Ci sono storie di animali africani che assomigliano al paziente zero di una malattia finora ignota. Ben nascosta, però, dentro una interminabile lista di fattori di rischio sistematicamente ignorati. Il sovraffollamento di elefanti della riserva di Madikwe in Sudafrica è una di queste storie ad alto potenziale di detonazione. Si è infiltrata nella newsletter di…
Ci sono storie di animali africani che assomigliano al paziente zero di una malattia finora ignota. Ben nascosta, però, dentro una interminabile lista di fattori di rischio sistematicamente ignorati. Il sovraffollamento di elefanti della riserva di Madikwe in Sudafrica è una di queste storie ad alto potenziale di detonazione. Si è infiltrata nella newsletter di magazine specializzati (AFRICA GEOGRAPHIC e DAILY MAVERICK, ad esempio) attizzando l’incendio di un dibattito che potrebbe travolgere la reputazione del turismo internazionale nel Paese. Madikwe è un caso-limite impressionante di tutto quello che non può che andare storto nei nostri modelli di conservazione della “natura”. In altre parole, la Madikwe Game Reserve rappresenta il punto di rottura nelle politiche della natura. È più che probabile che in questa riserva iconica bisognerà abbattere qualcosa come 1000 elefanti.
Madikwe è la quinta riserva per dimensioni in Sudafrica (50mila ettari). Venne fondata nel 1993, ma la sua storia è molto più lunga. Questo territorio (nell’estremo nord-est della North West Province, sul confine con il Botswana, a 390 Km da Pretoria) è stato infatti ripopolato di specie selvatiche nel 1993. Come ha scritto su AFRICA GEOGRAPHIC Roger Collinson, uno degli ecologi chiamati a progettare le comunità animali da reinserire, la vegetazione non aveva più nulla di naturale o di ancestrale o di autenticamente selvatico. Per decenni qui c’erano stati pascoli che avevano ridotto le radure a savana e favorito gli alberi di alto fusto. Se i ranger ci avessero riportato gli elefanti, questo rapporto si sarebbe ribaltato: molta più erba, e molti meno alberi.
Collinson e i colleghi decisero per il sì: partiamo con 250 elefanti (fra cui alcuni piccoli rimasti orfani provenienti dal Gonarexhou NP in Zimbabwe e dal Kruger) e vediamo cosa succede. Ricordiamoci, però, di monitorare la situazione con molta cautela, perché Madikwe è recintata. Non ci sono corridoi ecologici o piste aperte per entrare in Botswana. Quindi qui non potrà crescere un numero infinito di elefanti.
Oggi a Madikwe ci sono 1600 elefanti. Troppi.
Madikwe, un successo emblematico di reintroduzione di specie selvatiche. O forse no?
E questo è il motivo per cui qualcuno ritiene che gli elefanti non avrebbero mai dovuto essere reintrodotti. E che l’intenzione politica di costruire una riserva destinata al turismo con ricadute economiche vitali sulla popolazione locale (poverissima) abbia preso il sopravvento sul buon senso parecchi anni fa. La pensa così ad esempio Ian Michler, super esperto di wildlife e protagonista della battaglia contro gli allevamenti di leoni in cattività (l’infamante industria di caccia su commissione e mercato di ossa dirette in Cina denunciato nel documentario BLOOD LIONS).
“Personalmente mi sento di dire questo. Credo che non avrebbero mai dovuto esserci elefanti in un posto come Madikwe, sin dall’inizio. È vero che il Sudafrica ha molte aree dense di wildlife, ma la maggior parte appartengono a uomini d’affari o allevatori, che non sono ecologi”, scrive Michler raggiunto via mail. “È quale è il risultato? Queste persone fanno il loro lavoro di allevatori e imprenditori, portando specie selvatiche dove non possono stare o arrivando a un numero insostenibile di animali. Lo scopo è fare profitti, perché possono dichiarare di avere i Big 5”.
Controllo demografico significa contraccezione, una pratica in uso da decenni in Sudafrica, applicata spesso con dispositivi sottocutanei per il rilascio di farmaci specifici sulle leonesse (un ormone sintetico che interagisce con l’ipofisi). Nel 2019 la LION UNIT della università del Minnesota (fondata dal “mitico” Craig Packer) ha pubblicato una ricerca con dati raccolti per 14 anni in 19 aree protette sudafricane che somministrano contraccettivi alle leonesse. Stando ad AFRICA GEOGRAPHIC, negli ultimi 30 anni sono 50 le riserve in cui è stata applicata la immunocontraccezione (basata cioè sulla stimolazione del sistema immunitario, per indurre una risposta che neutralizzi la produzione di sperma ed ovuli). È così che i ranger ritardano la prima gravidanza e le successive cucciolate. Mentre l’industria turistica continua a macinare i suoi profitti. Ma un leone che prende anticoncezionali è ancora un leone wild?
C’è un altro aspetto importante, però. Gli elefanti tendono ad esprimere una sorta di “regolazione riproduttiva” spontanea, quando la loro densità supera un certo livello, una opzione metabolica documentata da alcuni studi tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Ad esempio, un posticipo nel raggiungimento dell’età riproduttiva, un cambiamento del numero di gravidanze e dell’intervallo tra un piccolo e l’altro. Elementi che complicano il dibattito etico sulle scelte estreme.
L’importanza del contesto storico dell’Ottocento coloniale
Certo è che per capire quali sono le condizioni ecologiche della Madikwe è fondamentale ricostruire il contesto storico della regione. Entro la fine dell’Ottocento (come già accaduto qualche decennio prima alla provincia del Capo) qui i grandi mammiferi erano già stati cacciati fino all’estinzione. Solo attorno al 1836 nel nord est del Sudafrica, lungo il Meritsane River (in prossimità della riserva di Sabi Sand, che appartiene oggi al sistema del Grande Kruger) c’erano branchi di quagga. Più a nord, l’intero corso del Limpopo pullulava di antilopi e di leoni.
Il fatto che elefanti, rinoceronti, leoni, bufali e leopardi siano stati reintrodotti a Madikwe non dovrebbe quindi sorprendere. Solo 150 anni fa queste specie erano endemiche di tutto il Sudafrica. Rentrodurle è stata per il Sudafrica una questione di orgoglio nazionale. Perdute sono tutte le varianti regionali (i leoni dell’Etosha non sono i discendenti di quelli incontrati dagli esploratori britannici, che erano i corrispondenti nel bush della Zoological Society di Londra). Ma le potenzialità di recupero rimangono ancora oggi. Il fatto è che questo territorio non è più aperto e sconfinato, quindi non potrà mai più ospitare tutti gli animali dell’Ottocento. E non potrà più garantire a quelli tornati la libertà di movimento di un tempo. Spazi contingentati, futuro sotto regolamento umano.
I libri di storia insegnano che il panorama odierno di “wilderness” in Sudafrica è stato ampiamente rimaneggiato nel corso del Novecento, per far fronte alle devastanti estinzioni del secolo precedente. Quando il modello inglese di caccia (trofei e valori sociali di aristocratico coraggio) ebbe effetti catastrofici sulle faune. Inoltre molte specie, il quagga ad esempio, furono decimate anche dagli agricoltori e dagli allevatori come “specie parassita” delle nuove terre coltivate. Anche il grande Kruger 120 anni fa non aveva più elefanti. E il paesaggio della savana era punteggiato da alberi ad alto fusto.
Il numero di elefanti autorizzati al Kruger era già in cima alle priorità di gestione negli anni ’60. Nel 1986 venne approvato il Piano di intervento che divenne poi tristemente noto. Solo 7000 elefanti potevano rimanere. Dal 1967 al 1996 si decise di abbatterne 17.219. Alcuni furono spostati. Il dibattito non era certamente solo a Città del Capo o Johannesburg. Anche in Kenya (altro “paradiso” per i sistemi a savana orientali) si costruivano proiezioni statistiche sulla “densità di equilibrio” degli elefanti dello Tsavo.
Allora ci si accapigliava sull’impatto degli elefanti sulla vegetazione. Una argomentazione ancora oggi in voga, che però rimane un parametro opinabile. È lo stesso SANParks (l’ente che ha in mano la gestione di tutti i parchi nazionali e le aree protette del Sudafrica) ad ammettere: “gli elefanti sono architetti della natura, anche se qualche volta agiscono come esperti in demolizione. Per migliaia di anni hanno forgiato e sbozzato i lineamenti della terra facendo pressione sugli alberi, diffondendo i semi. Ma poi le attività umane hanno distrutto questi ritmi naturali frammentando gli habitat di questa specie”.
Il Ministero decise di mettere in piedi una task force regionale, a cui si è aggiunto anche il SANParks. Della task fa parte anche il SANBI (South African National Biodiversity Institute), un altro organismo non governativo.
In Sudafrica, però, c’è anche una altra organizzazione che vigila sul benessere della fauna selvatica. La NSPCA (una Ong indipendente nata nel 1955 che vigila sul benessere animale) ha avuto un ruolo crescente negli ultimi anni nel denunciare le condizioni raccapriccianti degli allevamenti di widlife in Sudafrica. Nel dicembre del 2024 NSPCA entra a Madikwe per verificare lo stato della popolazione di elefanti e documenta quelle che descrive come condizioni estreme causate dalla malnutrizione. NSPCA parla quindi di una gestione sconsiderata, che non ha messo in pratica nessuno degli avvertimenti del 1993 sulla possibile crescita esponenziale del numero di elefanti.
Ma di quanti animali stiamo parlando? A Madikwe gli elefanti sono 1600: 2.7 elefanti per chilometro quadrato, la più alta densità demografica in Sudafrica. L’esito di questa situazione è il più scontato. Da mesi circola l’ipotesi che a Madikwe si debba ricorrere al culling di almeno 1000 elefanti.
Secondo Collinson, “la popolazione di elefanti è andata incontro ad un stress nutrizionale, anche a causa della siccità, ma il numero di decessi è solo il 4% del totale. Molto lontano da una presunta catastrofe”. Gli elefanti morti erano soprattutto giovani ed esemplari piuttosto vecchi, un trend consueto quando ci sono siccità e incendi”.
Cosa, allora, non ha funzionato? “Nessun numero massimo di animali per una certa specie, in un caso come Madikwe, è scritto nella pietra. Bisogna saper rispondere a quello che ti dice un ecosistema, nel corso degli anni, non di qualche settimana. Questo l’ho visto sia con i predatori che con gli erbivori nei progetti di reintroduzione che ho seguito per 50 anni”.
Madikwe è un caso-simbolo del destino delle riserve in Africa
Se la capacità di carico di un ecosistema (il numero massimo di predatori, erbivori, onnivori che può sostenere) non è un concetto rigido, ma un parametro duttile con enormi variazioni bio-geografiche, è anche vera una altra cosa. Nessuna riserva può ospitare elefanti all’infinito. Noi umani non possiamo avere più tutti gli elefanti che vorremmo (e questa è l’argomentazione principale contro l’ambientalismo romantico del “salviamoli tutti”). Ma solo quelli che possiamo permetterci. Da questo punto di vista, quindi, la cosiddetta “natura selvaggia” non è più wild da parecchio. Perché non può fare da sola.
Madikwe è allora un caso-simbolo del destino delle riserve in Africa. A riconoscerlo è lo stesso NSPCA lo scorso 13 agosto: “Gli elefanti della Madikwe non sono wild nel senso pieno della parola. Questi animali sono confinati dentro una riserva cintata. Senza i loro percorsi storici di migrazione stagionale e con ben pochi predatori naturali. Questo sistema è artificiale. È il prodotto di un design ecologico. Perciò, sostenere adesso che la natura dovrebbe fare il suo corso (facendo morire 3/4 degli elefanti) non è una opzione sul tavolo. Significa solo ignorare che la natura è stata fatta fuori dalla Madikwe il giorno in cui gli esseri umani hanno eretto le barriere di recinzione”.
Rimane da chiedersi dove potrebbero essere spostati 1000 elefanti, in un sistema chiuso, come è di fatto quello delle riserve e delle aree protette sudafricane.
Anche la logica del Tourism Board è cristallina:
“Una riserva chiusa, e cintata, con un numero crescente di animali capaci di ridisegnare interi ambienti, come sono gli elefanti, che non hanno predatori, ma un accesso indiscriminato ad acqua e cibo, non può che portare ad una sovrappopolazione di quella specie”.
Il motivo è lampante. Connettere le riserve vuol dire ritagliare molto più spazio per gli animali. Una rappresentante della Convenzione presente al briefing ha così spiegato la questione: “la connessione è un obiettivo di sintesi, che ne chiama in causa molti altri: i diritti delle comunità, i diritti sulla terra, la disponibilità stessa di terra”.
In bilico, e in forse per un futuro sempre più vicino, ci sono quindi, intrecciati l’uno all’altro, i tre principi-guida dello schema giuridico internazionale con cui si vorrebbero interrompere le estinzioni: geni (ricchezza genetica intrinseca delle specie animali) / specie (bio-diversità, quante più specie possibile in un certo habitat protetto) / paesaggi (habitat estesi che ospitano comunità ricche di specie senza limiti di barriere).
Il Sudafrica è membro della CBD dal 1996. E pratica il culling dagli ’60.
Gli elefanti del Kruger ci mostrano che la conservazione della natura non è una formula perfetta. Ma piuttosto una danza. Una danza tra scienza, storia e natura. La vera questione non è quindi quanti elefanti può ospitare il Kruger, ma come noi umani, che abbiamo la responsabilità di prenderci cura del Pianeta, scegliamo di vivere accant a questi magnifici animali.
Storie di culling che abbracciano intere generazioni.
L’abbattimento selettivo, condotto con un elicottero che spinge in un recinto una intera famiglia di elefanti, dove cacciatori professionisti sparano agli animali (esclusi i piccoli dai 4 ai 10 anni) il più rapidamente possibile, è stato applicato nel Grande Kruger tra gli anni ’60 e gli anni ’90. Seguendo una agenda ben stabilita, i piccoli venivano poi “redistribuiti” nelle riserve che ne avevano bisogno per attrarre i turisti. Quaranta anni fa alcuni di questi elefanti ripopolarono il Pilanesberg. Nel 2013 erano ormai passati 30 anni da quegli eventi. Il team mise a confronto le abilità sociali dei sopravvissuti (riconoscere gli estranei e i potenziali pericoli) con un gruppo di “cugini” di Amboseli, in Kenya.
I sopravvissuti del Pilanesberg erano già stati in prima pagina sui giornali sudafricani, perché avevano ucciso 107 rinoceronti, un comportamento aberrante mai osservato prima. Le loro nuove famiglie, che avevano contribuito a fondare, sembravano incapaci di esprimere un comportamento collettivo adeguato, quando sentivano il richiamo acustico di un altro elefante che non conoscevano. La loro reazione primaria era la confusione: “non hanno mai imparato a riconoscere individui anziani e dominanti della loro specie”. Cresciuti orfani. Da tutti i punti di vista.
Il Sudafrica si gioca più di una attrazione per turisti
In Sudafrica la conservazione della biodiversità è più che un asset economico. È un principio inserito nella Costituzione del 1996, con cui il Paese esce dalla stagione dell’apartheid. Il patrimonio biologico è essenziale per la identità nazionale. Il Sudafrica di oggi, però, eredita dagli anni ’60 una frammentazione delle competenze giuridiche. Anche se la biodiversità è, nel complesso, una competenza nazionale, ogni regione può emettere sue norme specifiche. Questo, come a Madikwe, genera frizioni tra il governo centrale e le amministrazioni regionali.
Durante il mandato del precedente ministro dell’ambiente, Barbara Creecy (2019-2024) fu però avviata una consultazione nazionale sulla wildlife. Molti esperti e ONG ritenevano infatti la concezione corrente di natura (aree protette comprese) non più sufficiente per le sfide di protezione del XXI secolo e per il ruolo del Sudafrica negli accordi internazionali. L’impegno di Creecy, lodato da più parti, ha portato al White Paper on Conservation and Sustainable Use of South Africa’s Biodiversity (2023), una bozza di revisione dell’intero quadro giuridico sulla wildlife risalente al 1998 (National Environmental Management Act).
Per la prima volta infatti il Sudafrica formulava una definizione del benessere animale: “per benessere animale si intende l’intero insieme di circostanze e di condizioni che condizionano lo stato degli animali e delle popolazioni animali in senso fisico, psicologico e mentale, compresa la qualità della vita e la loro abilità di interagire con l’ambiente”.
Preciso obiettivo della White Paper era riposizionare le aree protette come fattore di sviluppo sostenibile dei distretti rurali. Inoltre, la bozza finale ammetteva che “le aree protette e le aree adatte alla conservazione devono essere ampliate, considerando l’incremento demografico umano e quindi la pressione e le minacce che ne derivano”. La White Paper non è diventata legge. E l’impianto generale della conservazione in Sudafrica rimane sostanzialmente invariato.
Nella “wildlife economy” non c’è spazio per la compassione
Col passare dei mesi, però, si restringe anche la finestra temporale entro cui trovare una soluzione per Madikwe alternativa al culling. Tutti gli attori coinvolti sembrano temporeggiare dinanzi ad una decisione con ricadute gigantesche per i costi dell’operazione, per le risorse logistiche (spostare 1000 carcasse di elefanti), per l’eventuale consumo a scopo alimentare della carne degli animali abbattuti, per lo stop al turismo a scopo di sicurezza. indispensabile durante le operazioni.
Perciò lo scorso 13 agosto NSPCA ha tentato di fare il punto della situazione con un appello all’etica: “ogni decisione che presenti il culling o la caccia da trofeo sugli elefanti come le posizioni più realistiche deve essere esaminata con la massima serietà. Non solo alla luce dei principi della conservazione, ma anche per le sue implicazioni etiche (…) ridurre il numero di elefanti con mezzi letali, ad esempio con il culling e la caccia a pagamento, non può finire sotto l’insegna di un espediente economico per coprire le voragini di una gestione clamorosamente insufficiente. Ridurre a merce la wildife, e poi chiamarlo uso sostenibile, erode non solo i fondamenti della conservazione, ma anche la reputazione internazionale del Sudafrica, come Paese leader nelle pratiche umane e ambientali”.
Secondo NSPCA (che non ha risposto alla richiesta via mail di ulteriori chiarimenti), “l’obiettivo non dovrebbe essere elaborare una soluzione rapida tanto per ripristinare il valore estetico o turistico buono per i tour fotografici, ma progettare una via di uscita olistica, e umana”.
Se la riduzione a merce della fauna selvatica (gli introiti della caccia potrebbero essere riutilizzati proprio per amministrare la Madikwe) è il simbolo di un fallimento culturale, l’ennesimo segnale di un disequilibrio tra uomo e grandi mammiferi, è vera anche una altra cosa. Queste riserve proteggono l’utopia di avere sia la natura selvaggia che una umanità in espansione. Entrambe sono fantasie giunte al loro punto di rottura.
Altrettanto fantasiosa è l’idea di sfruttare le riserve cintate per risolvere la povertà endemica di comunità immiserite da un sistema economico che fa strazio sia di loro che delle specie animali. Da decenni si sostiene che il turismo salverà la natura e caccerà via dall’Africa la “lunga notte” della povertà. Nessuno dei due scenari è mai diventato realtà.
“Anche affidandosi alla massima cautela, ridurre la popolazione di elefanti, con questi numeri, sarà impossibile senza un danno significativo”, conclude amaramente Roger Collinson. “Le conseguenze non saranno soltanto economiche: le dinamiche dei gruppi e delle famiglie di elefanti precipiteranno nel caos e l’intero ecosistema sarà destabilizzato”.
Pilanesberg : il teste scomodo del possibile futuro
In questa storia il Pilanesberg assomiglia al teste scomodo, ma essenziale, chiamato a deporre in un processo in cui vengono a galla vecchi collaborazionismi. È abbastanza sorprendente che siano proprio le autorità della riserva a parlare sul loro sito della propria sconfitta.
Da 15 anni si parla di un corridoio tra Madikwe e il Pilansberg. Solo 75 chilometri, che però non riescono a mettere d’accordo gli attori coinvolti. L’unica opzione per davvero coerente con gli accordi di Kunming sottoscritti dal Sudafrica (il 30% entro il 2030). E con le evidenze più recenti sulla connettività dei territori sotto protezione, che garantiscono il flusso di geni e la risposta adattativa al cambiamento climatico.
In un futuro che oggi sembra “un sogno remoto” Madikwe aprirebbe anche le barriere di nord ovest, lasciando che i Big 5 (non solo gli elefanti) sconfinino in Botswana. E quelle di nord-ovest, verso il Limpopo (tutte possibilità geopolitiche in discussione) e lo Zimbabwe.
Il 26 agosto ha aperto i lavori un tavolo di consultazione sugli elefanti delle due riserve. Ma mentre il destino di Madikwe è ancora appeso all’indecisione e alla burocrazia, la questione dello spazio per i non-umani giunto al suo limite è la bruciante notizia sfuggita dal Sudafrica nella estate del 2025.
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