Categoria: Biopolitiche

Il Sudafrica vieta l’allevamento di leoni in cattività

Il Sudafrica ha una popolazione di leoni in cattività che potrebbe contare 12mila individui. In aggiunta ai dilemmi etici sul destino di questi animali, molti conservazionisti ritengono che i leoni allevati rappresentino una minaccia genetica anche per i leoni selvatici.

Il Sudafrica vieta l’allevamento in cattività dei leoni. Il 2 maggio scorso il Sudafrica ha compiuto un passo importante verso il bando totale dell’allevamento in cattività dei leoni. Il Ministro dell’Ambiente, Barbara Creecy, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale a integrazione della presentazione pubblica dello High Level Panel Report, una indagine estremamente approfondita sulla “wildlife economy” del Paese da lei richiesta nell’ottobre del 2019. Il Panel aveva il compito di descrivere nel dettaglio le attività economiche attorno alla caccia su predatori cresciuti in cattività (canned hunting), l’allevamento, il commercio di parti del corpo, e la gestione in strutture ad hoc, di elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti. L’impegno del Governo, quindi, va ben oltre lo spinoso problema, diventato un caso internazionale, dei forse 12mila leoni tenuti in facilities dalla dubbia reputazione, destinati, una volta macellati, al lucroso mercato della medicina tradizionale cinese.

Stavolta, vagliando le posizioni ufficiali, le reazioni delle Ngo impegnate da anni contro lo sfruttamento biologico dei leoni, e lo Executive Summary del Panel Report si ha la sensazione che il Sudafrica abbia deciso di prendere molto sul serio il proprio ruolo di “global leader in conservation”. In questa definizione, ormai, rientra anche la wildlife economy, cioè i molteplici modi in cui il Paese ha messo a profitto il suo immenso capitale biologico, di cui i big five sono la punta di diamante. 

Alla fine di un enorme lavoro di consultazione, che ha analizzato 70 analisi specifiche preparate da specialisti di alto profilo scientifico, economico ed esperti nelle relazioni etniche tra le molte comunità della nazione, il verdetto sui leoni è chiaro: “il Panel ha preso in esame tre differenti approcci sui leoni in cattività: per la maggioranza in futuro il Sudafrica non dovrà allevare leoni, tenerne in cattività o usare leoni in cattività e il loro derivati a scopo commerciale”. 

Due anni fa, il rapporto The economics of captive predator breeding in South Africa, commissionato dalSouth African Institute of International Affairs (SAIA), calcolava che il danno di immagine causato dalla caccia su commissione su leoni allevati potrebbe far perdere alle casse dello Stato 54 miliardi di Rand nel prossimo decennio, con un declino del volume di turisti del 44,9%. Secondo BORN FREE FOUNDATION nel Paese ci sono 6000-8000 leoni in cattività. La cifra esatta è sconosciuta. 

Sulla base di quanto emerso dal Panel, il Ministro Creecy ha quindi dichiarato: “Il Panel ha evidenziato che l’industria dei leoni tenuti in cattività pone rischi alla sostenibilità della conservazione dei leoni selvaggi, rischi che provengono dall’impatto negativo sull’ecoturismo che finanzia la conservazione del leone e la conservazione in senso più esteso, dall’impatto negativo sulla caccia vera e propria in condizioni selvatiche (autentic wild hunting industry), nonché il rischio che il commercio di parti di leoni rappresenta come stimolo al bracconaggio e al traffico illegale. Il Panel raccomanda dunque che il Sudafrica non allevi più leoni in cattività, non tenga più leoni in cattività o usi parti dei leoni e loro derivati a scopo commerciale. Ho chiesto al Dipartimento di agire in accordo a queste osservazioni e di assicurare le necessarie consultazioni perché  sia condotta una loro implementazione”. 

Creecy ha inoltre chiarito che questo passaggio, l’adozione di una visione aggiornata sul captive breeding, va inserito nel contesto più generale della “economia basata sulla biodiversità”, in cui il Sudafrica ha negli ultimi venti anni messo in piedi un modello unico al mondo: “ora che queste raccomandazioni sono state approvate, e sono quindi pronte per essere implementate, andranno a costituire un cambiamento significativo, con i conseguenti vantaggi per la nostra posizione e reputazione. Fondamentale per la trasformazione del settore è dare rinnovato vigore alla economica della biodiversità attraverso un focus sull’ecoturismo che ruota attorno ai Big Five e alla vera caccia ad esemplari selvatici. Lavoreremo in collaborazione con il Dipartimento del Turismo per riuscirci”. 

Il Ministro ha di fatto annunciato una ristrutturazione per intero del settore della wildlife economy: “Credo che questo rapporto fornisca una piattaforma di lavoro non soltanto per raggiungere una chiarezza nelle politiche attuative, ma anche per sviluppare un New Deal per le persone e per gli animali selvatici in Sudafrica”. 

In questo New Deal dovrebbero funzionare, su di un piano non meno giuridico che pratico, le raccomandazioni uscite dallo High Panel: lo sviluppo di una visione chiara e condivisa (sul ruolo della wildlife nel futuro economico e sociale del Sudafrica); una base legislativa adeguata, in molti casi da scrivere ex novo (mancano riferimenti legislativi ben definiti sul benessere degli animali, fermi al 2004, così come non  ci sono norme e standard per i controlli nelle strutture di allevamento e per la riabilitazione degli animali, mentre proliferano i conflitti nell’applicazione della legge tra distretti regionali e governo centrale); la valorizzazione delle comunità che vivono a stretto contatto con le specie selvatiche, in prossimità di riserve e aree protette, e che però ne ricevono pochissimi benefit economici (oggi la maggior parte della terra destinata alla wildlife è in mano a proprietari bianchi o di proprietà dello Stato); la fine di “pratiche disumane e irresponsabili” che danneggiano seriamente la “reputazione del Sudafrica”. 

Forte, tra gli attivisti, e nel mondo della ricerca sui grandi felini, la soddisfazione per una decisione non scontata, e attesa da almeno un decennio.

Paul Funston,  Senior Director del Lion Program di PANTHERA CATS, uno dei massimi esperti della Panthera leo melanochaita, il leone del Kalahari nell’estremo nord del Sudafrica, ha sottolineato in un comunicato stampa che la svolta del ministro Creecy è a favore di tutte le popolazioni di leoni rimaste sul continente: “Salutiamo con favore l’evidenza che lo High Panel Level è sintonia con le crescenti prove che mostrano che l’allevamento in cattività dei leoni non contribuisce alla conservazione dei leoni selvaggi e che il commercio legale di parti del corpo di questi leoni rischia di funzionare da stimolo per la domanda di derivati del leone e del traffico illegale, un rischio ancora più grande per le popolazioni di leoni ancora wild del Sudafrica e per le popolazioni wild, vulnerabili, in tutti i Paesi in cui il bracconaggio è in crescita.

Adottando le raccomandazioni dello High Level Panel, attraverso il prossimo passaggio, fondamentale, di renderle definitive entro una cornice giuridica, il governo del Sudafrica farà la scelta razionale e saggia di investire sulla sua wildlife e sul futuro, infondendo nuova vita alla economia nazionale e all’ecoturismo focalizzato sul leone, restaurando così la reputazione del Paese come simbolo degli straordinari leoni della nazione e del continente. Il percorso verso questa trasformazione richiederà un impegno convinto con la scienza e con politiche di conservazione formate sulle evidenze scientifiche”. 

Ian Michler di BLOOD LIONS, raggiunto via email, esprime uguale ottimismo e sorpresa : “è davvero un salto di livello nel modo di pensare il problema. Certo, ci sono ancora molte preoccupazioni, però dobbiamo celebrare la volontà del Ministro di chiudere con l’allevamento in cattività e lo sfruttamento dei predatori. Speriamo che questo sia l’inizio della fine per la caccia controllata (canned hunting), il cube petting (ndr, il turismo che permette di coccolare, nutrire con il biberon e giocare con i piccoli di leone nati in cattività) e il traffico di ossa”. 

Smaragda Louw, di BAN ANIMAL TRADING, la Ngo che nel 2018 aveva pubblicato il rapporto “The Extinction Business” e da anni denuncia lo sfruttamento biopolitico delle risorse biologiche del Paese, sentita via email: “noi pensiamo che l’essenziale c’è. È un grande passo nella giusta direzione e un modo di intendere la questione, per come è stato presentato, che non deve essere preso alla leggera, considerate le implicazioni economiche insite nella fine di un business del genere”. 

Più cauti alla EMS Foundation, altra Ngo di peso in Sudafrica, in prima linea sulla questione dei leoni in cattività. In una dichiarazione ufficiale si legge: “salutiamo con cautela la dichiarazione del Ministro secondo cui l’allevamento, l’accudimento turistico e la caccia di leoni nati in cattività, nonché il commercio di loro derivati, non rientra nella linea del Governo. È dal 2018 che il Governo afferma di non volere questa industria, da quando cioè il Parlamento accettò le conclusioni del Portfolio Committee on Enviroment che chiedere la chiusura dell’industria dell’allevamento e la fine del commercio di ossa di leone. Pur non contestando il bisogno di ulteriori passaggi procedurali e la effettiva adozione di una politica che metta fuori legge l’industria, quello di cui abbiamo bisogno è di passare all’azione. E quindi chiediamo con urgenza al Ministro di prendere misure correttive rapide e di intraprendere passi concreti in modo che questa industria aberrante sia chiusa una volta per tutte e senza escamotage”. EMS aggiunge anche che i leoni non sono gli unici predatori in gabbia, in Sudafrica: nessuno sa con esattezza quante tigri, ad esempio, ci siano nelle fattorie. 

La campagna della EMS Foundation per un Sudafrica senza leoni in gabbia, allevati in cattività e destinati al macello
(Campagna EMS Foundation contro il captive breeding, Facebook)

EMS fa riferimento a quanto successo negli ultimi due anni, quando le speranze di una presa di posizione forte da parte del Governo sono state sistematicamente disattese. Il 6 agosto 2019 l’Alta Corte di Giustizia di Pretoria aveva emesso una sentenza storica di importanza costituzionale prendendo posizione contro l’allevamento in cattività. La sentenza definiva infatti “illegali e anticostituzionali” le quote di esportazione di carcasse di leoni stabilite dal Governo per il 2017 e per il 2018, rimarcando il fatto che il Dipartimento per gli Affari Ambientali (DEA) aveva mancato nel garantire il benessere dovuto ai felini tenuti negli allevamenti.

Un anno prima, tra il 21 e il 22 agosto 2018, il Ministero aveva ospitato una audizione di due giorni sull’allevamento in cattività dei leoni. Il successivo 12 novembre il Portfolio Committee on Enviroment si diceva pronto ad adottare il report finale uscito da questa audizione ( Colloquium on Captive Lion Breeding for Hunting in South Africa: harming or promoting the conservation image of the country) e inviava al Ministero degli Affari Ambientali una raccomandazione: “ il Dipartimento degli Affari Ambientali dovrebbe, sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”. L’allora Ministro dell’Ambiente ad interim,  Derek Hanekom, scriveva su Twitter: intendo formare un gruppo di lavoro per rivedere le politiche e la legislazione su un certo numero di questioni collegate all’allevamento di animali, alla caccia e alla loro manipolazione. Il Dipartimento sta attualmente preparando i riferimenti e i termini’.”

Leggendo l’Executive Summary del Panel emerge l’intenzione di inserire la revisione della bio-economia del Paese in una cornice giuridica aggiornata, in parte ancora da scrivere, che però sia coerente con il dettato costituzionale, che molti, finora, hanno avvertito come tradito. L’articolo 24 della Costituzione, che impegna la società civile a mantenere intatto per le generazioni future il patrimonio naturalistico del Sudafrica, è già parte del Piano Nazionale di Sviluppo al 2030 (National Devolopment Plan, NDP 2030): “il Paese deve proteggere l’ambiente naturale in tutti i suoi aspetti, lasciandolo alle generazioni a venire in condizioni almeno identiche, per valore”.  Con il passaggio del 2 maggio si è implicitamente riconosciuto che l’allevamento in cattività di leoni, leopardi, rinoceronti è incompatibile con l’ispirazione e la visione della Costituzione.

D’altronde, l’Executive Summary è anche un documento di ampio orizzonte, che riconosce la complessità della situazione, in cui una industria priva di costrizioni morali e di vincoli scientifici è proliferata in modo abnorme negli ultimi 20 anni facendosi forte di una legislazione altamente insufficiente. 

Il “modello Sudafrica” contiene e presuppone la wildlife economy. Questo significa che il Paese ha aree protette e parchi nazionali che appartengono allo Stato, un numero notevole di riserve private in cui la conservazione degli habitat e della fauna è prioritaria e infine una costellazione di ranch, fattorie e strutture per l’allevamento che, su più livelli, si intersecano con la cornice più accreditata della conservazione ambientale ufficiale. Tutte e tre queste tipologie di luoghi deputati ad avere a che fare con specie simbolo sono inserite in schemi economici che, sul fronte dell’allevamento in cattività, hanno assunto le dimensioni di una industria. Per questo la wildlife economy è ormai parte del sistema produttivo del Paese : uscirne significa rimodulare l’idea complessiva che il Sudafrica ha del mantenimento della sua natura selvaggia, delle faune autoctone e del modo in cui questo stesso patrimonio biologico deve essere amministrato. 

Questo significa anche che la conservazione deve essere economicamente sostenibile e inclusiva: deve poter generare profitti, che poi ricadono sulle comunità rurali che vivono a stretto contatto con la wildlife e che, in un circolo virtuoso, sostengano le stesse aree protette. Le riserve, i parchi nazionali, le porzioni di territorio non statali devote alla conservazione hanno bisogno di risorse economiche. Anche nella prospettiva di un loro ampliamento, quando cioè si decida di non destinare all’agricoltura o all’industria enormi estensioni di territorio. 

Si legge infatti nello Executive Summary: “considerando che il Sudafrica è un Paese in via di sviluppo con davanti a sé immense sfide socio-economiche, abbiamo bisogno di comprendere il ruolo e il contributo che il settore della wildlife riveste nel Prodotto Interno Lordo, nello sviluppo socio-economico, nella conservazione, nella protezione e nel benessere della società e dell’ambiente nel loro complesso (…) il Sudafrica è un leader mondiale nella conservazione delle porzioni di territorio di proprietà non dello Stato, laddove promuove la conservazione  devolvendo i diritti di proprietà e i diritti di uso delle risorse per assicurare che la wildlife sia una opzione di uso del territorio economicamente competitiva, in grado di mettere fuori gioco opzioni di uso del territorio meno desiderabili (come il rewilding). Questo ha portato and una molteplicità di usi del territorio costruiti sulla wildlife, che vanno dalle aree protette statali e private, ai grandi ranch per specie selvatiche, alle strutture per l’allevamento intensivo, ai santuari, ai centri di riabilitazione (…) senza combinare i due modelli della conservazione pubblica e privata il settore della wildlife e la conservazione sui grandi spazi è a rischio di declino in termini di restringimento dello spazio ad esso concesso e di riduzione dei finanziamenti”. 

Il documento illustra dunque alcuni punti nevralgici dello sforzo giuridico che è necessario mettere in movimento per riscrivere i limiti, gli scopi e i confini etici dell’uso delle risorse biologiche del Sudafrica. 

La visione su cui lavorare, innanzitutto: “paesaggi (landscape) sicuri, ripristinati, di nuovo selvaggi con popolazioni prospere di elefanti, leoni, rinoceronti, e leopardi, come indicatori di un settore wildlife vivo, responsabile, inclusivo, trasformato e sostenibile”. 

Tenendo ferma la Costituzione come principio base, occorrerà chiedersi “come il benessere degli animali si collega all’articolo 24 della Costituzione, se l’uso sostenibile è, di fatto, un diritto, se il diritto di proprietà e i diritti culturali sono anch’essi da considerarsi inclusi nell’articolo 24”.

Ci sono interrogativi al confine tra etica, diritto, economia ed ecologia: “la proprietà delle specie selvatiche e della terra; il concetto di “selvaticità (wildness)”, le diseguaglianze nell’accesso alle risorse naturali, la scarsa conoscenza dei costi ambientali nascosti, l’approccio ormai vetusto al conflitto uomo-animali selvatici, gli obiettivi della bio-economia, le quote di caccia, la addomesticazione di animali selvatici e quindi la compromissione del loro status selvatico, l’enorme bisogno di rafforzare le aree protette nel contributo che possono dare allo sviluppo socio-economico”. 

Sono questioni su cui, almeno questa è la sensazione, il Sudafrica è di nuovo, dopo la fine dell’apartheid, al centro dell’attenzione mondiale, perché ha l’opportunità di elaborare un sistema di interazione e coesistenza con la wildlife senza precedenti, per proporzioni e qualità delle scelte in campo. Come rileva lo stesso Summary, infatti, il Paese è costretto a rispondere agli impegni sottoscritti con i Trattati internazionali come CITES, ma deve anche risponde agli interessi contrapposti di gruppi di pressione e  interessi geopolitici interni ed esterni. La gestione del patrimonio biologico è, di fatto, una questione da cancellerie e diplomazie. Una sfida enorme, il cui potenziale, tuttavia, è altrettanto notevole proprio perché il Sudafrica vanta numeri biologici straordinari e potrebbe, nel tentativo di uscire dalla sue stesse contraddizioni, fungere da guida per il resto del mondo. 

Analogo ragionamento, in un anno, questo 2021, che si è aperto con il forte richiamo ad ascoltare le comunità indigene, native ed etnicamente svantaggiate per disegnare insieme il futuro del Pianeta Vivente, riguarda il coinvolgimento dei non bianchi nella stesura dello High Panel: “una attenzione particolare della consultazione è stato comprendere le preoccupazioni, i punti di vista, le opzioni, le aspirazioni e le opportunità sul tavolo per i membri delle comunità che vivono accanto alle specie iconiche. A questo scopo, il Panel ha incontrato la House of Traditional Leaders, il Congress of Traditional Leaders of South Africa, le associazioni dei Traditional Healer, People & Parks e ha condotto 6 incontri con le comunità che vivono adiacenti alle riserve con tutte e 5 le specie: nel Northwest, nel Limpopo Mpumalanga, Kwazulu-Natal e lo Eastern Cape. Durante questi incontri, il Panel ha invitato le autorità preposte a fornire la loro documentazione sulla conservazione e la gestione delle specie in queste riserve”. 

Infine, il  4 maggio, il Ministro Creecy ha detto a SAfmRadio: “è importante che noi si prenda le distanze dalle pratiche di addomesticazione e di familiarità in cattività (habituation) con le specie iconiche”. Una dichiarazione che è molto di più di una ripresa delle sue parole del 2 maggio. Bisogna delimitare in modo rigoroso che cosa è selvaggio e che cosa è addomesticato, e questa distinzione deve avere una cornice legislativa. E questo perché il Sudafrica non può più permettersi di ignorare che cosa significhi una sub-popolazione di leoni che conta forse 12mila individui, geneticamente imparentati e quindi compromessi.

A gennaio 2020 la South African Hunters and Game Association insieme ad un gruppo di ecologi e biologi  aveva pubblicato il documento “The implications of the reclassification of South African wildlife species as farm animals”: “a causa della mancanza di trasparenza e di dettagli, non sappiamo effettivamente come queste specie saranno gestite e, perciò, quali saranno le implicazioni ecologiche. L’approdo finale e logico di questa legislazione è tuttavia che noi avremo 2 popolazioni per ciascuna specie: una selvatica e una addomesticata. A nostro parere mantenere questa distinzione sarà molto costoso, ammesso che si riveli possibile. Quindi, le varietà addomesticate di animali selvatici rappresenteranno una nuova minaccia, di tipo genetico, per le faune selvatiche indigene del Sudafrica, minaccia che a quel punto sarà virtualmente impossibile prevenire o rendere reversibile”. 

A riprova che le implicazioni genetiche di pratiche spericolate di abuso di alcune specie selvatiche non sono né innocue né politicamente neutre. Il Sudafrica ha molto da perdere, ma ancora più da guadagnare dalla sua “lion politics”. 

Special Thanks : Stefania Falcon for EMS FOUNDATION

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Il commercio (legale) aumenta il declino delle specie già minacciate di estinzione

Il commercio legale di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte. Questi i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Il commercio legale di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte.

Questi i ragionamenti e i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution (“Impacts of wildlife trade on terrestrial biodiversity”) in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Va aggiunto che la ricerca non comprende la carne selvatica (bushmeat) cacciata soltanto per la sussistenza, e cioè probabilmente 150 milioni di persone che abitano in comunità rurali nel mondo. Sono stati invece analizzati gli studi che hanno quantificato il bushmeat come pratica finalizzata al profitto, cioè a rivendere la carne per ricavarne denaro.

Quel che emerge, tuttavia, è la carenza di informazioni necessarie a capire come e se il wildlife trade possa essere sostenibile sui prossimi decenni, in un Pianeta in rapido cambiamento: “un assessment globale, quantitativo degli impatti del commercio su singole specie e, quindi, la prevalenza e la forza di effetti positivi e negativi è dolorosamente mancante”.

Nel complesso, il declino delle specie selvatiche commercializzate è “del 61.6%, con specie ormai estirpate a livello locale nel 16.4% dei casi”. Benché i mammiferi siano la maggior parte delle specie (il 76% di 145 specie) prese in considerazione, inoltre, “il declino attraversa tutti gli ordini”. E riguarda anche le aree protette. 

Determinante per il destino di una specie di interesse commerciale è la scala spaziale, ossia le ore di viaggio necessarie per catturare un animale e tornare in un contesto urbano che ne permetta la vendita. “Il declino di una specie è tanto più grande quanto più è breve il tragitto verso un centro abitato con più di 5000 abitanti”. Di contro, quando il viaggio supera le 100 ore crolla il rischio che un animale finisca nella rete dei cacciatori. Spedizioni costose e su grandi distanze scoraggiano il consumo locale e i piccoli imprenditori.

Ma la scala spaziale dice anche una altra cosa, che le regioni selvagge e remote, il mantenimento dei loro confini, sono un fattore di protezione indispensabile per le faune, che però è sempre più in bilico a causa dell’espansione di infrastrutture e ferrovie: “gli impatti del commercio su scale internazionale scendono rapidamente con l’aumentare della distanza, fino a raggiungere il rischio zero a 5 ore dal primo insediamento”.

Ecco perché il wildlife trade è un accelerate di estinzione. Il commercio enfatizza gli effetti collaterali impliciti in molte situazioni ecologiche critiche già consolidate, che però coinvolgono la vita sociale ed economica delle comunità locali.

In Asia, la China’s Belt and Road Initiative (BRI), che collegherà il 62% della popolazione mondiale, potrebbe riscrivere questo scenario molto in fretta: “questa espansione è una minaccia riconosciuta alla biodiversità, perché darà accesso, e quindi potenzialmente ne alimenterà la domanda, a specie che hanno un alto valore per la medicina tradizionale, inclusi l’orso bruno (Ursus arctos) e il leopardo delle nevi (Panthera uncia). 

Gli autori fanno riferimento ad un paper uscito nel 2019 sempre su NATURE (“Belt and Road Initiative may create new supplies for illegal wildlife trade in large carnivores”): “Il progetto della BRI e il suo tributario meridionale, cioè il Corridoio Economico Cina-Pakistan, attraversano habitat fondamentali per i grandi carnivori, che sono specie di alto valore di mercato in Cina e nel Sud Est Asia”.

Il rischio non è solo che il traffico illegale prosperi meglio e con maggiore successo, ma anche che “una maggiore domanda possa incoraggiare una transizione da un mercato governato dalla disponibilità di approvvigionamento (supply-driven) ad una domanda regolata dal mercato (market driven), attraverso una conversione del bracconaggio opportunistico in crimine organizzato”. 

Il mercato cinese ha già assorbito, grazie alla forza centripeta della medicina tradizionale, i grandi felini: il giaguaro è l’ultimo arrivato nel traffico di ossa di leoni africani e leopardi e tigri. Alle sottospecie di leopardi asiatici potrebbe ora aggiungersi il Panthera pardus saxicolor, ossia il rarissimo leopardo persiano. 

La questione riguarda evidentemente l’intera biodiversità del Pianeta e la fattibilità di un suo sfruttamento economico entro limiti certi e attendibili. “Non abbiamo usato nel modo corrente i termini sostenibile e insostenibile nel nostro lavoro, perché questo implica l’avere a disposizione una comprensione di come un tale tipo di impatto ha effetti sulle specie nel corso del tempo.

E, invece, proprio questa è la più grande preoccupazione riguardo al commercio, non abbiamo abbastanza evidenze per sapere con esattezza se un tale prelievo sia sostenibile”, spiega Oscar Morton, tra gli autori dello studio.

“Ci mancano dati su quanti individui di ciascuna specie vengono catturati ogni anno, da quali popolazioni, e non sappiano che cosa accade a quelle popolazioni sui tempi lunghi. Non credo si possa definire l’uso sostenibile un ossimoro, credo piuttosto che ci siano poche prove scientifiche che mostrino che è un commercio sostenibile. Ma dobbiamo comunque accettare che l’assenza di prove è in sé anch’essa una prova”. 

La scala del problema chiama in causa anche l’attuale cornice giuridica all’interno della quale queste specie vengono catturate e vendute legalmente. E cioè CITES.

“CITES prende in considerazione soltanto una porzione del commercio e regola soltanto il commercio legale, ossia il commercio internazionale legale delle specie listate. Di conseguenza, rimane scoperta una vasta area fuori del suo mandato, che corrisponde al commercio illegale, il commercio all’interno di un Paese o il commercio di specie che non sono listate”.

“Concordo sul fatto che CITES è il miglior strumento attualmente disponibile per il commercio internazionale legale, ma di certo non è perfetto e non riesce a comprendere tutto il commercio. Ancora di più rimane da tre per gestire i fattori che regolano la domanda di prodotti derivati da animali selvatici a scopo non alimentare e per capire se la domanda possa essere ridotta in modo efficace”. 

È chiaro che il commercio muove sentimenti profondi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto ora, a causa dell’epidemia da SarsCov2. Ma, secondo Morton, bisogna essere molto cauti nel non favorire una risposta emotiva priva di solido fondamento scientifico: “Vediamo in giro ritratti davvero pessimi del commercio, veicolati da organizzazioni caritatevoli (charities) e qualche volta anche dai media, che tentano di influenzare la politica senza però una robusta base scientifica”.

“Il discorso principale tra questo tipo di impostazioni è di sicuro il biasimo che ha investito la pandemia e gli appelli dell’anno scorso per mettere al bando gli wet market e l’interno commercio della carne in certi Paesi. Questi appelli ignorano che milioni di persone dipendono dal commercio di carne per sbarcare il lunario. Ma ignorano anche la solidità delle prove scientifiche che ci dicono che un divieto di questo genere creerebbe molto probabilmente un mercato illegale ancora peggio regolato”. 

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Sudafrica, è fuori controllo l’esportazione illegale di rettili e anfibi

(Lo Huaxi Street Market di Taiwan, da Google)

In Sudafrica prospera il traffico di rettili. E di anfibi. In una compiacente illegalità. Indisturbato, quindi, il rischio epidemiologico da circolazione di specie selvatiche senza controlli giuridici affidabili. Da tempo il Sudafrica ne è protagonista. Ma non solo per quanto riguarda il destino dei mammiferi, come i grandi felini. Anche nel traffico internazionale di anfibi e rettili selvatici, attraverso una rete di compratori e rivenditori che commerciano migliaia di animali prelevati dai loro habitat wild senza nessuna regolamentazione profilattica.

C’è di che allarmarsi, e molto seriamente, leggendo il report Plundered: South Africa’s Cold-Blooded International Reptile Trade, la terza parte di The Extinction Business, l’enorme investigazione delle due Ngo sudafricane Ban Animal Trading e EMS Foundation dentro il lato infame e oscuro del traffico di specie selvatiche di cui il Sudafrica è, purtroppo, diventato un big player.

Il business dell’estinzione, di cui ho parlato diffusamente su questo magazine (a proposito dell’allevamento in batteria di leoni, nel 2018: South Africa’s Lion Bone Trade) e su LA STAMPA (per il traffico di ghepardi verso la Cina, quest’anno a maggio: Breaking Point: Uncovering South Africa’s Shameful Live Wildlife Trade with China), è una minaccia sanitaria su scala globale, che è stata debitamente tenuta sotto silenzio in questi mesi di pandemia e che svela invece un trend economico in ascesa.

Un trend che si può riassumere, come emerge anche in questo lavoro di BAN ed EMS, nella volontà politicamente pianificata di sfruttare le risorse biologiche nel modo più indiscriminato possibile, impoverendo ancora di più nazioni – come appunto il Sudafrica, il Benin, il Ghana – già povere, che sono avviate a ritrovarsi con un patrimonio biologico gravemente compromesso negli anni a venire, a tutto vantaggio di flussi di denaro che avvantaggiano Paesi in una posizione di “parassitismo ecologico” sempre più spietato. 

Il solo Sudafrica possiede qualcosa come 400 specie native di rettili. Una miniera d’oro per una classe politica che non riesce a imporre una svolta etica nella propria gestione di una eredità ecologica straordinaria. 

Probabilmente migliaia di anfibi e rettili, spiega il report, finiscononel circuito globale della carne selvatica (bushmeat): tartarughe e anche rane (come ad esempio la rana toro africana, Pyxicephalus adspersus, che gli investigatori hanno trovato in scatole di vetro, ancora vive, nello street market di Tianjin nel 2018). 

Naturalmente questo è un fenomeno non certo solo asiatico o cinese. Tra il 2013 e il 2018 l’Angola ( uno dei mercati di carne selvatica più grandi al mondo) ha importato esemplari di 25 specie di rettili sudafricani listati in CITES (per lo più serpenti).

Nonostante i rischi intrinseci allo spostamento, tra continenti, di specie animali fuori dal contesto selvatico di origine, “la scala del commercio globale di animali selvatici, benché enorme, è poco documentato e la sua estensione non completamente chiara. Il commercio di specie selvatiche stimola ormai l’uccisione di animali selvatici nei loro habitat, portando allo loro estirpazione, a perdita di biodiversità e infine al collasso degli ecosistemi”. 

L’ennesima riprova della correlazione fatale tra defaunazione, rischio epidemiologico e crisi ecologica.

Un aspetto ancora più inquietante, tuttavia, è che l’unica arma attualmente disponibile per controllare e regolamentare il commercio di animali, e cioè l’accordo CITES, è una lancia spuntata, come già avevano dimostrato le investigazioni del 2018 e dell’estate del 2020: “entrambi i report discutono diffusamente come buchi e controlli inefficaci nel sistema dei permessi, che include CITES, di fatto rendono possibile il riciclaggio internazionale e il contrabbando di animali selvatici vivi. Una situazione analoga si applica al commercio, anche questo globale, di rettili e di anfibi vivi”. 

Il Sudafrica è, purtroppo, un paese modello in questo senso: “almeno 4500 rettili e anfibi esotici e indigeni sono stati esportati dal Sudafrica fra il 2013 e il maggio 2020”. Tra questi un numero non rintracciabile di 262 serpenti è finito anche nei pet café, caffetterie che tengono, a scopo ornamentale e ricreativo, animali esotici vivi, come in Corea del Sud.

“Il commercio internazionale nella maggior parte dei rettili, degli anfibi e delle aracnidi è sostanzialmente non regolato, spesso illegale e costituisce una industria in crescita in Sudafrica.  I dati sul commercio di queste specie sono inaffidabili e insufficienti, perché la maggior parte dei Paesi non tiene registrazioni o raccolte dati, benché le specie siano listate nelle Appendici della CITES. 

Una causa di questo è che, a differenza delle specie cosiddette carismatiche come leoni, elefanti, tigri e primati – percepiti come animali con un più alto valore intrinseco – i rettili, che includono specie come serpenti, lucertole, testuggini, tartarughe, alligatori e coccodrilli, sono considerati e percepiti dal pubblico come creature meno desiderabili, oggetto di stereotipi negativi, e quindi mancano dell’appeal di specie sentite come più vicine all’uomo”. 

Eppure, i rettili sono gli animali che patiscono più crudeltà nel wildlife trade. I rivenditori e gli allevatori tengono in conto tassi di mortalità inconcepibili per i mammiferi: fino al 70% di perdite lungo i diversi passaggi della filiera. Il 50% dei rettili in vendita come pet sono stati catturati in the wild e poi passati per animali nati in cattività.

É il crescere della domanda che spinge il mercato a catturare esemplari selvatici, una via più rapida rispetto al mettere in piedi un allevamento. Gli habitat vengono così svuotati, come ha documentato un articolo uscito nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION: “analizzando il commercio di specie di serpenti listate in CITES dal 1975 al 2018 questo studio ha trovato che la maggior parte degli animali sono ancora oggi di origine selvatica”.

E negli allevamenti vige lo stesso regime di sfruttamento biologico invalso per i mammiferi del Sudafrica: “per rifornire di pet il mercato, chi lavora per gli appassionanti seleziona geneticamente animali che hanno un certo colore e una certa forma”. 

In Sudafrica, le ambiguità e le carenze legislative che consentono agli imprenditori di fare soldi in questo settore sono sfacciate.

Ad esempio, nel distretto del Gauteng, a cui appartiene anche la municipalità di Johannesburg, quando un animale è confiscato dal Dipartimento dello Sviluppo Agricolo e Rurale e consegnato ad uno zoo, o portato in uno zoo da gente comune, questo animale viene immediatamente classificato, da un punto di vista giuridico, come animale “nato in cattività”.

E può quindi essere venduto ed esportato. BAN e EMS hanno raccolto prove che indicano che lo Johannesburg Zoo  “è il più grande fornitore di tartarughe leopardo ai commercianti di wildlife del Sudafrica con destinazione mercato internazionale di animali da compagnia”.

Ma non è il solo: “I National Zoological Gardens (ossia il Pretoria Zoo) sono stati e probabilmente ancora sono il principale fornitore di tartarughe leopardo per il rivenditore di specie selvatiche Mike Bester. La maggior parte delle leopardo sono state esportate a pet shop, allevatori e online trader di Hong Kong e Germania e come animali da compagnia e cibo a Taiwan e Tailandia”. 

Ma in che modo l’accordo CITES è insufficiente ? 

Intanto, c’è una scappatoia per far passare le dogane anche ad animali listati in Appendix I, cioè le specie a rischio di estinzione che non potrebbero essere commercializzate in nessun modo, intere e vive, o fatte a pezzi (pelle, denti, unghie, pelliccia).

Ciò può avvenire, come già aveva spiegato il report Breaking Point lo scorso giugno, se questi animali “sono allevati in cattività in una struttura registrata con CITES e se il commercio avviene per scopi non commerciali”. E cioè, ad esempio, a scopo di conservazione della specie, come sostengono molti zoo.

Ma il punto debole è nel modo in cui funzionano i regolamenti CITES per importare ed esportare specie selvatiche: “Sotto la regolamentazione CITES, il Paese che esporta non è tecnicamente tenuto a controllare se gli indirizzi di esportazione sono legittimi. I permessi CITES funzionano ancora con un sistema manuale, soggetto a vaste frodi.

Le dichiarazioni false fornite da commercianti, agenti ed esportatori sono dappertutto e anche una volta scoperte non c’è ad oggi una singola violazione che sia stata perseguita. La trasparenza e la responsabilità, due degli elementi di base della governance, sono notoriamente assenti dal sistema di regolamentazione.

La tracciabilità, che ha una funzione critica per monitorare e verificare, è, in modo simile, assente e inaffidabile. In altre parole, identificare la vera origine di un qualsiasi animale è di fatto impossibile. Una volta che gli animali lasciano il Sudafrica, non si può più sapere dove vadano a finire”. 

Una seconda carenza di CITES è che “CITES non classifica gli zoo come strutture a scopo commerciale o come imprese”.Gli animali registrati come “nati in cattività” possono quindi tranquillamente essere venduti, perché  la Convezione (CITES) non attribuisce agli zoo la funzione di venditore o di intermediario con i compratori e i broker. Anche se di fatto in un Paese come il Sudafrica, ricchissimo di biodiversità, ce l’hanno eccome. 

Terzo punto, il disallineamento tra i propositi e i principi fondativi di CITES e le regolamentazioni nazionali, che possono bypassare CITES o sfruttarne i punti deboli per favorire gli interessi dei wildlife trader. “La maggior parte delle specie indigene di tartarughe esportate come pet e come cibo sono listate in Appendix II, eccetto che per la tartaruga elmetto.

L’Appendix II include specie che non necessariamente sono minacciate di estinzione, ma il cui commercio deve essere rigorosamente controllato e regolato, in modo da evitarne un utilizzo incompatibile con la loro sopravvivenza”, spiegano BAN ed EMS.

“Il commercio di tartarughe non è neanche lontanamente  controllato con serietà in Sudafrica. Le destinazioni finali degli animali per lo più sono sconosciute prima dell’esportazione.

L’Autorità scientifica sudafricana non ha messo a punto un NDF completo per le specie di tartarughe indigene, con lo scopo di determinare quale possa essere l’effetto della rimozione di esemplari catturati allo stato selvatico sulla popolazione selvatica. Un NDF è il documento di “non-detriment finding” previsto da CITES per le specie listate in Appendix II, necessario prima del rilascio di un permesso di esportazione”. 

Scenario analogo per i serpenti. “La maggioranza delle specie indigene di serpenti e di lucertole del Sudafrica non sono classificate in CITES. Gli animali possono quindi essere esportati senza che i wildlife trader siano tenuti a dichiarare se quegli animali sono stati catturati allo stato selvatico o allevati in cattività, e lo scopo dell’esportazione non è richiesto”.

Di conseguenza, “le autorità sudafricane hanno una scarsa conoscenza del tipo di esportazioni internazionali che coinvolgono specie indigene di serpenti”. Nell’arco temporale preso in esame (2013-2020) il 70% dei serpenti sudafricani è così giunto nelle mani dei pet shop, di siti on line che li hanno rivenduti e di pet café. Uno dei maggiori compratori è stato il Pakistan. 

E, infine, non è inusuale che chi traffica in rettili fuori e dentro le cornici giuridiche ufficiali si occupi anche di mammiferi. 

Il report descrive l’attività di Shakeel Malkani, proprietario e direttore di una impresa denominata Animal and Birds Exporter South Africa. Malkani è un pakistano che vive in Sudafrica. È conosciuto per aver esportato una lunga lista di animali oltre confine: uccelli esotici e scimmie in Bangladesh e Pakistan, fennec in Bangladesh e Oman; cuccioli di leone africano, procioni, licaoni, kinkajou, coatis, sciacalli dal dorso nero e serval in Bangladesh. Nel 2019 Malkani ha impacchettato e venduto anche rettili del Madagascar. 

Ma, come dicevamo all’inizio, quel che è massimamente rilevante è che il traffico di animali è internazionale e nessun Paese, neppure nel compiaciuto Occidente, può dirsi innocente. 

L’Unione Europea è “la destinazione principale dei rettili esportati e contrabbandati dal Sudafrica, per lo più come pet. In Cecoslovacchia gli animali sono al terzo posto nella lista dei beni di contrabbando, dopo droga e armi, con le tartarughe tra le vittime più frequenti”. L’Olanda è uno dei big player nel Vecchio Continente.

L’Africa Occidentale (Benin, Togo e Ghana) è la regione del mondo che esporta più rettili, dopo l’America Centrale e Meridionale. Il Ghana ha come mercato di riferimento l’Europa.

La Corea del Sud è il principale importatore di pelli di coccodrillo e di pitone e di rettili non listati in CITES. Gli “animal café” allevano i rettili e li rivendono. 

Il Giappone è il più grande consumatore di animali da compagnia esotici e un punto di ritrovo riconosciuto per i trafficanti di tartarughe. 

I mercati di Karachi, in Pakistan, sono il posto con il più alto numero di specie listate in CITES in vendita in tutto il Paese, alla luce del sole. 

La Russia traffica in rettili rari, anche perché gli zoo privati sono “un status symbol per la gente molto benestante e quindi l’allevamento e il commercio in animali esotici è un business che rende molto bene”. Inoltre, gli zoo russi permettono, del tutto legalmente, di rifornirsi di animali selvaggi quando necessario. 

Taiwan è leader nell’esportazione di rane e di rettili verso il Giappone, ma traffica anche in tartarughe-stella provenienti dall’India ed è naturalmente un “transit hub” con la Cina. Rane, tartarughe e serpenti sono mangiate comunemente a Taiwan. 

Come ha riferito di recente THE ATLANTIC cominciano a non essere poche le voci di coloro che criticano l’impostazione di CITES, per un motivo o per l’altro. Sabri Zain, di TRAFFIC, ritiene che “CITES dipende troppo dal sistema dei divieti, mentre dovrebbe invece aiutare ad assicurare un uso sostenibile delle specie selvatiche che vada incontro ai bisogni delle persone salvaguardando la natura”.

Michael ’t Sas-Rolfes, un economista specializzato in sostenibilità e wildlife trade che lavora ad Oxford, definisce CITES “un paziente malato terminale che ha bisogno di seria attenzione”. Se i divieti possono innescare un effetto rebound, e cioè aumentare il bracconaggio e il prelievo illegale, secondo alcuni esperti CITES non è efficace perché, riferisce sempre THE ATLANTIC, il trattato è semplicemente ormai inadeguato per l’ampiezza del problema che dovrebbe regolamentare.

Nel 2010 il bando sul commercio dell’anguilla europea già criticamente minacciata “a causa della domanda gastronomica dalla Cina e dal Giappone”, ha motivato la pesca illegale a lavorare ancora meglio. Ogni anno, secondo una stima del 2019, vengono contrabbandate dall’Europa all’Asia 350 milioni di anguille.

Brett Scheffers, un ecologo della Università della Florida, è convinto che la wildlife economy è destinata a crescere nei prossimi anni, pandemia o non pandemia: “allo stato attuale delle cose, più di 7.600 specie di uccelli, mammiferi, anfibi e rettili vengono commerciati su scala globale, ma Scheffers ritiene che altre 4000 potrebbero aggiungersi in futuro”.

In questo contesto internazionale, in un tipo di crisi biologica di questo tipo, acquista ancora maggiore rilevanza la proposta avanzata lo scorso giugno da Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven, ossia i tre massimi esperti di estinzione al lavoro oggi (in aggiunta a Rodolfo Dirzo della Stanford) nello studio “Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction”, uscito sulla PNAS.

La proposta è chiara. La prima cosa da fare è classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda proposta è, visto il silenzio dei grandi media, ancora più sensazionale: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. Commercio compreso. 

Al principio del 2021, mentre l’uscita dal tunnel della pandemia viene sbandierato dai Governi come punto di approdo di una deriva ormai alla fine, la verità è purtroppo un’altra. Manca, su scala internazionale, una cornice giuridica in grado di arginare lo sfruttamento della risorsa biologica, che rappresenta una minaccia sanitaria ed ecologica di portata immane. CITES “non è adeguata al suo scopo (not fit for purpose)”, concludono BAN ed EMS, al termine di un lunghissimo viaggio che, in maniera appropriata, hanno definito sin dal 2018 the extinction business

Se vuoi saperne di più: Wildlife Economy: Africa, Asia e Sud America – dove e perché mangiamo specie in via di estinzione.

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Hostiles è un film sull’Antropocene

Hostiles è un film sull’Antropocene. Il film del 2017 di Scott Cooper ( con un eccezionale Chistian Bale) racconta l’abisso spirituale dell’Età dell’Uomo e centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà.

Non soltanto su suolo americano nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei, sterminarono i Nativi.

Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio.

Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica.

Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento.

Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato.

Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini.

Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti.

Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano.

E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva.

Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni.

E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica.

Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens.

Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna.

In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene.

Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta.

È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra.

Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta.

Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo.

Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo.

Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

L’ultimo libro di Telmo Pievani “La terra dopo di noi”: l’Antropocene è l’espressione compiuta del paradosso evolutivo della specie Homo sapiens

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione.

La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante.

Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”.

In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti.

Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”.

Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese.

Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900.

Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù.

A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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La speranza non è una risorsa

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Qualche giorno fa Rai5 ha dato in prima serata The Eichmann Show, un film non troppo noto del 2015 sul processo ad Adolf Eichmann, l’uomo dell’RSHA (Reichsicherheithauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) che organizzò i trasporti ferroviari verso i campi di sterminio durante la fase cruciale della Shoah.

Eichmann venne processato a Gerusalemme nel 1961: per la prima volta davanti alle telecamere di tutto il mondo agiva e parlava in diretta un nazista in carne e ossa.Il film affronta proprio questa novità: lo show televisivo, le decisioni editoriali, e anche pubblicitarie, che motivarono il produttore, Milton Fruchtman, il regista, Leo Hurwitz, e le autorità israeliane a mostrare o non mostrare i dettagli del procedimento penale. 

Perché alcune cose non erano affatto scontate. Che, ad esempio, il pubblico in generale avesse voglia e interesse a seguire gli interrogatori alle vittime, le testimonianze dei sopravvissuti e i loro racconti sulle fucilazioni di massa condotte dalle Einsatzgruppen nella Russia bianca nell’estate del 1941.

Dopo la prima “puntata” con l’arringa introduttiva del Procuratore Generale gli ascolti crollarono. Fruchtman pretendeva che Hurwitz, un regista di fama con una esperienza da talento indipendente, riprendesse senza esitazione le espressioni dei testimoni, anche quando crollavano paralizzati in preda a crisi di angoscia e di terrore ricordando le uccisioni dei propri bambini.

Molti giornalisti accreditati erano piuttosto d’accordo e rinfacciavano ad Hurwitz notizie ben più appetibili che, quanto ad appeal mediatico, facevano concorrenza ad Eichmann e ad Auschwitz. Fidel Castro a Cuba e Gagarin nello spazio. In fondo, ormai, era tutto finito, o no? Perché insistere su particolari raccapriccianti di un processo il cui esito era scontato? Gagarin era il futuro dell’umanità, Eichmann e gli assassini di Hitler il passato. 

È qui che questo film entra di prepotenza nel nostro maggio 2020. Hurwitz se ne frega dell’audience, vuole riprendere la faccia di Eichmann. È convinto che prima o poi il tedesco si tradirà, mostrerà un segno di orrore e di sconcerto per il peso delle proprie azioni, o forse anche una ombra di compassione.

Come accadde a Franz Stangl, il comandante di Treblinka, che un giorno, vedendo un carico di vacche destinate al macello, riuscì a mettere a fuoco ciò che accadeva nel campo dove, sotto la sua giurisdizione, vennero gassate 900mila persone. Hurwitz pensava che in chiunque si nascondesse un fascista, date le necessarie condizioni di contesto politico.

La prima delle sue ipotesi era sbagliata. Eichmann non disse mai una sola parola di partecipazione emotiva e morale alle conseguenze dello sterminio.

Ma la seconda ipotesi del regista americano aveva qualcosa di fondato. Le preoccupazioni di Fruchtman e la noia giocosa dei reporter incuriositi da Gagarin fornivano indizi per comprendere le ragioni che spingono un individuo mediocre a collaborare con un potere criminale. Un unico atteggiamento mentale: adeguarsi il più in fretta possibile alle condizioni esterne, accettare con opportunismo i gusti più in voga in quel momento, concentrarsi su ciò che serve adesso, senza tante ciance.

Un crudo talento nell’adattarsi alle circostanze. 

Nel 1961, in sala stampa, e nell’opinione pubblica di riflesso, dicevano: è finita, abbiamo voltato pagina. Non ci interessa conoscere i dettagli, abbiamo ricominciato a vivere. Divertiamoci. C’è il sole. Se vi suona familiare con le spiritose e ciarliere conversazioni che cominciano a circolare impazienti fuori dei nostri bar, non stupitevi. È proprio qui che stiamo arrivando. 

Più osservo e studio i nazisti, più sono convinta che non potremo mai capire chi erano davvero, cosa pensavano quando prendevano il caffè, che cosa li spinse a consegnare al demonio il popolo più colto d’Europa. Ma la ragione di questo mistero non è la lontananza temporale o l’enormità dei crimini.

Credo, invece, che se anche ci riuscissimo, a scoprire cosa pensavano e come lo pensavano, scopriremmo che nelle loro vite e intenzioni non c’era nulla di eccezionale, di eccessivo, di mostruoso. I loro standard emotivi sarebbero identici a quelli della folla che passeggia in un centro commerciale al sabato pomeriggio.

I tedeschi di allora assomigliano agli uomini e alle donne di oggi, di questa ormai tarda primavera. E noi assomigliamo a loro. I più pensano ormai che il peggio sia passato, non ne vogliono più sapere nulla di pandemia ed epidemia, di terapie intensive e di arresti domiciliari.

È la vittoria dell’infantilismo moderno: ridatemi la spiaggia, l’espresso al bar, voglio solo tornare alla vita di prima. E poi: la speranza. Questo spettro contemporaneo che si nutre, come il sangue per i vampiri, di una ingenuità totale e disarmante.

La speranza è diventata uno strumento di imbastardimento politico e psicologico. È populismo puro. Serve per curare qualunque malattia. Il rifiuto di comprendere le cause del virus, le condizioni ecologiche che gli hanno permesso il suo spettacolare spillover, le conseguenze sistemiche della disintegrazione di un benessere economico precario, fittizio, illusorio.

La speranza è un balsamo contro la coscienza sporca che non abbiamo fatto nulla, prima, non adesso, per prevenire il disastro. La speranza mi aiuta ad evitare la responsabilità. È un vecchio adagio cattolico. Non ti preoccupare, tanto Dio vede e provvede. Non può mandare a monte la Creazione. Non può perdere le sue creature. E se andasse maluccio, avrai la vita eterna. 

La speranza non serve a nulla. Se non a dilazionare i tempi di reazione. Peggiorando ancora di più i sintomi. Lo ha spiegato con la giusta rabbia Nilah Burton su VICE ( agli ambientalisti da salotto con il santino della pala eolica al posto del crocifisso, non piacerà). Mary Eglar è una scrittrice in residence della Columbia University ed attivista che studia la sofferenza psicologica delle comunità più povere di neri americani maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici.

Secondo la Eglar “la rabbia climatica è una risposta normale a queste ingiustizie e alla continua violenza”. Il confronto con i bianchi è dirompente: “troppo spesso la comunità che si esprime sul clima, guidata da bianchi, si appoggia sull’idea di speranza, che conduce all’inazione. La speranza è un concetto bianco. Si suppone che tu abbia prima il coraggio, poi l’azione e quindi la speranza. Ma i bianchi mettono davanti la speranza. La loro insistenza sulla speranza, in tutti questi anni, dove ci ha portati esattamente? A un bel niente”. 

E questo niente, adesso, prolifera, come un virus in coltura, sulla retorica della solidarietà, del ritorno al sorriso, della speranza per il vaccino che verrà, della spiaggia a lettini distanziati ma pur sempre estate. Natalia Aspesi, in una intervista acidissima, ha detto che non saremo più buoni, dopo, ma ancora più cattivi. E quindi, aggiungo io, ancora più speranzosi.

Che la catastrofe ambientale prima o poi si risolverà da sola, che i dati in nostro possesso sul crollo delle reti trofiche negli ecosistemi siano esagerati, che la macchina elettrica spazzerà via il rumore, il particolato e la tristezza dalle nostre metropoli zeppe di amarezza, povertà e giovani disoccupati.

È questa speranza vuota, ripetitiva, ridicola il male peggiore. E assomiglia tantissimo alle speranze della società tedesca nell’assolata e spensierata estate del 1939. 

(Foto: un reduce della Prima Guerra Mondiale a Berlino).

La lezione di Bergen Belsen

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Mercoledì saranno 75 anni dalla liberazione del campo di Bergen Belsen, il lager vicino Hannover, Germania, in cui le truppe Alleate trovarono 70mila persone ridotte a scheletri, molti già morti e lasciati a decomporsi in mezzo ai vivi. Questo capitolo sconvolgente della Guerra Mondiale si è fissato nell’immaginario comune grazie alle riprese girate sul posto, montate poi in un documentario ufficiale. Ma le distese di cadaveri di Bergen Belsen, da sé, non state sufficienti a tramandare agli Europei del futuro la lezione più mostruosa che avevano, loro malgrado, incarnato. 

Questa lezione è particolarmente atroce oggi, al tempo della pandemia, perché descrive in profondità i tratti del nostro carattere umano che non si erano affatto esauriti con il 1945, ma che, funzionando a pieno regime sotto altre spoglie, hanno condotto al disastro biologico di Wuhan, Cina, gennaio 2020. 

Intanto, Bergen Belsen fu una nemesi europea, e non solo tedesca. Crollava, con l’apparato ideologico del regime che aveva voluto il campo, l’orgoglio europeo di essere una fulgida civiltà di principi umani e umanistici, esportabili ad altre culture in altri continenti in nome di una superiorità morale coltivata in XV secoli di Cristianità. Quasi nulla di tutto questo è purtroppo filtrato nella nuova Europa della ricostruzione, votata al commercio globale iper-organizzato, alla prosperità economica liberista e al saccheggio del Pianeta. I suoi media di massa hanno invece propagato e rafforzato il luogo comune che Bergen Belsen fosse l’apice di una nemesi esclusivamente tedesca. È così che ci siamo messi tranquilli, a pianificare il nuovo mondo dell’innocenza collettiva, ora che tutto è finito. 

Ma se affrontiamo il problema posto a noi posteri da Bergen Belsen siamo costretti invece a guardare in faccia un aspetto della realtà storica dei più misconosciuti. Ogni epifania storica ha dei precedenti. Gli episodi più scabrosi della esperienza umana sono sempre il frutto ultimo di una lunga preparazione, che li ha tenuti in incubazione, li ha preparati passo dopo passo, li ha predetti. 

Il Nazismo non ha preso il potere in due giorni, ma in 13 anni. C’è un capolavoro della letteratura tedesca di quel periodo, E adesso, pover’uomo?, di Han Fallada (edizioni Sellerio 2008), che uscì nelle librerie della Repubblica di Weimar nell’estate del 1932. In questo romanzo crudele e cristallino Fallada racconta la disgrazia economica di una giovane coppia di Berlino. Tra un numero incalcolabile di cause culturali e politiche, è nella miseria incurabile di milioni di persone comuni che sprofondano le ragioni dell’adesione al regime. Dalla democrazia rappresentativa non arrivava nessuna risposta a coloro che erano costretti a vivere con 20 marchi al mese nelle baracche di legno che punteggiavano le campagne fino a 40 chilometri da Berlino. Le “capanne per le vacanze” , che divennero abitazioni di fortuna, scaldate, si fa per dire, con stufe a carbone in inverni che arrivavano a meno quindici gradi sotto lo zero. Ci sono ancora, oggi, queste casette improvvisate, fuori delle città tedesche, dove chi può coltiva un orto ed espone la bandiera della Germania riunificata. “Ordine e pulizia: roba di una volta. Pane e lavoro sicuri: roba di una volta. Farsi avanti e sperare: roba di una volta. La povertà non è soltanto miseria, la povertà è anche un reato, la povertà è un marchio, la povertà è sospetta”, scrive Fallada, centrando il sentimento di una generazione il cui rancore sociale finì in bancarotta morale. Nel consenso totale ai nuovi, che promettevano nuova dignità in una Germania nuova. 

Ora, questa pandemia non arriva dal nulla, e non arriva nemmeno in un contesto sociale in cui tutto va per il meglio. I precedenti datano almeno al 2008, se consideriamo la crisi sociale, e cioè alle politiche di austerity che hanno messo in ginocchio un ceto medio europeo già in affanno. E poi c’è la crisi biologica, quella negata dai media, ignorata dall’opinione pubblica, e che però intanto produceva, dall’estate del 2003, disastri climatici a ripetizione e l’epidemia di SARS nel 2002-03. Molti commentatori, soprattutto sulla stampa estera in lingua inglese, hanno espresso il timore che la pandemia, insistendo sulle diseguaglianze economiche già consolidate, possa condurci ad un inasprimento del razzismo, del nazionalismo e del sovranismo. Qui da noi, Alessandro De Angelis sull’Huffington Post ha più volte scritto del pericolo che il nostro Paese si divida ancora di più in fazioni autonome ed autarchiche, in mancanza di una unitaria visione di Paese che sappia dare risposte economiche rapide ed efficaci. 

Quel che ci dovrebbe far riflettere, ma per davvero, è però la linea di continuità tra diseguaglianze sociali ed epidemie. Così la pensa il brillante storico americano Peter Turchin, che ragiona a freddo sugli effetti della demografia umana.

Turchin: “Ci sono diversi trend, in generale, durante la fase pre-crisi che rendono il sorgere e la diffusione delle pandemia più probabili. Al livello più basilare, la crescita demografica sostenuta produce una più grande densità demografica, che aumenta la riproduzione fondamentale di praticamente ogni tipo di malattia. Ancora più importante, la eccessiva disponibilità di forza lavoro, risultato della sovrappopolazione, deprime i salari e i guadagni per la maggior parte delle persone. L’immiserimento, specialmente nei suoi aspetti biologici, rende la gente meno capace di combattere i patogeni. La gente in cerca di lavoro si sposta e si concentra nelle città, che diventano terreni di coltura per la malattia. A causa del movimento più consistente tra regioni, è più facile per le malattie saltare dentro le città”. Perché poi ci sono le élites, con potere di spesa, che comprano beni di consumo anche esotici, che vengono da lontano, e viaggiano da un continente all’altro con regolarità. Secondo Turchin, questo è uno schema che si è già ripetuto, benché con differente intensità, in coincidenza con ogni devastante epidemia della storia, dal Medioevo ad oggi. Turchin definisce questo schema “l’età della discordia” (the Age of Discord), intendendo che l’instabilità sociale è la camera di fermentazione di processi economici e biologici interdipendenti. 

La lezione sui precedenti è dunque questa. Non possiamo fare finta di niente e raccontarci che tutto tornerà come prima. L’evento di epifania – la pandemia – ha semplicemente scoperchiato la verità imbarazzante di un sistema sociale che non teneva fino a un mese fa, e non terrà nemmeno in futuro. 

Ha scritto Gael Giraud su Civiltà Cattolica: “I lavoratori, anche quelli più in basso nella scala sociale, prima o poi infetteranno i loro vicini, i loro capi, e gli stessi ministri alla fine contrarranno il virus. Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant’anni”.

Nessuno può più illudersi che la sua salvezza possa prescindere dalla salvezza delle specie animali e dei loro habitat, e dall’equilibrio climatico della atmosfera: 

“La salute di tutti dipende dalla salute di ciascuno. Siamo tutti connessi in una relazione di interdipendenza. E questa pandemia non è affatto l’ultima, la «grande peste» che non tornerà per un altro secolo, al contrario: il riscaldamento globale promette la moltiplicazione delle pandemie tropicali, come affermano la Banca Mondiale e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) da anni. E ci saranno altri coronavirus (…) A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili. La pandemia ci invita a trasformare radicalmente le nostre relazioni sociali. Oggi il capitalismo conosce «il prezzo di tutto e il valore di niente», per citare un’efficace formula di Oscar Wilde. Dobbiamo capire che la vera fonte di valore sono le nostre relazioni umane e quelle con l’ambiente”.

Esattamente come nel 1945, in quanto esseri umani, siamo tutti colpevoli della piega presa dalla nostra civiltà. Gli anniversari più spaventosi della nostra storia servono a capirlo. 

E’ ok non avere figli

Auspicare il controllo della demografia umana è anti-femminista, disumano e razzista. È questa l’accusa mossa da Meehan Crist, writer in residence in Biological Sciences alla Columbia University, New York, lo scorso 14 febbraio in un public talk al British Museum di Londra organizzato dalla prestigiosa London Review of Books all’interno della rassegna Winter Lectures. Nonostante 10 pagine di una polemica gonfia di pregiudizi possiamo ancora dire ad alta voce: è decisamente ok non avere figli. O riformulata: decidere di non averne per motivi ecologici.

Sotto le ben mascherate spoglie di un ragionamento sulla tenuta civile di un modello sociale fondato sull’uso dei combustibili fossili non meno che dalla libertà di scelta, la Crist ha in realtà articolato una accusa infamante nei confronti di parte dell’ambientalismo militante. E di non poche donne.

Arrivando ad affermare che parlare di riduzione delle nascite significherebbe avere simpatie per il nazionalsocialismo e e le sue fantasie eugenetiche. Per Crist, infatti, i movimenti e i ricercatori con pubblicazioni in peer review che predicano la necessità di ridurre la popolazione umana traggono ispirazione dalla “Ecologia Profonda e dal Terzo Reich”.

La London Review of Books non è nuova ad ospitare scritti che denunciano il discorso sulle nascite, con un taglio decisamente conservatore, viziato da uno snobismo neanche troppo celato.

E non è neppure un fatto isolato accusare di nazismo all’acqua di rose chi dice che la crescita demografica di Homo sapiens è un problema ecologico.

Ma l’intervento del 14 febbraio di Meehan Crist al British Museum è una altra cosa, per la gravità sconsiderata delle affermazioni contenute in un discorso solo apparentemente conciliante e moderato, che si pronuncia invece con toni spropositati e disinformati a difendere un antropocentrismo sempre più pericoloso.

Mentre è purtroppo impensabile che in un Paese cattolico come l’Italia il dibattito sulla sovrappopolazione raggiunga mai una visibilità pubblica consistente, resta il fatto che affrontare il tabù della riproduzione umana è diventato un banco di prova per l’onestà intellettuale. Fuori e dentro i soliti campi dell’ecologismo militante o accademico.

Non sarebbe infatti giusto rimanere in silenzio di fronte ad attacchi così sconsiderati al sacro santo diritto di difendere il “Pianeta vivente” partendo da un punto di vista non religioso, non tradizionale e non paternalistico.

Secondo Population Matters, il think tank londinese che si occupa di divulgare consapevolezza sulla incompatibilità tra la demografia umana e il futuro del Pianeta “il pezzo della Crist ripete lo stanco, anacronistico e convenzionale luogo comune sulle campagne che riguardano la popolazione, ancor in voga per alcune persone, a dispetto di ogni evidenza del suo essere erroneo.

Fondamentalmente, la sua analisi consiste in questo, che sollevare preoccupazioni sulla popolazione o proporre famiglie più piccole come soluzione ai problemi ambientali escluda per definizione tutte le altre soluzioni. Parlare di popolazione significa allora essere o cechi o complici di razzismo, colonialismo e desiderio di controllo del corpo delle donne”. 

In effetti, almeno all’inizio, la Crist riconosce che il diritto di scelta se diventare madre o meno “comincia a sfocare rapidamente, quando ammettiamo che le condizioni per la prosperità degli esseri umani sono distribuite in modo così diseguale e che, in una epoca di catastrofe ecologica, fronteggiamo uno spettro di possibilità per il futuro in cui queste stesse condizioni non esisteranno più in modo affidabile”.

Dunque avere un figlio non è più soltanto un moto intimo e irrazionale, ma, anche, ormai, “un atto politico, che con sempre maggior forza ci richiede di confrontarci non solo con la complessità biopolitica della gravidanza e della nascita, ma anche con le eredità interconnesse del colonialismo, del razzismo e del patriarcato”. Sulla linea di confine, insomma, tra ciò che è personale e ciò che funziona su di un piano globale. 

Ma è proprio questo principio, il fatto incontestabile che ogni nostra decisione è un prisma di risonanze al di fuori della nostra diretta sfera di influenza, che Meehan Crist non riesce a mantenere saldo il timone. E a scandagliare con la necessaria lucidità. 

La responsabilità maggiore dello stato attuale del Pianeta, infatti, non sarebbe ascrivibile secondo Meehan Crist alla direzione che la nostra civiltà avrebbe imboccato negli ultimi 2 secoli, quanto piuttosto di un capitalismo aggressivo e immorale, un regista nascosto più simile al Grande Fratello di Orwell che alla moderna struttura economico-finanziaria delle società avanzate.

Il gioco di prestigio delle multinazionali coincide con l’invenzione, per Crist, della “impronta ecologica (carbon footprint)”, strumento indispensabile per caricare sulle spalle del singolo cittadino la colpa del disastro del Pianeta e del cambiamento climatico. All’altro estremo di questa “strategia della colpevolizzazione” starebbe l’ideologia malthusiana della sovrappopolazione.

Anche Bill McKibben, probabilmente il giornalista ambientale più famoso al mondo, fondatore di 350.org e pioniere del giornalismo scientifico sui cambiamenti climatici, non sarebbe immune da questo revanscismo malthusiano, visto che “più di 20 anni fa, nel suo libro Maybe One (Forse Uno) confezionò un sermone neo-malthusiano per i suoi seguaci americani a proposito del danno, limitato, che avrebbe recato al Pianeta rendere un solo figlio una norma culturale”. 

Meehan Crist ritiene che “recentemente, la logica della impronta di carbonio sia stata associata alle idee sulla popolazione umana in un modo allarmante”. E si lancia in esempi che non sono tratti dalla cronaca ambientale o ambientalista, ma dalla cronaca politica in contesti di esercizio distorto delle libertà democratiche. La faziosità di questi esempi è sconcertante: una campagna di sterilizzazione forzata su donne che avevano già avuto 2 o 3 figli in Uzbekistan; o o su donne positive all’HIV in Cile, Namibia e Sudafrica. 

Ma c’è di più. Le pericolose idee ecologiste troverebbero una eco nell’appello sottoscritto da 11mila scienziati (gente che pubblica in peer review, non su giornali scandalistici di provincia, sia chiaro) nel novembre 2019 su BioScience per arginare il collasso della biodiversità.

Uno degli autori, William Ripple, che è uno dei massimi esperti di grandi carnivori e di metapopolazioni, tra le azioni indispensabili contro l’emorragia di specie animali e vegetali cita l’avere meno figli. “Ma questa utopia è difficile da immaginare senza al contempo pensare al bagno di sangue che ci condurrebbe lì”, scrive la Crist, supponendo che chi è per la pillola anticoncezionale abbia in testa lo sterminio programmato di qualche milione di persone.

“La stessa aritmetica nutre le fantasie eco-fasciste che attraversano la destra on line Deep Green e hanno contribuito ad incitare le sparatorie di massa in Texas e Nuova Zelanda. In queste oscure visioni del futuro, la purezza razziale salverà il Pianeta. Confini chiusi e veganismo”.

E tutto questo dal momento che “la Ecologia Profonda e il Terzo Reich servono da ispirazione”; inoltre “sarebbe fin troppo azzardato ignorare la tendenza dell’anti-umanismo (e in particolare trend come la sociobiologia, il Malthusianesimo e la Ecologia Profonda) nel nutrire politicamente il Darwinismo sociale”.

E questo è davvero singolare, perché anche qui in Italia verifichiamo ogni giorno come la Destra razzista non abbia alcun interesse nell’ambiente. E come, invece, appellandosi al Cristianesimo, invochi il sacro valore della famiglia, magari anche numerosa. 

La Crist ignora palesemente i numeri e i risultati del Rapporto Ipbes del 2019, che ci dice fino a che punto la perdita di habitat sia una concausa della estinzione di massa in corso. E scrivendo che “desiderare meno figli è un terribile punto di partenza per ogni politica” Crist dimostra di non conoscere neppure il dibattito sulla tenuta ed utilità dei parchi nazionali nella conservazione, o le valutazioni attorno dei limiti genetici delle popolazioni isolate e frammentate di qualunque specie.

Non conosce insomma il concetto di spazio in biologia ed ecologia. 

Ognuno di noi è responsabile del ruolo e delle scelte che compie nella epoca storica in cui gli è toccato in sorte di vivere. Di più, ognuno di noi ha il dovere di essere consapevole delle evidenze scientifiche che definiscono non solo le condizioni ecologiche ed evolutive della nostra presenza sul Pianeta, ma anche delle conseguenze che tutto questo implica all’interno della storia della civiltà.

Un impegno troppo gravoso? Può darsi. Ma non possiamo più confrontarsi con le risorse naturali come facevamo anche solo 2 generazioni fa. E’ un dato di fatto e i fatti non smettono di essere fatti perché ci obbligano a ragionare su aspetti morali che mai avremmo pensato di dover prendere in considerazione.

Sulla riproduzione, non possiamo acconciare la nostra coscienza come donne e uomini dell’Ottocento. Il grande psicoanalista Wilfred Bion sosteneva che il soggetto, ossia l’Io pensante, è chiamato a prendersi la responsabilità non solo di ciò che ha fatto, ma anche di ciò che ha compreso di se stesso e della sua storia.

Altro che “mettere sulle spalle degli individui singoli la responsabilità della crisi climatica è barbarico”.

Ma a cosa mai sarebbe servito il petrolio estratto negli ultimi 70 anni? Per produrre un profitto astratto per la BP o la ENI? Non lo abbiamo forse bruciato per avere lo stile di vita a cui siamo così ferocemente affezionati?

“Proprio come per gli attivisti che lavorano sulla plastica e il rewilding sanno che i loro non sono gli unici problemi sul tavolo, e nemmeno le uniche soluzioni, così chi fa campagne sulla popolazione riconosce che affrontare la demografia è soltanto una delle molte azioni essenziali alla salvezza del nostro Pianeta. Credere che la popolazione sia un problema non significa affatto sostenere l’attuale sistema economico”, puntualizza Population Matters.

“E in modo analogo, ritenere i cambiamenti nello stile di vita a livello individuale validi e basati su solide giustificazioni non sposta il biasimo da fattori istituzionali, politici od economici”. 

La cultura del consumo, o del super-consumo, è infatti l’altra faccia della presunzione di poterci riprodurre all’infinito. La stessa demografia in espansione è una esigenza del capitalismo, che ha bisogno di consumatori ad infinitum. Il consumismo presuppone le negazione sistematica degli effetti collaterali della produzione sui sistemi naturali.

Senza miliardi di consumatori neppure la migliore compagnia petrolifera potrebbe avere i conti in attivo. Il ragionamento di Meehan Crist contiene quindi un determinante vizio di logica: il super-consumo non nasce per decisione degli amministratori delegati delle compagnie petrolifere con piattaforme off-shore, ma è una esigenza antropologica inscritta nelle premesse della Rivoluzione Industriale, come ha spiegato Peter Sloterdijk.

Il consumismo-capitalismo trova nelle riserve energetiche fossili (petrolio e gas) il carburante per ciò che Sloterdijk chiama “Lebensentlastung” e cioè sgravio dalla fatica di conquistare il pane per vivere, dalla maledizione del lavoro nei campi durato per millenni.

Il desiderio assoluto di vivere meglio, di avere di più, di avere qualcosa. È da questo motore psicologico che si avvia il processo di costruzione di economie moderne a incremento progressivo di tecnologia. Senza lo sgravio, sarebbe stato impensabile sia progettare il sogno di una demografia infinita sia sostenere una demografia in espansione infinita. 

Ciò che più conta, non si tratta ora di tentare, con ben misere possibilità di successo, un ridimensionamento del super-consumo, quanto piuttosto di invertire le aspettative esistenziali e materiali che le fonti fossili hanno generato nella umanità attuale.

Dovremmo effettuare, per così dire, un rewind dei nostri desideri e delle nostre aspettative.

Tra queste aspettative vi è il sentimento, evidentemente condiviso da Crist, che la nostra specie non debba fare un passo indietro e cominciare a pagare il conto.

Non certo per disegnare un risarcimento ideologico verso le altre specie, ma sostanzialmente per comprendere che senza le altre specie, quindi senza habitat ampi e integri, una Terra sovrappopolata non sarà più vivibile. Perché non sarà più un Pianeta magnifico, ma un enorme ghetto. 

Con buon pace e serenità dei partiti politici che sostengono pacchetti di banalità disinformate come quelle propinate al British Museum da Meehan Crist, la “capacità di carico” degli ecosistemi non è una idea “eco-fascista” ma un parametro scientifico affidabile che sta a fondamento di molto di ciò che sappiamo ad oggi sulla estinzione.

Inoltre, la dimensione culturale del progresso non è un espediente retorico della BP, ci spiace. Il progresso è un costrutto culturale europeo di elaborazione illuministico-settecentesca, pervasivo e ancora radicato nella nostra stessa idea di Occidente e di economia, tanto da funzionare tutt’oggi nella logica impossibile, ancorché diffusissima, dello “sviluppo sostenibile” e della “crescita verde”.  

“Per me, avere un bambino ha significato avere un impegno con la vita e stringere un legame con le possibilità di un futuro ancora umano su questo Pianeta sempre più caldo. Significa chiudere con la purezza morale”. Schopenhauer si sarebbe fatto una crassa risata.

Perché qui non c’è in ballo nessuna purezza morale, ma la sconcertante brutalità della biologia. Se vogliamo davvero attribuire un significato metafisico alle capacità cerebrali umane, allora dovremmo accettare il fatto che la responsabilità di essere ciò che siamo, una specie in grado di far fuori tutte le altre, è l’imperativo etico più consistente in un atteggiamento maturo verso la Terra. 

Nelle parole di Population Matters: “Quando si arriva a parlare di popolazione, ci sono due domande a cui le persone preoccupate dovrebbero rispondere: contribuisce ai nostri problemi e ci sono soluzioni etiche, pratiche ed efficaci che possiamo dispiegare ? La risposta è un empatico sì ad entrambe.

Certamente il numero di noi che richiede terra, acqua, cibo, energia, infrastrutture e merci varie crea pressione sulle risorse naturali e sull’ambiente. Ci sono una quantità enorme di evidenze scientifiche robuste a suffragare questa semplice intuizione.

Ciò non vuol dire che atteggiamenti consumistici, sprechi e una distribuzione ineguale di ricchezze, con la ingiustizia sistematica che ne deriva, siano irrelevanti, certo che no. Significa, invece, che vedere le cose in termini binari del tipo di un aut/aut è controproducente e semplicistico.

Quando si arriva finalmente alle soluzioni, è ancora più assurdo pretendere che non ci siano modi etici per ridurre i nostri numeri. I tassi di fertilità sono già stati abbassati in modo etico ed efficace attraverso il rafforzamento di buone soluzioni in tutto il mondo, e le proiezioni delle Nazioni Unite mostrano che anche piccoli cambiamenti nella fertilità possono avere un effetto rilevante sui numeri complessivi in poche generazioni”. 

C’è un nuovo negazionismo climatico

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C’è un nuovo negazionismo climatico. Il negare la complessità della crisi ecologica. Questa la conclusione a cui è arrivato il primo rapporto onnicomprensivo sullo stato del Pianeta, e delle società umane, di questo 2020, firmato da FutureEarth, un network di scienziati e istituti di ricerca tra i migliori nel definire scenari ecologici.

Hanno collaborato a questa edizione – Our Future on Earth – 222 top scientist di 52 Paesi. 

Le minacce alla sopravvivenza del Pianeta sono tutte correlate e possono essere riassunte in 5 macro aree di rischio.

Esattamente come fu per il rapporto Ipbes del maggio 2019, anche questo vastissimo studio punta su un concetto finora sottovalutato nella informazione mainstream, e cioè la interconnessione tra aspetti diversi della crisi globale: il fallimento nella implementazione di politiche efficaci sui cambiamenti climatici, gli eventi meteorologici estremi, il collasso della biodiversità globale, la disponibilità di acqua potabile e la disponibilità di cibo e infine l’emergere del populismo di destra.

Secondo gli autori, è fondamentale che l’opinione pubblica comprenda che tutti questi aspetti della nostra realtà ecologica del XXI secolo hanno un equivalente sociale sempre più visibile: “l’erosione della fiducia e dei valori condivisi da una società; il deterioramento delle infrastrutture sociali; la diseguaglianza, che è in crescita; l’intensificarsi del nazionalismo politico; la sovrappopolazione; il declino della salute mentale”.

Non è solo il populismo di destra a coltivare ciò che Our Future on Earth definisce il “negazionismo della complessità”: l’abitudine ad analizzare i problemi ecologici in compartimenti stagni, senza una visione complessiva della crisi.

L’aspetto più preoccupante di tutto questo è tuttavia la difficoltà di pensare i problemi sul tavolo adottando una visione complessiva delle crisi: “nonostante le connessioni tra questi aspetti siano ubique, molti scienziati e politici lavorano in istituzioni che sono abituate a pensare e ad agire su singoli indici di rischio isolati, uno per volta. Questo atteggiamento deve cambiare, bisogna cominciare a pensare ai rischi uno correlato all’altro”. 

Non è dunque solo il populismo di destra a coltivare ciò che Our Future on Earth definisce “il negazionismo della complessità”.

Dopo decenni di impostazione ingegneristica nella descrizione e nella analisi della catastrofe ecologica ci troviamo, vien da dire, finalmente, nella condizione di ammettere che, in assenza di un approccio antropologico, non saremo in grado di approntare neppure una delle misure indispensabili per affrontare il duro futuro che ci attende.

Per tradurre in azione obiettivi veri di sostenibilità economica è infatti indispensabile un radicale cambiamento di mentalità nel tessuto stesso delle società civili, cambiamento che dovrà intaccare abitudini consolidate, priorità esistenziali e progetti personali. 

Ma è molto importante comprendere che ci troviamo all’interno di un esperimento biologico globale del tutto inedito. E questo aumenta esponenzialmente il rischio potenziale. 

Se osserviamo i processi di estinzione, le attività umane hanno prodotto effetti domino dalle conseguenze ancora sconosciute.

“Quando l’umanità cambia i suoi schemi di consumo, differenti porzioni di terra vengono convertiti all’agricoltura e differenti rotte commerciali vengono stabilite sui mari. Le politiche governative intendono procedere in una direzione, sostenendo magari la produzione agricola, e finiscono con il nuocere alla biodiversità.

Questi fattori di cambiamento non agiscono in maniera isolata: interagiscono l’uno con l’altro e l’impatto di questi fattori combinati è spesso più grande della semplice somma delle parti.

In parte a causa di questa complessità, non è semplice predire come gli ecosistemi cambieranno in risposta a fattori del tipo del cambiamento climatico.

I modelli attuali che prevedono alterazioni su larga scala agli schemi vegetazionali presenti oggi, come l’espansione delle foreste boreali dentro la tundra Artica, non possono però predire i cambiamenti nella composizione delle specie nelle comunità di piante e alberi, su una scala più ridotta.

Su scala locale, infatti, altre cose sono più importanti, come il tipo di suolo e la presenza o la assenza di erbivori e impollinatori”. 

A questo va a sommarsi un’altra questione molto dibattuta: che cosa succederà alle specie native di ogni singolo habitat, per quanto degradato o già in parte modificato dalla presenza di agricoltura intensiva, industrie, impianti di diffusione e produzione di energia?

Queste specie saranno soppiantate dalle specie invasive appartenenti però allo stesso contesto geografico, cioè da quelle specie che sono già in movimento verso nord a causa dell’aumento delle temperature?

Oppure saranno queste specie, i nuovi “profughi” del mondo animale, a venire eliminati dai legislatori perché entreranno in competizione con specie più utili dal punto di vista economico? O meglio tollerate dai cittadini?

Entro quest’anno aspettiamo dalla CBD (Convention on Biological Diversity) la revisione degli Obiettivi di Aichi (fissati nel lontano 2010) che avrà luogo il prossimo autunno a Kunming, Cina, un nuovo trattato globale per la protezione delle specie animali.

Il Global Deal for Nature, annunciato su SCIENCE ad aprile del 2019, si prefigge di riconsegnare allo stato naturale il 50% delle terre degradate e degli oceani iper-sfruttati entro il 2050. 

Entro il 2020 le Nazioni Unite dovrebbero definire una nuova cornice giudica che regolamenti anche l’uso degli oceani oltre le giurisdizioni nazionali.

Tre miliardi di persone dipendono dagli ecosistemi marini come primaria fonte di proteine. E l’inquinamento, i commerci via nave, il prelievo eccessivo dagli stock ittici sono quasi raddoppiati negli ultimi 10 anni.

Rimane come sempre aperta la domanda di tutte le domande: come conciliare una protezione maggiore del Pianeta (tradotto: lasciare agli altri esseri viventi una porzione di mondo tutta per loro) con una demografia umana in continua crescita?

La biodiversità al centro della società civile

La biodiversità al centro della società civile. Questo il succo della bozza preparatoria per il summit della CBD (Convenzione Mondiale sulla Biodiversità) delle Nazioni Unite, che si terrà a Kunming, in Cina, il prossimo autunno.

In politica, ma anche e forse soprattutto nella società civile. Il motivo: “i cambiamenti di ampia portata che sono necessari per raggiungere la visione del 2050 per il ripristino della biodiversità richiederanno un livello di collaborazione senza precedenti che coinvolgerà l’intera società”.

A Kunming verranno tirate le somme sulle azioni intraprese negli ultimi dieci anni a protezione della biodiversità del Pianeta: cosa abbiamo recuperato, quanto è grave l’estinzione in corso, che cosa dobbiamo fare senza più dilazioni.

Il vero punto caldo del summit sarà purtroppo il totale fallimento degli obiettivi di Aichi, e cioè gli obiettivi di conservazione degli ecosistemi progettati per il 2020 e quasi tutti disattesi.

Siamo all’anno zero anche su una altra questione. Il disperato bisogno di una reazione civile a favore delle faune e degli habitat nelle società iper-urbanizzate soprattutto delle nazioni più ricche.

L’appello della Convenzione ad una mobilitazione delle coscienze conferma quanto la crisi di estinzione sia solo l’altra faccia di una crisi antropologica profondamente inscritta nei nostri schemi di produzione di benessere e ricchezza materiale.

È impossibile mettere in piedi strategie efficaci per la biodiversità al 2050 senza un cambio di passo nelle abitudini, nel comune sentire, nelle idee sulla vita e sulla morte di milioni di occidentali.  

L’intera “theory of change” del summit di Kunming si fonda su questo presupposto: “la teoria riconosce l’urgenza di una azione politica su scala globale, regionale e nazionale, necessaria per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari, in modo che i trend che hanno aggravato la perdita di biodiversità siano stabilizzati entro i prossimi 10 anni, e che entro i prossimi 20 ci sia un recupero degli ecosistemi. Questo permetterà  di raggiungere, entro il 2050, la visione della Convenzione di una armonia con la natura”. 

Siamo di fronte a un problema prima di tutto politico.

La società civile deve essere consapevole, per libera scelta, della crisi di estinzione e chiederne conto alla politica: “c’è uno scarto temporale tra natura e società, tra il momento in cui vengono prese le decisioni e il momento in cui i cambiamenti cominciano a diventare visibili. Questo scarto deve essere considerato quando si stabiliscono degli obiettivi e le azioni utili a raggiungerli”. 

Vediamoli allora, alcuni dei questi obiettivi post Aichi:

Evitare ogni perdita netta entro di territorio integro (non ancora sfruttato per attività economiche ) entro il 2030 negli ecosistemi di acqua dolce, marini e terrestri; aumentarne anzi l’estensione almeno del 20% entro il 2050;

Mantenere o rafforzare la diversità genetica del 50% entro il 2030 e per le specie del 90% entro il 2050;

Avere il controllo di tutte le vie di introduzione delle specie aliene invasive, raggiungendo entro il 2030 una riduzione del 50% del tasso di nuovi arrivi, ed eradicando le specie aliene già insediate nel 50% dei siti geografici sempre entro il 2030; 

Ridurre entro il 2030 l’inquinamento da eccesso di nutrienti, sostanze biocide, rifiuti in plastica di almeno il 50%;

Assicurare entro il 2030 che il prelievo, il commercio e l’uso delle specie selvatiche sia legale e su livelli sostenibili;

Integrare il valore della biodiversità nella pianificazione politica nazionale e locale, nelle strategie di riduzione della povertà. Entro il 2030 la biodiversità deve essere mainstream in tutti i settori.

Il minimo comune denominatore di questa visione è tuttavia la demografia umana, che è incompatibile con obiettivi così ambiziosi.

Lo ISS – Institute for Security Studies di Pretoria, Sud Africa, un think tank autorevole sulle questioni africane, ha riportato lo scorso 15 gennaio numeri impressionanti sulla crescita demografica nella cosiddetta area geografica dei G5: Burkina Faso, Chad, Mali, Niger e Mauritania.

Gli effetti sinergici dei cambiamenti climatici, che riducono la resa netta delle coltivazioni già più bassa della media africana (1,2 tonnellate per ettaro rispetto alla media di 3.6 per ettaro del continente), e della instabilità sociale (crescono i movimenti con affiliazioni terroristiche) si somma all’effetto destabilizzante di una popolazione in continua crescita.

“I Paesi del G5 hanno bassi livelli di sviluppo economico anche considerando gli standard continentali. Nel 2018 il reddito pro capite era considerevolmente sotto la media dei gruppi sociali e basso e medio reddito dell’Africa nella sua interezza.

Questo è in parte dovuto alla rapida crescita demografica di queste nazioni”, avvertono gli autori dell’articolo. “Le previsioni dicono che la popolazione totale del G5 crescerà di quasi il doppio entro il 2040, dagli attuali 81 milioni di persone nel 2018  a 152 milioni di persone”.

Oggi, 33 milioni di persone in questa porzione di Africa vivono con meno di 1 dollaro al giorno e il 30% non ha accesso all’acqua potabile.

Il Burkina e il Chad hanno ancora degli habitat sufficientemente intatti per tentare ambiziosi progetti di recupero e conservazione dei grandi mammiferi africani: la W-Arly-Penjari in Burkina, area transfrontaliera con Niger e Benin, cruciale per il leone dell’Africa Occidentale, e lo Zakouma National Park in Chad, dove la Giraffe Conservation Foundation lavora dalla primavera scorsa per sostenere la popolazione della giraffa di Kordofan, una sottospecie ormai criticamente minacciata. 

È impossibile pretendere di delineare programmi efficaci di protezione della biodiversità senza portare al centro del dibattito sull’umanità il nostro diritto ad una riproduzione incontrollata. E per quanto possa suonare impopolare dirlo, questo dilemma riguarda tanto la parte ricca del mondo quanto le nazioni in miseria, come il G5 in Africa Occidentale. 

A chi abbia abbastanza coraggio da capire a che punto di disprezzo della vita altrui siamo arrivati distruggendo le faune del Pianeta consiglio di vedere questo cartoon capolavoro di Steve Cutts: The Turning Point.

Perché è di questo che parleremo a Kunming.

Africa 2020: servono acqua potabile e leoni

(Photo Credit: Lion Recovery Fund)

Lo stress ecologico sta ridisegnando la sicurezza interna dei Paesi dell’Africa occidentale. Africa 2020: servono acqua potabile e leoni. Questo lo scenario per il nuovo anno. L’integrità ecologica degli ecosistemi del continente va di pari passo con la sicurezza alimentare, l’emergere di movimenti terroristici e insurrezioni a mano armata, la destabilizzazione politica.

A meno di due settimane dalla fine di questo 2019 lo ISS ( Institute for Security Studies, finanziato anche dalla Unione Europea) disegna una mappa chiara della disintegrazione della coesione sociale in numerose azioni africane sotto l’onda d’urto dei cambiamenti climatici.

“L’Africa meridionale e il continente nella sua interezza devono aspettarsi eventi climatici estremi come il ciclone Idai e il ciclone Kenneth, più frequenti e più intensi. Stiamo soltanto ora cominciando a capire che cosa questo significa per le migrazioni di massa (in Sudafrica, le ripetute e violente esplosioni di xenofobia sono un segnale allarmante).

La capacità di produrre energia (la siccità ha lasciato la diga di Kariba al minimo storico, compromettendo la generazione di energia dello Zimbabwe e dello Zambia, con conseguenti tagli diffusi alla distribuzione).

La politica (è solo una coincidenza che il partito di governo della Namibia abbia sofferto la perdita più significativa di voti nel mezzo di una siccità?); e la salute (ambienti più caldi aumenteranno il rischio di malaria?)”.

Questo il quadro generale secondo Jason Allison di ISS. 

Ma non è tutta questione di CO2.

Lo stress idrico sarà una delle ipoteche aperte sulla stabilità politica dell’Africa occidentale. Il WRI (World Resource Institute) ha disegnato una mappa (We Predicted Where Violent Conflicts Will Occur in 2020. Water Is Often a Factor) delle tensioni già evidenti per l’acceso all’acqua dolce che consenta di prevedere dove, nei mesi a venire, sono più probabili scontri armati.

L’alterazione dei pattern climatici stagionali si è saldata con un incremento demografico che è diventato una miccia accesa nel focolaio di tensioni etniche sempre latenti in Mali. Ecco cosa dice il Rapporto: “La popolazione del Mali è cresciuta molto rapidamente.

A Bamako, la capitale, la densità demografica è triplicata negli ultimi 20 anni (…) La competizione crescente per le risorse naturali peggiora le rivalità etniche e contribuisce a far aumentare la violenza tra agricoltori e pastori”. Sulla mappa dei prossimi 12 mesi l’acqua è un punto di domanda politico anche in Burkina, Niger, Ghana, Benin, Nigeria, Costa d’Avorio. 

In pochi hanno il coraggio di ammettere, negli organismi che presiedono la governance mondiale, che la demografia è già oggi una minaccia alla sicurezza. La Planetary Security Initiative ( un think tank citato dal WRI) ha denunciato la pericolosità della situazione del Mali.

“Una devastante esplosione di violenza a Moptu ha calamitato l’attenzione sulle divisioni etniche e la radicalizzazione. Tuttavia il ruolo della pressione sulle risorse naturali è la causa prima del conflitto e il punto di partenza per soluzioni che continuano ad essere trascurate (…)

Come documentato da un briefing del 2017 del Planetary Security Initiative la crescita della popolazione e il cambiamento climatico hanno giocato un ruolo sostanziale nel preparare un terreno fertile per i conflitti in Mali. Nelle parole di un accademico: man mano che la demografia cresce, diminuisce il bush”. 

E senza il bush, o la savana, o le praterie di erbe ad alto fusto, sparisce anche l’acqua: “Se vuoi continuare ad immettere acqua nell’agricoltura, devi mantenere il paesaggio che produce la pioggia”, ha detto Kaddu Sebunya del comitato direttivo della African Wildlife Foudation.

Un concetto di basilare fisiologia ecologica che purtroppo anche milioni di Europei ignorano.

In Africa, paesaggio significa però una cosa sola: leoni. 

Senza i leoni, gli ecosistemi africani collasseranno. Un processo che è già in corso. Mai come in questo passaggio storico la specie simbolo del continente ci dice che nessuna strategia geopolitica sarà efficace nei prossimi decenni senza tenere in conto la variabile della biodiversità.

E la stessa Africa non può fare a meno di confrontarsi con il problema dell’estinzione del leone. Questa è la conclusione a cui è giunto un rapporto speciale, The Lion Economy, redatto dal Lion Recovery Fund di Peter Lindsey e quindi sovvenzionato dalla Leonardo di Caprio Foundation. 

“La conservazione del leone non è solo una questione che coinvolge coloro che lavorano nella conservazione, bensì chiunque abbia interesse in un futuro sostenibile e vitale per l’Africa. Le popolazioni di leoni stanno crollando e sono già scomparse da molti Paesi.

Nel tentavo di costruire intere economie e di portare fuori della povertà molte persone, i governi sono riluttanti a spendere più soldi per la conservazione, perché ci vedono uno spreco a svantaggio di esigenze più pressanti. Ma questi stessi governi ignorano i seri problemi ambientali che fronteggia il continente. L’Africa sta già sperimentando la perdita di servizi ecosistemici; e, cosa ancora peggiore, la maggior parte dei Paesi sono poco resilienti nei confronti del cambiamento climatico”. 

I leoni sono predatori di vertice e quindi è dalla loro presenza che dipende la salute dell’ecosistema. I processi chimici che garantiscono ai nutrienti di passare dagli animali alle piante, e infine all’uomo; la disponibilità di acqua potabile, la riduzione del rischio di disastri come le alluvioni, grazie alla stabilizzazione del clima, lo stoccaggio di carbonio nelle piante e una copertura vegetazionale integra.

Tutto questo non ci sarà più senza i leoni.

The Lion Economy descrive molto bene la attuale condizione dei leoni e delle persone sul continente. Gli uni dipendono dalle altre. Perché questa relazione possa produrre futuro per entrambi, il leone deve tornare ad occupare i progetti, i sogni, le visioni dei decenni che verranno. 

Kaddu Kiwe Sebunya, Chief Executive Officer, African Wildlife Foundation: “I leoni non sopravviveranno al XXI secolo soltanto con la buona volontà. E non sopravviveranno neppure rimanendo il centro nevralgico delle vacanze per visitatori stranieri di alto livello sociale, o fungendo da trofeo per la caccia. La sopravvivenza del leone dipende dall’Africa stessa. Questo significa concentrarsi sul grande valore culturale che i leoni hanno nella società africana per costruire consenso attorno alla importanza della loro persistenza allo stato selvatico. Detto pragmaticamente, dipende dalla gente, dai governi e dall’industria riconoscere che la preoccupazione attorno alla sopravvivenza del leone non è una rievocazione di un passato romantico, ma il simbolo di un intero comparto di altri valori che rischiano di scomparire per sempre insieme ai leoni”.

Se l’Africa del 2030 sarà edificata soltanto sulle aspirazioni di sviluppo socio-economico, ed è questa la traiettoria imboccata, il patrimonio unico dei paesaggi africani sarà perduto, insieme a ciò che resta di civiltà antiche che hanno condiviso se stesse con questo felino straordinario.  Le proposte del think tank che sostiene “the lion economy” è di potenziare il finanziamento della conservazione dei paesaggi ancora selvaggi introducendo dei meccanismi di pagamento dei servizi ecosistemici. È un approccio che assomiglia molto a quello del REDD+ e del carbon market, entrambi rivelatisi finora insufficienti per disinnescare una economia in continua espansione. Ma alle soglie del 2020 le informazioni sulla insofferenza sociale di molti Paesi africani sembrano indicare che è arrivato il momento di considerare l’identità e la coscienza africane come elementi imprescindibili delle economie di domani. Il prossimo decennio, in poche e semplici parole, dovrebbe essere anche un decennio di ispirazione e di valori, non solo di un modello ibrido di profitto ricalcato sull’Occidente.