Categoria: Tracce

La guerra fantasma contro il Pianeta attraverso il prisma di Marc Bloch

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Non sappiamo se siamo in guerra. Non sappiamo neppure se questo possa essere definito un conflitto, perché le forze armate sono per ora lontane dalle nazioni maggiormente responsabili dello scontro. Non ci sono neppure dichiarazioni di belligeranza palesi, impugnabili, depositate nelle cancellerie di mezzo mondo, in questa crisi ecologica. Neil Levy, che insegna al Centre for Practical Ethics di Oxford ritiene ad esempio che questo passaggio storico non assomigli né ad un evento bellico né ad una grande recessione economica. 

Il motivo è presto detto: a differenza di qualunque evento bellico, anche il più sanguinoso e crudele, la catastrofe ecologica non finirà con la firma di un trattato di pace. Le evidenze scientifiche a nostra disposizione ci dicono invece che la traiettoria ormai imboccata a tutta velocità è per certi aspetti irreversibile. Uno studio uscito nell’ottobre del 2018 sulla PNAS ( Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis ) avverte che gli esseri umani hanno già spazzato via dalla faccia della Terra 2 milioni e mezzo di storia evolutiva, corrispondente a 300 specie di mammiferi. Se anche oggi traducessimo in politiche concrete misure di protezione severissime contro l’emorragia di estinzione, servirebbero ai mammiferi e alle altre forme di vita del Pianeta tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni numeriche pre-umane. Per quanto riguarda il clima, l’anidride carbonica pompata in atmosfera negli ultimi 150 anni ha innescato effetti domino dall’esito imprevedibile, spingendo almeno 9 parametri ecologici e fisici al punto di non ritorno. Li ha elencati e discussi CARBONBRIEF. Tra questi 9: la trasformazione della foresta amazzonica in una savana, l’interruzione della AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation, la circolazione di acque calde e fredde nel sistema Atlantico-Artico che produce il clima temperato di metà Europa occidentale); lo scioglimento del permafrost in Alaska e Siberia e il conseguente “biome shift”, cioè lo spostamento verso nord degli habitat di taiga e foresta boreale; l’alterazione del sistema monsonico dell’Africa Occidentale e quindi del Sahel. 

Per i pochi che usano informarsi sullo stato del Pianeta questo significa soltanto una cosa: una crescente, oscura angoscia. Non tanto il sentimento di impotenza personale, quanto piuttosto la consapevolezza di una perdita irreversibile che diventerà motivo di afflizione per tutte le generazioni dopo di noi. 

Si ripropone dunque anche a noi una domanda che ha tormentato per un secolo gli intellettuali russi dell’Ottocento: che fare? 

Un buon suggerimento, anzi, una lunga lista di buone intenzioni improntate a rara saggezza, proviene da Marc Bloch, uno dei più grandi storici del Novecento. Ha parlato di lui, incrociando, io credo, anche il nostro presente ecologico, Alessandro Barbero in una lectio magistralis di stupefacente freschezza disponibile su YouTube: Alessandro Barbero spiega Marc Bloch. 

Bloch intanto fu uomo di studio, di biblioteche e di campi di battaglia in egual misura. Decorato nella Prima Guerra Mondiale, combatté fino all’Armistizio anche nella Seconda, perché non si tirò mai indietro al richiamo della sua patria e dell’urgenza storica e infatti poi finì con coraggio a servire nella Resistenza. Decisione che gli costò la vita. Bloch, spiega Barbero, rivoluzionò la storiografia francese perché comprese, nelle trincee di fango, sangue e materiale cerebrale esploso dei suoi compagni, che “la storia non è fatta solo di grandi imprese, ma è fatta di tutto, non c’è nulla nella vita che non interessi ad uno storico”. Un metodo non troppo dissimile da quello di Charles Darwin. 

Nel 1929 Bloch fondò, insieme all’amico Lucien Febvre, la rivista Les Annales, che infatti prendeva in considerazione ambiti dell’esperienza umana mai prima considerati: la psicologia della testimonianza, la storia dei prezzi e dei salari, l’antropologia, per via dei riti e delle credenze religiose. E molto altro.

Barbero porta un esempio straordinario della mentalità di Bloch, che aveva capito quanto i dettagli apparentemente volgari, rozzi, insignificanti, polverosi siano invece gli indizi dei movimenti sotterranei di pensiero e materiali che, alla fine, producono gli eventi estremi e mastodontici, come ad esempio una guerra. Barbero racconta infatti come Marc Bloch, cattedratico della Sorbona, si fosse messo a studiare l’abitudine delle massaie francesi di preparare la marmellata al principio dell’autunno.

Ma perché tutte queste confetture? Perché lo zucchero nel 1935 costa poco. É sempre stato così? Certo che no, scopre Bloch. É così adesso, perché lo zucchero in commercio viene dalla barbabietola, e non dalla costosa canna da zucchero caraibica. Le barbabietole le seminiamo anche qui a casa nostra. Ai tempi delle nostre trisavole non ci si poteva permettere questo “rito borghese”. Ed ecco, allora, “una storia dimenticata della nostra storia di Francia”. 

Concentrati come siamo sulle statistiche roboanti del cambiamento climatico, sulla lettura macroscopica delle trasformazioni ecologiche in corso, prestiamo poca attenzione alle alterazioni funzionali che sono sotto i nostri occhi. Al fatto, ad esempio, che quest’anno non abbiamo avuto l’inverno. O alla fioritura anticipata dei ciliegi, durante il Carnevale. Eppure, nulla di ciò a cui siamo avvezzi, anche nella nostra dieta, è scontato o eterno: tutto, invece, è ormai entrato in una spirale di sottrazione, deperimento, scomparsa.

La marmellata di Bloch che racconta la storia di Francia è il confine su cui si infrange anche la ricerca di un consenso sui sacrifici necessari ad arginare il declino del Pianeta. Perché solo attraverso minuzie di questo genere, per lo più ignorate dal giornalismo ambientale da salotto, la catastrofe diventa finalmente tangibile ed evidente. Pensiamo a cosa accadrebbe se questa estate l’acqua venisse razionata e i parrucchieri dovessero tagliare il numero di pacchetti “sciampo e piega” per le loro clienti. O se un ridimensionamento della nostra disponibilità energetica imponesse a migliaia di massaie di rinunciare a stirare camice e lenzuola. Il fatto che una guerra non sia mai stata dichiarata o che non ci troviamo sotto bombardamenti nemici non significa che non siamo entrati da tempo in una condizione radicale. 

Bloch, tra le altre cose, quando si trovò al fronte durante l’invasione nazista in Francia, scrisse anche che la sua generazione scopriva troppo tardi quanto snob fosse stato il ritiro dorato degli anni precedenti. La comoda vita sprofondati in poltrona a comporre saggistica sofisticata in ottimo francese. Mentre la società civile franava su se stessa. Ogni individuo conta, quanto alla costruzione della comunità, scrisse Bloch. E anche qui abbiamo di che attingere sul nostro presente, non per sentirsi meno disperati, ma più partecipi di sicuro: sentirsi responsabili del nostro tempo è un dovere civile. 

Ecocidio e cronocidio nel pensiero di Emmanuel Dongala

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Il nostro Paese vive una contraddizione surreale. Pur essendo sulla rotta obbligata dei movimenti migratori dall’Africa sub-sahariana e tropicale verso le coste europee, continua a guardare alle genti africane con lo sguardo degli anni Sessanta. Fermate cento persone a caso e chiedete loro se hanno mai letto uno scrittore africano. Forse la maggior parte oserà rispondere che non sapeva neppure l’avesse, l’Africa, una letteratura degna di nota. E invece sì, l’ha eccome, e penso valga la pensa riflettere, parecchio, sul capolavoro di Emmanuel Dongala, L’uomo di vento, edizioni Epochè 2010.

Questo romanzo, che nel 1988 valse all’autore il prestigioso Grand Prix Littéraire d’Afrique Noir, riesce a tenere insieme tre discorsi: il colonialismo e le sue conseguenze sull’economia regionale delle nazioni africane, lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi la crisi ecologica, e infine ciò che qui chiamerò cronocidio. Il cronocidio è la distruzione programmata del passato sotto forma di legame con gli antenati, identità culturale e relazione con gli ecosistemi di origine. In questo caso, con la foresta tropicale del Congo Brazzaville. Pur non affrontando direttamente la questione ambientale, Dongala riesce a porre in sequenza causa-effetto la visione economica coloniale e post-coloniale con la disintegrazione del passato comune, della eredità ancestrale che era, un tempo, il collante sociale delle popolazioni africane. 

Facendo questo, però, Dongala parla anche al cuore occidentale. A noi. Perché in questo libro è l’uomo bianco che fa fuori il suo stesso passato per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il mondo intero, foreste, animali e persone. Nella costruzione di questo ordine economico rapace, è stato indispensabile, per l’uomo occidentale, disinnescare il simbolismo del passato, per consegnare intenzioni e volontà politiche alla sola edificazione di un presente di prosperità. Una delle caratteristiche più impressionanti del capitalismo moderno è infatti la liquidazione del passato. Nulla conta se non il vantaggio del presente. E Dongala sembra averlo compreso da uno scacchiere geografico lontano migliaia di chilometri dalle biblioteche delle grandi capitali europee. 

L’ecocidio presuppone quindi il cronocidio, cioè la negazione della relazione fondamentale che lega gli uomini al loro passato. Agli antenati, alla tradizione, e alla propria storia biologica, cioè alla filogenesi. Il capitalismo avanzato nega alle economie “in via di sviluppo” il loro, proprio passato, liquidando al contempo l’appartenenza umana alla parabola evolutiva del Pianeta. 

Prima di inoltrarci nei concetti di ecocidio e di cronocidio, voglio fare una premessa: Dongala non assolve gli Africani incolpando i soli Occidentali. Anzi, denuncia la complicità dei capi villaggio, la corruzione e la meschinità degli maggiorenti che per avidità aprirono le porte allo straniero. Si sente nel romanzo, quindi, una lontana eco del capolavoro di Romain Gary Le radici del cielo (Neri Pozza). La realtà non è tutta bianca e tutta nera, ed è per questo che è così disperata e intricata. Anzi, Dongala suggerisce qui che sono proprio le vittime a doversi prendere la responsabilità di quanto è accaduto, facendo dire al protagonista, Mandala Mankunku: “bisognerà fare tutto il possibile perché le generazioni future non pensino che tutto ciò sia accaduto solo per colpa degli stranieri. Non bisogna mai dimenticare, padre, la propria cupidigia e le proprie debolezze”. 

Direi che, visti i tempi che viviamo, potremmo anche aggiungere una glossa a questo ragionamento: dovremmo fare del nostro meglio per evitare che le prossime generazioni ignorino la nostra inerzia e indifferenza verso i cambiamenti ecologici e la catastrofe di estinzione. 

Vediamo allora cosa si intende per ecocidio.

L’ecocidio è “il danno esteso, la distruzione o la perdita di un ecosistema, o di più ecosistemi, di un dato territorio, o per deliberata azione umana o per altre ragioni, portato ad un punto tale da aver compromesso o compromettere seriamente in futuro il pacifico uso di quel territorio da parte dei suoi abitanti”. Questa è la definizione di ecocidio proposta da Polly Higgins, l’avvocato inglese che si è battuta fino alla sua prematura morte, a poco più di 50 anni, nel 2019, per l’inserimento di questo reato nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aja. All’articolo 5 lo Statuto elenca le cinque tipologie di crimini “di rilevanza internazionale” che rientrano nella giurisdizione della Corte: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. La Higgins e il suo gruppo premevano perché a questa lista venisse aggiunto il crimine di ecocidio. E questo perché “una legge di imputazione del crimine di ecocidio avrebbe una azione di deterrenza per gli investitori nei confronti di pratiche ecocidiarie e li metterebbe in guardia dal sottoscriverle. Persone con responsabilità decisionali di alto livello – i CEO e i ministri di governo – diventerebbero responsabili di ecocidio dal punto di vista personale e criminale, ad esempio avendo preso parte a pratiche ecocidiarie o avendo fornito i permessi per esse quando conoscevano o avrebbero dovuto conoscerne le conseguenze”, riporta STOPECOCIDE.EARTH. 

Il cronocidio, invece, è un sottoprodotto del capitalismo. È la presunzione che non esista un legame strutturante con il patrimonio culturale acquisito e che, quindi, economia e tecnologia possano espandersi in completa libertà ed autonomia, all’infinito, con il solo scopo di massimizzare il profitto del presente. Il cronocidio presuppone dunque di liberarsi dai vincoli della tradizione che definiscono anche i limiti di uso delle risorse – umane, animali, naturali – varcata la soglia dei quali gli effetti collaterali del loro impiego massivo superano i vantaggi ottenuti. Nella cultura del cronocidio il passato non ha più valore, a meno che non venga messo a reddito, come accade ad esempio con il patrimonio artistico, che non rappresenta più un contesto simbolico in cui riconoscersi e ritrovarsi, ma è diventato passatempo e turismo.  Ma la dismissione industriale del passato è all’opera anche sul Pianeta Terra, con i suoi ecosistemi e le sue faune. È da questo punto di vista che, credo, si possa impiegare la metafora stessa di Dongala e cioè “la morte degli Antenati”. 

Il vecchio Lukeni, il decano vecchio e saggio del villaggio (siamo nel Congo Brazzaville di inizio Novecento) dice a Mankunku: “la storia di un popolo non deve morire con coloro che l’hanno vissuta, dev’essere trasmessa di bocca in bocca, di memoria in memoria”. Per Mankunku la morte di Lukeni sarebbe una disgrazia irrecuperabile: “non possiamo perdere tutto quello che sa, un popolo non può vivere senza memoria”. E tuttavia, Mankunku è troppo giovane per non appartenere ad una epoca di mezzo, in cui la sua sete di conoscenza trova un terreno fertile nelle novità scientifiche e tecnologiche introdotte in Congo dai Francesi: “Non basta più essere gli anelli di trasmissione del sapere degli Antenati e nemmeno essere soltanto i depositari di un sapere stabilito per sempre”.

Lukeni sa che nelle parole di Mankunku c’è l’esigenza di una rottura, di una distruzione che non può tener buono il passato, se vuole affermarsi. In questa volontà di cambiamento (che Dongala non identifica con il progresso, ma con il desiderio umano di uscire dai propri confini) gli Antenati non possono più avere cittadinanza. Inutili, come gli sciamani dinanzi a un medico laureato in Medicina a Parigi: “il grande disegno che nei secoli abbiamo tracciato insieme noi e i nostri Antenati (…) sono vissuto fino ad oggi in una società il cui ideale era la propria perpetrazione. I nostri Antenati e noi stessi l’avevamo costruita così bene da aver paura di qualsiasi individuo che si discostasse dalle norme ammesse, perché il minimo falso movimento, il minimo elemento sottratto o aggiunto rischiava di far crollare l’intero edificio”. 

Le conseguenze della rottura con gli Antenati, in una civiltà in cui l’intero cosmo sociale si reggeva sulla linea di continuità spirituale e legislativa con le generazioni antiche, innesca degli effetti domino dirompenti. Il primo francese che arriva al villaggio e strappa al Capo la firma sulla concessione d’uso del suo regno festeggia sparando con un fucile inglese a decine di elefanti (oggi in Brazzaville e in Gabon gli elefanti si contano al lumicino). Arrivano i cash crops da esportazione (caucciù e palma da olio). E infatti “la foresta era diventata ostile perché non capiva quella sete di distruzione che li aveva improvvisamente invasi (…) celava sempre più accuratamente i frutti commestibili e la selvaggina. E loro ne avevano talmente paura da odiarla. La fiducia tra la foresta e gli uomini, che erano sempre vissuti in simbiosi materiale e spirituale, si era rotta: si escludevano mutualmente, gli uni erano diventati parassiti dell’altra e vice versa”. Oggi abbiamo studi scientifici in peer review su questi effetti ecologici sistemici, che si chiamano sindrome della foresta vuota e defaunazione. 

I colonizzatori francesi avevano smesso già da un pezzo, in patria, di credere negli Antenati. La rivoluzione industriale, in senso strettamente marxista, ha imposto una agenda di lavoro che esclude la devozione per il passato in quanto ostacolo all’efficienza produttiva. Il fatto che ogni oggetto sia replicabile in serie, in catena di montaggio, priva qualunque manufatto delle sua unicità estetica e simbolica. La creazione artigianale, artistica  e intellettuale non potrà più invecchiare e scivolare nel passato come punto di riferimento per il futuro; potrà solo eclissarsi, surclassata dal nuovo. I colonizzatori francesi hanno imparato fino in fondo, insieme ai loro amici europei delle nazioni europee, la lezione fondamentale dell’Illuminismo Settecentesco: la trionfale parabola umana è progresso. 

Senza cronocidio, il progresso è impossibile, ma anche impensabile. Ma “nella savana senz’anima abbandonata dal respiro degli Antenati urlano le trombe”, come ha scritto il poeta senegalese Birago Diop. Uccidere il passato consente di aprire le porte ad una era di conquiste (la medicina, la ferrovia, la fine delle uccisioni rituali, ad esempio dei neonati gemelli o albini, l’astronomia, la chimica), ma riduce l’esperienza del mondo di ciascun essere vivente al suo sfruttamento economico e politico. 

Potremmo quindi, tenendo buona la definizione di ecocidio, così ridefinire il cronocidio: “la perdita di un orizzonte culturale normativo, in una data cultura, che determina il progressivo assottigliamento della nozione di limite per deliberata azione umana nei processi di uso delle risorse, animali e umane, sino al punto da compromettere le condizioni di esistenza psicologiche, emotive e civili della comunità che ne soffre”. 

È il nipote del vecchio Lukeni, laureato in chimica industriale negli Stati Uniti, che dice nel modo più limpido possibile dove la liquidazione del “mondo degli Antenati” abbia condotto bianchi europei e neri africani: “Prima della colonizzazione, tu e tutti quelli della tua generazione vivevate in un mondo chiuso, un sistema chiuso dove gli scambi con l’esterno erano controllabili e reversibili. Allora era semplice tenere il mondo sotto controllo. Dopo l’arrivo della colonizzazione, il sistema è diventato incontrollabilmente aperto, ogni cosa tende naturalmente verso un disordine più grande. Non si può più distinguere facilmente causa ed effetto. In questo senso tu hai ragione, le cose sono più complicate di prima, gli Antenati e il loro mondo equilibrato non hanno più posto”. 

Parlare del futuro, oggi, è solo fare propaganda

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“Di futuro ce n’è tanto, e a causa della sua abbondanza è propaganda. Come l’erba”. Firmato Iosif Brodskij. Parole sconcertanti, se pensiamo che abbiamo alle spalle un anno e mezzo di proclami, denunce e dichiarazioni sulla fine del mondo entro 12 anni, in mancanza di politiche climatiche adeguate. Brodskij era nato il 24 maggio del 1940 a Pietroburgo (allora Leningrado) e quindi possiamo dire che di catastrofi, di eventi bellici e di rivoluzioni qualcosa ne sapeva. A suo parere il futuro non è fonte di angoscia e neppure un tesoro da conquistare. È semplicemente propaganda. 

Le leggi del mercato ci insegnano che un bene ampiamente disponibile viene venduto ad un prezzo basso perché non è una merce ricercata, o rara. Così sarebbe il futuro: siccome nessuno sa cosa accadrà, quali ipotesi troveranno conferma nella realtà, il domani può essere dissipato in attesa di una maggiore chiarezza, o nella speranza di conferme, oppure, anche, nel desiderio che le previsioni fosche siano una allucinazione collettiva. Entrambi questi atteggiamenti, la dilazione continua, tipica della politica, e l’utopia edulcorata, appannaggio dei personaggi alla Greta Thunberg, strumentalizzano il futuro senza uno scopo preciso se non quello di dissolvere nel nulla il bruciante, spietato e indigesto cinismo che invece servirebbe spargere a piene mani per scongiurare il peggio. 

È così che il futuro (il nostro, quello delle specie animali) arriverà però il 21 gennaio prossimo a Davos, in Svizzera, per il cinquantesimo meeting annuale del World Economic Forum. Quest’anno la questione ambientale sarà al centro delle discussioni con un deciso appello al buon senso: come salvare il Pianeta. Alcuni punti chiave del meeting sono quindi già stati pubblicati sul sito dell’appuntamento: “il mondo degli affari ha bisogno di assumersi la responsabilità del proprio impatto sul clima; abbracciare un futuro più verde aprirà a nuove opportunità di business; un approccio integrato e basato sulla natura è il miglior modo per procedere in questa direzione; negli ultimi 50 anni gli standard di vita sono cresciuti, ma a discapito del clima”. 

Il riferimento allo standard di vita, per lo meno occidentale, è il passaggio più importante degli articoli introduttivi pubblicati sul sito del World Economic Forum. Qui si punta il dito dritto alla questione, e cioè come assicurare prosperità economica al nostro futuro in un Pianeta su cui la scarsità di risorse è già entrata in una spirale discendente. Anna Richards, Chief Executive Officer di Fidelity International cita addirittura uno storico dell’economia, R.H.Tawney, per meglio illustrare il tipo di congiuntura attuale: “Le certezze di una epoca saranno i problemi della successiva”. 

E i problemi della successiva sono presto detti. Stando ai dati della IEA (International Energy Agency) in un contributo della primavera scorsa, che fotografia il 2018: “La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti di riscaldamento e refrigerazione in alcune regioni. Il gas naturale emerge come il carburante preferenziale, con i maggiori introiti e un conto del 45% sulla crescita complessiva di energia”. Entro il 2050, sempre secondo la IEA, l’aria condizionata sarà il principale driver della richiesta energetica nel mondo. 

Il tipo di discorso economico in corso di preparazione a Davos si regge anch’esso su una idea propagandistica di futuro. In uno scenario globale a quasi 8 miliardi di esseri umani, tutti avidi di un miglioramento sostanziale nelle proprie condizioni di vita, i cambiamenti climatici e l’estinzione di massa (il fatto che il Pianeta sta diventando una monocoltura umana) vengono ascritti ad un disegno provvidenziale di innovazione tecnologica e conversione ideologica. Non si presta alcuna attenzione al tipo di futuro che costruiamo con questo tipo di scelte, ma soltanto al fatto che ci sia un futuro.

Nelle dittature comuniste la monocromia della propaganda era intrisa di conformismo e di omologazione. Il futuro era abbondante, perché conteneva la promessa di un destino compiuto e perfetto. Le ricette erano finalmente state trovate, non restava che applicarle. Ma sarebbe meglio ricordare che questa idea di futuro si fondava sul principio di redenzione implicito nella riflessione di Marx. Il riscatto delle masse sarebbe passato per il passaggio di proprietà dei mezzi di produzione. E noi oggi sappiamo che la storia non finisce, anzi comincia, proprio nel momento in cui chi riesce a mettere le mani sui mezzi di produzione immagina e traduce in realtà un nuovo tipo di esistenza. Possibilità di redenzione e fiducia nella provvidenza sono la storia stessa del capitalismo. Ogni propaganda si sgonfia all’urto della realtà. E per il capitalismo vale ciò che scrisse un grandissimo giornalista ambientale danese, Thorkild Hansen: il capitalismo comincia con la ricchezza e finisce con la povertà. 

Il rischio micidiale nell’abbandono delle aspirazioni politiche che animava l’attivismo degli ambientalisti negli anni Novanta e nei primi anni Duemila è di consegnare quella domanda di giustizia ad una altra ideologia provvidenziale, che ha già un apparato burocratico pronto a stampare moduli e tabelle per un regime verde, rinnovabile, circolare. 

Vivremo presto in un mondo popolato di fantasmi

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Soltanto lo scorso inverno, a Berlino, ho compreso quanto avesse ragione Romain Gary quando diceva che gli ebrei, nella capitale tedesca, sono ancora dappertutto, non se ne sono mai andati, non sono mai scomparsi. La Shoah non ha fatto che confermare la loro presenza. Perché i fantasmi non cambiano indirizzo di residenza per un esorcismo della storia, o del potere, o dei nuovi vincitori. Prendono invece possesso stabile degli edifici in cui un tempo hanno vissuto esistenze felici e gioiose, infestandoli con quella peculiare malattia della civiltà che prende il nome di perenne senso di colpa per crimini ormai irrimediabili.

È andata così. Appena fuori dal mio appartamento berlinese, non potei fare un passo verso il supermercato che già ero inciampata nei due tasselli in ottone, che, nel selciato del marciapiede, ricordano Alice e Brigitte Erb. Abitavano qui, al civico 13 della Niderbarmin, sono state deportate ad Auschwitz nel 1943 e lì uccise. Solo quando i loro nomi sono emersi dalla nebbia anonima di un qualunque tardo pomeriggio berlinese, proprio accanto alla casa dove nei giorni successivi avrei trovato conforto dal freddo e protezione dalla notte, mi sono accorta che il nome stesso della nostra via, Niderbarmin, era un nome ebraico e non tedesco.

Anche i nazisti sono ancora ovunque a Berlino, alla faccia della Berlinale di Cinema e di altre mille voci di contemporanea democrazia di idee e fantasia. Anche questo lo misi a fuoco in una freddissima mattina ventosa, allo Spandau. Appena scesa dalla metropolitana, notai una piccola libreria che esponeva all’esterno libri e pubblicazioni scontate. Tra gli album colorati per i bambini spuntava il saggio di Annette Hinz-Wessels sulla Operazione T4. L’eliminazione sistematica degli handicappati che fu la prova generale dello sterminio degli Ebrei. Questo crimine fu pianificato al civico 4 della Tiergartenstrasse, nel cuore del Tiergarten, un parco e un luogo che oggi sembra suggerire solo il desiderio spregiudicato di sedere su una panchina e leggere i versi di Hoelderlin. Aprii il libro per una sorta di curiosità ipnotica. Ed eccolo, subito, a pagina 41. Il dottor Goebbels, fotografato mentre teneva un comizio il 25 agosto del 1934 al Lustgarten. Fu una fucilata, una interruzione simultanea del principio di realtà. Eccolo, il ministro della propaganda. È lui. Non se ne è mai andato. È qui intorno, gira ovunque, come un cane che fiuta la preda. Supponiamo, poveri noi, di esserci sbarazzati di questi assassini perché sono organicamente morti. Ma ciò che ci hanno mostrato di noi stessi, quello non scompare. La catastrofe ecologica è qui per ricordarcelo, che i fantasmi non evaporano con un atto di ragione. 

Perché stiamo trasformando l’intera biosfera in un mondo popolato di fantasmi. Gli spettri azzittiti, silenziati, annichiliti di migliaia di specie estinte. Se riusciremo nell’impresa di spazzare via la biodiversità ancora allo stato selvatico, ci rimarranno i ricordi spettrali del Pianeta che fu. Gli animali diventeranno totem impotenti, non potremo più evocarli o riportarli indietro, non possederanno più nessun fascino e nessun potere taumaturgico. Gli animali diventeranno come gli antenati sepolti nei cimiteri indiani in Dakota di cui scrive Louise Eldrich. Irraggiungibili.

Ecco perché penso che Berlino sia la città più importante d’Europa in cui farci un esame di coscienza storico tarato sulla realtà. Ed ecco perché credo che una riflessione onesta sui genocidi potrebbe aiutarci non poco a rimettere in carreggiata un ambientalismo ormai asfittico. Arrivederci al 2020. 

L’Inghilterra non lascerà mai l’Unione Europea

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Londra, Inghilterra – Entro gennaio 2020 l’Inghilterra uscirà dall’Unione Europea. Non è del tutto vero. Il voto di ieri consegna il Paese ai conservatori ad amplissima maggioranza ed è proprio per questo che il Regno Unito conferma la sua piena adesione all’Europa. Non l’Europa dei trattati e di Bruxelles, certo. Ma una Europa molto più vera e cogente, che ancora una volta ha dato prova del suo carattere. 

Con Boris Johnson vince infatti un partito che se ne frega del cambiamento climatico e del collasso del Pianeta, che considera la povertà una colpa e che incarna i due pilastri fondativi del Regno Unito. I due pilastri su cui l’Inghilterra ha eretto l’impresa economica di un intero continente: la cultura d’élite di Oxford e Cambridge e l’avidità. Esercitando senza alcuna pietà queste due virtù nazionali, l’Inghilterra ha dato il ritmo all’espansione europea del ‘700 e dell’800. Ognuno di noi in quanto europeo è figlio del Regno Unito.

Ha ragione Rob Watson, il corrispondente politico della BBC, che stamattina alle 6 da Londra parlava della Brexit come di una “cultural identity”. Non solo inglese, stiamocene certi.

L’Europa vuole e ama soltanto se stessa. È capace di improvvisi balzi e di rivoluzioni politiche rapidissime, come appunto dimostra il referendum a valanga sulla Brexit e adesso il voto a favore dei Tory. Niente di questo genere si è ma visto nelle politiche ambientali. E chi è abbastanza lucido da capirlo, lo capisca e taccia impietrito per le conseguenze di un simile spietato ardimento. Lo European Green New Deal è una bazzecola in confronto alla reazione di stampo bellico che occorrerebbe per fronteggiare la catastrofe. E la ragione di questa impostazione che sposta tutto al 2050, come se avessimo ancora una montagna di tempo per negoziare, è che il carattere europeo non può modificare la sua natura.

Un carattere fatto di velieri, di colonie, di carbone, di esplorazioni artiche, di pittura a olio. Un carattere che ben sopporta la convivenza di Cecil John Rhodes e di Carlo Linneo. I diritti umani e i genocidi. 

Il carattere europeo è il grande nemico. Il nemico di un cambio di civiltà che ci permetta di guardare in faccia la catastrofe ecologica. Un nemico che è dentro di noi.

La vera figura politica del prossimo decennio, su questo continente, è la coscienza europea. Avremo abbastanza coraggio per prenderla in considerazione senza moralismi d’accatto? Sapremo sottoporla ad un esame radicale e pronto alla rinuncia? Sono questi gli interrogativi che rendono questo tempo di incertezza sociale e di disintegrazione delle certezze economiche che sono state l’orgoglio europeo del secondo dopoguerra così simile al decennio 1920-1930. Anche allora la coscienza europea era in pieno travaglio. 

È vero. Un pericolo fascista sta facendo i suoi sporchi giochi attorno a noi, in ogni contrada della vecchia Europa. Ma non è il fascismo descritto da Antonio Scurati. È il rifiuto violento, di stomaco, e per questo ancora più crudele e ributtante, di affrontare la catastrofe della biosfera. In nome dello stesso io assoluto di Federico il Grande di Prussia, Maria Teresa d’Austria, Robespierre e Danton, Newton e Kant, Lenin e Churchill: l’Europa.

Perché è indispensabile (oggi più che mai) leggere Peter Handke

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Belgrado, Serbia – Quando lo scorso ottobre è stato annunciato il premio Nobel per la letteratura a Peter Handke un coro di polemiche ha in un battere di ciglia offuscato le motivazioni dell’Accademia Svedese per un riconoscimento che va ben oltre la contingenza della critica. Queste motivazioni al conferimento del Nobel ci dicono che Handke ha vinto “per l’efficacia di un lavoro che con semplicità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”. Che cosa vuol dire che Handke ha camminato nelle periferie della vita umana? 

Fino a questa stagione di un Nobel per la letteratura diventato una guerra di critiche e disgusto (secondo alcuni Handke sarebbe una sorta di raffinatissimo fascista, viste le sue posizioni sulla Serbia e le guerre nei Balcani) non avevo mai letto con attenzione nessuno dei suoi libri. Ma in tempi di rivisitazione della nostra imbarazzata coscienza europea, che appena adesso s’attarda a prendere in considerazione le proprie responsabilità non tedesche in svariate forme di genocidio in giro per il mondo, non fa mai male soffermarsi su di un autore controverso. Da dove cominciare? Un po’ per caso, un po’ alla ricerca della sua voce originale in tedesco, ho ascoltato Handke nel trailer di un film documentario (“Bin im Wald, kann sein, pass Ich mich verspaete” ossia, Se sono nel bosco, è possibile che tardi un po’) che gli è stato dedicato qualche anno fa e che fu presentato al Festival del Cinema di Locarno. 

Un vecchio di 73 anni, magro, dallo sguardo azzurro e vigile, che passeggia nel bosco della sua casa in campagna. Un vecchio che prende appunti con la matita, disegna, raccoglie funghi. Un vecchio elegante, bello, che scrive di piccole cose con la stessa precisione poetica con cui sceglie ogni sostantivo delle sue frasi dense, appiccicate alla morbidezza dei suoi gesti. Questa luminosa semplicità, che proviene da una intelligenza vivissima, m’è subito sembrata una epifania di qualcosa che non esiste più nella nostra Europa, una condizione del nostro spirito continentale di cui Peter Handke è uno degli ultimi, meravigliosi vecchi. Quel modo, insomma, di stare al mondo che una volta si chiamava Bildung in lingua tedesca, e che non era, fino agli ’60 del secolo scorso, niente altro che la ruvida, brutale certezza che i giovani li si tira grandi con la letteratura. Insegnando loro a guardare il mondo, ossia ad allenare la mente sull’osservazione poetica delle cose. E forse dovremmo, giusto appunto, ricordarci che poesia non è solo comporre versi, ma fermarsi sulle piccole pieghe, sulle increspature, sui fruscii, sugli scricchiolii. Handke questo lo fa da sempre, perché ha imparato a farlo, perché lo sa fare come solo un genio può arrivare a farlo, e perché è uno degli ultimi europei che sanno guardare il mondo con lo sguardo di Goethe. Tra il 1832 e il 1833, allo sfiorire della sua vita, Goethe scrisse di se stesso: “Nato per vedere/Chiamato a guardare (Zum Sehen geboren/ Zum Schauen bestellt). Bestellen in tedesco significa che qualcosa, o qualcuno, è formato in modo da stare in una certa posizione. Si è umani, scrisse Goethe per se stesso e per i posteri, quando si dà voce allo sguardo sul mondo, che possiamo guardare perché siamo fatti per accorgerci del mondo, per stupircene. Questo è il modo in cui Peter Handke scrive. Ed è per questo che la sua prosa ha esplorato le periferie dell’anima umana. In periferia la vita è grezza, essenziale, spoglia. 

Oggi il modo alla Handke, diciamo così, è in via di disfacimento, anzi, potremmo dire che è ormai quasi incomprensibile alle nuove generazioni, a cui è stato invece insegnato, sui banchi di scuola, che stare al mondo in modo poetico frega la carriera, e che imparare a leggere è tutto sommato strumentale, non indispensabile. E tuttavia, la penuria di capacità di osservazione degli elementi naturali e umani conduce ad uno stato di miseria divorante: la incapacità attuale, collettiva, di massa, di mettere a fuoco la catastrofe ecologica. 

Chi fa scorrere lo sguardo, silenzioso e in attesa, sul Pianeta, sui boschi, sugli animali, sulle carpe del Danubio nel mercato di Belgrado, si accorge che il Pianeta sta morendo. Si pone domande sul destino delle specie animali. Ha dentro di sé, un individuo del genere, il cosmo, e non la home page di Amazon. 

E infatti la scrittura di Peter Handke è un programma politico, ossia un modo di vivere intero, in cui c’è coerenza tra atti e intenzioni, tra sentimento dell’esistenza e volontà critica: “Del mio viaggio attraverso la Serbia ho scritto come da sempre scrivo i miei libri, le mie opere letterarie: un narrare lento, interrogante; ogni capoverso tratta e narra un problema, di rappresentazione, di forma, di grammatica – di verosimiglianza estetica; e questo, come da sempre in ciò che scrivo, dalla prima all’ultima parola” (Premessa di Eine winterliche Reise zu den Fluessen Donau, Save, Morawa und Drina oder Gerechtigkeit fuer Serbien). Per gli stessi motivi, mi pare, nel viaggio in Serbia (non ho letto una sola parola fascista in questo capolavoro), sulla Drina, Handke scrive, polemizzando giustamente con il perbenismo sciatto del giornalismo pressapochista: “Il mio lavoro è un altro. Registrare i fatti bruti, e va bene. Per una pace comunque c’è bisogno di una cosa ancora diversa, che non sia da meno dei fatti. Adesso tiri fuori la poetica? Sì, se viene intesa come l’esatto contrario della nebulosità. O, invece di ‘poetica’, diciamo meglio l’elemento unificante, avvolgente – l’impulso alla rimembranza collettiva come unica possibilità di riconciliazione, per la seconda, comune infanzia. E come? Quanto ho annotato qui era destinato, oltre a questo o quel lettore tedesco, anche a questo o quel lettore in Slovenia, Croazia, Serbia, in base all’esperienza che proprio seguendo il tortuoso percorso della registrazione di determinate cose secondarie, comunque molto più efficace che attraverso il martellamento dei fatti principali, si risveglia quel ricordo collettivo, quella seconda infanzia comune. ‘In quel punto del ponte c’è stata per anni una asse traballante’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’ ‘In un punto sotto il matroneo si sentiva l’eco dei passi’ – ‘Sì, te ne sei accorto anche tu?’. Oppure semplicemente deviare dalla prigionia, di noi tutti, nelle chiacchiere della storia e dell’attualità verso un presente incomparabilmente più fecondo: ‘Guarda, adesso nevica. Guarda, lì giocano dei bambini’ (l’arte della deviazione; l’arte come deviazione essenziale). E così là sulla Drina sentii la necessità di far danzare un sasso sull’acqua, lanciandolo  verso la sponda bosniaca (solo che poi non ne trovai neanche uno)”.

Ecco perché a mio parere Peter Handke va letto, e alla svelta. Con la sua prosa Handke protegge le cose e gli elementi, lo spazio e il tempo. Ovunque attorno a noi la profondità delle epoche ormai trascorse, secoli di storie e di atrocità, di missioni impossibili e di una salvezza sempre agognata si intrecciano in un racconto eterno che è il mondo: “Non era nostalgia di casa. Non era quello ad attrarre là. Le bancarelle del latte, anche se ormai da tempo erano fuori servizio, marcite, distrutte o crollate; i fienili, anche se il fieno, quello di tantissimi anni prima, era muffito e guasto; le capanne nei campi, anche se l’ultima delle brocche per il sidro che da sempre vi erano riposte era stata ridotta in cocci dal gelo dell’inverno e nessun topo di campagna avrebbe più cercato di scovare le croste di pane ormai pietrificate o le cotenne di speck trasformate in cuoio: ebbene, tutti quei luoghi tranquilli erano ancora lì, aspettavano qui, in me e accanto a me, e in particolare tutt’intorno a me. Può darsi che la loro esistenza non fosse più così concreta, tangibile e ‘riconoscibile’ come era un tempo, ma forse proprio per questo essa risultava meno vulnerabile alle attuali circostanze – tanto più capace di resistere, perfino di opporre una maggiore resistenza ( tratto da Saggio sul luogo tranquillo, Versuch ueber den Stillen Ort). 

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Sulle orme di Von Humboldt sull’Isola dei Musei di Berlino

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Berlino, Germania – In preparazione della spettacolare mostra sui fratelli Alexander e Wilhelm von Humbold al DHM – Deutsches Historisches Museum di Berlino (inaugurazione il prossimo 19 novembre) cresce di intensità nella capitale tedesca il dibattito sul ruolo dei musei nell’Europa che verrà.  Alexander fu un geniale ed avventuroso geografo, tra i messimi esploratori dell’America Latina; suo fratello Wilhelm, invece, scelse la strada degli studi umanistici e si dedicò alla filosofia ed alla linguistica. Due menti affini, poliedriche, che seppero esprimere le due anime profonde dell’Europa tra il XVIII e il XIX secolo, passaggio decisivo nella costruzione della modernità economica e scientifica. Due biografie che, da sole, ci raccontano delle contraddizioni implicite nella spinta espansionistica del vecchio continente, fatta di schiavismo, scoperte botaniche e geologiche, rapacità commerciale e una intuizione raffinatissima sul posto dell’uomo nel cosmo. 

In una epoca di estinzione i musei stanno ritornando ad essere, nonostante la retorica low cost dell’intrattenimento di massa, ciò per cui furono progettati ormai secoli fa: luoghi in cui è possibile, nello sgomento e nella fascinazione, scoprire le cause remote delle attitudini culturali umane che ci hanno condotto al nostro sconvolgente presente di distruzione del Pianeta. Qualunque tipo di museo è coinvolto in questo processo di auto-riconoscimento (le tracce del nostro ingegno, delle nostre conquiste e delle nostre elaborazioni morali sono ovunque), ma un ruolo senza dubbio singolare lo hanno, ormai, le collezioni etnologiche di Berlino, che dicono con sconcertante attualità quanto sia indispensabile ripensare la nostra relazione con il continente africano. La crisi migratoria in corso ci obbliga infatti a chiederci con urgenza chi siano i popoli con cui abbiamo a che fare e per quale motivo sembra che l’unico atteggiamento possibile nei confronti dell’Africa, per buona parte degli Europei, sia di pietistica commiserazione. Per questo la mostra sui fratelli Von Humbold arriva al momento giusto nel posto giusto. 

Al centro di quell’impressionante “acropoli della memoria e del futuro” che è, oggi, l’Isola dei Musei di Berlino. 

L’attitudine all’esplorazione degli Humboldt è alla radice dell’impresa economica moderna, cioè la costruzione di un capitalismo transoceanico in grado di connettere tutti i mercati del globo. Ma è anche il carattere originario dell’esperienza scientifica. La scorsa primavera SCIENCE ha pubblicato un vasto reportage che svela la verità delle nostre collezioni scientifiche: per i primi naturalisti del ‘700 era indispensabile appoggiarsi ai capitani in forza sulla rotta degli schiavi per recuperare piante, animali, ossa, insetti che poi divennero, nelle capitali europee del nebbioso nord, reperti. In maniera non diversa l’etnologia ottocentesca nasce in un clima di curiosità ed esotismo, razzismo e ferrea volontà di studio, ma è proprio la sua ansia descrittiva che ha finito con l’acconsentire alla rapina di oggetti d’arte africana, gli stessi che ora sono custoditi nei principali musei europei. Capolavori rubati, trafugati, sulla cui restituzione si rincorrono oggi pareri discordanti. Felwine Sarr, l’economista e filosofo senegalese incaricato nel 2018 dal presidente francese Emanuelle Macron di stilare, insieme alla storica Bénédicte Savoy, un rapporto speciale sulla questione della restituzione, ha spiegato l’intera questione a DIE ZEIT con una chiarezza encomiabile: “ Si tratta di rifondare una relazione tra Africa ed Europa. La questione della restituzione è soltanto il primo livello di un dibattito non così interessante. La terza parte del nostro Rapporto (ndr, per Emanuelle Macron) è, a onor del vero, la più importante, ma anche la meno discussa. Di solito nessuno la legge. Eppure qui noi abbiamo parlato di nuovi legami etnici e della loro chance di divenire effettivi. Poiché gli oggetti, è questo, sono ormai parte tanto dell’Africa quanto dell’Europa. Sono oggetti rituali, ma sono anche pezzi da museo. Se prendiamo sul serio questa forma di ‘creolizzazione’, allora questi oggetti possono essere interpretati come dei mediatori, degli strumenti, per ricostruire la storia e avvicinare l’una all’altra Africa ed Europa. Soltanto a quel punto saremo in grado di trovare un terreno comune di cooperazione e rispetto”. 

La collega di Sarr, Bénédicte Savoy, è una delle curatrici della mostra su Humboldt. Di tutto questo non c’è traccia sui giornali italiani, benché il nostro Paese sia dal 2013 al centro del tifone tropicale delle migrazioni dall’Africa all’Europa. Quando si tratta di Africa, la stampa nostrana o insiste su retoriche da sinistra obsoleta (dedita al piagnisteo piuttosto che alla analisi della realtà) o, all’opposto, dà spazio ai deliri razzisti della destra semianalfabeta. Si ottiene così l’obiettivo inconscio di perpetuare gli stereotipi sull’Africa tipici degli anni Settanta e Ottanta (africani poveri, malnutriti, morti di fame, che non potrebbero mai avere qualcosa da dire alla coltissima Europa). Non è un caso che un discorso del genere permei ogni partito politico, come si è visto a ottobre nella Leopolda di Firenze, trampolino per Italia Viva. Matteo Renzi s’è lanciato in una concione sulla necessità di aiutare a casa loro gli Africani, installando però milioni di pannelli solari europei nel deserto del Sahara in modo da ottenere, a casa altrui, la nostra indipendenza energetica. Questa narrativa Renzi la sfrutta anche sulla sua pagina Facebook. Domenica 3 novembre ha postato un articolo di giornale (probabilmente dal Corriere della Sera), di sapore neocoloniale ( Eni, Coldiretti e Bonifiche Ferraresi che investono sull’agricoltura sostenibile in Ghana): “L’unico modo per gestire l’immigrazione è investire in Africa. Farlo come Europei, non lasciarlo fare ai cinesi. Aiutarli a casa loro, si direbbe con uno slogan. Eni, Coldiretti e Bonifiche ferrarei ci stanno provando sul serio. Bravi!”. Quindi il messaggio è chiaro. Essendo incapaci di sviluppare un proprio modello economico post capitalista, i paesi dell’Africa occidentale come il Ghana vanno ricolonizzati seguendo le linee guida (già viste) dell’esportazione dello sviluppo. Tacendo delle voci africane, come Sarr, che rivendicano il diritto dell’Africa di pensare da sola, di riscoprire la propria autonomia di rappresentazione nel XXI secolo. Questo neocolonialismo ignorante e suicida (i cambiamenti climatici imporranno la loro agenda all’Europa, attraverso le genti africane, nonostante le sparate da boy scout cattolico di Matteo Renzi) può essere sconfitto esplorando gli oggetti di un museo. Nel tempo dell’estinzione, delle macerie e della memoria, le tracce dei nostri atteggiamenti culturali più spietati e antichi stanno nei musei, nei libri, nelle opere d’arte. In ciò che abbiamo creato, o rubato, mentre imparavamo a diventare sempre più crudeli, con il Pianeta e i nostri simili. 

Intanto, in attesa della conferenza stampa di inaugurazione della mostra al DHM, è uscito in Germania il libro dello storico storico americano H.Glenn Penny: Sulle orme di Humboldt. La tragica storia della etnologia tedesca”. Glenn si sofferma sulla figura di Adolf Bastian, un ex medico di marina che negli ultimi 25 anni dell’Ottocento fondò le collezioni berlinesi sulla scorta di una idea oggi dismessa di raccolta museale: una iper-collezione, un Museo dei Popoli, e cioè il museo universale dell’umanità tutta. Bastian non credeva quindi che il museo dovesse essere una platea di oggetti esotici in mostra, ma una officina in grado di produrre conoscenza. La sua impostazione, per Glenn, è andata persa a tutto vantaggio della concezione del museo come prodotto preconfezionato senza un largo orizzonte. Di qui la sua opposizione allo Humboldt Forum: “sarà solo una altra collezione senz’anima, con in più un bar per bersi un espresso”. L’alternativa dovrebbe assomigliare alle speranze di Adolf Bastian: fare di questo luogo un posto in cui apprendere la storia delle sue collezioni, con l’aiuto di curatori e studiosi di quei Paesi da cui gli oggetti artistici provengono. Per ora, non è affatto cosa da poco che nella fredda Berlino di inizio inverno le quasi perdute foreste tropicali dell’Africa centrale ed Occidentale abbiano una voce, che rincorre le nostre voci, che cercano la sua.