Dobbiamo riscrivere la storia del mondo

(Photo Credit: British Museum)

Rivedere la storia della nostra civiltà. Comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Perché una cosa è certa. Dobbiamo riscrivere la storia del mondo. Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”.

La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei.

Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane”.

“Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”. Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

Proprio al British Museum è stata da poco inaugurata una mostra di nuova ispirazione, che cioè impiega il manufatto artistico come galleria antropologica dentro l’esperienza che le comunità umane da sempre fanno del Pianeta: Arctic: culture and climate.

Hartwig Fischer, il direttore del British Museum, ha detto in una nota ufficiale per la stampa: “La mostra Arctic: culture and climate è una mostra ambiziosa e coraggiosa, che riflette il modo in cui il British Museum sta ampliando la sua visione del mondo. Affronta infatti direttamente una questione essenziale, cioè come gli uomini passano convivere con l’impatto di un clima estremo. Il futuro e il passato convergono sul presente, uniti dalle esperienze condivise delle genti Artiche”.

La mostra è “il primo sguardo fin dentro la regione del circolo polare artico. Attraverso le conoscenze e le storie dei popoli Artici discute la questione globale di un clima in cambiamento in un mondo entrato in una fase di trasformazione”.

Quattrocentomila nativi dell’Artico, appartenenti a 40 gruppo etnici diversi, vedranno il loro mondo dissolversi nei prossimi decenni come esito finale di un intreccio di volontà, di intraprendenza e di feedback retroattivi decisi a migliaia di chilometri più a sud.

La loro familiarità estrema con il clima glaciale del Nord ci conferma non solo che il clima ha sempre fatto l’essere umano, costruendo la sua adattabilità e le sue chance di successo, ma anche che il nostro Pianeta è ormai avviato a mutare per sempre, scivolando in una epoca in cui parte della nostra storia culturale sopravviverà solo nelle discipline accademiche di antropologia, archeologia e paleoclimatologia.

La memoria culturale ereditata dell’Artico già ora è condannata a diventare un reperto. Come ha scritto Susan Nerberg nel suo lungo viaggio nella terra del permafrost in estinzione, nell’estremo nord del Canada, “stiamo perdendo il collante che tiene insieme il paesaggio”. Terra e spirito si sciolgono insieme. 

Del resto, la cultura e persino il linguaggio sono intrinsecamente connessi con la protezione della biodiversità. E questo perché cultura e linguaggio dipendono dalla biodiversità.

Una OPINION apparsa sulla PNAS lo scorso 27 ottobre (Cultural and linguistic diversities are underappreciated pillars of biodiversity) spiega come, tra le popolazioni native rimaste (in Canada, Brasile e Australia), la ricchezza lessicale sia ricalcata sulle disponibilità di specie animali. L’esistenza degli Evenki della Siberia, ad esempio, ruota attorno alla renna.

“Ci sono almeno 71 distinti concetti endemici per la renna addomesticata e per quella selvatica. Tenendo in considerazione i dialetti e i sinonimi, questo equivale a centinaia di concetti specifici connessi alla renna. Il linguaggio degli Evenki distingue gli animali a seconda delle caratteristiche di età, colore della pelliccia, carattere e comportamento”. 

Estinzione della biodiversità significa, quindi, anche estinzione di interi linguaggi probabilmente antichi di millenni. 

Il “co-sviluppo concettuale” di linguaggio e relazione con l’ambiente circostante ha seguito 4 fasi principali nella storia di Homo sapiens.

L’ultima è la nostra, nel XXI secolo: “a un certo punto, nella storia umana, molta della nostra diversità culturale e linguistica si è ritrovata in stretta connessione, e in derivazione diretta, con la diversità biologica, poiché gli uomini dipendevano dal mondo naturale per la loro sopravvivenza. Fase zero:  è la condizione ancestrale di Homo sapiens, in cui la cultura e il linguaggio sono semplici manifestazioni dell’ambiente locale”.

“Fase 1: attraverso tutte le definite e restanti popolazioni umane la progressione del linguaggio e della cultura ha parzialmente disconnesso le componenti della diversità umana (NdA, le diverse etnie e culture) dalla diversità biologica, ma tali sviluppi non necessariamente impoveriscono qualunque componente della diversità”.

“Fase 2: può verificarsi un impoverimento culturale e linguistico, ad esempio quando, su scala locale, diverse popolazioni umane vengono surclassate da popolazioni più omogenee dal punto di vista culturale e linguistico. L’impoverimento biologico può così seguire la perdita di diversità linguistica o può anche causarla”.

“Fase 3: la disconnessione tra diversità culturale e linguistica e la diversità biologica è ormai completa e conduce alla fine ad un impoverimento di tutte e tre le componenti (NdA, lingua, cultura e biodiversità)”. 

Il linguaggio, declinato nelle lingue parlate sul Pianeta, ha quindi delle “caratteristiche bio-culturali”.

Il fatto che i cambiamenti climatici siano un fattore in gioco nell’estinzione delle specie animali aggiunge una ulteriore incognita sul futuro della diversità linguistica di noi Sapiens: “la conoscenza e il linguaggio sono minacciate dal cambiamento climatico e dai cambiamenti (shift) nella distribuzione delle specie indotti dal clima, il che ci porta a questo interrogativo: come la diversità culturale e linguistica si adatterà alla realtà, quando le specie non saranno più presenti nei loro territori di oggi?”. 

Ognuno di questi capitoli della nostra shared history presuppone un riferimento diretto o indiretto al colonialismo, in senso strettamente politico.

Da secoli conosciamo il patrimonio culturale occidentale come orgoglio di una civiltà bianca. Rileggere questo canone significa mettere a soqquadro l’immagine idealizzata di noi stessi.

Anche laddove lo sguardo dell’esploratore animato dal fervore e dall’entusiasmo della propria superiorità culturale e razziale sembra non trasparire, o non esserci affatto, quella concezione delle cose del mondo permeava di sé la pittura, la scultura, la scienza. 

Da questa impopolare constatazione vien fuori la mostra virtuale On Being Present – Recovering Blackness in the Uffizi Galleries, un progetto sorprendente degli Uffizi di Firenze lanciato a febbraio 2020, che scopre la presenza della gente africana nella pittura italiana del ‘500 e del ‘600.

Di questa impresa degli Uffizi per ridare voce alla comparsa dell’Africa sulla scena artistica europea discute la HKW di Berlino, all’interno del progetto Das ganze Leben, che, dall’anno scorso, si pone l’obiettivo di rinegoziare il valore e il significato delle collezioni in Antropocene, con lo scopo di superare l’ideale classico, ma non più contemporaneo, di raccolta.

Il 29 ottobre, in un talk aperto al pubblico, ne ha parlato a Berlino il direttore degli Uffizi Eike Schmidt insieme ad Angelica Pesarini e Maria Stella Rognoni, che hanno collaborato per la realizzazione di On Being Present.

È una occasione assolutamente inedita, per un museo come gli Uffizi, che tutti collegano istintivamente a Caravaggio, Botticelli e Michelangelo e che però, come ogni altro scrigno di cultura occidentale, nasconde tracce impensabili del nostro incontro con le popolazioni extra-europee.

L’effetto è straniante, in un Paese che attraversa una crisi di immigrazione senza precedenti e tuttavia ancora oggi rifiuta agli stranieri di origine africana il riconoscimento delle civiltà di appartenenza.

Come ha sottolineato Justin Randolph Thompson, direttore e co-fondatore di Black History Month Florence, il fatto che i visitatori, passeggiando per gli Uffizi, non notino gli Africani “non dipende da una lacuna nella loro rappresentazione, perché, anzi, negli spazi principali del museo ci sono almeno 20 figure africane; dipende invece dalla cornice storica e artistica entro cui continua a muoversi lo sguardo del visitatore”. C’è insomma un a priori che genera indifferenza, contribuendo a mantenere l’oscurità dell’oblio. 

Ragionare su questi automatismi culturali non è più eludibile, visti gli effetti globali dell’imperialismo e del colonialismo, effetti che prendono il nome di Antropocene: “queste figure confermano la presenza del continente africano nella coscienza dei committenti di queste opere, in più artisti, nel tempo, e raccontano l’incredibile scambio culturale che era in corso mentre queste opere venivano dipinte, e intanto prendeva forma la storia ufficiale, scritta. Questa presenza è, contemporaneamente, fisica e metafisica. Entrambi gli aspetti hanno contribuito alla costruzione di una storia occidentale, con le sue inclusioni ed omissioni”, insiste Thompson. 

Gli uomini africani ritratti nei quadri degli Uffizi sono il nostro presente rimosso: “La storia fissata per iscritto e continuamente tramandata e aggiornata è una forma al tempo stesso di estinzione e di perdita.

Da secoli l’Italia è una terra di immigrazione: un quinto dei cittadini stranieri in Italia ha origini africane. E tuttavia, le culture delle comunità afro-diasporiche sono come dissolte, rimanendo fuori del canone. Come, e per opera di chi, la storia può essere ri-raccontata in modo nuovo?”, si chiede la HKW.

Quel che ci aspetta non è una negoziazione ottimista, ma un tipo di responsabilità globale ancora da definire, che non è ancora percolata nel sentire comune: “non c’è presenza guaritrice quando il passato ferito emerge dalla memoria culturale e dai suoi archivi. Il vuoto che ne vien fuori riempie, ma di gesti anche loro svuotati, con una violenza che supera la possibilità di una relazione”, ha scritto nel 2017 Nana Adusei Poku, Senior Academic Advisor al Center for Curatorial Studies and Contemporary Art del Bard College, New York. 

E come sempre tutto questo freme e fermenta a Berlino, che il 17 dicembre prossimo inaugura lo Humboldt Forum, che promette di essere il modello di museo per eccellenza dell’Antropocene, un luogo in cui prenderà vita l’eredità ecologica della nostra civiltà.

In un unico edificio, secondo un modello scientifico e antropologico che mostra analogie, parallelismi e sincronie piuttosto che gerarchie e periodizzazioni, lo Humboldt interroga il ventunesimo secolo della nostra civiltà puntando ad una sintesi concettuale ardimentosa, ma indispensabile. 

Ecco che cosa sarà lo Humboldt: Museo etnologico (dalla primavera del 2021 verranno spostate qui le collezioni dello Ethnologisches Museum, fondato nel 1873, e del Museum für Asiatische Kunst, aperto nel 1906; 20mila oggetti da Asia, Africa, Oceania e Americhe); lo Humboldt Lab, uno spazio per dibattiti scientifici con il pubblico sulla crisi globale, la democrazia e il collasso ecologico con un approccio accademico, ma multidisciplinare.

After Nature, una mostra interattiva che durerà 3 anni, e che proporrà, insieme alla ricostruzione della storia della scienza, “uno sguardo dentro i devastanti effetti che l’umanità ha avuto sugli ecosistemi del mondo, dalla perdita di specie all’emergenza climatica”; se tutto procede come previsto, nella primavera prossima una grandiosa mostra sull’avorio. 

Essendo di fatto la ricostruzione del palazzo imperiale ( Berlin Schloss), lo Humboldt “occupa uno dei siti più stratificati d’Europa dal punto di vista archeologico e degli eventi spartiacque occorsi negli ultimi 800 anni”. Ma le rifrazioni cronologiche sono in realtà molto più ampie.

Il palazzo sorge di fronte al Lustgarten, dirimpetto alla Altes, che contiene le collezioni antiche (greche e romane); e dietro alla Altes c’è la Alte National Galerie, con la pittura del Settecento e dell’Ottocento e poco più in là, verso la cupola del Bode Museum, attende la fine dei restauri il Pergamo Museum, dimora eterna dell’altare di Pergamo, incarnazione dell’angoscia ellenistica di uomini-dei che combattono il caos brandendo le tenebre del potere (Herrschaft, per dirla alla Adorno).

La sensazione è dunque che l’apertura dello Humboldt segnerà il commiato e il lento addio dell’Europa alla civiltà olocenica, preparandosi (quale città migliore di Berlino?) a consegnare ad un futuro radicalmente brutale e diverso ciò che, nel bene e nel male, siamo stati, vivendo fino in fondo la condizione umana evocata da Schelling: “con l’uomo la natura apre gli occhi e osserva di esserci”. Ora siamo noi che osserviamo noi stessi attraverso ciò che abbiamo fatto alla natura. 

Ogni sintesi presuppone una riconciliazione. Ed è per questo che si è scelto di dare al museo il nome dei fratelli von Humboldt: “Wilhelm era un filosofo prussiano, un pedagogista, un diplomatico e anche un linguista ( 1767-1835), che introdusse il concetto di educazione olistica.

Il modello Humboldt, come oggi viene chiamato, presupponeva che arti e scienze dovessero convivere con la ricerca, allo scopo di coltivare una conoscenza che fosse cultura nel senso più ampio”. Suo fratello Alexander (1769-1859) fu invece il celebre geografo, naturalista ed esploratore delle Americhe, anche lui convinto sostenitore di “una disciplina del sapere omnicomprensiva, che unificasse scienza e cultura”.

Alexander fu il primo scienziato a intuire una correlazione diretta tra attività umana e cambiamenti climatici.  Dalla sua ispirazione prende avvio quindi anche l’ispirazione dello Humbold: “Ora, in un altro momento cruciale della storia del mondo, i loro nomi sono sinonimi (…) della importanza della natura nel nostro pensare il futuro (…) lo Humboldt Forum fa convergere le scienze, le arti e l’educazione per promuovere il dialogo tra gli esperti e il pubblico, riconoscendo che costruire collegamenti tra le discipline conduce ad una conoscenza completa, che è ciò di cui abbiamo bisogno per affrontare gli urgenti problemi del nostro mondo”.

“L’allestimento, le mostre e le discussioni pubbliche faranno comprendere a tutti che ogni cosa, in natura, così come nel sapere, è interconnesso. Questo concetto, già fortemente presente nell’arte, nella poesia, nella filosofia e nelle science del periodo romantico, è oggi ancora una volta il punto di partenza di un pensiero maturo e avanzato”. 

Black Lives Matter e la pandemia hanno scoperchiato il vaso di Pandora delle diseguaglianze globali ed è per questo che la sezione etnografica del museo, al netto di tutte le polemiche, sarà particolarmente importante, per Berlino e per l’Europa intera.

In Germania, il dibattito sulla opportunità dello Humboldt Forum e sul razzismo ancora ampiamente diffuso nelle nostre società compiaciute dei propri diritti democratici è già in fase avanzata, molto di più di quanto accada, purtroppo, in Italia. 

In un lungo e provocatorio articolo (Wir ewigen Rassisten – Noi, gli eterni razzisti“) DIE ZEIT non solo ricorda che il rifiuto del razzismo dovrebbe stare tra le sacre virtù dell’Unione Europea, ma rintraccia le cause di questa assenza proprio in una ipocrisia generalizzata, che è storicamente radicata nel nostro benessere materiale: “Perché la storia del razzismo è anche la storia del colonialismo e quindi della nostra ricchezza (…) In Europa la questione concreta è il superamento di due menzogne collettive che hanno per noi valore esistenziale (Lebenslügen)”.

“La prima è specificamente tedesca: visto che ci siamo messi a posto con la cultura della memoria (Erinnerungskultur) sull’Olocausto e la dittatura nazista, abbiamo fatto abbastanza per elaborare i crimini del passato; con il colonialismo non c’entravamo”.

Ma la verità, non solo per la Germania che possedeva Tanzania, Camerun, Namibia, ma per tutte le nazioni europee è un’altra, il secondo, grande fraintendimento: “le nostre conquiste tecniche e spirituali (geistgeschichlich), siano esse l’industrializzazione o l’Illuminismo, senza il saccheggio delle colonie, senza la morte e la messa in schiavitù di milioni di uomini non sarebbero state possibili. Il razzismo non è una ideologia alla maniera dei gruppi che praticano l’odio, che ci sono sempre stati da che mondo è mondo. Il razzismo si è sviluppato adeguandosi al saccheggio pianificato che avveniva nelle colonie”. 

Il razzismo è “un progetto delle élite bianche del XVIII secolo, in cui biologi, medici, filosofi e teologi tentarono di consolidare la gerarchizzazione degli uomini in “superiori e inferiori” con teorie pseudo-scientifiche e morali.

E poi anche dell’emergere dell’Europa e dell’Occidente come potenza ‘civilizzatrice’. La fonte battesimale della nostra modernità, così il filosofo camerunese Achille Mbembe ha descritto una volta il commercio degli schiavi e l’economia della piantagione.

Riconoscerlo è il primo passo per andare alle fondamenta del razzismo di oggi (…) ‘l’umanità si trova nella sua massima perfezione nella razza dei bianchi… i negri sono molto più in basso’ (Die Menschheit ist in ihrer größten Vollkommenheit in der Rasse der Weißen … die Neger sind weit tiefer).

Questa è una frase di Immanuel Kant, il filosofo dell’Illuminismo, ma anche un sostenitore dell’ideologia razzista europea. Una cosa non escludeva l’altra (…) Spesso la nostra epoca viene descritta come la fine dell’Occidente. In verità ci troviamo nel pieno di ‘un lungo commiato dal dominio dei bianchi’, come ha scritto la pubblicista Charlotte Wiedemann”. 

Suona quasi scontato che in questo cambio totale di prospettiva i musei abbiano un ruolo insostituibile. Sono ormai il Museo Antropocene. 

Photo Credits Humboldt Forum: SHF/Giuliani/Von Giese

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