L’atmosfera è un serbatoio di microplastica

L'atmosfera è un serbatoio di microplastica. Una bottiglia finita in mare col tempo si trasforma in particelle microscopiche talmente leggere da rimanere in sospensione nello spray di acqua e sale sulla superficie delle onde. E da lì in atmosfera.
(L’atmosfera è ormai diventata un serbatoio per le microplastiche)

L’atmosfera è diventata un serbatoio di microplastica. Perché è un trasportatore globale di microplastica e la sua fonte di rifornimento sono soprattutto gli oceani. Se pensavamo di poter circoscrivere l’inquinamento da plastiche microscopiche, ci sbagliavamo di grosso. Oggi, questo tipo di plastica “esattamente come gli altri cicli geologici, biologici e chimici, che funzionano su scala globale, vortica attorno al globo seguendo diverse modalità di circolazione nell’atmosfera, negli oceani e nei ghiacci, con differenti temi di deposizione e di permanenza sulla terraferma”. 

Si può quindi parlare di un “ciclo della plastica”, ossia di meccanismi di movimento della plastica attraverso i sistemi biologici ed ecologici del nostro Pianeta. La plastica è insomma entrata nel “flusso” costante e ininterrotto di sostanze che circolano negli ambienti naturali e urbani.  Questi i risultati dello studio uscito sulla PNAS lo scorso aprile (Constraining the atmospheric limb of the plastic cycle) firmato dal gruppo di ricerca di Janice Brahney, della Utah State University (Stati Uniti).

Già a giugno del 2020 il team della Brahney aveva pubblicato su SCIENCE un articolo inquietante sulla “pioggia” di microplastica che cade ogni anno sui parchi nazionali degli Stati Uniti Occidentali, sulla carta i più intatti e selvaggi del Paese. Anche stavolta i dati usciti su PNAS riguardano le regioni occidentali degli USA e disegnano però un quadro ampio sull’intero ciclo della plastica. L’obiettivo della ricerca era capire da quali fonti proviene la microplastica che, veicolata dall’atmosfera, si deposita a terra: “i risultati suggeriscono che, negli Stati Uniti Occidentali, le microplastiche in atmosfera derivano primariamente da fonti di immissione secondaria, che includono le strade (84%), l’oceano (11%) e il suolo polverizzato di origine agricola (5%)”.

Tutti i continenti, tuttavia, sono “importatori netti di plastica dall’ambiente marino, fatto che richiama l’attenzione sul ruolo sul carattere ereditario dell’inquinamento da plastica attraverso l’atmosfera”. I limiti stessi della ricerca parlano della serietà del problema. La Braheny ha preso in considerazione solo microplastiche con un diametro tra i 4 e i 250 micron: “particelle più piccole potrebbero avere un tempo di permanenza più lungo (settimane invece che ore)”. In termini generali, quindi, “non è noto quanta microplastica più piccola di 4 micron ci sia in atmosfera e neppure il suo comportamento”.

I dati mostrano che la plastica, ormai, è parte integrante del suolo, delle acque marine ed oceaniche e quindi anche delle comunità animali e vegetali e dell’atmosfera. Alcuni punti sollevati dallo studio sono particolarmente importanti. Innanzitutto, “l’importanza dell’atmosfera come trasportatore e serbatoio di plastica”. Le particelle grezze con diametro inferiore ai 2.5 micron “entrano in atmosfera attraverso processi meccanici, come ad esempio la polvere sollevata da forti venti o l’azione del vento stesso o anche lo spray generato dalle onde in movimento sulla superficie del mare”. 

“Le analisi che ricostruiscono a ritroso il percorso di questa plastica hanno dimostrato che soltanto una piccola porzione (dal 10 al 25%) del totale della plastica depositato in località remote è attribuibile a emissioni dirette provenienti dai centri abitati. La maggior parte della massa depositata, invece, è stata collegata direttamente a schemi atmosferici  su ampia scala”. 

Il problema della plastica nelle acque oceaniche ha quindi due facce. La prima, quella più evidente, sono i rifiuti in superficie, le isole di plastica galleggianti. La seconda è la plastica invisibile a occhio nudo prodotta dalla dinamica degli oceani e dalle condizioni climatiche, che frantumano gli oggetti liberandone le molecole. Queste particelle sono abbastanza leggere da essere sollevate nell’aerosol di acqua e sale che sta in sospensione sopra le onde. Da qui i venti le immettono in atmosfera e le riportano sulla terraferma.

E pi vengono le auto. Come già sappiamo da tempo, freni e pneumatici contengono plastica, che viene liberata in formato microscopico ogni volta che si schiaccia il pedale del freno e tramite l’attrito della gomma sull’asfalto. Non importa se il veicolo è elettrico, ibrido o a benzina. Anche questa microplastica, prodotto di scarto del traffico quotidiano, rimane sospesa in atmosfera. 

Anche le strade, però, emettono microplastica. Qualunque oggetto abbandonato, scaricato o lasciato per strada viene prima o poi rotto, spaccato od ossidato sotto i raggi del sole. E così i suoi frammenti plastici, sempre più piccoli, entrano in circolo galleggiando nell’aria. A tutto questo va aggiunto il fatto che è ormai invalsa la pratica di aggiungere plastica all’asfalto stradale. 

Le “plastic road” sono balzate al centro dell’attenzione negli ultimi anni, per il ruolo che potrebbero avere nel riciclo di un certo tipo di plastica: shopping bag, bottiglie, confezioni alimentari.  L’India è il Paese che sta puntando di più su questo mix di materiali. Secondo la serie Future Planet della BBC, “oltre che assicurare che la plastica non vada in discarica, in un inceneritore o nell’oceano, ci sono prove concrete che la plastica migliori le strade, rallentandone il deterioramento e riducendo al minimo le buche”. Nel 2015, il governo indiano ha stabilito che è obbligatorio usare plastica di scarto per la costruzione delle strade in prossimità di grandi città o di centri abitati con più di 500mila persone. In Scozia, riferisce sempre la BBC, un cartello della MacRebur, colosso nella costruzione di strade, annuncia orgogliosamente ai viaggiatori che stanno percorrendo una statale assemblata con bottiglie di plastica riciclate. 

YALE360 ha fatto il punto della situazione globale lo scorso 11 febbraio. La pavimentazione stradale potrebbe essere un campo di efficace applicazione dell’economia circolare sulla plastica. Anche in Paesi economicamente svantaggiati, come il Ghana, che nel 2018 ha deciso di andare in questa direzione. 

YALE360 ha pubblicato una dichiarazione ufficiale di Heather Trouman della National Plastic Action Partnership del Ghana: “è difficile riciclare la plastica. È costoso, complicato, richiede diverse tecnologie, e così, purtroppo, bruciarla risulta più facile. Ma se noi le attribuiamo un valore, la plastica non finirà in una discarica, o bruciata: e non finirà neppure nell’oceano”. Un auspicio che sembra sconfessato dai risultati dello studio della Brahney. 

Anche l’agricoltura moderna su base estensiva emette plastica. Anzi, “i campi agricoli sono verosimilmente hotspot di plastica concentrata nel suolo”. La plastica arriva nel suolo agricolo attraverso i fertilizzanti prodotti dal trattamento dei rifiuti solidi organici. Questi fertilizzanti, a loro volta, contengono microplastica perché l’hanno assorbita dalle acque di scarico durante il processo di trattamento. 

Non disponiamo di evidenze chiare sugli effetti di lungo termine di una contaminazione da plastica del suolo agricolo. Benché si parli molto di “consumo di suolo” è insomma arrivato il momento anche di porsi domande sulla qualità del suolo da proteggere. Devono essere affrontate entrambe le questioni e in sinergia l’una con l’altra. 

Secondo un altro studio pubblicato da FRONTIERSIN il 28 aprile e condotto da ricercatori della Freie Universität di Berlino e dal Berlin-Brandenburg Institute of Advanced Biodiversity Research, i principali imputati di questo tipo di inquinamento sono il poliestere, il polietilene, il poli-acrilico e il polipropilene. Queste plastiche sono presenti anche nella cosmetica, ma le più diffuse sono quelle di origine tessile, “che si trovano comunemente nelle acque di scarico, e che hanno un diametro che varia da 0.3 a 25.0 millimetri”. 

Sembra che queste fibre possano influenzare la qualità del suolo perché interferiscono con il modo in cui il terreno regola e immagazzina l’aria e l’acqua, la cosiddetta “capacità di aggregazione”. Più il suolo è stabile, più è aggregato e più è fertile perché resiste meglio all’erosione e trattiene meglio l’acqua. Le microplastiche si integrerebbero con la struttura del terreno interagendo con i suoi processi organici “portando ad una conseguente destabilizzazione” della struttura molecolare del suolo. 

Anche il clima deve entrare coma variabile tutta da comprendere nella routine della microplastica tra atmosfera, oceani e terraferma. La Braheny ha esaminato regioni aride, con poche precipitazioni. Dove piove di più è possibile che la pioggia eserciti un effetto di lavaggio almeno sulle strade. Ma, ancora una volta, si tratta di un problema spostato altrove: le microplastiche scivolano via, ma non scompaiono. 

Rimangono aperte molte domande, sui centri abitati: “le strade europee rilasciano più plastica di quelle americane a causa dei polimeri aggiunti all’asfalto come agenti leganti? La densità di popolazione è un indice predittivo migliore per la capirne la diffusione?”.

Sull’agricoltura, che dovrebbe diventare “sostenibile”: “Come variano le concentrazioni di microplastica nel suolo agricolo in Paesi che impiegano differenti pratiche di coltivazione?”.

Sulle aree costiere: “Come variano le emissioni contenute nello spray di acqua marina lungo le coste? I cambiamenti nella circolazione oceanica hanno un ruolo?”

Sulle interazioni tra microplastiche e clima: “In maniera analoga ad altre particelle insolubili come la sabbia del deserto, la microplastica presente in atmosfera agisce sui nuclei di condensazione o più probabilmente sulle microparticelle dei cristalli di ghiaccio?”. 

E, infine, la domanda che probabilmente sta più a cuore all’opinione pubblica: tutta questa plastica, è dannosa?

Se lo è chiesto anche NATURE un mese fa, pubblicando una vasta indagine sul tema firmata da XiaoZhi Lim. Intanto, i numeri: “da fonti di microplastica come l’aria, l’acqua, il sale, pesci e crostacei, bambini e adulti potrebbero ingerire, ovunque si trovino, da qualche dozzina a più di 100mila pezzi di microplastica al giorno”. L’equivalente di una carta di credito all’anno. 

Non ci sono risposte univoche e consistenti, cioè fondate su serie di dati sufficientemente solidi. E questo perché sono proprio i dati a mancare. Intanto, finora “nessuno studio pubblicato ha ancora esaminato direttamente gli effetti delle particelle di plastica sulle persone”. Finora si è lavorato, per quanto riguarda l’essere umano, su cellule o tessuti. Un centinaio di laboratori in tutto il mondo ha studiato sopratutto organismi marini.

Ci sono poi delle costrizioni metodologiche. Le microplastiche sono presenti attorno a noi in una ampia varietà di forme, volumi e composizione chimica. Bisognerebbe dunque approntare test di laboratorio e ricerche sul campo molto diversificati. Molti studi, avverte sempre Lim, hanno esaminato materiali che non sono frequenti nell’ambiente. 

Un altro fronte ancora sono le nanoparticelle di plastica (con un diametro inferiore a 1 micrometro) che non sono rintracciabili e quindi isolabili per essere studiate. L’ipotesi è che, una volta ingerite, le nanoplastiche si comportino come le fibre di amianto o i particolati da combustione, il Pm10 e il Pm2.5. Per ora non sappiamo neppure quanto rapidamente la microplastica si muova all’interno del nostro organismo e come possa o meno depositarsi nei tessuti del nostro corpo. 

La conclusione è che la ricerca ha davanti a sé un lavoro immane. In una condizione del genere lo sforzo di comprensione del rischio ecologico non può fare a meno di confrontarsi con i numeri che quantificano il pericolo. La plastica buttata, pronta a diventare, in un modo o nell’altro, microplastica da qualche parte là fuori, o fra le nuvole, potrebbe arrivare a 380 milioni di tonnellate entro il 2040. 

Il 3 luglio prossimo entrerà in vigore anche in Italia la Direttiva Europea che vieta l’uso della plastica monouso. Mentre le polemiche politiche già imperversano, sarebbe meglio capire un po’ meglio quale è la posta in gioco. Dove fa a finire la plastica? Con quali conseguenze sistemiche? 

Di plastica, e di microplastica, si parla sempre di più. E non solo per via delle preoccupazioni ecologiste, che ben poco impatto hanno sulla politica nuda e cruda. Se ne parla sopratutto perché cresce la consapevolezza, in ambienti scientifici, su quanto poco sappiamo del comportamento della plastica una volta resa disponibile negli ambienti attorno a noi.

Ignoriamo, in definitiva, che cosa sta accadendo non solo a tutta la plastica che abbiamo già immesso in biosfera, ma anche quello che accadrà a noi man mano che la nostra intimità ecologica con la plastica si farà più scottante. 

Qualunque misura finalizzata a contenere il problema, cioè a ridurlo, dovrebbe essere prioritaria. Servirebbe per guadagnare tempo, in attesa che la ricerca scientifica possa fornire più certezze e quindi migliori margini di intervento. Non è inusuale che per una questione di tale portata non esistano soluzioni prét-a-porter, o che sopravvivano zone d’ombra nella legislazione che classifica su quale prodotti monouso cominciare ad applicare limitazioni giuridiche significative. Questa flessibilità fa parte della nostra attuale condizione ecologica, spinta ad un punto di gravità tale da rendere di fatto nulle azioni salvifiche una tantum. 

Il punto non è quindi cercare la quadratura del cerchio, a qualunque costo, perdendo altro tempo. É invece invertire l’ordine di priorità e rivedere la nostra relazione economica con la “politica della plastica”. Come ha detto a Lim la ecotossicologa della University of Exter Tamara Galloway: “non ha senso produrre cose che dureranno per 500 anni e poi usarle per 20 minuti”.

Una sfasatura temporale perversa, che racconta, meglio di qualunque statistica, e di qualunque legge, da dove viene il problema della microplastica.

E siamo arrivati a 200

(il mio classico taccuino di appunti quando sono sul campo)

Lo scorso 27 aprile è uscito su questo magazine l’articolo numero 200. Un traguardo contrassegnato da un argomento scelto a bella posta, perché inviso a molti ecologisti: “L’ambientalismo nell’era della post-verità”. Indagando la facile ingenuità con cui moltissime persone credono di potersi affidare ai social media per “salvare la natura” o “conoscere la verità sulla natura”, questo pezzo conferma e ribadisce i presupposti editoriali di Tracking Extinction.

Innanzitutto, la ricchezza della documentazione. Qualunque cosa leggiate qui, è frutto di ricerche e di indagini supportate dalla letteratura scientifica. Scorrete le pagine dei vostri contatti su Facebook e fate attenzione a quanti appelli emotivi, privi di basi scientifiche, attirino migliaia di like. Polarizzare le questioni ecologiche sul bene e sul male, buttarla sul sentimentalismo e sul pietismo per gli animali, sparare a zero contro ogni tipo di intervento ambientale; peggio, coltivare una sorta di vocazione alla catastrofe. Nessuna di queste strategie di sensibilizzazione porta un solo vantaggio alla causa della biodiversità. Produce solo una enorme iper-reattività social, come mi spiegava Bram Büscher, autore di “The Truth about Nature”, nel nostro pezzo numero 200. Questo non è il mio stile. Qui non c’è spazio per un ambientalismo poco informato, che pretende di costruire politiche di protezione solo sulla propria indignazione. Senza una diagnosi corretta, senza capire in profondità i problemi, si annega in un disagio post traumatico che perde ogni contatto vitale con la nostra responsabilità storica.

Punto secondo. Non c’è più un solo ambito della “natura” che non richieda compromessi, se vogliamo davvero proteggere habitat e specie. Il compromesso non è la porcheria dei voltagabbana, la via di fuga della politica e la furbizia dei qualunquisti. È, invece, la realtà del XXI secolo. La nostra demografia (quasi 8 miliardi di esseri umani), i cambiamenti climatici (irreversibili), l’erosione delle popolazioni animali negli ultimi 50 anni (mammiferi, uccelli, pesci, anfibi e rettili sono crollati del 68% dal 1970), la costruzione di una cultura umana globale (date una occhiata a Instagram anziché postare l’ennesimo appello contro la caccia al cinghiale) hanno innescato la proliferazione di zone grigie, in cui i confini tra ciò che è “naturale” e ciò che è “antropocenico” sono sottilissimi. La biologia del Pianeta è determinata, manipolata e costretta entro i progetti di noi Sapiens. È una tragedia? Può darsi. Quando si tratta però di agire per il meglio non possiamo avere in mente principi filosofici assoluti. Dobbiamo mediare la nostra idea granitica di verità. È ciò che Buscher chiama “tensions truth”, una verità discussa, messa alla prova dei fatti, e che, soprattutto, tiene conto della realtà storica, non dei sogni. Il mio impegno professionale è coerente con questi assunti. Offrirvi punti di osservazione molteplici, che siano per voi un sismografo delle ambiguità in cui, ormai, è avvolto qualunque discorso sulla protezione di animali, foreste e habitat. 

Terzo. Il pezzo numero 200 è costato 40 ore e mezzo di lavoro, e cioè una settimana di lavoro considerando il monte ore settimanale tipico di un colletto bianco con un regolare contratto di assunzione. Ho infatti letto per intero il libro di Büscher (239 pagine), costato 40 euro a causa del nuovo regime di tariffe doganali post Brexit, e ho dialogato con lui per quasi 2 ore via ZOOM. Molti ambientalisti credono che l’attaccamento alla causa debba essere ragione sufficiente per fare informazione senza uno stipendio. E sbagliano di grosso: non siamo giornalisti ambientali per carità cristiana. Siamo professionisti. I costi “occulti” di ognuno dei 200 pezzi di questo magazine pesano sul mio budget e ne definiscono i limiti. Tradotto: condizionano le mie opportunità di fare ricerca e quindi di fare buona informazione.

Se pensi anche tu che questi 200 pezzi siano un lavoro dannatamente buono; se anche tu, come me, pensi che aver scritto 200 pezzi sia un traguardo non proprio da tutti; se credi anche tu, esattamente come me, che il giornalismo da scrivania sia finito e che questa nuova era, per quanto confusa e sconclusionata, sia una fantastica opportunità per andare là fuori e provarci sul serio, visto che ne abbiamo anche un gran bisogno; se stai tentando, e siamo in due, a costruire un business on line e sai quanta dedizione, coraggio e ispirazione occorra. Allora, se tutte queste affermazioni ti riguardano, dona oggi a Tracking Extinxction. 

Pensavo a lettori come te, quando mi sono buttata in questa avventura 200 pezzi fa. 

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Il Sudafrica vieta l’allevamento di leoni in cattività

Il Sudafrica ha una popolazione di leoni in cattività che potrebbe contare 12mila individui. In aggiunta ai dilemmi etici sul destino di questi animali, molti conservazionisti ritengono che i leoni allevati rappresentino una minaccia genetica anche per i leoni selvatici.

Il Sudafrica vieta l’allevamento in cattività dei leoni. Il 2 maggio scorso il Sudafrica ha compiuto un passo importante verso il bando totale dell’allevamento in cattività dei leoni. Il Ministro dell’Ambiente, Barbara Creecy, ha rilasciato una dichiarazione ufficiale a integrazione della presentazione pubblica dello High Level Panel Report, una indagine estremamente approfondita sulla “wildlife economy” del Paese da lei richiesta nell’ottobre del 2019. Il Panel aveva il compito di descrivere nel dettaglio le attività economiche attorno alla caccia su predatori cresciuti in cattività (canned hunting), l’allevamento, il commercio di parti del corpo, e la gestione in strutture ad hoc, di elefanti, leoni, leopardi e rinoceronti. L’impegno del Governo, quindi, va ben oltre lo spinoso problema, diventato un caso internazionale, dei forse 12mila leoni tenuti in facilities dalla dubbia reputazione, destinati, una volta macellati, al lucroso mercato della medicina tradizionale cinese.

Stavolta, vagliando le posizioni ufficiali, le reazioni delle Ngo impegnate da anni contro lo sfruttamento biologico dei leoni, e lo Executive Summary del Panel Report si ha la sensazione che il Sudafrica abbia deciso di prendere molto sul serio il proprio ruolo di “global leader in conservation”. In questa definizione, ormai, rientra anche la wildlife economy, cioè i molteplici modi in cui il Paese ha messo a profitto il suo immenso capitale biologico, di cui i big five sono la punta di diamante. 

Alla fine di un enorme lavoro di consultazione, che ha analizzato 70 analisi specifiche preparate da specialisti di alto profilo scientifico, economico ed esperti nelle relazioni etniche tra le molte comunità della nazione, il verdetto sui leoni è chiaro: “il Panel ha preso in esame tre differenti approcci sui leoni in cattività: per la maggioranza in futuro il Sudafrica non dovrà allevare leoni, tenerne in cattività o usare leoni in cattività e il loro derivati a scopo commerciale”. 

Due anni fa, il rapporto The economics of captive predator breeding in South Africa, commissionato dalSouth African Institute of International Affairs (SAIA), calcolava che il danno di immagine causato dalla caccia su commissione su leoni allevati potrebbe far perdere alle casse dello Stato 54 miliardi di Rand nel prossimo decennio, con un declino del volume di turisti del 44,9%. Secondo BORN FREE FOUNDATION nel Paese ci sono 6000-8000 leoni in cattività. La cifra esatta è sconosciuta. 

Sulla base di quanto emerso dal Panel, il Ministro Creecy ha quindi dichiarato: “Il Panel ha evidenziato che l’industria dei leoni tenuti in cattività pone rischi alla sostenibilità della conservazione dei leoni selvaggi, rischi che provengono dall’impatto negativo sull’ecoturismo che finanzia la conservazione del leone e la conservazione in senso più esteso, dall’impatto negativo sulla caccia vera e propria in condizioni selvatiche (autentic wild hunting industry), nonché il rischio che il commercio di parti di leoni rappresenta come stimolo al bracconaggio e al traffico illegale. Il Panel raccomanda dunque che il Sudafrica non allevi più leoni in cattività, non tenga più leoni in cattività o usi parti dei leoni e loro derivati a scopo commerciale. Ho chiesto al Dipartimento di agire in accordo a queste osservazioni e di assicurare le necessarie consultazioni perché  sia condotta una loro implementazione”. 

Creecy ha inoltre chiarito che questo passaggio, l’adozione di una visione aggiornata sul captive breeding, va inserito nel contesto più generale della “economia basata sulla biodiversità”, in cui il Sudafrica ha negli ultimi venti anni messo in piedi un modello unico al mondo: “ora che queste raccomandazioni sono state approvate, e sono quindi pronte per essere implementate, andranno a costituire un cambiamento significativo, con i conseguenti vantaggi per la nostra posizione e reputazione. Fondamentale per la trasformazione del settore è dare rinnovato vigore alla economica della biodiversità attraverso un focus sull’ecoturismo che ruota attorno ai Big Five e alla vera caccia ad esemplari selvatici. Lavoreremo in collaborazione con il Dipartimento del Turismo per riuscirci”. 

Il Ministro ha di fatto annunciato una ristrutturazione per intero del settore della wildlife economy: “Credo che questo rapporto fornisca una piattaforma di lavoro non soltanto per raggiungere una chiarezza nelle politiche attuative, ma anche per sviluppare un New Deal per le persone e per gli animali selvatici in Sudafrica”. 

In questo New Deal dovrebbero funzionare, su di un piano non meno giuridico che pratico, le raccomandazioni uscite dallo High Panel: lo sviluppo di una visione chiara e condivisa (sul ruolo della wildlife nel futuro economico e sociale del Sudafrica); una base legislativa adeguata, in molti casi da scrivere ex novo (mancano riferimenti legislativi ben definiti sul benessere degli animali, fermi al 2004, così come non  ci sono norme e standard per i controlli nelle strutture di allevamento e per la riabilitazione degli animali, mentre proliferano i conflitti nell’applicazione della legge tra distretti regionali e governo centrale); la valorizzazione delle comunità che vivono a stretto contatto con le specie selvatiche, in prossimità di riserve e aree protette, e che però ne ricevono pochissimi benefit economici (oggi la maggior parte della terra destinata alla wildlife è in mano a proprietari bianchi o di proprietà dello Stato); la fine di “pratiche disumane e irresponsabili” che danneggiano seriamente la “reputazione del Sudafrica”. 

Forte, tra gli attivisti, e nel mondo della ricerca sui grandi felini, la soddisfazione per una decisione non scontata, e attesa da almeno un decennio.

Paul Funston,  Senior Director del Lion Program di PANTHERA CATS, uno dei massimi esperti della Panthera leo melanochaita, il leone del Kalahari nell’estremo nord del Sudafrica, ha sottolineato in un comunicato stampa che la svolta del ministro Creecy è a favore di tutte le popolazioni di leoni rimaste sul continente: “Salutiamo con favore l’evidenza che lo High Panel Level è sintonia con le crescenti prove che mostrano che l’allevamento in cattività dei leoni non contribuisce alla conservazione dei leoni selvaggi e che il commercio legale di parti del corpo di questi leoni rischia di funzionare da stimolo per la domanda di derivati del leone e del traffico illegale, un rischio ancora più grande per le popolazioni di leoni ancora wild del Sudafrica e per le popolazioni wild, vulnerabili, in tutti i Paesi in cui il bracconaggio è in crescita.

Adottando le raccomandazioni dello High Level Panel, attraverso il prossimo passaggio, fondamentale, di renderle definitive entro una cornice giuridica, il governo del Sudafrica farà la scelta razionale e saggia di investire sulla sua wildlife e sul futuro, infondendo nuova vita alla economia nazionale e all’ecoturismo focalizzato sul leone, restaurando così la reputazione del Paese come simbolo degli straordinari leoni della nazione e del continente. Il percorso verso questa trasformazione richiederà un impegno convinto con la scienza e con politiche di conservazione formate sulle evidenze scientifiche”. 

Ian Michler di BLOOD LIONS, raggiunto via email, esprime uguale ottimismo e sorpresa : “è davvero un salto di livello nel modo di pensare il problema. Certo, ci sono ancora molte preoccupazioni, però dobbiamo celebrare la volontà del Ministro di chiudere con l’allevamento in cattività e lo sfruttamento dei predatori. Speriamo che questo sia l’inizio della fine per la caccia controllata (canned hunting), il cube petting (ndr, il turismo che permette di coccolare, nutrire con il biberon e giocare con i piccoli di leone nati in cattività) e il traffico di ossa”. 

Smaragda Louw, di BAN ANIMAL TRADING, la Ngo che nel 2018 aveva pubblicato il rapporto “The Extinction Business” e da anni denuncia lo sfruttamento biopolitico delle risorse biologiche del Paese, sentita via email: “noi pensiamo che l’essenziale c’è. È un grande passo nella giusta direzione e un modo di intendere la questione, per come è stato presentato, che non deve essere preso alla leggera, considerate le implicazioni economiche insite nella fine di un business del genere”. 

Più cauti alla EMS Foundation, altra Ngo di peso in Sudafrica, in prima linea sulla questione dei leoni in cattività. In una dichiarazione ufficiale si legge: “salutiamo con cautela la dichiarazione del Ministro secondo cui l’allevamento, l’accudimento turistico e la caccia di leoni nati in cattività, nonché il commercio di loro derivati, non rientra nella linea del Governo. È dal 2018 che il Governo afferma di non volere questa industria, da quando cioè il Parlamento accettò le conclusioni del Portfolio Committee on Enviroment che chiedere la chiusura dell’industria dell’allevamento e la fine del commercio di ossa di leone. Pur non contestando il bisogno di ulteriori passaggi procedurali e la effettiva adozione di una politica che metta fuori legge l’industria, quello di cui abbiamo bisogno è di passare all’azione. E quindi chiediamo con urgenza al Ministro di prendere misure correttive rapide e di intraprendere passi concreti in modo che questa industria aberrante sia chiusa una volta per tutte e senza escamotage”. EMS aggiunge anche che i leoni non sono gli unici predatori in gabbia, in Sudafrica: nessuno sa con esattezza quante tigri, ad esempio, ci siano nelle fattorie. 

La campagna della EMS Foundation per un Sudafrica senza leoni in gabbia, allevati in cattività e destinati al macello
(Campagna EMS Foundation contro il captive breeding, Facebook)

EMS fa riferimento a quanto successo negli ultimi due anni, quando le speranze di una presa di posizione forte da parte del Governo sono state sistematicamente disattese. Il 6 agosto 2019 l’Alta Corte di Giustizia di Pretoria aveva emesso una sentenza storica di importanza costituzionale prendendo posizione contro l’allevamento in cattività. La sentenza definiva infatti “illegali e anticostituzionali” le quote di esportazione di carcasse di leoni stabilite dal Governo per il 2017 e per il 2018, rimarcando il fatto che il Dipartimento per gli Affari Ambientali (DEA) aveva mancato nel garantire il benessere dovuto ai felini tenuti negli allevamenti.

Un anno prima, tra il 21 e il 22 agosto 2018, il Ministero aveva ospitato una audizione di due giorni sull’allevamento in cattività dei leoni. Il successivo 12 novembre il Portfolio Committee on Enviroment si diceva pronto ad adottare il report finale uscito da questa audizione ( Colloquium on Captive Lion Breeding for Hunting in South Africa: harming or promoting the conservation image of the country) e inviava al Ministero degli Affari Ambientali una raccomandazione: “ il Dipartimento degli Affari Ambientali dovrebbe, sotto il profilo dell’urgenza, iniziare misure politiche e una revisione dell’allevamento in cattività dei leoni per la caccia e il commercio di ossa, tenendo come obiettivo di porre fine a questa pratica”. L’allora Ministro dell’Ambiente ad interim,  Derek Hanekom, scriveva su Twitter: intendo formare un gruppo di lavoro per rivedere le politiche e la legislazione su un certo numero di questioni collegate all’allevamento di animali, alla caccia e alla loro manipolazione. Il Dipartimento sta attualmente preparando i riferimenti e i termini’.”

Leggendo l’Executive Summary del Panel emerge l’intenzione di inserire la revisione della bio-economia del Paese in una cornice giuridica aggiornata, in parte ancora da scrivere, che però sia coerente con il dettato costituzionale, che molti, finora, hanno avvertito come tradito. L’articolo 24 della Costituzione, che impegna la società civile a mantenere intatto per le generazioni future il patrimonio naturalistico del Sudafrica, è già parte del Piano Nazionale di Sviluppo al 2030 (National Devolopment Plan, NDP 2030): “il Paese deve proteggere l’ambiente naturale in tutti i suoi aspetti, lasciandolo alle generazioni a venire in condizioni almeno identiche, per valore”.  Con il passaggio del 2 maggio si è implicitamente riconosciuto che l’allevamento in cattività di leoni, leopardi, rinoceronti è incompatibile con l’ispirazione e la visione della Costituzione.

D’altronde, l’Executive Summary è anche un documento di ampio orizzonte, che riconosce la complessità della situazione, in cui una industria priva di costrizioni morali e di vincoli scientifici è proliferata in modo abnorme negli ultimi 20 anni facendosi forte di una legislazione altamente insufficiente. 

Il “modello Sudafrica” contiene e presuppone la wildlife economy. Questo significa che il Paese ha aree protette e parchi nazionali che appartengono allo Stato, un numero notevole di riserve private in cui la conservazione degli habitat e della fauna è prioritaria e infine una costellazione di ranch, fattorie e strutture per l’allevamento che, su più livelli, si intersecano con la cornice più accreditata della conservazione ambientale ufficiale. Tutte e tre queste tipologie di luoghi deputati ad avere a che fare con specie simbolo sono inserite in schemi economici che, sul fronte dell’allevamento in cattività, hanno assunto le dimensioni di una industria. Per questo la wildlife economy è ormai parte del sistema produttivo del Paese : uscirne significa rimodulare l’idea complessiva che il Sudafrica ha del mantenimento della sua natura selvaggia, delle faune autoctone e del modo in cui questo stesso patrimonio biologico deve essere amministrato. 

Questo significa anche che la conservazione deve essere economicamente sostenibile e inclusiva: deve poter generare profitti, che poi ricadono sulle comunità rurali che vivono a stretto contatto con la wildlife e che, in un circolo virtuoso, sostengano le stesse aree protette. Le riserve, i parchi nazionali, le porzioni di territorio non statali devote alla conservazione hanno bisogno di risorse economiche. Anche nella prospettiva di un loro ampliamento, quando cioè si decida di non destinare all’agricoltura o all’industria enormi estensioni di territorio. 

Si legge infatti nello Executive Summary: “considerando che il Sudafrica è un Paese in via di sviluppo con davanti a sé immense sfide socio-economiche, abbiamo bisogno di comprendere il ruolo e il contributo che il settore della wildlife riveste nel Prodotto Interno Lordo, nello sviluppo socio-economico, nella conservazione, nella protezione e nel benessere della società e dell’ambiente nel loro complesso (…) il Sudafrica è un leader mondiale nella conservazione delle porzioni di territorio di proprietà non dello Stato, laddove promuove la conservazione  devolvendo i diritti di proprietà e i diritti di uso delle risorse per assicurare che la wildlife sia una opzione di uso del territorio economicamente competitiva, in grado di mettere fuori gioco opzioni di uso del territorio meno desiderabili (come il rewilding). Questo ha portato and una molteplicità di usi del territorio costruiti sulla wildlife, che vanno dalle aree protette statali e private, ai grandi ranch per specie selvatiche, alle strutture per l’allevamento intensivo, ai santuari, ai centri di riabilitazione (…) senza combinare i due modelli della conservazione pubblica e privata il settore della wildlife e la conservazione sui grandi spazi è a rischio di declino in termini di restringimento dello spazio ad esso concesso e di riduzione dei finanziamenti”. 

Il documento illustra dunque alcuni punti nevralgici dello sforzo giuridico che è necessario mettere in movimento per riscrivere i limiti, gli scopi e i confini etici dell’uso delle risorse biologiche del Sudafrica. 

La visione su cui lavorare, innanzitutto: “paesaggi (landscape) sicuri, ripristinati, di nuovo selvaggi con popolazioni prospere di elefanti, leoni, rinoceronti, e leopardi, come indicatori di un settore wildlife vivo, responsabile, inclusivo, trasformato e sostenibile”. 

Tenendo ferma la Costituzione come principio base, occorrerà chiedersi “come il benessere degli animali si collega all’articolo 24 della Costituzione, se l’uso sostenibile è, di fatto, un diritto, se il diritto di proprietà e i diritti culturali sono anch’essi da considerarsi inclusi nell’articolo 24”.

Ci sono interrogativi al confine tra etica, diritto, economia ed ecologia: “la proprietà delle specie selvatiche e della terra; il concetto di “selvaticità (wildness)”, le diseguaglianze nell’accesso alle risorse naturali, la scarsa conoscenza dei costi ambientali nascosti, l’approccio ormai vetusto al conflitto uomo-animali selvatici, gli obiettivi della bio-economia, le quote di caccia, la addomesticazione di animali selvatici e quindi la compromissione del loro status selvatico, l’enorme bisogno di rafforzare le aree protette nel contributo che possono dare allo sviluppo socio-economico”. 

Sono questioni su cui, almeno questa è la sensazione, il Sudafrica è di nuovo, dopo la fine dell’apartheid, al centro dell’attenzione mondiale, perché ha l’opportunità di elaborare un sistema di interazione e coesistenza con la wildlife senza precedenti, per proporzioni e qualità delle scelte in campo. Come rileva lo stesso Summary, infatti, il Paese è costretto a rispondere agli impegni sottoscritti con i Trattati internazionali come CITES, ma deve anche risponde agli interessi contrapposti di gruppi di pressione e  interessi geopolitici interni ed esterni. La gestione del patrimonio biologico è, di fatto, una questione da cancellerie e diplomazie. Una sfida enorme, il cui potenziale, tuttavia, è altrettanto notevole proprio perché il Sudafrica vanta numeri biologici straordinari e potrebbe, nel tentativo di uscire dalla sue stesse contraddizioni, fungere da guida per il resto del mondo. 

Analogo ragionamento, in un anno, questo 2021, che si è aperto con il forte richiamo ad ascoltare le comunità indigene, native ed etnicamente svantaggiate per disegnare insieme il futuro del Pianeta Vivente, riguarda il coinvolgimento dei non bianchi nella stesura dello High Panel: “una attenzione particolare della consultazione è stato comprendere le preoccupazioni, i punti di vista, le opzioni, le aspirazioni e le opportunità sul tavolo per i membri delle comunità che vivono accanto alle specie iconiche. A questo scopo, il Panel ha incontrato la House of Traditional Leaders, il Congress of Traditional Leaders of South Africa, le associazioni dei Traditional Healer, People & Parks e ha condotto 6 incontri con le comunità che vivono adiacenti alle riserve con tutte e 5 le specie: nel Northwest, nel Limpopo Mpumalanga, Kwazulu-Natal e lo Eastern Cape. Durante questi incontri, il Panel ha invitato le autorità preposte a fornire la loro documentazione sulla conservazione e la gestione delle specie in queste riserve”. 

Infine, il  4 maggio, il Ministro Creecy ha detto a SAfmRadio: “è importante che noi si prenda le distanze dalle pratiche di addomesticazione e di familiarità in cattività (habituation) con le specie iconiche”. Una dichiarazione che è molto di più di una ripresa delle sue parole del 2 maggio. Bisogna delimitare in modo rigoroso che cosa è selvaggio e che cosa è addomesticato, e questa distinzione deve avere una cornice legislativa. E questo perché il Sudafrica non può più permettersi di ignorare che cosa significhi una sub-popolazione di leoni che conta forse 12mila individui, geneticamente imparentati e quindi compromessi.

A gennaio 2020 la South African Hunters and Game Association insieme ad un gruppo di ecologi e biologi  aveva pubblicato il documento “The implications of the reclassification of South African wildlife species as farm animals”: “a causa della mancanza di trasparenza e di dettagli, non sappiamo effettivamente come queste specie saranno gestite e, perciò, quali saranno le implicazioni ecologiche. L’approdo finale e logico di questa legislazione è tuttavia che noi avremo 2 popolazioni per ciascuna specie: una selvatica e una addomesticata. A nostro parere mantenere questa distinzione sarà molto costoso, ammesso che si riveli possibile. Quindi, le varietà addomesticate di animali selvatici rappresenteranno una nuova minaccia, di tipo genetico, per le faune selvatiche indigene del Sudafrica, minaccia che a quel punto sarà virtualmente impossibile prevenire o rendere reversibile”. 

A riprova che le implicazioni genetiche di pratiche spericolate di abuso di alcune specie selvatiche non sono né innocue né politicamente neutre. Il Sudafrica ha molto da perdere, ma ancora più da guadagnare dalla sua “lion politics”. 

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L’ambientalismo nell’era della post verità

The Truth about Nature di Bram Büscher è un libro di denuncia sull'illusione che le piattaforme social servano davvero per comprendere lo stato di crisi della natura e delle specie animali

Siamo davvero sicuri di condividere sui social media informazioni sullo stato reale della natura? L’enorme abbondanza di dati che confluiscono dentro i nostri account, e che ci spingono a postare senza posa appelli urgenti per salvare specie in pericolo o denunciare lo sfruttamento di foreste e oceani, restituisce una rappresentazione attendibile di quello che sta succedendo al Pianeta? E soprattuto, queste informazioni arricchite da migliaia di like ci servono per dire in faccia al potere costituito che le cose devono cambiare, e in fretta? Bram Büscher, professore di Sociology of Developement and Change alla Wagenigen University (Olanda) e visiting professor alla University of Johannesburg, pensa di no. E argomenta la sua tesi, frutto di ricerche e interviste durate quasi un decennio, in un libro brillante e intelligente, oltre che equilibrato, appena uscito con la University of California Press: “The Truth about Nature”, la verità sulla natura. Un saggio che ogni ambientalista convinto dovrebbe leggere, soprattutto se nutre un vibrante ottimismo nelle possibilità di mobilitazione civile e politica dei social media e del dire ad alta voce, su Facebook o su Twitter, la “verità” sulle condizioni ecologiche della biosfera. 

L’analisi di Büscher non risparmia neppure il mondo della conservazione e della protezione della natura, e francamente si sentiva il bisogno di un discorso competente e critico di questo tipo. Nell’ultimo decennio, infatti, abbiamo assistito al sorgere della “plattform conservation”, ossia della “rapida integrazione delle azioni finalizzate alla conservazione, il fundraising, la sensibilizzazione, l’educazione ambientale e l’implementazione di tutto questo dentro le piattaforme dei nuovi media”. Non c’è ormai soggetto impegnato nella protezione della natura, di qualunque tipo, che non abbia una intensa attività di comunicazione sui social media (e uffici preposti a questo compito, con gente che lavora anche durante i weekend per alimentare i feed), e che vi si affidi per innescare un cambiamento radicale nella nostra gestione delle risorse biologiche della Terra. Ma le piattaforme nascondono una trappola micidiale: sono la quintessenza del “plattform capitalism”, ossia della forma iper-moderna assunta dal capitalismo globale grazie all’affermazione di modelli di business come Facebook, Google e Twitter. L’intero loro funzionamento è costruito sull’accantonamento di dati grezzi, che vengono poi elaborati da algoritmi  e rimessi in circolazione come valori di scambio. In questo ecosistema nulla ha importanza se non il dato in sé, la sua abbondanza infinita e la sua capacità di sintonizzare il pubblico sullo stimolo di fornire sempre nuovi dati. C’è quindi un circolo vizioso tra la pretesa degli ambientalisti di dire la verità sulla natura usando i social media e il carattere genetico di queste piattaforme, i loro scopi e i loro obiettivi, un circolo vizioso, scrive Büscher, “imbevuto di potere economico e politico, che funziona su più livelli. Condividere la verità sulla natura sui nuovi media online per fronteggiare la post-verità ha l’effetto non intenzionale di rinforzare proprio le dinamiche strutturali che sono responsabili per la crisi ambientale”. E questo perché “il capitalismo delle piattaforme, così come si esprime sui social media, conduce gli ambientalisti dentro una certa economia politica e le sue logiche. Questa politica economica prospera sulla condivisione, la co-creazione e la individualizzazione di prodotti e informazioni online, inclusi la verità e la natura, trasformandoli in dati che sono beni di consumo”. Condividere quindi montagne di foto, dati scientifici, video di denuncia sui social media fa il gioco del capitalismo maturo e inchioda le organizzazioni dedicate alla conservazione a servire la costruzione (co-creazione) di una narrativa virtuale di enorme appeal in cui la verità è del tutto ininfluente. Anzi, per definizione “le piattaforme, in quanto apparati di estrazione di dati, sono, letteralmente, post-verità”.

Per questo, The Truth about Nature è un libro contro ogni forma di ingenuità ambientalista e di ambientalismo dogmatico. Che noi possiamo cambiare il mondo usando i social media, e in meglio a favore della natura. Che noi possiamo mettere a soqquadro il capitalismo, usando i social media, e quindi porre fine all’ipersfruttamento della natura. Che possiamo diventare protettori degli animali, semplicemente interagendo e condividendo contenuti on line. Scorrendo Facebook e Twitter, ma anche Youtube, sembra anche questa “natura” così discussa e amata dal pubblico sia oltre tutto perfetta: lo specchio selvaggio di quella giustizia assoluta, spontanea, che non troviamo nel mondo umano. A dover essere salvata è quindi una natura assoluta, intonsa, priva di ogni contatto con gli esseri umani. Prevale, insomma, il rifiuto della constatazione, secondo Büscher, che “la natura è una entità biofisica e sociale”. 

Ho parlato del suo libro direttamente con Bram Büscher, in collegamento ZOOM dal Sudafrica. Può The Truth about Nature essere letto come uno strumento contro una simile ingenuità ? “In qualche modo questo è vero, ma il focus primario del libro non è smantellare, o smontare, l’idea della natura selvaggia, di questo costrutto concettuale, intesa come qualcosa di puro e di purificato da ogni sorta di male. Un’idea che di certo è stata molto attraente, in molti modi. Credo anche che questa idea stia diventando ancora più seducente, oggi, perché il mondo è entrato in una fase storica di estrema confusione e di insicurezza. Il libro parte da qui: una analisi epistemologica che spiega come l’intera biodiversità sia un costrutto, un discorso sociale. Tutto in natura è pensato e quindi mediato e costruito, anche se non ogni cosa è mediata nello stesso modo e ci sono molte sfumature. Se la storia viene inserita nel ragionamento, e presa in considerazione, ecco che allora ci troveremo ad avere tra le mani qualcosa che ci consentirebbe di parlare della natura dinanzi al potere in una maniera che sia più coerente con la natura stessa. Per cambiare il mondo, in altre parole, noi dobbiamo capire come è il mondo, ossia come funziona il potere a cui vogliamo parlare della natura e in cui va formandosi il discorso sulla natura”.

Molti Europei, e moltissimi Occidentali, condividono contenuti sull’Africa e sulla natura partendo da un presupposto emotivo rigoroso, ossia l’idealizzazione dell’Africa. Da secoli i luoghi selvaggi sono lontanissimi dal loro immaginario, dalla loro vivida esperienza. Ma la conservazione 2.0, sostenuta e alimentata dal gioco dei social media e delle piattaforme, può contare anche su una condizione sociale ancora più diffusa. Praticamente nessuno nel mondo occidentale ha ricevuto una formazione scolastica in cui avessero una parte importante anche le civiltà africane. La polemica attorno alla questione delle opere d’arte africane trafugate in epoca coloniale e custodite nei musei europei, dimostra quanto profonda sia la distanza tra la realtà culturale delle nazioni africane e la percezione che ne hanno in Occidente le persone comuni, le stesse che postano foto di safari su Facebook e Instagram. L’etnografia rimane ancora una esperienza accademica del patrimonio culturale universale africano. La conservazione e la questione della natura seguono a ruota. Questi sono pregiudizi psicologici, che agiscono inconsciamente, ma favoriscono anche il “capitalism plattform”: “Sicuramente questo riguarda il ruolo dell’Africa nell’immaginazione globale. L’Africa, insieme all’Amazzonia, come l’ultimo posto al mondo con animali magnifici. Come dico sempre, se pensi di salvare gli animali, rifletti sul fatto che sei l’ultimo di una lunga lista di persone che negli ultimi 300 anni sono venuti in Africa pensando di salvare l’Africa dagli Africani. La crisi del bracconaggio contro il rinoceronte è secondo me l’esempio principe di come i cittadini del web, i netizen, vogliano e sentano di essere parte dell’Africa condividendo una narrativa”.

Il bracconaggio sui rinoceronti del Kruger National Park in Sudafrica comincia nel 2007 e diventa quasi subito un “caso internazionale”, perché negli anni successivi innesca una tempesta di attivismo social che Büscher chiama “la politica dell’isteria”. La caccia illegale per il corno di rinoceronte, soprattutto sui Gruppi Facebook, viene riscritta in un copione dove “i cattivi e gli eroi sono facilmente distinguibili e dove il male incarnato dal bracconaggio sul rinoceronte è nettamente separato da ogni circostanza storica di contesto, che invece ha ampiamente contribuito proprio al generarsi di questa crisi”, spiega Büscher nel libro. Le sue ricerche hanno portato in primo piano il fatto che la maggior parte dei netizen che condivide peana per gli “eroi” della lotta a mano armata contro i bracconieri è composta da bianchi: “a difendere e proteggere i rinoceronti dovrebbe essere lo Stato, ma i discorsi online mostrano chiaramente che molti bianchi sentono che lo Stato fallisce miseramente nel suo compito. E allora queste persone si cercano altri protettori per gli animali, qualcuno che sia davvero capace di prendere il controllo di una situazione fuori controllo”. E passare all’azione da soli vuol dire scrivere post sempre più violenti, aggressivi, convinti.

La  vicenda sudafricana del corno di rinoceronte ha insomma dato una mano all’idea della “fortress conservation”, cioè la protezione degli spazi selvaggi attraverso una feroce separazione dal resto del territorio. Büscher svela i retroscena ideologici di questa politica. In Sudafrica, i parchi nazionali come il Kruger sono stati inaugurati attraverso l’espropriazione della terra agli africani nativi. La perdita del controllo politico seguita allo smantellamento dell’apartheid ha lascito un sentimento di frustrazione in una certa parte della società bianca. E così la malinconia per la wilderness, la natura selvaggia purificata di ogni essere umano fatta eccezione che per gli avventurieri bianchi, è filtrata nel senso di appartenenza e di struggimento post-moderno che l’industria del turismo, anch’essa bianca, continua a impiegare proprio online. “Il Kruger simbolizza non soltanto un mondo perfetto composto di animali, ma anche una perfetta separazione tra uno spazio controllato dove ogni cosa è al suo posto e un mondo esterno al Kruger, caotico, che sembra fuori posto e fuori controllo”. La crisi del corno di rinoceronte, postata milioni di volte come “out of control”, è quindi un discorso stratificato di pregiudizi coloniali, razzismo e distorsioni dell’immaginario prodottesi in un contesto storico molto preciso. 

Ancora più surreale è la vicenda dell’Elephant Corridor, un crowfunding da quasi 500mila dollari organizzato nel 2010 sulla piattaforma di online charity pifworld.com su mandato di Peace Park Foundation, una Ngo sudafricana cui aderiscono molti milionari del Paese. Migliaia di persone comuni hanno pensato di poter ottenere, senza nessun negoziato governativo e al di fuori di qualunque cornice di governo, l’apertura di un corridoio transfrontaliero per la migrazione centomila elefanti tra Botswana del nord, (Chobe NP) Namibia nord occidentale (Caprivi Strip) e Zambia meridionale (Kafue NP), all’interno dell’area protetta nota come KAZA – Kavango Zambesi. Una situazione anche paradossale, in cui un gruppo considerevole di netizen senza nessuna formazione specialistica in ecologia, biologia o conservazione dei grandi mammiferi pretendeva, con la propria donazione, di avere voce in capitolo nella gestione di una porzione di territorio sotto la sovranità di 3 nazioni africane. Il corridoio non è mai stato realizzato, ma ha mobilitato, online, i buoni sentimenti di una folla di agguerritissime persone amanti degli elefanti africani. 

Questo dimostra che, anziché stare sulle piattaforme social, chi vuole davvero fare del bene alla biodiversità dovrebbe leggere giornali seri e accreditati? “Sì, una vicenda incredibile. Ricordo il funzionario di una Ngo del Botswana che se la prese con me, come se fossi stato io a innescare un effetto domino che non aveva alcun legame con la realtà. Una storia che è uno scherzo, una gigantesca ironia, ma piuttosto che considerare il possibile ruolo di magazine o media hub dobbiamo concentrarci su come funzionano queste piattaforme. La realtà per loro è spesso del tutto irrilevante. Le piattaforme competono tra loro per ottenere l’attenzione delle persone che sono intenzionate a compiere buone azioni. Il loro proposito, dunque, è strappare e mantenere questa attenzione, tenere le persone aggrappate all’idea veicolata dalla piattaforma, non importa quanto reale o meno. E per farlo, esse si servono di effetti strutturali, cioè di un funzionamento che intrinsecamente è progettato per eccitare l’attenzione. A riprova di questo, dobbiamo ammettere che possiamo trovare anche articoli giornalistici molto, molto validi postati su Facebook. Ma la piattaforma non ha alcun interesse nella loro qualità giornalistica. E non si tratta neppure di una attività di manipolazione diretta, è qualcosa di ancora più pericoloso: è la totale indifferenza nei confronti della verità”.

Büscher, infatti, insiste sulla opportunità di sostituire al concetto di “verità” nudo e crudo, inoppugnabile, molto in voga all’interno degli stessi gruppi ambientalisti, certi di postare la verità sullo stato delle natura attraverso i “fatti” contenuti in statistiche e dati numerici, con il concetto ben più articolato di “tensions truth”. La verità è uno stato di tensione permanente tra realtà complesse, definite dal contesto storico e dalla posizione sociale (positionality) dei gruppi umani, un terreno scivoloso che richiede comprensione delle cose e non solo conoscenza dei fatti: “Dobbiamo parlare di una metafisica della verità, che io intendo come ecologia politica della verità. Hannah Arendt ha spiegato la differenza tra conoscenza e comprensione. Ciò che rende la conoscenza dei fatti comprensione dello stato delle cose è un lavoro di riconoscimento del contesto, della storia (history) e del ruolo sociale subito dalla persone (positionality). Solo così possiamo investigare come funzionano le piattaforme rispetto, invece, ad una effettiva comprensione della realtà. Per loro la conoscenza coincide con la utilità delle informazioni: ciò che tu puoi usare. Non c’entra con la comprensione nel senso della Arendt.

Nel libro lancio un appello in nome della verità: la verità sulla natura è interamente legata alla comprensione e la comprensione significa che, quando parliamo di questioni ecologiche e di conservazione, ci muoviamo continuamente nello spazio tra la roccia solida e la sabbia scivolosa. La verità è qualcosa di solido e di incerto allo stesso tempo. Dobbiamo sempre essere critici, come dico nel libro, di fronte a qualsiasi pretesa di verità assoluta e del potere che ci sta dietro e non smettere mai di cercare la verità. Qui sta il legame tra ecologia e politica dal mio punto di vista: le cose non sono granitiche. C’è invece bisogno di instaurare un equilibrio tra la posizione sociale dei gruppi umani, il contesto e la storia. Bisogna capire la incessante tensione tra la conoscenza semplice e definita, i fatti, e, invece, la vita di tutti i giorni. D’altronde, va detto che la verità conta. Se niente fosse vero, non sarebbe possibile nessuna politica e nessun discorso al potere, perché l’intero discorso sociale si risolverebbe in uno sfogo di rabbia e indignazione, che è poi quello che vediamo al esempio su Twitter. Ma le piattaforme su cui postiamo questa rabbia sono indifferenti al messaggio: è per questo che usandole non otteniamo nulla contro il capitalismo, che loro stesse rappresentano e incarnano. La politica ecologica questo lo deve dire forte e chiaro, e deve anche trasformare questa consapevolezza in una opportunità”. 

Tra le tecniche utilizzate dalle piattaforme per innescare l’attenzione e avviare negli utenti una risposta istintiva sempre più avida di “verità” mirabolanti c’è il ricorso alla spettacolarizzazione della natura. A partire dagli anni ’50 i media hanno imparato ad assimilare sempre di più il documentario naturalistico alle sceneggiature del cinema drammatico, valorizzando narrazioni sentimentali che puntassero a mostrare scene epiche di sopravvivenza o violenza, caos o resistenza. I social media hanno portato questo bisogno di intrattenimento spettacolare all’estremo. Ma non solo perché un leone che abbatte la preda ottiene più click di un leone che dorme; la ricerca di contenuti naturalistici viene personalizzata (customize), limata dagli algoritmi. Alla fine, ciò che ognuno di noi “vede” della natura selvaggia non è la natura, ma un copione generato dagli algoritmi. Composto da capitoli selezionati apposta per gratificare i nostri gusti. 

“Per le piattaforme, la ricerca dello spettacolare è una forma di accumulazione di capitale”, commenta Büscher. L’esempio della App LATEST SIGHTINGS, che ha raggiunto un milione di followers su Facebook, lo dimostra nel modo più brutale: un gigantesco business nato su Youtube e fondato da un adolescente, Nadav Ossendryver, che aveva notato quanto “annoiati” fossero i turisti che uscivano da un safari al Kruger senza aver visto nemmeno un leone o un leopardo. Il suo canale video, e poi la sua App, collezionano le foto più degne di nota degli animali del parco. Un fantasmagorico riduzionismo 2.0: “qui il Kruger esiste solo attraverso le foto sensazionali ad animali altrettanto maestosi avvistati e immediatamente fotografati. La realtà è molto diversa. Quando le grandi cose non sono lì fuori davanti a noi, è allora che emerge il significato. Personalmente, ad esempio, quel che mi ha colpito più di tutto il resto al Kruger è l’odore del parco. Concentrandosi sugli odori viene fuori una percezione completamente nuova. Queste piattaforme ci hanno convinti che in un posto come il Kruger vedere sia la cosa più importante.

Ma la vista è solo una delle funzioni percettive con cui gli animali selvaggi, di cui vorremmo conoscere l’ambiente, avvertono  costantemente ciò che li circonda. Pensiamo ai leoni, tutti vogliono la foto del leone, ma il leone caccia di notte, quando la sua vista non è il suo miglior strumento. Ragionare invece sull’odore cambia radicalmente la tua percezione di un posto come il Kruger e quindi della cosiddetta wilderness. E allora io dico: possiamo forse postare l’odore di un parco nazionale su Facebook? Certo che no. Dedicando del tempo all’osservazione paziente delle cose, emergono nuove cose. Ma il focus delle piattaforme è sulla cosa singola, perché è quella che genera denaro. Perciò le persone sono portate a pensare: io ho bisogno di vedere un leone. Lo spettacolo comprime e riduce la realtà, ne assottiglia e semplifica le sfumature. È la società umana ad aver creato la necessità di una natura perfetta, giusta, equa. Prima della modernizzazione la natura era piuttosto cattiva, e anche minacciosa. La spettacolarizzazione veicolata dalle piattaforme alimenta questa distorsione”. 

Dal punto di vista della conservation2.0 lo show della natura selvaggia è però anche qualcosa di più. È una pericolosa, inconscia liason con il colonialismo, e cioè con la visione della wilderness come Eden. In Sudafrica, il Paese da cui il libro deduce i suoi maggiori esempi, i bianchi hanno sviluppato il loro sentimento di apparenza alla terra grazie alla conservazione, che ha funzionato però come espropriazione dei neri in nome della protezione della natura. La volontà, dunque, di preservare ciò che di selvaggio e di animale era stato risparmiato dalla modernizzazione, dall’industrializzazione, dall’esilio dalla natura, ha le sue lontane radici nella amministrazione razzista del territorio nazionale. La “verità sulla natura” online è inquinata dal colonialismo: “riconoscere il modo in cui funzionano queste cose, le piattaforme e i discorsi che vi proliferano sopra sulla verità della natura, è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno  per decolonizzare la conservazione.

Qui ci sono due dimensioni fondamentali. Il primo è che la conservazione comincia quando gli Africani nativi vengono trasformati in lavoratori salariati, che non possono più vivere delle terra, ma devono essere impiegati in fabbriche, industrie e attività manifatturiere. La conservazione nasce quando la terra viene svuotata dei suoi abitanti per fare spazio alle riserve. Questo è un punto assolutamente cruciale, che ho trattato anche in un mio precedente libro. Il secondo punto essenziale è, quindi, che la conservazione è stata una risposta al capitalismo e, contemporaneamente, una sua conseguenza. Sono due facce della stessa moneta”. 

Uno dei temi più caldi delle agguerrite discussioni on line sulla verità del Pianeta è la iper-demografia umana. Potrebbe essere anche questo un effetto di espansione artificiale di un problema che si presta perfettamente alle polarizzazioni tra bene e male su cui prosperano le funzioni matematiche che regolano il traffico sulle piattaforme? “La demografia umana è chiaramente un problema importante, non lo nego. Ma insistervi nasconde le vere cause delle questioni ecologiche. Troppo spesso si sentono ecologi affermare che gli Africani devono smettere di avere bambini. E sarebbe invece più corretto dire, che comincino le persone ricche nel cosiddetto primo mondo a  non avere più bambini. Trovo insomma terrificante e orribile che si dica in modo esclusivo alle persone nere e asiatiche (black & brown) di non fare più figli. Una simile impostazione non ha nulla a che vedere con l’ecologia.

Siamo cresciuti in modo esponenziale in tutto, pensiamo alle infrastrutture, alle strade, alle ferrovie. Ammettiamo invece che, su ogni fronte, noi dobbiamo de-crescere. Il senso di urgenza è comprensibile, anche quando si parla di annichilamento della natura. Ma non è corretto pensare agli esseri umani solo secondo il paradigma della sovrappopolazione elaborato dagli ecologi. Il nostro obiettivo, all’opposto, deve essere come raggiungere il potere con un messaggio ecologico. Non serve a nulla insistere sulla crescita della popolazione umana: le parole roboanti non ci forniscono soluzioni. Il nostro obiettivo, invece, deve essere come raggiungere il potere con un messaggio ecologista, come sfidare le regole e le regolamentazioni. In sintesi, come creare una sorta di piattaforma realmente politica in cui dare spazio alla politica ecologica”. 

Il libro di Büscher dimostra, in definitiva, che la più semplice verità sulla natura è che non ci può essere una realtà della natura senza esperienza diretta. Ma questa esperienza non è né un safari di lusso da cinquemila euro, né un viaggio in solitaria in luoghi remoti e intatti: è una profonda immersione nella complessità ecologica della storia umana, che ha trasformato la natura stessa in un discorso sociale, da sempre. Se da un lato stare nella natura è un esame di realtà indispensabile e a volte scioccante (Büscher racconta del sentimento di orripilante paura dei suoi studenti aggrediti dagli insetti nelle foreste tropicali del Sud America, bagnati fradici dopo una pioggia torrenziale e costretti a bivaccare mezzo congelati dal freddo), dall’altro è la comprensione del contesto storico e umano in cui questa stessa natura esiste accanto a noi il modo migliore per mettere a fuoco, un po’ meglio, il caos di dilemmi morali della nostra epoca. 

Büscher B., The Truth about Nature, UNIVERSITY OF CALIFORNIA PRESS.

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La deforestazione decima tutte le 550 specie di uccelli della Colombia

La Colombia è il Paese del mondo con il più alto numero di specie di uccelli
(Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

La deforestazione minaccia tutti gli uccelli della Colombia. Sono 550 specie di uccelli forest-dependent in drastica riduzione numerica. La Colombia è la nazione con la più grande varietà di specie avicole del mondo. La progressiva “evaporazione” degli uccelli della Colombia non riguarda soltanto le specie già classificate come minacciate o a rischio di estinzione, quelle, per intenderci, che corrispondono ai criteri della IUCN Red List.

La crisi di defaunazione è molto più pervasiva, ubiqua e nascosta e coinvolge ogni singola specie delle 550 la cui ecologia è interamente intrecciata con gli equilibri dei biomi colombiani: la foresta tropicale, la foresta sub-andina, la foresta Andina, la foresta a mangrovie e il subaparamo (una vegetazione endemica a piccoli arbusti, licheni e cespugli). Queste le preoccupanti conclusioni di un censimento appena pubblicato su BIOLOGICAL CONSERVATION (Deforestation and bird habitat loss in Colombia). 

“La deforestazione tropicale è spesso descritta in termini di territorio perduto o dei suoi impatti sulle specie di alto profilo. Noi abbiamo invece esaminato l’impatto della passata e probabilmente futura deforestazione sull’estinzione dell’habitat dell’intero assemblage di uccelli forest-dependent”, spiegano gli autori. “A partire dal 2015, delle 550 specie che dipendono dalla foresta quasi tutte (536, ossia il 96.5%) hanno perso habitat e il 18% ne ha perso il 50%”.

Per definire la portata del collasso è stato usato il Loss Index, un indicatore matematico che permette di misurare gli effetti combinati della rimozione di tutte le specie di un determinato gruppo all’interno di un certo habitat, e non soltanto di quelle già classificate su una scala di rischio di estinzione. I risultati sono sconcertanti: “il Loss Index per la Colombia è 35, il che significa che il 35% delle specie di uccelli hanno già perso almeno il 35% del loro habitat”.

Le prospettive non sono certo incoraggianti per i decenni a venire. Continuando sugli attuali tassi di deforestazione, il Loss Index della Colombia potrebbe assestarsi sul 43% entro il 2040. E il 30% delle specie che è verosimile perderà la metà del proprio habitat non rientra in nessuna delle categorie della Red List. Sono cioè specie di uccelli considerate, ad oggi, abbastanza numerose numericamente da non aver bisogno di un livello di protezione giuridica: “questo suggerisce che ci sono molte specie non listate che però fronteggiano una imminente minaccia di estinzione coerente con la perdita di habitat”.

Le conseguenze di una defaunazione lenta e pervasiva di questo tipo coinvolgono l’intera funzionalità ecosistemica. Come a dire che in Colombia è in corso una crisi silenziosa, che tra 30 anni sarà visibile su scale ecologiche multiple: l’impollinazione delle specie di alberi della foresta tropicale, la conseguenze capacità di stoccaggio del carbonio, le ricadute trofiche sulle specie di vertebrati e invertebrati. 

( Credits: @MemoGomezFoto Sony Ambassador)

L’importanza dello studio sta proprio in questo: “le misurazioni che vanno al di là del semplice conteggio di ettari perduti e della ricchezza di specie di un habitat sono necessarie per definire una fotografia attendibile delle implicazioni per tutti i gruppi di specie e in particolare per gli insiemi di gruppi che sono di interesse per la conservazione, come ad esempio le specie endemiche e i gruppi funzionali”. 

Questo significa guardare alla deforestazione con uno sguardo olistico. Spiega Pablo Negret Torres della University of Queensland, School of Earth and Environmental Sciences, co-autore della ricerca: “sappiamo che la deforestazione affligge migliaia di specie in questi ecosistemi, però la nostra attenzione è di solito focalizzata su una piccola frazione di esse, ossia le specie carismatiche e già minacciate. Questo studio, invece, offre dati su specie che si pensava fossero ancora abbondanti e che, invece, stanno di fatto diminuendo.

La speranza è che questo possa accendere una luce su di loro e che la minaccia possa essere presa in considerazione prima del crollo. Se non agiamo molte specie una volta diffuse finiranno estinte. La metodologia impiegata qui e le tecnologie che le stanno dietro ci consentono sin da ora di identificare i luoghi in cui verrà perso più habitat in futuro. Questo significa che possiamo fissare sulla carta i posti in cui le specie minacciate non avranno più habitat e fissare delle priorità per la loro protezione. In un Paese la cui diversità di uccelli è così in pericolo, sarebbe un bel vantaggio”.

La ricerca affronta infatti anche la questione di quali strategie mettere in campo per arginare la crisi. Servirebbe in Colombia una tassazione proporzionale all’estensione e al “potenziale produttivo” delle grandi proprietà, che favorisca i piccoli proprietari e li incentivi a lavorare su produzioni con un alto valore di biodiversità, come ad esempio la frutta locale endemica del Paese. “L’accaparramento della terra e le diseguaglianze sociali, l’allevamento del bestiame nei ranch, sono tutti fattori di deforestazione in Colombia, così come in tutta l’America Latina.

C’è bisogno di una maggiore pressione da parte della società civile per rendere i governi responsabili del tracciamento dei prodotti che generano maggiore perdita di foresta a monte, alle frontiere delle pratiche di deforestazione”, aggiunge Negret Torres. “e questo è il caso delle mandrie nei ranch e delle coltivazioni di cash crop, come la palma da olio. Chi genera deforestazione dovrebbe essere sottoposto ad un regime di tasse che coinvolge direttamente i produttori”. 

La deforestazione in Colombia è una minaccia di estinzione per specie di uccelli non ancora in Red List
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SarsCov2 un anno dopo. Cosa è bene ricordare

SarsCov2 inaugura una nuova epoca biologia

SarsCov2 inaugura una nuova epoca biologica. A un anno esatto dall’inizio della pandemia lo scenario sul futuro spalancato dal SarsCov2 è estremamente nitido. Non certo incoraggiante, ma quanto meno ben delineato. Sono proprio le notizie delle ultime settimane sull’affermazione di mutazioni molto efficienti nella struttura proteica del virus a far intendere i contorni del contesto ecologico globale ormai consolidato.

La nostra dipendenza coatta dalle misure di contenimento dell’infezione non è quindi una stagione transitoria e passeggera, che svanirà grazie alla vaccinazione di massa. Facciamo invece i conti con l’instaurarsi di una nuova realtà condivisa e globale: l’interferenza ecologica permanente, che è poi il succo dell’Antropocene, genera questo tipo di problemi.

Una volta scoperchiato il vaso di Pandora di una zoonosi altamente aggressiva gli effetti sistemici del disturbo ecologico diventano dominanti, pervasivi e definitivi. Ci dicono che lo shock economico indotto dal virus sarà ancora lungo. Ma questa è solo una valutazione approssimativa. Abbiamo varcato la soglia di sicurezza. Nessuno, dopo il 2020, potrà più affermare di non sapere che cosa succede in Antropocene quando la ferocia dei commerci, dell’uso delle risorse naturali organiche, dell’allevamento in batteria di migliaia di individui di centinaia di specie diverse raggiungono il loro acme. 

Quindi il bilancio del primo anniversario della pandemia impone alcune riflessioni di ordine biologico prima ancora che economico. 

Una zoonosi come il SarsCov2 non completa il suo “ciclo vitale” quando viene sconfitta dal vaccino, o dai vaccini, all’interno delle comunità umane che contano miliardi di individui. Il virus, ormai acclimatato fuori del suo ospite originario, ha trovato un enorme ambiente-mondo in cui continuare, silenzioso e indisturbato, la sua normale amministrazione.

Lo ha scritto NATURE lo scorso 2 marzo: “sin da quando il coronavirus ha cominciato a diffondersi nel mondo, gli scienziati hanno espresso la loro preoccupazione sul fatto che il virus avrebbe potuto passare dagli esseri umani agli animali selvatici. Se ciò avvenisse, il virus potrebbe annidarsi in diverse specie, avere la possibilità di mutare e quindi risorgere fra gli umani anche dopo che la pandemia sia stata domata.

Questo condurrebbe il SarsCov2 a completare il cerchio, perché gli animali selvatici probabilmente lo riporterebbero indietro negli umani. Forti evidenze suggeriscono che il virus ha avuto origine nei pipistrelli Rhinolophus, forse passando per altri animali prima di infettare le persone.

Nella fase attuale della pandemia, con centinaia di migliaia di infezioni confermate di COVID-19 ogni giorno, le persone sono ancora il vettore principale di trasmissione del SarsCov2. Ma negli anni a venire a partire da adesso, quando la diffusione all’interno delle comunità sarà stata soppressa, una riserva di SarsCov2 negli animali che si muovono liberamente potrebbe diventare una fonte recalcitrante di nuove fiammate di infezione”.

Che cosa questo potrebbe significare per specie selvatiche minacciate o già a rischio di estinzione è molto presto per dirlo. Ma sappiamo che tra i mammiferi, ad esempio, specie iconiche non sono immuni al virus: tigri, puma, leoni e leopardi delle nevi contano almeno un caso già accertato ciascuno di infezione, solo per rimanere nel campo d’azione dei big cat.

Tuttavia, l’allarme è già acceso anche per gli animali domestici: “gli animali selvaggi non sono gli unici ad essere finiti sotto osservazione. Alcuni studi hanno mostrato che il SarsCov2 può infettare molte creature domestiche e tenute in cattività, dai gatti ai cani (…) i focolai negli allevamenti di visoni indicano che gli animali infetti possono passare il virus agli esseri umani”. 

Bisogna essere molto chiari sulle implicazioni di meccanismi di interazione ecologica di questo genere. Intanto, essi dimostrano il livello e il tipo di coinvolgimento che ci lega ormai non solo alle faune rimaste selvagge sul Pianeta (il 4% del totale), ma anche ai nuovi assemblage artificiali di animali creati appositamente da noi: le popolazioni degli zoo (ad aprile 2020 furono testati e trovati positivi al virus 4 tigri e 3 leoni al Bronx Zoo di New York.

Lo scorso dicembre 4 leoni erano positivi allo zoo di Barcellona ), le specie addomesticate (i gatti, che vengono monitorati in uno screening in corso nel dipartimento di veterinaria della Texas Team A&M University, negli Stati Uniti), le specie in via di estinzione inserite in ambiziosi e controversi programmi di captive breeding (i gorilla di montagna al San Diego Zoo della California, di cui almeno un individuo era positivo un mese fa) e le specie di valore commerciale (legale e illegale) allevate in strutture specifiche e destinate alla caccia, ai macelli e al traffico di organi, pelle, ossa (i forse 10mila leoni del Sudafrica, le tigri delle tiger farms nel Sud Est Asiatico e in Cina), gli animali da pelliccia. 

La questione non è più quindi solo come trovare un modo per tenere sotto stretto monitoraggio possibili hot spot di nuove patologie ancora sconosciute; la questione riguarda anche come amministrare, dal punto di vista etico e sanitario, le popolazioni animali volute da noi esseri umani, che stanno accanto a quelle selvatiche ed amplificano i rischi globali di trasmissione zoonotica.

Ad essere entrata in crisi non è dunque soltanto la regolamentazione internazionale (che va riscritta, secondo molti osservatori) che definisce limiti e paletti del commercio di prodotti animali (a scopo alimentare e ornamentale), come CITES; in fibrillazione è l’intera convivenza con le faune, domestiche o meno, del nostro Pianeta, che abbiamo manipolato fino al punto da mettere in piedi convivenze spericolate sui cui effetti non sappiamo nulla. “La storia dei visoni e del COVID-19 ha confermato nei ricercatori i timori della prima ora – rimarca NATURE – e cioè che il virus può rifugiarsi negli animali in modi che sono difficili da prendere e da controllare e che da lì possono saltare e tornare indietro sulle persone”. 

E proprio questo fatto – il comportamento fluido e dinamico del virus – è della massima importanza per capire cosa accade, cosa è accaduto e cosa accadrà. Già un anno fa Telmo Pievani avvertiva che, da un punto di vista strettamente evolutivo, il virus risponde a se stesso in modo impeccabile. È quindi sbagliato, ancorché inutile, vedere nel SarCov2 un nemico orientato alla distruzione insensata della popolazione umana. Assistiamo, invece, ad un copione coerente con l’assetto generale della biosfera. L’enorme danno subito da noi Sapiens non è una spia della spietatezza dell’aggressore, quanto piuttosto della nostra miopia che tende a sopprimere i dati di realtà, analizzati dal discorso scientifico, a vantaggio della propaganda che ha come unico obiettivo la sottovalutazione, dinanzi all’opinione pubblica, della gravità della crisi ecologica. 

Ora una review sulla natura dei virus uscita su FRONTIERSIN propone un ulteriore allargamento del ragionamento: A place for virus on the tree of life. Per meglio intendere la minaccia che grava su di noi, e il nuovo contesto ecologico globale inaugurato nel 2020, bisogna prima capire come si collocano i virus nell’organigramma complessivo della vita, ossia lo schema fondamentale che rappresenta le ramificazioni, le interrelazioni evolutive e le parentele di tutti gli organismi del Pianeta.

Il dibattito è ancora apertissimo sulla domanda se i virus siano o meno esseri viventi, ma è certo che i virus sono in una relazione evolutiva con una molteplicità di organismi, uomini compresi, da milioni di anni: “i virus esercitano una pressione selettiva sulle cellule (ndr, dell’organismo aggredito) per evolvere contro-misure adeguate ad evitare l’infezione. Questo, a sua volta, forza il virus ad evolversi per evitare le strategie difensive dell’ospite”. Si tratta quindi di “una co-evoluzione dinamica e di lungo periodo, che nasce dalle interazioni ecologiche dei virus con le cellule ospite”. Di conseguenza “i virus sono entità biologiche che condividono una lunga storia evolutiva con gli organismi cellulari”. 

Il dibattito sulla natura dei virus serve a ridimensionare il nostro sentimento di strapotere sui meccanismi intrinseci alla proliferazione delle forme di vita, dalle più semplici alle più complesse. Nonostante l’enormità delle nostre conoscenze genetiche, moltissimo rimane da capire sul fenomeno biologico, nella sua essenza e origine: “è importante ricordare che le forme di vita macroscopiche (ndr, come i grandi mammiferi e i Sapiens) sono l’eccezione piuttosto che la regola quando consideriamo il numero di specie su questo Pianeta (…) non sappiamo ancora se la vita sia una categoria naturale definita dall’universo o se sia piuttosto una categoria artificiale creata dall’uomo”. 

Gli autori parlano dunque della “inseparabile natura delle cellule e dei virus”. I virus hanno bisogno della cellula ospite (e in particolare dei suoi ribosomi) per produrre proteine e attraverso questa forma di “parassitismo cellulare” immettono il loro materiale genetico in organismi multicellulari complessi. “I geni saltano attorno. Non soltanto passano da una generazione all’altra, ma possono anche muoversi all’interno delle generazioni, e qualche volta essere trasferiti da una specie ad un’altra. É un processo che chiamiamo trasferimento orizzontale dei geni, o HGT, che probabilmente è antico tanto quanto la vita stessa”, spiegano gli autori su FRONTIERSIN.

“Il trasferimento orizzontale dei geni è molto più massiccio nei batteri. Le specie di batteri acquisiscono e perdono geni rapidamente nel tempo evolutivo, portando a quella che possiamo definire una visione caotica dell’albero della vita. Osserviamo infatti che una specie non è una entità fissa, ma una collezione di geni che si scambiamo con altre specie come giocatori in una partita di calcio”. Anche i virus sono impegnati in una sorta di trasferimento orizzontale di geni, grazie alla loro tendenza a distruggere le cellule degli ospiti “adottando uno stile di vita più dormiente, la lisogenia, quando inseriscono il loro DNA dentro il genoma di una cellula infetta, riuscendo così a replicarsi insieme all’ospite attraverso la divisione cellulare”.

C’è dunque una solida possibilità che “i virus esistano almeno da quando esistette LUCA, il last universal common ancestor (il primissimo organismo primordiale che è l’antenato universale di tutte le forme di vita della Terra)”. L’albero della vita è quindi “infettato dai virus dalla radice alle foglie”. E per quanto riguarda noi Sapiens: “la storia non finisce qui. Almeno l’8% del genoma umana è composto da DNA virale. Veniamo infettati da quando siamo diventati umani. Alcune di queste infezioni hanno lasciato il segno. Ci sono prove che suggeriscono che la placenta dei mammiferi si evolse da una antica infezione virale! I virus sono molto più di nostri cugini. Sono una parte integrale della nostra identità, interconnessi con il nostro stesso DNA. Difficile pensare in un modo più inclusivo di questo alla vita sulla Terra”. 

Perché tutto questo è importante? Perché  la storia evolutiva del Pianeta dice che la nostra avventura con il Covid-19 non è una sventura estemporanea, invece, fin nei microscopici passaggi del metabolismo cellulare, risponde a logiche strutturali e antichissime. Le interferenze ecologiche profonde risvegliano, potenziano (con feedback imprevedibili) e riportano alla luce ciò che già c’era. La reazione adeguata agli eventi dell’ultimo anno non è dunque il rifiuto della realtà, che corrisponde al negare la catastrofe ecologica concentrando il focus sulla crisi sanitaria; è, invece, allargare l’intero spettro di analisi dell’epidemia e collocare la zoonosi nel giusto posto della nicchia ecologica globale. In cui convivono, a questo punto, il passato remoto della vita convive con il presente appena nato dell’Antropocene. 

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L’ecodogmatismo? Simile alla nostalgia per l’URSS

Gli ambientalisti dogmatici assomigliano ai nostalgici che non riescano ad accettare il crollo dell'Unione Sovietica.
(Credit: Simon Migaj)

L’ecodogmatismo? Simile alla nostalgia perl’URSS. Nelle ultime tre settimane i palinsesti televisivi hanno proposto ben due documentari sul crollo dell’Unione Sovietica. Herzog incontra Gorbacev, firmato da un veterano del cinema di altissimo spessore, come è, appunto, Werner Herzog, è un ritratto encomiastico di un uomo sconfitto dalla storia e incapace di autocritica.

Rocky – L’atomica di Reagan funziona, invece, come una analisi ironica, ancorché serissima, dello strapotere dei miti di Hollywood nel forgiare la politica contemporanea, i sogni della gente comune e quindi i canali attraverso cui scorre la linfa vitale del consenso a regimi consumistici e manipolatori.

Rocky divenne un mito anche in Unione Sovietica, dove il cinema americano era sostanzialmente proibito. Tra gli esperti di costume intervistati del documentario figura anche il celebre critico cinematografico Tom Shone, che arriva al centro della questione senza girarci troppo intorno. Secondo lui l’Unione Sovietica si disintegrò perché la sua dimensione psicologica collettivista, socialista ed egualitarista è un assurdo antropologico.

La gente ha fame di eroi, di individui singoli, solitari e coraggiosi, che riescono a emergere contro tutto e contro tutti. A fare soldi, a fare carriera, a vincere. Questa è la storia di Rocky. Lo dimostra il fatto che l’unica scena del cinema russo che tutti conosciamo è la carrozzina che scende la scalinata, abbandonata al moto inerziale della caduta, nella Corazzata Potiomkin di Eizenstein (1926). L’URSS era un gigante che poggiava su una concezione totalmente irrealistica dell’essere umano.

Penso che ci sia una forte analogia tra l’atteggiamento di chi, ancora oggi, si ostina a vedere nel modello sovietico una occasione mancata e l’ecologismo sentimentalista e dogmatico che domina il discorso sul Pianeta sui social media. Questo tipo di ecologismo ha una decisiva componente dogmatica, che non solo rifiuta di osservare il modo – schifoso, siamo d’accordo – in cui ragiona e sente l’individuo comune.

L’ecologismo dogmatico è avverso alla scienza e pretende di parlare di emissioni serra, estinzione delle specie animali, cambiamenti climatici e aree protette senza fondare le proprie opinioni sui dati scientifici in peer review.

É una disposizione d’animo, e una posizione intellettuale, che si è già rivelata nefasta, ma che persiste, alimentata dal funzionamento degli algoritmi dei social media, Facebook in testa, che spingono i post ad alto contenuto di lacrime, indignazione e stereotipi (sulla caccia, sul veganismo, sulle pale eoliche, sulle foreste). Gli ecologisti dogmatici non sono solo poco competenti sulle questioni ambientali, sono anche pericolosi. Sono degli agenti inconsapevoli della cattiva informazione.

I dogmatici che prendono di salvare ogni cosa (specie animali, porzioni di territorio, foreste, biomi, oceani), ignorando i dilemmi intrinseci ad ogni azione pianificata di mitigazione climatica e di conservazione biologica, non sanno nulla delle due leggi fondamentali del discorso ecologico nel XXI secolo.

La prima recita: niente è senza prezzo. Non esistono scelte in cui la bontà trionferà al 100%. Non esiste una fonte energetica che non ha impatto o non richiede materie prime, che sia il litio, l’acqua, il sole, il vento o il carbone. La Seconda legge dell’ecologia in Antropocene: negoziare il minore dei mali, sempre. E in mezzo, che ci piaccia o no, una immensa zona grigia.

Quindi bisogna scegliere a che tipo di informazione ambientale affidarsi. L’utopia, iper-reattiva sui social media, inconcludente perché radicata nell’emotività, che cerca solo conferme alle proprie convinzioni aprioristiche; oppure il giornalismo scientifico, che è fondato sulla ricerca, sui dati analizzati dai protocolli di validazione, sulle valutazioni interdisciplinari di problemi complessi, come sono tutti i problemi ecologici posti all’interno di una civiltà globale capace di elaborare cultura.

Il giornalismo scientifico ha ben chiare le contraddizioni della nostra epoca, ma non ha intenzione di ridurle a banali dicotomie bianco/nero, che, anziché spiegare la realtà, la occultano dietro semplificazioni manichee. 

Tracking Extinction appartiene a questa seconda tipologia di giornalismo, ve ne sarete accorti. Qui il dolore per la biosfera non è mai una buona scusa per sostituire una legittima afflizione ai fatti nudi e crudi, alle dinamiche biologiche ed evolutive, al racconto nitido della storia delle idee che riflette e rappresenta, lungo i secoli, l’avventura di noi Sapiens. 

È questo il metodo con cui, qui, si racconta il XXI secolo. Fare oggi una donazione a Tracking Extinction parla quindi di chi siete voi: persone certo in pena per il destino che ci attende, ma decisi a cercare soluzioni realistiche fondate non sui sogni, ma sulle evidenze forniteci dalla paleontologia, dalla biologia evolutiva, dalle scienze del clima e della Terra. Grazie !

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Quando il Giurassico incontra l’Antropocene

L'Othinielosaurus all'asta per Mirabilia, Galleria Cambi, Milano 25 febbraio 2021

Ci sono incontri inaspettati che acuiscono la prospettiva su un’epoca. Incontri che spuntano come elementi eccentrici di un tempo, il nostro, che pullula di meta-oggetti sempre più invischiati nella complessità ecologica dell’Antropocene.

In un incontro di questo tipo mi sono imbattuta ieri, a Milano, mentre passeggiavo in via San Marco. D’improvviso è entrato nel mio campo visivo un animale sconosciuto, sospeso ad un paio di metri dal bordo del marciapiedi, vivo, eppure immobile dietro il vetro di una delle vetrine di Cambi, rinomata casa d’aste la cui sede milanese sta, appunto, in via San Marco 22.

La lunga coda, sollevata in tensione per bilanciare il movimento del corpo, tradiva la natura della bestia. Un dinosauro lungo almeno un paio di metri, un animale ormai fatto soltanto di ossa, che in un batter d’occhio riusciva però a risucchiare il brulichio della strada nel vortice ipnotizzante del tempo profondo, il tempo della storia evolutiva del Pianeta. 

Simili effetti scenici sono di solito possibili nei musei di storia naturale. I reperti fossili, opportunamente esposti, trascinano i visitatori nel magnetismo del tempo geologico, che ci sfugge, ci seduce e ci fa anche paura. Qui c’era qualcosa d’altro. Lo scontro, lo stridore, lo shock del XXI secolo che recupera una specie estinta, la reinterpreta e le assegna così un nuovo ruolo. Le assegna una nuova bellezza. 

L’animale è un esemplare rarissimo di Othnielosaurus, un onnivoro proveniente dal famosissimo bacino Morrison del Wyoming, negli Stati Uniti, e risalente al Giurassico, mi spiega Jacopo Briano, esperto SFEP in Paleontologia e Storia Naturale per Cambi. Il bacino Morrison è un luogo privilegiato per i fossili dei grandi rettili del Giurassico. É uno strato sedimentario che copre una porzione dell’America del Nord dal Montana al New Mexico e che si formò tra i 148 e i 155 milioni di anni fa.

Il rettile sarà messo all’asta il prossimo 25 febbraio, insieme ad un nutrito gruppo di “mirabilia” , ossia di oggetti, alcuni contenenti anche animali come locuste, farfalle, uccelli, serpenti, spugne, denti, tutti inerenti alla scienze naturali. Una collezione di still life, di natura morta, di materiale organico inerte, silenzioso. 

Questo Othnielosaurus “è un esemplare molto raro, conosciamo la specie solo per resti frammentari. Era una specie che viveva in un ambiente lacustre. La sua particolarità è la struttura ossea interna dell’occhio che sosteneva il bulbo oculare. Questo conferisce al reperto una sorta di sguardo molto realistico. Lo scheletro è stato preparato da un azienda italiana di Trieste specializzata in ricostruzioni molto veritiere, con un effetto quasi drammatico”.

Un effetto dirompente, considerato che il solo guardare questo rettile dalla vetrina dà l’impressione che il Giurassico entri dentro l’Antropocene, costringendo due epoche lontanissime a fissarsi e a confrontarsi.

Ma chi è disposto a comprare uno scheletro di dinosauro e a metterselo in casa? “collezionisti privati, che collezionano anche arte contemporanea, e che sono proprio alla ricerca di opere ed oggetti che si compromettano a vicenda, che si mischino. È un mercato molto fiorente a Parigi e a Londra. Lo scorso ottobre, a Parigi, un collezionista ha comprato due dinosauri da disporre in mezzo a suppellettili artistiche in stile classico, nella sua villa”. 

Sembra quasi che chi è appassionato di arte contemporanea abbia un po’ anche il gusto delle Wunderkammer, cioè delle “camere delle meraviglie”, quelle collezioni di oggetti naturalistici che nel XVII secolo furono antesignane dei musei di storia naturale ed ebbero un ruolo nel crescente interesse scientifico per la catalogazione e lo studio della natura. “Sì, è così, ed è il motivo per cui abbiamo deciso di intitolare Mirabilia l’asta del 25 febbraio”.

“Da una decina d’anni ormai nel collezionismo stiamo vivendo una stagione di grande eclettismo. Chi compra è attento alle diverse sfumature del sapere, ma soprattutto l’oggetto artistico non viene percepito come separato dal reperto naturalistico. Si punta piuttosto a vedere l’arte come un completamento della natura e viceversa. È uno sguardo lunghissimo, sicuramente, che è esclusivo del collezionismo e non coinvolge i Musei scientifici di storia naturale, per ora”. 

La vetrina della Galleria Cambi in via San Marco a Milano, davanti alla sede del Corriere della Sera

Di certo, un dinosauro in vetrina nel centro storico di Milano, nel cuore di Brera, è un simbolo estetico non da poco del nostro XXI secolo. Siamo ormai arrivati ad un punto critico della nostra relazione con il tempo.

Benché ancora ipnotizzati dalla seduzione cronologica del progresso, i cambiamenti climatici e i processi di estinzione ci mostrano che gli equilibri ecologici del nostro Pianeta seguono ritmi e leggi intrinseche che neppure la tecnologia può dominare.

Eppure, abbiamo costruito attorno alle specie estinte da decine di milioni di anni una estetica del tempo, in cui il piacere della ricerca scientifica è una cosa sola con il sentimento di essere i dominatori finali e gli unici sopravvissuti di una epopea di dimensioni cosmiche.

Come ha mostrato Anselm Franke nel suo lavoro Animismus per la HKW di Berlino, ogni reperto è sempre una rappresentazione che risponde ad una esigenza di ordine e di gerarchia. L’uso delle specie estinte, nelle collezioni pubbliche e private, espone la vita biologica estinta a questo tipo di manipolazione culturale, tipica dell’Antropocene. L’epoca dell’uomo costringe ogni organismo ad essere human-reliant e questo trasforma, gioco forza, ogni organismo in un oggetto culturalmente esperibile. La cultura forza la natura a diventare natura mediata

Per questo è rilevante, su di un piano storico e anche antropologico, che i collezionisti d’arte collezionino anche la natura. È un passaggio ulteriore rispetto alla svolta scientifica avvenuta tra Seicento e Settecento, quando si passò dalla solo rappresentazione degli esseri viventi alla loro classificazione.

Oggi, la cultura estetica dell’Antropocene sembra recuperare al sapere una vocazione enciclopedica. Nel XXI secolo, bellezza e natura tendano a precipitare nella dimensione dell’artificiale. “È una tendenza di mercato che arriva in Italia dall’estero e che, direi, consiste molto nel mettere insieme il design con la paleontologia”.

“C’è una maturità in questo senso da parte dei collezionisti”, dice Matteo Cambi, Responsabile della casa d’aste. “Piuttosto che optare per, ad esempio, un Tiziano rarissimo, si sceglie un dinosauro alto tre metri. Ancora prima, e cioè qualche anno fa, era nato un altro abbinamento insolito: il frammento di scultura classica greco-romana al design contemporaneo. Questa sarà la nostra terza asta di oggetti naturalistici”.  

Potrebbe essere anche qualcosa di più, considerato il modo in cui Othnielosaurus è esposto. Una comune strada cittadina che diventa una esperienza dell’Antropocene. 

Il catalogo dell'asta MIRABILIA del 25 febbraio
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Il commercio (legale) aumenta il declino delle specie già minacciate di estinzione

Il commercio legale di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte. Questi i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Il commercio legale di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte.

Questi i ragionamenti e i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution (“Impacts of wildlife trade on terrestrial biodiversity”) in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Va aggiunto che la ricerca non comprende la carne selvatica (bushmeat) cacciata soltanto per la sussistenza, e cioè probabilmente 150 milioni di persone che abitano in comunità rurali nel mondo. Sono stati invece analizzati gli studi che hanno quantificato il bushmeat come pratica finalizzata al profitto, cioè a rivendere la carne per ricavarne denaro.

Quel che emerge, tuttavia, è la carenza di informazioni necessarie a capire come e se il wildlife trade possa essere sostenibile sui prossimi decenni, in un Pianeta in rapido cambiamento: “un assessment globale, quantitativo degli impatti del commercio su singole specie e, quindi, la prevalenza e la forza di effetti positivi e negativi è dolorosamente mancante”.

Nel complesso, il declino delle specie selvatiche commercializzate è “del 61.6%, con specie ormai estirpate a livello locale nel 16.4% dei casi”. Benché i mammiferi siano la maggior parte delle specie (il 76% di 145 specie) prese in considerazione, inoltre, “il declino attraversa tutti gli ordini”. E riguarda anche le aree protette. 

Determinante per il destino di una specie di interesse commerciale è la scala spaziale, ossia le ore di viaggio necessarie per catturare un animale e tornare in un contesto urbano che ne permetta la vendita. “Il declino di una specie è tanto più grande quanto più è breve il tragitto verso un centro abitato con più di 5000 abitanti”. Di contro, quando il viaggio supera le 100 ore crolla il rischio che un animale finisca nella rete dei cacciatori. Spedizioni costose e su grandi distanze scoraggiano il consumo locale e i piccoli imprenditori.

Ma la scala spaziale dice anche una altra cosa, che le regioni selvagge e remote, il mantenimento dei loro confini, sono un fattore di protezione indispensabile per le faune, che però è sempre più in bilico a causa dell’espansione di infrastrutture e ferrovie: “gli impatti del commercio su scale internazionale scendono rapidamente con l’aumentare della distanza, fino a raggiungere il rischio zero a 5 ore dal primo insediamento”.

Ecco perché il wildlife trade è un accelerate di estinzione. Il commercio enfatizza gli effetti collaterali impliciti in molte situazioni ecologiche critiche già consolidate, che però coinvolgono la vita sociale ed economica delle comunità locali.

In Asia, la China’s Belt and Road Initiative (BRI), che collegherà il 62% della popolazione mondiale, potrebbe riscrivere questo scenario molto in fretta: “questa espansione è una minaccia riconosciuta alla biodiversità, perché darà accesso, e quindi potenzialmente ne alimenterà la domanda, a specie che hanno un alto valore per la medicina tradizionale, inclusi l’orso bruno (Ursus arctos) e il leopardo delle nevi (Panthera uncia). 

Gli autori fanno riferimento ad un paper uscito nel 2019 sempre su NATURE (“Belt and Road Initiative may create new supplies for illegal wildlife trade in large carnivores”): “Il progetto della BRI e il suo tributario meridionale, cioè il Corridoio Economico Cina-Pakistan, attraversano habitat fondamentali per i grandi carnivori, che sono specie di alto valore di mercato in Cina e nel Sud Est Asia”.

Il rischio non è solo che il traffico illegale prosperi meglio e con maggiore successo, ma anche che “una maggiore domanda possa incoraggiare una transizione da un mercato governato dalla disponibilità di approvvigionamento (supply-driven) ad una domanda regolata dal mercato (market driven), attraverso una conversione del bracconaggio opportunistico in crimine organizzato”. 

Il mercato cinese ha già assorbito, grazie alla forza centripeta della medicina tradizionale, i grandi felini: il giaguaro è l’ultimo arrivato nel traffico di ossa di leoni africani e leopardi e tigri. Alle sottospecie di leopardi asiatici potrebbe ora aggiungersi il Panthera pardus saxicolor, ossia il rarissimo leopardo persiano. 

La questione riguarda evidentemente l’intera biodiversità del Pianeta e la fattibilità di un suo sfruttamento economico entro limiti certi e attendibili. “Non abbiamo usato nel modo corrente i termini sostenibile e insostenibile nel nostro lavoro, perché questo implica l’avere a disposizione una comprensione di come un tale tipo di impatto ha effetti sulle specie nel corso del tempo.

E, invece, proprio questa è la più grande preoccupazione riguardo al commercio, non abbiamo abbastanza evidenze per sapere con esattezza se un tale prelievo sia sostenibile”, spiega Oscar Morton, tra gli autori dello studio.

“Ci mancano dati su quanti individui di ciascuna specie vengono catturati ogni anno, da quali popolazioni, e non sappiano che cosa accade a quelle popolazioni sui tempi lunghi. Non credo si possa definire l’uso sostenibile un ossimoro, credo piuttosto che ci siano poche prove scientifiche che mostrino che è un commercio sostenibile. Ma dobbiamo comunque accettare che l’assenza di prove è in sé anch’essa una prova”. 

La scala del problema chiama in causa anche l’attuale cornice giuridica all’interno della quale queste specie vengono catturate e vendute legalmente. E cioè CITES.

“CITES prende in considerazione soltanto una porzione del commercio e regola soltanto il commercio legale, ossia il commercio internazionale legale delle specie listate. Di conseguenza, rimane scoperta una vasta area fuori del suo mandato, che corrisponde al commercio illegale, il commercio all’interno di un Paese o il commercio di specie che non sono listate”.

“Concordo sul fatto che CITES è il miglior strumento attualmente disponibile per il commercio internazionale legale, ma di certo non è perfetto e non riesce a comprendere tutto il commercio. Ancora di più rimane da tre per gestire i fattori che regolano la domanda di prodotti derivati da animali selvatici a scopo non alimentare e per capire se la domanda possa essere ridotta in modo efficace”. 

È chiaro che il commercio muove sentimenti profondi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto ora, a causa dell’epidemia da SarsCov2. Ma, secondo Morton, bisogna essere molto cauti nel non favorire una risposta emotiva priva di solido fondamento scientifico: “Vediamo in giro ritratti davvero pessimi del commercio, veicolati da organizzazioni caritatevoli (charities) e qualche volta anche dai media, che tentano di influenzare la politica senza però una robusta base scientifica”.

“Il discorso principale tra questo tipo di impostazioni è di sicuro il biasimo che ha investito la pandemia e gli appelli dell’anno scorso per mettere al bando gli wet market e l’interno commercio della carne in certi Paesi. Questi appelli ignorano che milioni di persone dipendono dal commercio di carne per sbarcare il lunario. Ma ignorano anche la solidità delle prove scientifiche che ci dicono che un divieto di questo genere creerebbe molto probabilmente un mercato illegale ancora peggio regolato”. 

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Il nuovo landscape globale di particolati e microplastica

(le microplastiche si disperdono facilmente nel nostro ambiente. A sinistra, perline per decorazioni tessili abbandonate su una comune strada cittadina; a destra, reticolato in plastica usato per la manutenzione di un giardino pubblico, che si sgretola)

Respiriamo un aerosol di particolati e plastiche. Perché viviamo ormai immersi in un nuovo landscape fatto di nanoparticelle. Un aerosol di particolati costruiti dall’uomo nei processi industriali che hanno reso il nostro ambiente, non importa se rurale o urbano, un contesto di “esposizione totale” a micro-materiali i cui effetti sugli organismi viventi sono in larga misura sconosciuti.

Questo particolato non è composto, infatti, solo dagli scarti di combustione dei combustibili fossili (i cosiddetti Pm), ma ormai anche da microplastiche.

“La natura ubiqua delle microplastiche – le particelle plastiche con un diametro inferiore a 5 micron, che includono anche le nanoplastiche con diametro inferiore a 1 micron – nella biosfera globale rende sempre più consistenti le preoccupazioni per le loro implicazioni sulla salute umana”, avverte uno studio di sintesi appena uscito su SCIENCE (Toxicology: Microplastics and Human Health). 

Le microplastiche sono infatti parte della nostra vita quotidiana, per il semplice motivo che “un crescente numero di evidenze suggerisce che l’esposizione diffusa alle microplastiche provenga dal cibo, dall’acqua potabile e dall’aria”. L’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di uso comune ne contiene concentrazioni “tra 0 e 104 particelle/litro”. Una evidenza che era già stata annunciata e denunciata dalla WHO nel 2019. 

Quantità ancora maggiori ci sono nel cibo che è stato a contatto con contenitori di plastica (il propilene è uno dei componenti plastici maggiormente sotto accusa).

A causa dei processi infiammatori innescati dalle particelle plastiche all’interno delle cellule dei tessuti umani, è stata individuata una correlazione con patologie ai polmoni, come fribosi e stati allergici, nei lavoratori del settore tessile, che toccano e lavorano grandi quantità di fibre sintetiche. Queste persone sono “esposte ad una polvere di fibre di plastica”. 

Ma la nube tossica è moto più insidiosa e, invisibile, non coinvolge soltanto categorie di operai a bassa paga nelle industrie del fast fashion, il cui compito è vestire una popolazione umana in continua espansione demografica. “Le particelle di plastica sono una componente rilevante della polvere sottile che, ad esempio, ha un tasso di deposizione nel centro di Londra che si assesta tra 575 e 1008 microplastiche per metro quadrato al giorno”, riferisce questo report di SCIENCE. 

Una constatazione inquietante, che va ad assommarsi a studi anch’essi recenti, pubblicati lo scorso giugno, sull’ovest americano, negli Stati Uniti, in cui un vero e proprio vento denso di microplastiche deposita su 11 remoti parchi nazionali considerati “pure wilderness”, che includono il Grand Canyon e lo Joshua Tree National Park, qualcosa come 1000 tonnellate di plastica microscopica ogni anno. 

“Fino a un quarto dei micro pezzi di plastica – che provengono da tappeti, abbigliamento e anche vernice in spray – può finire nelle tempeste che passano sopra le città, mentre il resto viene probabilmente da località ancora più lontane. I risultati, che per per la prima volta considerano separatamente l’origine geografica, si aggiungono alla montante evidenza che questo tipo di inquinamento da microplastica è ormai globale e comune”.

Abbiamo creato qualcosa che non se ne andrà, sostiene Janice Brahaney, la bio-geo-chimica della Utah State University che ha condotto lo studio. Adesso sta circolando attorno al mondo”.  Ogni giorno arrivano su ogni metro quadrato di terre selvagge 132 pezzi di microplastica. A fine anno si arriva alla cifra simbolo equivalente di 300 milioni di bottigliette di acqua in plastica. Si ritiene che una situazione analoga affligga i Pirenei e l’Artico.  

Un altro problema, correlato a questo, è il fumo tossico ricco di plastica, contaminanti chimici e agenti patogeni (microbi) che si sprigiona in regioni con mega-incendi divenuti ormai parte dei pattern climatici locali, come in California e in Australia a partire dal 2019. 

Essendo le plastiche materiali relativamente recenti non esistono ancora studi abbastanza approfonditi, e cioè fissati su serie abbastanza lunghe di dati, da fornirci un quadro epidemiologico preciso e nitido sui loro effetti bio-tossici. Per ora sappiamo che le microplastiche possono oltrepassare la barriera placentare ed essere metabolizzate fino a finire nelle feci di animali ed esseri umani.

Secondo gli autori, è molto utile un confronto con i particolati da combustione perché queste due tipologie di nano-materiali presentano “somiglianze fisico-chimiche, come ad esempio una bassa solubilità, una alta persistenza, un ampio spettro di misure e una natura chimica complessa”.

“Le particelle piccole (meno di 2.5 micron), come quelle da combustione di benzina diesel, sono capaci di superare la membrana cellulare e di innescare stress ossidativo e infiammazione e sono state associate a un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e patologie respiratorie, come il cancro del polmone”.

È indispensabile potenziale dunque al massimo la ricerca scientifica orientata a capire “l’abilità delle microplastiche di varcare la barriera epiteliale delle vie aeree, il tratto gastrointestinale, e anche la pelle”. 

I rischi globali coinvolgono anche le acque oceaniche. Le microplastiche, infatti, possono agire come “vettori di tossicità micro-biologica”, ossia come trasportatori di batteri opportunistici e potenzialmente patogeni che si attaccano sulla superficie plastica in galleggiamento formando un film (il cosiddetto “biocorona”) e viaggiando così ovunque.

Come per una infinità di altre questioni ambientali, anche sulle microplastiche la verità è che abbiamo a che fare con un problema che ci è già ampiamente sfuggito di mano. L’inerzia globale sulla messa al bando di quanta più plastica possibile con investimenti shock sulle bioplastiche rende molto arduo, ad oggi, pensare ad un inquadramento adeguato di questo inquinamento tanto più subdolo quanto più invisibile. Per ora. 

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