Processo all’Europa

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Kanapee, Schwanengarnitur, Johann Valentin Raab, Schreiner, 1809, WüRes.M0453. Würzburg, Residenz, Raum 13c, Toskana-Ausstellung

Zauberer, il mago. I figli di Thomas Mann così soprannominavano il padre, che gioiva di quel nomignolo come fosse una attestazione delle sue buone qualità di padre, lui, che in cuor suo aveva sempre dubitato di poter soffocare le proprie inclinazioni artistiche e omosessuali in una tenerezza esclusiva per la famiglia e i bambini. Un paio d’anni fa, è uscito in Germania Zeit der Zauberer, il tempo degli stregoni, di Wolfram Eilenberger, un brillante storico della filosofia di Friburgo. Il periodo magico è il decennio d’oro della Repubblica di Weimar (1920-1930), in cui quattro “stregoni” rivoluzionarono, incendiarono e riscrissero il pensiero occidentale. Erano Martin Heidegger, Ernst Cassirer, Ludwig Wittgenstein e Walter Benjamin. Stregoni, perché, ognuno a modo suo, s’intestardì nell’elaborare una eccentrica alchimia di ontologia, logica, poesia ed esistenzialismo, giungendo sull’orlo di un abisso di coscienza sulla natura dell’uomo che ha del soprannaturale. Gli Zauberer non stati eccezioni nella storia europea, anzi. E la Germania ha dato i natali a parecchi di loro. Avevo quattordici anni quando lessi il capolavoro di Thomas Mann, i Buddenbrook, durante le vacanze di Natale, in quarta ginnasio. Fu Mann a farmi capire cosa è l’Europa. Eppure, mi dice Christoph, un giovane bibliotecario della Buchhandlung Jacob in Hefnerplatz, a Norimberga, Thomas Mann in Germania è ormai un autore per pochissimi intenditori, accademici o nostalgici, innamorati della bella lingua tedesca di una volta, ad ampie volute sintattiche. Ai giovani non interessa, e se la gente per bene, con un solido stipendio e una carriera, lo nomina ancora è solo per il gusto diffuso di ostentare apprezzamento per gli autori più prestigiosi. Una farsa, molto snob, che incute soggezione e mira quindi a un effetto scenico tanto futile quanto vanesio. Ai tedeschi piace far finta di essere colti, anche se poi sbadigliano sulle pagine concettose di scrittori e poeti troppo ispirati per il freddo pragmatismo del XXI secolo.

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Kanapee, zugehörig zu einer Sitzgarnitur mit 6 Stühlen, Johann Köhler, 1764. Inv. Nr. WüRes.M0465. Würzburg, nördl. Kaiserzimmer, Erstes Gastzimmer, R.19

In questo punto di non ritorno della economia planetaria che è il 2020, quando è ormai evidente anche ai più sprovveduti che i conti non tornano più, l’Europa fronteggia una condizione finora ignota, e cioè mai sperimentata prima, una condizione che potremmo riassumere così: può una civiltà sopravvivere, o determinarsi, solamente attraverso la ricerca del benessere? E quindi: siamo ancora una civiltà? E di conseguenza: siamo dotati degli strumenti necessari a riformare il nostro stile di vita e di pensiero a favore della biologia del Pianeta?

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È un tardo pomeriggio insolitamente freddo, nonostante il sole, quando arrivo alla stazione centrale di Monaco di Baviera. Sono quasi le sei e il quartiere universitario, medicina e farmacologia, attorno alla Goethestrasse brulica di furgoncini che scaricano e caricano merci fuori dei negozi turchi di frutta e verdura. In una vetrina sono esposti polverosi abiti da sposa in rosa stinto, impunturati di perline in plastica. L’insegna di una scuola di lingua per immigrati recita “Eine Sprache, deine Chance”. Lungo il marciapiede, sono parcheggiate due aristocratiche Tesla. Da una, targata Olanda, scende una trentenne bionda con i sandali Birkenstock, un paio di bermuda di lino e un cardigan di cashmere, che attraversa la strada per comprare delle pesche in un fruttivendolo turco. La figlioletta va con lei, mentre il marito, altrettanto biondo, avvia il motore elettrico più sofisticato del mondo e le dice che la aspetta oltre il semaforo. Loro sono tutto ciò che qualunque trentenne europeo vorrebbe essere. 

Niente di più incompatibile di Elon Musk e della grande filosofia del Novecento. Eppure, sono le Tesla a farmi ricordare con quale manuale di sopravvivenza psicologica io sia arrivata in terra tedesca. Martin Heidegger aveva le idee molto chiare su quali fossero le origini del pensiero totalizzante che ha dato forma al mondo moderno finendo con l’inghiottirlo. La metafisica, così dichiarò senza pudore a Friburgo nel 1929 con la prolusione accademica Was ist Metaphysik?, è il modo di pensare che concepisce la realtà solo come ente, e cioè come oggetto, come risorsa naturale, come materiale, come animale da mattatoio. Pur di spiegare l’esistere delle cose, la metafisica ha dimenticato il fondamento della loro esistenza. Ma poiché la metafisica si è dimostrata la tendenza dominante del pensiero occidentale sin dalla Grecia classica, c’è il sospetto, disarmante ancorché sconvolgente, che in ciò che più amiamo di noi stessi – la nostra civiltà umanistica sfociata nella rivoluzione scientifica – si nascondano anche i semi perversi e cattivi della condizione esistenziale del XXI secolo, e cioè la catastrofe di estinzione. Se le cose stessero così, avremmo vissuto in un auto-inganno, una auto-suggestione che però, almeno fino ad ora, è sembrato sprigionare un successo clamoroso. Sarebbe disonesto, passeggiando sulla Goethestrasse, ignorare il sentimento di comfort e sicurezza che lo splendore economico tedesco irradia con convinzione politica. La Tesla al posto della Volkswagen, d’accordo, sarà così sempre più spesso in futuro. Ma se non avessimo pensato il mondo a nostra immagine e somiglianza i nostri desideri non si sarebbero mai avverati. Forse la metafisica è una incompatibilità tra i Sapiens e il Pianeta, ma sta di fatto che vogliamo continuare a sognare. E il sogno si chiama benessere. I nostri sogni sono in guerra con le specie animali. Sono una avventura totale partorita nel cuore dell’Europa, secolo dopo secolo, fino alla apertura delle rotte atlantiche, che hanno dato il via al moderno capitalismo. Ma, come sapeva benissimo Heidegger, una intenzione prima la pensi e poi la agisci. 

Nun weiss man erst was Rosenknospe sei, Jetzt da die Rosenzeit ist vorbei. Un bocciolo di rosa si sa cosa sia, ora che la stagione delle rose è finita.  Così nel 1827 Goethe descriveva il suo tempo vitale ormai alla fine. La grande fioritura è appassita e soltanto ora il suo principio, un bocciolo, è ben visibile, dove prima c’erano corolle numerose e splendenti. L’analogia con l’Antropocene è serrata. In questi giorni di metà luglio, le nazioni europee sono impegnate a dibattere sulla opportunità di miliardi di finanziamento da riversare su piani di recupero economici, forse con qualche impianto di energia rinnovabile in più, forse con qualche parco industriale in più per la produzione di bioplastiche. Una rappresentazione scadente di una concordia spirituale mai fiorita che, come ha scritto Yanis Varoufakis, è riuscita solo nell’azzardo di costruire una unione monetaria prima di aver raggiunto una unione politica. C’è da chiedersi quanti giovani europei sotto i trenta anni sentano una qualche affinità con i presupposti ideali del 15 settembre 1978, quando Valéry Giscard d’Estaigne, Presidente della Repubblica Francese, e Helmut Schmidt, cancelliere della Germania Occidentale, si recarono in pellegrinaggio nella cattedrale di Aachen, per rendere omaggio a Carlo Magno in occasione della firma dell’accordo per l’istituzione del Sistema Monetario Europeo, il precursore dell’euro. Il Germanisches Museum di Norimberga Carlo Magno lo pone nel centro nevralgico di una idea di impero continentale che ha dannato, e vivificato, la nazione tedesca, e quindi l’intero continente, per mille anni. Il Carlo Magno di Lukas Cranach, dipinto attorno al 1510, è un nobile signore dal volto composto, avvolto nella seta, che regge il mondo intero lasciandosi guidare solo da Dio.

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Il Carlo di Duerer, invece, è un cinquantenne del 1511 convinto di sé, severo e razionale, che la spada la tiene alzata e guarda verso una contrada lontana, dove, intuisce, la politica vale molto di più della Bibbia. Lo sfarzoso abito imperiale gli occorre soltanto per questo, a conferma del potere. La forza ha una capacità geopoeietica e mitopoietica. Questo è il gene primitivo della civiltà europea che Carlo il Franco inocula nelle popolazioni semibarbare del continente, e che passerà di generazione in generazione, lavorando senza sosta, senza compassione, senza pietà, senza rimorsi. Fino all’assessment di 237mila popolazioni appartenenti a 515 specie di vertebrati cancellate dalla faccia della Terra da inizio Novecento. 

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A partire dall’estate del 1945 il pragmatico sogno di potenza di Carlo, ridimensionato da una guerra civile in due round che ha stuprato la dignità umana, è ormai superato. La creatività politica europea è sconfitta, giudicata davanti a un Tribunale internazionale, pensionata dagli Americani in quanto incompatibile con un ordine mondiale solido e pacifico imperniato sul commercio e l’industria. Gli Stati Uniti offrono alla Germania, e con più grazia e diplomazia a tutti gli altri Paesi alleati, un accordo di pace quasi frugale nella sua semplicità concettuale: il benessere. Stare bene. Lavatrice. Frigorifero. Auto. A quel punto, per ovvie ragioni non solo belliche, ma sopratutto morali e umanitarie, l’alternativa appariva nella sua mostruosità omicida. E questa altra opzione, sperimentata per intero, era l’ardore con cui Goebbels, nei primi anni, affrontava comizi e riunioni di Partito, convinto che “non ho nessun dubbio su chi scegliere: i giovani, che davvero cercano di creare un nuovo tipo di essere umano” (Diari, 30 giugno 1924). Il sogno, la Phantasie, contro il benessere. La fantasia è l’espansione per il puro gusto di essere grandi, del tipo di grandezza di Federico di Prussia e Maria Teresa d’Austria. E se l’esito è il genocidio, qui o in Africa, chi se ne importa. Non sei forse Europeo? Dedicati alla musica barocca suonata su un clavicembalo, dinanzi ad un quadro che mostra, certo in modo ancora un po’ ingenuo e didattico, una moda recente a cui presto ti affezionerai: la collezione artistica.

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Con l’avvento sulla scena intellettuale europea, da metà Seicento, della raccolta di quadri e poi di reperti naturalistici  il pensiero comincia a prendere il sopravvento sulla realtà biologica. Il secolo di Descartes è il secolo della Guerra dei Trenta Anni, delle streghe bruciate a decine a Bamberga, ma è anche il secolo di Keplero e di Galileo. Oggi, la foga nel collezionare pezzi di mondo è svanita. Abbiamo già tutto. Ma la tassonomia, considerate le sue origini coloniali, riserva materiale bellico inesploso per inaugurare il processo all’Europa. Il 2 luglio ScienceMag ha reso noto cosa sta succedendo, sotto la spinta del movimento per i diritti civili reali BlackLivesMatter: “Alcuni ricercatori premono per modificare il nome di alcune specie che ritengono opinabili. In tutto il mondo studenti universitari hanno contribuito a diffondere una lista di specie comuni di animali e piante dal nome potenzialmente problematico. Questa lista include uno scorpione, una anitra e una quaglia che portano la dicitura hottentotahottentotta, or hottentottus. Nel 17esimo secolo i colonialisti usavano “ottentotto” come termine dispregiativo per i nativi neri in Africa”. La fame di giustizia non risparmia neppure Linneo, il padre della moderna classificazione degli esseri viventi. Alcuni membri della Entomological Society of America (ESA) hanno chiesto di togliere il suo nome dai Giochi annuali della loro istituzione, perché il grande botanico “assegnò tratti sociali negativi alle popolazioni umane non bianche”. 

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Purtroppo per noi è probabile che avesse ragione Nietzsche. Se sei a Norimberga, non puoi evitare di cenare da Pillhofer, nella Marienvorstadt, uno delle Stube più antiche di Norimberga, fondata nel 1646, che ha un confortevole dehors all’aperto di tavolacci di legno. I proprietari sono gente simpatica e affidabile, che serve cucina bavarese a all’altezza di due stelle Michelin. È l’ora della birra. Fa caldo, ma il vento rinforza. Le previsioni danno tre giorni di temperature invernali e pioggia battente. La giovialità dei tedeschi mi ricorda sempre che il senso di colpa non è una condanna all’ergastolo. È possibile sentirsi in debito e ciò nonostante provarci una altra volta. Nietzsche riteneva che nessuna civiltà che voglia essere pacifica, normale, serena possa esprimere qualcosa di nuovo e di autentico. Nel nostro XXI secolo questo qualcosa di inedito sarebbe una radicale decrescita economica per lasciare alla altre specie il cinquanta per cento del Pianeta. Seguendo il ragionamento di Nietzsche, i guerrafondai del passato europeo, dal Cinquecento in avanti e non certo solo in Germania, intendevano progettare piuttosto che prendere una tazza di tè; il male fu non che pensavano di riuscire ad imporre una idea, costi quel costi (cosa altro avrebbe fatto il Cristianesimo, se non abbattere con la spada chiunque si opponesse al nuovo?), ma che si accorsero di non voler rinunciare al genocidio, quando si trattava di andare fino in fondo. Nella civiltà del benessere tutti gli obiettivi ontologici fondamentali sono già stati raggiunti. Sono saturati. Siamo quindi al punto di aver sostituito il concetto di “Pianeta” con il concetto di “conservazione”. Perché siamo a un punto della storia del mondo in cui dobbiamo pagare per avere una biosfera. In Africa, il continente che “supporta le popolazioni di grandi mammiferi più abbondanti e diversificate del mondo” l’epidemia ha desertificato le fonti di finanziamento delle aree protette, che è tutto ciò che rimane della biodiversità africana. Sono le donazioni a garantire le aree protette. Questo dicono gli autori di uno studio devastante uscito su NATURE Ecology & Evolution (Conserving Africa’s wildlife and wildlands through Covid-19 crisis and beyond): “i contributi dei donatori contano per il 32% dei finanziamenti alle aree protette in Africa, cifra che in alcuni Paesi raggiunge il 70-90% (…) la spina dorsale degli  sforzi di conservazione in Africa consiste di 7.800 aree protette terrestri su una superficie di 5.3 milioni di Km2, il 17% del continente (…) molte aree protette sono di proprietà statale e gestite da autorità governative esperte in wildlife, spesso con il supporto sostanziale del turismo e degli operatori della caccia professionista. Sempre di più ONG dedite alla conservazione e soggetti privati cooperano con i governi per gestire aree protette statali attraverso partnership di tipo collaborativo”. Secondo gli autori è arrivato il momento di comprendere che la wildlife africana è una responsabilità mondiale: “Se consideriamo la loro ricchezza, alcuni Paesi africani portano un peso sproporzionatamente alto per il loro impegno nella conservazione e perciò la comunità internazionale dovrebbe fornire supporto in maniera adeguata, riconoscendo che i tesori naturalisti dell’Africa sono un asset globale; il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. 

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La mattina dopo prendo la metropolitana alla Hauptbahhof per raggiungere la Baerenschatze Strasse, dove c’è il Tribunale dello Hauptkriegsverbrecherprozess, il processo contro i principali criminali di guerra dello Stato nazista. All’interno della mia carrozza campeggia una pubblicità della ING Insurance: “Langweilig ist bei uns nur der Weg zur Arbeit”. La noia da noi è solo la strada verso il lavoro. Il bestiale incasellamento di ogni stato emotivo. La liquidazione della noia come nemico giurato della produttività socialmente accettabile. Anche l’efficienza tedesca è una perfomance globale, in cui il Niente, o il vuoto, o l’attesa, sono tare psicologiche. Nessuno di noi, solo guardandosi intorno, potrebbe accorgersi che è in corso una estinzione di massa. Piove e aspetto le 9 sotto una minuscola tettoia all’ingresso del Memorium, il museo del Tribunale di Norimberga. C’è silenzio, i funzionari del tribunale arrivano in ufficio in bicicletta e i tipici condomini tedeschi a tre piani, dalle facciate scolorite e senza tende alle finestre, attendono anche loro, immobili, che il giorno prenda coraggio, raggiunga il suo acme e poi sprofondi di nuovo, come il carro di Apollo, nell’abisso del tempo già finito. Che cosa noi davvero comprendiamo di questo tempo, che ci appartiene, è un enigma simile alle antiche profezie greche. E più cresce il numero di eoni conclusi, più ignari siamo della nostra epoca, che ci sfugge altrettanto. Parlando di sua madre, e dei sentimenti che provò lasciandosi abbracciare dal nazionalsocialismo, Peter Handke ha scritto: “I movimenti che raggiungevano così il loro compimento erano composti in modo che li si osservava svolgersi contemporaneamente nella coscienza (im Bewußtsein) di un numero incalcolabile di persone e allora la vita acquistava una forma (und Das Leben bekam eine Form), in cui si era in buone mani e tuttavia ci si sentiva anche liberi. Quel ritmo divenne esistenziale: come un rituale”. C’è una tale sincerità in queste frasi. Tutti abbiamo bisogno che la nostra vita abbia una forma, perché la forma ci illude della presenza di un significato. E questa forma la subiamo, assumiamo quella immediatamente disponibile, afferriamo ciò che possiamo. Ognuno di noi cerca la propria forma e lo fa per sopravvivere alla sua personale angoscia e se, cercandola, aderisce a crimini contro l’umanità (bellici ed ecologici) c’è nella sua fragilità morale qualcosa di autentico e di vero.

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Perciò, mi interessano i volti dei difensori. L’élite dell’alta borghesia, con titoli di laurea conseguiti nelle migliori università del Paese, che aveva annuito a Hitler sin dai primi anni Venti. Ma ciò che più mi colpisce è il filmato in cui venne ripresa l’entrata in aula di ciascuno degli imputati. Perché si dichiararono non colpevoli (“nicht schuldig!”), a parte il fatto che volevano evitare la pena capitale o anche mostrare un po’ di orgoglio, di strafottenza, di senso di sé, visto che ormai erano uomini finiti? Entrando, si stringevano la mano, come ai vecchi tempi, come in ufficio al Reichstag, a Berlino, nei tempi migliori, per mostrare ancora una volta decoro, educazione, in ossequio alla formalità rassicurante che teneva insieme le macerie di esistenze concluse, il loro personale fallimento come uomini; quella affettata cortesia, persino salottiera, così fuori posto, ora che erano stati denunciati, era un antidoto alla vertigine di aver avuto tra le mani il destino di milioni di uomini e di averlo sentito tra le mani con assoluta leggerezza, proprio come granelli di sabbia, di averlo percepito come una avventura, una tirata, uno scherzo, senza darsi pena dei suoi risvolti omicidi, perché una avventura è pur sempre una avventura. 

Ciò che dovrebbe preoccuparci maggiormente di quel conflitto europeo, ormai, è la nostra reale capacità di trattenerne una impressione vitale. La documentazione dei genocidi pone la questione della conservazione del passato (possiamo davvero ricordare in eterno?), che mostra preoccupanti similitudini con il dibattito sulla protezione delle specie animali in estinzione. Non mi pare casuale che l’UNESCO attribuisca lo stesso termine ai beni artistici e ai luoghi selvaggi del Pianeta che sono “patrimonio dell’umanità” e “world heritage”. Chi è stato convocato, e per ereditare che cosa? È possibile che conservare sia un bisogno della coscienza umana, che però funziona in modo indipendente rispetto alle necessarie doti adattative del singolo individuo. Se fosse così, avremmo una risposta decente e sensata per l’indifferenza delle nuove generazioni verso i capolavori dei secoli trascorsi. Sapremmo cioè che siamo noi in torto, gli ecologisti e i pensatori, a pretendere attenzione e cura per il passato finito (il pool genetico delle specie selvagge, le foreste primarie, la pittura a olio di Duerer, i motivi decorativi medievali della cattedrale di Sankt Sebald a Norimberga), mentre gli altri ostentano semplicemente la propria vitalità, una brutale adesione alla vita in sé, senza i negoziati e i compromessi del continuo rimuginio sul prima e il dopo. Perché non c’è dubbio che il passato possa diventare una malattia, un nosocomio della coscienza, ancora prima di essere humus per qualunque revanscismo politico.

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La questione della conservazione biologica delle specie è quindi la questione della colpa come disposizione esistenziale. Di sicuro, la maggior parte di noi non si sente colpevole della scomparsa degli animali e men che meno sente il bisogno di dichiararsi colpevole davanti al futuro. I giovani non vogliono più una vita compromessa da un impegno politico prolungato nel tempo, che richieda un amore incondizionato per una ideologia. Questo atteggiamento psicologico, è chiaro, compromette però anche l’idea di giustizia che dovrebbe invece sorreggerlo. Se non sono disposto a battermi con forza per una ideologia, allora non sono pronto neppure a riconoscere una istanza assoluta di giustizia. 

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Eppure, nel dopo guerra, abbiamo preteso stabilire dei canoni di giustizia moralmente superiori che avrebbero dato alle generazioni successive il diritto di sentirsi eredi di una età dell’oro, e cioè dell’epoca del benessere. Attorno a Wuerzburg, le colline coltivate a vigneti sono coperte dalla nebbia. Il mio albergo è una modesta pensione proprio di fronte alla Hauptbahnhof ed entrambe assomigliano ad uno scorcio urbano della DDR. Austere fino allo squallore. Uno strano benvenuto dalla città del barocco rasa al suolo il 14 marzo del 1945 dalle bombe incendiarie alleate. Alle 9 e mezza di mattina la Kaiserstrasse è semi deserta, ma eloquente di che cosa sia questo benessere di massa a cui siamo devoti. Le porte dei grandi magazzini Reno, C&A e Deichmann, gonfi di vestiti scadenti, stanno spalancate come bocche sdentate. Alla fine di questa via dello shopping low cost, rattrappita in una melanconia contagiosa, comincia la Promenade, che conduce, scendendo sulla Karmeliten, all’Alte Bruecke sul Meno. Ribattezzo la Kaiserstrasse “via del suicidio”, perché mi pare che solo un folle potrebbe trovare del buon senso in un simile sovraffollamento angoscioso di merce di qualità scadente, inutile, spacciata per festosa abbondanza. Nella giustizia europea post 1945, quella importata e concordata con gli Americani, la giustizia ecologica fu estromessa senza neanche darsi la pena di pensarci, visto che per affermare la nuova giustizia continentale (il benessere industriale) era necessario perseguire una distruzione ancora più oscena del Pianeta. Quindi, questa, che giustizia è stata? 

Una volta impiantata l’ideologia del benessere, nessun umanismo europeo avrebbe mai potuto reggere il confronto con l’espansione del commercio, unica anima rimasta al nuovo ordine mondiale. Novus ab integro saeclorum nascitur ordo. Nel 1945 accadde non semplicemente una sconfitta o una resa senza condizioni; fu concordata una riscrittura del mondo, in cui il saccheggio del Pianeta, inventato dagli Europei cinque secoli fa, diventava democrazia globale. 

Quel giorno di luglio del 1929, a Friburgo, Heidegger propose una tesi dirompente, e cioè che per parlare delle cose del mondo occorra interessarsi al Niente. Una conclusione a cui conduce la struttura stessa della società moderna fondata su basi scientifiche, dal momento che tutte le scienze usano ciò che esiste per farne oggetto d’indagine. Il contesto ontologico in cui questi enti (materie prime, specie animali, fonti di energia) si rendono disponibili all’uomo è però completamente omesso. Diventa Niente. Gli elementi si presentano allo sguardo umano, anche quando non vengono pensati secondo categorie logiche o all’interno del calcolo matematico. Il loro trovarsi nel mondo, a disposizione dell’intelletto, dimora in un altrove, che Heidegger chiama “essere”, riappropriandosi di un termine filosofico quasi dimenticato. Disgraziatamente, la civiltà occidentale, è questa l’ipotesi di Heidegger, ha imparato a pensare la realtà solo in termini “metafisici”, ossia considerando ogni cosa (ente) in quanto oggetto o presenza riducibile a concetto. E quindi è finita in un vicolo cieco, in cui, pur dominando la realtà, non la comprende fino in fondo. L’altrove dimenticato prende quindi le sembianze del Niente scientificamente trascurabile. 

Il paradosso moderno è che questo Niente, che invece è l’essere, diventa comprensibile soltanto quando la realtà composta degli enti che diamo per scontati scompare in uno stato d’animo al limite della vertigine emotiva ed esistenziale: “Accade, nell’esserci dell’uomo uno stato d’animo in grado di portarlo dinanzi al Niente stesso? Questo accadere è possibile, è pure reale, solo per degli attimi, nello stato d’animo fondamentale dell’angoscia (Angst) (…) tutte le cose e noi stessi sprofondiamo in uno stato di indifferenza. Questo, tuttavia, non nel senso che le cose si dileguino, ma nel senso che proprio nel loro allontanarsi le cose si rivolgono a noi”. Nell’abisso dell’angoscia il mondo è ridotto a niente, ma questo niente, come Heidegger aveva spiegato in Essere e Tempo due anni prima, “getta l’esserci di fronte a ciò di cui prova angoscia: il suo autentico poter essere nel mondo (…) l’angoscia schiude pertanto l’esserci come essere-possibile”. La possibilità, in altre parole, che il mondo sia qualcosa di più di ciò che appare; la eventualità che le cose date, messe in vendita, proposte e impacchettate, le cose della Kaiserstrasse, non corrispondano al mondo; il sospetto, anzi, che questo pattume consumistico nasconda lo stato del mondo. La stessa Germania, rasa al suolo nel 1945, è risorta come shopping centre. A Wuerzburg i beni heritage, disintegrati con le bombe incendiarie, sono risorti perché emanano un’aura di valore universale. Servono insomma a nobilitare i negozi della Domstrasse e della Schoenbornstrasse. Questo è metafisica.

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Ma il tiepido vento di ponente già smuove una fitta pioggia di fiori. Devo gioire del verde a cui fui grato per l’ombra? Presto la tempesta lo disperderà, quando ingiallito ondeggerà in autunno. Goethe riconosceva una serenità allo scorrere del tempo. Questo per lui significava che anche nella inesorabilità dei giorni finiti, delle stagioni chiuse per sempre, degli anni archiviati si possono trovare momenti di pace e di serena accettazione del mondo così come è.  Il Meno, quando lo sguardo si apre sull’Alte Bruecke e sulla Marien Festung, residenza dei vescovi principi di Wuerzburg fino al 1719,  possiede questa calma infinita, ancora oggi, e dischiude nel cuore del visitatore tormentato dal presente la possibilità di un respiro più grande. Bisogna salirci a piedi, alla Festung. Trentacinque minuti di cammino in quota, lungo un sentiero a serpentina tra i vigneti, che parte nel cortile della piccola basilica scura di Sankt Burkard costruita nel 1042; bisogna intraprendere questa passeggiata in solitaria, sorvegliati dal volo dei falchi pellegrini, per aggredire il timore che non ci sia rimasta che la metafisica, in cui disperare di tutto, e soprattutto per il destino degli animali. Sotto il sole finalmente rovente, il passo sfiora le viti che portano grappoli ancora verdi e immaturi, i cardi e i fiori di campo. Sì, un pensiero è sempre possibile. Ma c’è qualcosa in noi esseri umani che lo ostacola, anche quando lo vorremmo. Non riusciamo ad essere consapevoli della nostra epoca. Siamo condannati ad una sorta di agnosia temporale. Probabilmente è la struttura evolutiva e neurologica del cervello a tenerci lontani dal realismo necessario a fronteggiare gli effetti macroscopici della distruzione della biosfera. L’area di Wernicke del nostro cervello si è evoluta per osservare e quindi re-immaginare le cose attorno a noi attraverso il linguaggio e l’astrazione simbolica. Osserviamo il mondo non per quello che è, ma attraverso i concetti costruiti da noi. Heidegger vedeva nella metafisica una sorta di destino: “finché rimane animal rationale, l’uomo è animal metaphysicum. Finché l’uomo si considera un essere vivente dotato di ragione, la metafisica, come dice Kant, appartiene alla natura dell’uomo”.

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Siamo in pochi quassù, sopra Wuerzburg, a passeggiare tra le torri della Festung, che, spoglia di turisti, esprime l’inquietudine delle sue pietre vecchie di dieci secoli. Prendo appunti su una panca di legno, benedicendo l’irruzione del sole rovente che persiste a scomparire ad intermittenza, come se le nuvole, per una volta, prendessero il nostro posto nell’interferire con le cose di natura. Il richiamo metallico dei falchi pellegrini si espande dentro il silenzio delle cinta muraria. Come sempre, gli animali indicano una strada. Quasi inconsapevolmente trovo il sentiero che conduce nel fossato del castello vescovile, ora diventato un frutteto con alberi di pere, nespole, gelsi e meli. Da quaggiù gli alberi sono così alti che si ha la sensazione di sprofondare nell’erba, mentre lo sguardo, rivolto verso l’alto, indugia incantato sull’ombra di arancione che già colora le pere del prossimo autunno. Che cosa significa essere eredi? Aprire un armadio in soffitta e scoprirci i nostri vestiti di quando eravamo bambini. Non sono meno nostri per il solo fatto che non ci stanno più.

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E se un giorno hai smesso di essere un bambino, quel giorno è stato il tuo inizio. Le tue decisioni sono le tue origini. Sali con paura, e con orgoglio, i gradini di pietra pericolosi e ripidi della Katzenberg Straße di Bamberg, e ascendi, come Colombo sull’Atlantico in vista del Nuovo Mondo, al Domplatz. Lo spettacolo teatrale in cui l’acropoli di Bamberg precipita il visitatore è prodigioso. A sinistra, Il Bamberger Dom, la cattedrale di San Pietro e San Giorgio fondata nel 1004 e ricostruita dopo un incendio nel 1237. Guglie gotiche, navate robuste, portali labirintici e vertiginosi, un inno monumentale al potere religioso che per secoli ha dovuto mascherare la rapacità materialista della nuova fede europea.

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Di fronte, sul lato occidentale della piazza, l’Alte Hofhaltung, la facciata cinquecentesca che dava accesso alla residenza vescovile.

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A destra, infine, la Neue Residenz barocca del vescovo elettore principe di Bamberg, edificata tra il 1695 e il 1704, a guerre di religione concluse, in principio del secolo in cui, consolidate le basi oltre atlantico, si poteva davvero cominciare a fare sul serio (12milioni e mezzo di deportati africani verso il Nuovo Mondo tra il 1520 e il 1807).

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Questa piazza è una gigantesca rappresentazione del carattere europeo, del modo in cui la ricerca della armonia estetica è sempre coincisa, per noi, con la brutalità del dominio. La pura potenza dell’idea che si costruisce da sé. Nessuno che contempli questa piazza con un minimo di onestà prova compassione spirituale o estasi religiosa o nostalgie cristiane. Qui esplode, nel genio, la volgare spietatezza del progetto europeo. Per questo, all’ombra del Dom, mi viene in mente la mattina cupa di 15 anni fa in cui visitai il santuario di Delfi, in Grecia. Minacciava pioggia e i resti del regno di Apollo, dio della profezia, sorgevano tristi e mutilati.  Il temporale imminente e la poca luce, svelando la verità di quel luogo ormai sconsacrato, riuscirono nel miracolo di restituire la parola alle statue degli dèi e degli eroi conservate nel museo. E ora, in questa piazza, odo di nuovo la loro voce: 

Avete fatto il vostro meglio, Europei! Avete compiuto l’impresa,  sottomettere l’intera biosfera ! Non stupitevi, ora, del presentimento che qualcosa sia giunto alla fine! Vi avevamo pur avvertito che l’impresa era estinzione! Io, Apollo, non ti ho mai rassicurato sulla tua natura divina; non ti ho mai promesso che avrei sconfitto la morte per te; non ti ho mai detto che combattere il dolore non avrebbe richiesto di mobilitare le risorse naturali di ogni angolo del Pianeta; ti ho solo insegnato ad essere il migliore, mettendoti in guardia dall’abisso del tuo talento! Ora, se ti è rimasto un po’ dell’ardimento antico, contempla il buio in cui hai sprofondato te stesso, assorbi le tenebre e nell’oscurità riconosci le origini del mio oracolo!

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Questo è il patrimonio dell’umanità che si respira a Bamberg, tanto più orribile e mostruoso quanto più magnifico si rivela nelle sue invenzioni estetiche ed urbanistiche. Ciò che oggi chiamiamo bellezza non è altro che la creazione dell’impresa: imperi globali, oceanici, capaci di arrivare dappertutto, per il semplice gusto di farlo. C’è qualcosa di talmente ingenuo nella spontaneità con cui tutto questo è avvenuto che, passeggiando per Bamberg, la clemenza e la compassione mitigano l’indignazione per il nostro uso sconsiderato delle risorse naturali. 

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A me pare che Giambattista Tiepolo riuscì ad interpretare questa attitudine mentale dei suoi contemporanei quando dipinse l’affresco dei 4 continenti sul soffitto dello scalone d’onore della Residenz di Wuerzburg.

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Residenz Würzburg, Treppenhaus (R.3), Nord-, West- und Ostwand mit Afrika, Asien und Blick Richtung Amerika

Quest’opera non comunica a chi la contempla soltanto una idea del globo terraqueo così come la immaginavano i contemporanei di Tiepolo nel 1752 in senso strettamente geografico, ma restituisce anche un sentimento di intensa gioia. Stando in piedi alla base della scalinata, il primo continente ad occupare tutto il campo visivo è l’America. Sulla testa un copricapo di piume variopinte rosse e verdi, identico a quello dei Tembe, una popolazione nativa dell’Amazzonia brasiliana, le cui foto hanno ottenuto gli onori della cronaca durante i roghi che hanno devastato l’Amazzonia fra agosto e settembre del 2019. Il Nuovo Mondo ha il braccio teso verso destra, come l’Apollo di Olimpia, a dettare il ritmo della storia al suo nuovo inizio.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Amerika’, Amerikadarstellung

Salendo di qualche gradino, la visuale si apre a 360 gradi su un cielo rosa pastello, grigio e giallo che è il cosmo. L’intero affresco è cioè concepito perché chi vi entra si senta assorbito dal globo, che gli Europei hanno finalmente reso accessibile. L’effetto tridimensionale è vertiginoso: più si sale, più si diventa parte del mondo intero. L’Asia, seduta sul suo elefante, guarda verso l’America; tra America e Asia un oceano di luce che equivale all’Atlantico e al Pacifico.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, ‘Afrika’ auf Kamel/Dromedar und kniender Diener mit Sonnenschirm, Afrikadarstellung

L’Africa è commercio, cammelli e uno scrigno di spezie, volto accigliato e assorto, geografia di ricchezze. Nel suo equilibrismo barocco questo affresco contiene le ambizioni universali del Settecento europeo: il caos di ciò che è sconosciuto, che però è anche cornucopia di risorse naturali. E questo è metafisica.

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Würzburg, Residenz, Treppenhaus, R. 3, Deckenfresko ‘Apotheose des Fürstbischofs Greiffenclau’; Tiepolo, J.B., 1753, Figur der ‘Asia’, Hut und Kugelstab unterhalb der gemalten Brüstung und Medaillon mit antikisierender Büste eines bärtigen Mannes, Asiendarstellung

Gli antichi dei, i poeti e i maestri sono di conforto in questo dannato collasso globale a cui attribuiamo definizioni insufficienti e imprecise: Antropocene, epidemia, Accordo di Parigi per il clima. E lo sono perché consentono di avvicinarsi, ancora e nonostante tutto, a ciò che Peter Handke chiama durata. Il fruscio dell’erba attraversata dal vento. La persistenza nel tempo e nello spazio. Queste voci, oggi neglette, accompagnano, con spontanea generosità, i rari momenti in cui si avverte di poter respirare a pieni polmoni, lasciando che il sentimento della libertà torni a rallegrarci. Ed è questo che succede al tramonto, mentre su una panchina nel Kornmarkt di Heidelberg, leggo alcune parole di Hoelderlin che ho già letto mille volte, ma che qui, nella sua terra, acquistano tutto un altro potere di evocazione, una forza divinatoria: O ihr, die ihr Das Hoechste und Best sucht, in der Tiefe des Wissens, in Getuemmel des Handelns, im Dunkel der Vergangenheit, im Labyrinthe der Zukunft, in den Graebern oder ueber den Sternen! Wißt ihr seinen Namen? Den Namen des, das Eins und Alles? Seine Name ist Schönheit. (O voi, che cercate quanto di è di più alto e di più più perfetto, nella profondità della sapienza, nel tumulto dell’azione, nel buio del passato, nel labirinto del futuro, nelle tombe e al di sopra delle stelle! Conoscete il suo nome? Il nome di ciò che è uno e tutto? Il suo nome è bellezza). E tutto questo non è metafisica.

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Nell’incedere nitido della parole tedesche, una dopo l’altra, nel loro legarsi e dichiararsi l’una dentro l’altra (ineinander), il mondo prende forma, è vero, ma per rivelarsi. Siamo imprigionati nelle contraddizioni del nostro cervello, che sono evolutive e biologiche prima ancora che essere culturali, ma non per questo siamo condannati a non sentire più accadere le cose del mondo dentro la nostra coscienza. 

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La contro-metafisica, che nei secoli dell’impresa prendeva il nome oggi obsoleto di poesia, è la nostra unica risorsa contro l’avanzare dell’estinzione. E ne sono certa passeggiando per Friburgo, la città di Heidegger, che non sente il dovere di attribuire a lui e a Husserl una targa commemorativa all’esterno della Alte Universitaet: “le placche con i nomi avrebbero un impatto meno commemorativo nel contesto della sfera pubblica rispetto ad un museo che mostra la rilevanza di entrambi i filosofi nei loro rispettivi campi di ricerca e l’influenza che ciascuno di loro ha avuto sulla storia dell’università”, come recita una nota ufficiale dell’ufficio stampa. Mi chiedo per quale motivo è invece significativo il nome di McDonald’s sull’edificio storico della Martinstor. Questa è metafisica. Eppure, alle sette di sera le campane vecchie di mille anni del Muenster, la cattedrale medievale di Friburgo, battono l’ora. Questo è il tempo della passeggiata della sera. Mi attardo tra le bancarelle di vecchi libri, sotto l’ombra gotica. Schiller, Roth, il Romanticismo a Dresda. È questa la semplicità che per molto tempo non ci è più bastata e a cui, tuttavia, agogniamo come cechi in cerca di un cammino. 

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(Durante questo viaggio ho sempre viaggiato in treno, ma non ho seguito una dieta vegana che considero irragionevole, e anti-storica)

Copyright e Credits per le foto degli arredi e dell’affresco del Tiepolo della Residenz di Wuerzburg: Bayerische Verwaltung der staatlichen Schlösser, Gärten und Seen (Bayerische Schloesserverwaltung)

Perché ci conviene occuparci di storia

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La pandemia e le proteste di massa del movimento Black Lives Matters hanno, del tutto improvvisamente, acceso il dibattito sulla storia. Ci siamo accorti che gli ultimi cinque secoli non sono muffa sui libri di scuola, e nemmeno una entità amorfa e cementificata di cui è salutare dimenticarsi il più in fretta possibile. Investite dall’onda d’urto di una malattia globale, le società occidentali, e quindi anche noi, siamo ora costretti a guadare indietro per capire cosa succede davanti ai nostri occhi.

Razzismo, diseguaglianze sociali, degrado ambientale e cambiamenti climatici sono ormai saldati gli uni dentro gli altri in una unica tempesta di instabilità e fermento. 

In un intervento uscito su THECONVERSATION Mark Maslin e Simon Lewis della UCL di Londra hanno centrato in pieno la questione, che nella sua gravità e profondità investe l’intera cultura europea e ogni singola popolazione europea: “geografi e geologi possono dare il loro contributo a questa nuova comprensione del passato, identificando l’inizio dell’Antropocene con l’avvio del colonialismo europeo. Il nostro impatto sul Pianeta è aumentato a partire dal momento in cui i nostri primissimi antenati sono scese dagli alberi, e poi quando abbiamo cacciato alcune specie fino all’estinzione. Molto già tardi, seguendo lo sviluppo dell’agricoltura nelle società dedite anche all’allevamento degli animali, abbiamo cominciato ad alterare anche il clima. Eppure, la Terra è diventato ‘il pianeta degli esseri umani’ con l’emergere di qualcosa di drasticamente diverso. E questo qualcosa è il capitalismo, che è cresciuto sulla scorta dell’espansione europea del 15esimo e del 16esimo secolo, nell’era della colonizzazione e della sottomissione di popoli indigeni in tutto il mondo”. Noi ci troviamo dunque oggi in questa posizione rispetto alla nostra identità storica: “il passaggio a partire dal quale la abnorme influenza umana sugli ecosistemi della Terra prese a coincidere con la brutale colonizzazione europea del mondo intero”. 

Lo spericolato progetto di espansione europea è quindi una eredità che ognuno di noi si porta appresso. In ogni aspetto del suo modo di sentire, di pensare e di consumare risorse naturali. Ormai, la nostra intera esperienza del mondo deriva e dipende da questo patrimonio avvelenato. Di questo, dunque, parla Vite estinte, il secondo volume della serie Tracking Extinction disponibile su Amazon in formato Kindle ed edizione cartacea. Anche quando pensiamo che il declino delle specie animali sia lontano anni luce da noi, anche se non sospettiamo neppure di vivere nell’epoca di una estinzione di massa, questa condizione ecologica dà ritmo e forma alle nostre giornate. Che ci piaccia o no, la storia ha già bussato alla nostra porta. E se prima del SarsCov2 potevamo ancora fare finta di non essere in casa, adesso lo sgradito ospite si è attaccato al campanello e non mollerà la presa. 

È giunto il momento, come ha consigliato l’attivista Tom Rivett-Carnac intervistato dal podcast della BBC Rethink, di “ripensare la storia”. Mettendoci dentro anche il nostro nome e cognome. Il campo di battaglia del passato ha sempre suscitato in noi bianchi occidentali intensi sentimenti di orgoglio e di fierezza. Ma la gloria ereditata (le nostre democrazie, le nostre economie, i nostri stati di diritto) sono fondati sulla miseria, sulla schiavitù e sulla sofferenza di interi continenti.

Ovunque, attorno a noi, questa urgenza – ascoltare la pressione prodigiosa e terrificante della storia che stringe nella sua morsa il presente – si fa sentire attraverso condizioni economiche ed esistenziali totalmente fuori dell’ordinario. Una di queste anomalie destinate a diventare ordinarie è il collasso del turismo mangia-Pianeta.

Christopher de Bellaigue si è chiesto su TheGuardian – Long Read se per caso non stiamo assistendo alla fine del turismo, i cui numeri sono crollati su scala globale, mostrando il vero volto di un settore distruttivo come nessun altro per il Pianeta: “il virus ci ha offerto l’opportunità  di immaginare un mondo diverso, in cui ci decidiamo a decarbonizzare e a muoverci più vicini a casa. L’assenza del turismo ci ha costretti a considerare modi per diversificare l’industria, renderla più indigena e ridurre la sua dipendenza dal disastro che include tutti gli altri disastri: la aviazione civile (…) il turismo non è un diritto come molti viaggiatori delle vacanze pensano. È invece un lusso che va pagato”. 

Vite estinte discute tutto questo a partire da un ossimoro già contenuto nel titolo. Come fa ad essere estinta una vita, se ancora respira e palpita, mangia e cammina? La nostra condizione umana oggi è esattamente questa: siamo 7 miliardi e 800 milioni, numerosi come le stelle del cielo, eppure le condizioni ecologiche fondamentali che sorreggono l’evento biologico, gli equilibri interni dei sistemi biologici, sono compromessi. Una vita estinta è una vita spenta, povera di pensiero, conformista e rassegnata. Una esistenza diventava, pure lei, merce con un codice a barre. 

Possiamo davvero permetterci di stabilire una soglia accettabile di estinzioni entro i prossimi 100 anni?

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Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità, ma il copione è stato riscritto. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010. Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori, tra cui Georgina Mace della UCL London, ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questo nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”. Il nuovo target dovrebbe essere 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni. Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “Benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”. Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie. L’urgenza del momento è immensa, come ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi; studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione. Questo effetto domino a cascata è uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace e sensata. 

Ancora oggi, cioè, non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia stanno la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi. “Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive E.O.Wilson in Half Earth. E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo. Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

“Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche. Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa. Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”. Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta. Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera potrebbe essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che la biodiversità a pura burocrazia. In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?

L’estinzione e la schiavitù sono un trauma globale

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Il razzismo nei confronti dei neri Africani ha le stesse origini della crisi di estinzione. Ricalca gli stessi schemi psichici dell’indifferenza istituzionalizzata per il destino delle specie animali. Appartiene allo stesso schema di civiltà. Tutte le ferite sono state suturate in una unica cicatrice. Questo è il nostro presente nel terzo decennio del XXI secolo.

Finora, abbiamo pensato l’estinzione come un fenomeno automatico, un riflesso lungo, condizionato dalla rapacità umana. Dalla nostra demografia folle e narcisistica. Un effetto collaterale imprevedibile, che nessuno avrebbe mai previsto semplicemente perché nessuno lo aveva mai tenuto in conto. Ma l’era del SarsCov2, portando nel suo grembo la rivolta nera contro il perdurare della discriminazione razziale – assorbita dalle società occidentali con la stessa faciloneria e trascuratezza con cui inaliamo particolati tossici e assumiamo conservanti, addensanti, coloranti e microplastica –  ha reso pubblica una condizione storica globale che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare fin faccia. La catastrofe di estinzione del nostro presente è avviluppata nella storia raccapricciante del capitalismo moderno, dello schiavismo, della messa in catene di una parte dell’umanità allo scopo di rifondare l’umanità. Per diventare moderni, democratici, civili. Dediti, a scadenza regolare, al genocidio, è vero, ma lontano da casa. Nei distretti periferici di un impero extra-nazionale che ancora oggi usa le regioni di prelievo degli schiavi e degli animali come distretti di ricreazione per ricchi: le terre selvagge, i tropici, le savane africane, le foreste primarie, gli oceani profondi, popolati di squali, balene, capodogli. 

Ma a noi Europei la storia non interessa più. Siamo troppo vigliacchi per la storia, dopo il 1945. Abbiamo rinunciato alla vertigine di sprofondare nel passato dei secoli trascorsi, impauriti dalla prospettiva di trovare una faccia che assomigli alla nostra e di connettere così i diversi capitoli geografici della distruzione del Pianeta. E tuttavia senza una immersione totale nell’evento storico, non c’è discorso sull’estinzione che abbia un minimo di realismo. Non ci resta che incontrare gli uomini che fecero l’impresa. Uomini di grande ambizione, ignari del mondo, perché non lo avevano ancora attraversato e sorvolato, che però sognavano di dominarlo, il Pianeta. Il loro sogno, un sogno spropositato e irrazionale, ha prodotto la sesta estinzione. L’estinzione come negazione, come ampliamento, come forza propulsiva, come buio incendiario, come passato che condiziona il presente, condannando anche il futuro allo svilimento biologico perché l’estinzione è un trauma storico e biologico intergenerazionale, e globale. 

L’impresa comincia con Colombo, nel 1492. Ogni nazione europea, proprio in quanto europea, è coinvolta nell’impresa. E noi tutti, in quanto europei, siamo implicati in un progetto globale le cui migliaia di ramificazioni rendono quasi impossibile definire le colpe, i reati, gli esecutori. “Possiamo cominciare a capire l’influenza della schiavitù sull’Inghilterra di oggi soltanto facendoci scorrere davanti, come in un flash, 500 anni di storia umana. A partire dagli ultimi decenni del ‘400, vediamo viaggiatori e mercanti, come ad esempio John Hawkins negli anni sessanta del ‘500, che diventa uno dei primi inglesi a guadagnare fortune dal commercio di africani sequestrati. Dal tardo 17esimo secolo, vediamo poi gli Inglesi diventare i dominatori del traffico di schiavi, surclassando i portoghesi, gli spagnoli e i danesi. La metà di tutti gli africani trasportati in schiavitù nel 18esimo secolo finirono sulle navi britanniche”, scrive Kris Manjapra, docente di storia alla Tuft University, nel Massachusett, Stati Uniti. A cosa serviva questo enorme impegno di esportazione di Africani verso l’America? “La Gran Bretagna non avrebbe mai potuto diventare la prima potenza economica della Terra al volgere dell’Ottocento senza essere a capo della più estesa economia a piantagioni con schiavi, con oltre 800mila persone in stato di schiavitù”. 

E se pensiamo che quel mondo raccontato da Steve McQueen in Dodici anni schiavo e da Toni Morrison in Amatissima sia tramontato e sepolto sotto la vergogna del contegno e dell’oblio, scadiamo nel torpore moralistico: “l’eredità culturale della schiavitù influisce anche sui gusti britannici, dal tè zuccherato, ai servizi in argento, ai vestiti in cotone, fino alle endemiche diseguaglianze di razza e classe sociale che caratterizzano la vita quotidiana”. Le élites inglesi degli anni ’30 avevano mobili in mogano, legno di rosa e tek, i legnami più pregiati delle foreste tropicali umide africane e asiatiche; i tasti dei loro pianoforti erano in avorio; le spazzole e i pettinini per capelli delle signore alla moda erano di tartaruga. Se consideriamo che le classi alto borghesi del Regno Unito, con la loro vocazione imprenditoriale di stampo coloniale, nutrivano le casse dello Stato di lauti introiti, potremmo affermare che addirittura lo sforzo bellico alleato, unito alle forze americane, è stato sostenuto dai proventi vecchi di secoli della schiavitù. Del resto Churchill aveva servito la Corona nella Guerra Boera, in Sudafrica, tra il 1898 e il 1901, e a quel tempo la colonia del Capo aveva già rimescolato le faune native, spazzando via il leone del Capo e sfoltendo le popolazioni di ungulati ed erbivori dei distretti a nord, sul confine con il Botswana. In un unico vortice di dominio, distruzione di equilibri locali e operazioni militari, economiche e culturali orientate ad “agganciare” le colonie al flusso di import/export della madrepatria, genocidio animale e genocidio umano sono sempre avanzati ad eguale velocità. Dipendendo l’uno dall’altro, confondendosi l’uno dentro l’altro, amalgamandosi l’uno con l’altro. 

Nel 1833 il governo inglese stanziò 20 milioni di sterline per compensare i proprietari di schiavi della “perdita” della loro proprietà, puntando così, senza creare troppe frizioni economiche, a rafforzare lo Slavery Abolition Act firmato due anni prima, che bandiva la schiavitù nelle piantagioni. Kris Manjapra spiega come queste compensazioni, pagate dai cittadini inglesi attraverso le tasse, decennio dopo decennio, abbiano costruito la solidità economica e finanziaria delle élites britanniche, fino ai giorni nostri: tra i lontani beneficiari delle compensazioni figura anche l’ex primo ministro inglese David Cameron. I prodotti finiti, ben confezionati, dell’impresa sono atemporali. Non deperiscono e non si decompongono, ma, alla maniera delle particelle organiche, cambiano struttura molecolare passando da una generazione alla successiva, nel corso dei secoli. È così che si stabiliscono tra noi. Le specie estinte, che in questo trasferimento di stato sono state usate come materia prima, vengono trascinate nello stesso processo. Con la loro assenza continuano ad impoverire la struttura ecologica degli ecosistemi a cui appartenevano, preparano la scomparsa di altre specie, rimaste sole, e secolo dopo secolo consegnano al tempo che verrà un assetto biologico interamente dominato da una perdita antica. 

Ma non dovremmo essere troppo sorpresi di tutto questo, perché la nascita delle scienze naturali, senza la quale non esisterebbero neppure studi accurati sull’estinzione, coincide perfettamente con l’affermazione del colonialismo e della schiavitù. La tassonomia e la biologia evolutiva ottengono i loro reperti grazie alle navi degli schiavi. Un anno fa usciva su SCIENCE MAG una lucida disamina sul “debito dei primi scienziati al traffico di schiavi”.Mentre, al principio del ‘700, “la scienza europea sembrava indirizzata alla conquista di tutta la natura” i collezionisti di piante si imbarcano sulle navi dei mercanti di Africani: “poche navi al di fuori della rotta degli schiavi raggiungevano punti chiave in Africa e in America del Sud”. Dozzine di chirurghi e di capitani a bordo delle navi dirette verso le piantagioni collezionavano anche animali e piante, che poi arrivavano negli studi dei ricercatori. I loro appunti e i loro scritti furono decisivi anche per Linneo, il padre della moderna classificazione dei viventi. Migliaia di reperti ottenuti grazie all’appoggio dei capitani di navi riempite fino a scoppiare di centinaia di Africani in catene sono ancora oggi non solo custoditi in tempi della ricerca scientifica come il Museo di Storia Naturale di Kensington, a Londra, ma vengono ancora usati per analisi genetiche. Kathleen Murphy, che insegna alla California Polythecnic University, così riassume: “Non accade spesso di pensare che gli spazi miserabili, disumani, disgraziati delle navi degli schiavi fossero anche spazi dedicati alla storia naturale”. 

Alexandre Antonelli, direttore della sezione scientifica dei Kew Gardens di Londra, che ospitano la più grande collezione al mondo di piante e funghi, ha ripreso la questione lo scorso 25 giugno, per sollecitare la partecipazione della scienza al dibattito sul razzismo contemporaneo: “per centinaia di anni, i Paesi ricchi del Nord hanno sfruttato le risorse naturali e le conoscenze umane del Sud. I botanici del periodo coloniale desideravano imbarcarsi per spedizioni pericolose in nome della scienza, ma alla fine ricevevano il compito di trovare piante che fossero fonte di profitti economici. Molto del lavoro di Kew nel XIX secolo era focalizzato sul movimento di queste piante all’interno dell’Impero Britannico, il che significa che anche noi abbiamo una eredità profondamente radicata nel colonialismo. Le tracce dello sfruttamento coloniale non sono endemiche solo nella botanica, sono dappertutto, a partire dalle diseguaglianze socio-economiche fino alle comunità marginalizzate, fino ai diamanti delle fedi matrimoniali. L’appropriazione indebita continua anche ai nostri giorni: “Gli scienziati si sono appropriati delle conoscenza delle popolazioni indigene e ne hanno sminuito la profonda complessità. I primi abitanti del Brasile e i primi raccoglitori di piante dell’Australia sono rimasti sconosciuti, senza nome, e senza compenso. Sono letteralmente invisibili nella storia. Questo deve cambiare”. 

Kris Manjapra ha condensato l’atteggiamento culturale europeo verso i neri attraverso l’espressione con cui Benjamin Disraeli, il grande politico inglese della fine dell’Ottocento, descriveva le Antille: “Le desolate Antille sono le pietre miliari attorno al collo della Gran Bretagna”. Le Antille erano i Caraibi, le isole delle piantagioni di zucchero: “qui c’è la tipica abitudine inglese di esternalizzare il problema della schiavitù come se si svolgesse in una remota distanza piuttosto che all’interno del cuore di tenebra della nazione”. Rispetto a quegli eventi, alcuni ormai antichi di secoli, dove ci troviamo noi? Ci troviamo in un punto della storia e della società umana che lo scrittore e giornalista americano Ta Nehisi Coates ha chiamato “reparation. Le riparazioni, nel contesto americano, sono il riconoscimento economico di secoli di diseguaglianza istituzionalizzata attraverso politiche abitative, sanitarie, educative, giudiziarie che hanno bloccato gli afro-americani in una cronica inferiorità materiale ed economica rispetto ai bianchi. Qui in Europa si parla anche di “restitution”, ossia di riconoscimento dei crimini contro l’umanità perpetrati dalle nazioni europee per fondare le loro ricchezze e le nostre società moderne, parlamentari e democratiche. Anche gli storici dell’arte africana che premono sui governi di Belgio, Francia e Germania per il ritorno in Africa delle sculture in legno e bronzo rubate dagli Europei oggi custodite nei magnifici musei etnografici di Tervuren, Parigi e Berlino, chiedono una restituzione. Non solo fisica (queste opere non appartengono all’Europa, ma ai popoli che le hanno concepite), ma anche culturale: potrà mai sorgere, ad esempio in Repubblica Democratica del Congo, una identità africana ricomposta e pacificata, se gli antenati sono lontani, in esilio su suolo europeo?

L’accademica americana Christina Sharpe, nel suo dolorosissimo eppure geniale saggio In the wake (edito dalla prestigiosa Duke University Press nel 2016), si è spinta ancora oltre su questa rotta. La Sharpe ha elaborato il concetto di “residence time”, cioè di tempo di residenza nell’oceano atlantico delle molecole organiche dei corpi delle migliaia di africani gettati fuori bordo perché malati, rivoltosi o in sovrannumero. I loro corpi, decomposti, sono diventati parte delle catene trofiche degli oceani del mondo e ancora oggi fluttuano lungo, attraverso e con le correnti oceaniche, passando attraverso le generazioni di specie animali che popolano gli abissi, nutrendo il nostro Pianeta con un passato che non potrà mai più scomparire.  

La Sharpe non esita a ricordare che anche gli africani morti nel Mediterraneo prima di avvistare le cose italiane, a Lampedusa, condividono con i loro antenati dell’Atlantico un identico fato biologico. La scia della nave negreriera, per Sharpe, è una condizione ormai inscritta nella storia umana e nel corpo di qualunque africano patisca ancora oggi le conseguenze dell’impianto dello schiavismo sulla struttura portante del metabolismo europeo. In uno dei suoi corsi intitolato Memory for Forgetting, la Sharpe propose ai suoi studenti (ricchi americani) un parallelismo tra la Shoah e la schiavitù negli Stati Uniti. I giovani esponenti delle future classi dirigenti  di professionisti da 200mila dollari l’anno non riuscivano a capacitarsi della logica dell’analogia storica. Nei campi di sterminio gli Ebrei morivano di fame e di cachessia, mentre i neri delle piantagioni della Virginia e del Mississippi avevano vitto e alloggio. Soltanto dinanzi alla storia di un sopravvissuto del campo di Chelmo, tratta dal documentario cinematografico di Claude Lanzmann, Shoah, un uomo che non avrebbe mai potuto tornare a vivere a Chelmo dopo che i suoi ex vicini non avevano mosso un dito per proteggerlo dalla brutalità omicida delle SS, questi giovani americani capirono che, forse, anche i neri di origine africana non possono vivere con serenità in una nazione che ne ha deciso la schiavitù per legge. “Questa è la condizione degli Stati Uniti dopo la Guerra Civile, per chi era stato uno schiavo e per i loro discendenti; ancora nella piantagione, ancora circondati da quelli che reclamavano un diritto di proprietà su di loro e che combattevano, e ancora combattono per estendere lo stato di cattura e di sottomissione in quanti più modi legali e illegali possibili, dentro il nostro presente”, scrive Sharpe. 

C’è una altra analogia su cui riflettere. Il passato storico non è mai chiuso nei depositi di un museo. Reclama di continuo il suo posto nel presente. Dopo il 1945 la civiltà occidentale ha inteso darsi una patina di verginità e di neutralità storica, che doveva escludere ogni crimine funzionale e strumentale fino all’avvento del Nazismo in Germania. Questo atteggiamento, se anche allora poteva avere una sua giustificazione morale, recuperare credibilità agli occhi della nostra coscienza, si è ritorto contro di noi. Fingere di essere stati umanisti convinti fino al gennaio del 1933 ha ossidato i nostri sensi e il nostro intelletto, impedendoci di vedere cosa stava accadendo alla struttura economica globale del mondo post Seconda Guerra mondiale. E così ora ci troviamo nel XXI secolo con una crisi di estinzione apocalittica, senza neppure averne cognizione. Eppure, non c’è destino di uomini che non sia destino di animali. E come il razzismo istituzionalizzato in secoli di storia, reiterando se stesso fino all’inverosimile, ha intaccato la resilienza sociale degli Stati Uniti, così la sua contropartita biologica ed ecologica – l’annichilimento delle specie animali – si espande ora sulle nostre società sfinite ed esasperate, compromettendo il futuro e condannando chi verrà dopo di noi. Per tutte queste ragioni, la memoria delle 270mila popolazioni animali perdute negli ultimi 5 secoli deve fondersi con la restituzione del ricordo di milioni di schiavi. 

Non c’è più posto per la tigre nelle Sundarbans del Bangladesh

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A dispetto di un ottimismo spesso di facciata, il futuro della tigre appare ormai in buona parte segnato. I numeri sono sconfortanti soprattutto nelle nazioni asiatiche che ancora ospitano le più consistenti popolazioni rimaste del grande gatto arancione e che, almeno sulla carta, avrebbero più opportunità e possibilità di dispiegare piani di conservazione realistici. Il punto però è sempre lo stesso: le aree protette dovrebbero essere connesse le une con le altre e invece sono sempre più frammentate a causa dell’espansione della rete dei trasporti su gomma, dal farming e dalla presenza umana. Stavolta è dal Bangladesh che provengono informazioni fosche, ma almeno abbastanza nette da disegnare un quadro chiaro di ciò che ci attende. 

Il Bangladesh va avanti con convinzione nella costruzione del Padma Bridge, una infrastruttura lunga 6 chilometri che collegherà presto i distretti a nord e ad est del Paese con le province meridionali, attraversando le Sundarbans, ossia 10mila chilometri quadrati di foresta a mangrovie sul delta dei fiumi Gange e Brahmaputra, la più estesa di questo tipo rimasta sul Pianeta e quindi World Heritage Site UNESCO. Gli effetti del mega-progetto, di sicuro devastanti, sono stati denunciati lo scorso 11 giugno in una Lettera pubblicata da SCIENCE da un team di ricercatori che ha studiato anche la popolazione di tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) delle Sundarbans, la più numerosa, ormai, in Asia. I risultati del lavoro di monitoraggio del felino, pubblicati nel gennaio del 2019 su Science of the Total Environment, sono sconcertanti: “entro il 2070 non ci sarà più un habitat adatto alla tigre del Bengala nelle Sundarbans”. Sulla carta, le Sundarbas sono un sito di importanza globale per la protezione e la conservazione della tigre, ma è evidente che il Bangladesh va in tutt’altra direzione, come del resto la vicina India. La Lettera è stata firmata anche da Bill Laurance del Centre for Tropical Environmental and Sustainability Science alla James Cook University, Australia: praticamente una autorità mondiale in fatto di infrastrutture, strade e vie di accesso alle foreste tropicali. 

“Quando è stato commissionato, ci si aspettava che il ponte sostenesse il prodotto interno lordo del Bangladesh di almeno l’1.2%, ma metterà anche a rischio il fragile ecosistema delle Sundarbabns. Il Bangladesh ha già peso le Chakaria Sundarbans, una delle più antiche foreste di mangrovie dell’Asia del Sud, come risultato della crescita dell’allevamento intensivo, commercialmente conveniente, dei gamberetti”, si legge nella Lettera pubblicata su SCIENCE. “Lo stesso potrebbe accadere al distretto di Khulma, dove la costruzione del ponte ha già fatto lievitare il prezzo della terra e l’espansione delle settore edilizio, degli impianti ittici, del turismo e dei resort a ridosso delle Sundarbans”. 

E questo non è un habitat qualunque. Soltanto qui le tigri si sono adattate ad un ecosistema a mangrovie. Ce ne sono, secondo un censimento del 2015, tra le 83 e le 130, e queste poche decine di gatti sono la popolazione più numerosa rimasta di una specie che a inizio Novecento contava 100mila esemplari e che oggi è ridotta a 3890 ( cifra complessiva stimata dal WWF nel 2016). La tigre oggi occupa solo il 7% del suo storico home range: 1.5 milioni di chilometri quadrati in tutto. A meno che, nel giro di un paio di decenni, non si liberi sul subcontinente indiano spazio sufficiente a sostenere popolazioni di tigre di qualche centinaio di esemplari ciascuna, le Sundabarns rimarranno il bacino genetico allo stato selvaggio più importante per la tigre del Bengala. Perso questo, sarà finita. E lo studio proiettivo condotto da Sharif A. Mukul della Bangladesh University – che lavora anche nel Tropical Forestry Group della School of Agriculture and FoodSciences, alla University of Queensland, in Australia e ha firmato pure la Lettera a SCIENCE dell’11 giugno – dice però che “il nostro modello suggerisce una totale estinzione della tigre del Bengala nelle Sundabarns del Bangladesh dovuta al cambiamento climatico entro il 2070”. 

Certo, si tratta di ipotesi, ma sappiamo da quanto accade al clima che gli scenari più inquietanti andrebbero presi con la massima attenzione. 

Gli autori hanno usato un modello di simulazione con due scenari climatici, uno al 2050 e uno al 2070, entrambi dedotti dai recenti rapporti IPCC, per capire che cosa succederà all’innalzarsi del livello dei mari sul delta del Gange e del Brahmaputra, sulla costa meridionale del Bangladesh, e quindi nell’habitat delle tigri delle Sundarbans. Tra 50 anni quest’habitat non esisterà più. 

E come sempre, il cambiamento climatico non modellerà la geografia di queste regioni partendo dalla migliore situazione possibile al suolo, e cioè una scarsa demografia umana ed ecosistemi abbastanza estesi da contenere comunità numerose e diversificate di predatori ed erbivori. Spiegano gli autori: “Nelle Sundarbans, messi insieme, i 3 santuari principali per la wildlife coprono circa il 23% del totale delle foreste di proprietà del Bangladesh Forest Department. Una percentuale ancora oggi inadeguata”. E cioè troppo piccola per fare sul serio con la conservazione della tigre. Del resto, esattamente come avviene in Africa con il leone, la competizione tra uomini e felini non è certo solo sullo spazio disponibile, ma anche sul suo correlato logico: il cibo. Gli esseri umani cacciano le stesse prede della tigre e il resto lo fa il bracconaggio: “la preda principale della tigre del Bengala, qui, è il cervo maculato (Axis axis), benché la tigre si nutra anche di cinghiali (Sus scrofa), e di scimmie reso (Macaca mulatta), e anche di certi pesci e di granchi. Il bracconaggio e il prelievo delle specie preda riduce quindi la capacità della foresta delle Sundarbans di sostenere la sua popolazione di tigri”. 

Anche questa è una storia purtroppo già vista nel Sud Est Asiatico. La tigre della Cambogia è stata dichiarata estinta nel 2016: una clamorosa perdita di habitat l’ha condannata a morte, ma non poco ha contribuito anche il commercio alimentare di carne di Sambar (un cervo selvatico, Rusa unicolor, la sua preda principale), cacciato di frodo. Secondo due Ngo, Conservation International (Greater Mekong Program) e la Wildlife Alliance, il traffico illegale di Sambar e altri ungulati ha compromesso in via definitiva la sopravvivenza in Cambogia sia dei leopardi che delle tigri. Nel 2013 il WWF e la IUCN hanno condotto uno studio di fattibilità per la reintroduzione della tigre nelle pianure orientali della Cambogia, ma siamo ancora nell’ambito delle ipotesi e delle zone d’ombra, tipiche di ogni discorso molto ambizioso sul ritorno di specie di predatori di vertice in ecosistemi alterati o distrutti, senza nessun piano mai dichiarato in modo trasparente su come riportare allo stato selvaggio esemplari nati in cattività; o, peggio ancora, senza rendere pubbliche davanti all’opinione pubblica le perplessità scientifiche dei conservazionisti che insistono sull’importanza degli adattamenti genetici a specifiche condizioni ambientali, che rendono i piani di “traslocazione” sempre incerti, scivolosi e pericolosi. 

Il dottor John Goodrich, Chief Scientist and Tiger Program Director di Panthera, l’organizzazione leader nel mondo per la conservazione globale dei grandi felini, così ha commentato la situazione per come si presenta oggi: “se, o, più realisticamente, quando perderemo le Sundarbans e le tigri che là ancora esistono, perderemo una popolazione unica di tigri e il loro irripetibile adattamento per la sopravvivenza in un habitat a mangrovie. Tutto questo sarà una enorme tragedia. E tuttavia, questo non significherà ancora la estinzione di questa sottospecie, che ancora esiste sparsa tra India, Nepal e Buthan, e anche Russia, Cina, Thailandia, Malesia, Indonesia e Myanmar, se si accetta la attuale tassonomia di sole 2 sottospecie di tigre”. 

Per quanto Sharif A. Mukul, raggiunto via email, abbia ribadito il suo punto di vista apparso su The Daily Star il a marzo del 2019 (“i risultati del nastri studio sono certamente allarmanti per il Bangladesh, per le Sundarbans e per la magnifica tigre del Bengala, orgoglio nazionale del Paese. Ciò nondimeno, come molti altri studi fondati su modelli, anche il nostro si fonda su una serie di ipotesi”), resta il fatto che le popolazioni di tigri sono sempre più isolate tra loro, sempre più minacciate dall’espansione umane e sempre più incompatibili con la traiettoria economica e culturale delle regioni asiatiche dove, solo un secolo fa, prosperavano. Il paragone e le analogie con il leone africano sono impressionanti e non lasciano sperare nulla di buono. 

L’analogia tra razzismo ed ecologismo moderato

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C’è un inquietante analogia tra l’ipocrisia generalizzata che sostiene il razzismo verso i neri (afro-americani e cittadini di qualunque altro Paese di origine africana) e l’ipocrisia che alimenta l’ecologismo. E i motivi di questa insolita familiarità spuntano là dove forse non ci si aspetterebbe di trovare discussioni o riferimenti alle proteste americane per l’uccisione di George Floyd, e cioè sulle riviste scientifiche. NATURE, nella sua newsletter quotidiana (Nature Briefing), dedicata per lo più alla pandemia, da circa una settimana segnala anche contributi che affrontano la questione dei diritti civili negli Stati Uniti. SCIENCE ha pubblicato un intervento intitolato “Time to look in the mirror”, in cui Holden Thorp parla della discriminazione razziale nelle istituzioni scientifiche e nella ricerca. 

La biologa marina Ayana Elizabeth Johnson ha firmato sul WASHINGTON POST un articolo molto istruttivo. La Johnson, fondatrice e Ceo della OCEAN COLLECTIV e del think tank no profit URBAN OCEAN LAB, di professione si occupa della “crisi esistenziale” della nostra epoca e cioè del cambiamento climatico. Il 2 giugno scorso la PNAS pubblicava l’articolo di Raven ed Ehrlich che impiega gli stessi termini per definire la catastrofe di estinzione: “l’estinzione pone una minaccia esistenziale alla civiltà”. Il macro-argomento sul tavolo è quindi solo uno, come sopravvivere alla realtà del XXI secolo. “Come possiamo aspettarci che i neri Americani si concentrino sul clima quando rischiano la vita per strada, nelle loro comunità e anche nelle loro stesse case?”, si chiede la Johnson. “Come possono le persone di colore guidare con efficacia le loro comunità su soluzioni alla crisi climatica, quando già fronteggiano un razzismo pervasivo, qui e ora?”. 

È qui che comincia a spuntar fuori l’analogia. Quando Ayana Elizabeth Johnson mette nero su bianco le due conseguenze più dirette del razzismo: i Neri patiscono più dei bianchi le diseguaglianze sociali e le conseguenze del clima sempre più caldo (case peggiori in quartieri peggiori, dove spesso ci sono anche le industrie più inquinanti) e proprio per questi motivi molto più spesso dei bianchi sono costretti a ridimensionare le loro aspettative personali, professionali e culturali. “Il razzismo, l’ingiustizia e la brutalità della polizia sono già abbastanza spaventosi, ma lo sono anche per le energie mentali e la creatività che ci rubano. Penso a un mio amico che voleva diventare un astronauta, ma che ha abbandonato il suo sogno perché organizzarsi per la giustizia sociale era ancora più importante. Pensiamo alle scoperte non fatte, ai libri mai scritti, agli ecosistemi non protetti, all’arte mai creata, ai giardini mai curati”. La conclusione è che “la nostra crisi di diseguaglianze razziali è interconnessa con la crisi climatica. Se non lavoreremo su entrambe, non riusciremo a superarne nessuna”. La crisi razziale non è niente altro che sinonimo di crisi ecologica. La radice è la stessa.

Calibrando questo ragionamento sulle ingiustizie sociali ormai ampiamente diffuse anche in Europa si potrebbe aggiungere che ovunque c’è una quantità abnorme di intelligenze sprecate, di talenti lasciati a marcire per motivi strettamente dipendenti dalla struttura Ancien Regime delle nostre società fondate, come ha fatto notare Thomas Piketty, più sui quattrini ereditati che sulle reali possibilità di intraprendere carriere in completa autonomia. Anche il sociologo canadese Alain Deneault in “La Mediocrazia” ha analizzato scenari di questo tipo: la percentuale di successo nelle accademie, nell’editoria e negli istituti di ricerca è direttamente proporzionale alla disponibilità di adeguare la propria visione delle cose alla visione delle cose già consolidata. Censo, conformismo e scarsa originalità sono le virtù indispensabili per affermarsi in campi del sapere che contribuiscono, con la loro rigidità ingessata e autoreferenziale, a mantenere lo status quo in una dorata mediocrità. In questo contesto le disparità economiche e sociali sono come la glassa sulla torta: conferiscono un tocco di classe e di stile ad una discriminazione sottile, intramontabile e direi eterna. Tutto questo non ci riguarderebbe se non fosse che ormai anche il cosiddetto ambientalismo viene per lo più sintetizzato in questo tipo di luoghi del pensiero e dello stipendio. 

Ed è sconcertante trovare la descrizione perfetta dell’ambientalismo contemporaneo in un passaggio della Lettera dal Carcere di Birmingham scritta nel 1963 da Martin Luther King e citata da Holden Thorp nel suo editoriale su SCIENCE:

“Prima di tutto devo confessare che negli ultimi anni sono stato molto deluso dai bianchi moderati. Ho ormai quasi raggiunto la criticabile conclusione che l’ostacolo più inaspettato, più grande, sulla strada del Nero verso la libertà non è il consigliere cittadino bianco o l’iscritto al Ku Klux Klan, ma il bianco moderato, che è più devoto all’ordine che alla giustizia; che preferisce una pace al ribasso, e cioè l’assenza di tensione, ad una pace positiva, che è invece la presenza della giustizia; che non fa che ripetere: ‘sono d’accordo con l’obiettivo che persegui, ma non sono d’accordo con i metodi dell’azione diretta’; che crede, in maniera paternalistica, di poter stabilire lui l’agenda per la libertà di qualcun altro; che vive di un concetto mitico di tempo e quindi consiglia costantemente al Nero di aspettare per una stagione più propizia”. 

Questo atteggiamento è epidemico negli ambientalisti e nei giornalisti ambientali che si rifiutano, vantaggi alla mano, di parlare apertamente delle dimensioni della catastrofe, della irreversibilità del cambiamento climatico e della gravità della crisi di estinzione. Il 5 giugno il Corriere della Sera era in edicola stampato su carta verde. Atto d’amore per il Pianeta tanto insulto quanto evanescente. Copia da collezione senza nessun rischio ideologico, culturale o morale. Moltissime persone, anche celeberrimi giornalisti e attivisti come George Monbiot, negano l’evidenza, e cioè che una demografia umana esplosiva è incompatibile con l’esistenza di regioni interamente selvagge popolate da specie selvagge e in particolare da grandi mammiferi, che hanno bisogno di vasti home range. Così come l’India continua a sostenere che la tigre sia il suo animale nazionale, mentre progetta la costruzione di 15mila miglia di nuove strade all’interno dei francobolli di habitat rimasti al big cat del subcontinente, già per altro intersecati da oltre 80mila vie di comunicazione asfaltate, e questo per soddisfare i criteri di mobilità e le aspirazioni della Belt and Road Initiative della Cina. Nessuno affronta, qui da noi, la questione della siccità in Pianura Padana e il fatto che presto dovremo parlare di razionamento dell’acqua. Ovunque il giornalismo ambientale è ridotto a bollettini pubblicitari di invenzioni tecnologiche salva-Pianeta, il cui unico scopo è proteggere l’opinione pubblica dalla realtà. Implosi su loro stessi, perché sedotti dall’estetica conciliante del potere, i movimenti ambientalisti giovani o rivoltosi di un anno e mezzo fa sono ridotti a qualche post ben congegnato su Facebook. 

Tutto questo non avviene solo perché il mostro – le nostre società obese, ricchissime e ingiuste – è forse impossibile da sconfiggere. Avviene anche perché le voci indipendenti e autonome sono escluse a priori a causa di regole di accesso e di ingaggio che favoriscono il conformismo e gli interessi costituiti piuttosto che la denuncia della verità scientifica. A vincere è la lettura moderata, come diceva il Reverendo King, delle persone moderate, quelle che ancora ci raccontano che c’è un futuro per i grandi felini, che i parchi nazionali basteranno, che basta allevare in cattività il bisonte europeo per imporre a Bruxelles il rewilding del continente. Forse sarebbe il caso di chiederci dove ci ha condotto tutta questa moderazione e provarne anche una certa nausea. 

Ne ho parlato anche nella puntata 17 del mio podcast. 

 

La sesta estinzione sta accelerando

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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction), che segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050. Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico  e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto. Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa. Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

Ma perché ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane (…) Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”. È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”. Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile. L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

 

Il virus e la disfunzione ecologica permanente

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La sorpresa e il terrore dinanzi al propagarsi dell’epidemia da SarsCov2 è piuttosto ridicola. Siamo primati relativamente da poco sulla scena ecologica mondiale. Non c’è stato ancora il tempo per venire a contatto con tutti i virus sconosciuti che albergano nelle ultime foreste primarie del mondo o in alcune specie animali. Le zoonosi sono una sorta di specchio anche di noi stessi: testimoniano l’antica, ancestrale connessione tra la nostra specie e i virus, oppure i batteri, per il semplice fatto che ci siamo co-evoluti con il Pianeta e le altre specie. Tutte. Anche quelle microbiche. Siamo stati a contatto per un tempo lunghissimo, magari a distanza, ma i nemici sconosciuti sono sempre stati lì, nell’ombra, pronti a farci visita, con le giuste opportunità. 

Insomma, come in un film di fantascienza dove gli astronauti atterrano su un Pianeta apparentemente disabitato, non siamo soli. La nostra non è mai stata una navigazione in solitaria, e non lo è neppure adesso, nonostante la potenza dispiegata sul Pianeta. Il nostro destino è quello dei virus, e viceversa. Il danno recato alla nostra specie da una qualunque zoonosi non è dunque un evento straordinario o fuori scala. È invece un indizio storico dell’epoca ecologica in cui ci troviamo, un’epoca in cui la nostra specie si è sviluppata sino a raggiungere una soglia-limite. Oltre questa soglia ci sono incroci pericolosi con altre specie, lo scontro contro l’equilibrio climatico terrestre e la distruzione dell’integrità ecologica e genetica degli ecosistemi. Quello che noi chiamiamo “successo di un patogeno” e quindi “patogenicità” risponde soltanto a logiche evolutive. È una logica evolutiva, del tutto consequenziale e razionale, che una specie (noi) che ha raggiunto i 7 miliardi e 800 milioni di individui sconfini in foreste un tempo intatte e inaccessibili in cerca di minerali preziosi, legname e carne. È logico anche che questa specie, classificata come super-predatore, pianifichi di servirsi a scopo alimentare di specie non addomesticate, ma costrette a riprodursi in cattività. Ed è perfettamente logico che un patogeno abituato al suo ospite sfrutti le occasioni che ha a disposizione, interagendo con il super predatore e giocando alle sue stesse regole. E cioè: mutazione, adattabilità, selezione naturale, proliferazione. Perché, allora, siamo così sconvolti dal comportamento del virus?

L’aspetto più inquietante del superamento della soglia-limite è la defaunazione. Se ancora poco sappiamo del SarsCov2 e di come cambierà la sua interazione con noi, il suo nuovo ospite, ancora meno ci è noto che cosa sta accadendo agli habitat considerati più pericolosi per i futuri spillover.

Un articolo uscito su NATURE Communications nel 2019 e discusso da CARBON BRIEF avverte che, all’aumentare delle temperature medie globali, è concretoil rischio di allargamento dell’area di contagio di ebola, che potrebbe raggiungere il Kenya e la Tanzania. “Con temperature più calde, i pipistrelli e altri animali che si suppone trasmettano il virus agli esseri umani, si prevede si sposteranno verso nuove aree, portandosi appresso la malattia. Il nuovo modello suggerisce che entro il 2070 le epidemie scoppieranno, in media, ogni 10 anni, se la rapida crescita demografica e il lento sviluppo saranno accompagnate da una sostanziale inazione sul fronte del cambiamento climatico. Nelle attuali condizioni, la media di esplosione delle epidemie è di una 1 volta ogni 17 anni (…) lo studio conclude che con gli attuali tassi di crescita economica e di alte emissioni l’area totale suscettibile alla epidemia potrebbe espandersi di 1/5”, riporta CARBON BRIEF. 

Il comportamento dei pipistrelli rientra in uno schema molto più vasto, e cioè la defaunazione: la diminuzione lenta ma progressiva del numero di individui che compongono le popolazioni di una specie distribuite in un certo habitat. Era il 25 luglio del 2014 quando usciva su SCIENCE uno studio sulla defaunazione firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford University che ha fatto scuola: la defaunazione è la condizione ecologica ormai predominante del nostro Pianeta, anche là dove resistono aree protette di enorme valore biologico. Da allora, la consapevolezza che gli ecosistemi impoveriti di specie animali sono una bomba ad orologeria è cresciuta considerevolmente. Ciò che più conta nei processi di defaunazione, come disse John Epstein della ECOHEALTH ALLIANCE a David Quammen al tempo della stesura di Spillover è questo: “la chiave di tutto è l’interconnessione. Si tratta di capire in che modo uomini e animali sono interconnessi”. Questa rete di rapporti reciproci tra specie funziona su più livelli: noi e gli animali, gli animali tra loro e noi e gli animali rimasti dopo che alcune specie si sono estinte o sono diminuite tanto da non interagire più, in un ecosistema, come facevano in passato. Questo è il livello basico della defaunazione: che cosa succede agli equilibri interni di un ecosistema, quando uno dei suoi abitanti scompare ? Se le colonie di pipistrelli del Sierra Leone, del Gabon, del Ghana o della Repubblica Democratica del Congo si sposteranno, e se nel frattempo altre comunità di specie di quelle foreste tropicali, soprattutto i mammiferi, decimati dalla caccia a scopo alimentare, collasseranno al punto da compromettere la dispersione dei semi di alcune piante, la capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica della foresta e il numero di predatori di media taglia, se tutto questo si verificherà quali saranno le conseguenze complessive.? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che la defaunazione erode la tenuta biologica ed ecologica di questi ecosistemi, fino al punto di non ritorno. Potremmo quindi fronteggiare, già in questo secolo, le conseguenze combinate, sistemiche e interdipendenti, di diversi fattori: la defaunazione e le conseguenti estinzioni, il cambiamento di schemi climatici consolidati e quindi un rischio maggiore di imbattersi in zoonosi. La storia delle epidemie zoonotiche più note degli ultimi 20 anni conferma questa diagnosi: i virus sono integrati negli ecosistemi e se togli qualcosa (specie animali, lembi di foresta abbattuti per piantagioni di cash crop come soia, olio di palma, caffè, cacao), o aumenti qualcosa (il numero esponenziale di umani in circolazione), anche i virus rispondono. 

Anche se noi Sapiens tendiamo a correre ai ripari solo a disastro avvenuto, la prevenzione delle future pandemie è diventato un discorso comune, avvertito come una priorità. Qualcuno ha proposto di spendere milioni di dollari per catalogare tutti i virus potenzialmente letali presenti in specie selvatiche (si calcola ce ne sia 1 milione e 600mila ancora ignoti alla scienza), come ha documentato Yale360, il blog della Università di Yale. Ma non tutti sono d’accordo. Uno studio di grande interesse (cioè ricco di interrogativi ad ampio potenziale) uscito su OPEN BIOLOGY nel settembre 2017, sostiene che “gli sforzi per predire l’emergenza di malattie combinano scale evolutive ed epidemiologiche fondamentalmente differenti”. Infatti “sappiamo molto sugli schemi e i processi di evoluzione dei virus su scale temporali evolutive così come sono descritte negli alberi filogenetici che descrivono le famiglie di virus, ma questi dati hanno poco potere predittivo per rivelarci i processi micro-evolutivi a breve termine che sono alla base della trasmissione tra specie e della emergenza della malattia”. In parole più semplici, bisogna capire che cosa succede ad un virus nel breve spazio temporale in cui entra in contatto con un possibile nuovo ospite, giocandosi la sua chance di trovare una nuova casa (come accaduto ad ebola), e quali fattori, nelle caratteristiche di questo ospite e del suo ambiente, possono spianargli la strada permettendogli di stabilirsi con successo (come non è avvenuto con l’influenza aviaria H5N1). Quello che in definitiva c’è da capire bene per avanzare previsioni sensate, più che avere una lista dei nomi e dei cognomi dei nostri nemici, è, secondo gli autori, la dinamica di interazione tra specie diverse, nel momento fatale in cui si incontrano per la prima volta. Conoscere il livello di biodiversità dei virus ci aiuta poco, mentre sarebbe molto utile approfondire la “fittness evolutiva” dei migliori di loro a contatto con l’uomo. 

In un altro intervento su NATURE alcuni degli autori hanno ribadito la loro posizione, che contiene un consapevolmente alto margine di incertezza per il semplice motivo che non sappiamo ancora un mucchio di cose sui virus: “determinare chi tra più di 1 milione e 600mila virus animali è capace di replicarsi dentro gli esseri umani e di trasmettersi tra loro richiederebbe decenni di lavoro di laboratorio, per coltivare le cellule in vitro e poi negli animali. Anche nel caso che i ricercatori riuscissero a collegare ogni sequenza di genoma virale a dati sperimentali concreti, ci sono poi ogni sorta di altri fattori che decidono se un virus fa il salto di specie emergendo in una popolazione umana, come ad esempio la distribuzione e la densità degli ospiti. I virus dell’influenza sono circolati nei cavalli sin dagli Cinquanta e nei cani dai primi anni Duemila. Non sono mai comparsi nelle popolazioni umane, e forse non lo faranno mai, per ragioni sconosciute”. Il fattore-chiave della densità di popolazione dei possibili ospiti riporta il ragionamento sul fronte ecologico: “Allo stato delle cose, il modo più efficace e realistico per combattere l’esplosione di epidemie è monitorare le popolazioni umane nei paesi e nelle località più vulnerabili alle infezioni”. 

Questo ci riporta alla domanda iniziale. Che cosa ci sconvolge tanto nel comportamento del SarsCov2, che non sapevamo in anticipo? Che non avremmo potuto accettare come probabile un bel po’ di tempo fa?

La risposta sta probabilmente nella facilità con cui abbiamo scelto di ignorare chi siamo. La nostra espansione sul Pianeta ci ha posti in una condizione ecologica inedita: con il nostro successo evolutivo siamo entrati in conflitto con i meccanismi ecologici, genetici e biologici fondamentali del Pianeta. Questo significa trovarsi ormai in una condizione di “disfunzione ecologica permanente”, che espone a rischi originali e sensazionali, ma non imprevedibili. I patogeni emergenti hanno convissuto per migliaia di anni con i loro ospiti abituali, e sono vivi e vegeti da milioni di anni. Pericolosi per noi, ma solo in relazione al tipo di civiltà che abbiamo edificato con convinzione ed orgoglio. Il modo disfunzionale con cui ci serviamo delle risorse naturali è permanente, non occasionale o temporaneo. É un punto di rottura storico, che ha ormai definito condizioni ecologiche tossiche o alterate destinate a rafforzarsi se non ad ampliarsi nei prossimi decenni. Per questo è molto azzardato sostenere che usciremo dalla crisi innescata dal SarsCov2, mentre in realtà potremo soltanto attraversare differenti fasi di difficoltà di gestione di una ben più generale crisi biologica, globale e pervasiva. 

Nella storia evolutiva del leone le risposte alle domande sul suo futuro

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(Photo Credit: Peter Lindsey – LION RECOVERY FUND)

La storia evolutiva del leone dimostra quanto complicata sia la conservazione di questa specie nel continente africano, la sua ultima roccaforte. I risultati delle analisi genetiche più recenti confermano che il leone si trova già in una fase abbastanza critica da mettere in discussione alcune strategie di protezione. Trentamila anni fa il leone era il mammifero più diffuso del Pianeta: prosperava in Africa, in Eurasia e in America. Durante il Pleistocene, c’erano 3 specie di leoni: i leoni moderni (Panthera leo leo), che stavano sia in Europa che in Asia; il leone delle caverne (Panthera leo spelaea), che viveva in Europa, in Asia e in Alaska e nella penisola dello Yukon; e infine il leone americano (Panthera leo atrox), in America del Nord. 

Ma a partire da 14mila anni fa, la diversità genetica della specie è stata spazzata via e con essa una miriade di adattamenti che corrispondevano ad altrettanti habitat. Per questa ragione, anche le più dispendiose e meditate strategie di conservazione ( come ad esempio la “rilocazioni”, cioè spostare esemplari da una riserva all’altra, non di rado da una nazione africana all’altra) potrebbero non avere i risultati sperati. Spelaea e atrox sono ormai un ricordo affidato alla paleontologia: è rimasta solo Panthera leo leo, nella impressionante cifra di 20-25mila individui. A queste conclusioni arriva lo studio uscito il 19 maggio scorso sulla PNAS ( The evolutionary history of extinct and living lions”), a cui ha partecipato anche Nobuyuki Yamaguchi della University Malaysia Terengganu di Kuala Lumpur, un veterano nella ricerca genetica sul leone africano. 

La lunga estinzione del leone sembra inarrestabile: negli ultimi 150 anni ( per fattori stavolta antropici) se ne sono andati il leone berbero del Nord Africa, il leone del Capo in Sudafrica e il leone del Medio Oriente. Non è causale che anche questo studio parli del leone del Capo e del leone berbero. Nel 2016 numerosi ricercatori hanno tracciato la mappa genetica del leone, in cui le differenze regionali sono marcate. I leoni (i pochissimi rimasti) dell’Africa occidentale sono distinti, e in modo netto, da quelli dell’Africa centrale, ma appartengono ad una sottospecie che è Panthera leo leo. I leoni dell’Africa orientale (ad esempio del Kenya e della Tanzania) e meridionale (Sudafrica) sono invece classificati come Panthera leo melanochaita. 

La ricerca pubblicata sulla PNAS approfondisce questo scenario genetico: “benché i leoni dell’Africa centrale rientrino nel gruppo (cluster) di Panthera leo leo nelle ricostruzioni filogenetiche basate sul DNA miticondriale, il loro genoma mostra una affinità ancestrale più spiccata con Panthera leo melanochaita. I nostri risultati suggeriscono quindi che la posizione tassonomica dei leoni del centro Africa debba essere rivista. Tuttavia, questi dati sono fondati sul genoma di un singolo leone del centro Africa, mentre studi recenti condotti su più genomi e su rilevamenti satellitari suggeriscono che i leoni del centro Africa, del Congo (DRC) e del Cameroon rientrino di solito nel gruppo di Panthera leo leo. Inoltre, il flusso genico in Africa centrale e occidentale probabilmente era diffuso nel passato. Entrambe le linee di derivazione coesistettero per lunghi periodi di tempo e quindi il tasso di divergenza non è alto”. 

A questo punto potremmo chiederci perché queste sottigliezze tassonomiche dovrebbero interessarci. Progettare di aumentare le popolazioni locali di leoni non può prescindere dalle caratteristiche genetiche degli individui che dovrebbero essere spostati. Se il leone del Capo – il celeberrimo “leone dalla criniera nera” – pare essere un cugino di primo grado degli attuali leoni del Sudafrica, questo non significa che  le popolazioni di leoni allo stato selvaggio del Paese possano funzionare con pieno successo come “popolazioni serbatoio” per estrapolare individui da ricollocare più a Nord, all’interno dell’area di appartenenza storica di Panthera leo melanochaita. Anche all’interno della stessa sottospecie esistono infatti differenze genetiche dipendenti dalle origini geografiche che potrebbero rendere vano l’inserimento e l’adattamento di un leone del Sudafrica, ad esempio, in una parco della Rift Valley.

Il caso del parco nazionale di Akagera, in Rwanda, è emblematico. Akagera era stato svuotato dei suoi animali durante i sanguinosi eventi della guerra civile e del genocidio del 1994. Nel 2015 il Sudafrica ha collaborato con le autorità ruandesi per reintrodurre ad Akagera 4 femmine della riserva di Phinda (Kwa Zulu Natal, Sudafrica) e 2 maschi dal Tembe Elephant Park (sempre in Sudafrica). Ma i leoni delle riserve sudafricane non sono nativi di quelle riserve: sono a loro volta stati reintrodotti e quindi appartengono a linee di derivazione genetica mista. “I maschi introdotti in Rwanda originavano dall’Etosha, in Namibia, e le femmine avevano un mix di geni dal Kruger, dal Kgalagadi e dall’Etosha”, scrisse nel 2015 il National Geographic. La considerazione più rilevante la fece però Laura Bertola, una altra punta di diamante della ricerca genetica sul leone africano, che lavora alla Leiden University, in Olanda: “Tutti i dati genetici disponibili che abbiamo finora ci dicono che i leoni dell’Etosha appartengono ad un gruppo distinto che non c’è in Africa Orientale: per questa ragione sarei a favore di un’altra origine per la reintroduzione in Rwanda”. 

Allora si decise di procedere ugualmente, ma è molto importante non dimenticare alcune cose: occorre tempo per verificare se l’insediamento di una popolazione animale ha avuto successo oppure no; le ragioni del turismo e della conservazione spesso confluiscono in piani di gestione della fauna che confliggono con le evidenze scientifiche; i leoni che ancora abitano gli habitat a savana dell’Africa orientale e meridionale nelle riserve e in alcuni parchi nazionali non sono i discendenti diretti delle popolazioni “integre e storiche” di leoni, ma sono il risultato, oggi, di interventi umani molto invasivi. 

Le considerazioni genetiche dovrebbe essere tenute nella massima considerazione, avverte il team di ricercatori che ha pubblicato il 17 maggio sulla PNAS, quando si parla di reintrodurre il leone nel Nord Africa, una ipotesi in circolazione dal 2002 con il Lion Atlas Project. Considerando il genoma e non solo il DNA mitocondriale “i leoni dell’Africa occidentale sono i parenti più stretti lungo la linea di derivazione” del leone berbero. Peccato che in Africa occidentale ormai la popolazione più numerosa di leoni si trovi solo in una area protetta transfrontaliera, la W-Arly_Penjari (circa 350 esemplari tra Benin, Burkina Faso e Niger). Ma se rivedere il maestoso leone berbero è, allo stato attuale delle cose, un esercizio di immaginazione scientifica del tutto teorico, meno aleatorie sono le riflessioni sulla conservazione del leone nel resto del continente: “i nostri risultati possono essere utili ad esplorare come la diversità genetica delle popolazioni è cambiata nel corso del tempo”. Un modo elegante per dire che la quantità non fa la qualità: riserve cintate con molti leoni non garantiscono lo stato di salute della specie, ma solo lauti introiti turistici. Una strada che, purtroppo, pare invece essere la linea di governo di Paesi come il Sudafrica e la Tanzania, che, insieme, hanno il 90% dei leoni africani rimasti nel XXI secolo. 

L’albero genealogico completo QUI.

 

La speranza non è una risorsa

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Qualche giorno fa Rai5 ha dato in prima serata The Eichmann Show, un film del 2015 non troppo noto sul processo ad Adolf Eichmann, l’uomo dell’RSHA
(Reichsicherheithauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) che organizzò i trasporti ferroviari verso i campi di sterminio durante la fase cruciale della Shoah. Eichmann venne processato a Gerusalemme nel 1961: per la prima volta davanti alle telecamere di tutto il mondo agiva e parlava in diretta un nazista in carne e ossa.Il film affronta proprio questa novità: lo show televisivo, le decisioni editoriali, e anche pubblicitarie, che motivarono il produttore, Milton Fruchtman, il regista, Leo Hurwitz, e le autorità israeliane a mostrare o non mostrare i dettagli del procedimento penale. 

Perché alcune cose non erano affatto scontate: che, ad esempio, il pubblico in generale avesse voglia e interesse a seguire gli interrogatori alle vittime, le testimonianze dei sopravvissuti e i loro racconti sulle fucilazioni di massa condotte dalle Einsatzgruppen nella Russia bianca nell’estate del 1941. Dopo la prima “puntata” con l’arringa introduttiva del Procuratore Generale gli ascolti crollarono. Fruchtman pretendeva che Hurwitz, un regista di fama con una esperienza da talento indipendente, riprendesse senza esitazione le espressioni dei testimoni, anche quando crollavano paralizzati in preda a crisi di angoscia e di terrore ricordando le uccisioni dei propri bambini. Molti giornalisti accreditati erano piuttosto d’accordo e rinfacciavano ad Hurwitz notizie ben più appetibili che, quanto ad appeal mediatico, facevano concorrenza ad Eichmann e ad Auschwitz. Fidel Castro a Cuba e Gagarin nello spazio. In fondo, ormai, era tutto finito, o no? Perché insistere su particolari raccapriccianti di un processo il cui esito era scontato? Gagarin era il futuro dell’umanità, Eichmann e gli assassini di Hitler il passato. 

È qui che questo film entra di prepotenza nel nostro maggio 2020. Hurwitz se ne frega dell’audience, vuole riprendere la faccia di Eichmann. È convinto che prima o poi il tedesco si tradirà, mostrerà un segno di orrore e di sconcerto per il peso delle proprie azioni, o forse anche una ombra di compassione. Come accadde a Franz Stangl, il comandante di Treblinka, che un giorno, vedendo un carico di vacche destinate al macello, riuscì a mettere a fuoco ciò che accadeva nel campo dove, sotto la sua giurisdizione, vennero gassate 900mila persone. Hurwitz pensava che in chiunque si nascondesse un fascista, date le necessarie condizioni di contesto politico. La prima delle sue ipotesi era sbagliata. Eichmann non disse mai una sola parola di partecipazione emotiva e morale alle conseguenze della sua partecipazione nello sterminio. Ma la seconda ipotesi del regista americano aveva qualcosa di fondato. Le preoccupazioni di Fruchtman e la noia giocosa dei reporter incuriositi da Gagarin fornivano indizi per comprendere le ragioni che spingono un individuo mediocre a collaborare con un potere criminale. Un unico atteggiamento mentale: adeguarsi il più in fretta possibile alle condizioni esterne, accettare con opportunismo i gusti più in voga in quel momento, concentrarsi su ciò che serve adesso, senza tante ciance. Un crudo talento nell’adattarsi alle circostanze. 

Nel 1961, in sala stampa, e nell’opinione pubblica di riflesso, dicevano: è finita, abbiamo voltato pagina. Non ci interessa conoscere i dettagli, abbiamo ricominciato a vivere. Divertiamoci. C’è il sole. Se vi suona familiare con le spiritose e ciarliere conversazioni che cominciano a circolare impazienti fuori dei nostri bar, non stupitevi. È proprio qui che stiamo arrivando. 

Più osservo e studio i nazisti, più sono convinta che non potremo mai capire chi erano davvero, cosa pensavano quando prendevano il caffè, che cosa li spinse a consegnare al demonio il popolo più colto d’Europa. Ma la ragione di questo mistero non è la lontananza temporale o l’enormità dei crimini. Credo, invece, che se anche ci riuscissimo, a scoprire cosa pensavano e come lo pensavano, scopriremmo che nelle loro vite e intenzioni non c’era nulla di eccezionale, di eccessivo, di mostruoso. I loro standard emotivi sarebbero identici a quelli della folla che passeggia in un centro commerciale al sabato pomeriggio.

I tedeschi di allora assomigliano agli uomini e alle donne di oggi, di questa ormai tarda primavera. E noi assomigliamo a loro. I più pensano ormai che il peggio sia passato, non ne vogliono più sapere nulla di pandemia ed epidemia, di terapie intensive e di arresti domiciliari. È la vittoria dell’infantilismo moderno: ridatemi la spiaggia, l’espresso al bar, voglio solo tornare alla vita di prima. E poi: la speranza. Questo spettro contemporaneo che si nutre, come il sangue per i vampiri, di una ingenuità totale e disarmante. La speranza è diventata uno strumento di imbastardimento politico e psicologico. È populismo puro. Serve per curare qualunque malattia. Il rifiuto di comprendere le cause del virus, le condizioni ecologiche che gli hanno permesso il suo spettacolare spillover, le conseguenze sistemiche della disintegrazione di un benessere economico precario, fittizio, illusorio. La speranza è un balsamo contro la coscienza sporca che non abbiamo fatto nulla, prima, non adesso, per prevenire il disastro. La speranza mi aiuta ad evitare la responsabilità. È un vecchio adagio cattolico. Non ti preoccupare, tanto Dio vede e provvede. Non può mandare a monte la Creazione. Non può perdere le sue creature. E se andasse maluccio, avrai la vita eterna. 

La speranza non serve a nulla. Se non a dilazionare i tempi di reazione. Peggiorando ancora di più i sintomi. Lo ha spiegato con la giusta rabbia Nilah Burton su VICE ( agli ambientalisti da salotto con il santino della pala eolica al posto del crocifisso, non piacerà). Mary Eglar è una scrittrice in residence della Columbia University ed attivista che studia la sofferenza psicologica delle comunità più povere di neri americani maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo la Eglar “la rabbia climatica è una risposta normale a queste ingiustizie e alla continua violenza”. Il confronto con i bianchi è dirompente: “troppo spesso la comunità che si esprime sul clima, guidata da bianchi, si appoggia sull’idea di speranza, che conduce all’inazione. La speranza è un concetto bianco. Si suppone che tu abbia prima il coraggio, poi l’azione e quindi la speranza. Ma i bianchi mettono davanti la speranza. La loro insistenza sulla speranza, in tutti questi anni, dove ci ha portati esattamente? A un bel niente”. 

E questo niente, adesso, prolifera, come un virus in coltura, sulla retorica della solidarietà, del ritorno al sorriso, della speranza per il vaccino che verrà, della spiaggia a lettini distanziati ma pur sempre estate. Natalia Aspesi, in una intervista acidissima, ha detto che non saremo più buoni, dopo, ma ancora più cattivi. E quindi, aggiungo io, ancora più speranzosi. Che la catastrofe ambientale prima o poi si risolverà da sola, che i dati in nostro possesso sul crollo delle reti trofiche negli ecosistemi siano esagerati, che la macchina elettrica spazzerà via il rumore, il particolato e la tristezza dalle nostre metropoli zeppe di amarezza, povertà e giovani disoccupati. È questa speranza vuota, ripetitiva, ridicola il male peggiore. E assomiglia tantissimo alle speranze della società tedesca nell’assolata e spensierata estate del 1939. 

(Foto: un reduce della Prima Guerra Mondiale a Berlino).