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Europa: il nostro continente ha deciso il destino del Pianeta tra XV e XIX secolo, combinando genocidio, ecocidio e colonialismo. Per comprendere la sesta estinzione di massa dobbiamo rileggere la storia dell’Europa. La civiltà occidentale è stata la protagonista della conquista moderna del mondo: esplorazioni oceaniche, avvio del capitalismo, estrazione di risorse naturali su base industriale.

Imponendo il proprio dominio, l’Europa ha anche sviluppato categorie del pensiero e della cultura che hanno plasmato la società umana moderna, e funzionano ancora oggi: progresso, crescita economica, sviluppo, catalogazione degli esseri viventi in tassonomie scientifiche ed ideologiche.

La storia della civiltà europea è intrecciata con un uso spregiudicato degli esseri viventi, animali e popoli. Ma proprio perché si espanse grazie ad uno spirito di avventura senza precedenti, questa storia coincide con un carattere. Un mindset, un modo di intendere la vita e il mondo.

Per inglobare tutto, gli Europei pensarono da Europei. Ecocidio e colonialismo. Combinati in modo deliberato.

Oggi paghiamo il prezzo di questa cultura. L’Europa è responsabile del 29% delle emissioni serra in eccesso rispetto ai limiti del Pianeta (le 290 ppm di CO2 presenti in atmosfera prima dell’inizio dell’Era Industriale). L’effetto collaterale delle sue imprese lungo 5 secoli. Questa è l’Europa tra genocidio ed ecocidio.

Scoprire il carattere europeo vuol dire diventare consapevoli di come l’estinzione delle specie animali sia intrecciata con l’esistenza che oggi chiamiamo con orgoglio “moderna”.

E alla fine una stanza piena di ossa

(Museo di Storia Naturale di Parigi, il Gabinetto Anatomico in omaggio di George Cuvier)

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Si esce dal Musée du Quai Branly sotto chock. Che cosa abbiamo fatto? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non sappiamo niente degli Africani? E alla fine una stanza piena di ossa (gli estinti, quelli in via di estinzione, i quasi estinti da salvare non si sa come) sembra essere l’eredità europea sul mondo.

Questo è un Louvre, proprio perché è un contro-Louvre. Ma c’è anche una altra sensazione. Il Musée du Quai Branly è diventato un posto chic. Va bene, centro di ricerca prestigioso, forse in futuro uno dei più rilevanti nella costruzione di un sapere di sintesi sull’Antropocene. Ma anche un luogo alla moda, la cui eleganza sposta tutta l’attenzione sulla piacevolezza di un caldo mezzogiorno di estate precoce. 

Il Café Jacques (in onore di Jacques Chirac che volle il museo) è una leziosa veranda ai cui tavolini siedono abiti di costosa sartoria, collane di perle, abbronzature da weekend in campagna e conversazioni leggere. Ascolto qualcuno commentare l’ultima collezione di Givenchy. Io non mangiavo del pollo da, credo, 5 anni. 

Nella sola Europa vengono allevati almeno 2 miliardi di polli. Sono di più di tutti gli uccelli selvatici del nostro continente messi insieme, che appartengono a 144 specie. Milioni di ossa di pollo fritto, arrostito, grigliato, marinato, rimarranno a decomporsi nei secoli a venire nelle discariche o saranno incenerite. Ossa ormai inutili, cheap nature, vite di scarto. 

Eppure, è dalle ossa che è cominciata buona parte di questa storia. Prendo la RER sul Ponte dell’Alma e scendo alla Gare d’Austerlitz, a sud est della città (ci sono 30 gradi, e siamo a metà maggio). Obiettivo: il Jarden des Plantes, ossia il Museo di Storia Naturale di Parigi dove lavorava George Cuvier.

Cuvier fu uno dei geni del periodo rivoluzionario, prima sotto il Terrore di Robespierre e poi in epoca napoleonica. Era un teorico della fissità delle specie (Dio ce ne scampi dall’ipotizzare una evoluzione intrinseca, Monsieur Lamarque, lei è un imbecille !), ma qualcosa di giusto lo intuì su quelle che lui chiamava  “catastrofi ricorrenti”, e cioè (in lessico scientifico corretto) le estinzioni di massa. Cuvier fu anche, forse questa è la cosa più importante, un eccellente anatomista. Sezionava e comparava le differenti parti di organismi diversi, stabilendo connessioni funzionali di strutture e organi. I suoi studi diedero un impulso gigantesco alle allora nascenti scienze naturali. Di fatto, Cuvier figura tra coloro che inventarono il modo moderno di vedere gli animali. 

Eppure, era anche un razzista impenitente. Certo la catalogazione della natura, gli animali, gli diedero agio e strumenti di immaginare una organizzazione della vita che a quel tempo era quasi fantascienza. Ma le tassonomie sono servite anche per tentare di dimostrare che un nero africano non poteva essere parente di un bianco francese. Ma poi, che cosa significa catalogare gli esseri viventi secondo i rapporti e le proporzioni delle ossa e degli arti, e categorie di somiglianza e divergenza ? Significa elaborare per il fenomeno biologico una interpretazione logico-razionale. 

Da qui parte il viaggio dell’uso della natura. Capisco, quindi manipolo. Dilemma ancora incompreso della coscienza scientifica europea. Non è poi troppo strano, per quanto mostruoso, che tutto ciò che rimane di Cuvier sia questa stanza (il suo Gabinetto anatomico) popolato di scheletri. 

Questo è l’esito di ciò che è accaduto dentro il Musée du Quai Branly. Anonimi sono da secoli per noi i popoli africani da cui abbiamo preso tutto. Anonimi sono gli animali sezionati per estrapolare dai loro tessuti e dal loro respiro il segreto della nascita e della morte. E così anonimo diventa sinonimo di estinto.

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE – LA PIU’ GRANDE RIVOLUZIONE UMANISTICA DELLA STORIA

La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Figura maschile di un portatore di coppe, popolo Bekom, Cameroon, provincia di Nord-Ovest, Regno di Kom, XIX secolo – Musée du Quai Branly, Parigi)
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La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità. Eccolo il potere divinatorio e profetico del Quai Branly.

Si entra nel cuore del Musée du Quai Branly (la roccaforte dell’etnografia europea) percorrendo un lungo tunnel buio. E questo è un museo scuro, dove filtra pochissima luce. Come nelle foreste tropicali. Lucien Fevre, padre della storiografia moderna, non credeva che interi popoli potessero abitare le foreste tropicali, “così debordanti e potenti da non permettere alcuna vita se non la propria”. Era il mito dell’oscurità tropicale. E se oggi avessimo paura di noi stessi, anche se abbiamo vinto su ogni animale e su ogni foresta e su ogni popolo delle foreste? Se fossimo noi Europei, adesso, a vivere nel buio?

Jacques Chiraq volle il Musée du Quai Branly nel 2006. Chiraq volle questo museo per favorire il dialogo tra i popoli. Ma dove è menzionato il genocidio? Dove l’ecocidio?

Nietzsche pensava che la nostra civiltà avesse smesso di essere crudele, che non fosse più capace di quella ferocia che le aveva consentito di diventare grande. Il Quai Branly smentisce Nietzsche. Non solo siamo stati crudelissimi. Oggi la maggiore crudeltà la infliggiamo proprio a noi stessi perché non ci rendiamo conto del nostro nome. Non siamo capaci di decifrare noi stessi nella civiltà che abbiamo edificato.

Siamo prigionieri della nostra interpretazione del mondo. E il Quai Branly racconta questa interpretazione europea del mondo. 

Quando arrivammo sulle coste africane, usammo l’arma dell’interpretazione. Perché anche la civiltà è una interpretazione del mondo. Michel Foucault lo sapeva bene. Credeva che addirittura la Modernità fosse una invenzione, che persino l’uomo fosse una invenzione culturale del Cinquecento e del Seicento. Siamo stati capaci, in nome della nostra interpretazione del mondo, di estinguere intere porzioni di Pianeta. Le persone, le civiltà, le storie, le biografie, enormi assemblage di specie.

Eppure, qui non c’è una parola sulla deforestazione. Non ci sono indicazioni sulle specie arboree dai cui alberi a legno duro venne tagliato il legno per queste figure di antenati e demoni. Questo congela le collezioni, non le lascia parlare fino in fondo. Mozza loro la voce sul confine del tempo presente. Effetti dell’interpretazione.

Ecco qui, non nella questione della restituzione sollevata da Savoy e Macron, il rischio di una rappresentazione neo-coloniale delle civiltà africane. Tagliando fuori il XXI secolo. In modo da essere politicamente corretti. Ma non possiamo occultare il presente per non far torto al passato. O per lenire i sensi di colpa. In questa lacuna di riferimenti e di rimandi alla cronaca ambientale dell’Africa Occidentale e del Congo Basin c’è un limite gigantesco della nostra esperienza di quelle geografie e di quei popoli.

(Musée du Quai Branly, Special Exhibition sull’istutuzione politica della Chefferie in Cameroon – la chefferie è un territorio caratterizzato dalla presenza specifica di un popolo e della sua cultura, alla cui guida c’è un capo (chef). In questo contesto il mondo dei vivi (la comunità) è in costante dialogo con il regno degli antenati (i morti). Gli antenati sono il fondamento di una famiglia. Lo chef, quindi, rapprenta il consesso degli antenati, amministra la guerra e la giustizia. Anche alcuni animali figurano nel novero degli antenati. Questa è una delle idee centrali del totemismo. Ad esempio, nella società Bamileke: i legami tra regno animale e uomini sono radicati nella storia stessa degli individui e delle famiglie. In Cameroon la chefferie, spiega la Exhibition, è presente nella regione di Grassfield, i cui totem-antenati sono specie iconiche: leoni, leopardi, elefanti, bufali, gorilla, pitoni).

Qui c’è una voragine neocoloniale. Perché, se escludo a priori di far convergere sul presente le condizioni d’essere, storiche, di quelle opere (ad esempio, il fatto che ancora a inizio Novecento in Cameroon c’era il leone, oggi estinto), le loro premesse simboliche (le specie animali); se evito di aggiungere dettagli sui materiali (e invece di marmo, pittura a olio, pigmenti minerali, azzurro-lapislazzuolo si parla sempre), nel timore di sgarrare e di infrangere un codice di buona condotta che identifica il rispetto con la sola esposizione  dell’opera (come una offerta allo sguardo bianco); se lo faccio, tutto questo, allora ottengo l’effetto opposto della guerra senza quartiere al razzismo. Ho buone intenzioni, ma ho troppa paura per andare fino in fondo.

Ebbene sì, agisco in modo coloniale. Perché l’opera finisce immobile, incastonata e muta. E anche chi guarda si vede sottratto un momento fondamentale del comprendere. Mettere in sequenza cronologica ciò che fu commesso contro quell’opera (spostandola in Europa), contro quel popolo (sottraendogli la sovranità ambientale) e le conseguenze ecologiche sistemiche di simili politiche. 

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Musée du Quai Branly, Maschera Epa – Yoruba (Nigeria), legno, XX secolo, leopardo che preda una gazzella. I leopardi oggi sono quasi estinti nella regione)

Lo sgomento del visitatore si scioglie nell’oscurità. Mestizia di tenebre. Sontuosità artistica spalancata sul mistero dell’essere umano. Certamente, passeggiando tra questi volti, cercando di cogliere un senso complessivo nella loro presenza, ci si chiede per quale motivo l’Africa dovrebbe interessarci. Un sentimento meschino che così facilmente può diventare ripulsa spirituale. Così siamo stati educati. Non è la stessa familiarità che abbiamo con i marmi del Partenone… È arte primitiva…Come potrebbe mai essere paragonata a Michelangelo?

L’Africa è lontana. Dobbiamo ammetterlo. Anche se è vicinissima (Rue Saint Martin, Rue Saint Denis, Chateau l’Eau, Republique). L’Africa ci sfugge. Il giovane del Senegal che vende su un lenzuolo piccole Tour Eiffel Made in China sul Quai. L’Africa noi Europei non la vogliamo toccare a mani nude. Ma è lei che ci raggiunge. Ci afferra. Ci costringe. Ci avvinghia. Ci fa innamorare del nostro tempo, di tutto il tempo che ci è concesso in questo secolo maledetto e abbagliante. 

Per saperne di più: MUSEO ANTROPOCENE

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane
(Il giardino del Musée du Quai Branly a Parigi)
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Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane: questo è il posto migliore di Parigi per parlare di cosa accadrà alle primarie rimaste dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo. Nel racconto artistico e culturale delle sue opere, già avvolte da controversie e polemiche sempre più accese da quando Emmanuel Macron commissionò una investigazione speciale sulla loro provenienza alla storica francese Bénédicte Savoy e al filosofo senegalese Felwine Sarr, queste collezioni sono diventate centrali nel dibattito sulla sopravvivenza di alcuni degli ecosistemi più importanti del nostro Pianeta. 

(La facciata esterna del Museo fotografata dal Quai Branly annuncia la Special Exhibition sul Cameroon)

Il fronte alternativo della conservazione (che include i rappresentanti dei cosiddetti popoli indigeni) si batte contro i metodi di misurazione degli habitat ancora selvaggi. Questi ricercatori, e questi attivisti, ritengono infatti che i criteri per definire gli ecosistemi “ricchi di biodiversità” siano di fatto riconducibili ad un concetto errato di integrità ecologica. Ottocentesco e coloniale: una natura svuotata della presenza di qualsivoglia comunità umana. In realtà, anche questa posizione rischia di assumere un carattere prepotentemente ideologico e politico. Negli ultimi 7 anni, infatti, la ricerca scientifica ha rivisto il concetto di “intactness” e di “pristine wilderness”. Non solo includendo nel discorso sul futuro di questi ecosistemi le popolazioni native delle regioni ancora oggi ricchissime di specie vegetali e animali. Ma anche articolando in modo decisamente più dettagliato che in passato la definizione stessa di habitat selvaggio. 

Che cosa si intende, oggi, per natura selvaggia? Ormai lo sappiamo: non basta che un ecosistema sia ricco di un certo numero di specie, e cioè biologicamente diversificato. Bisogna capirne la funzionalità ecologica: sono presenti tutte le tipologie di specie che permettono gli scambi di sostanze nutritive, i flussi di sostanze chimiche di rilevanza biologica e addirittura la riproduzione di numerosi alberi e piante? Vale a dire, questo ecosistema ospita i frugivori, i carnivori e gli onnivori in gruppi abbastanza numerosi da interagire tra loro? Questo ecosistema contiene dunque una diversità filogenetica tra le sue specie, ossia una lunga storia evolutiva di tutte queste specie messe insieme tale da aver definito nel tempo lungo il ruolo di ciascuna, e le une rispetto alle altre?

Ecco quindi che nel 2016 la IUCN ha proposto un set di nuovi criteri per identificare le aree più importanti del mondo pullulanti di biodiversità. L’integrità ecologica è il più importante, perché somma tutte queste caratteristiche in una sola: l’integrità biologica di un ecosistema. Le aree selvagge devono essere abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici, compresa la presenza dei grandi predatori altamente mobili (che si spostano cioè su larghe distanze). E dei grandi mammiferi: erbivori di media-grossa taglia e frugivori esperti nel disperdere i semi delle specie di alberi a legno duro, come quelli endemici delle foreste tropicali primarie che stoccano anche più carbonio.

(Il giardino del Musée du Quai Branly con il Café Jacques e la biglietteria)

I luoghi da cui provengono (spesso attraverso la violenza coloniale) le opere d’arte dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo custodite nel Quai Branly non sono più, a oltre un secolo di distanza, quelli che erano al tempo del dominio straniero. Molto spesso, non hanno più queste caratteristiche ecologiche. Moltissime delle specie che avevano un ruolo nel pantheon simbolico, demonologico e religioso delle civiltà indigene sono ormai scomparse, o molto rare. Le figure religiose, gli antenati e i protagonisti della vita spirituale di queste nazioni oggi al Quai Branly sono dunque testimoni silenziosi di estinzioni già avvenute (è il caso del leone occidentale) o ancora in corso. Senza le specie animali che oggi è difficile incontrare o anche ricordare, quelle opere d’arte non sarebbero mai state pensate, nel loro simbolismo e nel loro significato sociale. Nel legame che stringeva uomini, donne, animali e foreste in una unica civiltà. 

Oggi queste regioni sono infatti drammaticamente defaunizzate. In Africa occidentale i mammiferi sono crollati del 70%. In Cameroon, Costa d’Avorio, Benin, Gabon le specie animali sono sempre più sfoltite, sempre meno numerose. Qui, come in ogni altra parte del mondo, si è sempre cacciato, però la pressione della caccia oggi è oltre il limite di recupero delle specie. Ma, al declinare della complessità e della diversità delle comunità di mammiferi, in queste che sono le foreste – insieme al Congo Basin – tropicali primarie tra le ultime rimaste cominciano a collassare gli interi ecosistemi, perché con gli animali scompaiono le loro funzioni ecologiche. Foreste ricche di animali sono anche una garanzia per la tenuta del sistema climatico terrestre. La defaunazione è quindi una minaccia globale. 

Non c’è altro contesto per capire direttamente quanto la crisi di estinzione coincida con l’evaporazione delle condizioni ecologiche storiche che resero possibile l’emergere delle civiltà africane. Ma questa situazione è anche una conseguenza diretta del colonialismo. È stato il colonialismo (dall’impianto del traffico di schiavi neri a partire dalla fine del XVII secolo) a mettere fuori equilibrio l’Africa Occidentale e Tropicale, agganciando l’Africa al disegno capitalistico europeo ed americano. Ecco perché, ora, la defaunazione dell’Africa Occidentale e del Congo Basin è una responsabilità storica globale. 

(NB – Il secondo video contiene un errore. Le specie che disperdono semi nel loro ambiente mangiando i frutti di alcune specie arboree favorendone la riproduzione si chiamano FRUGIVORI. L’entusiamo a volte gioca brutti scherzi con i refusi. Grazie della pazienza!)

Per saperne di più sulle collezione etnografiche europee e la crisi di estinzione: MUSEO ANTROPOCENE. Per capire di più sui processi di estinzione in corso: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE.

La solitudine umana di fronte alla natura

La solitudine umana di fronte alla natura è da un secolo uno strumento di lotta politica per la salvezza del Pianeta e delle sue specie animali.
(Caccia al leone – Fregio Assiro 645-635 a.C., British Museum, Londra)
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Un insolito diorama esposto al Museo di Storia Naturale di Milano racconta l’ossessione dominante dell’attivismo ambientale quando si parla di sesta estinzione di massa. La solitudine umana di fronte alla natura è da un secolo uno strumento di lotta politica per la salvezza del Pianeta e delle sue specie animali.

Poco appariscente e forse addirittura approssimativo (le ricostruzioni dei due esemplari di Tanistrofeo e Askeptosauro non sono del tutto corrette), il diorama porta il nome di “Mare di Besano”. Una marina desolata e rocciosa, rosso ruggine, al cui centro si incunea lo scorcio profondo di un lontano oceano blu cobalto. Siamo nel Triassico (238 milioni di anni fa) e il Mare di Besano corrisponde all’attuale Lago di Lugano. 

È un diorama che crea nel visitatore inquietudine e solitudine. L’immensità degli oceani vuoti delle nostre navi. Il vento fresco di uno spazio assoluto, senza civiltà. Il silenzio di un Pianeta privo delle nostre voci. Il tempo in cui l’orizzonte non occupava nessuna immaginazione che lo volgesse in poesia o magia. Insomma, un mondo senza esseri umani. Uno stato mentale che, certo, esiste soltanto dal nostro punto di vista: sono stati gli esseri umani a inventare la solitudine. È il nostro orgoglio ferito a parlare: noi non c’eravamo ancora ! È pur esistito un Pianeta a prescindere da noi ! 

I rettili marini del Mare di Besano, come qualunque altra specie, non vivevano in un nulla, una dimensione spazio-tempo priva di significato perché non c’era ancora una specie capace di elaborarne uno. La vita biologica accadeva, proprio come accade oggi. Ma i Sapiens sono capaci di provare l’angoscia del nulla. E di chiamare questa angoscia con altri nomi: paura, assenza, impassibilità. Fino ad avviluppare di questi sentimenti la propria percezione di una incombente estinzione di massa. 

L’intero racconto moderno della sesta estinzione di massa è avviluppato in uno stato mentale ascrivibile ad una desolata solitudine. 

Nell’ultimo secolo, la solitudine umana di fronte alla natura ha infiammato il dibattito sulla posizione della civiltà e della nostra specie sulla Terra. Lasciata alla lunga risacca della storia già consumata la convinzione religiosa di Homo sapiens come eccezione biologica voluta da un Dio consenziente e autoritario, alcuni hanno voluto mantenere intatta l’egemonia ecologica degli esseri umani moderni trovandovi una prova indiscussa di una superiorità totale. L’uomo sarebbe dunque “solo” come un imperatore è solo dinanzi ai suoi sudditi, con cui egli non può condividere l’eccezionalità del proprio status. Una sorta di “sindrome del sopravvissuto”, per come la intese Elias Canetti. L’ultimo rimasto vivo contempla la fine di tutti gli altri dalla terrazza del suo palazzo.

Nichilismo naturale

Ma la solitudine può anche essere una scelta estrema dinanzi a mali radicali. Un eremitaggio della coscienza. Forse sotto shock per il talento distruttivo di ferrovie, industrie e fabbriche, altri pensarono invece che la civiltà dovesse mantenere, ai suoi confini, regioni disabitate e lasciate solo agli animali chiamate “wilderness”. Le specie selvatiche devono prosperare da sole, senza gli umani. A quel punto, però, anche i moderni Sapiens sarebbero costretti a rassegnarsi per sempre a sopportare una cesura netta e draconiana tra il loro mondo e il mondo della natura. Non a caso “wilderness” è un termine anglosassone dai molteplici significati. Pare che nel 1829 potesse indicare addirittura un labirinto di alberi in un grande parco. 

Labirinti della mente, strade senza uscita la cui linea di fuga infinita coincide con le aspirazioni illimitate della modernità. Parliamo della sesta estinzione di massa perché ci siamo infilati da soli in una selva di contraddizioni incapsulate l’una dentro l’altra. Civiltà e natura sono oggi i termini mediani di una ermeneutica nichilista della vita. Umana e animale. Di entrambe. 

Oggi le due impostazioni storiche della solitudine umana sono saltate. Il campo è stato invaso dal discorso sulla sesta estinzione di massa. La solitudine umana di fronte alla natura non è più sostenibile sotto l’ombrello protettivo delle ideologie filosofiche positiviste e socialiste del primo Novecento. L’impronta ecologica umana sulle specie animali ha raggiunto un punto tale da richiedere, quanto meno, un “pensiero rivoluzionario pur in assenza di un soggetto rivoluzionario”. Gli esseri umani moderni si sentono insufficienti rispetto al collasso ambientale. Ma non hanno ancora un’alternativa a questa disfatta interiore e intellettuale. Il nichilismo  sulle cose di natura, quindi, è diventato una abitudine, fonte di amarezza, ma, tant’è, lo si accetta così come viene.

Sintesi di tutti i cambiamenti ambientali

Dopo il Rapporto IPBES del 2019, e lo scoppio dell’epidemia globale nel 2020, nessuno osa espungere la distruzione della biosfera da una agenda di problemi ecologici tali da mettere a soqquadro l’intero impianto teorico del rapporto tra i Sapiens moderni e il resto del Pianeta. Come ha scritto Thomas Lovejoy, “la perdita di biodiversità costituisce di gran lunga la più grande eccedenza rispetto alle condizioni preindustriali.” Le eccedenze non sono altro che i limiti del Pianeta. La biosfera, così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi 10mila anni, ha contribuito all’equilibrio energetico del nostro Pianeta e quindi alla stabilità del clima. “Il sistema climatico è la manifestazione visibile della quantità, della distribuzione e del bilanciamento energetico sulla superficie della Terra”. Nel “sistema terrestre”, dunque, “la biodiversità regola i flussi di materia e di energia e aumenta la resilienza del sistema stesso nei confronti di cambiamenti impressivisi e graduali”. 

“In altre, parole”, scrive sempre Lovejoy,  “la biodiversità integra (assorbe e riassume) tutti gli altri tipi di impatti del cambiamento ambientale”. Messa in modo un po’ semplicistico, sono gli animali che dovrebbero salvare noi. È diventato riduttivo affastellare ipotesi su come fermare la sesta estinzione di massa in mancanza di una riflessione storica radicale sul significato che ha la biodiversità nel XXI secolo. 

Natura senza umani ( o no?)

Alle soglie della COP26 di Glasgow, negli ambienti diplomatici ed accademici, era più convinta che mai l’urgenza di andare oltre un accordo sul clima. Un trattato internazionale per riequilibrare il sistema climatico terrestre dovrebbe ragionare in sincrono su atmosfera e biosfera. Diventando così una integrazione del prossimo accordo globale per la protezione della natura, che la Convenzione Mondiale per la Biodiversità (CBD) promette entro la prossima primavera. La rivista SCIENCE, a pochi giorni da Glasgow, si è schierata a favore di questi intenti, fornendo così un segnale inequivocabile sulla distanza che ancora separa la diplomazia sul clima dalla scienza dell’estinzione. Due ambiti separati da muri di gomma, eppure interconnessi.

Tra clima e biosfera, però, almeno una differenza c’è. Nessuno metterebbe in dubbio la definizione di atmosfera, né tanto meno discuterebbe se i dati finora raccolti sul sistema climatico siano sufficienti per una “scienza del clima”. Per la biodiversità le cose stanno invece diversamente. Eccola, la solitudine umana di fronte alla natura. Non è ancora chiaro quale tipo di natura debba stare al cuore delle preoccupazioni della CBD e dei suoi delegati. E, in traslato, alla gente comune.

Se questa natura sia cioè selvaggia, integra, priva di esseri umani. O se, al contrario, la natura selvaggia abbia bisogno di essere ripopolata di persone appartenenti ad etnie in minoranza nei loro stessi Paesi. Non tutti concordano, ad esempio, su come misurare l’effettiva estensione delle “foreste intatte” o delle regioni “last of the wild”. Non c’è unanimità neppure sullo status genetico di questa natura sotto forma di enormi riserve (aree protette e parche nazionali non fa differenza): è opportuno o no spostare intere popolazioni o reintrodurre specie localmente estinte per ridensificare habitat sempre più spogli di grossi mammiferi? 

Imprese all’avanguardia promettono di salvare gli habitat selvaggi attraverso il mercato delle emissioni di carbonio. Se puoi pagare, puoi anche compensare (offsetting) le emissioni di CO2 emesse dal tuo stile di vita, spostando soldi su riserve già esistenti, magari in Africa. Gli avversari di questo business lo considerano solo un modo per spostare in avanti lo scadere del conto alla rovescia implicito nel tardo capitalismo. 

Ridefinire la biodiversità

In sintesi possiamo riassumere le posizioni in campo così: c’è chi è a favore della solitudine della natura e della solitudine umana rispetto alla natura. E c’è chi, muovendosi un po’ a tentoni nella giungla filosofica post marxista, auspica una fine della solitudine e un ritorno alle terre selvagge, una convivenza con gli animali ancora mai pensata, finora estranea alla cultura occidentale.

C’è dunque una spinta teoretica a definire la natura, o quel che ne resta. Un impressionante vuoto circonda infatti la biosfera, lasciata come una cenerentola senza nome e senza statuto in una civiltà che sa come usarla, ma non come interpretarla. Finora abbiamo spiegato le specie animali, ma gli animali non siamo ancora capaci di pensarli. La parte ricca del mondo butta sul tavolo un desiderio di protezione totale (su almeno il 30% del Pianeta), ma la classe di intellettuali conservazionisti di molte nazioni ricche di biodiversità, e pullulanti di baraccopoli, invocano rappresaglie contro il colonialismo ecologista. Niente 30%. Uomini ovunque.

Ma mettere al bando la solitudine degli animali ancora selvaggi rispetto alle comunità umane moderne non è un sinonimo di antropocentrismo, e pure anacronistico?

Oggi tutte le specie sono ormai “human-reliant”. E anche questa, a dirla tutta, è un tipo di solitudine degli esseri umani dinanzi alla natura. Il futuro degli animali, e degli habitat che li ospitano, dipende dalle decisioni che noi sapremo o vorremo prendere nei prossimi decenni. Negli ambienti accademici è diffusa la sensazione che l’intensità dell’impronta ecologica umana sulle specie animali corrisponda ad una riscrittura totale e irreversibile dell’albero della vita: “a milioni di anni da oggi la nostra specie potrebbe anche essere estinta. E tuttavia, i microbi, le piante e gli animali che, dopo la nostra dipartita, comporranno quel mondo discenderanno da quelle specie che saranno sopravvissute all’Antropocene. E inoltre, almeno parte del codice genetico che influenzerà la forma, le funzioni fisiologiche e la sopravvivenza di quelle specie potrebbe aver avuto origine dall’immaginazione degli uomini che sono vivi oggi. In un mondo in cui, ormai, possiamo ingegnerizzare la vita così come progettiamo i grattacieli, siamo vincolati più alla nostra immaginazione che alle nostre effettive capacità di azione”. 

Coloro che si preoccupano per la sesta estinzione di massa ritengono che anche un Pianeta spopolato di animali sia intriso di solitudine.

Il secolo breve della biodiversità

La sesta estinzione di massa è una misura dell’impoverimento biologico del Pianeta. Ma è una categoria di lettura dello stato di salute del mondo relativamente recente. Del pari di molti altri modelli di interpretazione delle condizioni ecologiche del XXI secolo, anche la sesta estinzione di massa ha avuto una storia e una gestazione, nate negli uffici dei ricercatori, dei Phd e delle organizzazioni non governative. Ed è stata una storia molto veloce. 

Il Novecento non è il “secolo breve” solo per il numero di dittature fratricide, guerre totali e genocidi compiuti da nazioni culturalmente e tecnologicamente avanzate. Il ventesimo secolo è anche il periodo in cui sono bastati 50 anni per capire che gli esseri umani avevano impresso al resto degli organismi viventi un ridimensionamento senza precedenti. Questo è “l’uomo misura di tutte le cose in senso veramente imperialista”, come disse Jean Beaufret parafrasando il famoso detto di Protagora e le convinzioni di Cartesio. Per Beaufret, il pensiero degli Europei moderni del ‘900 è una “riduzione”. Gli organismi viventi finiscono cioè nella estrema lontananza di un campo visivo che li riconosce solo in quanto utili al calcolo della ragione strumentale.

Cogliere la rapidità eccezionale dell’intervallo intercorso tra il riconoscimento di una condizione globale impensabile nell’Ottocento e la sua cooptazione politica nelle ideologie ambientaliste è decisivo. Soltanto così comprendiamo l’inerzia del pensiero comune, civile, a capire l’enormità di quanto accade sotto i nostri occhi. In qualche modo, siamo all’anno zero nella decifrazione della sesta estinzione di massa. E mentre la biologia evolutiva e la biologia della conservazione raccolgono dati in tempo reale sulla evaporazione delle faune del Pianeta, la lentezza fisiologica nell’accumulo di conoscenza offre gioco facile all’ignavia e al nichilismo. 

Da quando abbiamo cominciato a sentirci soli di fronte al mondo naturale, sino alla decisione di fare di questa solitudine un problema scientifico sono passati 80 anni. Cos’è successo nel frattempo e come siamo arrivati a definire la sesta estinzione di massa la crisi globale più pericolosa per la sopravvivenza della civiltà umana?

L’angoscia del Novecento

All’inizio del Novecento cominciava a diffondersi una certa inquietudine per il destino degli animali. La grandiosa civiltà umana moderna pareva avesse più di una colpa nel progressivo ritiro della natura. È la ciminiera delle filande a proiettare sui boschi e sulle terre vergini della frontiera un’aura di sollievo e conforto. Negli Stati Uniti e anche in Europa. La temperie di cupo pessimismo naturalista andava di pari passo con l’affermazione della teoria dell’evoluzione di Darwin e una crescente consapevolezza sulla “mobilità interna” dei processi naturali. Lo American Committee for International Wildlife Protection faceva allora i primi sforzi per “documentare il fenomeno dell’estinzione”. E tuttavia l’attenzione era concentrata sulle singole specie, prese una per una: “non sui tassi di estinzione e certamente non sul declino delle popolazioni come precursore di estinzione”.

Il sentimento comune, nella ricca borghesia colta del Nord del mondo, era più o meno questo: “la conquista della natura per mano umana porta con sé una responsabilità morale nell’assicurare la sopravvivenza delle forme di vita minacciate”.

Nell’intermezzo tra le due Guerre mondiali, l’intero modo di pensare la natura era in fermento, su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Già nel 1903, venne costituita in Inghilterra la Society for the preservation of the wild fauna of the Empire, che ebbe un ruolo centrale nella elaborazione del concetto di riserva in Africa. Occorsero poi trenta anni perché, nel 1933, fosse firmata la cosiddetta London Convention, la cui dicitura completa è Convention Relative to the Preservation of Fauna and Flora in their Natural State. La convenzione forniva supporto giuridico all’istituzione di numerosi parchi nazionali e santuari per gli animali selvatici in Africa. Isolare gli animali, relegarli in una solitudine dorata. 

È importante riconoscere che questi discorsi imperialisti nascondono, tutti, un sottofondo di angoscia. L’angoscia non è solo un soggetto politico. É una figura psicologica del vuoto. La civiltà europea trionfante, a Londra come a New York, cova nel suo non-detto, nel suo inconscio, uno stupore impotente dinanzi ai propri successi. Si conosce sempre meno man mano che le sue imprese vanno affermandosi sul mondo naturale. Questa angoscia non verrà mai elaborata, anzi, prenderà una nuova forma nel discorso sull’estinzione delle specie.

La nascita della IUCN

Il secondo dopoguerra era pronto per una presa di posizione matura sul declino della natura, soprattutto in Africa, dove decenni di caccia per mano coloniale avevano imposto in certe regioni, come il Kenya, il Congo e il Sudafrica, un calo pauroso nei numeri dei grossi mammiferi. 

Era il 1948 quando il biologo britannico Julian Huxley, insieme ad altri eminenti colleghi,  fondò la IUCN, l’Organizzazione Internazionale per la Protezione della Natura. La nascita della IUCN è un momento epocale. Per motivare la conservazione di certi habitat bisogna fornire prove che gli ecosistemi siano in pericolo. E cioè numeri nudi e crudi che dimostrino che gli animali stanno effettivamente diminuendo. I fondatori della IUCN lo sapevano bene e fecero qualcosa che, oggi, viene aspramente criticato, ma che, 70 anni fa, fu invece un passaggio cruciale per impiantare su solide basi scientifiche il discorso moderno sulla biosfera. Crearono un database

“Allora, non c’era una sola fonte di informazione sulle specie del Pianeta e le informazioni disponibili erano sparpagliate in raccolte in giro per il mondo”, scrive Michelle Nijhuis. Si cominciò con 14 specie di mammiferi e 13 di uccelli su cui si sapeva almeno qualcosa, e cioè che erano molto pochi. A partire dal 1963 la IUCN Red List cominciò sistematicamente a raccogliere i “profili” delle specie minacciate. Il primo “Red book” delle specie minacciate fu quindi pubblicato nel 1960: includeva i nomi di 135 specie di mammiferi. 

La Red List è oggi il punto di riferimento assoluto per capire lo stato di salute di una specie, e per capirlo con dei parametri temporali. Non solo, infatti, i profili di migliaia di specie vengono aggiornati periodicamente (gli assessment). Il database ha classificato le specie in base al rischio di estinzione considerato a partire dal 1500, cioè dall’inizio della globalizzazione oceanica della civiltà europea. Questo punto di inizio nella valutazione della perdita di specie animali ha quindi anche un significato storico. Inscrive la questione dell’estinzione nell’affermarsi di una certa cultura economica e di una ben precisa civiltà, con i suoi apparati simbolici e mitologici. La solitudine umana dinanzi alla natura appare così come una traiettoria, un percorso maturato in seno allo sguardo europeo sul mondo. Uno sguardo che da subito tende a privilegiare la funzionalità degli esseri viventi piuttosto che la loro presenza ontologica sulla scena del mondo.

Una crisi latente

Negli anni ’60 mancava però ancora una cornice più generale in cui far affluire i dati sempre più abbondanti su alcuni particolari ecosistemi (ad esempio le savane orientali africane e le foreste tropicali umide dell’Indonesia e del Borneo). Era chiaro che per un gruppo almeno di eminenti ecologi occorresse senza esitazione discutere pubblicamente di una crisi latente, ma pervasiva, nel lussureggiante patrimonio di specie animali e vegetali che l’umanità moderna aveva ricevuto in eredità da milioni di anni di evoluzione. 

Per la mente brillante di Norman Myers, docente a Oxford, non era eccessivo ricorrere anche al linguaggio biblico. Nel 1979 uscì il suo libro The Sinking Ark: a New Look at the Problem of disappearing species”. Per la prima volta Myers tentava di definire con una metodologia attendibile i tassi di estinzione delle specie.

Diventava insomma importante calcolare la velocità con cui le specie sparivano, per trovare delle soluzioni. Suona incredibile, eppure “prima degli anni ’60, la frammentazione degli habitat non era considerata una questione centrale della conservazione, perché la perdita di specie in frammenti isolati capitava nel corso del tempo ed era un fenomeno ovvio se osservato retrospettivamente”. 

Nasce la biologia della conservazione

Fu così che tra la fine degli anni ’70 e i primi ’80 prese consistenza una disciplina a sé, la “conservation biology”. Nel 1979, la Università di San Diego ospitò il primo convegno di biologia della conservazione. Nel 1986 venne fondata sempre negli Stati Uniti la Society for Conservation Biology e l’anno successivo uscì la prima edizione della prestigiosa CONSERVATION BIOLOGY. Chi ha qualcosa da dire sugli animali ancora oggi pubblica qui. Tra i fondatori della Society c’erano Edward O.Wilson, Michael Soulé, Paul Ehrlich e Ernst Mayr. 

La natura, dunque, andava protetta e preservata. Lontana e isolata dalla vita moderna, continuava tuttavia ad essere per noi umani un termine di paragone per il disagio della nostra civiltà. Ma stavolta la solitudine nei confronti del mondo naturale scivolava nella politica applicata. 

Claire Fieseler ha ricostruito su VOX i momenti decisivi della nascita della “conservation biology” negli anni ’80. Proprio come oggi, anche allora evocare una estinzione di massa innescava uno tsunami emotivo nel pubblico, nei lettori dei giornali e nei laboratori. Secondo Fieseler,  lo stesso termine “biodiversità” risponde alle logiche intrinseche di un movimento accademico motivato a imporre i danni inflitti alle comunità animali del Pianeta sul ponte di comando della cultura ambientalista globale sul finire del XX secolo. La natura, insomma, aveva bisogno della politica.

Nel 1986 lo Smithsonian di Washington DC (una sorta di tempio laico per la sua enorme importanza nello studio della vita sulla Terra) ospitò un convegno sulla “BioDiversity” (scritto così), a cui parteciparono Jared Diamond e E.O.Wilson. I due, definitisi “Club of Earth” tennero una conferenza stampa in cui affermarono che la perdita di biodiversità era la seconda più grande minaccia alla civiltà umana dopo la guerra nucleare. Quello che doveva essere un forum scientifico per addetti ai lavori, scrive Fieseler, finì sui giornali, che se ne occuparono con una energia mai vista prima, compresi il NyTimes e il The Washington Post. Da qui in avanti, “l’idea di biodiversità prese a diffondersi fuori degli stretti confini della scienza. Raggiunse tutto il mondo”. Con effetti da star system: “‘paragonerei al fenomeno Madonna l’affermazione della biodiversità sul mercato’, ha detto Stuart Pimm”. Pimm è un altro mostro sacro, ormai settantenne, dell’ecologia mondiale, il che è tutto dire. Questa “popolarizzazione” del termine biodiversità contribuì a costruire attorno alla natura un racconto spendibile sui media. 

E i giorni erano propizi, visto che nel 1992 i fari si accesero sull’unico evento davvero spettacolare tenutosi finora sullo stato di salute del Pianeta: lo Earth Summit di Rio de Janeiro. Coerente con tutto il resto, con l’esordio della Convezione Mondiale sulla Biodiversità (CBD) e la Convenzione Mondiale sul Clima (UNFCCC) era quindi il libro di Richard Leakey e Richard Lewin The Sixth Extinction: biodiversity and its Survival (1995).

Preservare l’evoluzione biologica

La grande svolta impressa dalla biologia della conservazione agli studi sul declino delle faune consiste nell’aver reso centrale la misurazione dei tassi di estinzione. “Dopo il 1960 gli sforzi per stimare i tassi di estinzione sono stati molti più sofisticati. In linea generale essi rientravano in due grandi gruppi: uno confrontava gli attuali tassi di estinzione con un “normale” tasso di estinzione di sfondo (background extinction rate). Il secondo si concentrava sulla riduzione dell’habitat ed esaminava questa condizione attraverso analisi sulla riduzione delle aree naturali e  la relazione tra la presenza di specie e l’area in cui si trovavano. Entrambi questi approcci lavorano soprattutto sui vertebrati perché sono i gruppi di animali meglio conosciuti”.

Chi nega le dimensioni del disastro ecologico sulle specie animali, ad esempio, non esita ad attaccare le metodologie di misurazione delle terre selvagge e i criteri di assegnazione dello stato di “minacciato di estinzione” applicati agli animali. Per questi ecologi un habitat selvaggio è una astrazione. Costruita sul nostro bisogno di immaginare gli animali in solitudine, al riparo da noi. 

In realtà, i limiti intrinseci di queste elaborazioni matematico-statistiche dovrebbero indurci a pensare che la situazione complessiva potrebbe essere addirittura sottostimata. Nonostante il pur impressionante allarme lanciato nel 2017 da Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo, che parlarono di “annichilimento biologico attraverso la sesta estinzione di massa”.

La solitudine è l’interruzione di ogni altra opzione possibile eccetto la prigione di se stessi. 

Perciò la grande domanda del nostro presente è, sostiene Paul Ehrlich, decidere “quanti sforzi sono necessari o meno dal punto di vista etico per  preservare le opzioni dell’evoluzione biologica”. Sesta estinzione, infatti, significa assottigliamento del numero delle specie fino a rendere impossibile la selezione naturale e quindi l’emergere di nuove specie. La dipendenza della natura dalle nostre scelte (attenzione: scelte, prima ancora che decisioni) rimodella la qualità della solitudine che ci siamo imposti. È una solitudine che prende in ostaggio le caratteristiche intrinseche dei processi di evoluzione delle specie.

Chi si occupa dei limiti del Pianeta, e delle soglie di non ritorno, preferisce intendere la biodiversità come “banca di informazioni”. La quantità di specie animali rimaste è il “potenziale per la vita”, il materiale grezzo con cui la vita organica può continuare a interagire con ogni componente chimica e fisica del sistema terrestre. Producendo così la stabilità climatica e biologica di cui abbiamo goduto durante l’Olocene: “la diversità genetica fornisce la capacità di lungo periodo della biosfera di resistere a di adattarsi al cambiamento biotico”.

Come ha scritto il fotografo Fabrice Monteiro, che ha ritratto la Terra come un demone-antenato che emerge da una montagna di plastica e spazzatura in una discarica del Senegal: “è soltanto perché vediamo noi stessi come una cosa a parte rispetto al mondo naturale, o addirittura superiore ad esso, che continuiamo a trattare la natura in questo modo”, ha detto il fotografo Fabrice Monteiro. “Oggi la gente parla di Antropocene: un termine geologico per un’epoca in cui la natura è stata cambiata dagli uomini sin dalle fondamenta. Ma questa parola suggerisce che l’umanità intera, e non lo specifico sistema capitalistico che abbiamo inventato, sia il problema. Non è così. Questo sistema è il problema ed è questo sistema ciò contro cui dobbiamo batterci”.

La storia della sesta estinzione di massa finisce così là dove era cominciata. Gli uomini di inizio Novecento, protagonisti della rivoluzione industriale, avvertirono una straziante solitudine nel baratro che avevano scavato tra i propri bisogni e le forme di vita che avevano costretto in un angolo per poterli soddisfare. Gli uomini del XXI secolo, invece, hanno a che fare con una solitudine altrettanto lacerante. Spetta a loro decidere che cosa fare della biosfera. Nel peso della scelta essi trovano però la più disturbante delle certezze. Ciò che manca è proprio una nuove idea di biosfera, finora non ancora pensata. Ma abbastanza sconcertante da giustificare l’uscita dal nostro isolamento. 

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Apre lo Humboldt Forum, Berlino capitale d’Europa

Il primo museo europeo dell'Antropocene tra arte, colonialismo e storia occidentale. Apre lo Humboldt Forum, Berlino capitale d'Europa.
(Photo Credit: Humboldt Forum Press Office)

Il 16 dicembre sarà ricordato negli annali del vecchio continente come il giorno dell’inaugurazione del primo museo europeo dell’Antropocene. Un museo tra arte e colonialismo. Apre lo Humboldt Forum, ed è quindi Berlino la capitale d’Europa del XXI secolo. Lo Humboldt Forum della capitale tedesca sarà il luogo in cui contemplare gli effetti del collasso ecologico e le premesse coloniali dell’attuale assetto mondiale. Sui popoli, sulle foreste, sulle faune del Pianeta.

Un progetto nato quasi venti anni fa, emerso da polemiche politiche di ogni tipo (e nella ferma opposizione della comunità africana di Berlino) che tuttavia raccoglie e sintetizza le istanze culturali più controverse e significative del nostro secolo europeo. O meglio, post europeo. Una serata glamour, con il beneplacito delle istituzioni, marca il giorno zero di una impresa culturale senza precedenti.

Alle sette in punto di sera, infatti, in una diretta streaming worldwide, a metà tra una conferenza stampa e uno spettacolo di lussureggiante coreografia tecnologica, affidata al noto presentatore della ZDF Mitri Sirin in completo sartoriale verde scuro, è stato aperto ufficialmente lo Humboldt Forum di Berlino.

Il primo museo di questo tipo in Europa (Ambientalista, Etnologico, Ecologico, Storico), che, per quanto abbiamo visto mercoledì, sarà un esperimento aperto, e imprevedibile, su cosa è una collezione heritage oggi e su come costruire un linguaggio totalmente avventuroso sulla civiltà umana, geniale distruttrice del Pianeta Terra. 

Lo Humboldt sarà infatti luogo di commemorazione di delitti coloniali, un tribunale di denuncia dello schema di estinzione delle forme viventi animali e vegetali inscritto nella cavalcata trionfale della Modernità, una collezione dei simboli cangianti del genio umano chiamati arte.

Nessuna mostra qui dentro sarà solo una mostra a tema, anzi, ogni mostra sarà un connettore, un medium, per la comprensione e la contemplazione della totalità dell’esperienza dei Sapiens nelle geografie del Pianeta. 

Le origini dello Humboldt Forum

Personalmente, la prima impressione è che lo Humboldt sia un punto di sutura, e di crisi, che proprio nelle sue molteplici e insanabili contraddizioni riesce ad esprimere senza riserve la complessità del nostro secolo e la sua pericolosità forse fatale.

Una pericolosità che sta anche nella bellezza mozzafiato di un edificio i cui soffitti sono alti 40 metri, ridotto in polvere o poco più dalle bombe alleate del 1943-45, raso al suolo il 7 settembre del 1950 da Walter Ulbricht, Staatchef della DDR, in quanto “simbolo dell’assolutismo prussiano” e rinato sotto mentite spoglie nel 1976 come “palazzo della Repubblica Comunista”. 

Qui una galleria fotografica splendida dello Schloss dal 1900 al cantiere del 2012. 

Ora il palazzo del Kaiser, in tutto il suo splendore barocco, è tornato. In nome di una non temuta e non taciuta aspirazione alla supremazia in Europa, che Berlino, nel tono compiaciuto e sicuro della conduzione della serata, sbatte in faccia al resto del mondo proponendo, qui, una riconciliazione epocale sotto il segno di una potenza economica meritata e riconquistata. 

Un “cosmografo”, e cioè una installazione a moduli geometrici alta fino al soffitto, si è illuminata dei volti di tutte le persone collegate dal loro pc in diretta e poi, nel corso della serata, delle componenti iconografiche del museo.

Le statue ottocentesche, ancora nere delle bombe, recuperate e restaurate; i reperti medievali dell’antico monastero che sta nelle fondamenta dello Schloss, i capolavori dell’arte asiatica già disposti al primo piano.

Un sorta di passage alla Walter Benjamin, in cui diverse epoche sfumano in un tempo sospeso, il nostro, un tempo di transizione e di rischio, che ha sbriciolato la nostra idea di futuro. 

Un posto “di cui c’è urgente bisogno, che interroga direttamente le nostre società”, ha detto Hartmut Dorgerloh, il Sovrintendente Generale e Presidente del Consiglio Direttivo della Stiftung Humboldt Forum im Berliner Schloss, che è anche uno storico dell’arte e dal 2004 professore onorario alla Humboldt-Universität zu Berlin.

Sulla stessa linea Monica Gruetters, il Ministero tedesco della Cultura, che ha insistito sul fatto che lo Humboldt “è un patrimonio per il mondo, una cultura per l’umanità intera” proprio perché dimostra che noi Europei “non siamo al centro del mondo”, ma siamo in un mondo.

Le discussioni, anche incattivite, attorno ad una operazione di questo tipo valorizzano, secondo la Gruetters, la vocazione primaria dello Humboldt, che non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza della riflessione dell’Europa su stessa.

La polemica sull’arte africana

Nessuno vuole negare infatti che la polemica sulla restituzione delle opere africane non si è mai placata. l’Archeologo George Okello Abungu, accademico di Cambridge e direttore generale dei musei del Kenya, ha detto in diretta che “se anche la questione della storia è molto difficile in questo luogo e su questi temi, be’, non c’è posto migliore per affrontare questa complessità”. 

Lo spostamento delle collezioni etnologiche comincerà l’anno prossimo: entro la tarda estate e poi sul finire del 2021 la prima parte dei reperti ed all’inizio del 2022 la seconda parte.

È stato ricordato in diretta che “la natura sta collassando davanti ai nostri occhi” e che lo Humboldt è il museo in cui prenderne coscienza.

Senza una prospettiva temporale, infatti, è impossibile capire che cosa ci sta accadendo. I volti delle statue annerite degli dei antichi Mercurio, Armonia e Meleagro che un secolo fa decoravano la facciata dell’edificio spuntano sul cosmografo come volti conosciuti, familiari, congeniti al nostro spirito stanco e assopito.

Non sono i volti di civiltà finite o di epoche consunte, sono i nostri stessi volti. È nella continuità, che annichilisce e decompone l’organico, preservando l’idea, che noi Sapiens troviamo le basi della nostra etica.

Ricostruire è dunque pensare. Vale nella scienza, e vale nella antropologia estetica di questo XXI secolo, in cui vediamo con lo stesso sguardo, cogliendone le somiglianze, i volti scolpiti nella pietra, nel legno, nel marmo, nell’avorio e nel bronzo, o dipinti ad olio su tela, le stesse forme genetiche di un animale maestoso che si muove in una terra selvaggia, lontana, eppure così vicina.

La fusione tra wilderness e arte

La fusione totale tra wilderness e arte, ecco di che cosa parlerà lo Humboldt negli anni a venire. 

Mentre quindi si fa cenno alle condizioni eccezionali di questa inaugurazione a causa della epidemia, spunta fuori il riferimento alla “grande moria – The Great Dying” del secolo XVI, quando le malattie esantematiche europee sterminarono i nativi americani contribuendo ad un cambiamento climatico oggi individuato nei carotaggi artici.

Di nuovo, attraverso il SarsCov2, scopriamo qualcosa che sta nei libri di storia. Il caos e la morte di massa non sono eventi eccezionali, ma strumenti di espansione e di costruzione di nicchia. E segnano battute di arresto dopo le quali nulla è più come prima. 

Questa è l’epoca in cui abbiamo scoperto che il nostro Illuminismo ereditato (progresso, tecnologia, materialismo e positivismo tecnologico, l’Illuminismo dei fratelli von Humbolt) non sono sufficienti per tenere il naso sopra la linea di galleggiamento.

O, per come la mette Amitav Gosh, collocando l’esplosione economica asiatica degli anni Novanta nella giusta prospettiva: “l’Asia ha interpretato un altro ruolo fondamentale nel dispiegarsi della Grande Cecità (l’indifferenza e l’inazione nei confronti del cambiamento climatico, NDR), ovvero quello del sempliciotto che, attraversando goffamente il palcoscenico, si imbatte senza rendersene conto nel segreto che è la chiave di tutta la storia”.

“Ciò che abbiamo appreso da questo esperimento è che gli stili di vita nati dalla modernità sono praticabili solo per una piccola minoranza delle popolazione mondiale (…) è stata dunque l’Asia a strappare la maschera al fantasma che l’aveva attirata sul palcoscenico della Grande Cecità, ma solo per ritrarsi inorridita da quel che aveva fatto; lo shock è stato tale che ora non osa neppure nominare ciò che ha visto – perché, essendo salita su quel palcoscenico, ora è in trappola come tutti gli altri. L’unica cosa che può dire al coro che aspetta di accoglierla nei suoi ranghi è: Ma voi avevate promesso…e noi vi abbiamo creduto!”.

L’intera specie umana è entrata in un caleidoscopio ermeneutico. Questo è lo Humboldt Forum.

Hartmut Dorgerloh ai microfoni della RBB – Rundkunft Berlin Branderburg: “questo sarò un luogo che porta l’Isola dei Musei nel 21 secolo, un luogo che è reattivo nei confronti della nostra epoca (auf unsere Zeit reagiert)” e cioè un luogo in cui “noi proviamo a capirci l’uno con l’altro su come il futuro che ci attende è una vita gli uni accanto agli altri e che abbiamo intenzione di vivere questa vita nella cooperazione reciproca”. 

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Hostiles è un film sull’Antropocene

Hostiles è un film sull’Antropocene. Il film del 2017 di Scott Cooper ( con un eccezionale Chistian Bale) racconta l’abisso spirituale dell’Età dell’Uomo e centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà.

Non soltanto su suolo americano nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei, sterminarono i Nativi.

Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio.

Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica.

Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento.

Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato.

Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini.

Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti.

Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano.

E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva.

Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni.

E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica.

Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens.

Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna.

In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene.

Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta.

È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra.

Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta.

Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo.

Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo.

Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione.

La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante.

Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”.

In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti.

Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”.

Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese.

Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900.

Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù.

A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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La pandemia e il dolore globale

La pandemia e il dolore globale. SarsCov2 è l'esplosione di una sofferenza di massa che scorre nel flusso sanguigno delle società opulente.
Home » Europa

La pandemia e il dolore globale. La sofferenza prodotta dal SarsCov2 è la prima esplosione di una sofferenza di massa che scorre nel flusso sanguigno delle nostre società opulente. C’è un dolore sottostante, cronico, imbastardito, che non passa mai perché non abbiamo mai voluto ascoltarne la diagnosi.

E’ cercando notizie e informazioni su questo dolore (le raccapriccianti diseguaglianze sociali esacerbate dal virus, il razzismo, la crisi ecologica pagata dalle nazioni più impoverite) che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme.

La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being, del 2016.

Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza.

Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania.

Il nesso tra SarsCov2 e colonialismo

Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce.

Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio. 

Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione.

Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emanuel Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

Ecco la descrizione della performance fornita da BLACK BROWN BERLIN: “Live, Chile è un incitamento, un incoraggiamento, un sussurro che ci chiama attraverso il fruscio delle foglie del Gruenewald, il cigolio dei vagoni della metropolitana, un sussurro che proviene dalle strade di Berlino che portano nomi coloniali, Berlino, che per secoli è stata la casa di artisti Black Brown, di intellettuali, di oustider e insegnanti che ci hanno reso possibile vivere, creare e prosperare qui”.

Il testo di Rhea Ramjohn, recitato sul girato, è un vortice che avvolge e trascina via, scoprendo nello spazio mentale e sentimentale della protagonista la figura sempre presente e sempre assente dei suoi antenati. 

La performance, sovvenzionata e commissionata dalla HKW, avrebbe dovuto esprimere un collegamento tra il dolore della perdita di quanti sono stati colpiti, nelle loro famiglie, dal Sars-Cov2, e un dolore più grande, più umano.

La sofferenza globale del XXI secolo

BLACK BROWN BERLIN ha accettato la scommessa di associare la sofferenza del XXI secolo, causata da una malattia sconosciuta, che aspettava nell’ombra un ultimo guizzo del nostro insano consumismo internazionale, alla sofferenza stratificata nei secoli della gente nera.

Per questo mi ha ricordato la poesia Verso 55 di Dionne Brand, attorno alla quale Christina Sharpe costruisce la forza concettuale della sua metafora “in the wake- lungo la scia”, la scia lasciata dalla nave degli schiavi, che, lasciando la costa del Golfo di Guinea, entra in un tempo eterno, il tempo dell’umanità intera. 

Dionne Brand: “gli déi si svegliarono e noi sentimmo pietà per loro, e anche affezione ed amore; loro, invece, furono felici per noi, eravamo ancora vivi (…) ci dissero, con stupore e ammirazione, voi siete ancora vivi, come l’idrogeno, come l’ossigeno”. Gli déi sono gli antenati, che Dionne Brand fa resuscitare in un incontro consumatosi in un forte qualsiasi di quelli che punteggiavano la costa, dove inglesi e danesi concentravano i prigionieri prima di incatenarli nelle stive con destinazione Nuovo Mondo. 

Parlarne con Rhea Ramjohn è stata una sfida.

Del pari di, credo, migliaia di altri europei, anche io sono abituata a pensare al nostro continente come ad un costrutto storico-artistico-linguistico di bianchi, bianco. Anche quando i nostri pregiudizi non sono motivati dalla mala fede, non è purtroppo ancora giunta la stagione in cui riusciremo a pensarci completamente, felicemente, dentro una civiltà pluralistica, che riesca a metamorfizzare le sue contraddizioni e i suoi crimini dentro una eguaglianza di diritti consapevole. 

Parlando della performance del Gruenewald, del virus e della sua vita a Berlino, Rhea dice: “LIVE CHILE è un tributo e una riflessione sul nostro modo di esserci, sulle nostre vite ai margini, che abbraccia non solo gli scopi personali che ognuno di noi mette nelle nostre comunità diasporiche, ma si allarga fino ad includere i paralleli rintracciabili nella narrativa della attuale pandemia globale.

Il concetto di distanza, dalla scala più piccola a quella più grande, ci sfida a fronteggiare la realtà della perdita, su di un piano storico e contemporaneo: la perdita della tradizione orale, la perdita del legame, la perdita di coloro che amavamo, che erano ore e nuvole intere lontane dalle nostre carezze, la perdita dei rituali, la perdita del contatto fisico, della giustizia e dell’equità”. 

L’Africa in Europa

Lei è nata a Trinidad e Tobago, Caraibi. Ha origini africane ed asiatiche: “come per tutti coloro che sono nati nei Caraibi, questo significa che gli antenati sono la mia famiglia, ma su questa famiglia non ho documenti, non ho tracce tangibili che mi portino da loro.

Noi abbiamo identità multiple e viviamo in una sorta di diaspora, è così che viviamo anche a Berlino. Gli Africani sono presenti in Europa da moltissimo tempo, c’erano addirittura afro-americani che venivano qui per sfuggire al razzismo degli Stati Uniti. Ma credo che ora sia fondamentale rompere gli stereotipi, di una Europa bianca e degli Africani come estranei, e muoversi oltre qualunque stereotipo di tipo coloniale, perché ‘bianco’ e ‘nero’ sono pregiudizi e preconcetti di tipo coloniale”.

Le chiedo chi sono gli antenati per lei, se sono un archetipo o se sono soltanto, ormai, dei fantasmi muti:  “la questione degli intenti è il centro di LIVE CHILE, e capire, definire chi sono gli antenati è un lavoro complesso, è il lavoro per eccellenza che ci spetta. È una domanda che riesco a percepire e a cogliere su di un livello istintivo e per questo preferisco parlare di ‘esperienza dell’antenato’ (ancestor experience).

Non ci siamo mai incontrati, come possono esserci per me gli antenati? Ho ricordi vividi soltanto di mio nonno. In un certo senso, mi sento persa e sperduta. E non possiedo neppure un albero genealogico della mia famiglia, che mi possa aiutare a rispondere alla domanda, chi erano i miei antenati?

Per questo in LIVE CHILE i progenitori si presentano alle spalle dei vivi, sono fantasmi sulle loro spalle, fantasmi viventi, che ci ricordano il modo in cui siamo sopravvissuti. Siamo ancora vivi attraverso un trauma. E scrivere LIVE CHILE ha significato per me dover affrontare la replicazione del trauma, e non è stato per niente semplice.

Abbiamo girato nella foresta perché gli attori fossero liberi di muoversi e di danzare, in modo da rappresentare la ricerca della pace interiore, ma anche la forza della libertà e la forza infusa dalla ricerca della libertà, che sono poi i sentimenti che aiutano a destigmatizzare la parola ‘vittima’, a uscire dalla dimensione delle vittime superstiti, per giungere infine ad una riscrittura del trauma.

Per me, scrivere ancora del trauma, ma da questa prospettiva, significa ristabilire ciò che è giusto. Volevamo dare un messaggio alla gente. Non speranza, perché speranza è una parola complicata. Volevamo che il pubblico avvertisse la presenza di una sorta di amore, che ha a che fare con la domanda di giustizia sociale e con lo sforzo di capire il razzismo. LIVE CHILE doveva parlare del dolore globale nel tempo della sofferenza globale imposta dalla pandemia”. 

Un trauma globale

Globale, quindi, significa antico. Sulla stessa lunghezza d’onda di Rhea Ramjohn sta la giornalista nera americana Marissa Evans, su THE ANTLANTIC: “il dolore che sentiamo oggi è una eco che si spande attraverso il tempo, fino ai nostri antenati, alla gente ridotta in schiavitù che piangeva molto tempo prima che io esistessi, e fino a coloro che sopportarono le umiliazioni dell’era di Jim Crow (personaggio nero di una coon song che tra Ottocento e Novecento rappresentava il nero in lotta per la sopravvivenza; la sigla Jim Crow indica anche le leggi che hanno sancito la discriminazione razziale negli Stati Uniti NDR).

I nostri traumi sono passati di mano in mano attraverso le generazioni e si intensificano ad ogni nuova morte, mentre capiamo che il sistema americano non è mai stato progettato per lavorare in nostro favore. Sappiamo anche questo, che cosa le ingiustizie di oggi significano per il nostro futuro.

Il nostro dolore non è motivato solo da coloro che abbiamo già perso, ma anche da coloro che stanno lì, pronti per andare perduti nel tempo a venire. Una tristezza particolare emerge quando capisci che a qualcuno è stata negata la possibilità di essere il più splendido e spericolato sogno dei suoi antenati. Abbiamo dovuto superare insormontabili perdite per la salvezza della nostra auto-protezione.

E mentre la resilienza è stata, ovviamente, cruciale per la nostra sopravvivenza emotiva, tenere duro non è semplice. Lo stress della gente nera e il trauma sono difficili da riconoscere, anche davanti a noi stessi. Soltanto un nero su tre che ha bisogno di cure inerenti la salute mentale riesce a trovare aiuto, lo dice la American Psychiatric Association. E anche quando le troviamo, noi riceviamo una cura qualitativamente inferiore, perché non riusciamo ad accedere ai professionisti più bravi.

Allora ci ritiriamo in noi stessi, dentro le nostre comunità, e traiamo conforto dal non aver espresso la nostra sofferenza – i sogni mancati, il potenziale perso dei migliori tra noi – a qualcuno, là fuori. E adesso, a causa del Covid-19, non possiamo nemmeno soffrire insieme, perché si rischia di passare il virus agli altri.

La perdita della esperienza del lutto nero in casa – le lacrime, i canti, le tavole ingombre di piatti di cibo cucinato in casa, la celebrazione della persona amata che ha preso il volo insieme agli antenati – ci nega la possibilità di cominciare a guarire, proprio quando ne avremmo più bisogno”. 

Siamo di fronte ad una enorme questione sociale, che ci obbliga a ripensarci. La struttura poetica di LIVE CHILE riformula la dimensione dell’esperienza umana, che non avviene più solo nel momento presente, nella stretta urgenza del qui ed ora, ma si espande, per contenere epoche ormai remote, che tuttavia sono ancora vive dentro di noi.

Tutto questo sembra avvenire secondo il modo in cui Wilhelm Dilthey concepiva l’esperienza vissuta attraverso la comprensione. Come ha scritto Ruediger Safranski “la comprensione ci riporta indietro la vita passata, la ripete. Comprendere significa ripetere.

La possibilità dell’esperienza che compie la ripetizione è un trionfo sulla caducità del tempo”. La comprensione “fluidifica” ciò che è ormai irrigidito.

Nel quadro politico del terzo millennio, noi Europei tanto quanto gli Americani e gli Africani, subiamo l’aggressione del passato, perché il passato rimosso, o solo sepolto e messo a tacere, è tornato indietro e prende forme inaspettate e inaudite: le rivolte nere, negli Stati Uniti, che chiedono finalmente una giustizia sociale post piantagione.

Il dolore globale e la modernità

Il debito di estinzione delle specie animali e vegetali, che stanno scivolando nel buio del non ritorno e spariranno nei decenni a venire; l’alterazione degli equilibri chimici e fisici del Pianeta che negli ultimi 10mila anni hanno garantito la nicchia climatica umana. Questa condizione globale compromette l’umanità intera. È dentro la nostra coscienza, e lì agisce, logorandoci o facendoci sentire in colpa, proprio come in Beloved di Toni Morrison. 

Per via delle nostre particolarissime vicende europee, Berlino si offre all’Europa di questo 2020 come il teatro perfetto, e forse anche ideale, per la messa in scena del confronto-scontro con il passato.

Scontro, perché l’opposizione ad ascoltare ed accettare il discorso degli antenati (la catastrofe ecologica, i diritti civili dei Neri, le indecenti diseguaglianze sociali) è spaventosamente radicata e reticente.

Passeggiando per Berlino, che è ormai e per sempre sarà una città di fantasmi – è questa, Romain Gary lo aveva ben capito, la condizione indelebile delle contrade europee dopo il 1945 – la contraddittorietà della nostra epoca è corrosa dall’incursione di qualcosa di nuovo, che ancora non riusciamo a comprendere, ma che discorsi come LIVE CHILE portano in pubblico.

Passeggiando sotto la Porta di Brandeburgo, prende corpo, nella mente, una strana danza tra le idee di Platone (l’Europa bianca) e gli antenati ritratti nel legno delle sculture camerunesi e nigeriane che sono state al Bode e che un giorno saranno nello Humboldt Forum, nel nuovo museo etnografico.

I protagonisti della nostra identità occidentale più recondita, quelli che abbiamo riconosciuto, i padri fondatori delle nostre categorie di realtà, i Greci, e gli attori delegittimati, sconosciuti, cancellati dell’immensa costruzione globale della modernità, questi due estremi adesso sono l’uno di fronte all’altro.

L’intero modo in cui, da adesso in poi, a noi uomini e donne del terzo millennio sarà possibile stare dentro la civiltà è durch Zeit, attraverso il tempo recuperato, pronunciato dagli antenati, rivissuto nel dolore. 

Rhea Ramjohn at HKW Berlin

La civiltà europea a processo

La civiltà europea a processo.
Kanapee, Schwanengarnitur, Johann Valentin Raab, Schreiner, 1809, WüRes.M0453. Würzburg, Residenz, Raum 13c, Toskana-Ausstellung

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Può l’Europa intera essere messa sotto accusa per crimini contro il Pianeta? La civiltà europea a processo: un ossimoro inconcepibile. E vada per Norimberga, e per i crimini contro l’umanità che già allora erano abbastanza difficili da introiettare nella superba coscienza occidentale. Ma l’ecocidio? Il nostro carattere europeo ha qualcosa di intrinsecamente sbagliato?

Zauberer, il mago. I figli di Thomas Mann così soprannominavano il padre, che gioiva di quel nomignolo come fosse una attestazione delle sue buone qualità di padre, lui, che in cuor suo aveva sempre dubitato di poter soffocare le proprie inclinazioni artistiche e omosessuali in una tenerezza esclusiva per la famiglia e i bambini. Un paio d’anni fa, è uscito in Germania Zeit der Zauberer, il tempo degli stregoni, di Wolfram Eilenberger, un brillante storico della filosofia di Friburgo. Il periodo magico è il decennio d’oro della Repubblica di Weimar (1920-1930), in cui quattro “stregoni” rivoluzionarono, incendiarono e riscrissero il pensiero occidentale. Erano Martin Heidegger, Ernst Cassirer, Ludwig Wittgenstein e Walter Benjamin. Stregoni, perché, ognuno a modo suo, s’intestardì nell’elaborare una eccentrica alchimia di ontologia, logica, poesia ed esistenzialismo, giungendo sull’orlo di un abisso di coscienza sulla natura dell’uomo che ha del soprannaturale.

Gli Zauberer non stati eccezioni nella storia europea, anzi. E la Germania ha dato i natali a parecchi di loro. Avevo quattordici anni quando lessi il capolavoro di Thomas Mann, i Buddenbrook, durante le vacanze di Natale, in quarta ginnasio. Fu Mann a farmi capire cosa è l’Europa. Eppure, mi dice Christoph, un giovane bibliotecario della Buchhandlung Jacob in Hefnerplatz, a Norimberga, Thomas Mann in Germania è ormai un autore per pochissimi intenditori, accademici o nostalgici, innamorati della bella lingua tedesca di una volta, ad ampie volute sintattiche. Ai giovani non interessa, e se la gente per bene, con un solido stipendio e una carriera, lo nomina ancora è solo per il gusto diffuso di ostentare apprezzamento per gli autori più prestigiosi. Una farsa, molto snob, che incute soggezione e mira quindi a un effetto scenico tanto futile quanto vanesio. Ai tedeschi piace far finta di essere colti, anche se poi sbadigliano sulle pagine concettose di scrittori e poeti troppo ispirati per il freddo pragmatismo del XXI secolo.

Il carattere europeo è colpevole di ecocidio?
Kanapee, zugehörig zu einer Sitzgarnitur mit 6 Stühlen, Johann Köhler, 1764. Inv. Nr. WüRes.M0465. Würzburg, nördl. Kaiserzimmer, Erstes Gastzimmer, R.19

In questo punto di non ritorno della economia planetaria che è il 2020, quando è ormai evidente anche ai più sprovveduti che i conti non tornano più, l’Europa fronteggia una condizione finora ignota, e cioè mai sperimentata prima, una condizione che potremmo riassumere così: può una civiltà sopravvivere, o determinarsi, solamente attraverso la ricerca del benessere? E quindi: siamo ancora una civiltà? E di conseguenza: siamo dotati degli strumenti necessari a riformare il nostro stile di vita e di pensiero a favore della biologia del Pianeta?

La civiltà europea a processo per ecocidio e genocidio

Il benessere assoluto

È un tardo pomeriggio insolitamente freddo, nonostante il sole, quando arrivo alla stazione centrale di Monaco di Baviera. Sono quasi le sei e il quartiere universitario, medicina e farmacologia, attorno alla Goethestrasse brulica di furgoncini che scaricano e caricano merci fuori dei negozi turchi di frutta e verdura. In una vetrina sono esposti polverosi abiti da sposa in rosa stinto, impunturati di perline in plastica. L’insegna di una scuola di lingua per immigrati recita “Eine Sprache, deine Chance”.

Lungo il marciapiede, sono parcheggiate due aristocratiche Tesla. Da una, targata Olanda, scende una trentenne bionda con i sandali Birkenstock, un paio di bermuda di lino e un cardigan di cashmere, che attraversa la strada per comprare delle pesche in un fruttivendolo turco. La figlioletta va con lei, mentre il marito, altrettanto biondo, avvia il motore elettrico più sofisticato del mondo e le dice che la aspetta oltre il semaforo. Loro sono tutto ciò che qualunque trentenne europeo vorrebbe essere. 

Niente di più incompatibile di Elon Musk e della grande filosofia del Novecento. Eppure, sono le Tesla a farmi ricordare con quale manuale di sopravvivenza psicologica io sia arrivata in terra tedesca. Martin Heidegger aveva le idee molto chiare su quali fossero le origini del pensiero totalizzante che ha dato forma al mondo moderno finendo con l’inghiottirlo. La metafisica, così dichiarò senza pudore a Friburgo nel 1929 con la prolusione accademica Was ist Metaphysik?, è il modo di pensare che concepisce la realtà solo come ente, e cioè come oggetto, come risorsa naturale, come materiale, come animale da mattatoio. Pur di spiegare l’esistere delle cose, la metafisica ha dimenticato il fondamento della loro esistenza.

Ma poiché la metafisica si è dimostrata la tendenza dominante del pensiero occidentale sin dalla Grecia classica, c’è il sospetto, disarmante ancorché sconvolgente, che in ciò che più amiamo di noi stessi – la nostra civiltà umanistica sfociata nella rivoluzione scientifica – si nascondano anche i semi perversi e cattivi della condizione esistenziale del XXI secolo, e cioè la catastrofe di estinzione. Se le cose stessero così, avremmo vissuto in un auto-inganno, una auto-suggestione che però, almeno fino ad ora, è sembrato sprigionare un successo clamoroso.

Sarebbe disonesto, passeggiando sulla Goethestrasse, ignorare il sentimento di comfort e sicurezza che lo splendore economico tedesco irradia con convinzione politica. La Tesla al posto della Volkswagen, d’accordo, sarà così sempre più spesso in futuro. Ma se non avessimo pensato il mondo a nostra immagine e somiglianza i nostri desideri non si sarebbero mai avverati. Forse la metafisica è una incompatibilità tra i Sapiens e il Pianeta, ma sta di fatto che vogliamo continuare a sognare.

E il sogno si chiama benessere. I nostri sogni sono in guerra con le specie animali. Sono una avventura totale partorita nel cuore dell’Europa, secolo dopo secolo, fino alla apertura delle rotte atlantiche, che hanno dato il via al moderno capitalismo. Ma, come sapeva benissimo Heidegger, una intenzione prima la pensi e poi la agisci. 

La stagione delle rose è conclusa

Nun weiss man erst was Rosenknospe sei, Jetzt da die Rosenzeit ist vorbei. Un bocciolo di rosa si sa cosa sia, ora che la stagione delle rose è finita.  Così nel 1827 Goethe descriveva il suo tempo vitale ormai alla fine. La grande fioritura è appassita e soltanto ora il suo principio, un bocciolo, è ben visibile, dove prima c’erano corolle numerose e splendenti. L’analogia con l’Antropocene è serrata. In questi giorni di metà luglio, le nazioni europee sono impegnate a dibattere sulla opportunità di miliardi di finanziamento da riversare su piani di recupero economici, forse con qualche impianto di energia rinnovabile in più, forse con qualche parco industriale in più per la produzione di bioplastiche.

Una rappresentazione scadente di una concordia spirituale mai fiorita che, come ha scritto Yanis Varoufakis, è riuscita solo nell’azzardo di costruire una unione monetaria prima di aver raggiunto una unione politica. C’è da chiedersi quanti giovani europei sotto i trenta anni sentano una qualche affinità con i presupposti ideali del 15 settembre 1978, quando Valéry Giscard d’Estaigne, Presidente della Repubblica Francese, e Helmut Schmidt, cancelliere della Germania Occidentale, si recarono in pellegrinaggio nella cattedrale di Aachen, per rendere omaggio a Carlo Magno in occasione della firma dell’accordo per l’istituzione del Sistema Monetario Europeo, il precursore dell’euro.

Il Germanisches Museum di Norimberga Carlo Magno lo pone nel centro nevralgico di una idea di impero continentale che ha dannato, e vivificato, la nazione tedesca, e quindi l’intero continente, per mille anni. Il Carlo Magno di Lukas Cranach, dipinto attorno al 1510, è un nobile signore dal volto composto, avvolto nella seta, che regge il mondo intero lasciandosi guidare solo da Dio.

Il processo alla civiltà europea comincia dall'Età dei Carolingi.

Il Carlo di Duerer, invece, è un cinquantenne del 1511 convinto di sé, severo e razionale, che la spada la tiene alzata e guarda verso una contrada lontana, dove, intuisce, la politica vale molto di più della Bibbia. Lo sfarzoso abito imperiale gli occorre soltanto per questo, a conferma del potere. La forza ha una capacità geopoeietica e mitopoietica. Questo è il gene primitivo della civiltà europea che Carlo il Franco inocula nelle popolazioni semibarbare del continente, e che passerà di generazione in generazione, lavorando senza sosta, senza compassione, senza pietà, senza rimorsi. Fino all’assessment di 237mila popolazioni appartenenti a 515 specie di vertebrati cancellate dalla faccia della Terra da inizio Novecento. 

Il Carlo Magno di Dürer esprime sul volto la determinazione di un carattere. Il carattere europeo.

Il secondo processo di Norimberga

A partire dall’estate del 1945 il pragmatico sogno di potenza di Carlo, ridimensionato da una guerra civile in due round che ha stuprato la dignità umana, è ormai superato. La creatività politica europea è sconfitta, giudicata davanti a un Tribunale internazionale, pensionata dagli Americani in quanto incompatibile con un ordine mondiale solido e pacifico imperniato sul commercio e l’industria. Gli Stati Uniti offrono alla Germania, e con più grazia e diplomazia a tutti gli altri Paesi alleati, un accordo di pace quasi frugale nella sua semplicità concettuale: il benessere. Stare bene. Lavatrice. Frigorifero. Auto.

A quel punto, per ovvie ragioni non solo belliche, ma sopratutto morali e umanitarie, l’alternativa appariva nella sua mostruosità omicida. E questa altra opzione, sperimentata per intero, era l’ardore con cui Goebbels, nei primi anni, affrontava comizi e riunioni di Partito, convinto che “non ho nessun dubbio su chi scegliere: i giovani, che davvero cercano di creare un nuovo tipo di essere umano” (Diari, 30 giugno 1924). Il sogno, la Phantasie, contro il benessere.

La fantasia è l’espansione per il puro gusto di essere grandi, del tipo di grandezza di Federico di Prussia e Maria Teresa d’Austria. E se l’esito è il genocidio, qui o in Africa, chi se ne importa. Non sei forse Europeo? Dedicati alla musica barocca suonata su un clavicembalo, dinanzi ad un quadro che mostra, certo in modo ancora un po’ ingenuo e didattico, una moda recente a cui presto ti affezionerai: la collezione artistica.

La migliore musica classica europea venne composta nella stagione d'oro dello schiavismo e del colonialismo atlantici.

Con l’avvento sulla scena intellettuale europea, da metà Seicento, della raccolta di quadri e poi di reperti naturalistici  il pensiero comincia a prendere il sopravvento sulla realtà biologica. Il secolo di Descartes è il secolo della Guerra dei Trenta Anni, delle streghe bruciate a decine a Bamberga, ma è anche il secolo di Keplero e di Galileo. Oggi, la foga nel collezionare pezzi di mondo è svanita. Abbiamo già tutto. Ma la tassonomia, considerate le sue origini coloniali, riserva materiale bellico inesploso per inaugurare il processo all’Europa.

Colpe coloniali prescritte

Il 2 luglio ScienceMag ha reso noto cosa sta succedendo, sotto la spinta del movimento per i diritti civili dei neri americani BlackLivesMatter: “Alcuni ricercatori premono per modificare il nome di alcune specie che ritengono opinabili. In tutto il mondo studenti universitari hanno contribuito a diffondere una lista di specie comuni di animali e piante dal nome potenzialmente problematico. Questa lista include uno scorpione, una anitra e una quaglia che portano la dicitura hottentotahottentotta, or hottentottus.

Nel 17esimo secolo i colonialisti usavano “ottentotto” come termine dispregiativo per i nativi neri in Africa”. La fame di giustizia non risparmia neppure Linneo, il padre della moderna classificazione degli esseri viventi. Alcuni membri della Entomological Society of America (ESA) hanno chiesto di togliere il suo nome dai Giochi annuali della loro istituzione, perché il grande botanico “assegnò tratti sociali negativi alle popolazioni umane non bianche”. 

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Purtroppo per noi è probabile che avesse ragione Nietzsche. Se sei a Norimberga, non puoi evitare di cenare da Pillhofer, nella Marienvorstadt, uno delle Stube più antiche di Norimberga, fondata nel 1646, che ha un confortevole dehors all’aperto di tavolacci di legno. I proprietari sono gente simpatica e affidabile, che serve cucina bavarese all’altezza di due stelle Michelin. È l’ora della birra. Fa caldo, ma il vento rinforza. Le previsioni danno tre giorni di temperature invernali e pioggia battente. La giovialità dei tedeschi mi ricorda sempre che il senso di colpa non è una condanna all’ergastolo.

È possibile sentirsi in debito e ciò nonostante provarci una altra volta. Nietzsche riteneva che nessuna civiltà che voglia essere pacifica, normale, serena possa esprimere qualcosa di nuovo e di autentico. Nel nostro XXI secolo questo qualcosa di inedito sarebbe una radicale decrescita economica per lasciare alla altre specie il cinquanta per cento del Pianeta. Seguendo il ragionamento di Nietzsche, i guerrafondai del passato europeo, dal Cinquecento in avanti e non certo solo in Germania, intendevano progettare piuttosto che prendere una tazza di tè; il male fu non che pensavano di riuscire ad imporre una idea, costi quel costi (cosa altro avrebbe fatto il Cristianesimo, se non abbattere con la spada chiunque si opponesse al nuovo?), ma che si accorsero di non voler rinunciare al genocidio, quando si trattava di andare fino in fondo.

Nella civiltà del benessere tutti gli obiettivi ontologici fondamentali sono già stati raggiunti. Sono saturati. Siamo quindi al punto di aver sostituito il concetto di “Pianeta” con il concetto di “conservazione”. Perché siamo a un punto della storia del mondo in cui dobbiamo pagare per avere una biosfera. In Africa, il continente che “supporta le popolazioni di grandi mammiferi più abbondanti e diversificate del mondo” l’epidemia ha desertificato le fonti di finanziamento delle aree protette, che è tutto ciò che rimane della biodiversità africana. Sono le donazioni a garantire le aree protette.

Questo dicono gli autori di uno studio devastante uscito su NATURE Ecology & Evolution (Conserving Africa’s wildlife and wildlands through Covid-19 crisis and beyond): “i contributi dei donatori contano per il 32% dei finanziamenti alle aree protette in Africa, cifra che in alcuni Paesi raggiunge il 70-90% (…) la spina dorsale degli  sforzi di conservazione in Africa consiste di 7.800 aree protette terrestri su una superficie di 5.3 milioni di Km2, il 17% del continente (…) molte aree protette sono di proprietà statale e gestite da autorità governative esperte in wildlife, spesso con il supporto sostanziale del turismo e degli operatori della caccia professionista.

Sempre di più ONG dedite alla conservazione e soggetti privati cooperano con i governi per gestire aree protette statali attraverso partnership di tipo collaborativo”.

Secondo gli autori è arrivato il momento di comprendere che la wildlife africana è una responsabilità mondiale: “Se consideriamo la loro ricchezza, alcuni Paesi africani portano un peso sproporzionatamente alto per il loro impegno nella conservazione e perciò la comunità internazionale dovrebbe fornire supporto in maniera adeguata, riconoscendo che i tesori naturalisti dell’Africa sono un asset globale; il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. 

Il Tribunale di Norimberga dove venne tenuto il Processo ai criminali nazisti. L'Europa deve oggi essere messa sotto processo per ecocidio?

Dare una forma alla vita

La mattina dopo prendo la metropolitana alla Hauptbahhof per raggiungere la Baerenschatze Strasse, dove c’è il Tribunale dello Hauptkriegsverbrecherprozess, il processo contro i principali criminali di guerra dello Stato nazista. All’interno della mia carrozza campeggia una pubblicità della ING Insurance: “Langweilig ist bei uns nur der Weg zur Arbeit”. La noia da noi è solo la strada verso il lavoro. Il bestiale incasellamento di ogni stato emotivo. La liquidazione della noia come nemico giurato della produttività socialmente accettabile. Anche l’efficienza tedesca è una perfomance globale, in cui il Niente, o il vuoto, o l’attesa, sono tare psicologiche. Nessuno di noi, solo guardandosi intorno, potrebbe accorgersi che è in corso una estinzione di massa.

Piove e aspetto le 9 sotto una minuscola tettoia all’ingresso del Memorium, il museo del Tribunale di Norimberga. C’è silenzio, i funzionari del tribunale arrivano in ufficio in bicicletta e i tipici condomini tedeschi a tre piani, dalle facciate scolorite e senza tende alle finestre, attendono anche loro, immobili, che il giorno prenda coraggio, raggiunga il suo acme e poi sprofondi di nuovo, come il carro di Apollo, nell’abisso del tempo già finito.

Che cosa noi davvero comprendiamo di questo tempo, che ci appartiene, è un enigma simile alle antiche profezie greche. E più cresce il numero di eoni conclusi, più ignari siamo della nostra epoca, che ci sfugge altrettanto. Parlando di sua madre, e dei sentimenti che provò lasciandosi abbracciare dal nazionalsocialismo, Peter Handke ha scritto: “I movimenti che raggiungevano così il loro compimento erano composti in modo che li si osservava svolgersi contemporaneamente nella coscienza (im Bewußtsein) di un numero incalcolabile di persone e allora la vita acquistava una forma (und Das Leben bekam eine Form), in cui si era in buone mani e tuttavia ci si sentiva anche liberi. Quel ritmo divenne esistenziale: come un rituale”.

C’è una tale sincerità in queste frasi. Tutti abbiamo bisogno che la nostra vita abbia una forma, perché la forma ci illude della presenza di un significato. E questa forma la subiamo, assumiamo quella immediatamente disponibile, afferriamo ciò che possiamo. Ognuno di noi cerca la propria forma e lo fa per sopravvivere alla sua personale angoscia e se, cercandola, aderisce a crimini contro l’umanità (bellici ed ecologici) c’è nella sua fragilità morale qualcosa di autentico e di vero.

Gli avvocati difensori del processo di Norimberga.

Perciò, mi interessano i volti dei difensori. L’élite dell’alta borghesia, con titoli di laurea conseguiti nelle migliori università del Paese, che aveva annuito a Hitler sin dai primi anni Venti. Ma ciò che più mi colpisce è il filmato in cui venne ripresa l’entrata in aula di ciascuno degli imputati. Perché si dichiararono non colpevoli (“nicht schuldig!”), a parte il fatto che volevano evitare la pena capitale o anche mostrare un po’ di orgoglio, di strafottenza, di senso di sé, visto che ormai erano uomini finiti?

Entrando, si stringevano la mano, come ai vecchi tempi, come in ufficio al Reichstag, a Berlino, nei tempi migliori, per mostrare ancora una volta decoro, educazione, in ossequio alla formalità rassicurante che teneva insieme le macerie di esistenze concluse, il loro personale fallimento come uomini; quella affettata cortesia, persino salottiera, così fuori posto, ora che erano stati denunciati, era un antidoto alla vertigine di aver avuto tra le mani il destino di milioni di uomini e di averlo sentito tra le mani con assoluta leggerezza, proprio come granelli di sabbia, di averlo percepito come una avventura, una tirata, uno scherzo, senza darsi pena dei suoi risvolti omicidi, perché una avventura è pur sempre una avventura. 

Possiamo davvero ricordare in eterno?

Ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente di quel conflitto europeo, ormai, è la nostra reale capacità di trattenerne una impressione vitale. La documentazione dei genocidi pone la questione della conservazione del passato (possiamo davvero ricordare in eterno?), che mostra preoccupanti similitudini con il dibattito sulla protezione delle specie animali in estinzione. Non mi pare casuale che l’UNESCO attribuisca lo stesso termine ai beni artistici e ai luoghi selvaggi del Pianeta che sono “patrimonio dell’umanità” e “world heritage”. Chi è stato convocato, e per ereditare che cosa?

È possibile che conservare sia un bisogno della coscienza umana, che però funziona in modo indipendente rispetto alle necessarie doti adattative del singolo individuo. Se fosse così, avremmo una risposta decente e sensata per l’indifferenza delle nuove generazioni verso i capolavori dei secoli trascorsi.

Sapremmo cioè che siamo noi in torto, gli ecologisti e i pensatori, a pretendere attenzione e cura per il passato finito (il pool genetico delle specie selvagge, le foreste primarie, la pittura a olio di Duerer, i motivi decorativi medievali della cattedrale di Sankt Sebald a Norimberga), mentre gli altri ostentano semplicemente la propria vitalità, una brutale adesione alla vita in sé, senza i negoziati e i compromessi del continuo rimuginio sul prima e il dopo. Perché non c’è dubbio che il passato possa diventare una malattia, un nosocomio della coscienza, ancora prima di essere humus per qualunque revanscismo politico.

La chiesa di Sankt Sebald a Norimberga. La civiltà europea a processo.

La questione della conservazione biologica delle specie è quindi la questione della colpa come disposizione esistenziale. Di sicuro, la maggior parte di noi non si sente colpevole della scomparsa degli animali e men che meno sente il bisogno di dichiararsi colpevole davanti al futuro. I giovani non vogliono più una vita compromessa da un impegno politico prolungato nel tempo, che richieda un amore incondizionato per una ideologia. Questo atteggiamento psicologico, è chiaro, compromette però anche l’idea di giustizia che dovrebbe invece sorreggerlo. Se non sono disposto a battermi con forza per una ideologia, allora non sono pronto neppure a riconoscere una istanza assoluta di giustizia. 

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Eppure, nel dopo guerra, abbiamo preteso stabilire dei canoni di giustizia moralmente superiori che avrebbero dato alle generazioni successive il diritto di sentirsi eredi di una età dell’oro, e cioè dell’epoca del benessere. Attorno a Wuerzburg, le colline coltivate a vigneti sono coperte dalla nebbia. Il mio albergo è una modesta pensione proprio di fronte alla Hauptbahnhof ed entrambe assomigliano ad uno scorcio urbano della DDR. Austere fino allo squallore. Uno strano benvenuto dalla città del barocco rasa al suolo il 14 marzo del 1945 dalle bombe incendiarie alleate.

Alle 9 e mezza di mattina la Kaiserstrasse è semi deserta, ma eloquente di che cosa sia questo benessere di massa a cui siamo devoti. Le porte dei grandi magazzini Reno, C&A e Deichmann, gonfi di vestiti scadenti, stanno spalancate come bocche sdentate. Alla fine di questa via dello shopping low cost, rattrappita in una melanconia contagiosa, comincia la Promenade, che conduce, scendendo sulla Karmeliten, all’Alte Bruecke sul Meno.

Ribattezzo la Kaiserstrasse “via del suicidio”, perché mi pare che solo un folle potrebbe trovare del buon senso in un simile sovraffollamento angoscioso di merce di qualità scadente, inutile, spacciata per festosa abbondanza. Nella giustizia europea post 1945, quella importata e concordata con gli Americani, la giustizia ecologica fu estromessa senza neanche darsi la pena di pensarci, visto che per affermare la nuova giustizia continentale (il benessere industriale) era necessario perseguire una distruzione ancora più oscena del Pianeta. Quindi, questa, che giustizia è stata? 

Una volta impiantata l’ideologia del benessere, nessun umanismo europeo avrebbe mai potuto reggere il confronto con l’espansione del commercio, unica anima rimasta al nuovo ordine mondiale. Novus ab integro saeclorum nascitur ordo. Nel 1945 accadde non semplicemente una sconfitta o una resa senza condizioni; fu concordata una riscrittura del mondo, in cui il saccheggio del Pianeta, inventato dagli Europei cinque secoli fa, diventava democrazia globale. 

“Che cosa è metafisica?”

Quel giorno di luglio del 1929, a Friburgo, Heidegger propose una tesi dirompente, e cioè che per parlare delle cose del mondo occorra interessarsi al Niente. Una conclusione a cui conduce la struttura stessa della società moderna fondata su basi scientifiche, dal momento che tutte le scienze usano ciò che esiste per farne oggetto d’indagine. Il contesto ontologico in cui questi enti (materie prime, specie animali, fonti di energia) si rendono disponibili all’uomo è però completamente omesso. Diventa Niente. Gli elementi si presentano allo sguardo umano, anche quando non vengono pensati secondo categorie logiche o all’interno del calcolo matematico.

Il loro trovarsi nel mondo, a disposizione dell’intelletto, dimora in un altrove, che Heidegger chiama “essere”, riappropriandosi di un termine filosofico quasi dimenticato. Disgraziatamente, la civiltà occidentale, è questa l’ipotesi di Heidegger, ha imparato a pensare la realtà solo in termini “metafisici”, ossia considerando ogni cosa (ente) in quanto oggetto o presenza riducibile a concetto. E quindi è finita in un vicolo cieco, in cui, pur dominando la realtà, non la comprende fino in fondo. L’altrove dimenticato prende quindi le sembianze del Niente scientificamente trascurabile. 

Il paradosso moderno è che questo Niente, che invece è l’essere, diventa comprensibile soltanto quando la realtà composta degli enti che diamo per scontati scompare in uno stato d’animo al limite della vertigine emotiva ed esistenziale: “Accade, nell’esserci dell’uomo uno stato d’animo in grado di portarlo dinanzi al Niente stesso? Questo accadere è possibile, è pure reale, solo per degli attimi, nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia (Angst) (…) tutte le cose e noi stessi sprofondiamo in uno stato di indifferenza. Questo, tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi”.

Nell’abisso dell’angoscia il mondo è ridotto a niente, ma questo niente, come Heidegger aveva spiegato in Essere e Tempo due anni prima, “getta l’esserci di fronte a ciò di cui prova angoscia: il suo autentico poter essere nel mondo (…) l’angoscia schiude pertanto l’esserci come essere-possibile”. La possibilità, in altre parole, che il mondo sia qualcosa di più di ciò che appare; la eventualità che le cose date, messe in vendita, proposte e impacchettate, le cose della Kaiserstrasse, non corrispondano al mondo; il sospetto, anzi, che questo pattume consumistico nasconda lo stato del mondo.

La stessa Germania, rasa al suolo nel 1945, è risorta come shopping centre. A Wuerzburg i beni heritage, disintegrati con le bombe incendiarie, sono risorti perché emanano un’aura di valore universale. Servono insomma a nobilitare i negozi della Domstrasse e della Schoenbornstrasse. Questo è metafisica.

Würzburg: Il Meno, sull’Alte Bruecke. Un frammento di una Europa antica capace di crimini contro l'umanità e contro il Pianeta.

Ma il tiepido vento di ponente già smuove una fitta pioggia di fiori. Devo gioire del verde a cui fui grato per l’ombra? Presto la tempesta lo disperderà, quando ingiallito ondeggerà in autunno. Goethe riconosceva una serenità allo scorrere del tempo. Questo per lui significava che anche nella inesorabilità dei giorni finiti, delle stagioni chiuse per sempre, degli anni archiviati si possono trovare momenti di pace e di serena accettazione del mondo così come è. 

Il Meno, quando lo sguardo si apre sull’Alte Bruecke e sulla Marien Festung, residenza dei vescovi principi di Wuerzburg fino al 1719,  possiede questa calma infinita, ancora oggi, e dischiude nel cuore del visitatore tormentato dal presente la possibilità di un respiro più grande. Bisogna salirci a piedi, alla Festung. Trentacinque minuti di cammino in quota, lungo un sentiero a serpentina tra i vigneti, che parte nel cortile della piccola basilica scura di Sankt Burkard costruita nel 1042; bisogna intraprendere questa passeggiata in solitaria, sorvegliati dal volo dei falchi pellegrini, per aggredire il timore che non ci sia rimasta che la metafisica, in cui disperare di tutto, e soprattutto per il destino degli animali.

Sotto il sole finalmente rovente, il passo sfiora le viti che portano grappoli ancora verdi e immaturi, i cardi e i fiori di campo. Sì, un pensiero è sempre possibile. Ma c’è qualcosa in noi esseri umani che lo ostacola, anche quando lo vorremmo. Non riusciamo ad essere consapevoli della nostra epoca. Siamo condannati ad una sorta di agnosia temporale. Probabilmente è la struttura evolutiva e neurologica del cervello a tenerci lontani dal realismo necessario a fronteggiare gli effetti macroscopici della distruzione della biosfera.

L’area di Wernicke del nostro cervello si è evoluta per osservare e quindi re-immaginare le cose attorno a noi attraverso il linguaggio e l’astrazione simbolica. Osserviamo il mondo non per quello che è, ma attraverso i concetti costruiti da noi. Heidegger vedeva nella metafisica una sorta di destino: “finché rimane animal rationale, l’uomo è animal metaphysicum. Finché l’uomo si considera un essere vivente dotato di ragione, la metafisica, come dice Kant, appartiene alla natura dell’uomo”.

Marien Festung in Würzburg

Siamo in pochi quassù, sopra Wuerzburg, a passeggiare tra le torri della Festung, che, spoglia di turisti, esprime l’inquietudine delle sue pietre vecchie di dieci secoli. Prendo appunti su una panca di legno, benedicendo l’irruzione del sole rovente che persiste a scomparire ad intermittenza, come se le nuvole, per una volta, prendessero il nostro posto nell’interferire con le cose di natura. Il richiamo metallico dei falchi pellegrini si espande dentro il silenzio delle cinta muraria.

Come sempre, gli animali indicano una strada. Quasi inconsapevolmente trovo il sentiero che conduce nel fossato del castello vescovile, ora diventato un frutteto con alberi di pere, nespole, gelsi e meli. Da quaggiù gli alberi sono così alti che si ha la sensazione di sprofondare nell’erba, mentre lo sguardo, rivolto verso l’alto, indugia incantato sull’ombra di arancione che già colora le pere del prossimo autunno. Che cosa significa essere eredi? Aprire un armadio in soffitta e scoprirci i nostri vestiti di quando eravamo bambini. Non sono meno nostri per il solo fatto che non ci stanno più.

La civiltà europea a processo. Wuerzburg sul Meno.

Come Colombo sull’Atlantico

E se un giorno hai smesso di essere un bambino, quel giorno è stato il tuo inizio. Le tue decisioni sono le tue origini. Sali con paura, e con orgoglio, i gradini di pietra pericolosi e ripidi della Katzenberg Straße di Bamberg, e ascendi, come Colombo sull’Atlantico in vista del Nuovo Mondo, al Domplatz. Lo spettacolo teatrale in cui l’acropoli di Bamberg precipita il visitatore è prodigioso. A sinistra, Il Bamberger Dom, la cattedrale di San Pietro e San Giorgio fondata nel 1004 e ricostruita dopo un incendio nel 1237. Guglie gotiche, navate robuste, portali labirintici e vertiginosi, un inno monumentale al potere religioso che per secoli ha dovuto mascherare la rapacità materialista della nuova fede europea.

Dovremmo mettere a processo l'intera cultura europea per crimini contro la biosfera e contro l'umanità?

Di fronte, sul lato occidentale della piazza, l’Alte Hofhaltung, la facciata cinquecentesca che dava accesso alla residenza vescovile.

Bamberga, la civiltà europa a processo.

A destra, infine, la Neue Residenz barocca del vescovo elettore principe di Bamberg, edificata tra il 1695 e il 1704, a guerre di religione concluse, in principio del secolo in cui, consolidate le basi oltre atlantico, si poteva davvero cominciare a fare sul serio (12milioni e mezzo di deportati africani verso il Nuovo Mondo tra il 1520 e il 1807).

Bamberga. La civiltà europea ha espresso la profezia dell'oracolo di Delfi: conosci te stesso.

Questa piazza è una gigantesca rappresentazione del carattere europeo, del modo in cui la ricerca della armonia estetica è sempre coincisa, per noi, con la brutalità del dominio. La pura potenza dell’idea che si costruisce da sé. Nessuno che contempli questa piazza con un minimo di onestà prova compassione spirituale o estasi religiosa o nostalgie cristiane. Qui esplode, nel genio, la volgare spietatezza del progetto europeo.

La profezia dell’oracolo di Delfi

Per questo, all’ombra del Dom, mi viene in mente la mattina cupa di 15 anni fa in cui visitai il santuario di Delfi, in Grecia. Minacciava pioggia e i resti del regno di Apollo, dio della profezia, sorgevano tristi e mutilati.  Il temporale imminente e la poca luce, svelando la verità di quel luogo ormai sconsacrato, riuscirono nel miracolo di restituire la parola alle statue degli dèi e degli eroi conservate nel museo. E ora, in questa piazza, odo di nuovo la loro voce: 

Avete fatto il vostro meglio, Europei! Avete compiuto l’impresa,  sottomettere l’intera biosfera ! Non stupitevi, ora, del presentimento che qualcosa sia giunto alla fine! Vi avevamo pur avvertito che l’impresa era estinzione! Io, Apollo, non ti ho mai rassicurato sulla tua natura divina; non ti ho mai promesso che avrei sconfitto la morte per te; non ti ho mai detto che combattere il dolore non avrebbe richiesto di mobilitare le risorse naturali di ogni angolo del Pianeta; ti ho solo insegnato ad essere il migliore, mettendoti in guardia dall’abisso del tuo talento! Ora, se ti è rimasto un po’ dell’ardimento antico, contempla il buio in cui hai sprofondato te stesso, assorbi le tenebre e nell’oscurità riconosci le origini del mio oracolo!

Bamberga, la civiltà europea a processo

Questo è il patrimonio dell’umanità che si respira a Bamberg, tanto più orribile e mostruoso quanto più magnifico si rivela nelle sue invenzioni estetiche ed urbanistiche. Ciò che oggi chiamiamo bellezza non è altro che la creazione dell’impresa: imperi globali, oceanici, capaci di arrivare dappertutto, per il semplice gusto di farlo. C’è qualcosa di talmente ingenuo nella spontaneità con cui tutto questo è avvenuto che, passeggiando per Bamberg, la clemenza e la compassione mitigano l’indignazione per il nostro uso sconsiderato delle risorse naturali. 

Bamberga. L'architettura europea del XVI secolo rispecchia la spinta propulsiva di una intera civiltà.

A me pare che Giambattista Tiepolo riuscì ad interpretare questa attitudine mentale dei suoi contemporanei quando dipinse l’affresco dei 4 continenti sul soffitto dello scalone d’onore della Residenz di Wuerzburg.

I 4 continenti raffigurati dal Tiepolo. Una gigantesca rappresentazione dell'immaginario coloniale europeo.
Residenz Würzburg, Treppenhaus (R.3), Nord-, West- und Ostwand mit Afrika, Asien und Blick Richtung Amerika

La potenza europea secondo Tiepolo

Quest’opera non comunica a chi la contempla soltanto una idea del globo terraqueo così come la immaginavano i contemporanei di Tiepolo nel 1752 in senso strettamente geografico, ma restituisce anche un sentimento di intensa gioia. Stando in piedi alla base della scalinata, il primo continente ad occupare tutto il campo visivo è l’America. Sulla testa un copricapo di piume variopinte rosse e verdi, identico a quello dei Tembe, una popolazione nativa dell’Amazzonia brasiliana, le cui foto hanno ottenuto gli onori della cronaca durante i roghi che hanno devastato l’Amazzonia fra agosto e settembre del 2019. Il Nuovo Mondo ha il braccio teso verso destra, come l’Apollo di Olimpia, a dettare il ritmo della storia al suo nuovo inizio.

L'Amazzonia assoggettata all'Europa nel pennello del Tiepolo.
Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Amerika’, Amerikadarstellung

Salendo di qualche gradino, la visuale si apre a 360 gradi su un cielo rosa pastello, grigio e giallo che è il cosmo. L’intero affresco è cioè concepito perché chi vi entra si senta assorbito dal globo, che gli Europei hanno finalmente reso accessibile. L’effetto tridimensionale è vertiginoso: più si sale, più si diventa parte del mondo intero. L’Asia, seduta sul suo elefante, guarda verso l’America; tra America e Asia un oceano di luce che equivale all’Atlantico e al Pacifico.

L'Africa coloniale dipinta da Tiepolo.
Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Afrika’ auf Kamel/Dromedar und kniender Diener mit Sonnenschirm, Afrikadarstellung

L’Africa è commercio, cammelli e uno scrigno di spezie, volto accigliato e assorto, geografia di ricchezze. Nel suo equilibrismo barocco questo affresco contiene le ambizioni universali del Settecento europeo: il caos di ciò che è sconosciuto, che però è anche cornucopia di risorse naturali. E questo è metafisica.

L'apoteosi del potere e della potenza europei dipinti da Tiepolo.
Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, Figur der ‘Asia’, Hut und Kugelstab unterhalb der gemalten Brüstung und Medaillon mit antikisierender Büste eines bärtigen Mannes, Asiendarstellung

“Il labirinto del futuro”

Gli antichi dei, i poeti e i maestri sono di conforto in questo dannato collasso globale a cui attribuiamo definizioni insufficienti e imprecise: Antropocene, epidemia, Accordo di Parigi per il clima. E lo sono perché consentono di avvicinarsi, ancora e nonostante tutto, a ciò che Peter Handke chiama durata. Il fruscio dell’erba attraversata dal vento. La persistenza nel tempo e nello spazio. Queste voci, oggi neglette, accompagnano, con spontanea generosità, i rari momenti in cui si avverte di poter respirare a pieni polmoni, lasciando che il sentimento della libertà torni a rallegrarci.

Ed è questo che succede al tramonto, mentre su una panchina nel Kornmarkt di Heidelberg, leggo alcune parole di Hoelderlin che ho già letto mille volte, ma che qui, nella sua terra, acquistano tutto un altro potere di evocazione, una forza divinatoria: O ihr, die ihr Das Hoechste und Best sucht, in der Tiefe des Wissens, in Getuemmel des Handelns, im Dunkel der Vergangenheit, im Labyrinthe der Zukunft, in den Graebern oder ueber den Sternen! Wißt ihr seinen Namen? Den Namen des, das Eins und Alles? Seine Name ist Schönheit. (O voi, che cercate quanto di è di più alto e di più più perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza). E tutto questo non è metafisica.

La civiltà europea a processo ad Heidelberg, città di Hoelderlin.

Nell’incedere nitido della parole tedesche, una dopo l’altra, nel loro legarsi e dichiararsi l’una dentro l’altra (ineinander), il mondo prende forma, è vero, ma per rivelarsi. Siamo imprigionati nelle contraddizioni del nostro cervello, che sono evolutive e biologiche prima ancora che essere culturali, ma non per questo siamo condannati a non sentire più accadere le cose del mondo dentro la nostra coscienza. 

La luce del tramonto dell'Occidente sulla civiltà europea ad Heidelberg.

La contro-metafisica, che nei secoli dell’impresa prendeva il nome oggi obsoleto di poesia, è la nostra unica risorsa contro l’avanzare dell’estinzione. E ne sono certa passeggiando per Friburgo, la città di Heidegger, che non sente il dovere di attribuire a lui e a Husserl una targa commemorativa all’esterno della Alte Universitaet: “le placche con i nomi avrebbero un impatto meno commemorativo nel contesto della sfera pubblica rispetto ad un museo che mostra la rilevanza di entrambi i filosofi nei loro rispettivi campi di ricerca e l’influenza che ciascuno di loro ha avuto sulla storia dell’università”, come recita una nota ufficiale dell’ufficio stampa.

Mi chiedo per quale motivo è invece significativo il nome di McDonald’s sull’edificio storico della Martinstor. Questa è metafisica. Eppure, alle sette di sera le campane vecchie di mille anni del Muenster, la cattedrale medievale di Friburgo, battono l’ora. Questo è il tempo della passeggiata della sera. Mi attardo tra le bancarelle di vecchi libri, sotto l’ombra gotica. Schiller, Roth, il Romanticismo a Dresda. È questa la semplicità che per molto tempo non ci è più bastata e a cui, tuttavia, agogniamo come cechi in cerca di un cammino. 

Friburgo, la città in cui Heidegger teorizzò la fine della metafisica occidentale.

(Durante questo viaggio ho sempre viaggiato in treno, ma non ho seguito una dieta vegana che considero irragionevole, e anti-storica)

Copyright e Credits per le foto degli arredi e dell’affresco del Tiepolo della Residenz di Wuerzburg: Bayerische Verwaltung der staatlichen Schlösser, Gärten und Seen (Bayerische Schloesserverwaltung)

L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

Il razzismo ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ecco perché l'estinzione e la schiavitù sono un trauma globale.
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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale.

Questa è anche la ragione per cui entrambi i problemi sono profondamente interrelati da un lato con le caratteristiche uniche del pensiero europeo, e, dall’altro, con la performance ambientale dei Sapiens. Per come quest’ultima è andata esprimendosi nella cultura europea e nel suo atteggiamento verso il resto del mondo.

Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto.

Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia.

Estinzione come trauma storico

La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa.

Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo.

Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’eredità culturale della schiavitù

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana.

A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi.

La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima o da Colson Whitehead in La ferrovia sotterranea sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”.

Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù.

Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana.

Genocidio di specie animali e genocidio di popoli

In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni.

Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali.

Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo.

Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.

Naturalisti e mercanti di schiavi

Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi.

Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud.

I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo.

Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”.

Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation.

Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi.

Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione.

Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

Molecole disperse nell’Atlantico

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo.

In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica.

Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge.

“Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere.

Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo.

Reclama di continuo il suo posto nel presente.

La coscienza sporca dell’Europa

Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi.

Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione.

Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi.

Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

Photo Credit: Kureng Workx

FRANCOFONIA è una guida ai musei europei

locandina

Il Louvre è un buon posto per comprendere l’abisso della nostra storia ecologica. È al Louvre di Parigi, ammesso che si possegga sufficiente coraggio, che il naufragio della nostra folgorante parabola evolutiva spunta con tutta l’impertinenza possibile sulla linea dell’orizzonte lontano della Zattera di Gericault. Il miraggio della salvezza remota, impossibile, il disgusto per ciò che avrebbe potuto accadere, e che invece non è mai accaduto, per stolta volontà avversa, o per una deficienza incurabile dello spirito umano, che lo si chiami Napoleone, Congresso di Vienna, Restaurazione o Negoziati per il Clima. Non fa differenza. Qualunque altra cosa vi abbiano detto, questo è Francofonia di Aleksandr Sokurov, un film che non è un film, erroneamente presentato e raccontato come la storia del Louvre sotto occupazione nazista. Quando è tutta una altra cosa. 

È il principio dell’estate del 1940, capitale francese. Il Reich manda il conte Franziskus Wolff-Metternich a trattare con il direttore del Louvre, Jacques Jaujard, per negoziare il passaggio di consegne. L’occupante straniero prende sotto la sua tutela il Museo e i suoi tesori, che sono però stati già quasi tutti spostati in castelli fuori Parigi, per ragioni di sicurezza in caso di bombardamento aereo. Ma il film non parla di loro. E infatti Sokurov comincia il suo documentario anomalo e ibrido dal suo studio, sulla sua scrivania, davanti al suo computer. Immagina che un collaboratore sia in viaggio su una nave cargo nel pieno di una tempesta nel Mare del Nord, con un collegamento Skype traballante e intermittente. Questo, però, non è un cargo qualsiasi. Trasporta container in cui sono stipate opere d’arte europee.

Ma cosa diavolo ci fanno delle opere d’arte di inestimabile valore, che non corrispondono affatto, nella loro intima natura, alle leggi della riproducibilità tecnica industriale, su un cargo? Chi le ha spostate, impacchettate, messe in pericolo? L’ironia di Sokurov è ben presto al lavoro sull’effetto di straniamento che lui stesso ha sbattuto in faccia allo spettatore. Ci mostra alcune fotografie in bianco e nero di inizio Novecento. Contadini russi, rozzi e grezzi, induriti dalla fame, e poi giovanissimi operai e marinai, anche loro russi, sorridenti, “ingenui e crudeli”.

Sono gli stessi uomini che faranno la rivoluzione, che commetteranno i crimini della Rivoluzione di Ottobre del 1917, dando aiuto al terrore bolscevico dei primi anni ’20. La brutalità genocidiaria che fornì argomenti e mezzi alla dittatura socialista ha una origine analoga alla radicale inutilità dei container che ondeggiano sull’orlo del precipizio, un secolo dopo. Sokurov la riassume in una frase che è una fucilata: “A inizio del Novecento i nostri padri si sono addormentati”. 

I padri sono le premesse su cui pensavamo di aver costruito una civiltà ispirata dalla giustizia, dalla libertà e dalla fraternità non meno che da sani precetti cristiani. Ma i padri sono anche le opere dell’ingegno, e della mostruosa creatività di pittori e scultori, con cui nel corso dei millenni. abbiamo raccontato il nostro esistere e i demoni del nostro spirito. I padri sono le facce di chi ci ha preceduti, diventati ormai una cosa sola con il buio dentro il crepaccio del tempo paleontologico e archeologico. 

Le imprese e le disfatte dei padri sono ora custodite nei musei.

E il Louvre, anche per via di come le sue collezioni furono raccolte tra tardo Settecento e fine Ottocento, è uno dei luoghi in Europa in cui più numerosi sono le tombe, i reperti, i prodigiosi manufatti dei padri. Nel 1941 il Museo si trovò coinvolto suo malgrado in un passaggio storico che non fu affatto, come ormai le menti illuminate hanno compreso, soltanto l’ultimo atto dell’espansionismo prussiano o della Guerra Civile Europea. L’esplosione bellica del 1939 fu la fine dell’Europa come sogno di civiltà, di armonia, di umanesimo.

Dagli atti di cui gli Europei si dimostrarono capaci non emerse un nuovo ordine politico, ma una atroce coscienza della incapacità umana di prosperare lontano dalla distruzioni pianificata sino a diventare strumento politico di massa. Questa legge non scritta, aberrante eppure dannatamente storica, genetica, comportamentale, trasforma la Seconda Guerra Mondiale in una rappresentazione devastante di un talento bipolare. Un talento di specie.

Ed è questo che c’è al Louvre, Sokurov lo sa: “i musei custodiscono i peggiori segreti del potere e delle persone”. I padri ci dicono chi siamo noi, i figli. I volti dipinti sulle tele del Louvre, volti scavati e consunti o in attesa vigile di una occasione, di uno scarto della fortuna. I volti di noi Europei, nei secoli trascorsi che hanno assistito, forse con paura, alla nostra conquista dello spazio, degli oceani, del mondo animale.

Uomini comuni, che sono il nostro DNA, la nostra maledizione e il nostro folle orgoglio: “Il popolo, le persone: appartengono al loro tempo, ma li riconosco. Perché? Perché sono Europei. Mi chiedo cosa sarebbe stata l’Europa senza l’arte del ritratto. Chi sarei stato, se non avessi potuto vedere negli occhi di coloro che vissero prima di me? In Europa è ovunque Europa. Siamo seduti alla stessa tavola”. Mentre il Tedesco vincitore vuole impossessarsi delle collezioni strepitose del Louvre, per gloria, per capriccio, per puro potere, e portarne forse alcune a Berlino, il Louvre prende il sopravvento, respira, si anima e ha ragione del Tedesco come la Grecia ebbe ragione di Roma. 

Il Louvre sa qualcosa di noi che non ci piace ammettere. Napoleone urla a Sokurov la sua verità: che è per l’arte che fece la guerra, per rapinare capolavori e portarli nel Louvre. Ma Sokurov sorride perché sa, anche lui, che Napoleone, nella sua megalomania, ha agito come i migliori Europei di tutte le epoche hanno sempre agito, e non solo qui, a casa, ma anche in America, in Asia del sud e in Africa: “i musei non furono il meglio del Vecchio Mondo, che non amava nulla tanto quanto fare la guerra?”.

Già. È andata così. Wolff-Metternich tiene il discorso inaugurale della sua amministrazione controllata sul Museo fra le statue delle collezioni classiche, greco-romane, non ancora impacchettate e spedite in campagna. Sokurov riprende con la telecamera, in un silenzio spettrale, la sua mano di regista del XXI secolo che sfiora le dita di una Diana eburnea, spettrale, bellissima, incomprensibile, tentando il gesto assurdo, impossibile, di raggiungere l’Antichità nel punto preciso del tempo in cui la Grecia esisteva ancora.

Questa lontananza assoluta è la metafora del passato profondo, l’abisso ormai molto vasto delle civiltà finite, estinte, da cui dipendiamo come i figli dipendono, sul piano genetico, dai genitori. Il passato profondo è una sola cosa con il tempo profondo della biologia evolutiva, i milioni di anni di evoluzione delle specie animali e vegetali che popolano oggi il Pianeta. Perché siamo vivi? Perché nasciamo?

Queste sono le domande fondamentali della paleontologia e della moderna ecologia, e sono le stesse domande del fenomeno artistico. In entrambi i campi di applicazione del pensiero e della ricerca permane una ambiguità sfuocata, che ci disturba, ma che è il nutrimento del nostro dubbio, della nostra poesia e della nostra permanenza nel tempo  a noi concesso. 

Wolff-Metternich sembra sapere, nella ricostruzione di Sokurov, forse proprio perché è tedesco e non francese, che il messaggio in codice dei capolavori dell’arte degli ultimi cinque secoli è la prova di una incriminazione totale per l’Europa del XX secolo. Il secolo del petrolio, nel nazismo e dell’annichilamento della biodiversità del Pianeta. E cioè che i geni furono anche dei mostri. I mostri erano dei geni.

Uno squarcio sul Louvre in un paesaggio del Seicento, con fango e carrozze, nastri di seta e un cielo azzurro turchese limpido, è come l’inizio di una avventura in cui nessuno sapeva cosa ne sarebbe stato di lui, del proprio mondo, del proprio Paese, del cosmo. Incertezza abnorme, pulsione incontenibile. Un leggero alito di vento finito in una pennellata di colore a olio, della stessa consistenza della formidabile spinta in avanti, atavica e incosciente, che riempiva le vele dei galeoni che attraversavano l’Atlantico verso le Indie, e che poi puntarono a sud, verso il Golfo di Guinea, il Ghana, il Gabon, il Congo. 

A cuore sereno Wolff-Metternich  può visitare il castello in cui i francesi hanno riposto la Zattera della Medusa di Gericault. L’opera è al sicuro, il castello gode anche dei benefici di un sistema di riscaldamento molto efficiente che, funzionando 24 ore su 24, scongiura il pericolo insidioso delle muffe sulle tele del Louvre. Sokurov riprende il garbato stupore di Wolff-Metternich nel trovare in una cantina un quadro di tal fatta. La Zattera è l’Europa in guerra, l’incertezza probabilmente fatale di uno scontro totale senza quartiere.

Quattro anni dopo, il 7 maggio del 1945, Amburgo si sveglierà in macerie nell’ultimo giorno della Germania ottocentesca e novecentesca. Sta per finire il sogno, l’incubo, il crimine e l’auto-assoluzione. C’è cenere ovunque ad Amburgo. Esseri umani stremati, affamati e umiliati attendono un verdetto definitivo, come i naufraghi della zattera esposta al Salon del 1819.

Altri uomini, donne e bambini, in Russia, Sokurov lo dice, non furono così fortunati da meritare la pietà e la stima che il Tedesco riservò al museo francese e al suo popolo. E allora mette in camera le foto di archivio dell’assedio di Leningrado e parla del cannibalismo della gente che mangiò i propri simili, neonati compresi, per sopravvivere alla neve, allo sterminio, e al Tedesco europeo. 

E così tutto è chiaro. Ci siamo anche noi sulla zattera, su un Pianeta asfissiato dal cambiamento climatico, dalla presunzione umana di fare a meno degli animali, dalla baldanza con cui i figli hanno pensato di fare baldoria mentre i padri dormivano. Vorremmo dimenticare i neonati mangiati dai cittadini di Leningrado, dice Sokurov, ma non possiamo. Anche spazzare via dalla faccia della Terra le specie animali ancora selvatiche, un giorno, ci inchioderà alla stessa condanna di un ricordo avvizzito, amaro e ormai inutile. 

Il film è disponibile su RaiPlay.