il Pianeta sta diventando una monocoltura umana) vengono ascritti ad un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica e conversione ideologica. Non si presta alcuna attenzione al tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle. Ma sarebbe meglio ricordare che questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione implicito nella riflessione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione. E noi oggi sappiamo che la storia non finisce, anzi comincia, proprio nel momento in cui chi riesce a mettere le mani sui mezzi di produzione immagina e traduce in realtà un nuovo tipo di esistenza. Possibilità di redenzione e fiducia nella provvidenza sono la storia stessa del capitalismo. Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare. 

Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

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Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

L’Inghilterra non lascerà mai l’Unione Europea

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Londra, Inghilterra – Entro gennaio 2020 l’Inghilterra uscirà dall’Unione Europea. Non è del tutto vero. Il voto di ieri consegna il Paese ai conservatori ad amplissima maggioranza ed è proprio per questo che il Regno Unito conferma la sua piena adesione all’Europa. Non l’Europa dei trattati e di Bruxelles, certo. Ma una Europa molto più vera e cogente, che ancora una volta ha dato prova del suo carattere. 

Con Boris Johnson vince infatti un partito che se ne frega del cambiamento climatico e del collasso del Pianeta, che considera la povertà una colpa e che incarna i due pilastri fondativi del Regno Unito. I due pilastri su cui l’Inghilterra ha eretto l’impresa economica di un intero continente: la cultura d’élite di Oxford e Cambridge e l’avidità. Esercitando senza alcuna pietà queste due virtù nazionali, l’Inghilterra ha dato il ritmo all’espansione europea del ‘700 e dell’800. Ognuno di noi in quanto europeo è figlio del Regno Unito.

Ha ragione Rob Watson, il corrispondente politico della BBC, che stamattina alle 6 da Londra parlava della Brexit come di una “cultural identity”. Non solo inglese, stiamocene certi.

L’Europa vuole e ama soltanto se stessa. È capace di improvvisi balzi e di rivoluzioni politiche rapidissime, come appunto dimostra il referendum a valanga sulla Brexit e adesso il voto a favore dei Tory. Niente di questo genere si è ma visto nelle politiche ambientali. E chi è abbastanza lucido da capirlo, lo capisca e taccia impietrito per le conseguenze di un simile spietato ardimento. Lo European Green New Deal è una bazzecola in confronto alla reazione di stampo bellico che occorrerebbe per fronteggiare la catastrofe. E la ragione di questa impostazione che sposta tutto al 2050, come se avessimo ancora una montagna di tempo per negoziare, è che il carattere europeo non può modificare la sua natura.

Un carattere fatto di velieri, di colonie, di carbone, di esplorazioni artiche, di pittura a olio. Un carattere che ben sopporta la convivenza di Cecil John Rhodes e di Carlo Linneo. I diritti umani e i genocidi. 

Il carattere europeo è il grande nemico. Il nemico di un cambio di civiltà che ci permetta di guardare in faccia la catastrofe ecologica. Un nemico che è dentro di noi.

La vera figura politica del prossimo decennio, su questo continente, è la coscienza europea. Avremo abbastanza coraggio per prenderla in considerazione senza moralismi d’accatto? Sapremo sottoporla ad un esame radicale e pronto alla rinuncia? Sono questi gli interrogativi che rendono questo tempo di incertezza sociale e di disintegrazione delle certezze economiche che sono state l’orgoglio europeo del secondo dopoguerra così simile al decennio 1920-1930. Anche allora la coscienza europea era in pieno travaglio. 

È vero. Un pericolo fascista sta facendo i suoi sporchi giochi attorno a noi, in ogni contrada della vecchia Europa. Ma non è il fascismo descritto da Antonio Scurati. È il rifiuto violento, di stomaco, e per questo ancora più crudele e ributtante, di affrontare la catastrofe della biosfera. In nome dello stesso io assoluto di Federico il Grande di Prussia, Maria Teresa d’Austria, Robespierre e Danton, Newton e Kant, Lenin e Churchill: l’Europa.