Perché siamo in debito con la Terra? Secondo il filosofo camerunese Achille Mbembe il debito è una condizione originaria della vita. Il pensiero africano insegna infatti che il dovere di riparazione è inseparabile dalla memoria della perdita e del debito. La vera natura del debito ecologico non è dunque economica, ma ancestrale. 

Quando si parla del destino degli animali selvatici, si ha sempre più spesso la sensazione di star parlando delle cose sbagliate. L’argomento della conversazione sono gli animali, ma in realtà si discute di uomini e delle loro azioni. Oppure ci si accapiglia sull’agire sconsiderato degli uomini, per poi accorgersi che l’argomento erano gli animali. Non sappiamo bene a quali immagini o categorie far ricorso per descrivere la situazione degli animali nella nostra epoca. E il futuro delle persone – soprattutto quando in campo ci sono i dannati, i diseredati, gli esclusi – appare slegato da tutti gli altri viventi. Tale è l’effetto di riverbero della lotta per la sopravvivenza elementare nei contesti di guerra, di devastazione militare, di migrazione ambientale forzata, di povertà urbana ai margini delle grandi capitali europee.

È qui che si colloca il tentativo di Achille Mbembe di fornire un pensiero alternativo alla distruzione programmatica di tutti i viventi (uomini, animali, ecosistemi) nel saggio LA COMUNITÀ DELLA TERRA (Marietti editore). Mbembe chiama queste soluzioni, immaginate a partire dalle metafisiche africane, “paradigmi di liberazione del vivente”. Le sue sono argomentazioni dirompenti, che non sottostimano o sminuiscono la gravità della situazione globale, ma che lasciano però intravedere la possibilità di ricominciare a pensare fuori dagli schemi acquisiti. In definitiva Mbembe mostra quanto ci sia costato imporre una lettura esclusivamente occidentale della nostra specie e della civiltà moderna, ponendosi nella stessa traiettoria critica di David Graeber e David Wengrow con L’ALBA DI TUTTO.

Proprio per queste ragioni Mbembe fa ricorso ad esperienze umane che si sedimentano nella storia e hanno la forza di modellare la percezione della realtà (o di negarla) attraverso le generazioni: debito, colpa, eredità, memoria. Sono queste esperienze che definiscono le molteplici relazioni tra gli uomini e la natura nella nostra epoca. Per Mbembe il sentimento del debito, e la sua rimozione, è la figura simbolica più potente. 

Nel pensiero africano, il debito è il vincolo che tiene insieme le generazioni, perché nella infinita concatenazione di tutte le specie ogni vivente è chiamato ad ereditare qualcosa, non fosse altro il suo patrimonio genetico, e a lasciare qualcosa di sé. Il debito è quindi una condizione originaria della vita, non ha nulla di negativo, e non è un fardello imposto dal Fondo Monetario Internazionale. Il debito è il collante che tiene insieme la comunità ecologica: una condizione di esistenza offerta dalla Terra ai suoi abitanti. È infatti  “la Terra che conferisce un nome al vivente”. 

Se nel pensiero occidentale, come ha mostrato Emanuele Severino, nascendo e morendo, “gli enti entrano ed escono dal nulla”, nelle metafisiche africane, spiega Mbembe, cambiamento e trasformazione sono la cifra di qualunque cosa viva. Non c’è nulla che assomigli all’Essere di Parmenide, ma, semmai, qualcosa di più simile all’idea di evoluzione che si fece Darwin. Questo libro conferma dunque quanto sia attuale, proprio come sosteneva Severino, e prima di lui Heidegger, affrontare lo scabroso tema del nichilismo occidentale. Nel pensiero africano, infatti, il nichilismo non c’è. 

Nel pensiero africano, gli esseri umani vivono quindi, insieme agli animali e alle piante, in una memoria collettiva di nessi, rimandi, rifrazioni e condizionamenti. Questa memoria ha però ormai preso la forma delle estinzioni assorbite negli ultimi secoli. Molto di quello dinanzi a cui proviamo angoscia è davvero senza soluzione.

“Non c’è nulla che è andato perduto che debba essere restituito. Alcune perdite non sono solo incalcolabili, ma anche irreparabili. L’incalcolabile e l’irreparabile, tuttavia, non eliminano né proibiscono la richiesta di cura e di verità, e ancor meno quella di giustizia. Al contrario, servono solo a sottolinearne l’urgenza e la natura interminabile. Del resto, può darsi che in ultima istanza costituiscano la base del tipo di debito insolvibile e infinito su cui poggia ogni comunità degna di questo nome, ogni comunità al di là dell’identità, dello stato nazionale e del contratto”.

Non basta riparare la natura. Abbiamo bisogno di una reinvenzione del debito, il cui primo passo è convocare i responsabili del disastro ecologico e umanitario: “la comparizione è l’opposto dell’oblio e del silenzio. Segna un dovere, il dovere di presenza, e indica un obbligo, l’obbligo di rispondere. E siccome siamo sempre e già presenti con gli altri – il nome stesso dell’esistenza – è con loro, nella relazione, che si farà la reinvenzione”.

In termini europei, la convocazione di cui parla Mbembe è la storia: il riconoscimento della storicità dell’esperienza ecologica degli uomini moderni. Qui c’è però molto di più della semplice ricostruzione della impronta bio-imperialista europea (Crosby). Mbembe propone infatti una memoria globale: “il dovere di riparazione è inseparabile dalla memoria della perdita e del debito. Nella misura in cui tutte le memorie della Terra sono indispensabili per l’edificazione di una comunità dei viventi, non esistono memorie umane che siano al di sopra o al di sotto delle altre”. La conseguenza filosofica e politica più importante di questa impostazione è che la “comunità della Terra” è “l’assemblea degli esseri viventi, che comprende sia gli antenati, che coloro che non sono ancora nati”.

In altre parole, sono esattamente il debito (i bambini del futuro) e la memoria (gli antenati e le genealogie animali) a rendere possibile un futuro. Il discorso comune tra uomini e animali sorge, allora, dove emerge anche una concezione diversa del tempo. È chiaro che le riflessioni di Mbembe, sorrette da una mente di mirabile profondità, possono suonare così lontane dalla vita quotidiana di questi anni da risultare irrealizzabili. Il muro di apatia e di ignavia che circonda, come un cane da guardia, i bastioni del potere, in un mondo che va “africanizzandosi” per tutti, fornisce a basso costo la sua merce di disperazione e indifferenza proprio nel cuore delle grandi metropoli europee, quelle dove intellettuali in bolletta leggeranno il libro di Mbembe.

Eppure, il linguaggio di quest’uomo, che non esita mai ad impiegare metafore corporali per descrivere sia la biosfera massacrata da miniere e inquinamento che i corpi degli africani in movimento verso le coste europee, suscita costantemente la sensazione che invece no, siamo di fronte a idee vigorose e traducibili. Mbembe propone qui quello che io chiamo sostare nella contraddizione e rimanere nel vuoto. 

Percepire la contraddizione tra ciò che ci viene promesso e la condizione reale di milioni di uomini e milioni di animali è una sofferenza a cui non possiamo sottrarci. Il vuoto che ne segue impone sopportazione. Ma è sopportando che si scivola dentro il dilemma ecologico e si arriva a toccarlo a mani nude. Come sapevano Eschilo e Sofocle, il dolore insegna. Perchè è una prova dell’irriducibilità della realtà al solo essere umano.

L’impostazione filosofica di Mbembe è anche una grande opportunità per rileggere il problema della defaunazione. Nella concezione africana degli ecosistemi “il debito di vita richiedeva una partecipazione più ampia degli esseri e delle cose a qualsiasi azione sulla materia e sui corpi”. Gli animali che abitavano in un certo habitat condividevano tutti i processi di nascita e decomposizione, predazione e metabolismo della materia organica su uno stesso identico piano. Questo “Tutto” era anche il modo in cui veniva pensato l’essere umano nel suo ambiente. La defaunazione sarebbe quindi una perdita di storia originaria e solo in questo senso una disintegrazione del potenziale evolutivo. Vale a dire che nell’Africa pre-coloniale la storia di un ecosistema era integrale e coesa sin dall’inizio, non era pensata a partire da processi storici proiettati dagli esseri umani. 

C’è in Europa un bisogno immane di portare questa impostazione, discutendola e confrontandola insieme alla società civile, nei musei come il Quai Branly a Parigi e lo Humboldt Forum a Berlino. Infatti, “condividere la Terra (…) è anche cercare di leggere e interpretare la storia sulla base di una molteplicità di archivi”. 

Dove c’è un archivio in Europa, là c’è il nome proprio delle estinzioni.

Queste collezioni, inoltre, sono in una relazione meta-temporale con gli archivi custoditi nella Terra, le cui tracce paleontologiche emergono sempre più spesso grazie agli eccezionali progressi delle tecniche di ricerca nel tempo profondo.

Uno di questi archivi è il passato dell’Amazzonia. Il paleontologo Rodolfo Salas-Gismondi ha partecipato alla scoperta di 37 specie (soprattutto caimani e coccodrilli, ma anche delfini) del Miocene amazzonico, tra i 23 e i 5 milioni di anni fa. Un caimano è datato a 40 milioni di anni fa. Questi reperti sono venuti alla luce in un contesto ecologico, ossia la foresta tropicale, in cui si è creduto a lungo non potessero essere recuperati fossili. “Questo è un paesaggio che cambia continuamente: i reperti che finiscono esposti all’aperto lungo le rive dei fiumi possono essere cancellati dalle piogge di una violenta tempesta. Eppure, negli ultimi 15 anni i paleontologi hanno lavorato duro e alla fine sono riusciti a scoprire prove fossili sul passato dell’Amazzonia”. 

Un altro esempio del ruolo degli archivi nella costruzione della comunità della Terra è la eccezionale storia del “cane da lana dei Salish della British Columbia”, raccontata dal centro di ricerca HAKAI di Victoria (BC) sul proprio magazine online.  Prima della colonizzazione europea, i Salish della costa nord-occidentale del Pacifico allevano una specie di cane (“mutton dog”) totalmente autoctona la cui foltissima pelliccia di colore bianco avorio veniva filata per ricavare coperte di profondo valore spirituale. Una di queste pellicce è conservata allo Smithsonian di Washington. Il reperto è stato essenziale per condurre le analisi genetiche necessarie a stabilire che questo cane non era incrociato con i cani domestici portati dagli Europei. Sembra probabile che i Salish coltivassero questa intensa relazione inter-specie già 5mila anni fa. Alcuni tessitori di discendenza Salish stanno oggi cercando di ridare vita a questa ancestrale tradizione di tessitura. L’archivio coloniale (lo Smithsonian), fondato sul principio segregazionista della classificazione dei viventi, ha in realtà offerto una occasione di reinvenzione ad una intera sequenza di fatti storici e traumi intergenerazionali. Ogni reinvenzione è una occasione per ricominciare, su nuovi fondamenti di giustizia.

Perché siamo in debito con la Terra? Secondo il filosofo camerunese Achille Mbembe il debito è una condizione originaria della vita. Il pensiero africano insegna infatti che il dovere di riparazione è inseparabile dalla memoria della perdita e del debito. La vera natura del debito ecologico non è dunque economica, ma ancestrale. 

Tutti questi archivi (le collezioni inventate dagli esseri umani e le stratificazioni della memoria fossile) compongono le genealogie condivise a cui fa riferimento Mbembe. Ogni genealogia, infatti, a prescindere dalle condizioni materiali della sua genesi, è prima di tutto fatta di Pianeta: 

“La terra appartiene a tutti e a ognuno semplicemente per il fatto di esistere, di essere vivi, di essere qui. Nessuno Stato ha il monopolio su questo diritto primitivo. In realtà, esso precede la forma Stato e gli sopravviverà (…) abitare implica necessariamente coabitare, cioè fare spazio ad altri oltre che a se stessi, ad altri esseri diversi dagli umani, al Tutto”. 

Ecco perché Mbembe può riferirsi alle stesse foreste africane come “riserva di potenza” per l’umanità intera, ossia “forza vitale, un potenziale di originalità, un flusso di energia e una singolare capacità di risonanza, resilienza e creatività”. 

LA COMUNITÀ DELLA TERRA è dunque un libro che mette in discussione il vecchio sogno europeo, nato agli albori della industrializzazione, del ritorno alla natura selvaggia e incontaminata. Un sogno che contiene, oggi, qualcosa di straziante e di irrisolto, di legittimo e di compromettente. Il cottage in legno nella foresta è un simbolo potente della solitudine che, in realtà, gli Europei avvertono nel profondo del loro cuore, torturati dagli interrogativi per un Mondo che hanno costruito a propria immagine, ma che non comprendono più. Anche la crisi politica europea genera da qui. 

A questo sogno Mbembe contrappone “i sistemi di pensiero del Tutto-mondo” del filosofo Eduard Glissant, secondo cui “siamo tutti attraversati da genealogie multiple”. 

Perché siamo in debito con la Terra? Secondo il filosofo camerunese Achille Mbembe il debito è una condizione originaria della vita. Il pensiero africano insegna infatti che il dovere di riparazione è inseparabile dalla memoria della perdita e del debito. La vera natura del debito ecologico non è dunque economica, ma ancestrale. 

Qui sta la scoperta più importante del libro, ossia che il pensiero africano può offrirci quelle risposte che noi occidentali non siamo più in grado di trovare nella nostra tradizione. Nel Tutto-mondo, “la potenza è soprattutto capacità di distacco e disposizione all’Apertura. Consiste nel fare spazio agli Altri, nel dispensare legami”. Cosa vuol dire tessere legami? “Tessere legami richiede la rinuncia alla violenza e la sua sospensione, perché la violenza è una forma di produzione inerte che condanna gli esseri all’esaurimento, mentre la disappropriazione apre la strada alla rigenerazione”. La violenza assume molti volti, nella distruzione ambientale: campi profughi, frontiere militarizzate, indifferenza, ignoranza, fascismo, razzismo, rassegnazione alla catastrofe, immobilismo intellettuale ed emotivo. Il Tutto-mondo ci mette davanti una configurazione mentale differente: 

“La relazione tra gli esseri umani e il resto del mondo vivente non si basa quindi su una sete di conquista e di appropriazione, ma, al contrario, su una etica del distacco. Il suo scopo fondamentale è quello di moltiplicare le riserve di vita, di condividere il soffio primordiale che unisce e anima l’assemblea comunitaria in quanto composta da morti, viventi e antenati, esseri e cose, animali, piante, oggetti e spiriti”. E, aggiungiamo, opere d’arte. Le manifestazioni artistiche del modo in cui gli uomini  hanno immaginato, strada facendo, la propria permanenza nel mondo.

Il Tutto-mondo (l’Essere di Heidegger?) è il contrario della omogeneizzazione del vivente che caratterista l’impresa oceanica europea. Per questo Glissant propose invece di “imparare a nascere con gli Altri” , ossia di “guardare insieme e alla fine vedere, ma ogni volta da più mondi”. Da questi presupposti dipende la sopravvivenza futura fondata su presupposti nuovi. 

Ciò significa, in definitiva, recuperare i legami con i viventi e con il tempo profondo, che decide sempre, nonostante tutto, anche della nostra mortalità. L’immagine di questo viaggio è la iena solitaria che, all’alba di un giorno africano al Kgalagadi, compare ad una pozza d’acqua e poi si allontana verso l’orizzonte. La iena proviene da un luogo lontanissimo e porta con sé un messaggio che possiamo ancora ascoltare.

Infatti, come scrive Mbembe: “l’avvenire è anche ciò che verrà, che, già nell’immediato presente, è comunque davanti a noi, e sempre nell’ordine della promessa. Si apre sempre sull’ignoto, sull’indeterminato e sull’infinito”.

(PHOTO CREDITS – Olanda, sito di CABINER RUITEN Aa, un innovativo progetto di ecoturismo in una foresta secondaria protetta in Olanda in partnership con Dutch State Forestry Commission. Gli ospiti soggiornano in cottage di legno dall’arredamento minimalista, ispirati ai massimi criteri disponibili di basso impatto ambientale. “Il nostro modello di turismo abbina il meglio dell’avventura a piedi e nelle arrampicate con il comfort di un lodge privato. I cottage sono piuttosto lontani gli uni dagli altri (addirittura chilometri!). E sono accessibili solo a piedi camminando dai 2 ai 15 chilometri. Qui è possibile, anche se l’Olanda è un Paese molto popolato, trascorrere dei giorni staccati da tutto e sì, capire che è giusto lasciare anche un po’ del nostro spazio alla natura”. Questo tipo di turismo rappresenta il modo in cui oggi gli Europei sognano la natura. L’idillio, ma anche la malinconia per qualcosa che ci sfugge e che sentiamo ci manca profondamente. È cioè una proiezione dei sentimenti con cui stiamo dentro questa epoca. Ma suggerisce anche che, per uscire dalla crisi, dobbiamo ricominciare ad amare i nostri stessi paesaggi europei, uscendo dalla ipnosi che la natura intatta sia l’Africa vista dalla lente deformante del colonialismo.

Special thanks to: Irene Fernandez Saez for CABINER.

Rispondi

MONDO ED ESTINZIONE

Scopri di più da Tracking Extinction

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere