La novità più importante del mese scorso nel dibattito sull’uscita dal collasso ecologico e dalla dipendenza dai combustili fossili non è stato il summit di Santa Marta, in Colombia (First International Conference on the Transition Away from Fossil Fuels). Ma la presentazione, il 22 aprile a Ginevra, della Roadmap for Eradicating Poverty Beyond Growth, un report poderoso per documentazione scientifica e numero di esperti coinvolti (400 personalità del mondo accademico, delle Ngo e della società civile) approntato da Oliver De Schutter, Referente Speciale per la Povertà delle Nazioni Unite. Questa roadmap è infatti una pietra miliare nello sforzo di portare a conoscenza del vasto pubblico il costo umano ed ecologico reale della economia della crescita. Questa è sostanzialmente la prima volta che un organismo che fa capo alle Nazioni Unite sconfessa e smantella i principi fondamentali della crescita del PIL, una sorta di ortodossia religiosa a cui ogni Paese è ormai ferocemente devoto. 

Se non si capisce perché siamo sempre più poveri nonostante politiche di crescita inderogabili, ebbene, non si capisce neppure perché siamo nel mezzo di una catastrofe bio-ecologica globale, trattata costantemente dai media come un dettaglio sullo sfondo. E questo è un altro punto di novità assoluta della Roadmap: cade l’ultimo baluardo pseudo-religioso sul potere della crescita di produrre benessere mettendo temporaneamente da parte (per quando ci saranno abbastanza soldi pubblici per occuparsene) la distruzione totale necessaria per avviare l’ennesima catena di montaggio. 

Questo rapporto non nega che i Paesi del Sud Globale abbiano bisogno di aumentare la ricchezza prodotta, ma pone questa esigenza umanitaria dentro una domanda finora ignorata: “laddove la crescita è ancora necessaria come possiamo garantire che sia meno estrattiva rispetto alla sua forma attuale?”. Questa crescita a macchia di leopardo, settoriale e regionale, ha una analogia forte con le politiche energetiche direttamente collegate al phasing out dei carburanti fossili. È impensabile che una dipendenza totale come quella attuale dal petrolio si interrompa in una manciata di anni. Se le cose dovessero prendere la direzione giusta, nei prossimi decenni vivremo piuttosto in un regime di mix energetico. Non è neppure da escludere, lo hanno fatto notare Drew Pendergrass e Troy Vettese, che debba persistere per un certo numero di decadi anche il bio-fuel. Rimane inoltre aperta la questione sollevata da Jean-Baptiste Fressoz nel suo libro More, More and More” (Prix du jury Turgot and the Prix du Sénat du livre d’histoire 2025). Fressoz si concentra sul fatto che la transizione energetica non è mai stata un passaggio univoco a una nuova fonte energetica, perché i vecchi carburanti hanno sempre continuano a offrici i loro servigi quando quelli nuovi erano entrati in servizio a pieno regime. Fressoz preferisce quindi parlare di “simbiosi” energetica piuttosto che di transizione ecologica. Queste puntualizzazioni mostrano il vantaggio epistemologico di un pensiero beyond-growth: non si appoggiano su di un unico parametro onnicomprensivo (il PIL, il prezzo), ma tengono fissi una molteplicità di variabili e la interconnessione dei problemi socio-economici. 

L’incantesimo (spezzato) della crescita

Concentrandosi sulle dimensioni della povertà globale, questa indagine collega esplicitamente la miseria di una porzione enorme di umanità (non solo nel Sud globale) con il superamento dei limiti eco-biologici del Pianeta. La causa di questa condizione di sofferenza (siccità lunghe decenni, bancarotta idrica globale, deforestazione, estinzione e defaunazione delle specie viventi non umane, epidemia di depressione e burnout nelle società più ricche del Nord) è il cosiddetto “growthism”, l’idea che solo una crescita economica ininterrotta fornisca risorse fiscali sufficienti a sostenere la spesa pubblica nel welfare, buoni tassi di occupazione e l’emersione sopra la linea di galleggiamento della miseria estrema nel Sud Globale. La roadmap di De Schutter lo dice senza girarci più intorno con il trucco della “crescita verde” e della “green economy”: nessuna delle crisi bio-ecologiche che viviamo è superabile senza abbandonare la fantasia della crescita (il Gruppo di Stanford aveva parlato di “ridimensionamento della impresa umana sulla Terra”, downsizing the scale of the human enterprise), ormai non solo incompatibile con le condizioni della biosfera, ma anche incapace di fornire ai peggio messi gli strumenti per superare la maledizione della povertà. Con i dati a nostra disposizione, oggi possiamo constatare, si legge nella Roadmap, che la crescita non è solo contro-produttiva, è addirittura anti-economica. A questi ritmi di prelievo ecologico e di impatto sulla salute umana, provoca più danni che benefici.

E se non esiste economia senza natura, non esiste neppure una crescita senza annientamento progressivo dell’intero patrimonio terrestre. Portare la questione della biodiversità dentro la questione della povertà è un imperativo politico: “l’economia è incorporata nei sistemi ecologici e dipendente da essi, e le decisioni prese oggi plasmano i diritti, le opportunità e le condizioni di vita delle generazioni presenti e future. Gli Stati hanno l’obbligo di rispettare, proteggere e realizzare i diritti umani in modi che salvaguardino l’integrità ecologica ed esercitino una gestione responsabile delle risorse naturali, finanziarie e istituzionali, incluso il riconoscimento giuridico dei diritti della natura e il rafforzamento della protezione della biodiversità”. La sopravvivenza della biosfera rientra quindi nel novero dei diritti umani. La nostra integrità psico-fisica è una cosa sola con il diritto alla vita delle altre specie. 

La strada per abbandonare la crescita esiste già

L’alternativa alla crescita è qualcosa di più della decrescita, è una “economia dei diritti umani” (human rights economy), in cui il diritto ad una vita decente non è indipendente dalla responsabilità ecologica di porre un limite alla distruzione del Pianeta. L’architettura di questo nuovo modello di organizzazione-Mondo la possediamo già. È nella infrastruttura giuridica che regge le istituzioni internazionali sui diritti umani e sui principi che di quella visione dell’essere umano sono integrati nelle Costituzioni della maggior parte dei Paesi del Mondo. 

Un esempio lampante, di casa nostra, è la Costituzione Italiana, che pone il lavoro al cuore della Repubblica, inteso come occasione di arricchimento della società e del bene comune, non come profitto. Nel nostro secolo, bene comune significa garantire a tutti una sopravvivenza piena e dignitosa entro i limiti planetari. Il fatto, dunque, che negli ultimi 40 anni il Neoliberismo abbia piegato alle proprie esigenze la vita politica delle nazioni ricche è in palese violazione della concezione più alta di essere umano che pur ci vantiamo di aver introdotto nella Modernità. E che è scritta nei trattati internazionali sui diritti dell’uomo.

La crescita è in contraddizione con i diritti umani fondamentali

Il percorso che ha portato a questo documento storico (il riconoscimento consapevole dell’esaurimento delle opzioni economiche apertisi con l’economia oceanica del secolo e poi con la nascita degli Stati Uniti alla fine del ‘700) è cominciato nel luglio del 2024, quando il Referente Speciale per la Povertà delle Nazioni Unite, Olivier De Schutter, ha presentato al Consiglio per i Diritti Umani (Human Rights Council) il report “Eradicating poverty beyond growth (A/HRC/56/61)”. La crescita è infatti ormai un ostacolo alla realizzazione dei diritti umani. Il lavoro di De Schutter dimostra, anche senza dirlo apertamente, che ci troviamo in una nuova epoca storica: la fase della crescita, durata 5 secoli, è finita. Noi viviamo nell’epoca della “stagnazione secolar”e. I problemi sempre più intricati, i circoli viziosi sempre più labirintici in cui sono costrette le nostre vite lo testimoniano. 

Un paio di mesi fa, De Schutter aveva già affidato a The Guardian la denuncia dell’ostracismo in cui sono confinati coloro che mettono in discussione l’ideologia della crescita. “Abbiamo costruito un’economia globale che indirizza enormi quote di ricchezza nelle mani di una ridotta élite, e che lo fa indebolendo le istituzioni democratiche e intrappolando milioni di persone in lavori pagati pochissimo. E tutto questo si regge sul saccheggio delle risorse naturali e la manodopera a costo quasi zero del Sud Globale, causando un danno irreparabile al Pianeta (…) Quando ho cominciato il mio mandato 6 anni fa, l’agenza ‘beyond growth’ era ai margini. Ma adesso, mentre la organizzazione economica complessiva ci spinge verso la catastrofe climatica e livelli inimmaginabili di povertà, superare la crescita è una urgenza che dà forma al dibattito, con sempre maggiore forza”.

Per questo siamo di fronte ad un indispensabile revisione anche dei famigerati (tanto decantati quanto inutili) Obiettivi del’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile al 2030 (una prima valutazione generale avrà luogo nel settembre del 2027), perché l’Obiettivo numero 8 (“sostenuta, inclusiva e sostenibile”) è da sempre ancorato alla crescita (una critica radicale mossa anche da Saito Kohei) e quindi non è più né realistico né perseguibile. 

La roadmap rientra in un contesto di discussione molto ampio, in cui due imponenti opzioni hanno riacquistato un posto al sole: socialismo e pianificazione (Emiliano Brancaccio ha parlato di pianificazione a Il Cavallo e la Torre il 5 maggio). Una discussione che anche tra gli economisti e i sociologi italiani è entrata nel vivo sulle pagine del magazine JACOBIN. Il “socialismo qui e ora” sembra l’unica strada percorribile per salvaguardare non solo quel che resta della biosfera, ma anche la democrazia. Il ponte che collega entrambi questi ambiti (la miseria ecologica e la miseria umana) è la giustizia sociale, “forma di società che liberi le persone dal ricatto del bisogno e dal dominio della merce”

La crescita non descrive adeguatamente la povertà

La prima, fondamentale puntualizzazione della roadmap è che la crescita economica, presupponendo che basti aumentare il reddito per riscattarsi dalla miseria, non coglie né descrive adeguatamente la povertà. Questo spiega per quale motivo la povertà non sia affatto un fenomeno relegato nelle periferie del mondo, ma sempre di più una esperienza destabilizzante e umiliante per milioni di persone anche qui, nel ricco Nord Globale. Secondo l’ISTAT nel 2023 in Italia i poveri assoluti erano 5.4 milioni. Gli individui poveri privi di un nucleo familiare erano invece 8 milioni. Benché sin dagli anni ’90 si parli della povertà come “violazione dei diritti umani” è dei giorni nostri la consapevolezza che la povertà è multidimensionale. 

Non basta un reddito minimo per non essere poveri. Un lavoro mal pagato, in altre parole, può consentire di mangiare tre volte al giorno (è lo standard della Banca Mondiale), ma non l’accesso alle reti sociali e alla socialità in generale, perché si è comunque troppo poveri per pagarsi una vita sociale. La povertà, in altre parole, erode la fitness sociale delle persone e la loro “social membership”. Il team che ha scritto questa roadmap ha fornito una descrizione così precisa di cosa vuol dire vivere in povertà, anche nelle nostre città, da meritare un posto fisso nei talk della sera (uno dei pochissimi in Italia ad aver intuito la dimensione sociale della precarietà lavorativa fu Luciano Gallino nel suo libro del 2014, dal titolo profetico, Vite rinviate). La descrizione prende spunto da una ricerca fuori dagli schemi del 2019, condotta dalla Università di Oxford, su dati raccolti in Bangladesh, Bolivia, Tanzania e Francia (“Hidden dimensions of Poverty”). Qualcosa che molto di rado è colto dai giornalisti da prima pagina. Essere poveri significa subire una riduzione drastica delle opzioni disponibili, con “conseguenze catastrofiche in caso di passi falsi”; paura continua; l’impatto mentale della povertà implica la distorsione dei processi decisional e il restringersi dell’orizzonte sullo stretto presente; continui sentimenti di umiliazione e senso di estraneità sociale, perché la povertà è sempre vista come un fallimento personale (lo ha colto Mariapia Veladiano criticando la presunta democratizzazione della meritocrazia). Chi è povero è destinato per lo più a restarlo, perché i benefici della crescita non arrivano a toccarlo. Inoltre, il lavoro precario e mal retribuito  (una ferita aperta qui in Italia da 25 anni) genera stress cronico e quindi deterioramento della salute; chi è precario a vita è discriminato sul mercato e vede le sue opportunità reali sciogliersi come neve al sole anno dopo anno. Egli, o ella, non ha infatti, a causa del proprio modesto impiego, alcun network professionale stabile e neppure risorse finanziarie proprie. La povertà è dunque “un prodotto (manifactured), costruito a tavolino attraverso scelte ben precise”.

Tutti vedono che la crescita non funziona

Negli ultimi 4 decenni abbiamo assistito ad una “crescita senza lavoro”, una condizione diffusa che già da sola smentisce l’assioma secondo cui è l’aumento del PIL a sostenere i tassi occupazionali. “Il rapporto tra crescita e occupazione non è né stabile né automatico (…) Dal 2012, la correlazione tra aumento del PIL e riduzione della disoccupazione è ammontata a un misero 0,34 per i paesi OCSE”. L’introduzione delle tecnologie ad intelligenza artificiale, anche se non dovesse diventare realtà lo scenario catastrofico prospettato un paio di mesi fa da CITRINI su Substack (e giudicato verosimile da Allie K. Miller), “renderà la crescita senza lavoro la norma”.

La mancata redistribuzione fiscale (la pressione fiscale è sempre meno progressiva, e sempre più regressiva), la stagnazione dei salari reali, l’austerity sui servizi pubblici essenziali in vigore dal 2008 in Europa, la crescita ferma allo zero virgola (la crescita nei Paesi OCSE si è più che dimezzata dagli ’60) e la crisi americana, sono tutti sintomi del fatto che la crescita come obiettivo in sé non funziona. Eppure, né la politica organizzata né la società civile riescono ad emanciparsi dalla convinzione che in un Paese sano il PIL debba crescere.

Secondo De Schutter e il suo team il “growthism” (affidare tutti i risultati macro-economici rilevanti per la coesione sociale al PIL e all’aumento della produttività) ha preso in ostaggio la politica, perché ne è diventato una “fonte di legittimazione e una misura di performance”. A partire dagli anni ’80, “la crescita è diventato un imperativo di Stato”. E questo spiega perfettamente perché siamo bloccati nello status quo: “le economie moderne sono organizzate in modi che le rendono dipendenti da una crescita continua. Perciò, da decenni, anche le aspettative politiche sono state forgiate da stili di vita sempre più dispendiosi e standard di vita altrettanto alti, rinforzando la percezione comune che la crescita sia indispensabile. E in una economia globale la crescita di una regione spinge anche le regioni contigue a entrare in competizione per crescere”. Una analisi molto convincente sul perché il discorso ambientalista non riesce fare breccia. Anche quando è annacquato e diluito ad arte (e quindi pochissimo pericoloso), come nella narrazione di Robert Habeck, o manipolato come semplice companatico di buon senso di un progetto economico a “profitto socialista”, come nel caso del leader di France Insoumise, Jean-Luc Melanchon. 

Perché la crescita ha fallito

Ma quali sono gli indicatori che mostrano il fallimento della crescita?  Dal 2000 al 2022 il PIL globale è più che raddoppiato, eppure la povertà non è diminuita. È vero, quindi, che la ricchezza ha un bilancio positivo, ma non finisce nelle tasche dei miserabili. Questo è il motivo per cui riforme e interventi di ispirazione social-democratica (lotta all’evasione, billionaire taxZucman tax, tassazione degli extra-profitti) sono ritocchi all’acqua di rose, che lasciano inalterati i rapporti di forza che stanno dietro la povertà e la distruzione ecologica. 

Viviamo in una grande finzione, ingabbiati in una manipolazione politica. I lavoratori debbono portare il peso della crescita (lavorando sempre di più) senza però goderne i benefici. Perché non è solo la produzione industriale a rendere disponibile i soldi per lo Stato, ma anche il modo in cui la ricchezza è concentrata e blindata. Uno Stato con enormi ricchezze private non tassabili, e un esercito di lavoratori salariati precari e poco pagati, e giovani senza uno sbocco, ha un gettito fiscale modesto e scarno anche se insiste a puntare tutto sul PIL. Solo 24 su 27 Paesi OCSE tassano eredità e donazioni. 

Ma la constatazione più coraggiosa sulle conseguenze della crescita questa roadmap la avanza definendo la nostra economia una “economia del burnout” (IPBES aveva parlato, lo scorso febbraio, di “economia dell’estinzione”). Secondo De Schutter questa è una organizzazione-Mondo che “trattando gli individui come risorse da rendere massimamente produttive, produce le stesse condizioni che minano la salute, la coesione sociale e, in ultima analisi, la capacità economica stessa. Oggi, 970 milioni di persone — l’11 per cento della popolazione mondiale — vivono con una condizione di salute mentale; oltre 280 milioni soffrono di depressione e 301 milioni di ansia; e 700.000 persone muoiono per suicidio ogni anno. Il costo economico è considerevole: le condizioni di salute mentale generano perdite di 1 trilione di dollari USA all’anno. Un’invisibilità aggravata da un inquadramento biomedico che tratta queste condizioni come problemi di neurochimica individuale piuttosto che di struttura sociale ed economica, distogliendo così dall’attenzione la riforma sistemica”. 

Le persone, disoccupati di lungo periodo (anche laureati, come il manager licenziato interpretato da Antonio Albanese nel film Giorni e Nuvole del 2007) tanto quanto analisti e medici, non stanno male perché sentono in modo distorto il mondo attorno. “Non è la privazione assoluta in quanto tale, ma la povertà relativa, la disuguaglianza e l’insicurezza economica — lo stress cronico della precarietà, la paura di rimanere indietro, l’erosione del capitale sociale nelle società altamente diseguali — a predire con maggiore forza la cattiva salute mentale: gli studi mostrano che gli individui nei paesi più diseguali riportano più sintomi di depressione e tassi di incidenza elevati di schizofrenia, psicosi e disturbi d’ansia, e quasi il 60 per cento delle persone nel mondo è molto preoccupato di perdere il lavoro o di non trovarne uno”. Per i più giovani è “la morte del futuro”, ossia la fine del tempo contenitore di possibilità aperte, una condizione che Bifo Berardi riconduce all’esaurimento della civiltà occidentale (la fine dell’età della crescita, per l’appunto):

“Ma quando dico futuro non mi riferisco alla direzione del tempo. Penso piuttosto alla percezione psicologica che emerge dalla situazione culturale di progressiva modernità, alle aspettative culturali elaborate nel lungo arco della civiltà moderna, che hanno raggiunto il loro picco dopo la Seconda guerra mondiale. Queste aspettative si sono formate nel quadro concettuale di uno sviluppo in continuo progresso, per quanto attraverso metodologie diverse: la mitologia hegel-marxiana dell’Aufhebung e la rifondazione della nuova totalità del comunismo, la mitologia borghese di uno sviluppo lineare della democrazia e dei servizi sociali, la mitologia tecnocratica del potere onnipotente della conoscenza scientifica, e così via”. Per un tempo che è parso a molti di noi interminabile intellettuali e attivisti hanno tentato di rendere pubblico il nesso tra malessere (diventato disperazione) collettivo, anche qui, nel Nord della Terra, e gli olocausti inflitti alle specie animali. È possibile che pur passando per ora inosservata la roadmap segni un passaggio epocale. Le Nazioni Unite schierate dalla parte di coloro che denunciano nella crescita lo schema storico secolare che sta condannando tutti a morte. 

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