Se l’estinzione è per sempre, è la sua inesorabilità a portare alla luce il significato del tempo in Antropocene. Eternità ed estinzione in Antropocene si compenetrano a vicenda. Il tempo ormai esaurito concesso alle specie estinte in nome dell’umanità industriale rivela infatti il suo carattere di permanenza: le nuove condizioni ecologiche impongono al presente e al futuro un programma cogente. Il Mondo, inteso come biosfera e somma delle sua storia evolutiva non solo umana, ha una memoria. Da questo punto di vista l’eredità del passato antropocenico, trasformandosi non in una promessa, ma in un impoverimento delle opportunità biologiche ed esistenziali del futuro, rimette completamente in discussione la capacità degli esseri umani moderni di trasmettere alle generazioni che verranno un contesto vitale. Agli epigoni spetterà il vuoto. L’eredità nella forma di un patto di reciprocità tra le generazioni è compromessa e diventa piuttosto una lacuna storica che nessuno sa come colmare. Ereditare significa sempre di più sostare in questa mancanza. L’estinzione ecologica modifica il tempo degli esseri umani, che finiscono coinvolti in una distruzione cronologica completa. A questa distruzione appartengono anche l’insicurezza alimentare, le devastazioni prodotte dalle alluvioni e dai tifoni, la carestia imposta dalla mega-siccità.

Come attraversare questo vuoto cronologico?  Come affrontare il crollo della dimensione ereditata del tempo, disattivata dalle estinzioni e dal cambiamento climatico? Possono gli umani di oggi elaborare un pensiero ecologico che includa l’eternità (i processi evolutivi su scale temporali di miliardi di anni) senza nascondersi dalle conseguenze ormai definitive dell’Antropocene sui biomi e sui biota? Su questi nodi apertissimi del nostro presente (e di un ipotetico futuro) è nata l’opportunità di una riflessione comune con Alice Mestriner e Ahad Moslemi, artisti che lavorano sul significato della polvere. “Come sarà preservata in futuro la memoria del Mondo? La risposta, secondo noi, sta nella polvere”. Per Alice e Ahad, “la polvere riflette e contiene problemi contemporanei”. Nel grigio, impalpabile particolato che tentiamo (invano) di scacciar si annidano le tracce incancellabili della Terra. La “memoria del Pianeta” che sembra completamente scomparsa dalla governance internazionale sulla biodiversità (accordo 30%by2030).

A mio parere un primo, essenziale passo è ammettere (meglio: tornare ad ammettere) che è la storicità a definire sia la presenza dell’uomo nella biosfera sia quella delle specie non-umane. Non solo. Poiché non esiste alcuna civiltà che non abbia avuto la sua opportunità di accadere nel Mondo fuori dalle inter-relazioni con le specie animali e vegetali, la storicità è il carattere dominante dell’esperienza umana. Per questo anche le biografie di ogni singolo essere umano sono storiche nella misura in cui appartengono al Pianeta, alle sue dinamiche geologiche, evolutive, fisiche. Che cosa è la storicità? È la co-esistenza di molteplici dimensioni temporali, come comprese Heidegger. È la possibilità di essere protagonisti dello scorrere del tempo del Pianeta non perché si usino le sue risorse naturali, ma perché il fenomeno biologico (noi) ha la sua ragione d’essere solo nella sua appartenenza al modo in cui le cose del Mondo si dispongono sulla linea del tempo. Qui troviamo anche il significato più profondo del nostro essere una specie animale. I diritti fondamentali dei viventi sono dunque già scritti nella storia del Mondo. Appartengono cioè tanto alla storia quanto alla paleontologia, alla biosfera quanto alla cultura. Questo è lo spazio contemporaneo di ciò che definiamo “heritage

Il filosofo francese Jean Beaufret, amico di Heidegger, riassunse molto bene queste intuizioni di Heidegger

“Il tratto proprio di Sein und Zeit è di pensare che il fenomeno del tempo non sia la sua interpretazione fenomenologica; che il fenomeno del tempo, o, come diceva Goethe, l’Urphaenomen, il fenomeno originario del tempo, non sia la successione dei momenti, ma, dice Heidegger in tedesco, ‘die Gleichursprünglichkeit der Ek-stasen’, che potremmo tradurre con ‘la contemporaneità delle e-stasi’. Ci riferiamo alla contemporaneità di un passato, di un presente e di un avvenire. Appartiene al tempo solo colui che, nel presente, sa se stesso a partire da un passato e si apre al proprio avvenire, di modo che le tre dimensioni del presente, del passato e dell’avvenire siano esattamente contemporanee e definiscano quel che Kierkegaard chiamava ‘l’istante’, che costituisce il tratto essenziale del tempo”. 

Questa è una descrizione eccezionale di quella che potremmo definire “coscienza di specie”. La storia evolutiva di Homo sapiens è il nucleo della sua storicità, poiché definisce la posizione di noi umani nei confronti degli altri viventi. Una posizione, che, per forza ontologica, non è di subordinazione, ma di condivisione. Recuperare una memoria del Pianeta (un pensiero rivolto al Mondo) è quindi essenziale per comprendere le origini della disfunzione ambientale permanente. Questa dimensione della memoria ecologica per Alice e Ahad è una qualità intrinseca della polvere: 

“La polvere è una memoria sempre operante, duttile e in trasformazione. Un luogo a tutti gli effetti, con una sua identità, una storia fatta di vita e delle sue alterne vicende. Il modo in cui si forma la polvere ci ha spinti e descrivere questa sostanza come ‘nuova forma simbolica della contemporaneità’. La polvere è una sostanza composta da materialità eterogenee. Per questo richiede un approccio che attraversa molte discipline: storia, memoria, il mondo degli esseri umani e quello dei non-umani. E il nostro Pianeta, per intero. Nella composizione della polvere entrano in gioco biologia, scienza, tecnologia, filosofia, antropologia, sociologia, psicologia, archeologia e quasi in primis la linguistica, che forma e conforma la percezione umana”

Alice Mestriner e Ahad Moslemi, artisti che lavorano sul significato della polvere.

( Alice e Ahad in studio. Osservazione delle sedimentazioni di polvere, 2022, © Giulio Favotto)


ALICE / AHAD – Il problema della morte a nostro parere appartiene ad un errore sensoriale generato da un limite percettivo umano. La materia, infatti, non è più ciò che appare, è diventata metafora e immagine della fine: una sedimentazione di morte. Una percezione distorta, che ha condotto l’uomo ad emanciparsi dal mondo naturale, progettandosi come una specie ibrida capace di auto-generarsi. Un Homo Deus, come Harari lo definisce, immortale ma vittima delle illusioni di cui egli stesso è fondatore.

Eppure, la polvere rende manifesto il vitalismo trasformativo della materia, le relazioni spazio temporali degli eventi già accaduti e poi trasformatisi fin dentro il presente. Sono tracce mnestiche e anche presenze. Il linguaggio ha avuto un ruolo di primo piano in tutto questo.  Infatti il mondo, passato attraverso il filtro del linguaggio, è diventato rito, economia, politica, tutte dimensioni fondate sulla centralità egotica della vita umana, sulla censura e sulla mancata accettazione della morte. La trasformazione della materia in quanto tale è quindi passata sotto le sembianze della morte. Secondo l’archeologo Timothy Taylor ci sarebbe addirittura una relazione tra il linguaggio e la morte. L’uomo avrebbe creato e concettualizzato la morte a seguito dell’invenzione del linguaggio. 

Esiste però un luogo in cui si muovono i soggetti e i fenomeni che riescono a sfuggire all’identificazione nominale del linguaggio umano, continuando a vivere in una sorta di vita estesa e quindi eterna, un stato dotato della immortalità plastica e trasformativa già presente in natura. Questo luogo è per noi la polvere.  Ogni frammento di materia contenuto nella polvere non è più traccia negativa, ricordo di un corpo passato. È trasformazione “positiva” (necessaria), memoria e archeologia del soggetto vitale, nuova identità, testimonianza di vita che si mostra nel presente. La polvere si traduce in uno slancio esponenziale di vita che più rimpicciolisce più è carico di energia, di storia e di eredità. La polvere si fa testimone con il suo perenne divenire altro da sé.

La polvere si traduce in uno slancio esponenziale di vita che più rimpicciolisce più è carico di energia, di storia e di eredità. La polvere si fa testimone con il suo perenne divenire altro da sé -  Alice Mestriner e Ahad Moslemi

(Tavola ell’Impossibilità, Frammenti di polvere su carta rosaspina, 2020, © Alice Ahad)


ELISABETTA – Che correlazione vedete tra la negazione della continua trasformazione dei viventi come cifra fondamentale della esperienza umana sulla Terra e la visione ormai egemone delle cose di natura, assorbite in programmi di manipolazione onnipotente?

ALICE / AHAD – Fino all’avvento delle scienze moderne, la struttura fisica e biochimica dell’organismo umano erano ancora in parte sconosciute. Oggi il mistero umano, in senso biologico, è svelato: al suo interno non è contenuta nessuna anima, nessun libero arbitrio e nessun sé. Gli esseri umani funzionano attraverso le stesse leggi che governano il resto della natura. La specie umana è così stata riportata al piano della realtà materica, fuori dall’illusione, che lei stessa si era creata, ovvero di essere essenzialmente linguaggio. È  tornata ad essere carne e materia organica, non altro. Nessun privilegio, specialità, nessuna differenza di sostanza tra sé e tutto il resto del mondo naturale o inorganico. La capacità di dare risposte fornendo senso al mondo è stato per la civiltà una sorta di allucinazione collettiva, ma con il potere di creare la realtà. 

Oggi, il nuovo obiettivo dell’umanità sembra essere l’aberrante iper-sacralizzazione della vita umana. Si fantastica di traslare il corpo umano in chip di memoria immortali che dovrebbero preservare il nostro essere e la nostra memoria, in un iper-memoria collettiva dell’oblio. Il piano di realtà rimane così completamente antropomorfo e antropocentrico, plasma e inghiotte la materialità amorfa e a-linguistica delle cose e dei fenomeni, imbevendo la materia stessa in una pellicola illusoria di credenze, valori e bisogni.

La implosione di un pensiero capace di tener conto dei processi trasformativi dei viventi è un tratto essenziale dell’impotenza dimostrata dalla governance internazionale per la protezione delle specie animali, ossia per arginare la sesta estinzione - Elisabetta Corrà

(Campionature di polvere. Dettaglio Studio n° 0019, 2017, © Alice Ahad)


ELISABETTA – A mio parere la implosione di un pensiero capace di tener conto dei processi trasformativi dei viventi è un tratto essenziale dell’impotenza dimostrata dalla governance internazionale per la protezione delle specie animali, ossia per arginare la sesta estinzione. L’impianto attuale della CBD (Convenzione Mondiale per la Biodiversità) e delle periodiche riunioni tra i Paesi firmatari (COP) riconosce il rischio della perdita irrecuperabile, ma non la corresponsabilità della attuale organizzazione-mondo nella distruzione degli ecosistemi. Non c’è, in altre parole, un pensiero di valore giuridico sui processi evolutivi che in decine di migliaia di anni hanno forgiato e disegnato le attuali comunità animali nei loro ambienti. Credo che la sottovalutazione di una concezione profonda della storia evolutiva (presente invece in numerose civiltà indigene, come ad esempio i Lakota del Nord America) sia un problema gigantesco, eppure ampiamente misconosciuto. La polvere ci può aiutare a recuperare in modo costruttivo il significato del passato, senza chiuderlo in una logica museale o archeologica?

ALICE/AHAD – La nostra risposta è affermativa, a patto che l’umanità sia disposta ad un cambio di paradigma, che in ogni caso la polvere già ci offre, se pur silenziosamente e secondo tracciati post-umani.  La vitalità di questo tipo di materia, la polvere, trasporta la storia e l’eredità, testimoni attivi del presente, che veicolano un’operazione interpretativa del passato (della storia) e quindi dei fatti del mondo. Per questo abbiamo adottato la dicitura “vitalismo dei significati”. La polvere è una struttura aperta e dinamica, un concetto attivo, un nome collettivo. Porta con sé narrazioni. È un atlante. Infatti, come sostiene Georges Didi-Huberman, un atlante è contro ogni purezza estetica, introduce il molteplice, il diverso, l’ibridazione di ogni montaggio. 

Di solito pensiamo alla polvere come ad una materia informe, paragonabile all’accumulo e all’ammasso indifferenziato. Però, osservando bene i suoi meccanismi di origine e di sedimentazione, si nota che di casuale c’è poco. L’ensemble di quei frammenti è orchestrato da relazioni nascoste. Tutto all’interno della polvere ha una spiegazione. 

La variabilità degli elementi interni è il risultato dell’interazione di uno spazio (il contesto) e di un tempo altro. La polvere è un grande vuoto che contiene e porta ad emersione la memoria e le storie del suo passato. È un deposito invisibile ed inesistente fintanto che si considera il singolo frammento, ma, quando la polvere diventa accumulo, assume una presenza visibile, una forma propria e una propria identità. Il frammento porta con sé le tracce del suo passato e i sintomi del suo futuro.

La struttura interna e i meccanismi di funzionamento della polvere fanno pensare alla metafora di Pascal:  “una città, una campagna, da lontano sono una città o una campagna; ma, quanto più ci avviciniamo, sono case, alberi, tegole, foglie, erbe, formiche, zampe di formiche, all’infinito. Tutto questo viene compreso sotto il nome di campagna” .

La polvere è un grande vuoto che contiene e porta ad emersione la memoria e le storie del suo passato. È un deposito invisibile ed inesistente fintanto che si considera il singolo frammento, ma, quando la polvere diventa accumulo, assume una presenza visibile, una forma propria e una propria identità. - Alice Mestriner e Ahad Moslemi

(Campionature di polvere. Studio n° 0019, 2017, © Alice Ahad)


ELISABETTA – In tempi come i nostri gli archivi di reperti naturalistici sono tornati al centro del dibattito sul futuro. Parti del corpo di animali appartenenti a specie oggi estinte sono fondamentali per analisi genetiche che meglio descrivono la defaunazione di molti ecosistemi, soprattutto in Africa. Anche le motivazioni eugenetiche e apertamente razziste che motivarono la raccolta destinata ai musei di storia naturale e antropologia di ossa umane,  di uomini e donne native, messe insieme nell’Ottocento e nel Novecento sono finalmente entrate in un discorso onnicomprensivo sulle compromissioni coloniali della scienza, la legittimità dei musei, il significato filosofico degli archivi nella nascita della Modernità. Voi avete un punto di vista sugli archivi molto originale, che insiste sulla materialità degli oggetti e dei reperti, sul loro non essere mai definitivamente fissati in una ‘morte scientifica’. Potete addentrarvi meglio in questo campo?

ALICE/AHAD – Crediamo che prima di rispondere sia necessario contestualizzare la nostra idea di morte. Generalmente con morte si intende la cessazione definitiva di qualsiasi tipo di funzione organica e/o biologica di un organismo vivente. In una visione dualistica del mondo è pertanto uno stato non modificabile. 

Ma, dal punto di vista della materia, le cose procedono diversamente. Le concatenazioni materiche all’interno del pianeta sono uno sviluppo incessante di trasformazioni. L’atto di archiviazione della materia, quindi, è una missione praticamente vana. Archiviare i cambiamenti e gli effetti del tempo in un oggetto è un compito impossibile nel presente, poiché richiede la fruizione dello stesso elemento in una simultaneità temporale. In altre parole, la capacità di vivere lo stesso oggetto in tre dimensioni temporali diverse, cosa possibile alla materia, ma non possibile al mondo umano. 

Nel nostro testo Memoria Plastica ed Estetica dell’Immortalità portiamo in analisi tre casi, tra i quali i calchi dei corpi di Pompei e le ombre di Hiroschima. Il corpo anche se morto, anche se ombra di sé stesso o addirittura vuoto, continua la sua esistenza in una memoria plastica e immortale. Le ombre che non sono entrate all’ Hiroshima Peace Memorial Museum restano lì fisse, incarnate nella materia, latenti corpi nella loro città che ancora abitano, si fondono con essa ma non muoiono in essa. Sono un positivo Dasein: mostrano come attraverso la loro stessa negazione, restano comunque in vita, più che in vita: immortali e in contatto e scambio con il mondo dei vivi. 

ELISABETTA  – Ritengo molto importante la citazione di Giorgio Agamben con cui chiudete il cerchio attorno ad un altro problema strutturale della cultura occidentale, l’origine. Agamben scrisse che “l’archeologia è il solo modo per accedere al presente poiché lo studio del passato è una ombra delle domande che poniamo al nostro presente”. Nel pensiero occidentale l’origine è quasi sempre un punto focale da cui ha inizio non solo il fenomeno, ma, soprattutto, la sua condizione di permanenza nel Mondo. Sappiamo anche quanto la manipolazione politica, con le più spaventose conseguenze, abbia coinvolto il concetto di origine intesa come un monolite storico capace di infondere una aurea di purezza e di legittimità.  Nelle biologia della conservazione l’origine è stata associata alla utopia di una natura ancestrale, una sorta di nido dell’essere, cui gli esseri umani agognavano, senza appartenervi mai del tutto. Perché, invece, voi vedete l’origine nei termini di un fenomeno “sempre ibrido ed eterogeneo”? In che modo la polvere contiene l’origine?

ALICE/AHAD: Per noi, quindi, l’archeologia contiene sempre un momento ‘distruttivo’ della tradizione, tra morte e vita, un luogo in cui i confini tra passato e presente sono confusi. La trasformazione avviene da sempre. Nemmeno l’origine è un punto fisso nel passato, ma essa, come sostiene G. Agamben, può solamente essere contemporanea al presente. L’origine è un rispecchiamento del passato nel presente, è memoria che si affaccia e questo riaffiorare dell’origine rende la materia stessa immortale. 

Il termine “origine” implica intrinsecamente un incontro—una genealogia di interazioni che si riferiscono a luoghi, tempi, lingue e culture diverse. Il concetto di origine pura e unica è un costrutto storico e politico. Più si torna indietro nel tempo, più si scopre una genealogia di incontri e ibridazioni dimenticate. 

La Polvere è un luogo d’incontro, un microcosmo del macrocosmo mondiale, dove avvengono interazioni, movimenti e trasformazioni silenziose, passaggi scomodi e il non detto che emerge attraverso le sedimentazioni. È un ritratto collettivo di coesistenza—un emblema di speranza e un punto di partenza per ripensare le relazioni in un mondo stratificato e ibridato. La cui origine è necessariamente il risultato di un incontro tra due entità eterogenee. 

Dahlem, Berlin

(Dahlem: Ricerche e rilievi presso la sede dell’ex Museo Etnologico di Berlino a Dahlem, 2023, © Alice Ahad)


ELISABETTA – Se consideriamo ciò che accade, per mano umana, alle specie animali, per me ereditare il Pianeta significa riconoscere la interdipendenza storica e temporale di ogni essere vivente. La conoscenza ecologica ereditata non è mai separata dagli antenati: i nostri antenati, gli antenati delle specie animali e vegetali sulla linea della discendenza evolutiva, le specie estinte che li hanno preceduti. Per voi “la polvere è un luogo di testimonianza”: in che modo vedete nella polvere una dimensione ontologica e simbolica che può riformulare e arricchire la relazione tra noi e le altre specie in un momento così tormentato e pericoloso della nostra storia condivisa?

La polvere è la memoria plastica del mondo. In Antropocene eternità ed estinzione si compenetrano a vicenda.

(Tela di polvere: Tela di polvere, dettaglio, polvere e filo,120 cm x 80 cm, 2020, © Alice Ahad)

ALICE/AHAD – Essendo la polvere un nome collettivo che inscrive al suo interno l’eterogeneo per eccellenza, è solamente necessario osservarla. La trasformazione, la storia, il passato, il presente e le possibili attese della trasformazione. La polvere è per antonomasia un luogo ibrido che mostra i silenziosi meccanismi relazionali del mondo. Essa si stratifica, si arricchisce di pezzi di Mondo, spostandosi senza confini, è una pluri-specie borderless da cui possiamo imparare nuovi meccanismi di co-esistenza, co-abitazione bio-diversa. Crediamo che l’immagine di questo sia visibile nella struttura compositiva, strutturale, concettuale e materica di PARADEISOS, il progetto che abbiamo realizzato a Berlino. Un giardino dell’immortalità dove la cooperazione e la coesistenza tra le specie dà origine ad un ecosistema ibrido. Il nostro PARADEISOS non è più un fenced garden ma un open ecosystem, dove il sistema non è più chiuso in un micro-universo locale, ma aperto verso relazioni sempre possibili.

PARADEISOS di Alice Mestriner e Ahad Moslemi, Berlino, Dahlem e Humboldt Forum

(Dettaglio. Moodboard e appunti visivi del progetto di ricerca presso i Musei Nazionali di Berlino, 2023, © Costanza Parigi)


(PHOTO CREDITS COVER: AN-THRO-POS 14 -PH:Ritratti. In dialogo con Giulio Favotto, 2021, © Giulio Favotto)

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