Categoria: Colonialismo

La pandemia e il dolore globale

La pandemia e il dolore globale. La sofferenza prodotta dal SarsCov2 è la prima esplosione di una sofferenza di massa che scorre nel flusso sanguigno delle nostre società opulente. C’è un dolore sottostante, cronico, imbastardito, che non passa mai perché non abbiamo mai voluto ascoltarne la diagnosi.

E’ cercando notizie e informazioni su questo dolore (le raccapriccianti diseguaglianze sociali esacerbate dal virus, il razzismo, la crisi ecologica pagata dalle nazioni più impoverite) che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme.

La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being, del 2016.

Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza.

Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania.

Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce.

Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio. 

Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione.

Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emanuel Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

Ecco la descrizione della performance fornita da BLACK BROWN BERLIN: “Live, Chile è un incitamento, un incoraggiamento, un sussurro che ci chiama attraverso il fruscio delle foglie del Gruenewald, il cigolio dei vagoni della metropolitana, un sussurro che proviene dalle strade di Berlino che portano nomi coloniali, Berlino, che per secoli è stata la casa di artisti Black Brown, di intellettuali, di oustider e insegnanti che ci hanno reso possibile vivere, creare e prosperare qui”.

Il testo di Rhea Ramjohn, recitato sul girato, è un vortice che avvolge e trascina via, scoprendo nello spazio mentale e sentimentale della protagonista la figura sempre presente e sempre assente dei suoi antenati. 

La performance, sovvenzionata e commissionata dalla HKW, avrebbe dovuto esprimere un collegamento tra il dolore della perdita di quanti sono stati colpiti, nelle loro famiglie, dal Sars-Cov2, e un dolore più grande, più umano.

BLACK BROWN BERLIN ha accettato la scommessa di associare la sofferenza del XXI secolo, causata da una malattia sconosciuta, che aspettava nell’ombra un ultimo guizzo del nostro insano consumismo internazionale, alla sofferenza stratificata nei secoli della gente nera.

Per questo mi ha ricordato la poesia Verso 55 di Dionne Brand, attorno alla quale Christina Sharpe costruisce la forza concettuale della sua metafora “in the wake- lungo la scia”, la scia lasciata dalla nave degli schiavi, che, lasciando la costa del Golfo di Guinea, entra in un tempo eterno, il tempo dell’umanità intera. 

Dionne Brand: “gli déi si svegliarono e noi sentimmo pietà per loro, e anche affezione ed amore; loro, invece, furono felici per noi, eravamo ancora vivi (…) ci dissero, con stupore e ammirazione, voi siete ancora vivi, come l’idrogeno, come l’ossigeno”. Gli déi sono gli antenati, che Dionne Brand fa resuscitare in un incontro consumatosi in un forte qualsiasi di quelli che punteggiavano la costa, dove inglesi e danesi concentravano i prigionieri prima di incatenarli nelle stive con destinazione Nuovo Mondo. 

Parlarne con Rhea Ramjohn è stata una sfida per la mia oggettività giornalistica.

Del pari di, credo, migliaia di altri europei, anche io sono abituata a pensare al nostro continente come ad un costrutto storico-artistico-linguistico di bianchi, bianco. Anche quando i nostri pregiudizi non sono motivati dalla mala fede, non è purtroppo ancora giunta la stagione in cui riusciremo a pensarci completamente, felicemente, dentro una civiltà pluralistica, che riesca a metamorfizzare le sue contraddizioni e i suoi crimini dentro una eguaglianza di diritti consapevole. 

Parlando della performance del Gruenewald, del virus e della sua vita a Berlino, Rhea dice: “LIVE CHILE è un tributo e una riflessione sul nostro modo di esserci, sulle nostre vite ai margini, che abbraccia non solo gli scopi personali che ognuno di noi mette nelle nostre comunità diasporiche, ma si allarga fino ad includere i paralleli rintracciabili nella narrativa della attuale pandemia globale.

Il concetto di distanza, dalla scala più piccola a quella più grande, ci sfida a fronteggiare la realtà della perdita, su di un piano storico e contemporaneo: la perdita della tradizione orale, la perdita del legame, la perdita di coloro che amavamo, che erano ore e nuvole intere lontane dalle nostre carezze, la perdita dei rituali, la perdita del contatto fisico, della giustizia e dell’equità”. 

Lei è nata a Trinidad e Tobago, Caraibi. Ha origini africane ed asiatiche: “come per tutti coloro che sono nati nei Caraibi, questo significa che gli antenati sono la mia famiglia, ma su questa famiglia non ho documenti, non ho tracce tangibili che mi portino da loro.

Noi abbiamo identità multiple e viviamo in una sorta di diaspora, è così che viviamo anche a Berlino. Gli Africani sono presenti in Europa da moltissimo tempo, c’erano addirittura afro-americani che venivano qui per sfuggire al razzismo degli Stati Uniti. Ma credo che ora sia fondamentale rompere gli stereotipi, di una Europa bianca e degli Africani come estranei, e muoversi oltre qualunque stereotipo di tipo coloniale, perché ‘bianco’ e ‘nero’ sono pregiudizi e preconcetti di tipo coloniale”.

Le chiedo chi sono gli antenati per lei, se sono un archetipo o se sono soltanto, ormai, dei fantasmi muti:  “la questione degli intenti è il centro di LIVE CHILE, e capire, definire chi sono gli antenati è un lavoro complesso, è il lavoro per eccellenza che ci spetta. È una domanda che riesco a percepire e a cogliere su di un livello istintivo e per questo preferisco parlare di ‘esperienza dell’antenato’ (ancestor experience).

Non ci siamo mai incontrati, come possono esserci per me gli antenati? Ho ricordi vividi soltanto di mio nonno. In un certo senso, mi sento persa e sperduta. E non possiedo neppure un albero genealogico della mia famiglia, che mi possa aiutare a rispondere alla domanda, chi erano i miei antenati?

Per questo in LIVE CHILE i progenitori si presentano alle spalle dei vivi, sono fantasmi sulle loro spalle, fantasmi viventi, che ci ricordano il modo in cui siamo sopravvissuti. Siamo ancora vivi attraverso un trauma. E scrivere LIVE CHILE ha significato per me dover affrontare la replicazione del trauma, e non è stato per niente semplice.

Abbiamo girato nella foresta perché gli attori fossero liberi di muoversi e di danzare, in modo da rappresentare la ricerca della pace interiore, ma anche la forza della libertà e la forza infusa dalla ricerca della libertà, che sono poi i sentimenti che aiutano a destigmatizzare la parola ‘vittima’, a uscire dalla dimensione delle vittime superstiti, per giungere infine ad una riscrittura del trauma.

Per me, scrivere ancora del trauma, ma da questa prospettiva, significa ristabilire ciò che è giusto. Volevamo dare un messaggio alla gente. Non speranza, perché speranza è una parola complicata. Volevamo che il pubblico avvertisse la presenza di una sorta di amore, che ha a che fare con la domanda di giustizia sociale e con lo sforzo di capire il razzismo. LIVE CHILE doveva parlare del dolore globale nel tempo della sofferenza globale imposta dalla pandemia”. 

Globale, quindi, significa antico. Sulla stessa lunghezza d’onda di Rhea Ramjohn sta la giornalista nera americana Marissa Evans, su THE ANTLANTIC: “il dolore che sentiamo oggi è una eco che si spande attraverso il tempo, fino ai nostri antenati, alla gente ridotta in schiavitù che piangeva molto tempo prima che io esistessi, e fino a coloro che sopportarono le umiliazioni dell’era di Jim Crow (personaggio nero di una coon song che tra Ottocento e Novecento rappresentava il nero in lotta per la sopravvivenza; la sigla Jim Crow indica anche le leggi che hanno sancito la discriminazione razziale negli Stati Uniti NDR).

I nostri traumi sono passati di mano in mano attraverso le generazioni e si intensificano ad ogni nuova morte, mentre capiamo che il sistema americano non è mai stato progettato per lavorare in nostro favore. Sappiamo anche questo, che cosa le ingiustizie di oggi significano per il nostro futuro.

Il nostro dolore non è motivato solo da coloro che abbiamo già perso, ma anche da coloro che stanno lì, pronti per andare perduti nel tempo a venire. Una tristezza particolare emerge quando capisci che a qualcuno è stata negata la possibilità di essere il più splendido e spericolato sogno dei suoi antenati. Abbiamo dovuto superare insormontabili perdite per la salvezza della nostra auto-protezione.

E mentre la resilienza è stata, ovviamente, cruciale per la nostra sopravvivenza emotiva, tenere duro non è semplice. Lo stress della gente nera e il trauma sono difficili da riconoscere, anche davanti a noi stessi. Soltanto un nero su tre che ha bisogno di cure inerenti la salute mentale riesce a trovare aiuto, lo dice la American Psychiatric Association. E anche quando le troviamo, noi riceviamo una cura qualitativamente inferiore, perché non riusciamo ad accedere ai professionisti più bravi.

Allora ci ritiriamo in noi stessi, dentro le nostre comunità, e traiamo conforto dal non aver espresso la nostra sofferenza – i sogni mancati, il potenziale perso dei migliori tra noi – a qualcuno, là fuori. E adesso, a causa del Covid-19, non possiamo nemmeno soffrire insieme, perché si rischia di passare il virus agli altri.

La perdita della esperienza del lutto nero in casa – le lacrime, i canti, le tavole ingombre di piatti di cibo cucinato in casa, la celebrazione della persona amata che ha preso il volo insieme agli antenati – ci nega la possibilità di cominciare a guarire, proprio quando ne avremmo più bisogno”. 

Siamo di fronte ad una enorme questione sociale, che ci obbliga a ripensarci. La struttura poetica di LIVE CHILE riformula la dimensione dell’esperienza umana, che non avviene più solo nel momento presente, nella stretta urgenza del qui ed ora, ma si espande, per contenere epoche ormai remote, che tuttavia sono ancora vive dentro di noi.

Tutto questo sembra avvenire secondo il modo in cui Wilhelm Dilthey concepiva l’esperienza vissuta attraverso la comprensione. Come ha scritto Ruediger Safranski “la comprensione ci riporta indietro la vita passata, la ripete. Comprendere significa ripetere.

La possibilità dell’esperienza che compie la ripetizione è un trionfo sulla caducità del tempo”. La comprensione “fluidifica” ciò che è ormai irrigidito.

Nel quadro politico del terzo millennio, noi Europei tanto quanto gli Americani e gli Africani, subiamo l’aggressione del passato, perché il passato rimosso, o solo sepolto e messo a tacere, è tornato indietro e prende forme inaspettate e inaudite: le rivolte nere, negli Stati Uniti, che chiedono finalmente una giustizia sociale post piantagione.

Il debito di estinzione delle specie animali e vegetali, che stanno scivolando nel buio del non ritorno e spariranno nei decenni a venire; l’alterazione degli equilibri chimici e fisici del Pianeta che negli ultimi 10mila anni hanno garantito la nicchia climatica umana. Questa condizione globale compromette l’umanità intera. È dentro la nostra coscienza, e lì agisce, logorandoci o facendoci sentire in colpa, proprio come in Beloved di Toni Morrison. 

Per via delle nostre particolarissime vicende europee, Berlino si offre all’Europa di questo 2020 come il teatro perfetto, e forse anche ideale, per la messa in scena del confronto-scontro con il passato.

Scontro, perché l’opposizione ad ascoltare ed accettare il discorso degli antenati (la catastrofe ecologica, i diritti civili dei Neri, le indecenti diseguaglianze sociali) è spaventosamente radicata e reticente.

Passeggiando per Berlino, che è ormai e per sempre sarà una città di fantasmi – è questa, Romain Gary lo aveva ben capito, la condizione indelebile delle contrade europee dopo il 1945 – la contraddittorietà della nostra epoca è corrosa dall’incursione di qualcosa di nuovo, che ancora non riusciamo a comprendere, ma che discorsi come LIVE CHILE portano in pubblico.

Passeggiando sotto la Porta di Brandeburgo, prende corpo, nella mente, una strana danza tra le idee di Platone (l’Europa bianca) e gli antenati ritratti nel legno delle sculture camerunesi e nigeriane che sono state al Bode e che un giorno saranno nello Humboldt Forum, nel nuovo museo etnografico.

I protagonisti della nostra identità occidentale più recondita, quelli che abbiamo riconosciuto, i padri fondatori delle nostre categorie di realtà, i Greci, e gli attori delegittimati, sconosciuti, cancellati dell’immensa costruzione globale della modernità, questi due estremi adesso sono l’uno di fronte all’altro.

L’intero modo in cui, da adesso in poi, a noi uomini e donne del terzo millennio sarà possibile stare dentro la civiltà è durch Zeit, attraverso il tempo recuperato, pronunciato dagli antenati, rivissuto nel dolore. 

Rhea Ramjohn at HKW Berlin

A cosa serve la storia in tempi di pandemia?

La pandemia e le proteste di massa del movimento Black Lives Matters hanno, del tutto improvvisamente, acceso il dibattito sulla storia. Ci siamo accorti che gli ultimi cinque secoli non sono muffa sui libri di scuola, e nemmeno una entità amorfa e cementificata di cui è salutare dimenticarsi il più in fretta possibile. La domanda da prima pagina è quindi: a cosa serve la storia in tempi di pandemia?

Investite dall’onda d’urto di una malattia globale, le società occidentali, e quindi anche noi, siamo ora costretti a guadare indietro per capire cosa succede davanti ai nostri occhi.

Razzismo, diseguaglianze sociali, degrado ambientale e cambiamenti climatici sono ormai saldati gli uni dentro gli altri in una unica tempesta di instabilità e fermento. 

In un intervento uscito su THECONVERSATION Mark Maslin e Simon Lewis della UCL di Londra hanno centrato in pieno la questione, che nella sua gravità e profondità investe l’intera cultura europea e ogni singola popolazione europea: “geografi e geologi possono dare il loro contributo a questa nuova comprensione del passato, identificando l’inizio dell’Antropocene con l’avvio del colonialismo europeo.

Il nostro impatto sul Pianeta è aumentato a partire dal momento in cui i nostri primissimi antenati sono scesi dagli alberi, e poi quando abbiamo cacciato alcune specie fino all’estinzione. Molto più tardi, seguendo lo sviluppo dell’agricoltura nelle società dedite anche all’allevamento degli animali, abbiamo cominciato ad alterare anche il clima. Eppure, la Terra è diventato ‘il pianeta degli esseri umani’ con l’emergere di qualcosa di drasticamente diverso.

E questo qualcosa è il capitalismo, che è cresciuto sulla scorta dell’espansione europea del 15esimo e del 16esimo secolo, nell’era della colonizzazione e della sottomissione di popoli indigeni in tutto il mondo”.

Noi ci troviamo dunque oggi in questa posizione rispetto alla nostra identità storica: “il passaggio a partire dal quale la abnorme influenza umana sugli ecosistemi della Terra prese a coincidere con la brutale colonizzazione europea del mondo intero”. 

Lo spericolato progetto di espansione europea è quindi una eredità che ognuno di noi si porta appresso. In ogni aspetto del suo modo di sentire, di pensare e di consumare risorse naturali. Ormai, la nostra intera esperienza del mondo deriva e dipende da questo patrimonio avvelenato.

Di questo, dunque, parla Vite estinte, il secondo volume della serie Tracking Extinction disponibile su Amazon in formato Kindle ed edizione cartacea.

Anche quando pensiamo che il declino delle specie animali sia lontano anni luce da noi, anche se non sospettiamo neppure di vivere nell’epoca di una estinzione di massa, questa condizione ecologica dà ritmo e forma alle nostre giornate.

Che ci piaccia o no, la storia ha già bussato alla nostra porta. E se prima del SarsCov2 potevamo ancora fare finta di non essere in casa, adesso lo sgradito ospite si è attaccato al campanello e non mollerà la presa. 

È giunto il momento, come ha consigliato l’attivista Tom Rivett-Carnac intervistato dal podcast della BBC Rethink, di “ripensare la storia”. Mettendoci dentro anche il nostro nome e cognome.

Il campo di battaglia del passato ha sempre suscitato in noi bianchi occidentali intensi sentimenti di orgoglio e di fierezza. Ma la gloria ereditata (le nostre democrazie, le nostre economie, i nostri stati di diritto) sono fondati sulla miseria, sulla schiavitù e sulla sofferenza di interi continenti.

Ovunque, attorno a noi, questa urgenza – ascoltare la pressione prodigiosa e terrificante della storia che stringe nella sua morsa il presente – si fa sentire attraverso condizioni economiche ed esistenziali totalmente fuori dell’ordinario.

Una di queste anomalie destinate a diventare ordinarie è il collasso del turismo mangia-Pianeta.

Christopher de Bellaigue si è chiesto su TheGuardian – Long Read se per caso non stiamo assistendo alla fine del turismo, i cui numeri sono crollati su scala globale, mostrando il vero volto di un settore distruttivo come nessun altro per il Pianeta.

“Il virus ci ha offerto l’opportunità  di immaginare un mondo diverso, in cui ci decidiamo a decarbonizzare e a muoverci più vicini a casa. L’assenza del turismo ci ha costretti a considerare modi per diversificare l’industria, renderla più indigena e ridurre la sua dipendenza dal disastro che include tutti gli altri disastri: la aviazione civile (…) il turismo non è un diritto come molti viaggiatori delle vacanze pensano. È invece un lusso che va pagato”. 

Poniamoci dunque di nuovo la stessa domanda: a cosa serve la storia in tempi di pandemia? A capire che l’epoca dell’autoinganno volge al termine.

Vite estinte discute tutto questo a partire da un ossimoro già contenuto nel titolo. Come fa ad essere estinta una vita, se ancora respira e palpita, mangia e cammina?

La nostra condizione umana oggi è esattamente questa: siamo 7 miliardi e 800 milioni, numerosi come le stelle del cielo, eppure le condizioni ecologiche fondamentali che sorreggono l’evento biologico, gli equilibri interni dei sistemi biologici, sono compromessi.

Una vita estinta è una vita spenta, povera di pensiero, conformista e rassegnata. Una esistenza diventava, pure lei, merce con un codice a barre. 

L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato

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C’è un inquietante somiglianza tra l’ipocrisia generalizzata che sostiene il razzismo verso i neri (afro-americani e cittadini di qualunque altro Paese di origine africana) e l’ipocrisia che alimenta l’ecologismo. L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato. E i motivi di questa insolita familiarità spuntano là dove forse non ci si aspetterebbe di trovare discussioni o riferimenti alle proteste americane per l’uccisione di George Floyd, e cioè sulle riviste scientifiche.

NATURE, nella sua newsletter quotidiana (Nature Briefing), dedicata per lo più alla pandemia, da circa una settimana segnala anche contributi che affrontano la questione dei diritti civili negli Stati Uniti. SCIENCE ha pubblicato un intervento intitolato “Time to look in the mirror”, in cui Holden Thorp parla della discriminazione razziale nelle istituzioni scientifiche e nella ricerca. 

La biologa marina Ayana Elizabeth Johnson ha firmato sul WASHINGTON POST un articolo molto istruttivo. La Johnson, fondatrice e Ceo della OCEAN COLLECTIV e del think tank no profit URBAN OCEAN LAB, di professione si occupa della “crisi esistenziale” della nostra epoca e cioè del cambiamento climatico. Il 2 giugno scorso la PNAS pubblicava l’articolo di Raven ed Ehrlich che impiega gli stessi termini per definire la catastrofe di estinzione: “l’estinzione pone una minaccia esistenziale alla civiltà”.

Il macro-argomento sul tavolo è quindi solo uno: come sopravvivere alla realtà del XXI secolo?

“Come possiamo aspettarci che i neri Americani si concentrino sul clima quando rischiano la vita per strada, nelle loro comunità e anche nelle loro stesse case?”, si chiede la Johnson. “Come possono le persone di colore guidare con efficacia le loro comunità su soluzioni alla crisi climatica, quando già fronteggiano un razzismo pervasivo, qui e ora?”. 

È qui che comincia a spuntar fuori l’analogia.

Quando Ayana Elizabeth Johnson mette nero su bianco le due conseguenze più dirette del razzismo. I Neri patiscono più dei bianchi le diseguaglianze sociali e le conseguenze del clima sempre più caldo (case peggiori in quartieri peggiori, dove spesso ci sono anche le industrie più inquinanti) e proprio per questi motivi molto più spesso dei bianchi sono costretti a ridimensionare le loro aspettative personali, professionali e culturali.

“Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono già abbastanza spaventosi, ma lo sono anche per le energie mentali e la creatività che ci rubano. Penso a un mio amico che voleva diventare un astronauta, ma che ha abbandonato il suo sogno perché organizzarsi per la giustizia sociale era ancora più importante. Pensiamo alle scoperte non fatte, ai libri mai scritti, agli ecosistemi non protetti, all’arte mai creata, ai giardini mai curati”. La conclusione è che “la nostra crisi di diseguaglianze razziali è interconnessa con la crisi climatica. Se non lavoreremo su entrambe, non riusciremo a superarne nessuna”.

La crisi razziale non è niente altro che sinonimo di crisi ecologica. La radice è la stessa.

Calibrando questo ragionamento sulle ingiustizie sociali ormai ampiamente diffuse anche in Europa si potrebbe aggiungere che ovunque c’è una quantità abnorme di intelligenze sprecate, di talenti lasciati a marcire per motivi strettamente dipendenti dalla struttura Ancien Regime delle nostre società fondate, come ha fatto notare Thomas Piketty, più sui quattrini ereditati che sulle reali possibilità di intraprendere carriere in completa autonomia.

Anche il sociologo canadese Alain Deneault in “La Mediocrazia” ha analizzato scenari di questo tipo: la percentuale di successo nelle accademie, nell’editoria e negli istituti di ricerca è direttamente proporzionale alla disponibilità di adeguare la propria visione delle cose alla visione delle cose già consolidata. Censo, conformismo e scarsa originalità sono le virtù indispensabili per affermarsi in campi del sapere che contribuiscono, con la loro rigidità ingessata e autoreferenziale, a mantenere lo status quo in una dorata mediocrità.

In questo contesto le disparità economiche e sociali sono come la glassa sulla torta: conferiscono un tocco di classe e di stile ad una discriminazione sottile, intramontabile e direi eterna. Tutto questo non ci riguarderebbe se non fosse che ormai anche il cosiddetto ambientalismo viene per lo più sintetizzato in questo tipo di luoghi del pensiero e dello stipendio. 

Ed è sconcertante trovare la descrizione perfetta dell’ambientalismo contemporaneo in un passaggio della Lettera dal Carcere di Birmingham scritta nel 1963 da Martin Luther King e citata da Holden Thorp nel suo editoriale su SCIENCE:

“Prima di tutto devo confessare che negli ultimi anni sono stato molto deluso dai bianchi moderati. Ho ormai quasi raggiunto la criticabile conclusione che l’ostacolo più inaspettato, più grande, sulla strada del Nero verso la libertà non è il consigliere cittadino bianco o l’iscritto al Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace al ribasso, e cioè l’assenza di tensione, ad una pace positiva, che è invece la presenza della giustizia; che non fa che ripetere: ‘sono d’accordo con l’obiettivo che persegui, ma non sono d’accordo con i metodi dell’azione diretta’; che crede, in maniera paternalistica, di poter stabilire lui l’agenda per la libertà di qualcun altro; che vive di un concetto mitico di tempo e quindi consiglia costantemente al Nero di aspettare per una stagione più propizia”. 

Questo atteggiamento è epidemico negli ambientalisti e nei giornalisti ambientali che si rifiutano, vantaggi alla mano, di parlare apertamente delle dimensioni della catastrofe, della irreversibilità del cambiamento climatico e della gravità della crisi di estinzione.

Il 5 giugno il Corriere della Sera era in edicola stampato su carta verde. Atto d’amore per il Pianeta tanto insulso quanto evanescente. Copia da collezione senza nessun rischio ideologico, culturale o morale. Moltissime persone, anche celeberrimi giornalisti e attivisti come George Monbiot, negano l’evidenza, e cioè che una demografia umana esplosiva è incompatibile con l’esistenza di regioni interamente selvagge popolate da specie selvagge e in particolare da grandi mammiferi, che hanno bisogno di vasti home range.

Così come l’India continua a sostenere che la tigre sia il suo animale nazionale, mentre progetta la costruzione di 15mila miglia di nuove strade all’interno dei francobolli di habitat rimasti al big cat del subcontinente, già per altro intersecati da oltre 80mila vie di comunicazione asfaltate, e questo per soddisfare i criteri di mobilità e le aspirazioni della Belt and Road Initiative della Cina.

Nessuno affronta, qui da noi, la questione della siccità in Pianura Padana e il fatto che presto dovremo parlare di razionamento dell’acqua. Ovunque il giornalismo ambientale è ridotto a bollettini pubblicitari di invenzioni tecnologiche salva-Pianeta, il cui unico scopo è proteggere l’opinione pubblica dalla realtà. Implosi su loro stessi, perché sedotti dall’estetica conciliante del potere, i movimenti ambientalisti giovani o rivoltosi di un anno e mezzo fa sono ridotti a qualche post ben congegnato su Facebook. 

Tutto questo non avviene solo perché il mostro – le nostre società obese, ricchissime e ingiuste – è forse impossibile da sconfiggere. Avviene anche perché le voci indipendenti e autonome sono escluse a priori a causa di regole di accesso e di ingaggio che favoriscono il conformismo e gli interessi costituiti piuttosto che la denuncia della verità scientifica.

A vincere è la lettura moderata, come diceva il Reverendo King, delle persone moderate, quelle che ancora ci raccontano che c’è un futuro per i grandi felini, che i parchi nazionali basteranno, che basta allevare in cattività il bisonte europeo per imporre a Bruxelles il rewilding del continente. Forse sarebbe il caso di chiederci dove ci ha condotto tutta questa moderazione e provarne anche una certa nausea. 

“Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti eletto nel 1801, padre fondatore dell’Unione, disse: lo schiavismo è come un lupo che tieni per le orecchie. Se molli la presa, ti divorerà”.
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Ecocidio e cronocidio in Emmanuel Dongala

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Il nostro Paese vive una contraddizione surreale. Pur essendo sulla rotta obbligata dei movimenti migratori dall’Africa sub-sahariana e tropicale verso le coste europee, continua a guardare alle genti africane con lo sguardo degli anni Sessanta. Fermate cento persone a caso e chiedete loro se hanno mai letto uno scrittore africano. Forse la maggior parte oserà rispondere che non sapeva neppure l’avesse, l’Africa, una letteratura degna di nota.

E invece sì, l’ha eccome, e penso valga la pensa riflettere, parecchio, sul capolavoro di Emmanuel Dongala, L’uomo di vento, edizioni Epochè 2010.

Questo romanzo, che nel 1988 valse all’autore il prestigioso Grand Prix Littéraire d’Afrique Noir, riesce a tenere insieme tre discorsi: il colonialismo e le sue conseguenze sull’economia regionale delle nazioni africane, lo sfruttamento delle risorse naturali e quindi la crisi ecologica, e infine ciò che qui chiamerò cronocidio.

Il cronocidio è la distruzione programmata del passato sotto forma di legame con gli antenati, identità culturale e relazione con gli ecosistemi di origine. In questo caso, con la foresta tropicale del Congo Brazzaville.

Pur non affrontando direttamente la questione ambientale, Dongala riesce a porre in sequenza causa-effetto la visione economica coloniale e post-coloniale con la disintegrazione del passato comune, della eredità ancestrale che era, un tempo, il collante sociale delle popolazioni africane. 

Facendo questo, però, Dongala parla anche al cuore occidentale. A noi. Perché in questo libro è l’uomo bianco che fa fuori il suo stesso passato per riuscire nell’impresa di mettere a profitto il mondo intero, foreste, animali e persone.

Nella costruzione di questo ordine economico rapace, è stato indispensabile, per l’uomo occidentale, disinnescare il simbolismo del passato, per consegnare intenzioni e volontà politiche alla sola edificazione di un presente di prosperità.

Una delle caratteristiche più impressionanti del capitalismo moderno è infatti la liquidazione del passato. Nulla conta se non il vantaggio del presente. E Dongala sembra averlo compreso da uno scacchiere geografico lontano migliaia di chilometri dalle biblioteche delle grandi capitali europee. 

L’ecocidio presuppone quindi il cronocidio, cioè la negazione della relazione fondamentale che lega gli uomini al loro passato. Agli antenati, alla tradizione, e alla propria storia biologica, cioè alla filogenesi. Il capitalismo avanzato nega alle economie “in via di sviluppo” il loro, proprio passato, liquidando al contempo l’appartenenza umana alla parabola evolutiva del Pianeta. 

Prima di inoltrarci nei concetti di ecocidio e di cronocidio, voglio fare una premessa: Dongala non assolve gli Africani incolpando i soli Occidentali. Anzi, denuncia la complicità dei capi villaggio, la corruzione e la meschinità degli maggiorenti che per avidità aprirono le porte allo straniero.

Si sente nel romanzo, quindi, una lontana eco del capolavoro di Romain Gary Le radici del cielo (Neri Pozza). La realtà non è tutta bianca e tutta nera, ed è per questo che è così disperata e intricata.

Anzi, Dongala suggerisce qui che sono proprio le vittime a doversi prendere la responsabilità di quanto è accaduto, facendo dire al protagonista, Mandala Mankunku: “bisognerà fare tutto il possibile perché le generazioni future non pensino che tutto ciò sia accaduto solo per colpa degli stranieri. Non bisogna mai dimenticare, padre, la propria cupidigia e le proprie debolezze”. 

Direi che, visti i tempi che viviamo, potremmo anche aggiungere una glossa a questo ragionamento: dovremmo fare del nostro meglio per evitare che le prossime generazioni ignorino la nostra inerzia e indifferenza verso i cambiamenti ecologici e la catastrofe di estinzione. 

Vediamo allora cosa si intende per ecocidio.

L’ecocidio è “il danno esteso, la distruzione o la perdita di un ecosistema, o di più ecosistemi, di un dato territorio, o per deliberata azione umana o per altre ragioni, portato ad un punto tale da aver compromesso o compromettere seriamente in futuro il pacifico uso di quel territorio da parte dei suoi abitanti”.

Questa è la definizione di ecocidio proposta da Polly Higgins, l’avvocato inglese che si è battuta fino alla sua prematura morte, a poco più di 50 anni, nel 2019, per l’inserimento di questo reato nello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale dell’Aja.

All’articolo 5 lo Statuto elenca le cinque tipologie di crimini “di rilevanza internazionale” che rientrano nella giurisdizione della Corte: genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione. La Higgins e il suo gruppo premevano perché a questa lista venisse aggiunto il crimine di ecocidio.

E questo perché “una legge di imputazione del crimine di ecocidio avrebbe una azione di deterrenza per gli investitori nei confronti di pratiche ecocidiarie e li metterebbe in guardia dal sottoscriverle.

Persone con responsabilità decisionali di alto livello – i CEO e i ministri di governo – diventerebbero responsabili di ecocidio dal punto di vista personale e criminale, ad esempio avendo preso parte a pratiche ecocidiarie o avendo fornito i permessi per esse quando conoscevano o avrebbero dovuto conoscerne le conseguenze”, riporta STOPECOCIDE.EARTH. 

Il cronocidio, invece, è un sottoprodotto del capitalismo.

È la presunzione che non esista un legame strutturante con il patrimonio culturale acquisito e che, quindi, economia e tecnologia possano espandersi in completa libertà ed autonomia, all’infinito, con il solo scopo di massimizzare il profitto del presente.

Il cronocidio presuppone dunque di liberarsi dai vincoli della tradizione che definiscono anche i limiti di uso delle risorse – umane, animali, naturali – varcata la soglia dei quali gli effetti collaterali del loro impiego massivo superano i vantaggi ottenuti.

Nella cultura del cronocidio il passato non ha più valore, a meno che non venga messo a reddito, come accade ad esempio con il patrimonio artistico, che non rappresenta più un contesto simbolico in cui riconoscersi e ritrovarsi, ma è diventato passatempo e turismo. 

Ma la dismissione industriale del passato è all’opera anche sul Pianeta Terra, con i suoi ecosistemi e le sue faune. È da questo punto di vista che, credo, si possa impiegare la metafora stessa di Dongala e cioè “la morte degli Antenati”. 

Il vecchio Lukeni, il decano vecchio e saggio del villaggio (siamo nel Congo Brazzaville di inizio Novecento) dice a Mankunku: “la storia di un popolo non deve morire con coloro che l’hanno vissuta, dev’essere trasmessa di bocca in bocca, di memoria in memoria”.

Per Mankunku la morte di Lukeni sarebbe una disgrazia irrecuperabile: “non possiamo perdere tutto quello che sa, un popolo non può vivere senza memoria”.

E tuttavia, Mankunku è troppo giovane per non appartenere ad una epoca di mezzo, in cui la sua sete di conoscenza trova un terreno fertile nelle novità scientifiche e tecnologiche introdotte in Congo dai Francesi: “Non basta più essere gli anelli di trasmissione del sapere degli Antenati e nemmeno essere soltanto i depositari di un sapere stabilito per sempre”.

Lukeni sa che nelle parole di Mankunku c’è l’esigenza di una rottura, di una distruzione che non può tener buono il passato, se vuole affermarsi. In questa volontà di cambiamento (che Dongala non identifica con il progresso, ma con il desiderio umano di uscire dai propri confini) gli Antenati non possono più avere cittadinanza.

Inutili, come gli sciamani dinanzi a un medico laureato in Medicina a Parigi: “il grande disegno che nei secoli abbiamo tracciato insieme noi e i nostri Antenati (…) sono vissuto fino ad oggi in una società il cui ideale era la propria perpetrazione.

I nostri Antenati e noi stessi l’avevamo costruita così bene da aver paura di qualsiasi individuo che si discostasse dalle norme ammesse, perché il minimo falso movimento, il minimo elemento sottratto o aggiunto rischiava di far crollare l’intero edificio”. 

Le conseguenze della rottura con gli Antenati, in una civiltà in cui l’intero cosmo sociale si reggeva sulla linea di continuità spirituale e legislativa con le generazioni antiche, innesca degli effetti domino dirompenti.

Il primo francese che arriva al villaggio e strappa al Capo la firma sulla concessione d’uso del suo regno festeggia sparando con un fucile inglese a decine di elefanti (oggi in Brazzaville e in Gabon gli elefanti si contano al lumicino). Arrivano i cash crops da esportazione (caucciù e palma da olio).

E infatti “la foresta era diventata ostile perché non capiva quella sete di distruzione che li aveva improvvisamente invasi (…) celava sempre più accuratamente i frutti commestibili e la selvaggina. E loro ne avevano talmente paura da odiarla.

La fiducia tra la foresta e gli uomini, che erano sempre vissuti in simbiosi materiale e spirituale, si era rotta: si escludevano mutualmente, gli uni erano diventati parassiti dell’altra e vice versa”. Oggi abbiamo studi scientifici in peer review su questi effetti ecologici sistemici, che si chiamano sindrome della foresta vuota e defaunazione. 

I colonizzatori francesi avevano smesso già da un pezzo, in patria, di credere negli Antenati. La rivoluzione industriale, in senso strettamente marxista, ha imposto una agenda di lavoro che esclude la devozione per il passato in quanto ostacolo all’efficienza produttiva.

Il fatto che ogni oggetto sia replicabile in serie, in catena di montaggio, priva qualunque manufatto delle sua unicità estetica e simbolica. La creazione artigianale, artistica  e intellettuale non potrà più invecchiare e scivolare nel passato come punto di riferimento per il futuro; potrà solo eclissarsi, surclassata dal nuovo.

I colonizzatori francesi hanno imparato fino in fondo, insieme ai loro amici europei delle nazioni europee, la lezione fondamentale dell’Illuminismo Settecentesco: la trionfale parabola umana è progresso. 

Senza cronocidio, il progresso è impossibile, ma anche impensabile. Ma “nella savana senz’anima abbandonata dal respiro degli Antenati urlano le trombe”, come ha scritto il poeta senegalese Birago Diop.

Uccidere il passato consente di aprire le porte ad una era di conquiste (la medicina, la ferrovia, la fine delle uccisioni rituali, ad esempio dei neonati gemelli o albini, l’astronomia, la chimica), ma riduce l’esperienza del mondo di ciascun essere vivente al suo sfruttamento economico e politico. 

Potremmo quindi, tenendo buona la definizione di ecocidio, così ridefinire il cronocidio: la perdita di un orizzonte culturale normativo, in una data cultura, che determina il progressivo assottigliamento della nozione di limite per deliberata azione umana nei processi di uso delle risorse, animali e umane, sino al punto da compromettere le condizioni di esistenza psicologiche, emotive e civili della comunità che ne soffre. 

È il nipote del vecchio Lukeni, laureato in chimica industriale negli Stati Uniti, che dice nel modo più limpido possibile dove la liquidazione del “mondo degli Antenati” abbia condotto bianchi europei e neri africani: “Prima della colonizzazione, tu e tutti quelli della tua generazione vivevate in un mondo chiuso, un sistema chiuso dove gli scambi con l’esterno erano controllabili e reversibili.

Allora era semplice tenere il mondo sotto controllo. Dopo l’arrivo della colonizzazione, il sistema è diventato incontrollabilmente aperto, ogni cosa tende naturalmente verso un disordine più grande. Non si può più distinguere facilmente causa ed effetto. In questo senso tu hai ragione, le cose sono più complicate di prima, gli Antenati e il loro mondo equilibrato non hanno più posto”.