Non siamo diventati nichilisti. Il nichilismo è un atteggiamento mentale la cui espressione storica è l’impresa occidentale. Siamo di fronte ad una costruzione culturale che non è connaturata né al cambiamento climatico né alla sesta estinzione. Ma che li presuppone entrambi. In definitiva, siamo sempre stati nichilisti. In superficie, la tentazione di ridurre il Pianeta a niente sembra rispondere ad un pensiero nichilista di matrice recente. La nientificazione dei viventi appare come elemento storico ormai permanente della nostra epoca, in uno schema geopolitico-amministrativo globale di tipo fatalista. Un fatalismo che risponde molto bene al sentimento collettivo colto dallo storico Enzo Traverso a proposito della fine della fiducia politica nell’ipotesi socialista:
“La caduta del comunismo ha lasciato il capitalismo senza alternative e ha creato un paesaggio mentale prima sconosciuto. Una nuova generazione è cresciuta in un mondo in cui il capitalismo è diventato una forma di vita naturale”.
Dallo spazio mentale contemporaneo è cioè uscita la possibilità di pensare un sistema sociale alternativo al capitalismo. È ciò che David Graeber e David Wengrow hanno definitivo “rimanere bloccati”. Non solo non c’è via di uscita. C’è una sorta di costrizione autonoma e performante che tiene tutto fermo, mentre anche noi siamo assolutamente immobili. La distruzione degli ambienti naturali è una funzione di questa stasi inscritta però nel dinamismo estremo del capitalismo. Ma se lo sfruttamento indiscriminato dei viventi è la norma, allora perché siamo propensi a definirlo “nichilistico”? In altre parole, perché il nichilismo compare sempre in controluce, quando tentiamo di capire piani, scivoli e intersezioni della attuale configurazione storica?
Melville mette in scena il nichilismo paradossale
C’è un capitolo di Moby Dick, il XXXV, che racconta molto bene che cosa è il nichilismo occidentale. Il narratore sta spiegando come ci si sente a far di vedetta nel punto più alto dell’albero maestro. E ammonisce i capitani a non assegnare mai quel compito a un giovane “dalla fronte sparuta e dall’occhio incavato”, che “si presenti all’arruolamento con in testa il Fedone”. Purtroppo, infatti, “la baleneria fornisce asilo a molti individui romantici, melanconici e svagati, disgustati dalle cure tormentose di questa terra e in cerca di sentimento fra il catrame e il grasso di balena”. I giovani tratti nell’incantesimo della filosofia non sono in grado di avvistare neppure una balena:
“Forse, sul lontano orizzonte, ne era passata una intera flotta, ma in una tale oppiacea trascuratezza di inconscia e distratta fantasticheria, questo giovane svagato è cullato da pensieri che si fondono con la cadenza delle onde, che finisce per perdere la sua identità, scambia il mistico oceano ai suoi piedi con l’immagine visibile di quell’anima azzurra, profonda e senza fine che pervade l’umanità e la natura: e ogni strana, intravvista, bellissima cosa che lo elude scivolando sull’acqua, ogni pinna veramente scoperta ed eretta, di qualche essere imprecisato, gli sembra la personificazione di quegli elusivi pensieri che solo affollano l’anima attraversandola continuamente, volubili. In questo incantesimo, il tuo spirito rifluisce là donde è venuto, si diffonde nel tempo e nello spazio”.
Difficile non immaginare che un po’ di questa magia avesse ammaliato lo stesso Melville. Lasciarsi soggiogare dagli abissi è perdersi in un nulla. A dissolversi sulla linea dell’orizzonte non sono solo le balene. La fascinazione degli oceani agirà infatti come un magnete su di una mente già naturalmente incline a perdersi nell’infinito. L’oceano è cioè un simbolo del talento ambivalente dell’essere umano: lo si può scrutare come contenitore di risorse naturali di cui impossessarsi senza compassione (le balene) oppure come spazio per pensare l’esistenza. La fonte di entrambi gli atteggiamenti è solo una, e sempre la stessa. Nessuna delle due esclude l’altra. L’essenza del nichilismo è cioè per Melville una potentissima attitudine umanistica. Come accadde a lui, il cacciatore può diventare un poeta. Lo stesso desiderio di annientare Moby Dick, il capodoglio bianco, racchiude la formidabile energia di un cuore umano (quello del capitano Ahab) mangiato dai suoi stessi demoni.
Il nichilismo è l’altra faccia della libertà
Il fatto che il nichilismo compaia qui come sentimento umano non è così sorprendente, se consideriamo in quanti modi possa essere interpretato il libro di Melville. Ad esempio nella lettura che ne fece il grande intellettuale caraibico (era nato a Trinidad nel 1901) C.L.R.James. James fu il primo scrittore formatosi nella matrice culturale del colonialismo razzista a riconoscere il valore politico della rivolta degli schiavi neri di Haiti nel 1804 (“i giacobini neri”).
“Moby Dick travalicava ampiamente, per la sua grandezza, i limiti del romanzo moderno. E poiché proponeva la tragedia di un intero ordine sociale e culturale – non quella di un singolo individuo – poteva essere posto sullo stesso piano dell’Orestea o del Re Lear. Il viaggio sugli oceani del Pequod è il viaggio della civiltà moderna ‘alla ricerca del suo destino’. È questa dimensione propriamente tragica a fare del microcosmo del Pequod il nostro stesso mondo (… ) Per C. L. R. James, Melville coglie in Moby Dick i primi segni della degenerazione che avrebbe ribaltato la democrazia in totalitarismo (…) In Achab egli rintraccia l’apparizione del moderno dittatore dell’età delle masse, nella ciurma moltitudinaria e meticcia dei marinai i rinnegati e i reietti, l’umanità selvaggia in cui si allacciano i legami sociali della comunità a venire, nel Pequod la metonimica cifra complessiva della fabbrica sociale fordista, in Ismaele – il narratore, cui il critico di Trinidad è uno dei primi a prestare la dovuta attenzione – l’alienato intellettuale contemporaneo, sospeso tra la seduzione del potere e l’esistenza ordinaria” (S.Chignola, La voce di un Prometeo nero, IL MANIFESTO, 26 novembre 2003)
L’aspetto oggi più convincente dell’analisi di James, ben al di là degli elementi di critica marxista, è l’attenzione posta alla traiettoria-rotta della civiltà moderna, fondata, Costituzioni rivoluzionarie alla mano, sulla libertà degli esseri umani. A contare davvero è la folle corsa del Pequod, l’ipnosi collettiva che ha stregato l’equipaggio, insomma il movimento forsennato di per sé, che assomiglia (oggi possiamo osservalo) così da vicino all’utopia della crescita. Non ci sarebbe nessun dittatore, se non ci fosse fame di un numero sempre più imprecisato di balene (non è forse analoga la fame di energia di AI che spinge Google a ottenere dal governo americano i suoi reattori nucleari privati?). La bussola orientata sul nulla dei mari del sud è quindi una meta nichilista, che però, nel suo stesso accadere, non si presenta affatto come nientificazione dell’azione o della volontà o delle intenzioni. Tutt’altro.
In altre parole James ci sollecita a cambiare paradigma per comprendere il nichilismo moderno. Questo paradigma è solido in virtù dei suoi paradossi, non della sua intrinseca coerenza.
Pensare per paradossi, pensare il nichilismo moderno
La mancanza di un pensiero paradossale è una delle lacune culturali più gravi dell’ecologismo militante, e anche del neoliberismo. Ne è un buon esempio l’ultimo libro di Federico Rampini “Grazie Occidente! Tutto il bene che abbiamo fatto”. A parte le clamorose “imprecisioni” di Rampini, che si addentra in una descrizione ammirata del Serengeti e di NgoroNgoro ignorando lo status (in Red List IUCN) di leoni, rinoceronti e giraffe (a suo dire salvati dall’estinzione grazie alle riserve), il libro manca completamente il suo bersaglio. Rampini vorrebbe dimostrare un vecchio adagio della gloriosa epoca in parrucca di Adam Smith e Thomas Jefferson, ossia che l’Occidente bianco, capitalista e progressista è il culmine dell’esperienza umana sul Pianeta. Di più, l’Occidente incarna una vocazione messianica che ora salverà anche gli altri (decisamente meno svegli) da un fantomatico collasso ambientale.
La questione, questa sì di portata storica, non è infatti se l’Occidente abbia fatto bene o male, se sia da buttare via o da redimere. La questione è che l’Occidente ha fatto sia male che bene. Distruggere e costruire non sono in antinomia, sono la cifra stessa della dimensione storica che chiamiamo Occidente. Poiché l’impresa occidentale (scienza, tecnologia, arti) convive pacificamente con le proprie condizioni di esistenza (genocidio ed ecocidio) oggi si trova ad affrontarne gli effetti secondari e collaterali. Il nichilismo occidentale, che evidentemente Rampini non riesce a cogliere, è una forza prodigiosa che ha edificato un Mondo pur superandone le soglie ecologiche. Senza l’oltrepassamento di questi limiti la civiltà occidentale non avrebbe alibi e non riscuoterebbe elogi, perché non esisterebbe neppure. È proprio questo il dilemma storico in cui sprofondiamo. Le complicanze ecologiche ed umane dell’impresa occidentale sono ormai state promosse nella “tavola alta” del dibattito sul posto di Homo sapiens fra gli altri viventi. Questo è l’inevaso del nichilismo cui faceva riferimento Franco Volpi. Il nichilismo, in altre parole, può spingersi fino in fondo (impresa occidentale), ma la sua stessa logica interna si lascia alle spalle dei residui di realtà che ne rivelano la fragilità. È il Pianeta ad essere fragile, non le rivendicazioni dei dannati della Terra, degli esclusi, dei sopravvissuti, dei miserabili, delle specie animali in estinzione.
Quando vogliamo condensare in una singola immagine questo carattere occidentale, il nostro, nulla forse ha più potenza del monumento agli esploratori oceanici portoghesi di Lisbona. Uomini protesi verso l’oceano atlantico. Costi quel che costi.

“Più che di nulla parlerei di vuoto, perché il vuoto lascia un inevaso. Più dura è la disperazione degli assoluti, più c’è vuoto. L’uomo costruisce di più quando distrugge” – FRANCO VOLPI
Il nichilismo reattivo contro gli ultimi della Terra
Ma guardiamo la cosa anche dal punto di vista politico. Il fatto che un neo-liberista come Rampini senta il bisogno di giustificare l’impresa occidentale mostra fino a che punto, nel profondo della propria ombra, la nostra civiltà avverta l’incombere di un nichilismo. Il nichilismo può infatti essere percepito come una svalutazione della civiltà stessa ad opera di nuovi socialismi, e degli sconfitti ambientalismi; ma può anche presentarsi sotto forma della paura di questi “fondamentalismi degli ultimi”. La paura che ciò che è già stato conquistato pagando prezzi altissimi (con la gloria dell’ingegno, con la fatica delle braccia, con la Sistina di Michelangelo, con gli operai di Manchester e gli schiavi della Virginia) sia ridotto-a-nulla (dal terrorismo internazionale, dai movimenti woke, dalla decrescita, dalle energie rinnovabili) è uno stato d’animo condiviso e collettivo. Lo spettro di un collasso degli stili di vita consolidati, come ricorda nei suoi interventi sugli Stati Uniti anche Lucio Caracciolo, nasconde il sospetto che sì, qualcosa di irreparabile è già successo, ed è una minaccia. A dispetto delle facilonerie ideologiche di Rampini, questo è la forma più classica di nichilismo. Prepararsi alla fine. Magari leggendo Tucidide alla propria maniera nei think tank ascoltati a Washington, convincendosi cioè che attacchi militari preventivi in giro per il mondo assicurino la sicurezza in bilico, come ha raccontato brillantemente lo storico Luca Iori al Festival di Limes di Genova la scorsa primavera.
Un altro elemento essenziale del nichilismo è la sua pervasività. L’impresa occidentale, per affermarsi, doveva diventare una modalità di uso totale del Pianeta. Il punto in cui ci troviamo oggi (la maturità dell’impresa e della nostra specie) coincide quindi con la saturazione di tutto il pensabile: l’appropriazione pianificata ed industrializzata di tutte le risorse disponibili, umane e animali. Ma, raggiungendo il suo acme, la capacità di pensare dell’impresa occidentale si eclissa. Questa è una delle intuizioni fondamentali della “dialettica dell’Illuminismo” discussa da Adorno nel dopoguerra. Per poter convogliare nel nastro trasportatore della modernità tutto sino all’ultima delle sue fibre, l’intero Mondo doveva essere pensato come un unico campo di lavoro. Nulla poteva essere escluso in questo processo storico di espansione. Se un ecosistema o una specie o un popolo vi fosse stato escluso, l’impresa non avrebbe completato il suo compito. Qualcosa, o qualcuno, non sarebbe ancora stato messo al lavoro (cioè trasformato in un ente consumabile, fabbricabile, ottimizzatile, vendibile). Nel nichilismo dell’Antropocene il Mondo si trasforma. Diventa un inarrestabile processo di assorbimento dei viventi in cui non c’è più spazio per alcun pensiero alternativo. La saturazione di tutto il pensabile è una sorta di convivenza (co-abitazione) con l’estinzione.
Il nichilismo e la longue durée di Braudel
Anche il grande economista Giovanni Arrighi, nella sua monumentale opera sulle origini del capitalismo, insistette sul carattere plastico dell’impresa economica occidentale (tendenza alla saturazione). Arrighi non era un ambientalista, ma un lucido osservatore della natura intima dei processi economici che oggi diamo per scontati. Merita di essere ricordato, inoltre, che Arrighi non si lasciò trarre in inganno dall’epica della macchina a vapore di Watt, che avrebbe cambiato il corso della storia in un clic. Le prime battute del capitalismo, secondo Arrighi (che recupera intuizioni epocali di Ferdinand Braudel e Henri Pirenne), sono rintracciabili nella Toscana del XIV secolo. Il talento capitalista si avvia molto presto a diventare una forza di costruzione degli Stati nazionali europei, una prospettiva storica sottovalutata, se non ignorata, sulla maggior parte dei migliori studi sull’invenzione coloniale dell’economia moderna:
“Inizialmente, le reti di saturazione del capitale erano completamente incorporate nelle reti del potere, e subordinate ad esse. In queste circostanze, il successo nel perseguimento del profitto richiedeva che le organizzazioni economiche coincidessero con potenti Stati, come è testimoniato dalla esperienza delle oligarchie capitalistiche dell’Italia settentrionale, che erano leader non solo nei processi di accumulazione del capitale, ma anche nei processi di formazione dello Stato e di conduzione della guerra. Tuttavia, quando le reti di accumulazione si estesero fino a comprendere l’intero globo, divennero sempre più autonome dalle reti del potere, e in grado di dominarle. Ne è scaturita una situazione nella quale, per perseguire con successo il potere, i governi debbono essere leader non solo nei processi di formazione statale e nella conduzione della guerra, ma anche nei processi di accumulazione del capitale”.
Questo è il motivo per cui i secoli dell’impresa occidentale non sono solo l’epoca (durata 4 secoli) della trasformazione economica del mondo, ma anche di una eccezionale esplosione del pensiero scientifico e artistico. Prima ancora della fabbrica e degli operai specializzati, che sono solo l’ultima tappa del processo, il capitalismo è un modo di stare nella storia tipico degli occidentali. Per questo Arrighi ricorda che anche un altro eminente storico dell’Europa medievale, Henri Pirenne, aveva compreso il meccanismo di espansione dell’esperienza occidentale. Pirenne non viene mai citato nei paper sulle cause del cambiamento climatico. “La storia economica non si presenta all’occhio dell’osservatore come un piano inclinato ma piuttosto come una scala, in cui a ogni scalino ci si innalza bruscamente rispetto a quello precedente. Non ci troviamo in presenza di una ascesa dolce e regolare, ma di una successione di spinte verso l’alto”, scrisse Pirenne in Le fasi della storia del capitalismo (1953).
Fintanto che non comprendiamo il dissidio tragico incapsulato nella storia moderna falliamo il bersaglio del nichilismo. Il successo occidentale è paradossale, perché è contraddittorio. La antica radice occidentale di queste forme della cultura è rintracciabile nel pensiero greco, nella concezione spietata del cosmo come battaglia tra ordine e disordine, tra dura e ineludibile necessità ed eroismo umano. L’uomo si spinge sino al confine del sopportabile, per essere umano, nonostante la sua condizione mortale gli si opponga. L’espansione occidentale (i cui effetti ecologici sinergici sono ora sotto gli occhi di tutti) non è dunque una colpa morale, per la cui espiazione basterebbero tribunali e accordi internazionali di riparazione. È piuttosto un modi di stare dentro l’esistenza. Per questo è così difficile rinunciarvi per il bene comune.
(PHOTO CREDITS – Courtesy Padrao dos Descrubimentos, Lisbona).





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