Categoria: Biopolitiche

La pandemia e il dolore globale

Sono una giornalista ambientale insofferente alle strette regolamentazioni dei saperi e delle arti, e alla loro compartimentazione in settori a ingresso pre-selezionato. Per questo sono iscritta alla newsletter della HKW di Berlino. 

Ed è così che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme. La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being”, del 2016. Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza. Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania. Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce. Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio.  Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione. Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emmanuelle Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

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La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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Per i parchi nazionali non sarà un biodiversity super year

Il previsto “biodiversity super year” non sarà un successo, quando a Natale tireremo le somme di questo 2020. All’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Le buone intenzioni, sulla carta, sono anche stavolta ottime. Si legge nel comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR). La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Intanto, è evidente che pure i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono ovunque minacciati da una immensa fame di energia, che non ha nulla a che spartire con sbandierati interessi di protezione del patrimonio biologico del Pianeta, ormai da considerarsi bene dell’umanità. 

L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo. Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia. Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”. Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994. Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal. La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Una notizia non meno devastante è arrivata dallo Zimbabwe il 3 settembre. Il governo avrebbe dato il permesso ad una impresa cinese per 2 concessioni corrispondenti ad altrettante miniere di carbone all’interno del parco nazionale Hwange e nella adiacente Deka Safari Area. AFRICA GEOGRAPHIC riporta che “le due concessioni si trovano nella parte nord del parco nazionale e sembra che siano state vinte (granted) dalla Afrochi Energy (concessione SG7263 – che include la Deteema Dam e la Masuma Dam) e dallo  Zhongxin Coal Mining Group (concessione) SG5756”. 

Per capire la portata di questa decisione, bisogna ricordare che cosa è lo Hwange: 15mila chilometri quadrati, che ospitano la seconda più grande popolazioni di elefanti in Africa (dopo il Botswana).  Lo Hwange è decisivo ( cioè è uno dei posti in cui la specie giocherà la sua partita con la propria estinzione entro i prossimi 30-40 anni) anche per il leone. Lo Zimbabwe è uno dei 6 Paesi africani ad avere ancora più di 1000 leoni. Ed è uno dei Paesi del continente ad avere le più grandi sub-popolazioni di leoni, perché appartiene, grazie allo Hwange, al “sistema” geografico Okavango-Chobe-Hwange, che comprende le popolazioni di leoni del Botswana centrale e settentrionale (in continuità territoriale ed ecosistemica con il Chobe NP e la Moremi Game Reserve). Lo Hwange è, di conseguenza, una delle ultime 10 roccaforti biologiche della specie, perché ha almeno 500 individui adulti. 

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La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato

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C’è un inquietante analogia tra l’ipocrisia generalizzata che sostiene il razzismo verso i neri (afro-americani e cittadini di qualunque altro Paese di origine africana) e l’ipocrisia che alimenta l’ecologismo. E i motivi di questa insolita familiarità spuntano là dove forse non ci si aspetterebbe di trovare discussioni o riferimenti alle proteste americane per l’uccisione di George Floyd, e cioè sulle riviste scientifiche. NATURE, nella sua newsletter quotidiana (Nature Briefing), dedicata per lo più alla pandemia, da circa una settimana segnala anche contributi che affrontano la questione dei diritti civili negli Stati Uniti. SCIENCE ha pubblicato un intervento intitolato “Time to look in the mirror”, in cui Holden Thorp parla della discriminazione razziale nelle istituzioni scientifiche e nella ricerca. 

La biologa marina Ayana Elizabeth Johnson ha firmato sul WASHINGTON POST un articolo molto istruttivo. La Johnson, fondatrice e Ceo della OCEAN COLLECTIV e del think tank no profit URBAN OCEAN LAB, di professione si occupa della “crisi esistenziale” della nostra epoca e cioè del cambiamento climatico. Il 2 giugno scorso la PNAS pubblicava l’articolo di Raven ed Ehrlich che impiega gli stessi termini per definire la catastrofe di estinzione: “l’estinzione pone una minaccia esistenziale alla civiltà”. Il macro-argomento sul tavolo è quindi solo uno, come sopravvivere alla realtà del XXI secolo. “Come possiamo aspettarci che i neri Americani si concentrino sul clima quando rischiano la vita per strada, nelle loro comunità e anche nelle loro stesse case?”, si chiede la Johnson. “Come possono le persone di colore guidare con efficacia le loro comunità su soluzioni alla crisi climatica, quando già fronteggiano un razzismo pervasivo, qui e ora?”. 

È qui che comincia a spuntar fuori l’analogia. Quando Ayana Elizabeth Johnson mette nero su bianco le due conseguenze più dirette del razzismo: i Neri patiscono più dei bianchi le diseguaglianze sociali e le conseguenze del clima sempre più caldo (case peggiori in quartieri peggiori, dove spesso ci sono anche le industrie più inquinanti) e proprio per questi motivi molto più spesso dei bianchi sono costretti a ridimensionare le loro aspettative personali, professionali e culturali. “Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono già abbastanza spaventosi, ma lo sono anche per le energie mentali e la creatività che ci rubano. Penso a un mio amico che voleva diventare un astronauta, ma che ha abbandonato il suo sogno perché organizzarsi per la giustizia sociale era ancora più importante. Pensiamo alle scoperte non fatte, ai libri mai scritti, agli ecosistemi non protetti, all’arte mai creata, ai giardini mai curati”. La conclusione è che “la nostra crisi di diseguaglianze razziali è interconnessa con la crisi climatica. Se non lavoreremo su entrambe, non riusciremo a superarne nessuna”. La crisi razziale non è niente altro che sinonimo di crisi ecologica. La radice è la stessa.

Calibrando questo ragionamento sulle ingiustizie sociali ormai ampiamente diffuse anche in Europa si potrebbe aggiungere che ovunque c’è una quantità abnorme di intelligenze sprecate, di talenti lasciati a marcire per motivi strettamente dipendenti dalla struttura Ancien Regime delle nostre società fondate, come ha fatto notare Thomas Piketty, più sui quattrini ereditati che sulle reali possibilità di intraprendere carriere in completa autonomia. Anche il sociologo canadese Alain Deneault in “La Mediocrazia” ha analizzato scenari di questo tipo: la percentuale di successo nelle accademie, nell’editoria e negli istituti di ricerca è direttamente proporzionale alla disponibilità di adeguare la propria visione delle cose alla visione delle cose già consolidata. Censo, conformismo e scarsa originalità sono le virtù indispensabili per affermarsi in campi del sapere che contribuiscono, con la loro rigidità ingessata e autoreferenziale, a mantenere lo status quo in una dorata mediocrità. In questo contesto le disparità economiche e sociali sono come la glassa sulla torta: conferiscono un tocco di classe e di stile ad una discriminazione sottile, intramontabile e direi eterna. Tutto questo non ci riguarderebbe se non fosse che ormai anche il cosiddetto ambientalismo viene per lo più sintetizzato in questo tipo di luoghi del pensiero e dello stipendio. 

Ed è sconcertante trovare la descrizione perfetta dell’ambientalismo contemporaneo in un passaggio della Lettera dal Carcere di Birmingham scritta nel 1963 da Martin Luther King e citata da Holden Thorp nel suo editoriale su SCIENCE:

“Prima di tutto devo confessare che negli ultimi anni sono stato molto deluso dai bianchi moderati. Ho ormai quasi raggiunto la criticabile conclusione che l’ostacolo più inaspettato, più grande, sulla strada del Nero verso la libertà non è il consigliere cittadino bianco o l’iscritto al Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace al ribasso, e cioè l’assenza di tensione, ad una pace positiva, che è invece la presenza della giustizia; che non fa che ripetere: ‘sono d’accordo con l’obiettivo che persegui, ma non sono d’accordo con i metodi dell’azione diretta’; che crede, in maniera paternalistica, di poter stabilire lui l’agenda per la libertà di qualcun altro; che vive di un concetto mitico di tempo e quindi consiglia costantemente al Nero di aspettare per una stagione più propizia”. 

Questo atteggiamento è epidemico negli ambientalisti e nei giornalisti ambientali che si rifiutano, vantaggi alla mano, di parlare apertamente delle dimensioni della catastrofe, della irreversibilità del cambiamento climatico e della gravità della crisi di estinzione. Il 5 giugno il Corriere della Sera era in edicola stampato su carta verde. Atto d’amore per il Pianeta tanto insulto quanto evanescente. Copia da collezione senza nessun rischio ideologico, culturale o morale. Moltissime persone, anche celeberrimi giornalisti e attivisti come George Monbiot, negano l’evidenza, e cioè che una demografia umana esplosiva è incompatibile con l’esistenza di regioni interamente selvagge popolate da specie selvagge e in particolare da grandi mammiferi, che hanno bisogno di vasti home range. Così come l’India continua a sostenere che la tigre sia il suo animale nazionale, mentre progetta la costruzione di 15mila miglia di nuove strade all’interno dei francobolli di habitat rimasti al big cat del subcontinente, già per altro intersecati da oltre 80mila vie di comunicazione asfaltate, e questo per soddisfare i criteri di mobilità e le aspirazioni della Belt and Road Initiative della Cina. Nessuno affronta, qui da noi, la questione della siccità in Pianura Padana e il fatto che presto dovremo parlare di razionamento dell’acqua. Ovunque il giornalismo ambientale è ridotto a bollettini pubblicitari di invenzioni tecnologiche salva-Pianeta, il cui unico scopo è proteggere l’opinione pubblica dalla realtà. Implosi su loro stessi, perché sedotti dall’estetica conciliante del potere, i movimenti ambientalisti giovani o rivoltosi di un anno e mezzo fa sono ridotti a qualche post ben congegnato su Facebook. 

Tutto questo non avviene solo perché il mostro – le nostre società obese, ricchissime e ingiuste – è forse impossibile da sconfiggere. Avviene anche perché le voci indipendenti e autonome sono escluse a priori a causa di regole di accesso e di ingaggio che favoriscono il conformismo e gli interessi costituiti piuttosto che la denuncia della verità scientifica. A vincere è la lettura moderata, come diceva il Reverendo King, delle persone moderate, quelle che ancora ci raccontano che c’è un futuro per i grandi felini, che i parchi nazionali basteranno, che basta allevare in cattività il bisonte europeo per imporre a Bruxelles il rewilding del continente. Forse sarebbe il caso di chiederci dove ci ha condotto tutta questa moderazione e provarne anche una certa nausea. 

“Thomas Jefferson, terzo presidente degli Stati Uniti eletto nel 1801, padre fondatore dell’Unione, disse: lo schiavismo è come un lupo che tieni per le orecchie. Se molli la presa, ti divorerà”.
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Questa non è una pandemia. E’ una crisi biologica

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Questa non è un pandemia, e nemmeno una emergenza sanitaria. Questa è una crisi biologica. Ci siamo dentro da parecchio tempo, ma c’è voluto un filamento di RNA perché fosse alla luce del sole. Biologico va inteso qui nel suo senso più ampio: un punto di rottura che riguarda per intero la vita organica su questo Pianeta e quindi, forse per la prima volta in questa dimensione, uomini e faune insieme.

L’epidemia potrebbe rivelarsi fatale per alcune specie che sono già ad un passo dall’estinzione. Ma potrebbe anche innescare effetti domino nella protezione delle faune e delle aree protette, interrompendo i finanziamenti e tagliando i proventi dell’eco-turismo.  

Soltanto due giorni fa il Sudafrica ha chiuso tutti i parchi nazionali, procedendo alla evacuazione di tutti gli stranieri in safari. La decisione ha un doppio scopo profilattico, di protezione, in altri termini, di persone e animali, visto che, ad oggi, nessuno sa se il SARS- CoV-2 potrebbe essere una minaccia grave anche per altre specie selvatiche. Il Gabon, che ha un patrimonio biologico inestimabile in Africa tropicale, aveva preso una decisione analoga il 14 marzo.

C’è una grande preoccupazione soprattutto per i primati: “il comune virus dell’influenza può infettare i gorilla e gli scimpanzé. Il COVID-19 potrebbe quindi rivelarsi pericoloso per le grandi scimmie come il gorilla di montagna e il Cross River gorilla”,puntualizza la Ngo AFRICAN CONSERVATION. Il Cross River gorilla (Gorilla gorilla diehli) è una sottospecie dell’Africa Occidentale, presente ormai soltanto in un range di 12mila Kmq sul confine tra la Nigeria e il Cameroon; è classificato come “criticamente minacciato” in Red List e ne rimangono solo 300. 

Ma il 24 marzo è uscito infatti un articolo in peer review su NATURE che ha chiesto la sospensione di ogni attività di eco-turismo in Uganda, Rwanda, DRC e tutte le nazioni che hanno le grandi scimmie per ridurre allo zero la possibilità di contatto tra esseri umani infetti e ciò che rimane dei nostri parenti più stretti, lungo linee di derivazione genetica ed evolutiva antiche di qualcosa come 10 milioni di anni. 

La crisi di estinzione è dunque al principio della pandemia, per via del traffico di animali selvatici e del loro consumo a scopo alimentare o come pet da compagnia, e alla fine di questa storia. Perché siamo solo all’inizio di conseguenze sistemiche anche sulla struttura portante della conservazione e fronteggiamo un rischio biologico che non riguarda solo noi umani, ma anche le specie che abbiamo condotto sul limite dell’abisso. 

Siamo cioè ormai dentro fino al collo in un circolo vizioso interamente costellato di rischi biologici multipli, imprevedibili, definiti da una incosciente compromissione del selvatico con il domestico, e dalle conseguenze di queste scelte di gestione delle risorse biologiche sui processi di estinzione. 

Una crisi biologica è anche difficile da affrontare. Quel che sta emergendo è che la “wildlife economy” è ormai parte integrante dell’economia correntemente intesa di interi Paesi, in modo tale che pensare di sradicarla dal giorno alla notte appare quanto meno inverosimile. La Cina ha messo teoricamente al bando il consumo di carne selvatica nei mercati come quello di Wuhan, ma la storia non finisce certo qui. In una Lettera uscita su SCIENCE il 27 marzo un team di ricercatori cinesi avverte che “un bando totale sul consumo di specie selvatiche terrestri, da solo, non è abbastanza per proteggere efficacemente la salute pubblica dalla malattie associate alla wildlife. La wildlife farming cinese include 6.3 milioni di soggetti coinvolti direttamente (practitioners) e un valore di fatturato di 18 miliardi di dollari. Tagliare questa attività in tempi brevi sarà difficile”. E le motivazioni sono presto dette: “conflitti tra gli interessi privati degli allevatori e la salute pubblica”. Ma c’è anche un dilemma etico, dove mettere gli animali in gabbia esclusi dal commercio? Una eutanasia di massa? Con tutti i rischi di contagio per gli operatori addetti alle uccisioni? Rilasciarli nei loro habitat originari sarebbe una ulteriore puntata alla roulette, perché il pericolo di trasmissione di zoonosi alle popolazioni selvatiche sarebbe altissimo e incontrollabile. Rimane anche da dire, ammettono con coraggio gli autori, che il bando cinese di febbraio non include affatto la medicina tradizionale, che continua a importare illegalmente scaglie di pangolino, ossa di tigre, bile di serpente e addirittura feci di pipistrello.  

“Oggi la verità ha un valore strumentale. E’ vero ciò che serve ad ottenere uno scopo. E quindi la verità corrisponde alla efficacia. L’indagine filosofica, che cerca il fondamento delle cose, e non il loro funzionamento meccanico, è incomprensibile per i moderni. Che una simile impostazione ideologica sia falsa, e pericolosa, lo dimostra la crisi ecologica. L’intero impianto economico globale è utile, eppure è anche intrinsecamente falso, perché nega i fondamenti biologici del Pianeta”

Questa, infine, è una crisi biologica perché denuda la fragilità terrificante di un sistema economico che è fondato sul negazionismo climatico, sulle diseguaglianze sociali, sulla povertà da lavoro salariato i cui miserrimi guadagni finiscono di botto all’arrivo della pandemia. È l’iper-capitalismo, come lo definisce l’economista Thomas Piketty, che ha finalmente mostrato il suo tallone d’Achille. Un sistema basato sulla produzione di beni di consumo, in espansione perenne, non è tarato per reggere la tensione di un fermo produttivo massiccio allo scopo di contenere il numero dei morti. In questa crisi biologica è evidente ciò su cui concordava il panel di esperti che nel pomeriggio di ieri hanno partecipato ad un seminario di due ore e mezza su ZOOM, in diretta da Londra, organizzato da PLAN B ed Extinction Rebellion, a cui io stessa sono stata invitata come giornalista ambientale. Dobbiamo passare da una “economia di crescita” ad una “economia del benessere”. Ossia, una economia che produca il necessario in una ottica esistenziale: beni indispensabili ad una vita ricca di significato, di progetti compatibili con il Pianeta, con i diritti umani e animali, insomma, di nuovo, con il fenomeno biologico nella sua interezza. 

Nelle parole di Thomas Piketty: “non è possibile avere flussi liberi di capitale e libero scambio di beni e di servizi se non si possiede anche un sistema comune, verificabile, di obiettivi sociali ( un salario minimo, diritti del lavoro), una giustizia fiscale (una tassazione minima comune dei principali attori economici globali) e una protezione ambientale (ad esempio, dei target di emissioni verificabili)”. 

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L’espansione delle rinnovabili minaccia le aree protette del Pianeta

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L’espansione delle energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico) minaccia molte aree protette cruciali per la conservazione delle specie ed è un obiettivo energetico che potrebbe entrare in rotta di collisione con le esigenze di protezione degli ultimi habitat selvaggi. Questa la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori esperto nella misurazione dell’estensione e dello stato di salute della wilderness del Pianeta, pubblicato oggi sulla rivista GLOBAL CHANGE BIOLOGY. 

“Abbiamo identificato 2.206 impianti ad energia rinnovabile completamente operativi all’interno dei confini delle aree protette, con altri 922 impianti in corso di sviluppo”, spiegano gli autori. Le aree sotto protezione ambientale prese in considerazione sono di 3 tipi: le aree protette in maniera stringente (secondo i criteri della IUCN), le aree cruciali per la biodiversità del Pianeta (Key Biodiversity Areas) e gli ultimi lembi di wilderness, le terre ancora completamente selvagge. Questo significa che il 17% di tutti gli impianti a rinnovabili del mondo (12.658) è situato dentro territori che dovrebbero essere destinati solo alla protezione di piante e animali. 

I dati raccolti sollevano importanti dubbi sulla possibile rotta di collisione tra gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici (con le quote di rinnovabili ritagliate sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, così come deciso nella carta di Parigi del 2015 dalla UNFCCC) e la drammatica urgenza di protezione di migliaia di specie, e degli ecosistemi in cui vivono. Un rischio non nuovo, ma che rappresenta un tabù gigantesco: “gli impianti a energia rinnovabile possono essere ad uso intensivo di suolo e ad alto impatto sulle aree destinate alla conservazione e poca attenzione è stata prestata a capire se l’effetto aggregato delle transizioni energetiche possa anche costituire una minaccia sostanziale per la biodiversità globale”. 

Questo è il primo censimento globale dei luoghi del Pianeta in cui c’è, e ci sarà probabilmente anche in futuro, sovrapposizione tra impianti a rinnovabili per la produzione di energia elettrica e i parchi nazionali, le aree naturalistiche protette e le terre selvagge.

Nel mondo, 2.206 (17.4%) impianti di produzione di energia rinnovabile sopra i 10 MW si trovano all’interno di importanti aree per la conservazione della natura. Almeno 169 sono dentro i confini di 122 aree classificate come “aree sotto stretta protezione” secondo i criteri della IUCN, luoghi dove non dovrebbe esserci neppure l’ombra di centrali elettriche; altri 42 impianti stanno in 25 regioni selvagge (willderness) e infine 1.147 sono all’interno di 583 aree cruciali per la biodiversità. La sovrapposizione riguarda tutto il mondo: la maggior parte in Europa occidentale (la Germania in testa), mentre il Medioriente e l’Africa sono in cima alla lista per numero di strutture all’interno delle aeree protette. La Cina e il Nord America, infine, guidano la classifica per quanto riguarda la wilderness “occupata” da impianti di produzione. 

Ancora oggi il settore energetico, nel mondo, tende a non includere la biodiversità nei propri piani di sviluppo, una amara verità che i fautori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” fingono di ignorare. “Le rinnovabili sono ‘basate sulla natura’ soltanto per il fatto che sono cruciali nel ridurre le emissioni di carbonio e nel combattere un catastrofico cambiamento climatico. E tuttavia rappresentano anche uno sviluppo industriale, spesso su larga scala, che può avere un massiccio, negativo impatto sull’ambiente e sulla biodiversità – spiega James Allan, della University of Queensland, St.Lucia, Australia, tra gli autori dello Studio – Questo impatto si verifica attraverso la loro impronta fisica – ripulire un habitat della vegetazione, aprire strade e vie di accesso agli spazi selvaggi. O anche attraverso il loro impatto una volta in azione: le turbine eoliche uccidono gli uccelli, le dighe tagliano le correnti dei corsi d’acqua e le rotte migratorie dei pesci”. 

Entro la fine di questo decennio c’è da aspettarsi un incremento di questa tendenza di una media del 42%. Il Nepal, considerato un paradiso naturalistico, progetta di costruire impianti in 110 importanti aree sotto protezione ambientale, soprattutto dighe. Stessa cosa in India, che ha 74 dighe in via di realizzazione in 48 aree in teoria protette. In Africa, e in particolare in Tanzania, c’è il progetto, potenzialmente catastrofico, della diga della Stieglers Gorge, all’interno della Selous, una riserva leggendaria bene UNESCO. “In Africa abbiamo solo una sovrapposizione tra un impianto solare fotovoltaico e una area protetta, e cioè il Katavi National Park in Marocco”, aggiunge Jose A. Rehbein, sempre della University of Queensland, anche lui autore della ricerca. 

Il Cile sta pensando a un piano di rinnovabili su scala nazionale e in Africa molte nazioni discutono sulla opportunità di un “corridoio energetico” lungo tutto il continente. Per questo, secondo Allan, i negoziati di Kunming del prossimo autunno avranno un peso significativo nel definire gli anni a venire: “Una volta che i Paesi si impegno su forti obiettivi di conservazione sotto l’ombrello della Convenzione Mondiale per la Biodiversità a Kunming, i conservazionisti potranno allora cominciare a chiedere conto delle loro azioni e provare ad avere certezze che gli impegni siano portati a buon fine. Questi grandi accordi globali sono importanti perché pongono una agenda per la conservazione, mondiale, e questo influenza la conservazione a tutti i livelli, orientando i finanziamenti”. 

Una cosa è certa: sempre più evidenze scientifiche ci confermano che non esiste protezione del Pianeta senza una concessione di spazio a faune, foreste, praterie, ecosistemi lacustri e marini. Ci può piacere o no, ma la proposta di lasciare il 50% della Terra ai non umani è una prospettiva fondata su dati molto concreti. James Allan: “Non sono necessariamente d’accordo sul 50%, ma comunque concordo che abbiamo assoluto bisogno di dare alla natura abbastanza spazio per prosperare, libera da ogni impatto umano. Questo studio è un gran passo in avanti, perché dimostra che anche ciò che noi percepiamo come ‘sviluppo green’ compromette e danneggia la biodiversità. La chiave per uscirne è una pianificazione migliore. Abbiamo una mappa delle aree significative per la biodiversità, adesso dobbiamo lasciarle stare, lasciarle sole. Chi si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe evitare questi luoghi, non possono essere usati come offset o per la mitigazione stessa, devono essere esclusi da ogni tipo di investimento. Ci sono già abbastanza territori ormai degradati con un buon potenziale energetico da consentirci di far fronte ai bisogni energetici umani senza danneggiare la biodiversità”. 

Biodiversità artificiale in vendita

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Steve Galster, fondatore di FREELAND, una Ngo con sede a Bangkok che si batte da anni contro il traffico di specie selvatiche, è stato chiarissimo nel definire il nostro presente: “Questa è una vendetta di Madre Natura”. Ci troviamo in una situazione che la maggior parte di noi considerava una esagerazione degli ambientalisti con i capelli lunghi, le ciabatte birkenstok e le magliette Patagonia: il brusco risveglio alla realtà. Non puoi progettare di fare quello che vuoi del Pianeta per secoli e poi non aspettarti un big ben. Ecco, adesso ci siamo dentro e qualche parola più corposa del solito va detta. 

In questa pandemia non sono all’opera soltanto i classici schemi di sfruttamento delle faune: la gabbia, l’allevamento intensivo, il prelievo a mano armata, grazie a gang di contrabbandieri e bracconieri, direttamente dalle foreste, lo stoccaggio degli animali in mercati e macelli pubblici. Qui c’è qualcosa di più, che, purtroppo, ha fatto letteralmente la storia della nostra espansione sul Pianeta ed è inscritto nei geni della nostra specie. Mi riferisco alla capacità di Homo sapiens di manipolare le altre specie fino ad alterare la composizione stessa delle popolazioni animali degli ecosistemi, costruendo, nello stesso tempo, nuovi habitat artificiali dalle implicazioni ecologiche sconosciute. 

Era il 2006 quando uscì negli Stati Uniti “Il pianeta degli slum”, del sociologo ambientalista americano Mike Davis. Una indagine impressionante, schietta, che racconta le baraccopoli del Pianeta e l’esito finale della diseguaglianza economica in un capitalismo di rapina. Ecco, in questo libro Mike Davis si chiede, verso la fine, che cosa accadrà nel nostro futuro quando immesse megalopoli in Africa Occidentale, Sud est Asiatico e America del Sud diventeranno anche dei bacini di raccolta per decine di milioni di persone. Nessuno, scrive Davis, sa che cosa succede in una concentrazione tale di esseri viventi. E si riferisce alle malattie.

Un proxy di analisi ce lo danno però, proprio gli “wet market” e i “pet market” asiatici. I wet market sono gli spacci all’ingrosso del tipo di quelli di Wuhan, e invece i pet market sono i mercati di specie esotiche acquistate per la loro bellezza, come animali da compagnia. I pet market sono pericolosi tanto quanto i mercati di carne fresca, macellata sul posto, e nessuno in questo momento se ne sta occupando con la dovuta apprensione. Ne ha parlato il TIME in una inchiesta molto dettagliata firmata da Charlie Campbell, che ha scritto da Bangkok, Tailandia.  

Campbell ha visitato il Chatuchak Market, uno dei mercati di specie esotiche più famoso dell’Asia, e del mondo: un posto visitato da 22,5 milioni di persone ogni anno, un posto dove puoi mettere le mani, soldi permettendo, su qualunque cosa sia abbastanza graziosa o morbida o sgargiante, quanto a colori di piume o pelle, da attirare l’interesse dei trafficanti. Steven Galster ha accompagnato Campbell al Chatuchak e spiega un aspetto della faccenda che va ben oltre la crudeltà inflitta agli animali: “gli allevatori spesso aggiungono al loro breeding stock ( il gruppo di individui usati per la riproduzione in cattività, NDR) creature selvatiche, per ampliare il pool genetico”. È pratica comune, infatti, vendere non solo animali trafugati dai loro habitat, ma anche animali allevati che però appartengono a specie non domestiche. Questo significa che, senza nessun controllo, gli allevatori manipolano il patrimonio genetico di popolazioni di specie tenute in cattività, creando in laboratorio gruppi geneticamente modificati che non esistono in natura. “Le stesse catene commerciali di rifornimento (supply chain) che rifornivano Wuhan procurano animali anche ad alti mercati, che sono bombe a orologeria sparse per tutta la regione”. 

Non soltanto in Cina le wild farm sono luoghi dove si prova a potenziare, migliorare e quindi rendere più appetibile per il mercato specie animali selvatiche. Il Sudafrica è saldamente aggrappato a questa concezione di “sviluppo sostenibile”, come viene definito dal Governo, da una ventina d’anni, ma la situazione sta peggiorando. Il Ministero dell’Agricoltura e il Ministero dell’Ambiente lavorano di comune accordo per implementare le fattorie e i ranch e fornire il nulla osta per la messa in batteria di altre 33 specie. Il mondo scientifico del Paese è insorto, ma la direzione è purtroppo chiara: “Lo scorso 20 gennaio, un gruppo di ecologi, biologi e addirittura la South African Hunters and Game Association, hanno firmato e reso pubblico un documento inquietante: The implications of the reclassification of South African wildlife species as farm animals. Nella seconda pagina del paper è scritto: “A causa della mancanza di trasparenza e di dettagli, non sappiamo effettivamente come queste specie saranno gestite e, perciò, quali saranno le implicazioni ecologiche. L’approdo finale e logico di questa legislazione è tuttavia che noi avremo 2 popolazioni per ciascuna specie: una selvatica e una addomesticata. A nostro parere mantenere questa distinzione sarà molto costoso, ammesso che si riveli possibile. Quindi, le varietà addomesticate di animali selvatici rappresenteranno una nuova minaccia, di tipo genetico, per le faune selvatiche indigene del Sudafrica, minaccia che a quel punto sarà virtualmente impossibile prevenire o rendere reversibile”.

Ma c’è un altro aspetto dei pet market, più oscuro. 

Il modo in cui noi umani creiamo contesti biologici nuovi.

Nei pet market vengono ammassate, concentrate, specie che in natura non appartengono allo stesso assemblage, non sono cioè endemiche dello stesso habitat. Queste specie sono ammucchiate  chiuse in gabbie l’una accanto all’altra, in un contesto biologico del tutto artificiale senza nessuna precauzione sanitaria. Un video girato da 60MinutesAustralia e riproposto sul sito di FREELAND ha filmato questo genere di posti a “biodiversità artificiale”: un piccolo di Serval rinchiuso in una gabbietta ha lo sguardo stravolto di un animale a cui abbiamo strappato tutto, a parte lo scambio gassoso nei polmoni che lo tiene ancora in vita. Da questi lager artificiali che propongono una aberrante riscrittura della biodiversità possono emergere zoonosi a strettissimo legame di parentela con il Covid-19. Questo Serval è l’immagine simbolo, per quanto mi riguarda, della pandemia.

Per tutte queste ragioni,  Paul R. Ehrlich ha introdotto in questi giorni il concetto di “epidemiological environment: per oltre mezzo secolo gli scienziati hanno espresso preoccupazione per il deterioramento di ciò che mi piace chiamare un ambiente epidemiologico. Quest’ambiente consiste in una costellazione di circostanze che influenzano gli schemi di una malattia e i fattori che riguardano la salute. Tra queste circostanze ci sono la dimensione delle popolazioni e la loro densità, la dieta, la velocità e il tipo dei sistemi di trasporto, le sostanze tossiche, la distruzione del clima, la frequenza dei contatti uomo-animale, la disponibilità di strutture mediche con isolamento, le scorte di medicine, i vaccini, e le attrezzature mediche. L’ambiente epidemiologico include anche le norme culturali: i livelli di istruzione, l’equità economica nelle società, la competenza di chi governa”. 

La “growth mania”, l’ossessione per la crescita economica di economisti e politici, che ha ipnotizzato anche milioni di cittadini, non basta a spiegare la sottovalutazione collettiva dei rischi posti dalla distruzione della biodiversità per nutrire una demografia inarrestabile, perché viviamo “in un mondo che non ha ancora riconosciuto i suoi problemi di sovrappopolazione e consumismo o il loro impatto sulla salute e il benessere, connessi alla regressione socio-culturale: la crescente xenofobia, il razzismo, il pregiudizio religioso, il sessismo e, soprattutto, le iniquità economiche. Come spiegarlo? Ci sono cause già note, come il potere del denaro, non soltanto in politica, ma anche nella cultura globale nel suo complesso. Ma un elemento fondamentale è la diffusa ignoranza, in parte dovuta alla rottura del sistema di istruzione, che permette, ad esempio, a un folto gruppo di svariati economisti, politici e decision-makers di credere alla crescita infinita della popolazione e del consumo. La vasta incapacità delle ‘persone colte’ nell’elaborare un pensiero è di frequente espressa da frasi come questa, non abbiamo un problema con la popolazione, ma solo un problema con l’eccesso di consumismo”.

L’emergenza di questi giorni dimostra che i numeri non sono retorica a buon mercato, ma, in un sistema biologico, questione di vita o di morte. Ed è proprio la radice biologica di questa catastrofe collettiva a dover essere posta sotto i riflettori dei media, se mai fosse possibile. Perché per quanto mostruoso possa sembrarci questo dolore, esso ha una sua logica biologica. Siamo solo noi ad averlo dimenticato. 

 

Sì, è ok non avere figli

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Auspicare il controllo della demografia umana è anti-femminista, disumano e razzista. È questa l’accusa mossa da Meehan Crist, writer in residence in Biological Sciences alla Columbia University, New York, lo scorso 14 febbraio in un public talk al British Museum di Londra organizzato dalla prestigiosa London Review of Books all’interno della rassegna Winter Lectures. Sotto le ben mascherate spoglie di un ragionamento a tutto tondo sulla tenuta civile di un modello sociale fondato sull’uso dei combustibili fossili non meno che dalla libertà di scelta, la Crist ha in realtà articolato una accusa infamante nei confronti di parte dell’ambientalismo militante. Arrivando ad affermare lche parlare di riduzione delle nascite significherebbe avere simpatie per il nazionalsocialismo e chissà quale fantasia eugenetica. Per Crist, infatti, i movimenti e i ricercatori con pubblicazioni in peer review che predicano la necessità di ridurre la popolazione umana traggono ispirazione dalla “Ecologia Profonda e dal Terzo Reich”. La London Review of Books non è nuova ad ospitare scritti che denunciano il discorso sulle nascite, con un taglio decisamente conservatore, viziato da uno snobismo neanche troppo celato.

Ma l’intervento del 14 febbraio di Meehan Crist al British Museum è una altra cosa, per la gravità sconsiderata delle affermazioni contenute in un discorso solo apparentemente conciliante e moderato, che si pronuncia invece a tutto tondo con toni spropositati e disinformati a difendere un antropocentrismo sempre più pericoloso. Mentre è purtroppo impensabile che in un Paese cattolico come l’Italia il dibattito sulla sovrappopolazione raggiunga mai una visibilità pubblica consistente, resta il fatto che affrontare il tabù della riproduzione umana è diventato un banco di prova per l’onestà intellettuale, fuori e dentro i soliti campi dell’ecologismo militante o accademico. Non sarebbe infatti giusto rimanere in silenzio di fronte ad attacchi così sconsiderati al sacro santo diritto di difendere il “Pianeta vivente” partendo da un punto di vista non religioso, non tradizionale e non paternalistico.

Secondo Population Matters, il think tank londinese che si occupa di divulgare consapevolezza sulla incompatibilità tra la demografia umana e il futuro del Pianeta “il pezzo della Crist ripete lo stanco, anacronistico e convenzionale luogo comune sulle campagne che riguardano la popolazione, ancor in voga per alcune persone, a dispetto di ogni evidenza della suo essere erroneo. Fondamentalmente, la sua analisi consiste in questo, che sollevare preoccupazioni sulla popolazione o proporre famiglie più piccole come soluzione ai problemi ambientali escluda per definizione tutte le altre soluzioni. Parlare di popolazione significa allora essere o cechi o complici di razzismo, colonialismo e desiderio di controllo del corpo delle donne”. 

In effetti, almeno all’inizio, la Crist riconosce che il diritto di scelta se diventare madre o meno “comincia a sfocare rapidamente, quando ammettiamo che le condizioni per la prosperità degli esseri umani sono distribuite in modo così diseguale e che, in una epoca di catastrofe ecologica, fronteggiamo uno spettro di possibilità per il futuro in cui queste stesse condizioni non esisteranno più in modo affidabile”. Dunque avere un figlio non è più soltanto un moto intimo e irrazionale, ma, anche, ormai, “un atto politico, che con sempre maggior forza ci richiese di confrontarci non solo con la complessità biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con le eredità interconnesse del colonialismo, del razzismo e del patriarcato”, sulla linea di confine, insomma, tra ciò che è personale e ciò che funziona su di un piano globale. 

Ma è proprio questo principio, il fatto incontestabile che ogni nostra decisione è un prisma di risonanze al di fuori della nostra diretta sfera di influenza, che Meehan Crist non riesce a mantenere saldo. E a scandagliare con la necessaria lucidità. 

La responsabilità maggiore dello stato attuale del Pianeta, infatti, non sarebbe ascrivibile secondo Meehan Crist alla direzione che la nostra civiltà avrebbe imboccato negli ultimi 2 secoli, quanto piuttosto di un capitalismo aggressivo e immorale, un regista nascosto più simile al Grande Fratello di Orwell che alla moderna struttura economico-finanziaria delle società avanzate. Il gioco di prestigio delle multinazionali coincide con l’invenzione, per Crist, della “impronta ecologica (carbon footprint)”, strumento indispensabile per caricare sulle spalle del singolo cittadino la colpa del disastro del Pianeta e del cambiamento climatico. All’altro estremo di questa “strategia della colpevolizzazione” starebbe l’ideologia malthusiana della sovrappopolazione. Anche Bill McKibben, probabilmente il giornalista ambientale più famoso al mondo, fondatore di 350.org e pioniere del giornalismo scientifico sui cambiamenti climatici, non sarebbe immune da questo revanscismo malthusiano, visto che “più di 20 anni fa, nel suo libro Maybe One (Forse Uno) confezionò un sermone neo-malthusiano per i suoi seguaci americani a proposito del danno, limitato, che avrebbe recato al Pianeta rendere un solo figlio una norma culturale”. 

Meehan Crist ritiene che “recentemente, la logica della impronta di carbonio sia stata associata alle idee sulla popolazione umana in un modo allarmante”. E si lancia in esempi che non sono tratti dalla cronaca ambientale o ambientalista, ma dalla cronaca politica in contesti di esercizio distorto delle libertà democratiche. La faziosità di questi esempi è sconcertante: una campagna di sterilizzazione forzata su donne che avevano già avuto 2 o 3 figli in Uzbekistan; o o su donne positive all’HIV in Cile, Namibia e Sudafrica. 

Ma c’è di più. Le pericolose idee ecologiste troverebbero una eco nell’appello sottoscritto da 11mila scienziati (gente che pubblica in peer review, non su giornali scandalistici di provincia, sia chiaro) nel novembre 2019 su BioScience per arginare il collasso della biodiversità. Uno degli autori, William Ripple, che è uno dei massimi esperti di grandi carnivori e di metapopolazioni, tra le azioni indispensabili cita l’avere meno figli. “Ma questa utopia è difficile da immaginare senza al contempo pensare al bagno di sangue che ci condurrebbe lì”, scrive la Crist, supponendo che chi è per la pillola anticoncezionale abbia in testa lo sterminio programmato di qualche milione di persone. “La stessa aritmetica nutre le fantasie eco-fasciste che attraversano la destra on line Deep Green e hanno contribuito ad incitare le sparatorie di massa in Texas e Nuova Zelanda. In queste oscure visioni del futuro, la purezza razziale salverà il Pianeta. Confini chiusi e veganismo”. E tutto questo dal momento che “la Ecologia Profonda e il Terzo Reich servono da ispirazione”; inoltre “sarebbe fin troppo azzardato ignorare la tendenza dell’anti-umanismo (e in particolare trend come la sociobiologia, il Malthusianesimo e la Ecologia Profonda) nel nutrire politicamente il Darwinismo sociale”. E questo è davvero singolare, perché anche qui in Italia verifichiamo ogni giorno come la Destra razzista non abbia alcun interesse nell’ambiente. E come, invece, appellandosi al Cristianesimo, invochi il sacro valore della famiglia, magari anche numerosa. 

La Crist ignora palesemente i numeri e i risultati del Rapporto Ipbes del 2019, che ci dice fino a che punto la perdita di habitat sia una concausa della estinzione di massa in corso. E scrivendo che “desiderare meno figli è un terribile punto di partenza per ogni politica” Crist dimostra di non conoscere neppure il dibattito sulla tenuta ed utilità dei parchi nazionali nella conservazione, o le valutazioni attorno dei limiti genetici delle popolazioni isolate e frammentate di qualunque specie. Non conosce insomma il concetto di spazio in biologia ed ecologia. 

Ognuno di noi è responsabile del ruolo e delle scelte che compie nella epoca storica in cui gli è toccato in sorte di vivere. Di più, ognuno di noi ha il dovere di essere consapevole delle evidenze scientifiche che definiscono non solo le condizioni ecologiche ed evolutive della nostra presenza sul Pianeta, ma anche delle conseguenze che tutto questo implica all’interno della storia della civiltà. Non possiamo fare finta di niente e acconciare la nostra coscienza, sull’avere figli, come donne e uomini dell’Ottocento. Il grande psicoanalista Wilfred Bion sosteneva che il soggetto, ossia l’Io pensante, è chiamato a prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha fatto, ma anche di ciò che ha compreso di se stesso e della sua storia. Altro che “mettere sulle spalle degli individui singoli la responsabilità della crisi climatica è barbarico”: ma a cosa mai sarebbe servito il petrolio estratto negli ultimi 70 anni? Per produrre un profitto astratto per la BP o la ENI? Non lo abbiamo forse bruciato per avere lo stile di vita a cui siamo così ferocemente affezionati?

“Proprio come per gli attivisti che lavorano sulla plastica e il rewilding sanno che i loro non sono gli unici problemi sul tavolo, e nemmeno le uniche soluzioni, così chi fa campagne sulla popolazione riconosce che affrontare la demografia è soltanto una delle molte azioni essenziali alla salvezza del nostro Pianeta. Credere che la popolazione sia un problema non significa affatto sostenere l’attuale sistema economico”, puntualizza Popolation Matters, “considerare innocenti le compagnie petrolifere o tenere in scarsa considerazione le diseguaglianze globali, essere un fan del consumismo e non pensare ad affrontare tutte queste questioni. È assurdo trarre simili conclusioni, un segno di ignoranza o anche peggio (…) E in modo analogo, ritenere i cambiamenti nello stile di vita a livello individuale validi e basati su solide giustificazioni non sposta il biasimo da fattori istituzionali, politici od economici”. 

La cultura del consumo, o del super-consumo, è infatti l’altra faccia della presunzione di poterci riprodurre all’infinito. La stessa demografia in espansione è una esigenza del capitalismo, che ha bisogno di consumatori su statistiche infinite; e il consumismo, da parte sua, presuppone le negazione sistematica degli offsett, ossia degli effetti collaterali della produzione sui sistemi naturali. Senza miliardi di consumatori neppure la migliore compagnia petrolifera potrebbe avere i conti in attivo. Il ragionamento di Meehan Crist contiene infatti un determinante vizio di logica: il super-consumo non nasce per decisione degli amministratori delegati delle compagnie petrolifere con piattaforme off-shore, ma è una esigenza antropologica inscritta nelle premesse della Rivoluzione Industriale, come ha spiegato Peter Sloterdijk.

Il consumismo-capitalismo trova nelle riserve energetiche fossili (petrolio e gas) il carburante per ciò che Sloterdijk chiama “Lebensentlastung” e cioè sgravio dalla fatica di conquistare il pane per vivere, dalla maledizione del lavoro nei campi durato per millenni. Il desiderio assoluto di vivere meglio, di avere di più, di avere qualcosa. È da questo motore psicologico che si avvia il processo di costruire delle economie moderne a incremento progressivo di tecnologia. Senza lo sgravio, sarebbe stato impensabile sia progettare il sogno di una democrazia infinita sia sostenere una demografia in espansione infinita. 

Ciò che più conta, non si tratta ora di tentare, con ben misere possibilità di successo, un ridimensionamento del super-consumo, quanto piuttosto di invertire le aspettative esistenziali e materiali che le fonti fossili hanno generato nella umanità attuale. Tra queste aspettative vi è il sentimento, evidentemente condiviso da Crist, che la nostra specie non debba fare un passo indietro e cominciare a pagare il conto. Non certo per disegnare un risarcimento ideologico verso le altre specie, ma sostanzialmente per comprendere che senza le altre specie, quindi senza habitat ampi e integri, una Terra sovrappopolata non sarà più vivibile. Perché non sarà più un Pianeta magnifico, ma un enorme ghetto. 

Con buon pace e serenità dei partiti politici che sostengono pacchetti di banalità disinformate come quelle propinate al British Museum da Meehan Crist, la “capacità di carico” degli ecosistemi non è una idea “eco-fascista” ma un parametro scientifico affidabile che sta a fondamento di molto di ciò che sappiamo ad oggi sulla defaunazione, sulla estinzione e sui tipping point, i punti di non ritorno dei sistemi biologici oltre i quali si aprono scenari del tutto inediti e imprevedibili. Inoltre, la dimensione culturale del progresso non è un espediente retorico della BP, ci spiace. Il progresso è un costrutto culturale europeo di elaborazione illuministico-settecentesca, pervasivo e ancora radicato nella nostra stessa idea di Occidente e di economia, tanto da funzionare tutt’oggi nella logica impossibile, ancorché diffusissima, dello “sviluppo sostenibile” e della “crescita verde”.  

“Per me, avere un bambino ha significato avere un impegno con la vita e stringere un legame con le possibilità di un futuro ancora umano su questo Pianeta sempre più caldo. Significa chiudere con la purezza morale”. Schopenhauer si sarebbe fatto una crassa risata. Perché qui non c’è in ballo nessuna purezza morale, ma la sconcertante brutalità della biologia. Se vogliamo davvero attribuire un significato metafisico alle capacità cerebrali umane, allora dovremmo accettare il fatto che la responsabilità di essere ciò che siamo, una specie in grado di far fuori tutte le altre, è l’imperativo etico più consistente in un atteggiamento maturo verso la Terra. 

Nelle parole di Population Matters: “Quando si arriva a parlare di popolazione, ci sono due domande a cui le persone preoccupate dovrebbero rispondere: contribuisce ai nostri problemi e ci sono soluzioni etiche, pratiche ed efficaci che possiamo dispiegare ? La risposta è un empatico sì ad entrambe. Certamente il numero di noi che richiede terra, acqua, cibo, energia, infrastrutture e merci varie crea pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente, ci sono una quantità enorme di evidenze scientifiche robuste a suffragare questa semplice intuizione. Ciò non vuol dire che atteggiamenti consumistici, sprechi e una distribuzione ineguale di ricchezze, con la ingiustizia sistematica che ne deriva, siano irrelevanti, certo che no; significa, invece, che vedere le cose in termini binari del tipo di un aut/aut è controproducente e semplicistico. Quando si arriva finalmente alle soluzioni, è ancora più assurdo pretendere che non ci siano modi etici per ridurre i nostri numeri. I tassi di fertilità sono già stati abbassati in modo etico ed efficace attraverso il rafforzamento di buone soluzioni in tutto il mondo, e le proiezioni delle Nazioni Unite mostrano che anche piccoli cambiamenti nella fertilità possono avere un effetto rilevante sui numeri complessivi in poche generazioni”. 

World Wildlife Day 2020, comincia il biodiversity super year

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Ogni forma di vita sul Pianeta è degna di protezione. Questo il motto del World Wildlife Day che si celebrerà domani, 3 marzo. Una dichiarazione di intenti nient’affatto superflua in un anno che la IUCN ha già definito “biodiversity super year”, per via del lungo percorso negoziale che dovrebbe portarci, il prossimo autunno, alla stesura di un accordo globale per gli ecosistemi e le faune analogo alla carta di Parigi per il clima del 2015. 

Lo scopo della giornata sarà diffondere consapevolezza sul legame imprescindibile tra le faune selvatiche e la nostra sopravvivenza. “Sustaining all life on Earth” è però soprattutto, mi pare, se pur sotto il velo di Maja dell’equilibrismo di circostanza, un richiamo politico e culturale. È giunto il momento storico di concedere alle faune della Terra il diritto alla prosperità.

E tuttavia non dobbiamo negarci, ha scritto Carl Safina sul magazine di informazione ambientale della Università di Yale, che i tempi sono lugubri. I numeri sulla biodiversità non ci restituiscono semplicemente una condizione generale di declino, ma più precisamente quelli di una catastrofe globale. La defaunazione è, più ancora dell’estinzione, il nostro contesto quotidiano: l’assottigliamento progressivo dell’abbondanza numerica degli individui che compongono una singola specie. “Ogni specie, presa individualmente, non ha abbastanza voce per vocalizzare questa opera tragica. Ma, mentre la sofferenza cresce come in un coro di voci, le specie, insieme, cantano il dolore degli esseri viventi”, dice Safina. E a questo punto è essenziale riconoscere che “il diluvio universale siamo noi, i miliardi di persone, cresciuti sino a ingolfare il mondo”.

In un contesto di disperazione che pietrifica il sentimento orgoglioso che abbiamo di noi stessi – perché le evidenze scientifiche ci dicono che la nostra specie si dimostra incompatibile con la vita su questo Pianeta – Safina ricorda però l’importanza assoluta dell’impegno del singolo, in ogni singola, benché apparentemente insignificante, azione a protezione di una specie locale, di un bosco, di un angolo di habitat lacustre vicino a casa che ancora pullula di animali e di piante. Infatti, “negli inizi incerti e traballanti di uno sforzo individuale, possono esserci in incubazione grandi cose”. 

Per questo 2 marzo, allora, ho scelto di raccogliere storie di animali e scoperte scientifiche che non hanno fatto 10K sui social media, ma che, ciascuna a suo modo, racconta perché le faune selvatiche sono quanto di più meraviglioso e prezioso abbiamo al mondo. 

Il 12 febbraio scorso, AFRICA GEOGRAPHIC ha reso noto che in Gabon, in una area contigua allo Ivindo National Park, le fotocamere a trappola hanno documentato la presenza di 4 tassi melanistici (Mellivora capensis). I ricercatori che studiano le foreste tropicali del Gabon non pensavano che qui ci fosse questa specie, né tanto meno ne avevano mai visto degli esemplari neri. La notizia ha fatto seguito a quella resa pubblica su Twitter lo scorso 11 agosto: un leopardo fotografato sempre con una foto-trappola in Guinea Equatoriale. La scoperta è stata segnalato dall’ecologo e primatologo David Fernandez della Università di Bristol. Sempre in Guinea Equatoriale è stata documentata la presenza dei gorilla di montagna e di alcuni scimpanzé nel Monta Alen National Park ( su Twitter: @dfer_phd). Perché queste notizie sono importanti: l’Africa Occidentale ed Equatoriale non è ancora completamente defaunizzata, è anzi un hot spot importantissimo per quello che è rimasto in lembi di foreste tropicali primarie. 

I più recenti studi genetici hanno scoperto che il lupo hymalaiano è una specie a sé stante di lupo. Perché questa notizia è importante: le popolazioni di una specie hanno caratteristiche genetiche uniche, adattative. Ogni paesaggio potrebbe quindi ospitare una sottospecie o addirittura una specie a parte. Per questo la conservazione di tutti gli habitat ancora ecologicamente funzionanti è cruciale. 

Lo scorso 28 gennaio la Corte Suprema in India ha deciso che si può tentare di reintrodurre su suolo nazionale il ghepardo africano. Il ghepardo asiatico è infatti stato spazzato via dal subcontinente il secolo scorso. Come cioè possa essere anche lontanamente logico in un contesto demografico come quello indiano, lo ha detto un vignettista geniale su Twitter (Green Humour at @thetoonguy). Tigre e leopardo accolgono un ghepardo sullo sfondo di una metropoli industriale e gli dicono: “Benvenuto in India. Ti abbiamo preparato una pedana elettronica per esercitarci con lo sprint, perché non ci sono davvero abbastanza spazi aperti, qui, per il tuo savanna lifestyle”. La vignetta è stat pubblicata il 29 gennaio. Perché questa ironia contiene una verità amara di cui dovremmo occuparci: la demografia umana è sempre più incompatibile con la presenza dei grandi predatori, soprattutto dei grandi felini.

Il 23 gennaio il brillante e giovane ecologo del Texas Jay Lombardi ha postato su Twitter una foto raccolta con foto-trappola di un avvistamento eccezionale: un bobcat con un pattern di strisce e macchie simile all’ocelotto. L’esemplare, fotografato il 31 gennaio 2019, è stato avvistato nel Texas meridionale. Secondo Lombardi (@JayLombardi87), questo disegno inusuale del manto potrebbe essere prodotto da un gene recessivo. Perché questa notizia è strepitosa: una volta queste specie di felini popolavano il sud degli Stati Uniti. In Texas c’erano anche i giaguari. Oggi i felini sono in buona misura stati estirpati dai loro habitat americani, come accade all’ocelotto, rarissimo da queste parti. Una protezione più stretta concederebbe margini di recupero a specie estremamente resilienti e plastiche, come ovunque nel mondo sono i felini.

Secondo i dati raccolti dalla Landmark Foundation, Sud Africa, le province del Capo Occidentale e Orientale (Western and Eastern Capes) sono popolate ancora da circa 553 leopardi, divisi in 3 gruppi geneticamente distinti che però mostrano i primi segni di inbreeding. Spesso i pastori perseguitano i leopardi così come uccidono i caracal, per evitare danni alle pecore. Perché questa notizia è importante: aumentare la connettività tra le aree protette o semi protette è indispensabile perché le popolazioni recuperino numericamente . La connettività è uno degli obiettivi della conservazione al 2050, uno dei grandi temi in discussione in attesa del documento di Kunming.