Il 12 agosto la città greca di Maratona è stata evacuata a causa di un gigantesco incendio. Su un Pianeta surriscaldato i mega-incendi sono diventati una nuova costante climatica. Eppure, il rogo di Maratona è parso un indicatore speciale del cambiamento climatico. La siccità estrema, e le temperature attorno ai 40 gradi, hanno favorito la combustione, dando origine a un fronte di fuoco largo trenta chilometri in avanzata verso Atene. Dunque anche Atene potrebbe bruciare! In questo incendio c’era qualcosa di diverso dal solito. Nel rogo di Maratona c’è la paura della civiltà. Una paura completamente incomprensibile, ma palpabile.

Dal 2003 al 2023 la frequenza degli incendi di estreme intensità energetica è raddoppiata su scala globale, anche se la scala di gravità di questi fenomeni è in peggioramento soprattutto nelle foreste boreali (Canada e Siberia) e negli ecosistemi a conifere dell’Australia. Negli ultimi anni Australia e Amazzonia (Pantanal) hanno assistito alle più impressionanti morie di animali selvatici bruciati o asfissiati nel loro habitat. In Australia la stagione tra il 2019 e il 2020 (“l’estate nera dei roghi nel bush”) ha bruciato totalmente il range geografico di 116 specie di piante. Nel Pantanal anche quest’anno va a fuoco una porzione di territorio insostituibile per la sopravvivenza di una popolazione unica di giaguari (numericamente la più importante dell’America del Sud). Nella prima metà del 2024, riporta CARBON BRIEF, il numero di incendi del Pantanal è cresciuto del +1500% rispetto allo stesso periodo del 2023: “un nuovo regime del fuoco va affermandosi in questo ecosistema”. Nel 2020 il Pantanal ha perso per azione diretta del fuoco 1.7 milioni di vertebrati. Ma “i continui roghi possono spingere anche le specie vegetali più sensibili al fuoco in uno stato di stress permanente, compromettendo defintivamente l’integrità ecologica della regione”. I mega-incendi, quindi, hanno un reale potenziale di estinzione per certe specie animali e vegetali. Secondo alcuni studiosi, i mega-incendi stanno riplasmando l’intera biodiversità del Pianeta.

La correlazione tra cambiamento climatico ed estinzione delle specie vegetali e animali (oggi data per certa) finì in prima pagina su NATURE esattamente venti anni fa, l’8 gennaio del 2004. Il titolo della cover era emblematico: “Feeling the heat”, percepire il calore. Il volume della rivista conteneva un articolo che fece storia (“Extinction risk from climate change”) .


Che cosa ha, allora, di diverso l’evacuazione di Maratona?

Maratona in fiamme è la paura che la civiltà ha di se stessa, senza sapere da dove viene questo timore, quali sono le sue origini antiche. 

Maratona sta lì, come una poesia antica che ancora è obbligatorio imparare a memoria, ma di cui in pochi afferrano il senso. Forse se non fosse appena calato il sipario sulle Olimpiadi di Parigi, nessuno avrebbe neppure dato peso al rogo di Maratona. Eppure, eccoli i fatti: Atene minacciata da un muro di fuoco, proprio come le foreste boreali del Canada avvolte nelle fiamme di mega-incendi così estesi e caldi da provocare tempeste di fulmini che erompono da nubi surriscaldate (“pyrocumulonimbus events”).

Nel mese di luglio un mega-incendio ha divorato 32mila ettari di foresta allo Jasper National Park, una area protetta del Canada tra le più imponenti e spettacolari del mondo. Il fuoco ha distrutto anche il villaggio che si trovava ai bordi del parco da tempo immemorabile. Nella newsletter settimanale di BROADVIEW, Nicole Schmidt, la direttrice del magazine canadese, ha colto le implicazioni simboliche di questa devastazione i cui effetti ecologici non sono ancora chiari.  “L’anno scorso il Canada ha vissuto 6000 incendi che hanno bruciato una area estesa quanto la Grecia, più del doppio del record precedente datato 1989, stando ai dati del NATURAL RESOURCES CANADA. Questa intensificazione non mette a rischio solo le città e i villaggi, ma anche i luoghi con un significato storico e culturale. Ali Asgary, professore di gestione delle emergenze e dei disastri alla York University, ha scritto su THE CONVERSATION che quanto accaduto allo Jasper mostra la incapacità del Canada di proteggere i suoi 22 siti UNESCO World Heritage Sites dai cambiamenti climatici”.

I simboli della civiltà occidentale – l’Acropoli di Atene minacciata da una nuvola nera di particolati da alberi combusti – finiscono in televisione come fantasmi. Qualcosa raccontano, su chi ha appiccato il fuoco, ma il significato dei simboli non è più afferrabile. È semplicemente diventato irrilevante. Come le storie dei Vangeli nella pittura italiana del Rinascimento, ormai illeggibili per i più. Si respira cenere mista a ossigeno con un fazzoletto bagnato sulla faccia. È un black-out nella percezione dei fenomeni. Oggi la non-comprensione della realtà (stare-nella-storia isolati e impermeabili alla storia stessa) è una figura ben precisa della civiltà occidentale. 

Questo ictus nella traduzione della realtà in impulsi cognitivi deve la sua forza alla dislocazione del passato eco-storico nell’immaginario collettivo. Siamo ormai lontani anni luce, nel Nord Globale, dalla fondamentale scoperta novecentesca che esistere significa avere a che fare costantemente con il tempo già trascorso e con quello proiettato nella possibilità-di-essere (“Essere e Tempo”). 

Il mega-incendio che mangia Maratona e i suoi boschi si porta via anche la possibilità di integrare il ricordo idealizzato della civiltà occidentale nel nostro presente ecologico. C’è, ancora una volta, un effetto di feedback con il trattamento riservato ai popoli nativi delle porzioni di mondo strumentalizzate e omogeneizzate dall’impresa occidentale. La negazione del passato (antenati, relazione con le piante e gli animali, lingue e culti spirituali) usata come arma di sottomissione ed estinzione culturale, è un atteggiamento che ora riserviamo anche a noi stessi.

Dobbiamo chiedere agli Dei cose conformi alle menti mortali / consci di ciò che è ai nostri piedi e di quale sorte noi siamo partecipi. Non ambire, mio cuore, a una vita immortale, ma esaurisci le vie del possibile – PINDARO, Pitica III, vv 106-110

Il cambiamento climatico val bene Maratona, e tutto ciò che significa l’Attica.  Maratona, Atene, il Pantanal, il bush australiano degli Aborigeni e lo Jasper NP sono beni heritage. Sono cioè luoghi che ci dicono chi siamo. Perché, quindi, dichiariamo “bene universale eredità dell’umanità intera” ciò che, di fatto, siamo pronti a consegnare alle fiamme? Sembra che ciò che meglio descrive come siamo esistiti su questo Pianeta debba infine essere distrutto. L’eredità ricevuta (le foreste boreali, i monumenti architettonici, le specie animali), per essere completamente ereditata, deve finire distrutta. Solo così può appartenere per intero a quel capitolo della storia umana che ha mobilitato la produzione netta primaria fossile (petrolio e carbone) incapsulata negli strati nascosti e reconditi della Terra, addormentata nel suo sonno cosmico. Bruciare vuol dire, allora, far entrare nella verità di questo secolo le cose bruciate, estinte. Tutte, vittime umane comprese. James Hilllman scrisse che, forse, la Guerra Civile Americana fu il tributo di sangue che la giovane nazione doveva pagare per appropriarsi davvero di una terra che non le apparteneva. 

Che la civiltà occidentale (il Nord Globale, responsabile della parte più mastodontica di emissioni tuttora scaricate in atmosfera) abbia bisogno della distruzione per entrare nella verità della propria essenza, questa è una delle domande più urgenti del nostro tempo.

Questa verità è coerente con la dimensione dei “cicli di accumulazione” discussi dal grande economista Giovanni Arrighi. Un ciclo di accumulazione è un passaggio storico, di valore cronologico calcolato su secoli, in cui un gruppo politico (una Nazione o una associazione di navigatori, come la Compagnia Olandese delle Indie Orientali o la Casa dei Medici) mette a frutto le sue capacità ideative, innescando effetti di rifrazione geografica, commerciale e di creazione di profitti finanziari che renderanno il ciclo successivo ancora più impattante, esteso ed economicamente produttivo. L’accumulazione assomiglia alla progressiva espansione di un mega-incendio.

La verità occidentale corrisponderebbe dunque ad una dinamicità intrinseca in cui la distruzione, sia essa l’annientamento delle popolazioni native nordamericane o il ricorso ai combustibili fossili, è un elemento del gioco. La verità, in epoca moderna, non è nulla di confrontabile con la verità di Tommaso d’Aquino: non ha né una dimensione religiosa né un fondamento ontologico. La verità è il risultato di un processo, che ha valore vincolante perché riesce a condizionare tutto ciò che lo circonda. Non provenendo da nessun disegno divino, questa verità è atto. Azione e progetto. La verità misurata sull’efficacia qui ed ora. E sulla continuazione, totalmente inerziale e autonoma, del processo stesso. I mega-incendi sono una componente di un disegno più grande, che, nonostante i suoi mastodontici effetti collaterali, funziona per la una buona metà delle società del Pianeta. Questo è il motivo, tra le altre cose, per cui la Grecia, a dispetto della sua fragilità ecologica e climatica, non rinuncia al suo modello economico fondato sul turismo di massa.

I combustibili fossili, che permeano e rendono possibile ogni aspetto della nostra vita quotidiana, contengono questo tipo di verità antropocenica. I mega-incendi sono non solo normali, ma anche scontati e politicamente accettabili. Non sono avvolti da nessuna connotazione morale, sono semplicemente il prodotto di processi di produzione. Perciò non importa che annientino il passato. Non c’è nessun passato nella produzione. La produzione risponde ad un logica di avanzamento a-temporale.

La verità antropocenica accetta quindi la propria auto-distruzione sottraendosi alla responsabilità del tempo storico e del tempo ecologico (deep time). Non la respinge, la assorbe. La fa propria. La distruzione è un aspetto sostanziale del modo di stare nella storia reale del XXI secolo.

C’è anche una altra interpretazione possibile di questi fatti e atteggiamenti sociali. Proviene dalla biologia evolutiva. Ne ha discusso su NAUTILUS l’evoluzionista Dan Brooks, presentando A Darwinian Survivial Guide il libro scritto con il collega Salvatore Agosta e pubblicato dal MIT di Boston. 

“Sembra che tutto ciò che gli esseri umani hanno fatto negli ultimi 3 milioni di anni sia stata una buona idea, perché ce la siamo cavata piuttosto bene. É soltanto nei 100-150 anni che abbiamo alle spalle che abbiamo imparato, e questa è una novità, a proiettare nel futuro le conseguenze possibili delle nostre azioni presenti. E, quindi, a immaginare quali potrebbero essere gli effetti imprevedibili delle nostre azioni quotidiane. Gli esseri umani fanno ciò che, sul momento, sembra una buona cosa, perché risolve un problema. E se poi funziona per un po’, allora si può andare avanti con quell’idea. Se invece va male, si prova con qualcosa d’altro. Questo meccanismo evolutivo è inceppato. Siamo a un punto della nostra storia in cui la nostra abilità nel sopravvivere sul breve periodo è compromessa. Per capire come meglio vivere oggi dobbiamo capire come potremo sopravvivere nel futuro. Ironicamente, è il futuro che dovrebbe condizionare il presente”. 

La distruzione ecologica, strumento principe della civiltà occidentale esportata in tutto il mondo, è una forma di adattamento che non siamo ancora riusciti a concettualizzare correttamente. Manca un passaggio nella elaborazione culturale della nostra presenza sulla Terra che, con le categorie del pensiero occidentale, non siamo in grado di compiere.

Per questo Maratona incute paura. È un ricordo che non riesce ad emergere in superficie.

Un tempo ci chiamavano indiani da marciapiede. Ci chiamavano indiani di città, superficiali, inautentici, rifugiati senza cultura, mele. Una mela rossa fuori e bianca dentro. Invece siamo quello che hanno fatto i nostri antenati. Siamo il modo in cui sono sopravvissuti. Siamo i ricordi che non ricordiamo, che vivono in noi – TOMMY ORANGE

Eppure, Maratona non smette di essere stata Maratona solo per il fatto che non sappiamo comprendere l’angoscia del suo messaggio. “Siamo i ricordi che non ricordiamo, che vivono in noi”, ha scritto lo scrittore americano Cheyenne Tommy Orange. 

Vale a dire che là dove i progetti di estinzione pragmatica (spazzare via i Nativi Americani dal continente, ad esempio) hanno fatto il loro corso fino alla fine c’è sempre una traccia nascosta del loro passaggio, una condizione di esistenza che piega a sé il futuro, ma, continuando a persistere,  è anche una possibilità di futuro. 

Se Maratona brucia, è perché Maratona ha qualcosa da dire su chi siamo diventati. Anche questo è un messaggio del fuoco, considerato che i mega-incendi sono le foreste fossilizzate incendiate. Siamo sempre la storia del Pianeta che non ricordiamo. 

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