La guerra in Iran ci permette di capire l’importanza del ciclo storico che stiamo vivendo, segnato dalla ripetizione di schemi esausti. L’intervento militare israelo-americano in Iran apre ad una comprensione tridimensionale della crisi del nostro secolo, non tanto perché immette nel caos globale ulteriori fattori di stress geopolitico, ma perché porta in superficie una delle strutture storiche centrali dell’Antropocene. La più impattante, eppure la più sotterranea, che sfugge, forse intenzionalmente, anche all’informazione mainstream. Con tridimensionale bisogna quindi intendere tre dimensioni del nostro tempo interconnesse: la violenza del capitalismo in una fase di ristrutturazione e l’apertura manu militari dell’accesso alle riserve di combustibili fossili, il collasso ecologico globale e la riduzione in stati di miseria programmata (e di sudditanza culturale) di intere porzioni di mondo.
L’aspetto che mi interessa di più approfondire è il secondo: che cosa la guerra contro l’Iran ci dice sotto la lente di ingrandimento della storia dell’ecologia.
Va ricordato, intanto, che l’Iran si trova da tempo in una crisi idrica a spirale verso il basso, con le riserve primarie sotterranee già compromesse. L’Iran è un Paese in cui la “bancarotta idrica” è già realtà quotidiana, anche e soprattutto per i cittadini di Teheran. C’è inoltre un dettaglio faunistico. I bombardamenti colpiscono una vasta area a raggiera attorno alla capitale, che sembra coprire anche gli ultimi francobolli di habitat rimasti al ghepardo asiatico iraniano (Acinonyx jubatus venaticus), in fatale contrazione dagli inizi degli anni ’80. I ghepardi un tempo dominavano i paesaggi della regione meridionale di Alborz, alle porte di Teheran. Una ricerca del 2007 li dichiarava però già estinti da una seconda area protetta adiacente Teheran, la Jajrous PA. Uno studio del 2017 attesta che “ad oggi, la popolazione di ghepardi più prossima a Teheran è quella del Kavir National Park, 75 chilometri ad est della capitale”. Anche gli habitat cancellati per sempre sono da annoverare tra gli effetti collaterali delle guerre iper-moderne. Le guerre non tengono conto, per precisa volontà politica, del prezzo ecologico di operazioni militari su regioni, e su un Pianeta, già provato in modo irreversibile dai conflitti globali del XX secolo.
Questa guerra non a caso cade in un momento di espansione tecnologica (droni, introduzione di AI nei dispositivi e nell procedure belliche) di una potenza inaudita. Il nesso ecologico, però, non sta solo nella capacità di presa sulla Terra, quanto piuttosto nel sentimento di fiducia che questa estrinsecazione della potenza tecno-militare racchiude. Le potenze in campo sembrano sentire il proprio predominio come una contro-prova del loro successo storico, inevitabile e imbattibile. Questa prospettiva sul potere, impossibile senza uno strapotere economico che brucia la Terra, fu colto soprattutto dagli storici che negli anni ’60 esplorarono le cause del crollo del 1929 negli Stati Uniti. Anche in quel periodo buona parte dell’America ricca viveva gli eccessi di un auto-compiacimento apparentemente inesauribile, come i dividendi di Borsa.
La RAI ha recentemente riproposto su RaiStoria un documentario eccezionale (Qualcuno ha commesso un errore – Fiztgerald) del 1969. Il documentario si soffermava non sul crollo di Wall Street del 1929, ma su quello che lo aveva preveduto e preparato: la crisi agricola americana, la crisi della produzione agricola e della società contadina, del Midwest americano nel decennio tra il 1919 e il 1929. Il periodo bellico era stato una manna dal cielo in termini di guadagni e prosperità per l’agricoltura americana, perché fu il cibo prodotto dagli Stati Uniti a sfamare gli Alleati in Europa e a portare lo sforzo militare anglo-americano al successo contro la Germania (in penuria alimentare già dall’inverno del 1915). Lo storico Sunil Amrith di Yale ha messo sotto i riflettori l’importanza cruciale della capacità di produrre alimenti durante la Prima Guerra Mondiale, resa possibile dalla conquista precedente delle Grandi Pianure, dalla loro conversione ecologica ai cereali, dalla distruzione biologica (50 milioni di bisonti cancellati) e dal genocidio (Nativi Americani). Fu la rapacità del colonialismo a risolvere gli esiti della Grande Guerra (“una guerra non solo d’acciaio e d’oro, ma altresì di pane e di patate”) e a impedire a buona parte della popolazione europea di morire di fame: “i belligeranti spinsero i loro tentacoli in ogni angolo del mondo alla ricerca di legname e fibre, cereali e minerali. Non fu solo una catastrofe imperiale, ma altresì ecologica: fece strage di animali, divorò intere foreste, banchettò con i minerali e lasciò le sue velenose tracce in terreni che continuano ad essere tossici a distanza di oltre un secolo”.
“Il vortice premeva con forza sui campi d’Europa, ma anche su miniere, foreste e cave ben più lontane. Tuttavia l’esito finale della guerra fu dovuto soprattutto ad una precedente trasformazione ambientale, avvenuta nel corso del Diciannovesimo secolo. Lo storico israeliano Avner Ofner è stato il primo a rendersene conto oltre trent’anni fa: ‘la cause più remote del crollo della Germania nel 1918’, ha scritto, ‘possono essere individuate nelle nuove frontiere dell’agricoltura apertesi negli ultimi trent’anni dell’Ottocento’. Senza il grano, la carne e il legname provenienti dal Canada e dagli Stati Uniti, i britannici avrebbero dovuto affrontare le stesse privazioni dei tedeschi; invece, poterono adottare un programma di razionamento rigido ma relativamente equo. (…) Due terzi del grano degli Alleati provenivano dal Nord America negli ultimi due anni di guerra; l’80% della carne e dei grassi alimentari britannici arrivavano invece dagli Stati Uniti. Senza la lana australiana, gli eserciti alleati avrebbero stentato ad affrontare le umide regioni settentrionali”.
Il boom dei profitti si sgonfiò progressivamente negli anni ’20 e i contadini americani sprofondarono lentamente nella povertà e nell’isolamento. La media del reddito era di 500 dollari all’anno, mentre gli speculatori e i finanziari della costa atlantica facevano fortune colossali, quelle, per l’appunto, su cui Scott Fitzgerald diagnosticò una sindrome di angoscia e di catastrofe imminente. Ogni personaggio dei suoi racconti banchettava come sulla soglia di un abisso personale. Ma la speculazione alimentava anche il taglio dissennato di legname nel Midwest superiore (Minnesota, Wisconsin, Michigan, Iowa, Illinois, Missouri), che distrusse intere foreste per poi lasciare i tronchi invenduti a marcire su un deserto di fango e trucioli. Questa devastazione nelle regioni provocò nel 1927 una apocalisse ecologica oggi dimenticata, ben peggiore dell’uragano Katrina. La terra non tratteneva più acqua e le piogge alimentarono la piena del Mississippi che crebbe fino a 17 metri, inondando tutto quello che gli stava accanto (Mississippi, Louisiana e Arkansas subirono le distruzioni maggiori). Ovvero migliaia di contadini neri già in miseria, campi, fattorie. Ci rimangono di allora, contrapposte alle immagini sfolgoranti dei cabaret di New York, i fotogrammi delle mucche su isole di terra isolate, di cavalli che cercano di arrampicarsi su uno scampolo di fango per non annegare, di famiglie nere senza scarpe attonite e sconvolte. Già prima dell’alluvione, molti di questi lavoratori neri lavoravano ancora come braccianti nelle piantagioni di cotone di un passato mai superato. Le dimensioni dell’alluvione furono tali che la Croce Rossa dovette organizzare 154 campi profughi in cui probabilmente transitarono 200mila persone. Il documentario RAI è un raro esempio di documentazione di un evento in parte rimosso dalla coscienza storica nazionale americana. La sventura ribadì lo sfruttamento razziale della popolazione nera, le spaventose diseguaglianze economiche, il prezzo ambientale della speculazione finanziaria.

(The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. “These cotton hoers work from 6 a.m. to 7 p.m. for one dollar near Clarksdale, Mississippi” The New York Public Library Digital Collections. https://digitalcollections.nypl.org/items/ea496370-892a-0136-454d-13905513459c)

(The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. “Sharecropper’s cabin, cotton and corn, near Jackson, Mississippi” The New York Public Library Digital Collections. https://digitalcollections.nypl.org/items/989c8810-884f-0136-6fab-6757c98d63f5)

(The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. “Colored tractor driver and empty cabin on mechanized cotton plantation. Aldridge Plantation near Leland, Mississippi” The New York Public Library Digital Collections. https://digitalcollections.nypl.org/items/27ce7a50-892b-0136-3879-6fa57cf46a14)
Il sud inondato per Scott Fitzgerald era l’alter ego delle vita capricciosa dei super ricchi. Stava accadendo qualcosa, dentro i gangli della accelerazione a diventare sempre più ricchi, ad accumulare sempre di più mangiando sempre più pezzi di terra e di vite. È quello cui assistiamo in questa guerra in Medioriente: una espressione spropositata di supremazia, che nasconde lo scricchiolio sempre più crepitante della nostra epoca.
Se c’è una analogia con la frenesia che precedette il crollo del 1929 è perché lo schema storico che sorregge gli avvenimenti odierni è sostanzialmente invariato. Non bastano AI e i droni, o il disprezzo del cosiddetto diritto internazionale, per poter parlare di una nuova epoca. Non siamo in una epoca dai contorni mai visti prima. L’aggressione all’Iran è invece una aggressione coloniale, un interventismo senza tanti fronzoli (come ha specificato lo stesso Pete Hegseth) che prese forma durante il XVI e il XVII secolo, quando prima la Spagna e poi l’Inghilterra, la Francia e l’Olanda ebbero bisogno di includere nella propria galassia geopolitica pezzi di continenti extra-europei. Le nuove epoche sono segnate da fratture e qui di fratture non se ne vedono, al contrario. Oggi nel 21esimo secolo il “nuovo Mondo” (l’America della frontiera e delle Grandi Pianure, gli interi Stati Uniti) non sta davanti a noi, oltre l’orizzonte: lo abbiamo già alle spalle.
Il Nuovo Mondo per noi è la ripetizione.
E questa ripetizione trova conferma in un paradosso. Supponiamo (almeno, lo suppone questa amministrazione americana insieme al movimento MAGA) di essere artefici della Storia, di essere tornati a imprimere al corso delle cose una volontà auto-determinata (iper-umana, aggiungerei, cioè ignara dei propri costi ecologici). In realtà, lo sfoggio di progettazione ripropone strumenti antichi su una Terra esausta.
In Antropocene il paradosso è la figura essenziale del pensiero. In fondo, lo sottintende anche Sunil Amrith, quando insiste, senza le Grandi Pianure ecologicamente sconvolte la Grande Guerra avrebbe avuto un altro esito. In questo nostro secolo siamo costretti, storicamente forzati, a pensare per paradossi. Il paradosso non è un cortocircuito di realtà; è diventato la realtà stessa, una scintilla di impulsi contrari eppure interdipendenti. Qualcosa che racchiude l’essenza del conflitto tra società umane complesse e limiti della biosfera.
Il paradosso, allora, è questo: il Nuovo Mondo (il mondo delle guerre high tech e dell frontiere del petrolio, dei campi profughi, dei dazi ricattatori) è la RIPETIZIONE. Il ciclo storico-coloniale che ripete se stesso, il ritorno di schemi che la produttività capitalistica (l’industria moderna) prometteva di consegnare al passato (il sogno americano post 1864, la tecnologia sconfiggerà la povertà), imbrigliando certe tendenze (guerra, competizione per i profitti, classificazioni politiche su base razziale) con il diritto internazionale. Stiamo assistendo ad una impressionante ed imponente riproposizione di misure di appropriazione geopolitica del tutto tipiche dell’Ancient Regime tra i secoli XVI e XVIII, il periodo di tempo che ha costruito la nazione americana e la infrastruttura coloniale globale. L’unico aspetto radicalmente nuovo di questa condizione è che siamo intrappolati in una ripetizione non più ecologicamente sostenibile.
La prigione della ripetizione è una caratteristica di ciò che Achille Mbembe ha definito brutalismo, “una forma di potere senza limiti esterni o apparenti, che ha rinunciato sia al mito dell’uscita sia a quello di un altro mondo a venire”. Una appiattimento “post-storico” secondo Mbembe, in cui collassa sia la prospettiva di un cambiamento per venirne fuori sia la speranza messianica di matrice cristiana. Ma nel brutalismo è all’opera soprattutto una indiscriminata ripetizione:
“Il brutalismo è anche un modo di amministrare la forza. Questa si basa sulla produzione di concatenazioni multiple e complesse, le quali sfociano quasi ineluttabilmente in lesioni, fatalità, grida soffocate e crollo dell’essere umano ( o, più generalmente, di un essere), e poi tutto torna a funzionare, tutto ricomincia. È in questo riavvio permanente e in tale riutilizzazione che può risiedere forse la sua specificità”.
Oggi ci accorgiamo che le promesse del 1783 (anno della Costituzione americana), del 1864 (la prosperità per tutti gli Americani in nome della tecnologia industriale e del diritto alla terra dei free soiler dopo la Guerra Civile), del 1945 (una umanità rinnovata in cammino sulla strada ormai limpida della democrazia e dei diritti umani universali) conteneva qualcosa di irriducibile: se non intrinsecamente falso, per la forza dell’afflato ideale, almeno storicamente mendace sulle premesse in cui queste premesse avrebbero dovuto germogliare per ogni abitante della Terra.
Quindi il Venezuela, la Groenlandia e ora l’Iran non sono regressioni: sono rivelazioni. Il diritto internazionale aveva dato alla competizione una grammatica presentabile, così come fece la socialdemocrazia europea con il capitalismo sempre più liberale a partire dal 1950.
Bloccate nello status quo che conosciamo fin troppo bene da secoli, quindi, ci sono due narrative, entrambe forse consolatorie, ma di sicuro insufficienti a fronteggiare il presente. La prima è quella del potere puro, che sostiene di avere i mezzi per una età dell’oro, in patria e nell’assetto pacificato del Medio Oriente. La seconda è più reazionaria, pretende che il brutalismo ci abbia piombati in un ordine-disordine più simile al 1939 che al 1945. Sappiamo che cosa rimpiangere, dicono i tutori del diritto internazionale, dimenticando tutte le devastazioni ecologiche funzionali a proteggere la “concordia omnium bonorum” presieduta delle Nazioni Unite, sempre più impotenti davanti alla curva di impennata delle emissioni di anidride carbonica e delle specie in estinzione.
Con buona pace di Robert Habeck, la crisi della democrazia, che è prima di tutto una crisi ecologica (miseria e collasso ecologico sono una cosa sola, ha sentenziato Olivier De Schutter, referente speciale delle Nazioni Unite per le diseguaglianze globali), non produce scelte sbagliate in questo momento storico, ma una paralisi della scelta, che si risolve in una compulsione automatica a ripetere gesti antichi. Uno schema che la nostra organizzazione-Mondo riproduce indipendentemente da chi occupa le sue posizioni di comando. Trump o Biden, Netanyahu o Putin, o un altro team di tecnocrati moderati.
Credits foto in copertina:
The Miriam and Ira D. Wallach Division of Art, Prints and Photographs: Photography Collection, The New York Public Library. “Home of farmer who has raised cotton for fifty years on his own land. Greene County, Georgia” The New York Public Library Digital Collections. https://digitalcollections.nypl.org/items/fa19bd70-8cf8-0136-f390-0cff7ebcef5d





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