Categoria: Biopolitiche

Il commercio (legale) aumenta il declino delle specie già minacciate di estinzione

L’impatto del commercio di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte.

Questi i ragionamenti e i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution (“Impacts of wildlife trade on terrestrial biodiversity”) in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Va aggiunto che la ricerca non comprende la carne selvatica (bushmeat) cacciata soltanto per la sussistenza, e cioè probabilmente 150 milioni di persone che abitano in comunità rurali nel mondo. Sono stati invece analizzati gli studi che hanno quantificato il bushmeat come pratica finalizzata al profitto, cioè a rivendere la carne per ricavarne denaro. Quel che emerge, tuttavia, è la carenza di informazioni necessarie a capire come e se il wildlife trade possa essere sostenibile sui prossimi decenni, in un Pianeta in rapido cambiamento: “un assessment globale, quantitativo degli impatti del commercio su singole specie e, quindi, la prevalenza e la forza di effetti positivi e negativi è dolorosamente mancante”.

Nel complesso, il declino delle specie selvatiche commercializzate è “del 61.6%, con specie ormai estirpate a livello locale nel 16.4% dei casi”. Benché i mammiferi siano la maggior parte delle specie (il 76% di 145 specie) prese in considerazione, inoltre, “il declino attraversa tutti gli ordini”. E riguarda anche le aree protette. 

Determinante per il destino di una specie di interesse commerciale è la scala spaziale, ossia le ore di viaggio necessarie per catturare un animale e tornare in un contesto urbano che ne permetta la vendita. “Il declino di una specie è tanto più grande quanto più è breve il tragitto verso un centro abitato con più di 5000 abitanti”. Di contro, quando il viaggio supera le 100 ore crolla il rischio che un animale finisca nella rete dei cacciatori. Spedizioni costose e su grandi distanze scoraggiano il consumo locale e i piccoli imprenditori. Ma la scala spaziale dice anche una altra cosa, che le regioni selvagge e remote, il mantenimento dei loro confini, sono un fattore di protezione indispensabile per le faune, che però è sempre più in bilico a causa dell’espansione di infrastrutture e ferrovie: “gli impatti del commercio su scale internazionale scendono rapidamente con l’aumentare della distanza, fino a raggiungere il rischio zero a 5 ore dal primo insediamento”. In Asia, la China’s Belt and Road Initiative (BRI), che collegherà il 62% della popolazione mondiale, potrebbe riscrivere questo scenario molto in fretta: “questa espansione è una minaccia riconosciuta alla biodiversità, perché darà accesso, e quindi potenzialmente ne alimenterà la domanda, a specie che hanno un alto valore per la medicina tradizionale, inclusi l’orso bruno (Ursus arctos) e il leopardo delle nevi (Panthera uncia). 

Gli autori fanno riferimento ad un paper uscito nel 2019 sempre su NATURE (“Belt and Road Initiative may create new supplies for illegal wildlife trade in large carnivores”): “Il progetto della BRI e il suo tributario meridionale, cioè il Corridoio Economico Cina-Pakistan, attraversano habitat fondamentali per i grandi carnivori, che sono specie di alto valore di mercato in Cina e nel Sud Est Asia”. Il rischio non è solo che il traffico illegale prosperi meglio e con maggiore successo, ma anche che “una maggiore domanda possa incoraggiare una transizione da un mercato governato dalla disponibilità di approvvigionamento (supply-driven) ad una domanda regolata dal mercato (market driven), attraverso una conversione del bracconaggio opportunistico in crimine organizzato”. 

Il mercato cinese ha già assorbito, grazie alla forza centripeta della medicina tradizionale, i grandi felini: il giaguaro è l’ultimo arrivato nel traffico di ossa di leoni africani e leopardi e tigri. Alle sottospecie di leopardi asiatici potrebbe ora aggiungersi il Panthera pardus saxicolor, ossia il rarissimo leopardo persiano. 

La questione riguarda evidentemente l’intera biodiversità del Pianeta e la fattibilità di un suo sfruttamento economico entro limiti certi e attendibili. “Non abbiamo usato nel modo corrente i termini sostenibile e insostenibile nel nostro lavoro, perché questo implica l’avere a disposizione una comprensione di come un tale tipo di impatto ha effetti sulle specie nel corso del tempo. E, invece, proprio questa è la più grande preoccupazione riguardo al commercio, non abbiamo abbastanza evidenze per sapere con esattezza se un tale prelievo sia sostenibile”, spiega Oscar Morton, tra gli autori dello studio. “Ci mancano dati su quanti individui di ciascuna specie vengono catturati ogni anno, da quali popolazioni, e non sappiano che cosa accade a quelle popolazioni sui tempi lunghi. Non credo si possa definire l’uso sostenibile un ossimoro, credo piuttosto che ci siano poche prove scientifiche che mostrino che è un commercio sostenibile. Ma dobbiamo comunque accettare che l’assenza di prove è in sé anch’essa una prova”. 

La scala del problema chiama in causa anche l’attuale cornice giuridica all’interno della quale queste specie vengono catturate e vendute legalmente. E cioè CITES.

“CITES prende in considerazione soltanto una porzione del commercio e regola soltanto il commercio legale, ossia il commercio internazionale legale delle specie listate. Di conseguenza, rimane scoperta una vasta area fuori del suo mandato, che corrisponde al commercio illegale, il commercio all’interno di un Paese o il commercio di specie che non sono listate. Concordo sul fatto che CITES è il miglior strumento attualmente disponibile per il commercio internazionale legale, ma di certo non è perfetto e non riesce a comprendere tutto il commercio. Ancora di più rimane da tre per gestire i fattori che regolano la domanda di prodotti derivati da animali selvatici a scopo non alimentare e per capire se la domanda possa essere ridotta in modo efficace”. 

È chiaro che il commercio muove sentimenti profondi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto ora, a causa dell’epidemia da SarsCov2. Ma, secondo Morton, bisogna essere molto cauti nel non favorire una risposta emotiva priva di solido fondamento scientifico: “Vediamo in giro ritratti davvero pessimi del commercio, veicolati da organizzazioni caritatevoli (charities) e qualche volta anche dai media, che tentano di influenzare la politica senza però una robusta base scientifica. Il discorso principale tra questo tipo di impostazioni è di sicuro il biasimo che ha investito la pandemia e gli appelli dell’anno scorso per mettere al bando gli wet market e l’interno commercio della carne in certi Paesi. Questi appelli ignorano che milioni di persone dipendono dal commercio di carne per sbarcare il lunario. Ma ignorano anche la solidità delle prove scientifiche che ci dicono che un divieto di questo genere creerebbe molto probabilmente un mercato illegale ancora peggio regolato”. 

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Il nuovo landscape globale di particolati e microplastica

(le microplastiche si disperdono facilmente nel nostro ambiente. A sinistra, perline per decorazioni tessili abbandonate su una comune strada cittadina; a destra, reticolato in plastica usato per la manutenzione di un giardino pubblico, che si sgretola)

Viviamo ormai immersi in un nuovo landscape fatto di nanoparticelle. Un aerosol di particolati costruiti dall’uomo nei processi industriali che hanno reso il nostro ambiente, non importa se rurale o urbano, un contesto di “esposizione totale” a micro-materiali i cui effetti sugli organismi viventi sono in larga misura sconosciuti. Questo particolato non è composto, infatti, solo dagli scarti di combustione dei combustibili fossili (i cosiddetti Pm), ma ormai anche da microplastiche. “La natura ubiqua delle microplastiche – le particelle plastiche con un diametro inferiore a 5 micron, che includono anche le nanoplastiche con diametro inferiore a 1 micron – nella biosfera globale rende sempre più consistenti le preoccupazioni per le loro implicazioni sulla salute umana”, avverte uno studio di sintesi appena uscito su SCIENCE (Toxicology: Microplastics and Human Health). 

Le microplastiche sono infatti parte della nostra vita quotidiana, per il semplice motivo che “un crescente numero di evidenze suggerisce che l’esposizione diffusa alle microplastiche provenga dal cibo, dall’acqua potabile e dall’aria”. L’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di uso comune ne contiene concentrazioni “tra 0 e  104 particelle/litro”. Una evidenza che era già stata annunciata e denunciata dalla WHO nel 2019. 

Quantità ancora maggiori ci sono nel cibo che è stato a contatto con contenitori di plastica (il propilene è uno dei componenti plastici maggiormente sotto accusa). A causa dei processi infiammatori innescati dalle particelle plastiche all’interno delle cellule dei tessuti umani, è stata individuata una correlazione con patologie ai polmoni, come fribosi e stati allergici, nei lavoratori del settore tessile, che toccano e lavorano grandi quantità di fibre sintetiche. Queste persone sono “esposte ad una polvere di fibre di plastica”. 

Ma la nube tossica è moto più insidiosa e, invisibile, non coinvolge soltanto categorie di operai a bassa paga nelle industrie del fast fashion, il cui compito è vestire una popolazione umana in continua espansione demografica. “Le particelle di plastica sono una componente rilevante della polvere sottile che, ad esempio, ha un tasso di deposizione nel centro di Londra che si assesta tra 575 e 1008 microplastiche per metro quadrato al giorno”, riferisce questo report di SCIENCE. 

Una constatazione inquietante, che va ad assommarsi a studi anch’essi recenti, pubblicati lo scorso giugno, sull’ovest americano, negli Stati Uniti, in cui un vero e proprio vento denso di microplastiche deposita su 11 remoti parchi nazionali considerati “pure wilderness”, che includono il Grand Canyon e lo Joshua Tree National Park, qualcosa come 1000 tonnellate di plastica microscopica ogni anno.  “Fino a un quarto dei micro pezzi di plastica – che provengono da tappeti, abbigliamento e anche vernice in spray – può finire nelle tempeste che passano sopra le città, mentre il resto viene probabilmente da località ancora più lontane. I risultati, che per per la prima volta considerano separatamente l’origine geografica, si aggiungono alla montante evidenza che questo tipo di inquinamento da microplastica è ormai globale e comune. Abbiamo creato qualcosa che non se ne andrà, sostiene Janice Brahaney, la bio-geo-chimica della Utah State University che ha condotto lo studio. Adesso sta circolando attorno al mondo”.  Ogni giorno arrivano su ogni metro quadrato di terre selvagge 132 pezzi di microplastica. A fine anno si arriva alla cifra simbolo equivalente di 300 milioni di bottigliette di acqua in plastica. Si ritiene che una situazione analoga affligga i Pirenei e l’Artico.  

Un altro problema, correlato a questo, è il fumo tossico ricco di plastica, contaminanti chimici e agenti patogeni (microbi) che si sprigiona in regioni con mega-incendi divenuti ormai parte dei pattern climatici locali, come in California e in Australia a partire dal 2019. 

Essendo le plastiche materiali relativamente recenti non esistono ancora studi abbastanza approfonditi, e cioè fissati su serie abbastanza lunghe di dati, da fornirci un quadro epidemiologico preciso e nitido sui loro effetti bio-tossici. Per ora sappiamo che le microplastiche possono oltrepassare la barriera placentare ed essere metabolizzate fino a finire nelle feci di animali ed esseri umani. Secondo gli autori, è molto utile un confronto con i particolati da combustione perché queste due tipologie di nano-materiali presentano “somiglianze fisico-chimiche, come ad esempio una bassa solubilità, una alta persistenza, un ampio spettro di misure e una natura chimica complessa. Le particelle piccole (meno di 2.5 micron), come quelle da combustione di benzina diesel, sono capaci di superare la membrana cellulare e di innescare stress ossidativo e infiammazione e sono state associate a un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e patologie respiratorie, come il cancro del polmone”. È indispensabile potenziale dunque al massimo la ricerca scientifica orientata a capire “l’abilità delle microplastiche a varcare la barriera epiteliale delle vie aeree, il tratto gastrointestinale, e anche la pelle”. 

I rischi globali coinvolgono, in maniera preoccupante visti i tempi, anche le acque oceaniche. Le microplastiche, infatti, possono agire come “vettori di tossicità micro-biologica”, ossia come trasportatori di batteri opportunistici e potenzialmente patogeni che si attaccano sulla superficie plastica in galleggiamento formando un film (il cosiddetto “biocorona”) e viaggiando così ovunque.

Come per una infinità di altre questioni ambientali, anche sulle microplastiche la verità è che abbiamo a che fare con un problema che ci è già ampiamente sfuggito di mano. L’inerzia globale sulla messa al bando di quanta più plastica possibile con investimenti shock sulle bioplastiche rende molto arduo, ad oggi, pensare ad un inquadramento adeguato di questo inquinamento tanto più subdolo quanto più invisibile. Per ora. 

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Il Gruppo di Stanford ammonisce a smetterla con la post verità nella scienza dell’estinzione

La scienza dell’estinzione si è finalmente rivolta, faccia a faccia, al grande pubblico. È questo il senso dell’appello firmato la scorsa settimana dai migliori ecologi del mondo su FRONTIERS (“Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) e di cui abbiamo già parlato. Basta trasformismi psicologici, autoinganni romantici, devolution e deregulation di responsabilità. E soprattutto basta con la post-verità applicata alla contemporanea condizione del nostro Pianeta nel secondo anno della pandemia. 

Perché Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future dice infatti ciò che qui abbiamo ripetuto centinaia di volte durante il primo anno della pandemia: la catastrofe ecologica è una condizione esistenziale collettiva, le cui soluzioni (faticosissime e ipotetiche) richiedono sacrifici drastici da conteggiare sull’intero apparato mentale e materiale della nostra idea di vita. Demografia fuori controllo, consumismo spietato, stili alimentari gourmet sempre e comunque sono tutti vizi di cui soffriamo indistintamente, e che di fatto non ci siamo mai potuti permettere.

Ma l’indifferenza e l’ignavia di massa di fronte a questo disastro, che continuiamo a non voler vedere, ha le medesime radici della nostra affiliazione intima con la post-verità, quel costrutto di invenzioni manipolatorie auto-assolutorie che negli ultimi 5 anni ha funzionato a pieno regime nell’arena politica. Ma che lavora nel tessuto interstiziale stesso della nostra civiltà globale. Lo ha spiegato lo storico di Yale ( e fellow del viennese Institut fuer die Wissenschaften von Menschen) Timothy Snyder in un saggio must-read sul trumpismo, pubblicato il 9 gennaio su NyTimes: “Quando noi cediamo sulla verità, concediamo potere a coloro che sono dotati di sufficiente ricchezza e carisma per creare, al suo posto, il puro spettacolo. In assenza di un accordo condiviso su alcuni fatti fondamentali, i cittadini non possono formare il corpo della società civile, che consentirebbe loro di difendersi. Se poi perdiamo anche le istituzioni che producono fatti che hanno attinenza con le nostre vite, allora tendiamo ad indulgere in astrazioni astratte e nella finzione”. 

È questa la situazione umana che il gruppo di Stanford, allargato stavolta a colleghi del curriculum altrettanto brillante come William Ripple, un esperto di grandi carnivori e di meta-popolazioni, ha denunciato con l’appello pubblicato da FRONTIERS. La nostra post-verità è insistere nel considerare i dati scientifici come esagerazioni degli ambientalisti, scenari di là da venire, astrazioni ipotetiche non del tutto credibili. Atteggiamento mentale nutrito da una stampa compiacente, di destra e di sinistra, che inocula nell’opinione pubblica seducenti pillole zuccherate sui miracoli della transizione energetica, delle crocchette vegane e della circular economy. Dire una mezza verità serve a disinnescare la verità, a rafforzare il consenso nei confronti dei partiti conservatori e delle élite, a scoraggiare la nascita di un dissenso prima di tutto interiore e psicologico. 

Ed è per questo che credo valga la pena riprendere l’argomento proposto dal Gruppo di Stanford. 

Paul Ehrlich ha segnalato su Twitter una lunga intervista sulla piattaforme indipendente POLITIKAPOLITIKA.COM rilasciata dal suo collega, anche lui autore cofirmatario del paper, Dan Blumstein, del dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva della UCLA. 

Ecco alcune delle riflessioni di Blumstein, che, non fa male ripeterlo, hanno un valore politico, che si ripercuote sulla tenuta delle nostre democrazie e sul modo in cui le nostre società esauste e impoverite reggeranno l’urto nei prossimi decenni. 

“La maggior parte di noi – gli autori del paper – sono scienziati della biodiversità. Ci siamo resi conto che ci sono parecchie cose che vanno nella direzione sbagliata. C’è un movimento consistente nel mondo della conservazione e della scienza sul campo, e anche nella sostenibilità, che incoraggia le persone a dire, le cose vanno male, ma possiamo fare qualcosa. Mi dispiace, ma diventare vegetariano non risolverà questo problema. Dovremmo tutti mangiare meno carne. Volare di meno non risolverà il problema, Dovremmo tutti volare di meno, fino a che non avremo a disposizione delle alternative.  Le cose che ci fanno sentire bene, su cui abbiamo un controllo personale, non potranno risolvere l’enormità del problema. Dobbiamo ammettere che questa è una crisi esistenziale. Questo paper è partito come uno studio piuttosto diverso dal solito, perché ha enfatizzato la reticenza scientifica. Per dirla altrimenti, la casa sta bruciando. Possiamo  anche stare a guardare, ma la casa brucia lo stesso”. 

“Possono anche dirci che siamo degli spacciatori di paura, ma possiamo anche dirla in un altro modo: è questa o no, la realtà che abbiamo davanti? Citiamo 150 studi che documentano in una varietà di ambiti le sfide che fronteggiamo. Questo è spacciare paura? Per come la vedo io questo paper dice come stanno le cose, i fatti. Fate ciò che volere con i fatti. Ma questi sono i fatti. Anche se incutono paura”. 

“Mangiamo una infinità di specie selvatiche e il COVID è niente in confronto a ciò che è possibile. I film apocalittici in cui si vede la trasmissione aerea del virus – che il COVID possiede e in cui potrebbe anche migliorare, che per ora non è così buona. Ebbene, ci sono virus ancora più letali. Il COVID non è fatale tanto quanto potrebbero esserlo le pandemie del futuro. Personalmente credo che il COVID sia una goccia nell’oceano per la minaccia pandemica che sta sopra le nostre teste. La minaccia pandemica è in cima alla lista dei killer di intere civiltà. Credo che stiamo dimostrando un bel po’ di hybris a credere che viviamo ormai oltre le malattie. Esaminando la storia, le malattie sono state un vasto regolatore della popolazione. Non mi auguro certo che tutti muoiano sulla Terra per via di una malattia. Vorrei, però, che la popolazione umana diminuisse grazie ad una maggiore valorizzazione delle donne con l’educazione e il controllo delle nascite”. 

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Come avrai visto, Tracking Extinction è l’unico magazine che ha dedicato così tanto spazio e approfondimento all’appello di Stanford. Il lavoro giornalistico non è mai gratuito, anche quando risponde ad una forte motivazione etica. Tienine conto, considera la possibilità di sostenere questo magazine.

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La surreale analogia tra specie invasive e immigrati

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Le specie invasive non sono dei pericolosi intrusi. Esattamente come i migranti stranieri che tentano di valicare i confini di Paesi ostili, non fanno che rispondere al più ancestrale degli istinti inscritto nel loro codice genetico: muoversi, e in fretta, se le condizioni ambientali si deteriorano, come, ad esempio, quando incombono siccità, desertificazione e alterazione dei pattern climatici. Eppure, entrambi, animali selvatici e immigrati, sono ricacciati indietro, o anche peggio, da leggi ostili. Innaturali. Il motivo di questo rifiuto degli “invasori” poggia su un sostrato di idee razziste vecchie di secoli, che hanno fertilizzato tanto la moderna ecologia quanto le destre xenofobe di Trump, Salvini e Le Pen.

Questo il succo del saggio The Next Great Migration (edizioni Bloomsbury) di Sonia Shah, affermata giornalista ambientale americana che scrive anche per THE ATLANTIC (magazine liberal) e ha pubblicato lavori convincenti sul rischio globale delle zoonosi (Pandemic: Tracking Contagions, from Cholera to Ebola and Beyond). Il libro, presentato come una brillante dissertazione sulle migrazioni (“migration is not the crisis, is the solution”), è in realtà una pericolante architettura, molto ben documentata, di teorie quanto meno provocatorie e di azzardi ideologici spericolati: le specie invasive non sono invasive, la demografia umana non è una questione ecologica scottante (e chi lo sostiene è un razzista devoto alla causa eugenetica), per risolvere l’opposizione politica alle ondate migratorie basterebbe ricordare all’opinione pubblica che i Sapiens sono una specie migratoria e che il mix di talenti e diversità genetica è la migliore ricchezza a disposizione della mega-civiltà globale del XXI secolo. 

Man mano che ci si addentra nel libro della Shah cresce la perplessità sulle intenzioni reali dell’autrice, che non è chiaro se rispondano ad una crassa ingenuità o ad una sconcertante attività di semplificazione, a fini politici, di questioni ecologiche (il biome shift, il mantenimento del potenziale evolutivo, i processi di estinzione, tutti letti nell’ottica analitica dei cambiamenti climatici) su cui, è doveroso dirlo, non abbiamo risposte univoche e certe per il semplice motivo che stiamo vivendo ora, adesso, una condizione ecologica che non ha precedenti né storici né geologici. Shah dimostra anche di non maneggiare con sufficiente competenza e acume la storia delle idee, che, pur essendo costellata di eventi incendiari ed epocali, che funzionano come “monografie della cultura” (la Riforma protestante, l’Illuminismo, il metodo sperimentale di Galileo), funziona più attraverso dei processi non lineari che seguendo il ritmo ben definito di consequenziali passaggi causa-effetto.  Se è lecito denunciare e smascherare, come fa Sonia Shah nella prima parte del libro, il razzismo mostruoso intrinseco alla fase embrionale dell’elaborazione delle scienze naturali moderne (tra Settecento e Ottocento), è sicuramente riduttivo ricondurre ogni madornale errore di interpretazione dell’ecologia come la longa manus dell’ideologia razziale. La scienza procede per ipotesi e per errori e non dovremmo meravigliarci troppo se gli uomini del primo Novecento non avevano ancora introiettato correttamente la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin. E questo perché l’assorbimento di una idea rivoluzionaria, o di un paradigma culturale dirompente, non avviene in modo positivista nelle società complesse, ma segue canali sotterranei, immaginari irrazionali e codici psichici ereditati insieme alle figure del pensiero razionale e critico. Tutto il pensiero storicista e filosofico europeo a cavallo tra Ottocento e Novecento rimarca la rilevanza del fenomeno storico come processo prismatico pulsante di contraddizioni, come già aveva intuito Nietzsche. Purtroppo, Shah dimostra di ignorare la decisiva tradizione filosofica europea, che, proprio in questa epoca di transizione, confusione e distruzione, fornisce invece una indispensabile prospettiva storico-analitica sugli ultimi tre secoli di vicende umane. Nel bene e soprattutto nel male. 

La tesi della Shah è questa: “Entro il 2045 l’espansione dei deserti in Africa sub-sahariana ci si aspetta spinga a fare fagotto e andarsene 60 milioni di abitanti. Entro il 2100 la crescita del livello dei mari potrebbe aggiungere alle loro fila altri 180 milioni di persone (…) Il fatto saliente è chiaro: come i nostri cugini selvaggi, anche le persone sono in movimento. Negli ultimi anni, mentre è diventato più evidente il peso del cambiamento climatico sul modo in cui ci muoviamo, sono emerse nuove prove della centralità della migrazione nella nostra biologia e nella nostra storia. Nuove tecniche genetiche hanno rivelato quanto profondamente le migrazioni affondino nel passato della nostra storia. Nuove tecnologie di navigazione hanno svelato la scala e la complessità dei movimenti umani, e di quelli degli animali selvaggi, attorno al Pianeta. Mentre le nostre future migrazioni possono non procedere abbastanza rapidamente per tenere il passo con la trasformazione del clima, un crescente volume di evidenze suggerisce che le migrazioni possano essere la migliore cartuccia a nostra disposizione per preservare la biodiversità e la resilienza delle società umane”. 

Contro questa ottimistica possibilità lavorano però, secondo Sonia Shah, tre fattori. Il primo: “Sin dalla più tenera età ci è stato insegnato che le piante, gli animali e le persone appartengono a certi luoghi”. Il secondo: “Descrivendo le persone e le specie come originarie di certi luoghi, noi invochiamo una idea specifica sul passato. Essa risale al diciottesimo secolo, quando i naturalisti europei cominciarono per la prima volta a catalogare il mondo naturale. Assumendo come ipotesi che le persone e le creature selvatiche erano state per lo più fisse e ferme nel corso della storia, questi naturalisti diedero un nome alle forme viventi e ai popoli basandosi su quei luoghi, facendo convergere l’uno sull’altro come se fossero stati insieme da tempi immemorabili”.  Il terzo: “Queste tassonomie ormai vecchie di secoli formarono le fondamenta delle idee moderne sulla nostra storia biologica. Oggi, un gruppo di campi di studio, dall’ecologia alla genetica e alla biogeografia, sottolinea i lunghi periodi di isolamento occorsi nel nostro passato ormai molto distante, quando le specie e i popoli rimanevano ben sistemati nei loro habitat, ognuno evolvendosi separatamente nel suo contesto locale”. Il quarto fattore è la conseguenza fatale dei primi tre: “L’immobilismo al centro delle nostre idee sul passato finisce con l’etichettare di necessità i migranti e le migrazioni come anomale e distruttive. Ancora all’inizio del ventesimo secolo i naturalisti liquidavano la migrazione come un comportamento ecologicamente inutile e anche pericoloso, avvertendo dei pericolosi risultati del lasciar muovere liberamente gli animali in migrazione. I conservazionisti e altri scienziati lanciavano l’allarme: anche le migrazioni umane avrebbero fatto erompere la calamità biologica”. 

Ecco allora che, per capire le migrazioni, bisogna addentrarsi nella storia del pregiudizio razziale nei confronti dei neri di origine africana. Questa è sicuramente la parte meglio argomentata e più equilibrata del libro. Il ribrezzo verso gli Africani ne viene fuori come una sorta di ereditarietà culturale, che per tre secoli e fino ai giorni nostri, considerati i fatti di Capitol Hill dello scorso 6 gennaio, ha intossicato in egual modo scienze e politica. Come ha titolato in prima pagina VOX qualche giorno fa sui datti di Washington, “whitness is at the core of the insurrection”. 

Il primo a salire sul banco degli imputati è Linneo, il padre della tassonomia moderna, che Sonia Shah dipinge come un moralista ossessionato dal sesso. Linneo “era affascinato dall’ordine, ma come storico della natura era chiamato a descrivere la biodiversità del mondo in tutto il suo selvaggio e dinamico caos”. La domanda a cui il giovane snob svedese doveva rispondere, da dove vengono le specie animali e vegetali, cadeva fatalmente in una epoca in cui i viaggi atlantici e il colonialismo in nuovi continenti spingeva avidità, entusiasmo e curiosità oltre i limiti del pensabile: “compagnie come la Dutch East India Company mandavano battaglioni di esploratori e coloni nelle contrade più remote del mondo per saccheggiarne le risorse”. Chi tornava da queste spedizioni spesso esagerava, inventava e fantasticava rammentando la stupefacente varietà di animali, piante e popoli incontrati.  Voltaire stesso si inventò un popolo delle foreste del Congo Basin, con gli occhi rossi e una aspettativa di vita di 25 anni. Fino alle soglie del Settecento, spiega Sonia Shah, artisti e geografi tendevano a rappresentare gli altri popoli come tutto sommato simili agli Europei: “un dipinto del 1595 che ritraeva i cosiddetti Ottentotti, un gruppo di Africani non meglio identificati, li dipingeva come ‘uomini dal classico aspetto greco’, come ha sottolineato la storica e biologa Anne Fausto-Sterling. Allora, il colore della pelle valeva più o meno come il colore dei capelli ai giorni nostri , qualcosa che noti ma che è un dettaglio sociale insignificante”. 

All’inizio del ‘700, però, cambia il copione. La diversità etnica e culturale non è più una nota a piè di pagina, ma un vero e proprio shock collettivo nel cuore delle società europee, i cui esploratori e commercianti viaggiano a migliaia di chilometri dalle confortanti certezze del Vecchio Mondo. L’Africano viene messo in mostra nelle esibizioni itineranti, è un oggetto di stupore e di orrore, tanto quanto i fossili o le stranezze biologiche delle Wunderkammer o degli animali esotici chiusi nelle menagerie. Il punto, adesso, non è solo collocare i non Europei nel loro giusto posto all’interno dello schema generale della vita, ma anche darsi una spiegazione convincente del perché gli Africani hanno la pelle scura. Nel 1702 il francese Alexis Littré conduceva ricerche anatomiche sugli organi sessuali dei neri maschi per trovare “l’origine della negritudine”; e, a fine secolo, George Cuvier, lo stesso naturalista che di fatto scoprì l’estinzione come fenomeno ricorrente nel regno animale, affermò che “i genitali degli Ottentotti sono simili a quelli delle femmine di mandrillo e dei babbuini”. 

È questo il contesto culturale in cui Linneo dà alle stampe il suo Sistema Naturae (1735): “la tassonomia di Linneo era una ‘forma di colonizzazione mentale e un modo per costruire un impero (form of mental colonising and empire-building), uno strumento potente nelle campagne di conquista dell’Europa, scrive lo storico Richard Holmes. Ogni creatura vivente, ovunque, avrebbe dovuto trovare il suo posto entro questo ordine”. Per Linneo, il fatto che le specie migrassero o addirittura che si estinguessero era inconcepibile: ciò che lui e i suoi contemporanei vedevano in natura era stabile in quanto deciso da Dio: “è impossibile che alcunché di concepito in essere dal Creatore onnipotente possa mai scomparire”. Da qui ebbe origine la teorizzazione scientifica della separazione tra le razze umane e della inferiorità del nero africano. Ogni specie, essere umano compreso, occupa una nicchia precisa e immutabile all’interno di una categoria biologica distinta “ognuna omogenea e specifica”. Per questo Linneo classificò Homo sapiens in 4 specie distinte: Europeo, Americano, Asiatico e Africano. Linneo ipotizzata, in conversazioni informali, che in realtà “Homo sapiens afer fosse una sottospecie non del tutto umana, anzi discendente di un incrocio tra un essere umano e una scimmia troglodita”. Ma non facciamoci illusioni sulla cattiva fede di un singolo uomo: il sistema di Linneo fu presto celebrato come una altra, strabiliante conquista del genio umano. Nel 1774 Luigi XV ordinò venisse  introdotto ufficialmente in tutta la Francia. Rousseau e persino Goethe spesero parole di apprezzamento per il catalogo della vita firmato Linneo. 

A questo punto sono ormai poste le solide fondamenta su cui erigere l’impianto, allora nelle sue fasi iniziali, dell’economia schivabile e coloniale, che, racconta la Shah, non finisce certo con la Guerra Civile Americana. Le convinzioni razziali di matrice europea percolano nella politica americana all’inizio del Novecento, quando arrivano negli Stati del Nord del Paese non solo immigrati stranieri (27 milioni tra il 1880 e il 1930), ma anche, tra gli anni Venti e Trenta, 6 milioni di cittadini americani neri del Sud. È questa gente che continua ad essere guardata non solo con sospetto, ma soprattutto con disgusto, come un corpo estraneo nel seno dell’America bianca di origine, appunto, europea. La stagione è propizia perché le scienze naturali, ormai inquinate dall’ideologia razziale, stringano un patto di alleanza con la sensibilità proto-ecologista, e cioè con la preoccupazione per il destino dei grandi spazi selvaggi americani e di animali come lupi, orsi, linci, puma, bobcat, bisonti. Da qui in avanti secondo l’autrice diventa molto difficile districare dove finisce la politica e dove comincia la scienza in un nuovo amalgama di idee conservatrici sulla protezione della wildlife, l’esigenza di tenere l’America il più impermeabile possibile agli stranieri e la salvaguardia genetica dei bianchi contro l’ibridismo con i neri. Come a dire che se ami la natura sconfinata non puoi tollerare che l’America sia invasa da orde di individui geneticamente inferiori o minorati. La New York di questi anni, per intenderci, i è quella ritratta da L’Alienista, l’acclamata serie Netflix. 

Due figure spiccano in questo rigurgito di pruderie, puritanesimo e fascismo: Madison Grant, fondatore del Bronx Zoo, e Henry Osborn, un noto paleontologo, che contribuì alla nascita del Natural History Museum di New York. Entrambe queste istituzioni sono tutt’oggi punti di riferimento indiscussi della ricerca scientifica, dell’ecologia e, per quanto riguarda il Museo, degli studi sulla biologia evolutiva. Al Natural History lavorava negli anni ’80 Stephen Jay Gould. Grant si spese perché il suo Zoo esponesse, nella gabbia delle scimmie, Ota Benga, un uomo originario del Congo. E insieme al suo amico e sodale Osborn divenne il principale promotore della “scienza della razza” e della moderna eugenetica. I tratti somatici e le doti cognitive “sono tratti ereditati che passano attraverso le generazioni come pietre lungo una gola di montagna, insensibili a condizioni esterne o all’influenza di altri tratti”. Una alimentazione adeguata, scuole pubbliche, musei e migliori condizioni abitative non possono nulla contro la condanna genetica di coloro che appartengono a tipi inferiori e sottosviluppati. Ma se il plasma generativo (germplasm) dei neri entra nell’organismo dei bianchi lo può corrompere con effetti razziali devastanti. Il MIT di Boston e l’Università di Harvard ospitano conferenze in cui brillanti ricercatori a contratto nelle scienze sociali e naturali parlano su questi toni. L’America si appresta a diventare una fortezza razziale. Charles Davenport, zoologo di Harvard, si schiera contro l’immigrazione e i legami misti con queste motivazioni: “gli Americani diventerebbero presto più scuri nella pigmentazione, più bassi di statura, più instabili, più predisposti alla musica e all’arte, più propensi al furto, al rapimento, all’aggressione, all’omicidio, allo stupro e alla immoralità sessuale”. Grant, del resto, era ancora più chiaro: “il miscuglio di generi genetici (miscegenation) è il primo passo verso l’estinzione”. Lungi dall’essere l’infame privilegio della sola legislazione nazista, i provvedimenti giuridici a sfondo razziale sono state una componente strutturale della politica americana tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1916 Grant diede alle stampe il suo libro “The passing of the great race”, “in cui esplicitò le sue idee sulle origini profonde, biologiche e storiche della gerarchia razziale, nonché il pericolo insito nel metterla a soqquadro con le migrazioni”. Non solo il libro divenne un best seller, ma la eugenetica si impose nelle migliori università del Paese. Tra il 1914 e il 1918, ricostruisce Shah, le cattedre di eugenetica passarono da 44 a 376. Su queste fondamenta venne scritto l’Immigration Bill del 1923, che stabilì che l’80% degli immigrati ammessi per quota annuale negli Stati Uniti dovevano essere di origine caucasica. Fu per questo motivo che migliaia di ebrei in fuga dalla Germania prima del 1939 non riuscirono ad ottenere il visto di ingresso negli USA. Tutti, qualunque fosse la loro origine, furono descritti durante il dibattito al Congresso per l’approvazione della legge, “foreign biomatter”, materiale biologico estraneo. La razza venne espunta dai criteri con cui un immigrato veniva ammesso in America soltanto nel 1965. 

Da qui in avanti il libro, però, si arena, e implode sulla sua stessa tesi iniziale. Nello sforzo titanico di difendere il paradigma migratorio, come se bastasse riconoscerne l’indubitabile appartenenza al novero dei meccanismi biologici ed ecologici fondamentali di migliaia di specie, Homo sapiens compreso, per renderle più digeribili all’opinione pubblica in un mondo sovraffollato e in perenne overshooting di risorse, Sonia Shah tenta, senza successo, di negare altrettanti fatti incontestabili delle scienze naturali. Shah segue ad esempio con compiaciuto  compatimento la vicenda quasi surreale di Charles Sutherland Elton, un timido zoologo di Oxford che, per puro caso, nel 1924, in una sperduta libreria di Tromso, in Norvegia, si imbattè in un libro che raccontava la storia dei lemming, i piccoli mammiferi che parevano suicidarsi in massa gettandosi dalle scogliere norvegesi. A quell’epoca non solo non era ancora chiaro che cosa regolasse i cicli di popolazione delle singole specie; soprattutto, si sapeva ancora troppo poco degli animali all’interno dei loro habitat per accordare i dati raccolti sul campo con le scoperte di Darwin. Gli esploratori alla NATIONAL GEOGRAPHIC sono una versione davvero molto recente dell’ecologia con gli stivali sporchi del fango delle foreste tropicali o degli appostamenti nelle savane africane per osservare i grandi predatori a caccia. Elton si convinse che il comportamento dei lemming era dovuto alla sovrappopolazione, ci scrisse un paper e divenne una autorità in materia. La distorsione che Sonia Shah riesce ad elaborare su questa pagina della storia della scienza è fenomenale. Appigliandosi in modo pretestuoso ad un errore madornale (le specie non scelgono il suicidio per ridurre il proprio peso sul proprio habitat) l’autrice isola infatti il concetto su cui costruire la sua lettura ideologica delle migrazioni attuali: la sovrappopolazione. Per dimostrare che chiunque osi oggi discutere della iper-demografia di Homo sapiens è un razzista,  e che per questo motivo c’è opposizione ai movimenti migratori indotti dal cambiamento climatico, Shah amplifica i bias e le lacune sperimentali di ricercatori che tentarono, influenzati dal background culturale del loro tempo, di capire come le specie si adattano, prosperano e stanno dentro il proprio habitat.

Non c’è da stupirsi che il nemico giurato della Shah sia dunque, nel più incredibile capitolo di questo libro, Paul Ehrlich, ecologo emerito della Stanford, che non è solo, ormai superati gli ottanta anni, tra i più rinomati ecologi del mondo, ma è anche, forse soprattutto, uno scienziato con la schiena dritta, che non ha mai rinunciato al suo punto di vista nonostante le infami accuse politiche mosse contro di lui da lobbies di presunti ambientalisti, che, ben protetti dal loro status sociale di ricchi benestanti, non hanno la più pallida impressione diretta di cosa significhi vivere in una baraccopoli senza nessuna prospettiva di miglioramento delle proprie condizioni umane ed esistenziali. Ehrlich sarebbe un “neo-malthusian ecologist”, del pari di un altro luminare emerito, e cioè il professor E.O.Wilson, che ha commesso l’errore di parlare sinceramente sul diritto delle specie animali di avere per sé il 50% del Pianeta. Citando fuori contesto una nota di Ehrlich sulle città indiane nel 1966 (“the streets seemed alive with people”) Sonia Shah insinua che Ehrlich e la moglie nutrano una certa ripugnanza per le genti asiatiche e che su questo senso di assedio abbiano costruito le loro osservazioni e valutazioni sul pericolo di una espansione illimitata della popolazione umana. Quel che è francamente indecente è che Shah, pur essendo di origine indiana, non citi nessun autore o scrittore indiano che presenti una lettura delle vicende antropologiche recenti del subcontinente in sintonia con Ehrlich e con tutti coloro che, oggi, pubblicando in peer review, mettono la sovrappopolazione in cima alla lista dei nostri problemi ecologici. Amitav Gosh, ad esempio, ha spiegato in modo estremamente equilibrato come India e Cina siano state travolte dal modello economico capitalista dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonostante molti pensatori di punta avessero messo in guardia quelle società dalla pericolosità della dimensione mentale della crescita infinita. 

Gosh cita un pensiero di Ghandi del 1928: “Dio non voglia che l’India debba mai abbracciare l’industrializzazione alla maniera dell’Occidente. Se una intera nazione di trecento milioni di persone dovesse intraprendere un simile sfruttamento delle risorse, il mondo ne resterebbe spogliato, come da una invasione di cavallette”. Anche in Cina, continua Gosh, “l’industrializzazione e il consumismo incontrarono forti resistenze all’interno delle tradizioni taoista, cionfuciana e buddhista”. E soprattutto, Gosh è di una lucidità sorprendente sulla questione demografica, proprio mentre discute degli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro imminente futuro, e sul loro peso morale: “In Cina, la consapevolezza dell’importanza dei numeri ha portato all’adozione della politica del figlio unico, recentemente abbandonata, una misura che, pur provocando terribile sofferenza, è riuscita a contenere la popolazione del Paese a un livello molto inferiore a quello che avrebbe potuto altrimenti raggiungere. Indubbiamente repressiva e draconiana, questa politica, dalla prospettiva rovesciata dell’epoca del surriscaldamento globale potrebbe un giorno essere considerata una misura prudenziale di grande portata. Perché, se è vero che l’avvento della crisi climatica è stato accelerato dall’industrializzazione dell’Asia continentale, possiamo essere certi che, aggiungendo all’equazione diverse centinaia di milioni di consumatori in più, la cruciale soglia delle 350 parti per milione di anidride carbonica nell’atmosfera sarebbe stata superata molto prima”. 

Le attuali simpatie anti-immigratorie che circolano negli Stati Uniti non sarebbero dunque solo una responsabilità della mancata elaborazione del passato coloniale e schiavile, marcato a fuoco da una economia che prospera su rampanti apartheid di diseguaglianze su base etnica, ma dalla complicità implicita dei maggiori colossi dell’ambientalismo americano: la McArthur Foundation (che si occupa di upcycling e plastica), il Sierra Club, la Nature Conservancy, la Audoubon Society, la stessa Università di Stanford. Sino ad arrivare a questa affermazione: “i paladini anti-immigrati alla Bannon hanno immaginato una versione del passato che i biologi hanno difeso per secoli”. Ecco perché, a parere di Sonia Shah, le teorie di Elton, condensate nel libro del 1958 The Ecology of Invasion by Animals and Plants, divennero delle linee-guida per la gestione dei parchi nazionali un po’ ovunque, formando la base di quella che Shah definisce con biasimo la “invasion biology” e cioè la biologia che studia l’impatto delle specie invasive. Secondo Elton, infatti, “col tempo, gli invasori avrebbero preso il sopravvento, espulso gli abitanti originari e lasciato impoverito l’intero ecosistema. Gli invasori selvatici, questo il suo avvertimento, avrebbero alla fine ‘ridotto le ricche faune continentali a un solo gruppo di faune su tutto il mondo, le più resistenti’. Essi avrebbero cioè innescato una ‘catastrofe ecologica’”.

I biogeografi concedevano che il tipo di dispersioni sulle lunghe distanze ipotizzate da Darwin potessero occasionalmente essersi verificate, ma d’altronde continuavano a spiegare le migrazioni come avvenimenti coerenti con il luogo di appartenenza delle specie: erano il modo in cui gli animali erano arrivati là dove dovevano essere e rimanere. Il biogeografo Gary Nelson chiamò la teoria delle dispersioni sulle lunghe distanze di Darwin ‘scienza dell’improbabile, del raro, del misterioso e del miracoloso’. Il concetto stesso era ‘negativo, sterile e superficiale’, aggiunse lo zoologo Lars Brundin. ‘Offende una mente capace di critica’.

Perché questo è un libro che mistifica la realtà? Perché la semplifica. 

Innanzitutto, il fatto che ecologia e biologia abbiano scoperto e studiato le migrazioni soltanto nella seconda metà del Novecento non ha nulla a che vedere con il problema demografico attuale. Sono due ordini di realtà e di storia della scienza distinti. Anche la storia della cultura, proprio come il dipanarsi delle scoperte scientifiche basate su metodo sperimentale, non segue percorsi simili ad autostrade predefinite. Invece, sia la nostra iper-demografia che i cambiamenti climatici, entrambi fattori migratori, sono il prodotto, complesso e secolare, del peculiare carattere ecologico dei Sapiens. In altre parole, la nostra abilità di costruzione di nicchia (trasformare l’intero Pianeta nel nostro personalissimo esperimento di uso delle risorse biologiche) ci pone in una posizione assolutamente unica. Verso i nostri simili, e verso le altre specie. Ridurre il concetto di migrazione e soprattutto l’opposizione politica ad accettare i migranti, dirompente e feroce, che cova sotto il perbenismo delle società occidentali più ricche, ad un unico fattore causale – il razzismo di matrice settecentesca – è una banalizzazione estremista. La progressiva scoperta dei fenomeni ecologici, e del modo in cui, quindi, i meccanismi di funzionamento biologico del Pianeta vivente si sommano, si sovrappongono ed entrano ormai in conflitto con la cultura dei Sapiens segue un andamento dialettico, non monocausale. Come ha detto saggiamente il grande storico George Mosse: “occorre portare sulla scena gli individui, con i loro desideri e i loro miti, che non sempre sono direttamente determinati da quel che si dice la loro oggettiva collocazione di classe. A questo riguardo, è più facile trovare una falsa coscienza anziché una coscienza vera. E poiché la storia è ancora fatta dagli uomini e poggia sugli uomini, sono convinto che tutto ciò rientri a buon diritto nella dialettica storica (…) dobbiamo abbandonare un tipo di analisi positivista, non mediata, a favore di un approccio fondato sulla mediazione dialettica”. 

Gli invasion biologists che predissero una Armageddon ecologica indotta dalle specie in movimento avevano sottostimato la scala e la velocità dei movimenti selvatici, la maggior parte dei quali non era stata distruttiva. Una analisi ha mostrato che soltanto il 10% di tutte le specie introdotte ex novo si è infine stabilita nella sua nuova casa, e che soltanto il 10% di queste ha poi prosperato in modi che possono minacciare le specie già residenti. Condannare tutti i newcomer come inevitabilmente dannosi li biasima per trasgressioni commesse dall’1% dei membri del loro gruppo.

Questo tipo di rigidità monocausale forza Shah a costruire l’iperbole concettuale che campeggia al centro di questo libro: lo sdoganamento delle specie invasive non come, appunto, specie aliene, bensì come newcomers dallo straordinario potenziale biologico. Va ricordato innanzitutto che le specie invasive sono considerate una minaccia ecologica dalla comunità scientifica internazionale e che per questo motivo figurano nella lista degli Obiettivi di Aichi, nell’Obiettivo numero 9 (Global Biodiversity Outlook 5): “Entro il 2020, le specie invasive aliene e i loro percorsi sono stati identificati e inseriti tra le priorità, le specie prioritarie sono state poste sotto controllo o eradicate e sono state tradotte in essere misure per gestirne i percorsi, prevenendone così l’introduzione e il radicamento”. La lotta alle invasive (800 specie di mammiferi invasivi eradicati a partire dal 2010 worldwide) è considerata una “lotta contro le estinzioni globali”. Sempre secondo il Global Biodiversity Outlook: “Lo IUCN Global Register of Introduced and Invasive Species mostra che il numero cumulativo di specie invasive aliene è aumentato dell’ordine di 10 dal 2000 al 2010, aggiungendo altre 30 specie”. E il motivo è che “gli sforzi per combattere l’invasione di specie straniere non sono riusciti a tenere il passo con l’intensificarsi della globalizzazione e in particolare con l’espansione massiccia dei commerci”. Il ritmo di importazioni ed esportazioni è triplicato dal 2000. Mentre dunque le specie in movimento a causa di trasformazioni ecologiche del proprio habitat – il cosiddetto biome shift – si spostano cercando condizioni climatiche e ambientali simili a quelle originarie, le specie invasive non avevano, per così dire, nessuna intenzione di arrivare dove sono arrivate, magari dall’altra parte dell’oceano Atlantico o Indiano. In entrambi questi casi lo scenario innescato non è rose e fiori: è piuttosto una scommessa, un rischio per alcuni mortale, e una partita apertissima per i newcomers che dovranno adattarsi a un habitat sconosciuto, attraverso risposte adattative che richiedono tempo. Le specie in fuga da un habitat a clima alterato incontreranno sulla loro strada, al contrario di quanto sembra credere Shah, non geografie sconfinate e wild, ma una selva di autostrade, insediamenti umani e industrie. E da questo fattore al suolo – noi uomini siamo ovunque – dipende il rischio di estinzione per specie che potrebbero non riuscire ad insediarsi in nuovi spazi adatti a loro. A queste incertezze si somma la imprevedibilità dei tipping point e dei turning point innescati dal riscaldamento del Pianeta negli ecosistemi di ogni continente. I tipping point sono i punti di non ritorno, oltre i quali il passaggio ad un regime climatico e quindi ecologico diverso è irreversibile. I grandi incendi del 2020 in California e nell’Ovest americano hanno invece posto all’attenzione generale un altro tipo di soglia-limite, e cioè il turning point. Un turning point segna il momento in cui, per opera di ripetuti eventi climatici severi come ad esempio, appunto, un mega-incendio o una mega-siccità, è compromessa la capacità di una foresta o di una prateria di rigenerarsi dopo il picco di stress ecologico. Tutti questi fattori entrano in sinergia coinvolgendo le specie che abitano un certo habitat. Di conseguenza, il livello di interazioni ecologiche che deciderà (tempo rigorosamente al futuro) se una specie invasiva avrà successo è dei più complessi. Ma lo stesso si può dire sulla potenzialità di risposta delle specie endemiche. 

L’insuccesso nell’eradicare una specie invasiva può significare una impotenza complessiva di fronte all’enormità dei cambiamenti ecologici in corso sul nostro Pianeta. Ma ciò non indica, in automatico, che lasciar decadere e disintegrare gli equilibri ecologici di un habitat sia, tout-court, una opzione altamente preferibile. La verità è più sfumata e comprende purtroppo, non di rado, una umana incertezza su cosa sia meglio fare. L’obiettivo, ideale e pragmatico, è, non va mai scordato, contenere l’ondata di estinzioni che affligge la nostra epoca e che rappresenta un indubitabile impoverimento biologico dal rischio immane. Questi sono dilemmi scientifici e politici di cui Sonia Shah sembra non voler sapere nulla. 

Mentre condanna come discipline partigiane e razziste gli ambiti di ricerca ecologica avviati negli anni ’80: “la conservation biology, la restoration biology e la invasion biology – tutte finalizzate a seguire e rintracciare i danni provocati dagli animali selvatici in movimento, che attraversano i confini”. 

Un esempio fresco di cronaca dimostra la superficialità di questa impostazione.

Entro gennaio, lo U.S. Department of Agriculture (USDA) annuncerà formalmente “la sconfitta lungo il fronte di lotta” contro un devastante insetto invasivo, e cioè un tipo di coleottero, il minatore smeraldino (Agrilus planipennis), originario dell’Asia che ha devastato le foreste di frassini del Nord America orientale e centrale, e del Canada meridionale, a partire dal 2002. Il Governo ha deciso di interrompere le procedure di quarantena per il legno che viene dalle aree infette e di usare, invece, per controllare la proliferazione dei coleotteri, una seconda specie non autoctona, e cioè un tipo di vespa anch’essa asiatica che parassitizza il minatore smeraldino deponendovi le sue uova. 

SCIENCEMAG: “La proposta dello USDA ha ricevuto 150 commenti. Alcuni scienziati e gruppi sostengono la decisone, in parte per scarsità di risorse economiche. Ma altri ritengono che il ritiro dello USDA potrebbe impedire gli sforzi per prevenire la diffusione del coleottero negli Stati occidentali non ancora infestati e anche in Messico, che oggi possiede le uniche e numerose popolazioni finora conosciute di specie di frassino. Le autorità dell’Oregon, ad esempio, temono di perdere il frassino dell’Oregon, un importante albero che cresce lungo i fiumi. Altri esperiti sono preoccupati per i budget delle municipalità cittadine, che potrebbero essere consumati per rimuovere migliaia di frassini morti, se i coleotteri attaccheranno le foreste urbane. Diverse tribù Native Americane hanno poi detto che questa decisione metterà in pericolo i frassini sulla loro terra, frassini che sono vitali per pratiche di valore culturale come l’intreccio di ceste”. 

Che il concetto di “nicchia ecologica” sia stato sfruttato o manipolato ideologicamente non cambia il fatto che ogni specie si è evoluta per stare in un certo contesto, ha cioè sviluppato un adattamento specifico all’interno di un ecosistema. Questo non significa che le popolazioni siano statiche o sedentarie: se c’è abbastanza spazio, alcune di loro tenderanno a espandersi, allontanandosi dal nucleo principale e, nel corso del tempo, differenziandosi dai loro parenti ormai lontani. In ogni popolazione, inoltre, compaiono a random mutazioni che, soggette a selezione naturale, sono il meccanismo evolutivo con cui avviene la speciazione. Anche la dispersione degli individui di sesso maschile, come avviene in alcune specie di grandi mammiferi, ad esempio tra i predatori, segue un movimento analogo. Cercare un luogo in cui creare il proprio territorio di caccia e di riproduzione significa prendere le distanze geografiche dal branco in cui si è nati. Sono i meccanismi funzionali che Darwin aveva intuito perfettamente e che oggi stanno al centro della conservazione di ciò che resta delle faune oloceniche, di nuovo in modo problematico e negoziale. Le aree protette dovrebbero essere abbastanza estese da garantire il perpetuarsi di questi meccanismi e i corridoi ecologici dovrebbero aiutare a disegnare schemi di protezione geografica in armonia con gli insediamenti umani. Ma chiunque si occupi di conservazione sa benissimo che la questione è esattamente questa: come, letteralmente, fare spazio per gli animali con una iper-demografia umana fuori controllo? Pretendere di tessere l’elogio delle migrazioni animali senza affrontare il nodo morale della sovrappopolazione è quanto meno disonesto. 

E altrettanto manipolatoria è la seguente affermazione: “Se le preoccupazioni dei biologi esperti in specie invasive e di altri scienziati sulla minaccia posta dalle specie in movimento è suonata familiare a quelle di coloro che fanno speculazioni sui migranti umani, ebbene è perché questa familiarità c’è davvero. Il tipo di azioni correttive richieste è simile, ebbene sì. Non bisognerebbe allentare la maglia dei confini, dare il benvenuto o favorire l’assimilazione dei nuovi venuti. Gli intrusi devono essere eradicati”. 

Per quanto ripugnante possa essere il razzismo, la scala dei problemi ecologici attuali rende l’avversione alle migrazioni umane un detonatore politico insidioso, che non dovrebbe essere sottovalutato, e che invece viene dismesso come esagerazione filosofica o ambientalista. Come hanno scritto alcuni tra i migliori ecologi del mondo ( Dirzo, Ripple, Ceballos, tra gli altri) in un paper durissimo uscito il 13 gennaio scorso sulla piattaforma FRONTIERSIN.ORG (di cui parleremo presto, Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future): “La fertilità media nel mondo continua ad essere sopra la soglia di sostituzione (NDR, il numero dei nuovi nati si equipara al numero dei morti) e cioè 2-3 figli per donna), con una media di 4.8 figli per donna in Africa sub-sahariana e una fertilità di oltre 4 figli per donna in molti altri Paesi (Afghanistan, Yemen, Timor-Leste). Il miliardo punto 1 di persone che vivono oggi in Africa Sub-Sahariana – una regione che ci si aspetta subirà ripercussioni particolarmente severe dai cambiamenti climatici – si suppone raddoppierà nei prossimi 30 anni (…) Grandi volumi di popolazione e la continua crescita sono implicati in molti problemi sociali. L’impatto della crescita della popolazione, combinato con una imperfetta distribuzione delle risorse, conduce ad una massiccia insicurezza alimentare. Secondo alcune stime, 700-800 milioni di persone soffrono privazioni alimentari gravi e 1-2 miliardi sono sottonutrite o malnutrite (…) Più persone significa più produzione di fibre sintetiche e più plastica pericolosa usa e getta, molta della quale contribuisce ai processi di tossificazione della Terra. La demografia in continua crescita aumenta anche la eventualità di pandemie, che alimentano una caccia sempre più disperata per le scarse risorse disponibili. La crescita della popolazione è anche un fattore eziologico di molte malattie sociali, l’affollamento e la mancanza di lavoro, sino al deterioramento delle infrastrutture e a cattivi governi”. Lo scenario che abbiamo davanti non è quello di un razzismo alla BREITBART che usa le migrazioni come arma politica per i suprematisti bianchi; lo scenario che abbiamo davanti è invece quello di una progressiva e ormai rapida erosione delle risorse naturali che amplifica le migrazioni che, a loro volta, possono così facilmente essere cooptate come strumento politico da estremisti in giacca e cravatta. Tra 45 giorni Istanbul potrebbe non avere più acqua a causa della peggiore siccità degli ultimi 10 anni. La Turchia è uno dei Paesi chiave della crisi migratoria cominciata nel 2015. 

In definitiva, la Shah sembra lavorare su elementi storici che poi distorce, fallendo a bella posta nel collocarli in una corretta prospettiva storica e facendo di tutta una erba un fascio. Se nel 1950 un gigante assoluto della paleontologia evolutiva come Theodosius Dobzhansky (citato tutt’oggi come uno dei padri della lettura moderna della teoria dell’evoluzione dei viventi) ebbe delle perplessità a firmare la Dichiarazione delle Nazioni Unite che condannava la razza come concetto razzista, ciò non fu dovuto ad una qualche forma di criptorazzismo inconscio, bensì, molto più probabilmente, alle difficoltà del pensiero scientifico di leggere gli assunti fondamentali della teoria evolutiva nella concretezza della evidenza biologica. C’è voluto un secolo perché la teoria di Darwin, pubblicata nel 1859, venisse completamente introiettata. Questo ritardo, che oggi ci può apparire di una lentezza incomprensibile, dovrebbe essere analizzato e discusso non come elemento di un razzismo imperituro nelle scienze naturali, bensì come un esito della storia delle idee. La modernità, infatti, non è affatto quel trionfo della razionalità che il pensiero neo-positivista ancora oggi ci induce a dar per certo. Ed è per questo che alberga contraddizioni estreme. “Quel che i philosophes in concreto volevano era lo spirito critico; essi volevano sottoporre ogni cosa alla critica. E da questo punto di vista in nessun modo appaiono come antenati dell’autoritarismo. Ma poi c’è il rovescio della medaglia”, ha scritto George Mosse, “quella che io chiamerei la faccia oscura dell’Illuminismo, e che è stata messa in evidenza non soltanto da Talmon, ma anche dai teorici tedeschi della cosiddetta Scuola di Francoforte, Horkheimer e Adorno. Questo filone ha scorto nelle teorie astratte dell’Illuminismo, nel suo intellettualismo, una dimensione spersonalizzante che precorre il positivismo moderno. È una idea che mi sembra giusta, come è vero che è questa sorta di spersonalizzazione figlia dell’Illuminismo a produrre la prima classificazione razziale”.

Se c’è un insegnamento sociale uscito dal 2020 è che il razzismo ha permeato ogni ambito dell’esperienza umana in modo spesso subdolo e ben mascherato. Stiamo cominciando a vederlo, e ad ammetterlo. Il celeberrimo storico del Nazismo Hugh Trevor-Roper era una autorità nella sua università, Oxford. Eppure, negli anni ’60 affermò: “non esiste una storia africana. Esiste soltanto una storia europea in Africa. Il resto è oscurità”. E prima che arrivassero gli Europei, sul continente c’erano soltanto “poco edificanti scorribande di tribù barbare in angoli di mondo pittoreschi, ma irrilevanti”.  Quanti italiani la pensano ancora così?

L’ecologia non fa eccezione, non ultimo perché la rapacità dei conquistatori oceanici ha permesso all’Occidente di venire a contatto con la ricchezza biologica del Pianeta. Ma The Next Great Migration è un libro sconclusionato e ben poco colto, che sa come fa colpo sui giornali e sui lettori americani lavorando su semplificazioni e dicotomie grossolane, che finiscono con il lasciar germinare storture del tutto opposte, ma analoghe, alla retorica eversiva, emotiva e razzista del Trumpismo. 

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Sudafrica, è fuori controllo l’esportazione illegale di rettili e anfibi

(Lo Huaxi Street Market di Taiwan, da Google)

Persiste, ebbene sì, indisturbato il rischio epidemiologico da circolazione di specie selvatiche senza controlli giuridici affidabili. Da tempo il Sudafrica ne è protagonista. Ma non solo per quanto riguarda il destino dei mammiferi, come i grandi felini. Anche nel traffico internazionale di anfibi e rettili selvatici, attraverso una rete di compratori e rivenditori che commerciano migliaia di animali prelevati dai loro habitat wild senza nessuna regolamentazione profilattica. C’è di che allarmarsi, e molto seriamente, leggendo il report Plundered: South Africa’s Cold-Blooded International Reptile Trade, la terza parte di The Extinction Business, l’enorme investigazione delle due Ngo sudafricane Ban Animal Trading e EMS Foundation dentro il lato infame e oscuro del traffico di specie selvatiche di cui il Sudafrica è, purtroppo, diventato un big player. Il business dell’estinzione, di cui ho parlato diffusamente su questo magazine (a proposito dell’allevamento in batteria di leoni, nel 2018: South Africa’s Lion Bone Trade) e su LA STAMPA (per il traffico di ghepardi verso la Cina, quest’anno a maggio: Breaking Point: Uncovering South Africa’s Shameful Live Wildlife Trade with China), è una minaccia sanitaria su scala globale, che è stata debitamente tenuta sotto silenzio in questi mesi di pandemia e che svela invece un trend economico in ascesa. Un trend che si può riassumere, come emerge anche in questo lavoro di BAN ed EMS, nella volontà politicamente pianificata di sfruttare le risorse biologiche nel modo più indiscriminato possibile, impoverendo ancora di più nazioni – come appunto il Sudafrica, il Benin, il Ghana – già povere, che sono avviate a ritrovarsi con un patrimonio biologico gravemente compromesso negli anni a venire, a tutto vantaggio di flussi di denaro che avvantaggiano Paesi in una posizione di “parassitismo ecologico” sempre più spietato. 

Il solo Sudafrica possiede qualcosa come 400 specie native di rettili. Una miniera d’oro per una classe politica che non riesce a imporre una svolta etica nella propria gestione di una eredità ecologica straordinaria. 

Probabilmente migliaia di anfibi e rettili, spiega il report, finiscononel circuito globale della carne selvatica (bushmeat): tartarughe e anche rane (come ad esempio la rana toro africana, Pyxicephalus adspersus, che gli investigatori hanno trovato in scatole di vetro, ancora vive, nello street market di Tianjin nel 2018). 

Naturalmente questo è un fenomeno non certo solo asiatico o cinese. Tra il 2013 e il 2018 l’Angola ( uno dei mercati di carne selvatica più grandi al mondo) ha importato esemplari di 25 specie di rettili sudafricani listati in CITES (per lo più serpenti). Nonostante i rischi intrinseci allo spostamento, tra continenti, di specie animali fuori dal contesto selvatico di origine, “la scala del commercio globale di animali selvatici, benché enorme, è poco documentato e la sua estensione non completamente chiara. Il commercio di specie selvatiche stimola ormai l’uccisione di animali selvatici nei loro habitat, portando allo loro estirpazione, a perdita di biodiversità e infine al collasso degli ecosistemi”. 

L’ennesima riprova della correlazione fatale tra defaunazione, rischio epidemiologico e crisi ecologica.

Un aspetto ancora più inquietante, tuttavia, è che l’unica arma attualmente disponibile per controllare e regolamentare il commercio di animali, e cioè l’accordo CITES, è una lancia spuntata, come già avevano dimostrato le investigazioni del 2018 e dell’estate del 2020: “entrambi i report discutono diffusamente come buchi e controlli inefficaci nel sistema dei permessi, che include CITES, di fatto rendono possibile il riciclaggio internazionale e il contrabbando di animali selvatici vivi. Una situazione analoga si applica al commercio, anche questo globale, di rettili e di anfibi vivi”. 

Il Sudafrica è, purtroppo, un paese modello in questo senso: “almeno 4500 rettili e anfibi esotici e indigeni sono stati esportati dal Sudafrica fra il 2013 e il maggio 2020”. Tra questi un numero non rintracciabile di 262 serpenti è finito anche nei pet café, caffetterie che tengono, a scopo ornamentale e ricreativo, animali esotici vivi, come in Corea del Sud.

“Il commercio internazionale nella maggior parte dei rettili, degli anfibi e delle aracnidi è sostanzialmente non regolato, spesso illegale e costituisce una industria in crescita in Sudafrica.  I dati sul commercio di queste specie sono inaffidabili e insufficienti, perché la maggior parte dei Paesi non tiene registrazioni o raccolte dati, benché le specie siano listate nelle Appendici della CITES.  Una causa di questo è che, a differenza delle specie cosiddette carismatiche come leoni, elefanti, tigri e primati – percepiti come animali con un più alto valore intrinseco – i rettili, che includono specie come serpenti, lucertole, testuggini, tartarughe, alligatori e coccodrilli, sono considerati e percepiti dal pubblico come creature meno desiderabili, oggetto di stereotipi negativi, e quindi mancano dell’appeal di specie sentite come più vicine all’uomo”. 

Eppure, i rettili sono gli animali che patiscono più crudeltà nel wildlife trade. I rivenditori e gli allevatori tengono in conto tassi di mortalità inconcepibili per i mammiferi: fino al 70% di perdite lungo i diversi passaggi della filiera. Il 50% dei rettili in vendita come pet sono stati catturati in the wild e poi passati per animali nati in cattività. É il crescere della domanda che spinge il mercato a catturare esemplari selvatici, una via più rapida rispetto al mettere in piedi un allevamento. Gli habitat vengono così svuotati, come ha documentato un articolo uscito nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION: “analizzando il commercio di specie di serpenti listate in CITES dal 1975 al 2018 questo studio ha trovato che la maggior parte degli animali sono ancora oggi di origine selvatica”. E negli allevamenti vige lo stesso regime di sfruttamento biologico invalso per i mammiferi del Sudafrica: “per rifornire di pet il mercato, chi lavora per gli appassionanti seleziona geneticamente animali che hanno un certo colore e una certa forma”. 

In Sudafrica, le ambiguità e le carenze legislative che consentono agli imprenditori di fare soldi in questo settore sono sfacciate. Ad esempio, nel distretto del Gauteng, a cui appartiene anche la municipalità di Johannesburg, quando un animale è confiscato dal Dipartimento dello Sviluppo Agricolo e Rurale e consegnato ad uno zoo, o portato in uno zoo da gente comune, questo animale viene immediatamente classificato, da un punto di vista giuridico, come animale “nato in cattività”. E può quindi essere venduto ed esportato. BAN e EMS hanno raccolto prove che indicano che lo Johannesburg Zoo  “è il più grande fornitore di tartarughe leopardo ai commercianti di wildlife del Sudafrica con destinazione mercato internazionale di animali da compagnia”. Ma non è il solo: “I National Zoological Gardens (ossia il Pretoria Zoo) sono stati e probabilmente ancora sono il principale fornitore di tartarughe leopardo per il rivenditore di specie selvatiche Mike Bester. La maggior parte delle leopardo sono state esportate a pet shop, allevatori e online trader di Hong Kong e Germania e come animali da compagnia e cibo a Taiwan e Tailandia”. 

Ma in che modo l’accordo CITES è insufficiente ? 

Intanto, c’è una scappatoia per far passare le dogane anche ad animali listati in Appendix I, cioè le specie a rischio di estinzione che non potrebbero essere commercializzate in nessun modo, intere e vive, o fatte a pezzi (pelle, denti, unghie, pelliccia). Ciò può avvenire, come già aveva spiegato il report Breaking Point lo scorso giugno, se questi animali “sono allevati in cattività in una struttura registrata con CITES e se il commercio avviene per scopi non commerciali”. E cioè, ad esempio, a scopo di conservazione della specie, come sostengono molti zoo. Ma il punto debole è nel modo in cui funzionano i regolamenti CITES per importare ed esportare specie selvatiche: “Sotto la regolamentazione CITES, il Paese che esporta non è tecnicamente tenuto a controllare se gli indirizzi di esportazione sono legittimi. I permessi CITES funzionano ancora con un sistema manuale, soggetto a vaste frodi. Le dichiarazioni false fornite da commercianti, agenti ed esportatori sono dappertutto e anche una volta scoperte non c’è ad oggi una singola violazione che sia stata perseguita. La trasparenza e la responsabilità, due degli elementi di base della governance, sono notoriamente assenti dal sistema di regolamentazione. La tracciabilità, che ha una funzione critica per monitorare e verificare, è, in modo simile, assente e inaffidabile. In altre parole, identificare la vera origine di un qualsiasi animale è di fatto impossibile. Una volta che gli animali lasciano il Sudafrica, non si può più sapere dove vadano a finire”. 

Una seconda carenza di CITES è che “CITES non classifica gli zoo come strutture a scopo commerciale o come imprese”.Gli animali registrati come “nati in cattività” possono quindi tranquillamente essere venduti, perché  la Convezione (CITES) non attribuisce agli zoo la funzione di venditore o di intermediario con i compratori e i broker. Anche se di fatto in un Paese come il Sudafrica, ricchissimo di biodiversità, ce l’hanno eccome. 

Terzo punto, il disallineamento tra i propositi e i principi fondativi di CITES e le regolamentazioni nazionali, che possono bypassare CITES o sfruttarne i punti deboli per favorire gli interessi dei wildlife trader. “La maggior parte delle specie indigene di tartarughe esportate come pet e come cibo sono listate in Appendix II, eccetto che per la tartaruga elmetto. L’Appendix II include specie che non necessariamente sono minacciate di estinzione, ma il cui commercio deve essere rigorosamente controllato e regolato, in modo da evitarne un utilizzo incompatibile con la loro sopravvivenza”, spiegano BAN ed EMS.

“Il commercio di tartarughe non è neanche lontanamente  controllato con serietà in Sudafrica. Le destinazioni finali degli animali per lo più sono sconosciute prima dell’esportazione. L’Autorità scientifica sudafricana non ha messo a punto un NDF completo per le specie di tartarughe indigene, con lo scopo di determinare quale possa essere l’effetto della rimozione di esemplari catturati allo stato selvatico sulla popolazione selvatica. Un NDF è il documento di “non-detriment finding” previsto da CITES per le specie listate in Appendix II, necessario prima del rilascio di un permesso di esportazione”. 

Scenario analogo per i serpenti. “La maggioranza delle specie indigene di serpenti e di lucertole del Sudafrica non sono classificate in CITES. Gli animali possono quindi essere esportati senza che i wildlife trader siano tenuti a dichiarare se quegli animali sono stati catturati allo stato selvatico o allevati in cattività, e lo scopo dell’esportazione non è richiesto”. Di conseguenza, “le autorità sudafricane hanno una scarsa conoscenza del tipo di esportazioni internazionali che coinvolgono specie indigene di serpenti”. Nell’arco temporale preso in esame (2013-2020) il 70% dei serpenti sudafricani è così giunto nelle mani dei pet shop, di siti on line che li hanno rivenduti e di pet café. Uno dei maggiori compratori è stato il Pakistan. 

E, infine, non è inusuale che chi traffica in rettili fuori e dentro le cornici giuridiche ufficiali si occupi anche di mammiferi.  Il report descrive l’attività di Shakeel Malkani, proprietario e direttore di una impresa denominata Animal and Birds Exporter South Africa. Malkani è un pakistano che vive in Sudafrica. È conosciuto per aver esportato una lunga lista di animali oltre confine: uccelli esotici e scimmie in Bangladesh e Pakistan, fennec in Bangladesh e Oman; cuccioli di leone africano, procioni, licaoni, kinkajou, coatis, sciacalli dal dorso nero e serval in Bangladesh. Nel 2019 Malkani ha impacchettato e venduto anche rettili del Madagascar. 

Ma, come dicevamo all’inizio, quel che è massimamente rilevante è che il traffico di animali è internazionale e nessun Paese, neppure nel compiaciuto Occidente, può dirsi innocente. 

L’Unione Europea è “la destinazione principale dei rettili esportati e contrabbandati dal Sudafrica, per lo più come pet. In Cecoslovacchia gli animali sono al terzo posto nella lista dei beni di contrabbando, dopo droga e armi, con le tartarughe tra le vittime più frequenti”. L’Olanda è uno dei big player nel Vecchio Continente.

L’Africa Occidentale (Benin, Togo e Ghana) è la regione del mondo che esporta più rettili, dopo l’America Centrale e Meridionale. Il Ghana ha come mercato di riferimento l’Europa.

La Corea del Sud è il principale importatore di pelli di coccodrillo e di pitone e di rettili non listati in CITES. Gli “animal café” allevano i rettili e li rivendono. 

Il Giappone è il più grande consumatore di animali da compagnia esotici e un punto di ritrovo riconosciuto per i trafficanti di tartarughe. 

I mercati di Karachi, in Pakistan, sono il posto con il più alto numero di specie listate in CITES in vendita in tutto il Paese, alla luce del sole. 

La Russia traffica in rettili rari, anche perché gli zoo privati sono “un status symbol per la gente molto benestante e quindi l’allevamento e il commercio in animali esotici è un business che rende molto bene”. Inoltre, gli zoo russi permettono, del tutto legalmente, di rifornirsi di animali selvaggi quando necessario. 

Taiwan è leader nell’esportazione di rane e di rettili verso il Giappone, ma traffica anche in tartarughe-stella provenienti dall’India ed è naturalmente un “transit hub” con la Cina. Rane, tartarughe e serpenti sono mangiate comunemente a Taiwan. 

Come ha riferito di recente THE ATLANTIC cominciano a non essere poche le voci di coloro che criticano l’impostazione di CITES, per un motivo o per l’altro. Sabri Zain, di TRAFFIC, ritiene che “CITES dipende troppo dal sistema dei divieti, mentre dovrebbe invece aiutare ad assicurare un uso sostenibile delle specie selvatiche che vada incontro ai bisogni delle persone salvaguardando la natura”. Michael ’t Sas-Rolfes, un economista specializzato in sostenibilità e wildlife trade che lavora ad Oxford, definisce CITES “un paziente malato terminale che ha bisogno di seria attenzione”. Se i divieti possono innescare un effetto rebound, e cioè aumentare il bracconaggio e il prelievo illegale, secondo alcuni esperti CITES non è efficace perché, riferisce sempre THE ATLANTIC, il trattato è semplicemente ormai inadeguato per l’ampiezza del problema che dovrebbe regolamentare. Nel 2010 il bando sul commercio dell’anguilla europea già criticamente minacciata “a causa della domanda gastronomica dalla Cina e dal Giappone”, ha motivato la pesca illegale a lavorare ancora meglio. Ogni anno, secondo una stima del 2019, vengono contrabbandate dall’Europa all’Asia 350 milioni di anguille. Brett Scheffers, un ecologo della Università della Florida, è convinto che la wildlife economy è destinata a crescere nei prossimi anni, pandemia o non pandemia: “allo stato attuale delle cose, più di 7.600 specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili vengono commerciati su scala globale, ma Scheffers ritiene che altre 4000 potrebbero aggiungersi in futuro”.

In questo contesto internazionale, in un tipo di crisi biologica di questo tipo, acquista ancora maggiore rilevanza la proposta avanzata lo scorso giugno da Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven, ossia i tre massimi esperti di estinzione al lavoro oggi (in aggiunta a Rodolfo Dirzo della Stanford) nello studio “Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction”, uscito sulla PNAS. La proposta è chiara. La prima cosa da fare è classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda proposta è, visto il silenzio dei grandi media, ancora più sensazionale: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. Commercio compreso. 

Al principio del 2021, mentre l’uscita dal tunnel della pandemia viene sbandierato dai Governi come punto di approdo di una deriva ormai alla fine, la verità è purtroppo un’altra. Manca, su scala internazionale, una cornice giuridica in grado di arginare lo sfruttamento della risorsa biologica, che rappresenta una minaccia sanitaria ed ecologica di portata immane. CITES “non è adeguata al suo scopo (not fit for purpose)”, concludono BAN ed EMS, al termine di un lunghissimo viaggio che, in maniera appropriata, hanno definito sin dal 2018 the extinction business

Se vuoi saperne di più: Wildlife Economy: Africa, Asia e Sud America – dove e perché mangiamo specie in via di estinzione.

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Tigre di Amur, indispensabile il vaccino contro il cimurro canino

(Photo Credit: Panthera on Twitter, 16 giugno 2020)

Il potenziale esplosivo di un virus non riguarda solo le comunità umane. Ma anche i grandi carnivori, che sopravvivono in popolazioni frammentate e poco numerose. La tigre di Amur (Panthera tigris altaica), comunemente nota come tigre siberiana, è in cima alla lista e il patogeno killer è il cimurro canino (Canine morbillivirus), un virus della famiglia dei morbillivirus. I risultati di uno studio appena pubblicato sulla PNAS e condotto nell’estremo nord est della Russia (regione del Primorskii e del Sikothe Alin), in Siberia, l’ultimo habitat della tigre di Amur, conferma questa preoccupazione: “il cimurro è stato identificato per la prima volta fra le tigri di Amur nel 2003 e alcuni casi sono stati confermati nel 2010. Gli anticorpi per questa malattia non c’erano nei campioni di 18 tigri esaminati prima del 2000 e sono invece stati trovati in 20 delle 54 tigri prese in considerazione da allora. Il 54%”. 

Stiamo parlando di una specie che ad oggi conta meno di 554 individui allo stato selvaggio, la condizione perfetta perché un solo patogeno particolarmente mortale abbia un effetto catastrofico, insistendo sulla bassa diversità genetica della specie. 

Ma anche questa è una storia che racconta della linea di faglia sempre più rischiosa e pericolosa di “human encroanchment” e cioè del continuo incrocio tra esseri umani e faune selvatiche, perché il cimurro canino è un virus che ha come ospite di elezione il cane domestico. Dove ci sono gli uomini, ci sono anche i cani, e dove ci sono tigri e cani a soccombere sono, ormai, le tigri. Ma c’è una altra questione che emerge qui: la sovrapposizione di fattori ecologici differenti, che, mixati insieme, rendono sempre più difficili gli sforzi di conservazione e protezione di una specie, quando più punti critici vengono superati simultaneamente. A quel punto, l’equazione diventa non lineare e la buona volontà, o i nobili ideali attorno ad uno degli animali più belli del Pianeta, franano su una realtà fragilissima. 

Gli autori forniscono esempi di eventi devastanti che hanno già coinvolto altri carnivori, e il minimo comune denominatore sono patogeni virali provenienti dai cani domestici: “le malattie infettive sono sempre più spesso ritenute una minaccia di estinzione per i carnivori già in pericolo, e i virus, specialmente quelli associati al cane domestico, sono stati la causa del declino massiccio di diverse popolazioni. Tra questi patogeni, il cimurro canino ha causato epidemie tra i leoni del Serengeti (Panthera leo), tra i lupi etiopi (Canis simensis) e tra le volpi della Channel Island, California (Urocyon littoralis)”. Il rischio di estinzione per la tigre di Amur potrebbe essere fatale entro i prossimi 50 anni, se non si trova il modo di arginare la diffusione del cimurro canino. Ma non sono soltanto i cani dei villaggi il vettore-ospite del cimurro, avverte questo studio a cui hanno collaborato alcuni tra i massimi esperti del grande gatto siberiano, come Dave Miquelle, della Wildlife Conservation Society, che ha trascorso ormai quasi 20 anni con le tigri. 

La Amur, infatti, caccia più mammiferi e vive in un habitat in cui ci sono 17 specie di carnivori, anch’essi potenzialmente ospiti del virus: “gli animali selvatici sono ospite-chiave per il cimurro canino e per la sua persistenza in tutto l’estremo oriente russo e sono una importante fonte di contagio per le tigri in questa regione. Ci sono diversi circuiti potenziali di trasmissione del virus dai carnivori selvatici alle tigri. La recente scoperta del virus del cimurro in un cane procione (Nyctereutes procyonoides) ucciso da una tigre nel Primorskii meridionale suggerisce che la predazione sia uno di questi circuiti di infezione. Specie suscettibili (che includono la donnola siberiana, Mustela sibirica, lo zibellino, Martes zibellina, e il cinghiale selvatico) sono stati osservati attorno ai siti di uccisione delle prede della tigre e per questo costruiscono una possibile opportunità di trasmissione indiretta”. 

Individuare tutti gli ospiti per delimitare una area di rischio per la Amur è sostanzialmente impossibile in una area estesa, con temperature polari in inverno e sostanzialmente tagliata fuori da linee di comunicazione facilmente percorribili. Dove domina la tigre la taiga a conifere è incontrastata. Anche per questi motivi, finora, l’attenzione di tutti è stata su campagne di vaccinazione circoscritte ai cani domestici. 

L’obiettivo di questo studio è stato quindi raccogliere e valutare dati epidemiologici che facessero chiarezza sulla importanza nella trasmissione del cimurro alle tigri dei cani, appartenenti a 37 villaggi, e di 8 specie di ospiti selvatici. I campioni sierologici delle tigri sono stati raccolti dal 2000 al 2014 nella Lazovskii Zapovednik e nella leggendaria Sikhote-Alin Biosphere Zapovednik. 

“I dati genetici (sui ceppi di virus, ndr) mostrano che virus strettamente imparenti stanno infettando un ampio gruppo di carnivori selvaggi che funzionano da ospite attraverso una estesa area geografica già da parecchio tempo, ma non ci sono prove di una correlazione con i virus che, invece, circolano tra i cani domestici in questa stessa regione (…) il punto centrale è che, anche senza una comprensione completa del cimurro nei cani, abbiamo ormai sufficienti evidenze per suggerire che interventi focalizzati esclusivamente sui cani domestici non sarebbero efficaci nel prevenire l’infezione delle tigri, proprio per il ruolo degli animali selvatici”. 

In uno studio del 2009 apparso sulla ANIMAL CONSERVATION della Zoological Society London (ZSL) questo contesto ecologico appariva già preoccupante: “molti patogeni, e in particolare i virus, hanno una propensione a cambiare ospiti ed anche ad infettare la stessa popolazione ospite con risultati anche molto differenti. Le co-infezioni, fattori ambientali e una miriade di fattori connessi al tipo di ospite possono interagire provocando una certa suscettibilità alla malattia. Ciò che è chiaro è che coloro che amministrano la fauna selvatica devono ormai essere preparati all’emergere di nuove malattie. Mentre il contatto tra animali domestici e specie selvatiche aumenta e le condizioni ambientali mutano, nuovi schemi di patologie a danno della wildlife, e quindi nuovi schemi di mortalità, verranno inevitabilmente a galla”. 

Gli autori suggeriscono che la vaccinazione delle ultime tigri siberiane sia l’unica via per arginare l’infezione e abbattere il rischio di estinzione, ma seguendo un “low-coverage vaccination approach” e cioè un programma di vaccinazione graduale. Questo team di ricercatori ha già testato una strategia del genere in una ridottissima popolazione di Amur in prossimità del Land of the Leopard National Park, con risultati incoraggianti. “La vaccinazione annuale di 2 tigri per anno ha  ridotto la probabilità di estinzione entro 50 anni dal 15.8% al 5.7%, con un costo annuo, per la campagna, di meno di 30mila dollari americani”. Questa sub-popolazione è “di grande valore per la conservazione della specie, come fonte per ri-colonizzare il nord est della Cina”. 

Tutto questo conferma che, per quanto fragili, gli sforzi di recupero numerico di una specie ridotta a poche centinaia di esemplari sono la strategia di lungo periodo più efficace contro l’intero comparto di fattori distruttivi che nei prossimi decenni andranno intensificandosi. Perché è la quantità di individui di una singola specie l’indice definitivo e inequivocabile del successo nella protezione di un habitat e di tutti i suoi attori, predatori di vertice compresi. 

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L’approccio alla pandemia è riduttivo, avverte l’IPBES

(Photo Credit: IPBES Press Kit)

Lo scorso 29 ottobre l’IPBES ha reso pubblico per la stampa (che in Italia lo ha ignorato) un report molto dettagliato sulle pandemie da zoonosi, come il SarsCov2, e la loro correlazione con il collasso ecologico globale. IPBES – Workshop on biodiversity and pandemics  (un documento in peer review) è il risultato di un lavoro gigantesco messo insieme da 22 esperti di tutto il mondo a luglio di quest’anno, che hanno fatto il punto sulle cause di questa epidemia e sul perché i governi nazionali e la governance internazionale non possono più rimandare la questione dei driver ecologici che sono alla fonte di malattie come il Covid19. Gli scienziati coinvolti hanno discusso i dati attualmente disponibili su 500 malattie zoonotiche di impatto globale e hanno ribadito che la comunità internazionale deve spostarsi su una visione politica “one health”, che miri, allo stesso tempo, alla salvaguardia della salute e integrità di uomini, animali ed ecosistemi. 

L’IPBES denuncia infatti che siamo intrappolati in un “approccio riduzionista”, lo stesso ampiamente impiegato dai media italiani per raccontare l’emergenza nazionale: “il nostro approccio business-as-usual alle pandemie è basato sul contenimento e sul controllo, una volta che la malattia è emersa, e si basa quindi primariamente su un modello di intervento riduzionista, che contempla il vaccino e lo sviluppo di terapie, piuttosto che sul ridurre le cause del rischio di pandemia e quindi sul prevenirle prima che esplodano”. 

Viviamo nella “era delle pandemie” e “venirne fuori richiede opzioni politiche che sostengano un cambiamento trasformativo orientato alla prevenzione”. L’ordine di grandezza qualitativo e quantitativo di questo cambiamento è già stato illustrato dall’IPBES l’anno scorso a maggio, con il mega report che ha spiegato come 1 milione di specie sia ormai in via di estinzione e come la civiltà umana debba svoltare rispetto ad un modello economico fondato sull’espansione illimitata dei profitti e del prelievo di risorse naturali.

Nell’era delle pandemie deve essere chiaro che “le cause sottostanti le pandemie sono le stesse dei cambiamenti ambientali globali che sono alla base della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Includono il cambio di uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio e il consumo di specie selvatiche (…)”. Infatti,  “la recente crescita esponenziale proprio nel consumo e nel commercio, sotto la spinta della domanda dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti, tanto quanto la pressione demografica umana, ha condotto ad una serie di malattie nuove, che originano principalmente nei Paesi in via di sviluppo ad alto tasso di biodiversità, e poi finiscono con il rientrare negli schemi di consumo globale”.

In questi modelli culturali ad enorme tasso di prelievo di risorse naturali ci sono la carne, le pellicce, rettili da compagnia, pelli esotiche, olio di palma per detergenti, cosmetici e alimenti, mammiferi usati come pet. 

Il rapporto IPBES, però, insiste anche sui costi di una zoonosi, di solito taciuti. Come per qualunque altro disastro ecologico, il prezzo da pagare è spalmato su più indici economici e finisce con il refluire nella categoria dell’offsetting, ossia nelle esternalizzazioni che i nostri modelli economici non tengono in considerazione, quando si decide come pianificare politiche produttive e consensi elettorali. 

Eppure, benché ignorate dai giornali e dalle televisioni mainstream, le cifre sui costi della pandemia indicano chiaramente che continuare ad ignorare la correlazione tra collasso ecologico, crisi di estinzione e rischio sanitario costa molto di più che invertire la rotta. Stiamo quindi pagando il dazio di una miopia politica straordinaria e protratta nel tempo, non di misure estemporanee necessarie per evitare migliaia di morti: “è probabile che il Covid19 provochi danni economici di trilioni di dollari, con una stima globale di 8-16 trilioni di dollari a luglio 2020 e di 16 trilioni negli Stati Uniti, se presumiamo un contenimento dell’infezione dovuta al vaccino entro  i primi 4 mesi del 2021. Se ipotizziamo costi simili per le altre pandemie già verificatesi negli ultimi 102 anni (l’influenza del 1918, l’HIV/AIDS e altre ancora) e vi aggiungiamo il peso su base annua di malattie emergenti su scala molto vasta (ad esempio, la SARS, Ebola e altre ancora), e inseriamo nel calcolo anche i 570 miliardi di dollari che ogni anno spendiamo per la influenza stagionale di forte intensità su scala pandemica, il costo dell’emergere di una zoonosi supera 1 trilione di dollari all’anno.L’OCSE ha estimato che in media, nel periodo 2015-2017, ogni anno sono state allocate per la conservazione della biodiversità tra 78 e 91 miliardi di dollari, un investimento che rappresenta una frazione dell’impatto provocato da malattie zoonotiche emergenti. Stime del costo globale di una strategia di prevenzione delle pandemie basate sulle cause che vi stanno dietro, e cioè il commercio di specie selvatiche, il cambio di uso del suolo e una migliore sorveglianza secondo l’approccio One Health, si aggirano tra i 22 e i 31.2 miliardi di dollari, che possono essere ridotti ancora (scendendo tra 17.7 e 26.9 miliardi di dollari), se si calcolano anche i benefici derivanti dalla riforestazione e quindi dal sequestro di carbonio – 2 ordini di grandezza in meno rispetto ai danni economici da pandemia”. 

Il vaccino per il SarsCov2 non chiuderà la partita, ma sarò solo il primo tempo di qualcosa di molto più grande, avverte l’IPBES: “senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e si ripercuoteranno sull’economia globale con un impatto ancora più devastante del precedente”. 

Infatti, “sin dal 1918, almeno 6 altre pandemie si sono abbattute sulla salute pubblica, 2 causate da virus influenzati, la HIV/AIDS, la SARS e adesso il Covid19. Queste 6 sono la punta dell’iceberg delle potenziali pandemie. Oggi, una popolazione di 7.8 miliardi di persone è protagonista di progressi nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura, che, assommati ad una demografia molto rapida, alla conversione dei terreni agricoli, al cambiamento climatico e alla sostituzione della wildlife con animali da allevamento e al degrado ambientale, definisce l’Antropocene. Il risultato è un incremento nella frequenza di interazioni tra specie selvatiche, specie allevate ed esseri umani, soprattutto nelle regioni tropicali e sub-tropicali (a basse latitudini) ricche di biodiversità selvatica con i suoi microbi. Il rischio di spillover è inoltre più alto anche in conseguenza del cambiamento climatico, che introduce perturbazioni nelle dinamiche di popolazione e nella distribuzione delle specie selvatiche”. 

Vediamo i numeri.   

Il 70% delle malattie emergenti (Ebola, Zika, l’encefalite da Nipah) sono zoonosi, malattie cioè causate da microbi di origine animale. Più di 400 microbi (virus, batteri, protozoi, funghi e altri microrganismi) sono passati sull’uomo negli ultimi 50 anni e la maggior parte aveva un ospite naturale in un animale selvatico. 

Ogni anno emergono oltre 5 nuove malattie che colpiscono l’uomo, e ognuna di queste ha le potenzialità per diventare una pandemia. 

Si stima che ci siano 1.7 milioni di virus ancora sconosciuti in mammiferi e uccelli che fungono da specie ospite. Di questi, 540mila-850mila potrebbero infettare gli esseri umani. 

I serbatoi più importanti dei patogeni con un potenziale sono i mammiferi (in particolare i pipistrelli, i topi e i primati) e alcuni uccelli (soprattutto gli uccelli d’acqua), e i mammiferi da allevamento (ad esempio, maiali, cammelli e polli).  

Il commercio internazionale legale di specie selvatiche è cresciuto in valore del 500% dal 2005 e del 2000% dagli anni Ottanta. Rientrano in queste percentuali il captive breeding, le wild farm e l’allevamento in ranch.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i principali consumatori mondiali, perché importano animali selvatici come animali da compagnia. I soli Stati Uniti ne fanno entrare 10-20 milioni all’anno. Il numero delle spedizioni è cresciuto da 7.000 a 13.000 al mese nel periodo dal 2000 al 2015.

Per chi voglia farsi una idea di ciò di cui stiamo parlando quando parliamo di “wildlife trade”, ecco una raccolta di foto shock scattate da grandi fotografi naturalistici.

Anche il cambiamento climatico è un fattore di amplificazione del rischio di nuove pandemie come quella che stiamo vivendo da marzo: “un esempio è l’encefalite trasmessa dalle pulci diffusasi in Scandinavia e la febbre emorragica del virus Crimea-Congo, portata dagli uccelli migratori dell’Africa e delle regioni mediterranee fin nell’Europa temperata e nordica a causa di inverni più miti. Il cambiamento climatico sarà una causa sostanziale del rischio di pandemie nel futuro, perché induce grandi movimenti di genti, specie selvatiche, specie ospite e vettori, e con loro la diffusione dei patogeni (…) portando ad una alterazione delle dinamiche naturali ospite/patogeno”. 

Le specie, infatti, si spostano per rispondere alle sollecitazioni climatiche: “il cambiamento nelle temperature terrestri causerà l’avanzamento geografico (shift) sia nelle zone geografiche degli ospiti che in quelle dei vettori; e anche alterazioni nei cicli vitali dei vettori e degli ospiti, perché saranno in migrazione anche gli esseri umani con i loro animali domestici”. 

Anche le alterazioni nei regimi normali delle piogge stagionali, dal momento che “alterano l’abbondanza di piante da raccolto e influiscono sui cicli biologici delle popolazioni di erbivori, come i roditori” contribuiranno “ ad ulteriori alterazioni nella distribuzione degli animali-serbatoio, alla loro densità di popolazione e al rischio patogeno complessivo”. 

Secondo i dati analizzati dall’IPBES, che, ricordiamolo, pubblica una sintesi di lavori indipendenti provenienti dai migliori centri di ricerca del mondo, “simulazioni sulla perdita di range geografico nello scenario di riscaldamento globale per più di 100mila specie di piante animali indicano, con un aumento di + 2 °C entro il 2100, una perdita di range bioclimatico di più del 50% nel 18% delle specie di insetti (oscillazione 6-35%), 8% delle specie di vertebrati (oscillazione 4-16%) e del 16% delle piante (oscillazione 9-28%)”. Da un punto di vista biologico ed ecologico globale, dunque, si formeranno “nuove comunità di specie selvatiche e quindi nuove relazioni tra queste specie”. Sono scenari ignoti alla scienza, del tutto inesplorati. 

A cambiare è, in poche parole, l’assetto generale nella composizione di specie all’interno delle regioni ancora abbastanza wild da sostenere popolazioni animali diversificate. 

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo rapporto è che neppure le strategie di conservazione della biodiversità possono più esimersi dal tenere in considerazione il rischio epidemiologico da zoonosi.

La gravità della situazione è evidente, ad esempio, nel rischio potenziale dei corridoi ecologici, considerati indispensabili per ampliare lo spazio disponibile per gli animali, soprattutto i grandi mammiferi: “i programmi elaborati per facilitare i movimenti della wildlife tra porzioni isolate di paesaggio, ad esempio i cosiddetti corridoi, o per creare paesaggi a mosaico che ospitino wildlife, mandrie e comunità umane, potrebbero creare più occasioni per il contatto e quindi la trasmissione microbica”. 

Una altra questione enorme, ancora una volta, è “la perdita dei predatori e quindi la conseguenze supremazia di specie sinantropiche (che vivono a stretto contatto con l’uomo), che sono anche serbatoio di specifiche malattie”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. 

Un esempio di questi giorni è la decisione del governo danese di abbattere 17 milioni di visioni da allevamento perché potrebbero essere già stati infettati da una variante del SarsCov2, che è già passata anche su alcune persone. Secondo il Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, sussiste il rischio che “il virus mutato nel visone metta a rischio l’efficacia del vaccino”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. Per questo la Danimarca ha deciso di abbattere 17 milioni di visoni, che sono già infettati da una variante del SarsCov2

Esempi analoghi, che possono contare su dati già elaborati, vengono naturalmente anche dall’Asia, ad esempio per il pangolino (Manis javanica), che potrebbe essere stato l’animale di amplificazione per il SarsCov2, cioè la specie che ha fatto da ponte per lo spillover sull’essere umano: “uno studio lungo 10 anni condotto nel Paese di origine ha rivelato che i pangolini catturati non avevano nessun virus, mentre altri 2 gruppi, controllati alla fine della rotta commerciale, portavano tracce di materiale genetico strettamente imparentato con il SarsCov2”.  

Il ratto del bamboo, mangiato in Cina e nel sud est asiatico, secondo una ricerca condotta in Vietnam, è infetto da coronavirus nel 6% degli esemplari ancora all’interno degli allevamenti, nel 21% degli individui nei mercati di animali vivi e nel 56% degli animali ormai arrivati al ristorante.

Oil palm plantation at edge of rainforest where trees are logged to clear land for agriculture in Southeast Asia

Come già accaduto per il Rapporto del maggio 2019, anche stavolta l’IPBES non si limita a puntare il dito contro la civiltà umana del XXI secolo, ma suggerisce alcuni passaggi, stavolta politici, che segnerebbero una rottura, ma anche un avanzamento storico rispetto all’attuale assetto della governance globale sulla protezione della biodiversità. 

Bisogna “lanciare un consiglio intergovernativo di altro livello per la prevenzione delle pandemie, che fornisca cooperazione tra i governi e lavori sui punti di intersezione delle 3 Convenzioni di Rio (Convenzione sulla Biodiversità, accordo CITES per il commercio di specie selvatiche e Convenzione sul Clima).

Questo coordinamento internazionale dovrebbe anche creare le condizioni negoziali per arrivare ad un accordo in cui tutti i Paesi aderenti si impegnino sull’approccio ONE HEALTH. 

ONE HEALTH deve diventare parte integrante dei governi di ogni nazione.

In aggiunta, è necessario mettere in piedi anche una partnership permanente tra la World Organisation for Animal Health (OIE), la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES), la Convention on Biological Diversity (CBD), la World Health Organization (WHO), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e infine la International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Ci sono poi misure che riguardano la vita della società civile e delle democrazie rappresentative. 

I costi delle pandemie devono essere conteggiati nei rapporti costi/benefici dei consumi di beni, della produzione, dei progetti di espansione agricola e anche dei budget e della politica in generale.

Bisogna disegnare meccanismi finanziari come i bond, sia a livello di nuove imprese a vocazione ambientalista che come titoli sovrani, per mettere in movimento e generare risorse economiche da destinare alla conservazione della natura e degli ecosistemi. In questa nuova visione potrebbero rientrare anche delle compensazioni per i Paesi con la maggior biodiversità. 

Fare di tutto per promuovere, come linea politica, la transizione a stili alimentari meno dipendenti dal consumo di carne. E quindi spingere per la riduzione dei consumi, anche di quei prodotti che hanno un impatto ambientale abnorme, correlato con le zoonosi, senza escludere, anzi, strumenti di pressione come una maggiore tassazione: olio di palma, legni esotici, pellicce. 

Non c’è dubbio che siamo entrati in una fase della civiltà umana dalle implicazioni biologiche sconvolgenti. Eppure, cercando di orientarci fra sentimenti a cui non sappiamo ancora dare neppure un nome, non è inutile rivolgersi al pensiero di coloro che, con decenni di anticipo, intuirono su quale autostrada senza vie di ritorno si fosse incamminata la modernità. Uno di loro è un cinese, Zhang Shizao, che morì nel 1973 e fu Ministro dell’Istruzione nel governo del suo Paese: “Mentre ogni cosa sotto il cielo è caratterizzata dalla finitezza, solo gli appetiti non conoscono limiti. Quando la quantità di risorse finite viene valutata sulla base di appetiti illimitati, c’è da aspettarsi che tale disponibilità venga meno nel giro di poco. Così come l’esaurimento delle cose finite non tarderà a giungere, se esse saranno usate per soddisfare appetiti insaziabili”.

Photo Credits: IPBES Press Kit

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Hostiles di Scott Cooper: un film sull’Antropocene

Lunedì scorso davano su RaiMovie un film che, parlando del West, racconta l’abisso spirituale dell’Antropocene: Hostiles di Scott Cooper, uscito nel 2017, con un eccezionale Christian Bale. Il film centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà. Non soltanto degli Americani nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei sterminarono i Nativi. Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio. Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica. Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento. Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato. Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini. Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti. Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano. E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva. Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni. E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica. Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens. Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna. In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene. Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta. È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra. Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta. Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo. Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo. Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

L’ultimo libro di Telmo Pievani “La terra dopo di noi”: l’Antropocene è l’espressione compiuta del paradosso evolutivo della specie Homo sapiens

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione. La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante. Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”. In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti. Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”. Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese. Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900. Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù. A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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Per i parchi nazionali non sarà un biodiversity super year

Il previsto “biodiversity super year” non sarà un successo, quando a Natale tireremo le somme di questo 2020. All’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Le buone intenzioni, sulla carta, sono anche stavolta ottime. Si legge nel comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR). La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Intanto, è evidente che pure i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono ovunque minacciati da una immensa fame di energia, che non ha nulla a che spartire con sbandierati interessi di protezione del patrimonio biologico del Pianeta, ormai da considerarsi bene dell’umanità. 

L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo. Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia. Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”. Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994. Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal. La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Una notizia non meno devastante è arrivata dallo Zimbabwe il 3 settembre. Il governo avrebbe dato il permesso ad una impresa cinese per 2 concessioni corrispondenti ad altrettante miniere di carbone all’interno del parco nazionale Hwange e nella adiacente Deka Safari Area. AFRICA GEOGRAPHIC riporta che “le due concessioni si trovano nella parte nord del parco nazionale e sembra che siano state vinte (granted) dalla Afrochi Energy (concessione SG7263 – che include la Deteema Dam e la Masuma Dam) e dallo  Zhongxin Coal Mining Group (concessione) SG5756”. 

Per capire la portata di questa decisione, bisogna ricordare che cosa è lo Hwange: 15mila chilometri quadrati, che ospitano la seconda più grande popolazioni di elefanti in Africa (dopo il Botswana).  Lo Hwange è decisivo ( cioè è uno dei posti in cui la specie giocherà la sua partita con la propria estinzione entro i prossimi 30-40 anni) anche per il leone. Lo Zimbabwe è uno dei 6 Paesi africani ad avere ancora più di 1000 leoni. Ed è uno dei Paesi del continente ad avere le più grandi sub-popolazioni di leoni, perché appartiene, grazie allo Hwange, al “sistema” geografico Okavango-Chobe-Hwange, che comprende le popolazioni di leoni del Botswana centrale e settentrionale (in continuità territoriale ed ecosistemica con il Chobe NP e la Moremi Game Reserve). Lo Hwange è, di conseguenza, una delle ultime 10 roccaforti biologiche della specie, perché ha almeno 500 individui adulti. 

La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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