Si esce dal Musée du Quai Branly sotto chock. Che cosa abbiamo fatto? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non sappiamo niente degli Africani? E alla fine una stanza piena di ossa (gli estinti, quelli in via di estinzione, i quasi estinti da salvare non si sa come) sembra essere l’eredità europea sul mondo.
Questo è un Louvre, proprio perché è un contro-Louvre. Ma c’è anche una altra sensazione. Il Musée du Quai Branly è diventato un posto chic. Va bene, centro di ricerca prestigioso, forse in futuro uno dei più rilevanti nella costruzione di un sapere di sintesi sull’Antropocene. Ma anche un luogo alla moda, la cui eleganza sposta tutta l’attenzione sulla piacevolezza di un caldo mezzogiorno di estate precoce.
Il Café Jacques (in onore di Jacques Chirac che volle il museo) è una leziosa veranda ai cui tavolini siedono abiti di costosa sartoria, collane di perle, abbronzature da weekend in campagna e conversazioni leggere. Ascolto qualcuno commentare l’ultima collezione di Givenchy. Io non mangiavo del pollo da, credo, 5 anni.
Nella sola Europa vengono allevati almeno 2 miliardi di polli. Sono di più di tutti gli uccelli selvatici del nostro continente messi insieme, che appartengono a 144 specie. Milioni di ossa di pollo fritto, arrostito, grigliato, marinato, rimarranno a decomporsi nei secoli a venire nelle discariche o saranno incenerite. Ossa ormai inutili, cheap nature, vite di scarto.
Eppure, è dalle ossa degli aninali e delle persone che è cominciata buona parte di questa storia. Corpi che subirono lo stesso trattamento.
“Come dimenticare, inoltre, le migliaia di teschi e le sfilza di ossa umane, la maggior parte della quali è stata ammassata negli scantinati delle università, nei laboratori degli ospedali e nelle cantine dei musei occidentali? In effetti, esiste una sola istituzione museale in occidente che non si avvalga di ossa africane nel suo lavoro progettuale? Come numerosi osservatori hanno rilevato, molte missioni etnografiche assunsero l’aspetto di attività predatorie simili a rapimenti e saccheggi, cacce e razzie. Del resto, la contiguità di oggetti naturali, artefatti vari e animali selvatici imbalsamati in molti musei occidentali del XIX secolo (etnografici e militari) attesta queste commistioni. La raccolta di oggetti materiali appartenenti ai cosiddetti ‘popoli della natura’ andava spesso di pari passo con la raccolta di trofei di caccia e quindi con l’uccisione e lo smembramento di animali. Il tutto veniva poi ricomposto e ordinato nel corso di un processo di tipo museologico che trasformava l’intero bottino (animali inclusi) in prodotti culturali. Le missioni di raccolta non si limitavano quindi agli oggetti e allo smembramento dei corpi umani” – ACHILLE MBEMBE
Le ossa dei non-Europei sono un elemento centrale della cultura europea moderna. Il saccheggio delle ossa dei Nativi Americani è da decenni al centro delle politiche di riconciliazione e di riparazione del governo federale.
La “natura morta” (dead nature non meno che still nature) incarna la vocazione globale, insaziabilmente saccheggiatrice, dell’impresa coloniale moderna. E’ un aspetto del carattere europeo che Winfried Sebald comprese molto bene. Soprattutto nel suo romanzo Austerlitz.
Prendo la RER sul Ponte dell’Alma e scendo alla Gare d’Austerlitz (strana coincidenza!), a sud est della città (ci sono 30 gradi, e siamo a metà maggio). Obiettivo: il Jarden des Plantes, ossia il Museo di Storia Naturale di Parigi dove lavorava George Cuvier.
Cuvier fu uno dei geni del periodo rivoluzionario, prima sotto il Terrore di Robespierre e poi in epoca napoleonica. Era un teorico della fissità delle specie (Dio ce ne scampi dall’ipotizzare una evoluzione intrinseca, Monsieur Lamarque, lei è un imbecille !), ma qualcosa di giusto lo intuì su quelle che lui chiamava “catastrofi ricorrenti”, e cioè (in lessico scientifico corretto) le estinzioni di massa. Cuvier fu anche, forse questa è la cosa più importante, un eccellente anatomista. Sezionava e comparava le differenti parti di organismi diversi, stabilendo connessioni funzionali di strutture e organi. I suoi studi diedero un impulso gigantesco alle allora nascenti scienze naturali. Di fatto, Cuvier figura tra coloro che inventarono il modo moderno di vedere gli animali. “Un occhio alla genesi e un altro alla natura, si sforzava di piacere alla reazione bigotta mettendo i fossili d’accordo con i testi e facendo blandire Mosè dai mastodonti”, scrisse di lui Victor Hugo ne I Miserabili.



Eppure, era anche un razzista impenitente. Certo la catalogazione della natura, gli animali, gli diedero agio e strumenti di immaginare una organizzazione della vita che a quel tempo era quasi fantascienza. Ma le tassonomie sono servite anche per tentare di dimostrare che un nero africano non poteva essere parente di un bianco francese. Ma poi, che cosa significa catalogare gli esseri viventi secondo i rapporti e le proporzioni delle ossa e degli arti, e categorie di somiglianza e divergenza ? Significa elaborare per il fenomeno biologico una interpretazione logico-razionale.
Il Museo di Storia Naturale, però, è anche una cosa sola, e non solo in senso toponomastico, con il Jardin des Plantes, il grande parco che fu il regno scientifico del marchese di Buffon. Un uomo che, con tutti i suoi limiti settecenteschi, intuì che qualcosa si evolve negli organismi e qualcosa, durante la riproduzione sessuata, passa dai genitori ai figli.
Da qui parte il viaggio dell’uso della natura. Capisco, quindi manipolo. Dilemma ancora incompreso della coscienza scientifica europea. Non è poi troppo strano, per quanto mostruoso, che tutto ciò che rimane di Cuvier sia questa stanza (il suo Gabinetto anatomico) popolato di scheletri.
Questo è l’esito di ciò che è accaduto dentro il Musée du Quai Branly. Anonimi sono da secoli per noi i popoli africani da cui abbiamo preso tutto. Anonimi sono gli animali sezionati per estrapolare dai loro tessuti e dal loro respiro il segreto della nascita e della morte. E così anonimo diventa sinonimo di estinto.





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