Categoria: Microplastica

L’atmosfera è un serbatoio di microplastica

L'atmosfera è un serbatoio di microplastica. Una bottiglia finita in mare col tempo si trasforma in particelle microscopiche talmente leggere da rimanere in sospensione nello spray di acqua e sale sulla superficie delle onde. E da lì in atmosfera.
(L’atmosfera è ormai diventata un serbatoio per le microplastiche)

L’atmosfera è diventata un serbatoio di microplastica. Perché è un trasportatore globale di microplastica e la sua fonte di rifornimento sono soprattutto gli oceani. Se pensavamo di poter circoscrivere l’inquinamento da plastiche microscopiche, ci sbagliavamo di grosso. Oggi, questo tipo di plastica “esattamente come gli altri cicli geologici, biologici e chimici, che funzionano su scala globale, vortica attorno al globo seguendo diverse modalità di circolazione nell’atmosfera, negli oceani e nei ghiacci, con differenti temi di deposizione e di permanenza sulla terraferma”. 

Si può quindi parlare di un “ciclo della plastica”, ossia di meccanismi di movimento della plastica attraverso i sistemi biologici ed ecologici del nostro Pianeta. La plastica è insomma entrata nel “flusso” costante e ininterrotto di sostanze che circolano negli ambienti naturali e urbani.  Questi i risultati dello studio uscito sulla PNAS lo scorso aprile (Constraining the atmospheric limb of the plastic cycle) firmato dal gruppo di ricerca di Janice Brahney, della Utah State University (Stati Uniti).

Già a giugno del 2020 il team della Brahney aveva pubblicato su SCIENCE un articolo inquietante sulla “pioggia” di microplastica che cade ogni anno sui parchi nazionali degli Stati Uniti Occidentali, sulla carta i più intatti e selvaggi del Paese. Anche stavolta i dati usciti su PNAS riguardano le regioni occidentali degli USA e disegnano però un quadro ampio sull’intero ciclo della plastica. L’obiettivo della ricerca era capire da quali fonti proviene la microplastica che, veicolata dall’atmosfera, si deposita a terra: “i risultati suggeriscono che, negli Stati Uniti Occidentali, le microplastiche in atmosfera derivano primariamente da fonti di immissione secondaria, che includono le strade (84%), l’oceano (11%) e il suolo polverizzato di origine agricola (5%)”.

Tutti i continenti, tuttavia, sono “importatori netti di plastica dall’ambiente marino, fatto che richiama l’attenzione sul ruolo sul carattere ereditario dell’inquinamento da plastica attraverso l’atmosfera”. I limiti stessi della ricerca parlano della serietà del problema. La Braheny ha preso in considerazione solo microplastiche con un diametro tra i 4 e i 250 micron: “particelle più piccole potrebbero avere un tempo di permanenza più lungo (settimane invece che ore)”. In termini generali, quindi, “non è noto quanta microplastica più piccola di 4 micron ci sia in atmosfera e neppure il suo comportamento”.

I dati mostrano che la plastica, ormai, è parte integrante del suolo, delle acque marine ed oceaniche e quindi anche delle comunità animali e vegetali e dell’atmosfera. Alcuni punti sollevati dallo studio sono particolarmente importanti. Innanzitutto, “l’importanza dell’atmosfera come trasportatore e serbatoio di plastica”. Le particelle grezze con diametro inferiore ai 2.5 micron “entrano in atmosfera attraverso processi meccanici, come ad esempio la polvere sollevata da forti venti o l’azione del vento stesso o anche lo spray generato dalle onde in movimento sulla superficie del mare”. 

“Le analisi che ricostruiscono a ritroso il percorso di questa plastica hanno dimostrato che soltanto una piccola porzione (dal 10 al 25%) del totale della plastica depositato in località remote è attribuibile a emissioni dirette provenienti dai centri abitati. La maggior parte della massa depositata, invece, è stata collegata direttamente a schemi atmosferici  su ampia scala”. 

Il problema della plastica nelle acque oceaniche ha quindi due facce. La prima, quella più evidente, sono i rifiuti in superficie, le isole di plastica galleggianti. La seconda è la plastica invisibile a occhio nudo prodotta dalla dinamica degli oceani e dalle condizioni climatiche, che frantumano gli oggetti liberandone le molecole. Queste particelle sono abbastanza leggere da essere sollevate nell’aerosol di acqua e sale che sta in sospensione sopra le onde. Da qui i venti le immettono in atmosfera e le riportano sulla terraferma.

E pi vengono le auto. Come già sappiamo da tempo, freni e pneumatici contengono plastica, che viene liberata in formato microscopico ogni volta che si schiaccia il pedale del freno e tramite l’attrito della gomma sull’asfalto. Non importa se il veicolo è elettrico, ibrido o a benzina. Anche questa microplastica, prodotto di scarto del traffico quotidiano, rimane sospesa in atmosfera. 

Anche le strade, però, emettono microplastica. Qualunque oggetto abbandonato, scaricato o lasciato per strada viene prima o poi rotto, spaccato od ossidato sotto i raggi del sole. E così i suoi frammenti plastici, sempre più piccoli, entrano in circolo galleggiando nell’aria. A tutto questo va aggiunto il fatto che è ormai invalsa la pratica di aggiungere plastica all’asfalto stradale. 

Le “plastic road” sono balzate al centro dell’attenzione negli ultimi anni, per il ruolo che potrebbero avere nel riciclo di un certo tipo di plastica: shopping bag, bottiglie, confezioni alimentari.  L’India è il Paese che sta puntando di più su questo mix di materiali. Secondo la serie Future Planet della BBC, “oltre che assicurare che la plastica non vada in discarica, in un inceneritore o nell’oceano, ci sono prove concrete che la plastica migliori le strade, rallentandone il deterioramento e riducendo al minimo le buche”. Nel 2015, il governo indiano ha stabilito che è obbligatorio usare plastica di scarto per la costruzione delle strade in prossimità di grandi città o di centri abitati con più di 500mila persone. In Scozia, riferisce sempre la BBC, un cartello della MacRebur, colosso nella costruzione di strade, annuncia orgogliosamente ai viaggiatori che stanno percorrendo una statale assemblata con bottiglie di plastica riciclate. 

YALE360 ha fatto il punto della situazione globale lo scorso 11 febbraio. La pavimentazione stradale potrebbe essere un campo di efficace applicazione dell’economia circolare sulla plastica. Anche in Paesi economicamente svantaggiati, come il Ghana, che nel 2018 ha deciso di andare in questa direzione. 

YALE360 ha pubblicato una dichiarazione ufficiale di Heather Trouman della National Plastic Action Partnership del Ghana: “è difficile riciclare la plastica. È costoso, complicato, richiede diverse tecnologie, e così, purtroppo, bruciarla risulta più facile. Ma se noi le attribuiamo un valore, la plastica non finirà in una discarica, o bruciata: e non finirà neppure nell’oceano”. Un auspicio che sembra sconfessato dai risultati dello studio della Brahney. 

Anche l’agricoltura moderna su base estensiva emette plastica. Anzi, “i campi agricoli sono verosimilmente hotspot di plastica concentrata nel suolo”. La plastica arriva nel suolo agricolo attraverso i fertilizzanti prodotti dal trattamento dei rifiuti solidi organici. Questi fertilizzanti, a loro volta, contengono microplastica perché l’hanno assorbita dalle acque di scarico durante il processo di trattamento. 

Non disponiamo di evidenze chiare sugli effetti di lungo termine di una contaminazione da plastica del suolo agricolo. Benché si parli molto di “consumo di suolo” è insomma arrivato il momento anche di porsi domande sulla qualità del suolo da proteggere. Devono essere affrontate entrambe le questioni e in sinergia l’una con l’altra. 

Secondo un altro studio pubblicato da FRONTIERSIN il 28 aprile e condotto da ricercatori della Freie Universität di Berlino e dal Berlin-Brandenburg Institute of Advanced Biodiversity Research, i principali imputati di questo tipo di inquinamento sono il poliestere, il polietilene, il poli-acrilico e il polipropilene. Queste plastiche sono presenti anche nella cosmetica, ma le più diffuse sono quelle di origine tessile, “che si trovano comunemente nelle acque di scarico, e che hanno un diametro che varia da 0.3 a 25.0 millimetri”. 

Sembra che queste fibre possano influenzare la qualità del suolo perché interferiscono con il modo in cui il terreno regola e immagazzina l’aria e l’acqua, la cosiddetta “capacità di aggregazione”. Più il suolo è stabile, più è aggregato e più è fertile perché resiste meglio all’erosione e trattiene meglio l’acqua. Le microplastiche si integrerebbero con la struttura del terreno interagendo con i suoi processi organici “portando ad una conseguente destabilizzazione” della struttura molecolare del suolo. 

Anche il clima deve entrare coma variabile tutta da comprendere nella routine della microplastica tra atmosfera, oceani e terraferma. La Braheny ha esaminato regioni aride, con poche precipitazioni. Dove piove di più è possibile che la pioggia eserciti un effetto di lavaggio almeno sulle strade. Ma, ancora una volta, si tratta di un problema spostato altrove: le microplastiche scivolano via, ma non scompaiono. 

Rimangono aperte molte domande, sui centri abitati: “le strade europee rilasciano più plastica di quelle americane a causa dei polimeri aggiunti all’asfalto come agenti leganti? La densità di popolazione è un indice predittivo migliore per la capirne la diffusione?”.

Sull’agricoltura, che dovrebbe diventare “sostenibile”: “Come variano le concentrazioni di microplastica nel suolo agricolo in Paesi che impiegano differenti pratiche di coltivazione?”.

Sulle aree costiere: “Come variano le emissioni contenute nello spray di acqua marina lungo le coste? I cambiamenti nella circolazione oceanica hanno un ruolo?”

Sulle interazioni tra microplastiche e clima: “In maniera analoga ad altre particelle insolubili come la sabbia del deserto, la microplastica presente in atmosfera agisce sui nuclei di condensazione o più probabilmente sulle microparticelle dei cristalli di ghiaccio?”. 

E, infine, la domanda che probabilmente sta più a cuore all’opinione pubblica: tutta questa plastica, è dannosa?

Se lo è chiesto anche NATURE un mese fa, pubblicando una vasta indagine sul tema firmata da XiaoZhi Lim. Intanto, i numeri: “da fonti di microplastica come l’aria, l’acqua, il sale, pesci e crostacei, bambini e adulti potrebbero ingerire, ovunque si trovino, da qualche dozzina a più di 100mila pezzi di microplastica al giorno”. L’equivalente di una carta di credito all’anno. 

Non ci sono risposte univoche e consistenti, cioè fondate su serie di dati sufficientemente solidi. E questo perché sono proprio i dati a mancare. Intanto, finora “nessuno studio pubblicato ha ancora esaminato direttamente gli effetti delle particelle di plastica sulle persone”. Finora si è lavorato, per quanto riguarda l’essere umano, su cellule o tessuti. Un centinaio di laboratori in tutto il mondo ha studiato sopratutto organismi marini.

Ci sono poi delle costrizioni metodologiche. Le microplastiche sono presenti attorno a noi in una ampia varietà di forme, volumi e composizione chimica. Bisognerebbe dunque approntare test di laboratorio e ricerche sul campo molto diversificati. Molti studi, avverte sempre Lim, hanno esaminato materiali che non sono frequenti nell’ambiente. 

Un altro fronte ancora sono le nanoparticelle di plastica (con un diametro inferiore a 1 micrometro) che non sono rintracciabili e quindi isolabili per essere studiate. L’ipotesi è che, una volta ingerite, le nanoplastiche si comportino come le fibre di amianto o i particolati da combustione, il Pm10 e il Pm2.5. Per ora non sappiamo neppure quanto rapidamente la microplastica si muova all’interno del nostro organismo e come possa o meno depositarsi nei tessuti del nostro corpo. 

La conclusione è che la ricerca ha davanti a sé un lavoro immane. In una condizione del genere lo sforzo di comprensione del rischio ecologico non può fare a meno di confrontarsi con i numeri che quantificano il pericolo. La plastica buttata, pronta a diventare, in un modo o nell’altro, microplastica da qualche parte là fuori, o fra le nuvole, potrebbe arrivare a 380 milioni di tonnellate entro il 2040. 

Il 3 luglio prossimo entrerà in vigore anche in Italia la Direttiva Europea che vieta l’uso della plastica monouso. Mentre le polemiche politiche già imperversano, sarebbe meglio capire un po’ meglio quale è la posta in gioco. Dove fa a finire la plastica? Con quali conseguenze sistemiche? 

Di plastica, e di microplastica, si parla sempre di più. E non solo per via delle preoccupazioni ecologiste, che ben poco impatto hanno sulla politica nuda e cruda. Se ne parla sopratutto perché cresce la consapevolezza, in ambienti scientifici, su quanto poco sappiamo del comportamento della plastica una volta resa disponibile negli ambienti attorno a noi.

Ignoriamo, in definitiva, che cosa sta accadendo non solo a tutta la plastica che abbiamo già immesso in biosfera, ma anche quello che accadrà a noi man mano che la nostra intimità ecologica con la plastica si farà più scottante. 

Qualunque misura finalizzata a contenere il problema, cioè a ridurlo, dovrebbe essere prioritaria. Servirebbe per guadagnare tempo, in attesa che la ricerca scientifica possa fornire più certezze e quindi migliori margini di intervento. Non è inusuale che per una questione di tale portata non esistano soluzioni prét-a-porter, o che sopravvivano zone d’ombra nella legislazione che classifica su quale prodotti monouso cominciare ad applicare limitazioni giuridiche significative. Questa flessibilità fa parte della nostra attuale condizione ecologica, spinta ad un punto di gravità tale da rendere di fatto nulle azioni salvifiche una tantum. 

Il punto non è quindi cercare la quadratura del cerchio, a qualunque costo, perdendo altro tempo. É invece invertire l’ordine di priorità e rivedere la nostra relazione economica con la “politica della plastica”. Come ha detto a Lim la ecotossicologa della University of Exter Tamara Galloway: “non ha senso produrre cose che dureranno per 500 anni e poi usarle per 20 minuti”.

Una sfasatura temporale perversa, che racconta, meglio di qualunque statistica, e di qualunque legge, da dove viene il problema della microplastica.

Il nuovo landscape globale di particolati e microplastica

(le microplastiche si disperdono facilmente nel nostro ambiente. A sinistra, perline per decorazioni tessili abbandonate su una comune strada cittadina; a destra, reticolato in plastica usato per la manutenzione di un giardino pubblico, che si sgretola)

Respiriamo un aerosol di particolati e plastiche. Perché viviamo ormai immersi in un nuovo landscape fatto di nanoparticelle. Un aerosol di particolati costruiti dall’uomo nei processi industriali che hanno reso il nostro ambiente, non importa se rurale o urbano, un contesto di “esposizione totale” a micro-materiali i cui effetti sugli organismi viventi sono in larga misura sconosciuti.

Questo particolato non è composto, infatti, solo dagli scarti di combustione dei combustibili fossili (i cosiddetti Pm), ma ormai anche da microplastiche.

“La natura ubiqua delle microplastiche – le particelle plastiche con un diametro inferiore a 5 micron, che includono anche le nanoplastiche con diametro inferiore a 1 micron – nella biosfera globale rende sempre più consistenti le preoccupazioni per le loro implicazioni sulla salute umana”, avverte uno studio di sintesi appena uscito su SCIENCE (Toxicology: Microplastics and Human Health). 

Le microplastiche sono infatti parte della nostra vita quotidiana, per il semplice motivo che “un crescente numero di evidenze suggerisce che l’esposizione diffusa alle microplastiche provenga dal cibo, dall’acqua potabile e dall’aria”. L’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di uso comune ne contiene concentrazioni “tra 0 e 104 particelle/litro”. Una evidenza che era già stata annunciata e denunciata dalla WHO nel 2019. 

Quantità ancora maggiori ci sono nel cibo che è stato a contatto con contenitori di plastica (il propilene è uno dei componenti plastici maggiormente sotto accusa).

A causa dei processi infiammatori innescati dalle particelle plastiche all’interno delle cellule dei tessuti umani, è stata individuata una correlazione con patologie ai polmoni, come fribosi e stati allergici, nei lavoratori del settore tessile, che toccano e lavorano grandi quantità di fibre sintetiche. Queste persone sono “esposte ad una polvere di fibre di plastica”. 

Ma la nube tossica è moto più insidiosa e, invisibile, non coinvolge soltanto categorie di operai a bassa paga nelle industrie del fast fashion, il cui compito è vestire una popolazione umana in continua espansione demografica. “Le particelle di plastica sono una componente rilevante della polvere sottile che, ad esempio, ha un tasso di deposizione nel centro di Londra che si assesta tra 575 e 1008 microplastiche per metro quadrato al giorno”, riferisce questo report di SCIENCE. 

Una constatazione inquietante, che va ad assommarsi a studi anch’essi recenti, pubblicati lo scorso giugno, sull’ovest americano, negli Stati Uniti, in cui un vero e proprio vento denso di microplastiche deposita su 11 remoti parchi nazionali considerati “pure wilderness”, che includono il Grand Canyon e lo Joshua Tree National Park, qualcosa come 1000 tonnellate di plastica microscopica ogni anno. 

“Fino a un quarto dei micro pezzi di plastica – che provengono da tappeti, abbigliamento e anche vernice in spray – può finire nelle tempeste che passano sopra le città, mentre il resto viene probabilmente da località ancora più lontane. I risultati, che per per la prima volta considerano separatamente l’origine geografica, si aggiungono alla montante evidenza che questo tipo di inquinamento da microplastica è ormai globale e comune”.

Abbiamo creato qualcosa che non se ne andrà, sostiene Janice Brahaney, la bio-geo-chimica della Utah State University che ha condotto lo studio. Adesso sta circolando attorno al mondo”.  Ogni giorno arrivano su ogni metro quadrato di terre selvagge 132 pezzi di microplastica. A fine anno si arriva alla cifra simbolo equivalente di 300 milioni di bottigliette di acqua in plastica. Si ritiene che una situazione analoga affligga i Pirenei e l’Artico.  

Un altro problema, correlato a questo, è il fumo tossico ricco di plastica, contaminanti chimici e agenti patogeni (microbi) che si sprigiona in regioni con mega-incendi divenuti ormai parte dei pattern climatici locali, come in California e in Australia a partire dal 2019. 

Essendo le plastiche materiali relativamente recenti non esistono ancora studi abbastanza approfonditi, e cioè fissati su serie abbastanza lunghe di dati, da fornirci un quadro epidemiologico preciso e nitido sui loro effetti bio-tossici. Per ora sappiamo che le microplastiche possono oltrepassare la barriera placentare ed essere metabolizzate fino a finire nelle feci di animali ed esseri umani.

Secondo gli autori, è molto utile un confronto con i particolati da combustione perché queste due tipologie di nano-materiali presentano “somiglianze fisico-chimiche, come ad esempio una bassa solubilità, una alta persistenza, un ampio spettro di misure e una natura chimica complessa”.

“Le particelle piccole (meno di 2.5 micron), come quelle da combustione di benzina diesel, sono capaci di superare la membrana cellulare e di innescare stress ossidativo e infiammazione e sono state associate a un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e patologie respiratorie, come il cancro del polmone”.

È indispensabile potenziale dunque al massimo la ricerca scientifica orientata a capire “l’abilità delle microplastiche di varcare la barriera epiteliale delle vie aeree, il tratto gastrointestinale, e anche la pelle”. 

I rischi globali coinvolgono anche le acque oceaniche. Le microplastiche, infatti, possono agire come “vettori di tossicità micro-biologica”, ossia come trasportatori di batteri opportunistici e potenzialmente patogeni che si attaccano sulla superficie plastica in galleggiamento formando un film (il cosiddetto “biocorona”) e viaggiando così ovunque.

Come per una infinità di altre questioni ambientali, anche sulle microplastiche la verità è che abbiamo a che fare con un problema che ci è già ampiamente sfuggito di mano. L’inerzia globale sulla messa al bando di quanta più plastica possibile con investimenti shock sulle bioplastiche rende molto arduo, ad oggi, pensare ad un inquadramento adeguato di questo inquinamento tanto più subdolo quanto più invisibile. Per ora. 

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Le microplastiche di La Roche-Posay sul SOCIAL CAMPER con il nome del Comune di Milano

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Il 4 giugno scorso, alle ore 10.25 circa del mattino, faceva tappa in Piazza Gramsci, a Milano, il SOCIAL CAMPER, una iniziativa itinerante di informazione sulla salute, e sull’importanza della prevenzione, di Lloyds Farmacia. Il camper – che è in tour su Milano dal 17 aprile e che proseguirà poi a Prato e Bologna – consiste di uno stand aperto al pubblico, con uno spazio espositivo per volantini informativi, e una vetrina di prodotti, formulazioni cosmetiche e farmaci, proprio come sul banco di una farmacia tradizionale. I temi conduttori di quest’anno sono la pelle sensibile e la protezione dal sole per prevenire il melanoma. Il Comune di Milano si è offerto di collaborare con il Social Camper, come appare chiaramente scritto sul “colofon” del progetto, dove stanno anche i nomi dei tre sponsor: Sandoz, Nestlé e La Roche-Posay, marchio del Gruppo L’Oréal che utilizza microplastiche, e in particolare il polietilene. 

Il Social Camper è un progetto voluto da Lloyds Farmacia del Gruppo Admenta e proposto dall’agenzia di comunicazione Energie Sociali Jesurum all’Assessorato Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, attraverso il Bando del Welfare, aperto a chiunque voglia sottoporre alla valutazione dell’Assessorato iniziative in linea con gli obiettivi di salvaguardia e valorizzazione della salute pubblica della città. Energie Sociali Jerusum si è data il compito di trovare un pool di sponsor che rendessero il progetto economicamente fattibile trovando così in La Roche-Posay uno dei tre soggetti finanziatori. 

Il polietilene è una sostanza polimerica sintetica, non organica, e non biodegradabile, sotto forma di particelle insolubili in acqua del diametro pari o inferiore a 5 millimetri. Appartiene dunque alla categoria chimica delle microplastiche. 

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Il polieteliene, presente in almeno due formulazioni La Roche-Posay – Hydraphase Intense Legere (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) e Idraphase Intense Roche (Trattamento Reidratante 24 h Riempitivo) – è una microplastica, che però in Italia può ancora essere utilizzata in cosmetica perché non rientra nelle due categorie di “sfere” che saranno messe al bando nel nostro Paese a partire dal 2020, e già fuori legge in Inghilterra dal gennaio 2019: i detergenti, i gel lavanti, i dentifrici, shampoo e qualunque formulazione implichi il risciacquo in acqua e naturalmente gli esfolianti. In Inghilterra, Greenpeace UK aveva denunciato, nelle fasi preparatorie della Legge per il divieto sulle microplastiche, esattamente questo rischio, il fatto cioè che il bando non doveva coinvolgere solo i prodotti da risciacquo diretto, escludendo quindi le creme, i solari, e i cosmetici (make-up): “I sondaggi del Governo sul comparto delle microsfere (ndr, di plastica) ha mostrato che una larga parte della popolazione lava via il make-up e i prodotti di skincare, giù nel flusso di acqua corrente. Eppure, mentre alcuni di questi tipi di prodotti è stato dimostrato contengono come ingrediente microplastiche, potrebbero essere esclusi e finire fuori dal bando sulle microsfere proposto dal Governo”. La legge passata in Inghilterra, benché ampia, non copre ancora l’intera gamma di prodotti cosmetici con microplastiche, come ha ammesso con la BBC il 9 gennaio 2018 Chris Flower della Cosmetic, Toiletry and Perfumery Association (CTPA): “Ci sono ancora ingredienti nella maggior parte dei cosmetici leave-on che potrebbero essere definiti come plastica. In termini di quantità, rappresentano circa il 2% della relativamente piccola quantità delle sfere di plastica reale (real plastic) nei prodotti da risciacquo”. 

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Va detto, dunque, che, anche nel caso del polietilene, stiamo parlando di una plastica che è ancora legale impiegare in parte della filiera dell’industria cosmetica. E tuttavia, il fatto che sia legale non significa che non sia plastica, e neppure che non esistano evidenze scientifiche del danno ambientale che può provocare. Nel caso delle creme con questo ingrediente, che cosa succede al polietilene quando mi lavo la faccia? Perché due vie sono possibili: o la pelle lo assorbe, insieme ad altri principi attivi, e quindi mi ritrovo la plastica nell’organismo, oppure la pelle non lo può assorbire e quando mi lavo la faccia il polietilene finisce giù nel lavandino, e poi nel mare e poi nell’oceano. 

Plastic in Cosmetics – Are we polluting the environment through our personal care?” é un report pubblico dell’UNEP, l’agenzia delle Nazioni Uniti per la Protezione dell’Ambiente, commissionato dal Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-based Activities (GPA) nel 2015. In questo documento si legge: “Un totale di 4360 tonnellate di sfere di microplastica sono state utilizzate in Europa nel 2012, nei Paesi membri più la Norvegia e la Svizzera, stando a Comestics Europe, che si è focalizzata sull’uso delle sfere di microplastica, con le sfere di polietilene che rappresentano il 93% del totale”. Il polietilene ha una consistenza cerosa: “le cere di polietilene non sono solubili in acqua, sono materiali solidi con punti di fusione al calore ben al di sotto del massimo termico delle acque marine e perciò rientrano nella definizione di rifiuto in microplastica”. 

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Il polietilene ha diverse proprietà, ed è per questo che non viene utilizzato solo nei detergenti, ma anche nei cosmetici e nella dermocosmesi: è abrasivo, può formare un “film” sulla pelle, controllare la viscosità di una formula, e agire come “legante” di polveri, come nelle ciprie. In questo documento l’UNEP definisce gli ingredienti plastici “potenziali inquinanti ambientali”, facendo riferimento a letteratura scientifica approvata in peer review: “attraverso il risciacquo e l’immissione nelle acque correnti le microplastiche da PCCPs – personal care and cosmetici products – possono raggiungere gli ambienti marini, viaggiare liberamente, galleggiare o rimanere sospesi nella colonna d’acqua. Una volta là, si mixano con microplastiche ‘secondarie’, che provengono dalla rottura di plastiche di dimensioni maggiori, proprio come fanno le microplastiche ‘primarie’, che non sono frammenti ma prodotti di manifattura, come i particolati a pellet e materiali industriali, emesse da altre fonti”. Il dubbio che i particolati di plastica entrino, a questo punto, in catena alimentare cominciano ad esserci dal 2013. 

È stato dimostrato, riporta l’UNEP, che gli invertebrati marini  e i vertebrati terresti assorbono microplastica: la microplastica è stata trovata nelle procellarie, nelle aragoste, nei mitili, e nei sedimenti marini del Pianeta. Benché la nanotoxicologia su queste sostanze sia ancora agli inizi, ciò che sappiamo comprende indizi sulla possibilità che la microplastica superi la barriera placentare nei mammiferi, induca la risposta infiammatoria dei tessuti, alteri il metabolismo. Lo scorso gennaio la tossicologa Rosemary Waring ha rilasciato una intervista alla SPIEGEL in cui, tra molte cose preoccupanti, dice, a proposito della destinazione ultima della microplastica: “Non sappiamo veramente dove finisca, ma in alcuni animali marini queste particelle è stato visto si accumulano nel cervello, nel fegato e in altri tessuti”. E da dove viene questa microplastica? Ecco cosa risponde la Waring: “Da molte fonti, ad esempio dalla rottura di pezzi più grossi, dall’abrasione dei pneumatici, dalle microsfere dei cosmetici e dai vestiti in fibre sintetiche”. Si stima che entro il 2025 ci saranno negli oceani  250 milioni di tonnellate di plastica. Questo vuol dire tutta la plastica, compreso ogni singolo millimetro di polietilene. Secondo la Waring, considerato che moltissima ricerca deve ancora essere fatta per capire cosa succederà ai nostri organismi che vanno riempiendosi di plastica, dovrebbe valere un saggio principio di precauzione. E cioè chiudere la produzione, in toto. 

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Sulla questione del polietilene nelle creme La Roche-Posay questo è la posizione di L’Oreal Italia, attraverso il responsabile stampa Filippo De Caterina: “

“Sulle microplastiche siamo perfettamente in linea, anzi siamo stati addirittura in anticipo, rispetto alla posizione presa dal Legislatore, che ne impedisce l’utilizzo come ingredienti di cosmetici da risciacquo e scrub.  In entrambe le tipologie di prodotto secondo la norma italiana del 2017 le microplastiche verranno bandite a partire dal 2020, ma noi abbiamo già da alcuni anni provveduto alla loro sostituzione con ingredienti ecocompatibili. Vorrei segnalare che la cosmetica è uno dei pochi settori che abbia una regolazione in questo campo e ne siamo felici. Le microplastiche contenute nei prodotti da risciacquo e scrub secondo gli esperti possono entrare nel ciclo delle acque, come confermato anche dalla Ocean Conference delle Nazioni Unite nel 2017. Secondo gli stessi esperti  le microplastiche contenute in prodotti non da risciacquo non rientrano nel ciclo delle acque. il polietilene è una microplastica ma nelle creme che non si risciacquano alla luce delle attuali conoscenze di esperti e legislazione, non è causa di problemi di carattere ambientale. Quanto alla sicurezza dei consumatori, tutti i nostri prodotti sono sottoposti a centinaia di test per garantirne l’innocuità per la salute e l’efficacia. Se possibile  sui prodotti venduti in farmacia siamo ancora più attenti perchè si rivolgono a persone con la pelle sensibile. I nostri prodotti sono sicuri, perché testati e perché corrispondono a tutte le normative vigenti, che noi rispettiamo totalmente. E continueremo a rispettare in ogni caso. Se un domani il Legislatore dovesse porre ulteriori limiti nell’utilizzo delle microplastiche ci adegueremo prontamente, rispettosi come sempre delle indicazioni normative.”

Per quanto riguarda la Ocean Conference delle Nazioni Unite (oceanconference.un.org) del 2017, le cose non stanno esattamente così. Nel documento Concept Paper, partnership dialogue 1 – Adressing Marine Pollution, si legge, a pagina 3: “Per quanto riguarda la salute umana, uno Studio dell’UNEP sta stabilito che le microplastiche nel cibo di orine marina attualmente non rappresenta un rischio per la salute umana, benché molte incertezze persistano. E tuttavia, lo stesso studio aggiunge che rimane molta incertezza circa i possibili effetti delle particelle di nano-plastica, che sono capaci di attraversare la barriera cellulare”. 

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Il SOCIAL CAMPER porta però anche il nome del Comune di Milano, e in particolar modo di un Assessorato che dovrebbe occuparsi del bene collettivo. Ebbene, l’Assessorato ignorava il problema delle microplastiche connesso allo sponsor La Roche-Posay: “Innanzitutto ti ringraziamo per la segnalazione, che prenderemo in seria considerazione nel valutare la situazione. Ti faccio presente, però, che il Comune non è l’organizzatore dell’iniziativa del social camper. La collaborazione è basata su una proposta che il Comune ha ricevuto da Energie sociali Jesurum Lab tramite lo strumento del bando welfare e che ha giudicato condivisibile nelle finalità. Tuttavia, lo sviluppo del progetto e il rapporto con gli sponsor non vengono curati dal Comune che rimane impegnato con diverse iniziative nel combattere l’emergenza climatica”, mi scrive via mail in una nota ufficiale l’ufficio stampa interno all’Assessorato. 

Più articolata, invece, la posizione di Michela Jesurum di Energie Sociali Jesurum, che ha fatto da tramite tra Lloyds Farmacia e il Comune di Milano: “Abbiamo realizzato il CAMPER attraverso il ‘bando del welfare’ dell’Assessorato alle politiche sociali, attraverso il quale chiunque può presentare un progetto che poi viene valutato da una Commissione, a costo zero per il Comune. Io mi occupo di quello, di progetti pubblico-privato, che rispondono agli obiettivi del pubblico, quindi delle Giunte, o di qualsiasi soggetto interessato a divulgare un concetto. Il mio compito è coinvolgere delle aziende che possono metterlo a terra. L’obiettivo in questo caso è evidente, è quello di divulgare la prevenzione in diversi ambiti. Quello che noi facciamo in genere, al di là di questa iniziativa, è di cercare di portare le iniziative sia nel centro delle città sia nelle periferie, che di solito sono meno toccate da queste iniziative private. Il primo passo è cercare che le aziende coinvolte operino sia nel centro delle città che nelle periferie. Dopo di che, in questo caso lo abbiamo fatto con Lloyds Farmacia, che è un mio cliente. 

Loro facevano già un camper, hanno un camper: uno dei macro-obiettivi dell’Assessorato alla salute è di divulgare la prevenzione in diversi ambiti, con diversi target. Ne no parlato con Lloyds, lo abbiamo presentato ed è passato. Evidentemente, per mettere il progetto a terra, ci sono delle aziende private che sostengono i costi dei giri, dell’allestimento, del personale. In questo caso, La Roche-Posay Italia, Nestlè Skin Health con Cetaphil e Sandoz. Le dico la verità, lo ignoravamo, però le dico anche una cosa per oggettiva trasparenza – come dire, lavoro con aziende che in termini di corporate siano aziende con degli obiettivi, con dei prodotti, per me condivisibili, non lavorerei per le armi, per il fumo – per me è assolutamente impossibile conoscere tutti i componenti dei prodotti delle aziende che coinvolgo in progetti di pubblico privato, è una cosa che non è nelle mie capacità, diciamo. Peraltro i componenti di tutti i prodotti naturalmente rispondono alle normative italiane ed europee. Un controllo sull’azienda lo faccio; per quanto mi riguarda il Gruppo L’Oréal mi sembra un gruppo che in termini di gestione dell’azienda, di approccio al mercato e di comportamento con i dipendenti, si comporta in maniera etica. 

Il tema ambientale è chiaramente da tutti noi condiviso ma ogni volta che si implementa un progetto e si coinvolgono delle aziende a mio parere la selezione deve rispondere a dei canoni etici che non possono essere riconducibili ai singoli componenti di tutti i prodotti. Non è una giustificazione, ma una spiegazione. L’Oréal collabora con tutte le istituzioni del mondo. L’obiettivo era portare avanti dei concetti di prevenzione e questo è stato fatto. L’obiettivo del SOCIAL CAMPER non è parlare di prodotti: il tema che viene portato avanti dal camper in questo caso è un tema legato alla salute della pelle, all’idratazione e alla protezione solare. Credo che la verità stia nel mezzo, perché qui c’è un grande tema, il tema del pubblico – privato, il tema di riuscire a portare a tutta la città alcune iniziative, in tutte le città, andare in zone dove di solito le aziende non vanno, e se non ci fosse il privato non sarebbe sempre possibile”.

Ci sono invece delle domande a cui un sano dibattito ambientale, politico e civile dovrebbe provare a dare una risposta: mangeremmo una insalata di plastica verde, se la vedessimo a occhio nudo? Spalmeremmo la pelle di nostro figlio con una crema gel di plastica turchese o rosa o arancione, se vedessimo a occhio nudo le molecole di plastica? 

Può una istituzione pubblica non verificare con attenzione gli sponsor coinvolti in un progetto che parla, appunto, di salute? Il principio di precauzione non dovrebbe essere uno strumento di governo della cosa pubblica e del nostro modo di fare impresa? È giusto accettare i soldi privati di enormi gruppi industriali per costruire progetti magari socialmente meritevoli, nel campo dell’arte ad esempio – la BP in Inghilterra – o addirittura della salute pubblica? L’integrità fisica e psichica delle persone, il diritto alla salute, non dovrebbe essere protetto in modo coerente, anche con rigida coerenza se necessario? Come si fa a parlare di prevenzione quando si offre allo sguardo curioso del cittadino, e alla sua legittima fiducia nelle istituzioni pubbliche, creme con dentro la plastica? Possiamo davvero ignorare un ingrediente su tutti gli altri, un aspetto della realtà su tutti gli altri, solo perché non si vede a occhio nudo? Possiamo insomma continuare a fare ciò che abbiamo fatto per decenni, scegliere il business purché sia? E infine, quale è la coerenza ecologica di questa amministrazione comunale, al di là della propaganda del 15 marzo e della stretta di mano con Fridays for Future?