Siamo noi gli eredi del Pianeta?

Il Nobel a Svante Pääbo, l’eredità evolutiva della nostra specie è un tema centrale del XXI secolo: siamo noi gli eredi del Pianeta?
(Musée du Quai Branly, Paris. Collezione di Arte Africana)

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Il Nobel a Svante Pääbo per la paleo-genetica mostra che l’eredità evolutiva della nostra specie (l’ibridazione con specie umane estinte, la supremazia culturale di Homo sapiens) è un tema centrale del XXI secolo: siamo noi gli eredi del Pianeta? Un Nobel importantissimo per la scienza dell’estinzione, ma dalla netta impronta filosofica.

Nel suo Urfaust, Goethe fa dire a Faust, il solitario medico insoddisfatto di tutto: “L’eredità dei tuoi padri, se vuoi averla, devi guadagnartela (Das du ererbt von deinen Vätern hast, Erwirb es, um es zu besitzen!)”. Faust è l’uomo moderno. Non gli manca nulla, ha successo, prestigio sociale e denaro. Eppure, gli manca qualcosa, che lo tormenta instancabilmente. Per questo non sa come ereditare la conoscenza che la saggezza antica gli promette, sbirciando il suo cruccio dalle pagine polverose di una biblioteca gigantesca e ombrosa. Dovrà inventarsi qualcosa di nuovo? O accontentarsi di quanto è già stato scoperto? E se la scoperta non fosse abbastanza ardita da svelare il segreto dell’esistenza del mondo? Ma se “conoscessi il mondo, che cos’è che lo connette nell’intimo, tutte le forze che agiscono, e i semi eterni, vedessi, senza frugare più tra le parole”(Daß ich erkenne, was die Welt im Innersten zusammenhält, Schau alle Wirkenskraft und Samen / Und tu nicchi mehr im Worten kramen”), allora, si chiede Faust, che cosa mi succederebbe? Avrei tradito i Padri? La paleo-genetica è il nostro modo di porci lo stesso interrogativo di Faust. 

Le ricerche di Svante Paabo “mostrano che le sequenze di geni che abbiamo ereditato dai nostri parenti estinti influenzano la fisiologia degli esseri umani moderni”. La motivazione del premio è chiarissima: “Nobel per le sue scoperte sul genoma degli ominini estinti e quindi sull’evoluzione umana”. Paabo ha dimostrato che ciascuno di noi, se pur in proporzioni diverse, porta i geni dei Neanderthal e dei Denisova, introiettati nel nostro genoma durante l’ultima era glaciale, il Pleistocene. Questa evidenza apre il sipario su interrogativi epocali, nuovi per una umanità che si confronta con il peso delle proprie attitudini ecologiche.

Se riconosciamo nel nostro patrimonio genetico i nostri antenati, di che cosa possiamo dirci eredi? Del Pianeta? O solo di lontani parenti estinti? E se fossimo stati noi, Homo sapiens, i responsabili della scomparsa dei cugini incontrati in Europa continentale e nella lontana Siberia? Il passato estinto è sopravvissuto alla maniera con cui la vita sulla Terra (i geni) perpetua se stessa: la trasmissione del patrimonio genetico. Ma proprio per questo, se anche noi Sapiens siamo stati gli ultimi ad arrivare e gli unici a rimanere, questo non significa tout court che gli avi estinti appartengano ad un tempo indefinito e insignificante. Tutt’altro. Noi ci definiamo all’interno di un passato di estinzione. Apparteniamo alla nostra specie anche in virtù di specie estinte. Tramite il loro contributo biologico. Noi siamo e prosperiamo attraverso un tempo che è fatto di storia e di estinzione. Questo ha profonde implicazioni anche nella relazione moderna con gli animali. Questa natura ibrida che siamo noi stessi in quanto Homo sapiens, questa nostra convivenza con chi è estinto, ha contribuito a plasmare la nostra risposta adattativa e culturale nei confronti della presenza degli animali. Lungo i millenni, abbiamo portato con noi storie intime di estinzione, di vuoti incolmabili e inconsapevoli, provocando altre estinzioni nel regno animale. Il nostro tempo di specie ha intrecciato la nostra presenza terrestre con la mancanza, la scomparsa e la lontananza. E così l’estinzione dei Neanderthal e dei Denisova ci rammenta che il passato è fatto più di fratture e buio che di certezze e pietre miliari. Ma proprio per questo il tempo profondo, più ancora del tempo storico, apre nello spirito dell’uomo quelle distanze nostalgiche e ambigue che così bene caratterizzano la nostra intelligenza (der Sinn) delle cose del mondo. Anche là dove risuona, sulla superficie abrasa dei reperti fossili, la lenta eco dell’estinzione, anche lì c’è per noi esseri umani completamente moderni la possibilità radiosa di una piena comprensione di noi stessi. Conviviamo con l’estinzione da sempre. Perché siamo vivi. Perché siamo umani. L’estinzione degli altri (i Neanderthal, i Denisova, gli uomini dell’isola di Flores, l’Homo naledi del Sudafrica) prova quanto fragile e imperfetta sia la natura di noi umani. Perché la nostra natura è stata scritta dentro e attraverso storie altrui. Nonostante il nostro successo. Questo, forse, più di molto altro, potrebbe aiutarci a capire che cosa è la sesta estinzione di massa. 

Ma eredità vuol dire anche: che cosa siamo disposti a lasciare alle prossime generazioni? È infatti proprio la crisi ecologica ed umanistica del XXI secolo a mostrare che il patrimonio – ciò che abbiamo ereditato e ciò che lasceremo a chi verrà dopo di noi – è intrecciato alla giustizia sociale. È uno strumento di giustizia sociale. L’umanesimo occidentale, con il suo carattere espansivo ed aggressivo, ha inventato la Modernità, costringendo però l’umanità intera dentro categorie di mondo (economia di profitto, discriminazione razziale, appropriazione delle specie animali) che sono ancora oggi una escoriazione scabrosa proprio nel concetto di “umano” che difendiamo con accanimento sulla scena politica internazionale. Nella strumentalizzazione dell’umano ereditata dai secoli centrali della modernità (Seicento e Settecento) stanno le cause prime delle pretese di risarcimento morale esplose negli ultimi anni. L’attivismo africano ed asiatico contro la dittatura climatica del nord globale e il suo monopolio dell’energia, la richiesta di riparazioni delle comunità afro-americane e afro-europee, le rivendicazioni di attivisti e accademici per una protezione della natura fuori dal capitalismo e dal sapore amaro del colonialismo. E, infine, l’autocritica del mondo scientifico, che denuncia la “legacy of colonialism”, l’eredità del colonialismo nella ricerca, nell’eugenetica, nell’editoria scientifica di riviste autorevoli come NATURE. “Gli archivi di NATURE includono anche contributi offensivi nel campo dell’ecologia, dell’evoluzione, dell’antropologia, dell’etnografia. Contributi inestricabilmente coinvolti con l’espansione coloniale. Un editoriale del 1921, ad esempio, esprime apertamente un punto di vista imperialista e razzista, raccontando di una riunione di quella che era allora la British Association for the Advancement of Science. Ecco cosa vi era scritto: ‘è con sentita convinzione che siamo impegnati a discutere i modi e i mezzi con cui la scienza dell’antropologia possa essere di maggiore utilità nell’amministrazione dell’Impero, soprattutto nel governo delle razze a noi soggette, che sono ad un inferiore livello di sviluppo rispetto a noi’”. Neppure la natura era dunque esente dalle deformazioni del concetto restrittivo e denigratorio di “umanità” che a lungo il pensiero scientifico ritenne legittimo. Questo significa che se parliamo di protezione della natura, non solo dobbiamo parlare di colonialismo. Dobbiamo parlare anche della concezione di umanità (umanismo e umanesimo) che ha assorbito la presenza del mondo naturale facendone qualcosa di storicamente proprio. 

Uomo e umanità sono, infatti, dimensioni storiche della nostra esistenza. Abbiamo imparato a declinare la parola “uomo” in un certo modo, stando dentro certe storie (la Modernità economica e scientifica, la conquista della biodiversità, la metafisica occidentale) e selezionandone altre (la pace religiosa in Europa dopo il 1648, il carbone, i viaggi oceanici) tra una infinità di opzioni. “La Storia, a partire dal XIX secolo, definisce il luogo di nascita di ciò che è empirico, vale a dire il luogo in cui, di qua da ogni cronologia fissata, esso acquista il suo essere proprio”, scrive Michel Foucault. “La Storia, come si sa, è sì la regione più erudita, più avveduta, più desta, più ingombra, forse, della nostra memoria; ma è parimenti il fondo da cui tutti gli esseri si dipartono per giungere alla propria esistenza e al proprio effimero scintillio”. Quel che intende Foucault è che noi immaginiamo noi stessi storicamente, come eredi ed epigoni. È il nostro sentimento di storicità che orienta la nostra interpretazione delle cose, anche sui tavoli di lavoro della scienza. Questa sensibilità moderna per l’appartenenza ad un passato, per il lavoro di scavo dentro quel passato (la paleoantropologia e oggi la paleo-genetica), rappresenta però anche l’occasione che sempre ha l’uomo per muoversi secondo cultura sulla scena del mondo. Vale a dire che proprio il passato spiegato e tornato alla luce (il nostro essere nella storia), l’archeologia della nostra presenza terrestre, mostra che oggi Homo sapiens non è imprigionato in un destino.

Nel recondito segreto dei geni investigato da Pääbo sta questa prodigiosa capacità di Homo sapiens, la possibilità di scegliere per se stesso. Di inventarsi strade nuove. In una lunga intervista su DIE ZEIT, Svante Pääbo si è chiesto: “Se gli antichi esseri umani, come i Denisova, fossero sopravvissuti, li avremmo chiusi in uno zoo? (…) il nostro sviluppo culturale poggia su un fondamento biologico. Uno scimpanzé non può eguagliare la nostra cultura e la nostra tecnologia, nonostante gli scimpanzé abbiano ottime capacità di apprendimento. Io spero che, grazie al patrimonio genetico, si possa arrivare a comprendere alcuni aspetti dell’origine biologica della cultura umana. Che queste scoperte ci diano migliori opportunità per la ricerca in tal senso. Eccone un esempio. Soltanto due settimane fa un paper su SCIENCE mostrava che i geni umani, a confronto con quelli dei Neanderthal, codificano per una maggiore produzione di neuroni”. 

Ogni pensiero (anche quelli auto-denigratori sul carattere distruttivo di Homo sapiens) è fatto della stessa materia di cui è fatto il Pianeta. Se abbiamo delle colpe, quelle colpe sono organiche. Possono decomporsi e ritornare nella terra, ormai frammentate in elementi chimici di base. Come i tessuti, il sangue, i capelli, i denti, le ossa. Al contrario di quanto pensavano i grandi Europei del ‘600 e del ‘700, non abbiamo ereditato il Pianeta, che non ci appartiene di diritto. Ma abbiamo ereditato la nostra appartenenza alla Terra.  

La storicità definisce Homo sapiens nella biosfera

Noi siamo parte del Pianeta perché abbiamo una storia. La cultura, in senso propriamente evolutivo, ci rende capaci di storia. E noi sappiamo di esistere perché abbiamo una storia. La storicità definisce Homo sapiens nella biosfera.
(Il giardino del Petit Palais, a Parigi, durante un temporale dello scorso maggio)

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Noi siamo parte del Pianeta perché abbiamo una storia. La cultura, in senso propriamente evolutivo, ci rende capaci di storia. E noi sappiamo di esistere perché abbiamo una storia. La storicità definisce Homo sapiens nella biosfera. Eppure, questa condizione dell’esistenza umana è ampiamente misconosciuta. Ma immaginare la nostra specie come soggetto iper-morale a causa dei suoi crimini ambientali, indipendente da una natura sfregiata e umiliata, guardata da lontano con cordoglio e disperazione, impedisce di capire che cosa è la sesta estinzione di massa. Solo attraverso la nostra storicità possiamo infatti entrare nel problema della natura.

Comprendere la “questione della natura” è la premessa per ottenere un accordo globale sulla protezione del Pianeta. Il prossimo dicembre a Montreal, in Canada, la Convenzione Mondiale per la Biodiversità (CBD) dovrà firmare una carta di intenti per conservare quel che resta del patrimonio di biodiversità del nostro Pianeta. La Germania ha annunciato un contributo economico senza precedenti per il successo dell’accordo (1 miliardo e mezzo di euro): finora nessun Paese si è impegnato tanto dal punto di vista economico. Ma secondo gli esperti servirebbero 700 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2024 per salvaguardare la biosfera. Il tentativo di arginare i processi di estinzione, però, non è mai stato tanto nebuloso.

Il lungo percorso negoziale della CBD verso Montreal è stato segnato da molti ostacoli. Ma il disaccordo principale sulla possibilità di proteggere giuridicamente una parte del Pianeta sta nella mancanza di una idea condivisa e univoca di “natura”. 

Questa lacuna si somma a qualcosa di ancora più preoccupante. L’agenda dei negoziati è priva di una valutazione preliminare essenziale. I parchi nazionali, infatti, non sono il Pianeta: sono solo una porzione di Terra risparmiata all’espansione economica. Nel XXI secolo la società umana globale si sovrappone perfettamente al Pianeta, fagocitandolo. Questo significa che nell’assetto attuale della civiltà la biosfera non è lo spazio comune che contiene e sostiene il fenomeno biologico (le specie e l’umanità). È piuttosto tutto ciò che “avanza” fuori dei confini dinamici e fluidi dell’impresa economica. E anche questo resto, ben inteso, è messo a profitto. Le geografie della conservazione (aree protette) fatturano al turismo internazionale. Alcuni storici dell’ecologia ritengono che la natura affidata al turismo sia stata ormai assorbita dallo schema neo-liberista, in “un progetto socio-ecologico, i cui effetti sono, appunto, sociali ed anche biofisici”. Ma se non c’è una biosfera, in senso propriamente ontologico, come disegnare un accordo giuridico adeguato?

L’essere umano (Homo sapiens) è parte della natura. É un elemento costitutivo della storia naturale ed evolutiva della Terra, esattamente come la Terra stessa è la causa dell’esistenza degli esseri umani. Benché gli uomini siano ovunque e abbiano modificato la geologia stessa del Pianeta (è una delle tesi che sostengono la nozione di Antropocene), l’umanità attuale non sa se e come possa affermare di appartenere ancora alla Terra. Il Pianeta è diventato estraneo alla nostra costituzione d’essere, e per questo ne disponiamo a piacimento; oppure siamo intrappolati in una concezione delle cose di natura e di noi stessi che, pur essendo soltanto una elaborazione di un segmento piuttosto recente della nostra storia moderna, noi abbiamo elevato a unica dimensione possibile del reale. Come se non potesse esserci nulla di alternativo a ciò che è consolidato. Un pensiero che accumuna l’accettazione dello status quo ad una concezione della vita di tipo dittatoriale. Sono infatti i regimi totalitari le forme di organizzazione politica che pretendono di offrire ai propri cittadini il migliore dei mondi possibili. Il più perfetto. E la perfezione, si sa, non ha bisogno di essere emendata. Può solo emanare felicità. Questa è una concordanza essenziale tra il comunismo, il capitalismo e il pessimismo ecologista ormai datato agli anni Settanta. 

Questi sistemi di pensiero hanno esaurito la propria concezione della natura. Non dicono più nulla sulla natura che torni utile al nostro secolo. Ma il tramonto della prospettiva tradizionale sulla biosfera (coloniale, pura, edenica, marxista) ha permesso di chiudere con il pregiudizio sul capitalismo moderno. Non possiamo continuare a spiegare tutto con il Capitalismo. Perché il capitalismo è molto di più di quanto abbiamo finora immaginato. “Il capitalismo storico non è soltanto una formazione sociale”, scrive lo storico Jason Moore. “È anche una costruzione ontologica. Il suo modus operandi costitutivo è la natura a basso costo (cheap nature), decisiva per l’espansione e la riproduzione del capitale stesso”. La biosfera a prezzi stracciati è una premessa della Modernità: “bisogna intendere ‘a basso costo’ (cheap) in un doppio significato: gli elementi naturali costano molto poco;  ma l’impresa economica, dal canto suo, si riserva il compito di abbassare il prezzo di qualunque cosa (to cheapen), e quindi di degradare e di rendere inferiore ciò che le occorre dal punto di vista etico, politico e anche morale”. 

Questo significa che l’economia moderna si afferma in virtù di un certo modo di intendere la realtà, che è qualcosa di molto più brutale di una semplice sovrapposizione tra una idea astratta e la sua messa in pratica. È la realtà in sé che, dal Cinquecento, subisce una trasformazione. Dopo la Riforma protestante (1517), il problema della realtà (cosa è reale?) entra con prepotenza nel pensiero filosofico europeo. Rimanendoci fino agli anni ’30 del Novecento. La civiltà moderna ha della realtà una concezione, un concetto e una forma mentale ben precise. La realtà da sola non basta più. Il sentimento di sufficienza del mondo dentro il progetto divino della creazione va spegnendosi. Giunge invece a maturazione qualcosa di più ardito. Se il globo può essere misurato e circumnavigato, allora tutto ciò che esiste lo possiamo usare e conquistare per il semplice motivo che può essere pensato. L’ontologia del capitalismo non è null’altro che una ideologia del pensiero possibile. Questa relazione con gli enti di natura (popoli, animali, foreste, oceani) è una caratteristica intrinseca alla cultura europea. L’espansione geografica, coloniale ed imprenditoriale proviene da questo: il mondo può essere pensato.  E se lo posso pensare, lo posso manipolare. 

È questo strapotere del pensiero che calcola, spiega, inventa a trovare nella natura un campo di azione illimitato. Il limite allo sfruttamento introdurrebbe nella realtà una contraddizione logica. La progettualità umana è consequenziale perché la razionalità che la regge è in sé non contraddittoria. Se la circumnavigazione del globo è fattibile, allora non soltanto la Terra è rotonda e tutti i mari sono un unico, grande oceano. Quello che gli Europei scoprono, scoprendo il Pianeta, è che la biosfera stessa coincide con la propria immaginazione scientifica. Questa è la modernità: trasformare l’ontologia (i viventi esistono) in una organizzazione economica secondo criteri di pianificazione e di estrazione di materie prime, corpi, risorse naturali. La pianificazione, allora, si sostituisce al fenomeno biologico. Ciò che conta non è neppure la risorsa in sé, ma ciò che con quella risorsa può essere fatto. Questo non è un paradigma economico: è prima di tutto una struttura della realtà. Una ontologia, appunto. 

La biosfera (la “natura”) è così spinta in una categoria ontologica nuova, che ne tutela l’esistenza perché ne presuppone la manipolazione. Ma questo dualismo (da una parte gli uomini, dall’altra la biosfera) è una astrazione inconcludente. Non descrive nulla degli effettivi legami che integrano Homo sapiens nel suo contesto ecologico, l’unico in cui la nostra specie si muove da sempre. “La contrapposizione dualistica impedisce di vedere che l’accumulazione di capitale è un intreccio di interdipendenze tra specie, in cui l’una condiziona l’altra”, scrive anche Jason Moore.  Vale a dire che la storia dell’economia moderna, senza neppure sospettarlo, è ormai una “co-produzione di nature storiche”. 

Il nostro secolo non è l’apogeo di un distanziamento patologico dalla natura. Al contrario: è il passaggio storico in cui la nostra totale appartenenza all’ordine naturale delle cose appare in tutta la sua coerenza. Soltanto oggi, infatti, è chiaro il destino comune tra le faune e i popoli non Europei. Oggi la povertà raccapricciante del sud globale rispetto al ricco Nord del mondo denuda le premesse della Modernità: interi popoli considerati inferiori dal punto di vista razziale dovevano essere equiparati alla natura inesplorata, pronta per essere saccheggiata. 

“Quando Patterson (autore del libro “Slavery as social Death” edito nel 1982 dalla Harvard University Press) descrive la schiavitù come una ‘morte sociale’, intende riferirsi ad una vera e propria configurazione storica su scala globale, fondata su di un concetto razziale, secondo il quale gli Africani erano effettivamente trattati come parte della Natura e non della Società. Dovevano quindi costare poco. Di continuo quindi la maggior parte degli esseri umani erano descritti come selvaggi, mentre la civiltà era altrove. Questo giustificava l’espropriazione sanguinaria dei loro corpi”, scrive Moore. La piantagione di cotone e di zucchero era una enorme metafora di un ordine mentale in cui trovavano posto la nuova economia e la nuova umanità: “la logica dell’isolamento, della frammentazione e della semplificazione dette forma non soltanto ai paesaggi convertiti alle monocolture del primo capitalismo, come la piantagione per la canna da zucchero. Plasmò anche le vite degli esseri umani espulsi dall’Umanità, ossia le popolazioni coloniali costrette a insediarsi in ‘villaggi strategici’, dall’Irlanda, al Perù, alle Isole delle Spezie”. La frammentazione della natura (aree protette isolate o cintate) è un aspetto della pianificazione razionale di un Pianeta pensato per essere riscritto e reinventato. 

Lo scorso luglio il NATIONAL GEOGRAPHIC ha dedicato la copertina ai Lakota Sioux del South Dakota. Le comunità Native Americane sono in prima linea per rivendicare il diritto a vivere secondo le proprie tradizioni offrendo così alla nostra epoca una alternativa filosofica alla distruzione della biosfera e alla sistematica umiliazione della vita. Quannah Chasinghorse è una attivista e volto icona di Chloé per scelta della designer della Maison, la signora Gabriela Hearst, lei stessa molto impegnata nella ricerca di un modo nuovo di sentirsi parte di questo secolo.

Negli ultimi anni questa prospettiva è stata integrata nel dibattito sulla conservazione delle specie. È emersa infatti l’esigenza di far spazio ai sistemi di conoscenza non europei ( i cosiddetti “popoli indigeni”) nella cornica internazionale della protezione della natura. La volontà di giungere ad un accordo globale per la salvaguardia degli habitat ha come obiettivo “living in harmony with nature”, dando ascolto a sguardi sulle cose di natura diversi da quelli europei. Per quanto tardiva, questa apertura oltre i confini della filosofia economica europea si è dimostrata funzionale a spostare anche la conversazione sulla posizione di Homo sapiens nel Pianeta. Sempre meno “uomo contro natura” e sempre più, invece, “nature-culture”. Ossia: siamo una specie che attraverso la cultura ha trovato il suo posto nella natura. È stata quindi la cultura a permetterci di costruire realtà di nostra elaborazione, pronte ad essere proiettate sulla biosfera. 

(BROADVIEW è una rivista canadese che parla di ambiente e spiritualità. Lo spazio dedicato alla cultura dei nativi canadesi è in costante aumento. La scelta editoriale, molto meditata, è di offrire non soltanto uno sguardo attento e rispettoso sulle concezioni esistenziali dei popoli originari del Canada, che anche qui, purtroppo, vivono per lo più in condizioni di forte emarginazione sociale ed economica; BROADVIEW mostra come queste Nazioni abbiano molto da insegnarci sulla relazione con il passato storico e paleo-geologico di noi stessi e del Pianeta che abitiamo. Sono voci dissidenti, ma acutissime, che ruotano attorno alla domanda: che cosa è la sesta estinzione di massa per noi esseri umani? Perché ci sentiamo ormai così soli nei confronti della Terra? In Canada è anche in corso un progetto gigantesco di conservazione dell’ecosistema sub-artico: gli Łı́ı́dlı̨ı̨ Kų́ę́, utilizzando strumenti legali, hanno escluso decine di milioni di chilometri quadrati di foresta da ogni uso industriale. Solo i Nativi vi possono cacciare e raccogliere frutta, pesce, legname )

Con il passare dei secoli, ci siamo dimenticati che la realtà in sé e per sé non è un giudizio sintetico a priori o una rappresentazione della coscienza. È prima di tutto un contesto di esistenza per l’esistenza, che possiamo descrivere e comprendere attraverso la geografia, la biologia evolutiva e l’ecologia. Poco più di dieci anni fa (nel 2010) la rivisitazione della relazione tra uomini e natura acquisì popolarità grazie al concetto di “antroma”, coniato da Erle Ellis, forse il più brillante ricercatore nel vasto campo della storia dell’Antropocene. “Cresce il consenso sul fatto che gli esseri umani hanno ormai finito con il trasformare l’ecosystem pattern e i processi intrinseci all’intera biosfera terrestre”, scriveva Ellis. Questo significa che per capire come funzionano gli ecosistemi non bastano i dati dedotti dal clima e dalle variabili fisiche che condizionano la vegetazione, la fauna e l’ambiente in generale. 

Noi siamo parte del Pianeta perché abbiamo una storia. La cultura, in senso propriamente evolutivo, ci rende capaci di storia. E noi sappiamo di esistere perché abbiamo una storia. La storicità definisce Homo sapiens nella biosfera.
(Il salone al primo piano del Petit Palais, a Parigi. La grandiosità delle opere artistiche europee è un proxy per comprendere la sesta estinzione di massa. La defaunazione del Pianeta è infatti una conseguenza del talento creativo della nostra specie)

“Ovunque siano presenti popolazioni e attività umane l’aspetto e le dinamiche degli ecosistemi terrestri (inclusa la presenza di alberi e la loro persistenza) sono determinate soprattutto dal tipo, dall’intensità e dalla durata delle interazioni degli esseri umani stessi con questi ecosistemi”. Tutti gli ecosistemi della Terra sono dunque antromi, ossia geografie su cui Homo sapiens ha lasciato un segno semplicemente dimorandovi e trovando nelle risorse naturali quanto gli occorreva per sopravvivere. È al culmine dell’impresa (l’espansione geografica iniziata nel ‘500), e cioè dal 1700, che c’è un cambiamento di passo non nel modo in cui gli uomini stanno sulla Terra, insiste Ellis, ma nella intensità con cui cominciano a fare ciò che hanno sempre fatto coltivando, disboscando, costruendo, allevando animali. Oggi viviamo in una completa “anthropogenic biosphere”. La storia naturale coincide con la storia umana. Non ha più senso discutere di natura selvaggia o addomesticata, ma piuttosto di “una storia globale della natura antropogenica”, insiste Ellis. Se ogni contrada del Pianeta porta il nome della nostra specie, perché allora insistiamo a considerarci ormai fuori della natura?

I popoli indigeni rivendicano il diritto a recuperare e coltivare i legami ancestrali con gli antenati per non smarrire la propria eredità genetica, ecologica e culturale. Questa domanda di giustizia verrà posta con convinzione a Montreal. Noi Europei, invece, abbiamo relegato queste preoccupazioni agli scaffali delle biblioteche di antropologia. Nessuno oggi in Europa, o poco più, sente di possedere ancora un cordone ombelicale con i maestri, i pensatori, i pittori e i compositori di qualche secolo fa. Non ci servono più, per coltivare i nostri desideri, le nostre speranze, le nostre aspirazioni. Eppure, solo attraverso la nostra storicità possiamo davvero entrare nel “problema natura”. La storicità è il modo europeo di stare dentro il campo di possibilità offerto dall’esistenza: il carattere che ci ha resi moderni. È la storicità (aver costruito una storia ed esserne stati costruiti) a interrogarci su che cosa sia oggi il Pianeta Terra, e se noi vi dimoriamo ancora, recuperando quella domanda sulla realtà che affliggeva gli uomini del ‘500 e del ‘600. “In che modo deve essere il mondo, perché l’EsserCi possa esistere come essere-nel-mondo?”, si chiedeva Heidegger in “Essere e Tempo”.  

L’Europa ha dato il ritmo al resto del mondo. È questo che ci conduce dentro l’importanza del problema della realtà, anche quando pensiamo alle foreste tropicali, alle specie animali, alle batterie delle auto elettriche e alle pale eoliche. Perché le nuove tecnologie e le nuove fonti energetiche, proprio come i carburanti fossili, sono sostenute da racconti potenti e convincenti (molto spesso auto-assolutori) sulla struttura della realtà (“i fatti”). Nel lontano 1991, del resto, William Cronon aveva già spiegato come la stessa storia naturale, nella cultura occidentale, sia una narrazione.

Gli esseri umani sono narratori per natura. Le società costruiscono valori, intessuti di fatti e di credenze, che ci guidano ad agire nel mondo. Ma è anche vero che gli umani sono inclini a costruire narrative come se fossero reali. Ogni ideologia politica, dottrina religiosa o paradigma economico, la stessa cultura, e non ultime le teorie scientifiche, sono storie che hanno una base sociale, che rappresentano più o meno accuratamente la realtà che intendono spiegare. Una volta che una configurazione culturale e narrativa è stata assorbita, chi vi aderisce tende a considerarla più seriamente delle prove, giunte da direzione contraria, che ne smentiscono la cornice concettuale”. Dobbiamo cioè stare attenti a non confondere la realtà del capitalismo, che è poi la Terra degli uomini moderni, con la condizione presente del Pianeta. 

La defaunazione, l’estinzione delle specie di alberi a legno duro e il riscaldamento del clima ricalibrano la bussola della realtà. No, il Pianeta pensato non è il Pianeta. È soltanto (per quanto immane possa essere questo ‘soltanto’) una opzione, una scelta, una direzione che ha preso velocità. Che ha fatto il suo corso. Isolando la nostra storia dal XXI secolo, non riusciamo più a capire cosa sia la natura. Manchiamo l’appuntamento con la realtà. Siamo soggetti storici, e anche la natura, per opera di Homo sapiens, è un soggetto della storia. In questo fenomeno ecologico globale (gli esseri umani attraverso le altre specie animali) il Pianeta appare per quello che è, come un oggetto finalmente portato alla luce del sole. Questo è il punto di partenza per comprendere cosa sono oggi gli ecosistemi, e cosa è la sesta estinzione di massa. 

Non più natura pura o incontaminata (neppure nella preistoria di Homo sapiens era così). E invece: habitat as multispecies landscapes, nature-cultures, overlapping ecologies”.  Habitat come sovrapposizione di storie umane, animali e vegetali, che si danno significato ecologico ed evolutivo le une dentro le altre. Quando siamo presenti alla nostra epoca (il XXI secolo, l’epoca della sesta estinzione di massa) abbiamo già dentro di noi l’intero passato della nostra specie. Il futuro si apre dinanzi a noi proprio perché abbiamo già fatto esperienza di noi stessi. È la storicità della nostra esperienza del Pianeta a dirci chi siamo e se saremo capaci di fare altrimenti. L’appartenere al tempo, insomma, rende accessibile la condizione attuale della biosfera. Il presente del XXI secolo è quindi piuttosto un “essere presente”: scoprirsi consapevoli di ciò che accade perché si appartiene storicamente ad ogni singolo avvenimento come fosse il proprio.

Ecco perché dobbiamo ripensare la nostra storia, prima di provare a vedere la natura con lo sguardo del XXI secolo. “Cominciamo soltanto ora a vedere quanto l’organizzazione delle comunità umane sia completamente porosa rispetto ai sistemi naturali, su una variabile enorme di interdipendenze”, dichiara Jason Moore. Senza una tale permeabilità reciproca, il capitalismo non sarebbe mai sbocciato. 

Ma da qui scaturisce anche l’imperativo morale europeo ad affrontare l’origine del benessere occidentale andato in pezzi sulle scogliere del disastro ecologico alle soglie di un inverno, o quel che ne resta, freddo e buio. Sono sono questi i veri argomenti spinosi della conferenza di Montreal. È tempo di una robusta “politica della colpa”, che metta a carte quarantotto il nostro perbenismo politico, come ha scritto su DIE ZEIT il giornalista tedesco Georg Diez: “una socialdemocrazia del 21esimo secolo non può permettersi di concentrarsi sulle ormai vecchie questioni dell’ascensore sociale e dell’uguaglianza, in un mondo del lavoro che è comunque oggi già radicalmente cambiato. Giustizia vuol dire ormai animali e diritti degli animali, pensiero sulle generazioni future, sulla colpa ereditata, ad esempio attraverso la storia coloniale”. Vale a dire che neppure nel Paese più ricco d’Europa la più prossima e contingente questione nazionale (il caro energia, le fibrillazioni sociali dei ceti medi impoveriti, il conflitto politico tra i Verdi e i Socialdemocratici) può permettersi di tagliar fuori la più generale questione della biosfera e degli esseri viventi che la abitano. Questa è la storicità europea. Questa è la storicità della sesta estinzione di massa. 

Noi siamo parte del Pianeta perché abbiamo una storia. La cultura, in senso propriamente evolutivo, ci rende capaci di storia. E noi sappiamo di esistere perché abbiamo una storia. La storicità definisce Homo sapiens nella biosfera.

“Al momento se ne parla poco, eppure questo 2022 non è semplicemente un annus horribilis. È l’inizio di una nuova epoca”, scrive, sempre su DIE ZEIT, Bern Ulrich, un esperto di clima, un convinto vegano (e un feroce critico delle politiche sociali tedesche, a cui non basta neppure una coalizione di governo con i Verdi in posizioni di primaria rilevanza). “S’è consumata una frattura con il passato. Questi sono tempi in cui i Governi non possono più fare politica per i cittadini senza i cittadini; non si può stoccare riserve di gas senza risparmiarlo il gas, ed offrire solidarietà sociale senza imporre rinunce a chi quelle rinunce le può sopportare. Non ci può essere neppure vera protezione della natura senza che ciascuno di noi abbia meno spazio a sua disposizione; nessuna protezione delle specie animali senza mangiare meno carne, nessuna sicurezza senza dover vedere fuori della finestra una pala eolica”. Uno schietto realismo, insomma, che dovrebbe funzionare come programma politico europeo. E come programma occidentale al tavolo dei negoziati di Montreal.

La defaunazione è il volto della civiltà

La defaunazione è il volto della civiltà. La vera minaccia alla biosfera sono le miriadi di estinzioni delle popolazioni sull’intero spazio geografico della specie.
(Petis Palais, Parigi- il quadro, dipinto a metà Ottocento, rappresenta il grande ottimismo dell’umanità occidentale nel pieno dell’epoca del “progresso”, del Positivismo e dell’industrializzazione. La nostra demografia era percepita come una manifestazione di dinamismo, nonostante le condizioni di vita terribili dei ceti operai, soprattutto nelle grandi città. Questa è la Parigi raccontata da Emile Zola. Oggi, invece, l’iper-demografia umana aggrava i fronti di crisi dell’Antropocene ed è una delle cause della defaunazione del Pianeta)
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La defaunazione è il volto della civiltà globale. La vera minaccia alla biosfera sono le miriadi di estinzioni delle popolazioni animali un tempo presenti sull’intero spazio geografico della loro specie. Non la scomparsa conclamata di una specie. Ma il suo lento accomiatarsi da intere regioni su scala continentale.

A condurci al centro del problema è ancora una volta è il Gruppo di Stanford (Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich). I tre massimi esperti di questo fenomeno firmano uno studio se possibile più incisivo dei precedenti, uscito lo scorso 27 giugno su PHILOSOPHICAL TRANSACTION B della Royal Society: “Circling the drain: the extinction crisis and the future of humanity”.

Eppure, la defaunazione rimane una emergenza globale sconosciuta all’opinione pubblica. Su Instagram ci sono circa un centinaio di persone che ne parlano. Ma la defaunazione offre la chiave di interpretazione più importante del collasso della biodiversità. Per descriverne gli effetti, infatti, l’ecologia deve allearsi con lo studio della culture umane moderne e con l’economia. 

C’è anche un altro vantaggio, quando ci si addentra nelle foreste tropicali sempre più povere di vertebrati ed invertebrati. La defaunazione è lenta e impercettibile fino a quando le sue conseguenze diventano irreversibili. È, quindi, un fenomeno biologico, ma anche una grande metafora della civiltà umana iper-moderna. Anno dopo anno, ci inoltriamo in un esperimento inedito (Antropocene) dandone per scontate le conseguenze, che filtrano come banale routine nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Ma la sesta estinzione di massa, preparata da cambiamento climatico e defaunazione, preannuncia un impoverimento radicale del nostro sentimento di umanità. 

Negli ultimi 8 anni le certezze scientifiche sulla defaunazione hanno letteralmente cambiato il modo in cui pensiamo la sesta estinzione di massa. La diversità biologica del Pianeta va scemando, perché avanza la defaunazione: lo spopolamento interno di una specie, che perde progressivamente spazio geografico. E quindi un numero incalcolabile di sottili differenze (fenotipi) e adattamenti particolari, unici, che, nella somma delle sue popolazioni, rendevano quella specie molti diversificata, plastica e resiliente. Anche la IUCN include ormai il monitoraggio della diversità genetica tra i principali strumenti di conservazione del XXI secolo. 

Non sono tempi in cui risulti poi così arduo interrogarsi sul futuro dell’umanità. Sulla PNAS – PERSPECTIVE, un gruppo di ricercatori che invece si occupano soprattutto del sistema climatico terrestre ha lanciato una provocazione (“Climate Endgame: Exploring catastrophic climate change scenarios”) politicamente appropriata (forse loro malgrado). Coerente con il caos che la crisi energetica ha portato nel cuore stesso dell’Europa, messa a ferro e fuoco da incendi, siccità e temperature ben oltre i 40 gradi Celsius. Lo scenario climatico peggiore, quello da fine corsa per la biosfera e l’umanità, il “Climate Endgame”, meriterebbe ormai una agenda politica e scientifica a parte, questo sostengono gli autori. Finora considerata troppo remota, la possibilità che anche un aumento di 2 gradi Celsius di temperatura possa innescare un collasso del Pianeta e della comunità umana è invece verosimile.

Accettarlo aiuterebbe a mettere in campo l’applicazione massima del principio di precauzione. Il rischio maggiore non è tanto il riscaldamento della Terra: “particolarmente preoccupante è l’innesco di una effetto domino a cascata di processi di non ritorno, che cominciano ad interagire tra loro in modo che una soglia limite superata su un aspetto ne mette in movimento un’altra, altrove”. Questo ha a che fare prepotentemente con la defaunazione: “la crescita delle temperature dipende, in modo cruciale, dall’insieme delle dinamiche del Sistema Terra, non soltanto dalla traiettoria delle emissioni antropogeniche”. La biosfera  contribuisce infatti alla regolazione e all’equilibrio del sistema climatico. 

L’intreccio di pericoli letali comprende la disintegrazione delle reti finanziarie, il conflitto sociale violento, i tassi di mortalità e la diffusione di zoonosi favorite dal caldo torrido sempre più frequente.

Che cosa dovremmo aspettarci? “É tempo per la comunità scientifica di venire a patti con la sfida di una migliore comprensione di un cambiamento climatico catastrofico. Una valutazione del rischio dovrebbe considerare come i rischi stessi si diffondo, interagiscono e si amplificano, aggravati, anche, dalla possibile risposta umana. La pandemia da Covid-19 ha indicato l’importanza di prepararsi a pericoli non frequenti, ma di alto impatto globale, e dotati di un gradiente di rischio sistemico. Gestire in modo prudente queste eventualità implica di tenere sempre in considerazione gli scenari peggiori”. Le crisi globali del XXI secolo, infatti, si espandono attraverso “fallimenti di risposta che tendono poi a funzionare in sincrono”, come la crisi finanziaria del 2008. 

La definizione corretta per una valutazione di impatto di questo tipo è “integrated catastrophe assessment”. Uno dei capitoli riguarda il potenziale del cambiamento climatico di innescare ed accelerare eventi di estinzione di massa. 

Tra i servizi ecosistemici decimati e compromessi dalla defaunazione c’è la dispersione dei semi nei contesti tropicali garantita da numerose specie di uccelli e di mammiferi in contrazione numerica: è un tema che negli ultimi dieci anni è andato imponendosi con sempre maggiore forza sulle principali riviste scientifiche.

Il Gruppo di Stanford non usa un tono meno preoccupato. Anche perché stavolta il messaggio sulla defaunazione supera i confini delle foreste tropicali. Se vogliamo capire fino in fondo cosa è la defaunazione, dobbiamo prendere in considerazione la geografia delle specie. Ovunque. Anche dove i parchi nazionali sono spacciati come la soluzione-panacea a tutti i nostri problemi. 

Il “cantiere” dell’estinzione di massa del nostro secolo sono le migliaia di estinzioni delle popolazioni locali di una specie. La rarefazione del numero di individui che compone una specie avviene sullo spazio geografico (home range) effettivamente occupato dalla specie stessa prima che l’espansione delle attività umane cominciasse a ridurne l’estensione. 

Dirzo, Ceballos ed Ehrlich, però, dicono che questa situazione, che siamo abituati a considerare circoscritta a poche specie molto minacciate, è in realtà ormai la realtà storica di moltissimi animali. Animali a cui continuiamo ad attribuire un significato speciale nel nostro immaginario del Pianeta selvaggio. 

L’analisi geografica, combinata con le proiezioni sul numero di animali che compongono una specie, rivela che elefante africano, orso grizzly, giaguaro, lupo, rinoceronte nero, ippopotamo, bisonte nordamericano, orango sono specie già defaunizzate. Gli ecosistemi (e le nazioni) che le ospitano patiscono oggi gli effetti sistemici del degrado ambientale prodotto dal loro crollo numerico. Ecco qui dove si propaga, lontano dai riflettori, il crollo della resilienza anche del Nord ricco del Pianeta al caldo rovente che verrà.

Le cinque, grandi estinzioni di massa che abbiamo alle spalle dovrebbero ricordarci una doppia lezione molto importante. La diversità biologica della Terra può recuperare e tornare, ma questo recupero richiede milioni di anni. Ma soprattutto “dopo una estinzione di questa scala l’albero della vita si evolve in una configurazione radicalmente nuova. L’identità degli organismi che, per così dire, emergeranno dalle ceneri e la struttura delle comunità e degli ecosistemi di cui saranno parte, differirà profondamente dal periodo ‘normale’ prima dell’estinzione”. 

La seconda lezione è questa. La nostra specie è comparsa in un momento della storia del Pianeta in cui la diversificazione biologica dell’età dei mammiferi raggiunse una intensità numerica e qualitativa prodigiosa, “la più varia ed intensa nell’intera storia della vita”. Questo significa che è stata la ricchezza di specie della Terra a rendere possibile tanto la nostra nascita ed evoluzione quanto le nostre caratteristiche più specifiche e stupefacenti. Non saremmo mai diventati completamente “umani” senza le specie con cui abbiamo condiviso, sin dalle proto-scimmie del Miocene (4.5 milioni di anni fa) la nostra storia evolutiva. 

Civiltà e culture possono esistere, senza animali selvatici? 

Il Gruppo di Stanford invita insomma a leggere la defaunazione nel quadro più generale dell’emergere dell’Antropocene, l’esperimento di adattamento ecologico planetario di Homo sapiens. Negli ultimi 5 secoli, la strategia di espansione delle comunità umane ha potuto contare su un fattore moltiplicativo di impatto e trasformazione di ecosistemi e risorse naturali che oggi chiamiamo “crescita”. Qui sta l’origine del cambiamento climatico (la mobilitazione della produzione netta primaria fossile, ossia petrolio e carbone) e l’inizio moderno dell’Antropocene. 

La defaunazione è il sintomo più importante della sesta estinzione di massa. Negli ultimi 520 anni si sono estinte “solo” 700 specie di vertebrati. Un numero che parrebbe confortante. In realtà, sono stati spazzati via milioni di animali. 

Una specie che prospera sulla misura del tempo lungo (secoli) conta migliaia di individui distribuiti su territori enormi, e non qualche centinaio confinato in un parco nazionale o in una area protetta. Geografia e genetica sono i due fattori fondamentali della diversificazione delle popolazioni animali in una stessa specie.

“All’interno del loro range originario, gli individui che compongono queste popolazioni sono abbastanza numerosi da rendere queste popolazioni demograficamente e geneticamente vitali. Ma poi accade che questi mosaici di popolazioni siano investiti dai alcuni fattori di impatto antropogenico, uno per volta o di più contemporaneamente, intrecciati in sinergie complesse. Ecco, allora, che sotto stress, l’abbondanza degli individui comincia e declinare, e alcune popolazioni riducono la loro densità sotto il limite di guardia della vitalità di una popolazione. In qualche caso, le popolazioni avranno un declino ancora più marcato, scivolando verso l’estinzione e la contrazione del range della specie. Mentre questo processo avanza e progrediscono le estinzioni delle singole popolazioni, si contrae e riduce anche lo spazio originale della specie, fino al punto che soltanto poche popolazioni, composte da un numero molto basso di individui, sopravviveranno in popolazioni ora non più vitali dal punto di vista demografico e genetico. Ormai, la specie certamente c’è ancora, non è estinta, e tuttavia ha fatto esperienza di un collasso interno e l’umanità ha perso i servizi ecosistemi che un tempo essa garantiva”

È un “olocausto biologico”, secondo il Gruppo di Standord. Tra i pochi che hanno colto la gravità della situazione c’è Jedediha Brodie, ecologo alla University of Montana, che nel 2021 ha pubblicato sulla PNAS un lavoro pionieristico su quanto conta la diversità evolutiva delle faune del Pianeta. “La diversità filogenetica è una misura fondamentale della biodiversità, probabilmente la migliore delle misure”, scrisse in quell’occasione Brodie. Questo è il concetto più importante dell’intero discorso sulla conservazione, almeno dopo l’uscita del 2014 di Rodolfo Dirzo sulla defaunazione stessa.

Gli ecosistemi “funzionano” e tengono quando sono popolati da migliaia di animali di migliaia di specie differenti. Se potessimo sommarne la storia evolutiva presente e passata, scopriremmo che dovremmo risalire a milioni di anni fa per rintracciare il momento in cui tutte queste specie hanno cominciato a differenziarsi le une dalle altre, attraverso i loro antenati. 

Un esempio impressionante di defaunazione è quanto accaduto alla Castiglia (Spagna) esattamente negli ultimi 5 secoli. Duarte Viana, un ecologo della Doñana Biological Station del Consiglio Nazionale per la Ricerca in Spagna, ha esaminato le registrazioni storiche di un “censimento della flora e della fauna” deciso da Filippo II di Spagna tra il 1574 e il 1578. I documenti rimasti testimoniano che all’inizio delle Guerre di Religione europee tra Cattolici e Protestanti nella Spagna centrale c’erano specie animali oggi estinte o rarissime come l’orso bruno cantrabrico e il lupo iberico. Anche l’anguilla europea (Anguilla anguilla), a quei tempi presente in tutti i corsi d’acqua del Paese, e allora fondamentale risorsa alimentare, è oggi confinata solo negli estuari dei fiumi spagnoli. Il paesaggio faunistico della Spagna è radicalmente mutato in 500 anni.

A partire dal XVI secolo i racconti di viaggio sono la fonte primaria sulla defaunazione. Pullulano di inconsapevoli esempi della decimazione in atto delle popolazioni di specie animali che generavano profitti economici.  Oppure, all’opposto, descrivono le strabilianti moltitudini di animali presenti in regioni oggi completamente spoglie di quelle specie. 

I leoni regnano in Etiopia, in Africa Settentrionale, in Persia vicino a Bassora, o anche sulla strada del nord-ovest dell’India, verso l’Afghanistan”. La Siberia, in mano ai Russi dall’inizio del ‘500, offre alla vista spettacoli analoghi. Nella primavera del 1976 una spedizione di ufficiali russi risale il fiume Ob e uno di loro annota: “ho contato almeno cinquanta isole, sulle quali il numero delle volpi, delle lepri e dei castori era tale che li vedevamo scendere fino all’acqua”. La penisola della Kamcatka diventa un paradiso per la caccia alla lontra di mare, che verso il 1786 è ormai quasi scomparsa. A nord di Pechino i cavalli selvatici sono così numerosi da essere regolamento presi al laccio. 

Già a ridosso della Riforma, però, proliferano anche le politiche di decimazione di animali considerati nocivi. Nel 1520 Francesco I di Francia istituisce per legge la professione dei grands louvetiers, i cacciatori di lupi. Nel 1779, una fonte francese scrive, sui lupi: “sembra che se ne voglia annientare la specie in Francia, come è stato fatto da più di seicento anni in Inghilterra”. Non sono solo gli Europei a cacciare senza remore. “In Manciuria, dove viaggia on l’enorme seguito dell’Imperatore della Cina – centomila cavalli – padre Verbiest assiste nel 1682 a fantastiche cacce, alle quali partecipa suo malgrado (…) in un sol giorno vengono abbattuti un migliaio di cervi e sessanta tigri”. 

Il fatto che la diversità filogenetica diminuisca significa che la biosfera entra in una condizione di “omogeneizzazione”. Il Pianeta diventa più omogeneo: meno specie, molto simili tra loro. 

Gli uccelli, ad esempio. Le specie più particolari, quelle endemiche di piccoli habitat, quelle più specializzate, sono a maggior rischio di estinzione rispetto ai generalisti. Il cambiamento climatico stesso è un potente fattore di omogeneizzazione perché spinge il “climate-driver shift”: le specie si spostano per insediarsi in nuovi territori con temperature simili a quelle in cui si sono evolute ed adattate. I generalisti sono meno sensibili alle caratteristiche uniche di una foresta tropicale o di un paesaggio collinare ai piedi dell’Himalaya. “L’impatto delle azioni umane è plausibile sia addirittura peggiore di quanto abbiamo pensato finora, basandoci solo sul conto delle specie”, ha commentato Brodie su SCIENCE. In totale sintonia con il Gruppo di Stanford.

Tra pochi mesi la CBD si riunirà a Montreal in Canada per definire l’accordo globale sulla protezione del Pianeta. Se la defaunazione è il sintomo principale dell’estinzione, perché se ne parla così poco? “Le domande che mi fai sono eccellenti, e vanno al cuore della questione della conservazione. Direi che la defaunazione è il secondo più importante fattore di estinzione, perché il primo rimane la perdita di habitat, che ne è il presupposto. Presto, probabilmente, il cambiamento climatico li surclasserà entrambi. Ma non dobbiamo vedere il cambiamento climatico come un fattore separato, anzi”, mi scrive Brodie. “Interagisce sia con la perdita di habitat che con la defaunazione, peggiorando entrambi. Si fa un gran parlare del cambiamento climatico, ma non c’è una sola grande nazione che si muova nella direzione adeguata a contrastarlo sul serio. È una mentalità da testa sotto la sabbia. Ci si preoccupa di più dei social media che della distruzione di interi ecosistemi e culture, una distruzione che è vicina, sulla linea del tempo”. 

Nonostante tutte le controversie e le polemiche, l’ipotesi del 30% entro il 2030 rimane la migliore opzione sul tavolo. Purtroppo. “Hai ragione quando affermi che il 30×30 non sarà sufficiente a frenare e fermare la perdita di diversità filogenetica. Credo però sia importante. Aiuterà, e forse più di qualunque altra azione attualmente percorribile. A parte, almeno in teoria, un decisionismo più forte sul cambiamento climatico”. 

Una ulteriore riflessione va aggiunta. Polarizzare l’attenzione sulle singole specie distorce il ragionamento, compromettendo la nostra capacità di comprensione. Ogni impatto ambientale è infatti la combinazione di una sinergia di fattori addizionali, ma non lineari o deterministici. Per analizzarli, serve un pensiero votato a cogliere la complessità del reale.

Siamo invece abituati a semplificare. 

Ma un pensiero rarefatto tende sempre ad essere omogeneo. Povero di dialettica e di provocazioni. Monocolore. Incapace di reggere il confronto delle proprie e altrui argomentazioni. In fondo, è proprio questo il pensiero dello status quo (non cambiare nulla per non rischiare nulla) che ancora oggi ci impedisce di prendere coscienza della nostra condizione nel XXI secolo. 

La defaunazione ci dice che, invece, la sesta estinzione è storia di economia e di cultura. Nessuna di queste due dimensioni dell’esperienza umana risponde a logiche unidirezionali. 

La biodiversità è un concetto olistico, insegna Telmo Pievani. Riguarda anche la nostra cultura. Gli hot spot di biodiversità sono anche i luoghi del Pianeta dove maggiore è la diversità culturale. 

Imparare a pensare il nostro secolo significa quindi imparare a pensare la defaunazione del Pianeta, che è un tratto caratteristico della civiltà umana globale. 

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E alla fine una stanza piena di ossa

(Museo di Storia Naturale di Parigi, il Gabinetto Anatomico in omaggio di George Cuvier)

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Si esce dal Musée du Quai Branly sotto chock. Che cosa abbiamo fatto? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non sappiamo niente degli Africani? E alla fine una stanza piena di ossa (gli estinti, quelli in via di estinzione, i quasi estinti da salvare non si sa come) sembra essere l’eredità europea sul mondo.

Questo è un Louvre, proprio perché è un contro-Louvre. Ma c’è anche una altra sensazione. Il Musée du Quai Branly è diventato un posto chic. Va bene, centro di ricerca prestigioso, forse in futuro uno dei più rilevanti nella costruzione di un sapere di sintesi sull’Antropocene. Ma anche un luogo alla moda, la cui eleganza sposta tutta l’attenzione sulla piacevolezza di un caldo mezzogiorno di estate precoce. 

Il Café Jacques (in onore di Jacques Chirac che volle il museo) è una leziosa veranda ai cui tavolini siedono abiti di costosa sartoria, collane di perle, abbronzature da weekend in campagna e conversazioni leggere. Ascolto qualcuno commentare l’ultima collezione di Givenchy. Io non mangiavo del pollo da, credo, 5 anni. 

Nella sola Europa vengono allevati almeno 2 miliardi di polli. Sono di più di tutti gli uccelli selvatici del nostro continente messi insieme, che appartengono a 144 specie. Milioni di ossa di pollo fritto, arrostito, grigliato, marinato, rimarranno a decomporsi nei secoli a venire nelle discariche o saranno incenerite. Ossa ormai inutili, cheap nature, vite di scarto. 

Eppure, è dalle ossa che è cominciata buona parte di questa storia. Prendo la RER sul Ponte dell’Alma e scendo alla Gare d’Austerlitz, a sud est della città (ci sono 30 gradi, e siamo a metà maggio). Obiettivo: il Jarden des Plantes, ossia il Museo di Storia Naturale di Parigi dove lavorava George Cuvier.

Cuvier fu uno dei geni del periodo rivoluzionario, prima sotto il Terrore di Robespierre e poi in epoca napoleonica. Era un teorico della fissità delle specie (Dio ce ne scampi dall’ipotizzare una evoluzione intrinseca, Monsieur Lamarque, lei è un imbecille !), ma qualcosa di giusto lo intuì su quelle che lui chiamava  “catastrofi ricorrenti”, e cioè (in lessico scientifico corretto) le estinzioni di massa. Cuvier fu anche, forse questa è la cosa più importante, un eccellente anatomista. Sezionava e comparava le differenti parti di organismi diversi, stabilendo connessioni funzionali di strutture e organi. I suoi studi diedero un impulso gigantesco alle allora nascenti scienze naturali. Di fatto, Cuvier figura tra coloro che inventarono il modo moderno di vedere gli animali. 

Eppure, era anche un razzista impenitente. Certo la catalogazione della natura, gli animali, gli diedero agio e strumenti di immaginare una organizzazione della vita che a quel tempo era quasi fantascienza. Ma le tassonomie sono servite anche per tentare di dimostrare che un nero africano non poteva essere parente di un bianco francese. Ma poi, che cosa significa catalogare gli esseri viventi secondo i rapporti e le proporzioni delle ossa e degli arti, e categorie di somiglianza e divergenza ? Significa elaborare per il fenomeno biologico una interpretazione logico-razionale. 

Da qui parte il viaggio dell’uso della natura. Capisco, quindi manipolo. Dilemma ancora incompreso della coscienza scientifica europea. Non è poi troppo strano, per quanto mostruoso, che tutto ciò che rimane di Cuvier sia questa stanza (il suo Gabinetto anatomico) popolato di scheletri. 

Questo è l’esito di ciò che è accaduto dentro il Musée du Quai Branly. Anonimi sono da secoli per noi i popoli africani da cui abbiamo preso tutto. Anonimi sono gli animali sezionati per estrapolare dai loro tessuti e dal loro respiro il segreto della nascita e della morte. E così anonimo diventa sinonimo di estinto.

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE – LA PIU’ GRANDE RIVOLUZIONE UMANISTICA DELLA STORIA

La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Figura maschile di un portatore di coppe, popolo Bekom, Cameroon, provincia di Nord-Ovest, Regno di Kom, XIX secolo – Musée du Quai Branly, Parigi)
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La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità. Eccolo il potere divinatorio e profetico del Quai Branly.

Si entra nel cuore del Musée du Quai Branly (la roccaforte dell’etnografia europea) percorrendo un lungo tunnel buio. E questo è un museo scuro, dove filtra pochissima luce. Come nelle foreste tropicali. Lucien Fevre, padre della storiografia moderna, non credeva che interi popoli potessero abitare le foreste tropicali, “così debordanti e potenti da non permettere alcuna vita se non la propria”. Era il mito dell’oscurità tropicale. E se oggi avessimo paura di noi stessi, anche se abbiamo vinto su ogni animale e su ogni foresta e su ogni popolo delle foreste? Se fossimo noi Europei, adesso, a vivere nel buio?

Jacques Chiraq volle il Musée du Quai Branly nel 2006. Chiraq volle questo museo per favorire il dialogo tra i popoli. Ma dove è menzionato il genocidio? Dove l’ecocidio?

Nietzsche pensava che la nostra civiltà avesse smesso di essere crudele, che non fosse più capace di quella ferocia che le aveva consentito di diventare grande. Il Quai Branly smentisce Nietzsche. Non solo siamo stati crudelissimi. Oggi la maggiore crudeltà la infliggiamo proprio a noi stessi perché non ci rendiamo conto del nostro nome. Non siamo capaci di decifrare noi stessi nella civiltà che abbiamo edificato.

Siamo prigionieri della nostra interpretazione del mondo. E il Quai Branly racconta questa interpretazione europea del mondo. 

Quando arrivammo sulle coste africane, usammo l’arma dell’interpretazione. Perché anche la civiltà è una interpretazione del mondo. Michel Foucault lo sapeva bene. Credeva che addirittura la Modernità fosse una invenzione, che persino l’uomo fosse una invenzione culturale del Cinquecento e del Seicento. Siamo stati capaci, in nome della nostra interpretazione del mondo, di estinguere intere porzioni di Pianeta. Le persone, le civiltà, le storie, le biografie, enormi assemblage di specie.

Eppure, qui non c’è una parola sulla deforestazione. Non ci sono indicazioni sulle specie arboree dai cui alberi a legno duro venne tagliato il legno per queste figure di antenati e demoni. Questo congela le collezioni, non le lascia parlare fino in fondo. Mozza loro la voce sul confine del tempo presente. Effetti dell’interpretazione.

Ecco qui, non nella questione della restituzione sollevata da Savoy e Macron, il rischio di una rappresentazione neo-coloniale delle civiltà africane. Tagliando fuori il XXI secolo. In modo da essere politicamente corretti. Ma non possiamo occultare il presente per non far torto al passato. O per lenire i sensi di colpa. In questa lacuna di riferimenti e di rimandi alla cronaca ambientale dell’Africa Occidentale e del Congo Basin c’è un limite gigantesco della nostra esperienza di quelle geografie e di quei popoli.

(Musée du Quai Branly, Special Exhibition sull’istutuzione politica della Chefferie in Cameroon – la chefferie è un territorio caratterizzato dalla presenza specifica di un popolo e della sua cultura, alla cui guida c’è un capo (chef). In questo contesto il mondo dei vivi (la comunità) è in costante dialogo con il regno degli antenati (i morti). Gli antenati sono il fondamento di una famiglia. Lo chef, quindi, rapprenta il consesso degli antenati, amministra la guerra e la giustizia. Anche alcuni animali figurano nel novero degli antenati. Questa è una delle idee centrali del totemismo. Ad esempio, nella società Bamileke: i legami tra regno animale e uomini sono radicati nella storia stessa degli individui e delle famiglie. In Cameroon la chefferie, spiega la Exhibition, è presente nella regione di Grassfield, i cui totem-antenati sono specie iconiche: leoni, leopardi, elefanti, bufali, gorilla, pitoni).

Qui c’è una voragine neocoloniale. Perché, se escludo a priori di far convergere sul presente le condizioni d’essere, storiche, di quelle opere (ad esempio, il fatto che ancora a inizio Novecento in Cameroon c’era il leone, oggi estinto), le loro premesse simboliche (le specie animali); se evito di aggiungere dettagli sui materiali (e invece di marmo, pittura a olio, pigmenti minerali, azzurro-lapislazzuolo si parla sempre), nel timore di sgarrare e di infrangere un codice di buona condotta che identifica il rispetto con la sola esposizione  dell’opera (come una offerta allo sguardo bianco); se lo faccio, tutto questo, allora ottengo l’effetto opposto della guerra senza quartiere al razzismo. Ho buone intenzioni, ma ho troppa paura per andare fino in fondo.

Ebbene sì, agisco in modo coloniale. Perché l’opera finisce immobile, incastonata e muta. E anche chi guarda si vede sottratto un momento fondamentale del comprendere. Mettere in sequenza cronologica ciò che fu commesso contro quell’opera (spostandola in Europa), contro quel popolo (sottraendogli la sovranità ambientale) e le conseguenze ecologiche sistemiche di simili politiche. 

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Musée du Quai Branly, Maschera Epa – Yoruba (Nigeria), legno, XX secolo, leopardo che preda una gazzella. I leopardi oggi sono quasi estinti nella regione)

Lo sgomento del visitatore si scioglie nell’oscurità. Mestizia di tenebre. Sontuosità artistica spalancata sul mistero dell’essere umano. Certamente, passeggiando tra questi volti, cercando di cogliere un senso complessivo nella loro presenza, ci si chiede per quale motivo l’Africa dovrebbe interessarci. Un sentimento meschino che così facilmente può diventare ripulsa spirituale. Così siamo stati educati. Non è la stessa familiarità che abbiamo con i marmi del Partenone… È arte primitiva…Come potrebbe mai essere paragonata a Michelangelo?

Queste figure (dei, totem, antenati) raccontano di relazioni ecologiche (con gli alberi, con le specie animali) diverse da quelle che noi europei abbiamo saputo intessere e coltivare. Le civiltà non europee, oggi agganciate ai meccanismi dell’economia globale, attribuivano al proprio contesto ecologico un valore bio-culturale che non poteva essere soppresso o smantellato, pena la disintegrazione stessa della comunità. 

Ancora oggi nei popoli indigeni la relazione eco-evolutiva tra esseri umani ed animali è un patrimonio collettivo che dà un senso all’esistenza. La vita umana è regolata e circoscritta entro cosmologie eco-culturali. Questo dimostra che lo schema contemporaneo della conservazione della natura non è un dato di fatto, ma un prodotto ben preciso della mentalità occidentale. 

“Le strategie indigene di uso delle risorse sono il prodotto di una trasmissione di conoscenza intergenerazionale. Spesso questo sapere viene passato attraverso il racconto orale: tiene insieme sistemi di classificazione delle specie animali e delle caratteristiche del paesaggio, informazioni su come impiegare in modo sapiente le risorse, rituali simboli e pratiche religiose.

Nel tempo, questi sistemi di pensiero hanno permesso alle società indigene di persistere per millenni in una varietà enorme di ambienti, spesso coesistendo perfettamente con la biodiversità, primati compresi. Inoltre, per lo più questo sapere tradizionale è articolato su un lingua altamente specifica. Questo significa che ogni lingua indigna contiene e rappresenta informazioni uniche su piante, animali, ambienti e il modo in cui questi esseri umani sanno interagire con tutto questo”.

“I Baka del Cameroon considerano i gorilla (di pianura) e gli scimpanzé animali speciali che hanno legami con gli esseri umani per via di processi magici di reincarnazione. Ma anche nelle ontologie di altri popoli raccoglitori del Congo Basin i primati possano passare le barriere tra specie, quelle che dividono gli umani dai non-umani. Non sorprende, quindi, che molte di queste popolazioni caccino meno primati rispetto a quanto invece fanno le popolazioni del Congo che non vivono più in modo tradizionale”. 

(Feticcio contenete metà uomo e metà scimmia – Departimento di Bamboutos, Regione dell’Ovest, Cameroon, Chef de Bamendjo, Museé du Quai Branly

Ecco perché nei popoli e nelle nazioni a noi Occidentali pressoché sconosciuti del sud globale – i volti che incontriamo al Quai Branly – portano scritte nei propri corpi intere “sociocosmologie che danno valore alla biodiversità”. 

L’Africa è lontana. Dobbiamo ammetterlo. Anche se è vicinissima (Rue Saint Martin, Rue Saint Denis, Chateau l’Eau, Republique). L’Africa ci sfugge. Il giovane del Senegal che vende su un lenzuolo piccole Tour Eiffel Made in China sul Quai. L’Africa noi Europei non la vogliamo toccare a mani nude. Ma è lei che ci raggiunge. Ci afferra. Ci costringe. Ci avvinghia. Ci fa innamorare del nostro tempo, di tutto il tempo che ci è concesso in questo secolo maledetto e abbagliante. 

Per saperne di più: MUSEO ANTROPOCENE

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane
(Il giardino del Musée du Quai Branly a Parigi)
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Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane: questo è il posto migliore di Parigi per parlare di cosa accadrà alle primarie rimaste dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo. Nel racconto artistico e culturale delle sue opere, già avvolte da controversie e polemiche sempre più accese da quando Emmanuel Macron commissionò una investigazione speciale sulla loro provenienza alla storica francese Bénédicte Savoy e al filosofo senegalese Felwine Sarr, queste collezioni sono diventate centrali nel dibattito sulla sopravvivenza di alcuni degli ecosistemi più importanti del nostro Pianeta. 

(La facciata esterna del Museo fotografata dal Quai Branly annuncia la Special Exhibition sul Cameroon)

Il fronte alternativo della conservazione (che include i rappresentanti dei cosiddetti popoli indigeni) si batte contro i metodi di misurazione degli habitat ancora selvaggi. Questi ricercatori, e questi attivisti, ritengono infatti che i criteri per definire gli ecosistemi “ricchi di biodiversità” siano di fatto riconducibili ad un concetto errato di integrità ecologica. Ottocentesco e coloniale: una natura svuotata della presenza di qualsivoglia comunità umana. In realtà, anche questa posizione rischia di assumere un carattere prepotentemente ideologico e politico. Negli ultimi 7 anni, infatti, la ricerca scientifica ha rivisto il concetto di “intactness” e di “pristine wilderness”. Non solo includendo nel discorso sul futuro di questi ecosistemi le popolazioni native delle regioni ancora oggi ricchissime di specie vegetali e animali. Ma anche articolando in modo decisamente più dettagliato che in passato la definizione stessa di habitat selvaggio. 

Che cosa si intende, oggi, per natura selvaggia? Ormai lo sappiamo: non basta che un ecosistema sia ricco di un certo numero di specie, e cioè biologicamente diversificato. Bisogna capirne la funzionalità ecologica: sono presenti tutte le tipologie di specie che permettono gli scambi di sostanze nutritive, i flussi di sostanze chimiche di rilevanza biologica e addirittura la riproduzione di numerosi alberi e piante? Vale a dire, questo ecosistema ospita i frugivori, i carnivori e gli onnivori in gruppi abbastanza numerosi da interagire tra loro? Questo ecosistema contiene dunque una diversità filogenetica tra le sue specie, ossia una lunga storia evolutiva di tutte queste specie messe insieme tale da aver definito nel tempo lungo il ruolo di ciascuna, e le une rispetto alle altre?

Ecco quindi che nel 2016 la IUCN ha proposto un set di nuovi criteri per identificare le aree più importanti del mondo pullulanti di biodiversità. L’integrità ecologica è il più importante, perché somma tutte queste caratteristiche in una sola: l’integrità biologica di un ecosistema. Le aree selvagge devono essere abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici, compresa la presenza dei grandi predatori altamente mobili (che si spostano cioè su larghe distanze). E dei grandi mammiferi: erbivori di media-grossa taglia e frugivori esperti nel disperdere i semi delle specie di alberi a legno duro, come quelli endemici delle foreste tropicali primarie che stoccano anche più carbonio.

(Il giardino del Musée du Quai Branly con il Café Jacques e la biglietteria)

I luoghi da cui provengono (spesso attraverso la violenza coloniale) le opere d’arte dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo custodite nel Quai Branly non sono più, a oltre un secolo di distanza, quelli che erano al tempo del dominio straniero. Molto spesso, non hanno più queste caratteristiche ecologiche. Moltissime delle specie che avevano un ruolo nel pantheon simbolico, demonologico e religioso delle civiltà indigene sono ormai scomparse, o molto rare. Le figure religiose, gli antenati e i protagonisti della vita spirituale di queste nazioni oggi al Quai Branly sono dunque testimoni silenziosi di estinzioni già avvenute (è il caso del leone occidentale) o ancora in corso. Senza le specie animali che oggi è difficile incontrare o anche ricordare, quelle opere d’arte non sarebbero mai state pensate, nel loro simbolismo e nel loro significato sociale. Nel legame che stringeva uomini, donne, animali e foreste in una unica civiltà. 

Oggi queste regioni sono infatti drammaticamente defaunizzate. In Africa occidentale i mammiferi sono crollati del 70%. In Cameroon, Costa d’Avorio, Benin, Gabon le specie animali sono sempre più sfoltite, sempre meno numerose. Qui, come in ogni altra parte del mondo, si è sempre cacciato, però la pressione della caccia oggi è oltre il limite di recupero delle specie. Ma, al declinare della complessità e della diversità delle comunità di mammiferi, in queste che sono le foreste – insieme al Congo Basin – tropicali primarie tra le ultime rimaste cominciano a collassare gli interi ecosistemi, perché con gli animali scompaiono le loro funzioni ecologiche. Foreste ricche di animali sono anche una garanzia per la tenuta del sistema climatico terrestre. La defaunazione è quindi una minaccia globale. 

Nonostante le dimensioni, e la scala di impatto, della “crisi del bushmeat” in Africa, nel mondo scientifico cresce il consenso su una valutazione positiva della caccia tradizionale. Anche in Africa. “Quando è parte dell’economia dei popoli indigeni, la caccia è per lo più coerente con un modello fondamentale: definire un perimetro circolare con un raggio di 10-15 chilometri attorno agli insediamenti umani, che viene progressivamente colonizzato da animali che si spostano e arrivano qui dalle aree delle foresta dove non si caccia. Queste aree geografiche escluse dal prelievo animale sono spesso paesaggi sacri”. È una dinamica detta a “sink”, che garantisce una pressione costante e accettabile anche su specie sensibili e minacciate, come i primati. Oggi gli ecologi definiscono queste strategie “natural mechanism of species recovery”. 

Non c’è altro contesto per capire direttamente quanto la crisi di estinzione coincida con l’evaporazione delle condizioni ecologiche storiche che resero possibile l’emergere delle civiltà africane. Ma questa situazione è anche una conseguenza diretta del colonialismo. È stato il colonialismo (dall’impianto del traffico di schiavi neri a partire dalla fine del XVII secolo) a mettere fuori equilibrio l’Africa Occidentale e Tropicale, agganciando l’Africa al disegno capitalistico europeo ed americano. Ecco perché, ora, la defaunazione dell’Africa Occidentale e del Congo Basin è una responsabilità storica globale. 

(NB – Il secondo video contiene un errore. Le specie che disperdono semi nel loro ambiente mangiando i frutti di alcune specie arboree favorendone la riproduzione si chiamano FRUGIVORI. L’entusiasmo a volte gioca brutti scherzi con i refusi. Grazie della pazienza!)

Per saperne di più sulle collezione etnografiche europee e la crisi di estinzione: MUSEO ANTROPOCENE. Per capire di più sui processi di estinzione in corso: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE.

Merenda al Marais

(Paris, Rue des Archives)
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Merenda al Marais, a Parigi. In un piccolo parco aristocratico. Accade così, di chiedersi: perché possiamo essere felici nonostante il disastro della natura? 

Scivolando lungo Rue des Archives  compare un imponente edificio antico, dalle mura classiche e spesse, del tipo di quelli scelti come location cinematografiche per le fiction sui classici francesi BBC, come I Miserabili. Sono gli Archivi Nazionali di Francia, residenza dei duchi di Guisa (i cattolicissimi Guisa nemici giurati del casato di Condé) dal 1553 al 1607. Un fruttivendolo offre sulle piccole bancarelle arance freschissime. Ecco Parigi, nelle viuzze che stanno dietro il Boulevard du Temple, al Marais. Quartiere di una prosperità economica impressionante, dotato di uno sfarzo autocratico, indipendente da qualunque critica ecologista o post coloniale. Questa è una ricchezza ormai ereditaria. Ricchezza invincibile, militarmente o no, e cioè con una rivoluzione ambientalista o qualcosa del genere. Perché l’impresa storica che l’ha resa possibile è ormai irreversibile. Non si torna indietro da tre secoli di colonie, commerci di schiavi, di cotone, di zucchero, di spezie. 

Il parco di Rue de Bretagne. Una donna con i capelli bianchi e un magnifico abito in canvas di cotone smanicato a fiori su fondo giallo, sorregge lo zainetto rosso porpora del nipotino. Sono le quattro e mezza, è l’ora dell’uscita da scuola. Sì, c’è gente che abita qui. Che ha un appartamento qui. E poi ci sono, nella panchina accanto, i giovani uomini di origine africana vestiti di nero, Nike o Adidas, di quelli che attorno a République sono a bighellonare in giro. La nuova avventura urbana dei poveri globali (che però vinceranno la partita). 

I bambini giocano sulla giostra, ignari del mondo. È la fanciullezza che resiste, nonostante tutto. Schopenhauer aveva ragione. C’è qualcosa nella vita che resiste anche ad ogni ambientalismo, ad ogni motivata, circostanziata critica allo stato delle cose. Alla protesta contro il secolo. Resiste perché fa a meno di impegnarsi contro il secolo. Beve la vita come si beve avidamente un bicchiere di acqua fresca in estate. 

Bambini francesi che giocano al parco, al pomeriggio, all’ora della merenda. La fanciullezza è il più apartitico dei partiti, che però è destinato a sbaragliare tutti gli altri. Passa una robusta donna forse nigeriana, la voluminosa gonna batik a disegni giallo e arancio, e una marinére a righine verdi. Spinge il passeggino di due bambini bianchi. Una mami. A quanta di questa gente con la pelle nera, che fatica e abita a Parigi, importa del Musée du Quai Branly, il più importante museo etnografico del mondo, che custodisce buona parte del patrimonio artistico africano? E passa una seconda mami, i capelli avvolti in un turbante, sempre con i bambini della madame bianca che l’ha assunta. Stagioni della storia che si mischiano, si sovrappongono. Ma tutto il pensarsi dentro la vita (la nostra biografia, e quella degli altri popoli che ci sfiorano) prescinde dalla preoccupazioni ambientali. Perché la vita vuole vivere. È così che viviamo mentre il Pianeta muore. Living with Death.

Molta gente è stesa al sole, in costume da bagno. C’è una festa di compleanno, di bambini delle scuole elementari. Sul prato, bicchieri di plastica a flûte e porzioni ormai squagliate di bavarese al cioccolato. Ovunque in Occidente si festeggia con una torta al cioccolato. Lo zucchero è una preghiera di ringraziamento, per essere nati qui e non laggiù, nel sud globale, dove lo zucchero è nato. Dove si cominciò a pensare tutta la Modernità attorno alla canna da zucchero. Depredando l’Africa occidentale di uomini e donne. E poi avviando le piantagioni. 

(Paris, Place de la République all’angolo con Boulevard du Temple)

Quella bavarese lasciata a disfarsi al sole, perché tanto ne puoi comprare un’altra, perché non è costata uno stipendio. È la Colazione sull’erba di Monet. Un gioco, una bagattella. Vestiti estivi in cotone, la prima giornata di caldo estivo, anche se siamo in maggio. La ricchezza ereditata non è benessere materiale. È invece una sorta di innocenza, è un attraversare il tempo come se la vita fosse sempre lo sbocciare della primavera su un quadro impressionista. Così vivono i benestanti. Come se, insieme al ben vivere, si fosse ereditata anche la luce del sole in un pomeriggio spensierato. 

E così, dal piccolo parco borghese e giocoso – i bambini sono tutti vestiti in cotone, senza neppure l’ombra della poliammide, annuncio delle prossime vacanze al mare – promana quel sentimento sconcertato e malinconico che accompagna la protesta contro il secolo. Nessuno rinuncia alla vita, a meno che non soffra di un disgusto per se stesso. Il mondo, da solo, è la nostra condizione di esistenza. Anche se è la nostra Zattera della Medusa

La merenda dei bambini in Rue de la Bretagne mi sembra una pausa, una interruzione nel racconto oscuro di questi anni. Si sta così in questa vita, un po’ simili a loro, un po’ alla bavarese squagliata. Nulla basta a fermare l’attimo della felicità. Eppure, tutto scintilla sempre alla luce del sole. Siamo in attesa. Come è in attesa il cammino dell’uomo quando, presente a se stesso, legge nelle cose di natura e negli accadimenti modesti e ripetitivi della serenità quotidiana il suo stesse accadere, che custodisce in un enigma biologico anche i suoi pensieri più poietici (poiesis, in greco, essere-nel-mondo-creando). 

Tutto questo è la premessa del Quai Branly. Perché tutto questo è il Quai Branly. Così come lo sono la bavarese al cioccolato e il parco. E quindi in questi accordi di voci antiche (dei bianchi, dei neri, degli Europei, degli Africani, nel ‘700 e oggi) sta anche Rue des Archives, gli Archivi del tempo, delle epoche trascorse, delle epopee sanguinarie (Margherita di Navarra, la Notte di San Bartolomeo, il Duce di Sully e Luigi XIII, le Guerre di Religione e il Casato di Condé), del tempo profondo (George Cuvier e il suo gabinetto anatomico al Jardin des Plantes). Archivi delle storie che l’uomo europeo non osa raccontare neppure a se stesso, archivi dei sogni che restano incompiuti, archivi del XXI secolo. Archivi escogitati dalla furbizia del ricordo per proteggere sotto chiave i fatti e concedere così alla civiltà il privilegio di inventarsi ancora una altra volta. 

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE- La più grande rivoluzione umanistica della storia.

(Paris, Rue Lucien Sampax all’angolo con Rue de Magenta, andando verso Republique)

(NB – ho raggiunto Parigi col treno, per ridurre le emissioni del mio viaggio di ricerca attorno e dentro il Musée du Quai Branly)

Qual è la domanda più importante sull’estinzione?

Qual è la domanda più importante sull’estinzione? Eccola: c’è un significato nella nostra esistenza? La vita ha un senso? C’è un significato nella storia? O non è piuttosto il crollo di un qualunque senso a definirci come testimoni della sesta estinzione di massa?
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Qual è la domanda più importante sull’estinzione? Eccola: c’è un significato nella nostra esistenza? La vita ha un senso? C’è un significato nella storia? O non è piuttosto il crollo di un qualunque senso a definirci come testimoni della sesta estinzione di massa? Siamo figli ed eredi di una tradizione di pensiero che consegnava a chi ci ha preceduti risposte solide sul significato degli eventi: orientati in questo modo erano il capitalismo ottocentesco, il socialismo come reazione al capitalismo, finanche le grandi dittature assolutiste del Novecento. Noi, invece, abbiamo smarrito la certezza granitica che il corso delle cose si inscriva in un ordine, un assetto formale e metafisico, capaci non solo di conferire stabilità economica o sociale, ma anche risposte alle impellenti domande che da sempre si affollano nel cuore e nell’ingegno umano. 

Ed ora il conflitto in Ucraina. THE ECONOMIST annuncia: “l’invasione russa dell’Ucraina potrebbe diventare la più grande azione militare sul campo in Europa dal 1945. E però segnare anche l’inizio di una nuova era di guerra economica ad alto rischio, che avrebbe il potenziale di mandare in frantumi l’intera economia mondiale”. In una serie di copertine speciali sulla guerra il settimanale economico britannico titola “The horror ahead”, l’orrore che ci aspetta. 

Qualche giorno fa, il magazine americano VOX ha scritto addirittura che questa guerra potrebbe cambiare il corso della storia, intervistando William Wohlforth della Darmouth University (New Hampshire, Stati Uniti), un esperto dei conflitti armati post Guerra Fredda. “Il mondo ha vissuto per 30 anni in un periodo storicamente pacifico ed è questo stato delle cose ad essere in gioco stavolta. Certo, abbiamo avuto guerre devastanti. Ma erano tutte nel sud del mondo. Ne abbiamo avute nei Balcani, nei primi anni ’90. Ma quello che non abbiamo mai avuto”, spiega Wohlforth, “è un confronto serio tra superpotenze con vasti e minacciosi arsenali di armi nucleari sullo sfondo. Neppure i terrificanti attacchi di Al Qaeda agli Stati Uniti potevano innescare il livello di crisi esistenziale di cui discutiamo ora”. Dunque, “parliamo dell’ombra di una grande guerra di potere, imprevedibile e molto pericolosa, sospesa su tutto il mondo”. 

Intanto, soprattutto sulla stampa britannica, vediamo foto strazianti di famiglie ucraine che scappano portando con sé i propri animali. Nel pantano della violenza spunta così una nuova umanità che fa della relazione con gli animali qualcosa di più profondo della semplice familiarità domestica. Questi animali sono resistenza, vita, ricordi, storie di intere famiglie. Quando tutto crolla, gli animali sono la possibilità di continuare ad esistere come esseri umani. La nostra stessa umanità filtra e si completa attraverso gli animali. 

I reportage su uomini e animali che ci arrivano dall’Ucraina dicono: l’annientamento biologico del mondo non è un destino già scritto. 

Dobbiamo pensare alla dimensione di questo conflitto in stretta connessione con la crisi ecologica, quindi con le condizioni generali, globali, in cui la guerra stessa ha preso possesso della situazione. Non si tratta solo di energia, di gas e di petrolio. 

Perché, a cosa ci serve l’energia che compriamo dai Russi? Quale è lo scopo della enorme quantità di combustibili fossili che ci occorrono, che ci tengono con il fiato sospeso, che fanno muovere i capi di Stato con una celerità mai vista durante i negoziati per gli accordi globali sulla integrità di biosfera ed atmosfera?

Ecco dunque che torniamo al punto di partenza. Nulla come una guerra mette davanti alla domanda di senso di se stessi e delle cose. Per cosa combattiamo? E se tutto dovesse crollare? Se la nostra realtà artefatta cucita insieme sullo sperpero di risorse, sulla disponibilità di una cheap nature, di una natura a basso costo da cui estrarre qualunque sugo vitale senza remore, se questo nostro mondo occidentale immobile su stesso, congelato nello shopping, dovesse infrangersi sulle necessità durissime dell’autarchia economica, dell’’irrigidimento del regime delle esportazioni globali? Se ci svegliassimo una bella mattina e scoprissimo che la solidarietà con il popolo ucraino vuol dire scegliere tra farsi una doccia calda e cuocere il pranzo?

C’è un racconto di Aleksandr Solzenicyn che in questi giorni parla alla nostra coscienza: Alla Stazione, pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1973.

URSS, novembre del 1941. Kocetovka è una stazione della rete ferroviaria sovietica, che smista traffico merci e vagoni militari verso il fronte. Zotov è un ufficiale di medio livello, che deve controllare ogni singolo treno che transita sotto il suo naso. In una notte di vento e pioggia, Zotov ascolta la conservazione di alcune colleghe: “Come s’è fatto freddo, non trovi? Sembra di gelare”, dice una. E una altra le risponde: “Sarà un inverno precoce. Oh, una guerra come questa e per giunta un inverno precoce…E voialtri, quante patate avete raccolto?”. Nel pieno della guerra, dunque, una conversazione sulle patate.

Zotov prova una irritazione profonda. È un comunista convinto, ama la sua patria più di se stesso. “Zotov sospirò e si mise a tirar giù le avvolgibili sulle finestre, premendole ben bene contro il telaio affinché la luce non trapelasse da nessuna fessura. Ecco quel che non riusciva a capire e che suscitava in lui un rancore e persino un senso d’isolamento. In apparenza tutti quei lavoratori attorno a lui ascoltavano i bollettini con la sua faccia cupa e si allontanavano dalla radio con il suo stesso silenzioso dolore.

Ma Zotov vedeva una differenza: quelli che lo circondavano sembrava vivessero per qualcos’altro oltre che per le notizie dal fronte; raccoglievano le patate, per esempio, mungevano le mucche, segavano la legna, davano il mastice ai vetri. E ogni tanto ne parlavano e ciò li interessava assai più di quel che succedeva al fronte”.

In queste parole Solzenicyn non parla solo del potere coercitivo delle ideologie politiche. Anzi, forse non ne parla affatto. Gli riesce invece di evocare quei piccoli gesti, quelle minuzie, quelle minuscole luci di ogni giorno e di tutti i giorni che contengono l’acme della vita. Le patate, allora, non sono più solo ortaggi. Sono il mondo stesso, a cui noi apparteniamo. 

Questo mondo esiste anche quando siamo impegnati a negarlo, a cavarne fuori petrolio, metalli, carbone. A farne a pezzi gli organismi pluricellulari per ottenere cibo in eccesso, ciarpame consumistico, abiti alla moda. 

È questo il senso che noi Europei, e poi noi occidentali, abbiamo perduto. È questo attaccamento, questa alleanza spontanea con il succo vitale della vita che da molto tempo ci ha smarriti. Perciò ci chiediamo, oggi, con la guerra alle porte, più che mai: la vita ha un senso? C’è un significato nella nostra esistenza? C’è un significato nella storia? Laddove, invece, Zotov era ossessionato da questo: “se in questi giorni crolla l’opera di Lenin, per che cosa continuerò a vivere?”. 

Zotov un senso lo aveva fra le mani. 

Non si pensi che questi interrogativi appartengano al novero delle speculazioni superflue, buone per i ricchi intellettuali comodamente seduti in poltrona. Sono domande fondamentali per ciascuno di noi. Dovremmo infatti sapere che come cittadini europei, dunque soggetti politici della EU, la nostra responsabilità verso l’Ucraina è storica. Sicché, siamo chiamati a fornire all’Ucraina una alternativa alla Russia che non sia solo economica (il mercato comune). Noi, che cosa possiamo offrire come civiltà europea a Kiev?

Quali sarebbero questi valori che anteponiamo alle mire espansionistiche di un regime autocratico?

Certamente non una società che sa vedere in un raccolto di patate il segno della propria appartenenza organica ed evolutiva al Pianeta. Da tempo ormai, la nostra cultura e la nostra storia sono incapaci di elaborare la nostra permanenza sul Pianeta se non come consumo condannato all’eterno ritorno dell’uguale. Il vuoto di senso è la canzonetta pop che tutti canticchiamo, in Europa. È la colonna sonora della povertà culturale, metafisica direbbe Emanuele Severino, dell’epoca dell’estinzione, degli inverni estinti, della pioggia che non cade più su intere regioni del continente, delle neve prosciugata dai riscaldamenti di milioni di case. 

“Al terrore per la possibilità della distruzione atomica della terra si unisce il compiacimento per il possesso di un mezzo capace di distruggere ciò che si riveli troppo poco consumabile”

La guerra, allora, è lo specchio anche di noi stessi. Superficialmente, perché abbiamo scoperto in un botto quanto è pericolosa la dipendenza geopolitica dalle fonti di approvvigionamento fossili. Storicamente, perché constatiamo la povertà estrema del nostro umanesimo drogato di energia in eccesso. Filosoficamente, perché sentiamo che occorre un pensiero alternativo a quello dominante. Noi, la NATO e la EU, viviamo un periodo storico che non ha altro nome se non nichilismo.

“L’Occidente porta nell’apparire una natura nuova e un nuovo operare dell’uomo. Chi condanna la provocazione e la devastazione della natura portate al loro culmine dalla tecnica, non avverte che questa natura è stata portata alla luce proprio per essere così provocata e devastata”, scrive Severino. “L’interminabile teoria di manufatti che vanno esaurendo lo spazio e il tempo non distoglie l’uomo dal suo autentico rapporto con la natura, perché è il risultato di quello stesso atteggiamento secondo il quale l’Occidente ha portato alla luce la natura. La civiltà della tecnica rende esplicito il nichilismo della sua essenza, nel concetto stesso di manufatto, di ‘bene di consumo’, che ormai è diventata la categoria trascendentale dell’essere”.

E allora, “se Agostino poteva ancora affermare che qualcosa è tanto più bene, quanto meno è consumabile, il bene di consumo si trova invece in una posizione di equilibrio, per la quale esso non è più un bene sia se è troppo consumabile, sia se lo è troppo poco. I principi della produzione esigono comunque che venga consumato; e al terrore per la possibilità della distruzione atomica della terra si unisce il compiacimento per il possesso di un mezzo capace di distruggere ciò che si riveli troppo poco consumabile”. 

Questo è il nichilismo che ci è familiare. Le patate coltivate e raccolte non sono più categorie trascendentali dell’essere. Perché l’essere stesso, ossia la vita, è alienata nel nostro XXI secolo. Si parla molto, sempre di più, di nichilismo ecologico. Ma il ridurre le cose di natura a niente non è una pratica economica, e non è neppure una dottrina economica. Appare piuttosto, e questo Emanuele Severino lo capì e lo denunciò, come il destino di noi Europei. Come uno sguardo sul mondo che ha preso una certa direzione, e che su quella direzione ha edificato l’intera struttura della realtà. Siamo dunque prigionieri di una realtà di nostra invenzione.

Questa invenzione ci pone ora di fronte i suoi esiti: la guerra in Ucraina, il confronto di potenza Russia/USA, il dilemma energetico e le sue ripercussioni sulla biosfera e il Sistema Terra. 

Ognuno di noi è portatore di queste gigantesche configurazioni storiche e culturali, anche quando non ci ha mai pensato, anche quando ritiene la speculazione analitica sul mondo una bagattella teorica. Il vero nichilismo ecologico è la condizione spirituale dell’umanità intera in questo secolo. Quindi anche mia e vostra. Siamo tutti, chi più chi meno, condannati a lavorare e consumare. A consumare per sopportare il lavoro. Siamo cioè avvinghiati alla cronica mancanza di senso del nichilismo. L’implosione del mio senso, dentro la mia biografia, è quindi il vettore del deserto che io stesso contribuisco a imporre là fuori, nelle geografie del Pianeta. 

La crisi ecologica è la crisi dell’umano. Forte è lo sforzo, nelle costellazioni dei movimenti ambientalisti, di provare a proporre sulla scena civile un altro atteggiamento. Si chiami World Ecology, Extinction Rebellion o anche decrescita. Ma nessuno di questi sforzi è destinato ad avere successo fintanto che la questione stessa del Pianeta non verrà riportata all’interno di una ben più vasta messa in discussione dell’assetto ontologico su cui facciamo affidamento. 

Sempre le rivoluzioni radicali della società si sono appoggiate ad un pensiero originale. Occorre cioè prima una coscienza rivoluzionaria da cui successivamente scaturirà un agire rivoluzionario

“Negli anni settanta del Settecento i philosophes radicali diffondevano una forma totalmente nuova di coscienza rivoluzionaria, che nelle loro menti non si applicava alla sola Francia, o specificamente a un particolare paese europeo, ma al mondo intero”, scrive Jonathan Israel, il massimo storico dell’Illuminismo. “Tutto il mondo soffriva sotto il controllo della tirannia, dell’oppressione e della miseria, sostenuto dall’ignoranza e dalla credulità, e tutta l’umanità chiedeva una rivoluzione – intellettuale, per cominciare, pratica, in seguito – attraverso la quale emanciparsi.

L’ultima e più radicale versione dell’Histoire philosphique, quella del 1780, generalizzava l’analisi radicale di ciò che in Europa era sbagliato, inclusi gli imperi coloniali che abbracciavano tutto il mondo, e proclamava con una forza senza precedenti la necessità di una rivoluzione globale, in India e in Africa, non meno che in Europa e nelle Americhe”. 

In Alla Stazione, Zotov ha qualcosa da fare, nei ritagli di tempo: “nell’autunno del quarantuno, tra i bagliori del grande incendio, qui, in questo buco, Vasja Zotov poteva trovare tempo per Il Capitale. Nel salottino degli Avdeev, pieno di vasi di filodendro e di aloe, sedeva davanti ad un tavolinetto traballante e alla luce di un lume a petrolio (il motore Diesel non produceva abbastanza energia per tutte le case della borgata) leggeva, lisciando con la mano la carta grossolana: la prima volta per cogliere il senso, la seconda per imprimerselo, la terza per sunteggiare, cercando di cacciarselo in testa definitivamente. E quanto più sconsolanti erano i bollettini dal fronte, tanto più ostinatamente s’immergeva nel grosso volume blu”. 

Si può sempre aprire una finestra interiore sulla propria penuria più intima. E quindi sul proprio bisogno di resistenza. È questo l’inizio del superamento storico del nichilismo di cui cominciamo ad intravedere qualche accenno. 

APPROFONDIMENTO – Vite estinte, la vita al tempo della sesta estinzione

(Questo articolo è dedicato a Fabio Balocco)

Il sentimento dell’emergenza

La mancanza del sentimento dell'emergenza segnala la crisi della coscienza storica occidentale.
(Una gigantografia pubblicitaria di Jennifer Lawrence nel film “Don’t Look Up!”. Chi nega l’emergenza sanitaria ed ecologica soffre di una impressionante mancanza di coscienza storica. Questo è il tratto culturale che accomuna negazionisti naturisti, capitalisti ed edonisti)
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Non riusciamo più a provare il sentimento dell’emergenza. Da questo vuoto si sprigiona il rancore per le misure necessarie a mitigare l’epidemia. È il negazionismo dell’emergenza. Una paresi emotiva. E da questa pericolosa lacuna nel pensiero emerge la disaffezione a cambiamenti rivoluzionari, a prese di posizione radicali, a rivolte della coscienza e dello spirito contro il dissesto ecologico del nostro secolo.

Le rivoluzioni sono sempre uno stato di emergenza. Quanto meno perché sovvertono le condizioni materiali di sopravvivenza di tutti coloro che vi sono coinvolti. Ai pensatori spetta di pensarla, e di progettarla, la rivoluzione. Ma i comuni mortali, i cittadini, gli uomini e le donne di ogni giorno e di nessun giorno l’eradicazione dell’ordine costituito lo subiscono a prescindere da qualsiasi volontà. In questo sta la capacità ipnotica di ogni rivoluzione: la sua inesorabilità, la sua indipendenza, la sua autonomia. Come un meccanismo che, una volta avviato, procede da sé. Naturalmente la statura solitaria della rivoluzione ne fa anche il fascino. Osserviamo le grandi rivoluzioni della nostra modernità ( il 1789 e il 1917) con la remissività incantata della vittima di una seduzione ben riuscita. L’orrore viene dopo, se arriva. Una rivoluzione è, in grande stile, il Merde! che il generale di Napoleone oppone alle ragioni del vecchio potere aristocratico Ancien Regime ne I Miserabili di Victor Hugo. 

Ogni rivoluzione è stata anticipata, anche di decenni, da uno stato di emergenza sottovalutato, taciuto o negato. Per questo il collasso nella disponibilità di benessere materiale e spirituale assume i connotati di uno stato emergenziale cronico, che però ha già in sé i germi della detonazione. Per quasi tutto il XX secolo, tuttavia, il disinteresse nel riconoscere l’emergenza è stato appannaggio di classi dirigenti arroccate sul proprio potere in nome soprattutto di ideologie aristocratiche. Anche la difesa ad oltranza del proprio censo, dietro cui si trincerò la borghesia colta tedesca negli ultimi anni della Repubblica di Weimar, o l’ottusità del potere sovietico, sono una forma di aristocrazia timocratica. Alle masse spettava il compito, e la frustrazione, di sapere in anticipo quale sarebbe stato l’esito finale di una emergenza prolungata sino al punto di rottura. La gente semplice e comune, in altre parole, anche quando non poteva farci un accidenti, sapeva benissimo di vivere in condizioni di emergenza. 

Anche se nessuno poteva scrivere sul calendario la data esatta dell’esplosione, che lo scoppio dei tumulti contro la sordità del potere ci sarebbe stato era una certezza. Si aspettava la fine certi che la fine era ormai inevitabile. Oggi, invece, questa coscienza della massa nei confronti dell’urgenza del presente è disattivata.

La rivoluzione e l’epifania dell’emergenza

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo 1917, la notte dell’abdicazione dello zar Nicola II Romanov, ecco che cosa accadeva nella cittadina di Efremov, nella provincia russa di Tula: “Era l’una di notte, un’ora in cui Efremov di solito è addormentata. D’improvviso, a quell’ora strana, risuonò un breve e rimbombante rintocco di campana dalla cattedrale. Poi un secondo, e un terzo. Lo scampanio accelerò, propagandosi per tutta la città, e ben presto cominciarono a suonare le campane di tutte le chiese dei dintorni”. 

Che cos’ha di così eccezionale questa testimonianza insabbiata nei tomi di storia del Novecento? Nella notte che segna la fine della dinastia dei Romanov dopo 300 anni di dominio assoluto (1613-1917) su milioni di vite umane, si diffonde nella tenebra il suono delle campane. Evento che ha del prodigioso. Rintocchi fatali di un avvenimento sperato per decenni. Un annuncio, una annunciazione. Quel che dovrebbe colpire noi Moderni è la qualità numinosa di questo avvenimento. I contadini di Efremov attraversarono la notizia della caduta di Nicola II come fosse una scarica di fucile. L’evento di rottura arriva impetuoso e nessuno lo ignora perché tutti sanno che sarebbe arrivato. È una sorta di avvento del Messia, sotto i panni della storia umana che ricomincia a girare impetuosa. 

Noi abbiamo perso una simile capacità di accordarci con l’accadere degli eventi speciali. È per questo che il marzo del 2020 ci ha colti impreparati ed è per questo che in molti continuano a provare imbarazzo o rabbia verso le misure di contenimento dell’epidemia che i governi intentano con goffaggine e scarsa prontezza. 

Non ci siamo accorti che l’epidemia è solo un sintomo di una emergenza molto più vasta.

A noi manca il sentimento dell’emergenza. Se sai che vivi in tempi di estrema carestia ecologica e spirituale, non sei sorpreso dei correttivi proposti per provare ad arginare l’eccezionalità della situazione. Ma non è questa la condizione occidentale di questo 2022.

La passione per il reale

Nel novembre del 1915, il grande scrittore Maksim Gor’kij scriveva da Pietroburgo alla ex moglie: “Ben presto saremo in piena carestia (…) Che cosa è mai capitato al XX secolo! Che cosa è capitato alla civiltà!”. 

Angoscia da parafrasare in questo nostro oggi. Che cosa mai ci è accaduto nel XX secolo per vivere l’inizio del XXI secolo con  una maschera sulla faccia? All’inizio degli anni Duemila il filosofo marxista Alain Badiou si chiedeva che cosa avesse caratterizzato il Novecento tanto da farne il secolo dei genocidi (nazisti, sovietici, coloniali) e del trionfo, infine, del capitalismo rampante. Capire il peso di queste domande significa muoversi ben oltre la lettura dei fatti storici.

Significa capire la forma del presente. “Resta comunque possibile, a chi scavalchi freddamente questo secolo breve nel suo furore mortifero trasformandolo o in memoria, o in commemorazione contrita, pesare storicamente la nostra epoca a partire dal suo risultato”, spiega Badiou.

“Il XX secolo finirebbe così per diventare il secolo del trionfo del capitalismo e del mercato mondiale. La felice correlazione tra Mercato senza frontiere e Democrazia senza confini finirebbe, sotterrando le patologie del volere scatenato, per affermare il senso del secolo come una pacificazione o come la saggezza della mediocrità”.

Questa pacificazione null’altro sarebbe se non l’essiccazione della rivoluzione come pensiero per risolvere una emergenza non più rimandabile. Una atto del pensiero, prima ancora che una insurrezione a mano armata.

Quel che segna l’anima degli Europei del Novecento è infatti soprattutto la tensione psicologica tra i due poli essenziali dell’esperienza umana: agire o non agire? È meglio aspettare che le condizioni  storiche oggettive facciano il proprio corso oppure forzare la mano agli eventi e impugnare il timone della Storia? La volontà soggettiva, alla fine, segna la coscienza rivoluzionaria del Novecento, nelle grandi dittature e nei giganteschi movimenti di massa. È la terrificante, eppure attualissima, lezione di Lenin: se non c’è la borghesia, mettere il partito davanti alla società civile. La volontà soggettiva contro le condizioni oggettive. L’emergenza, con tutta la sua irruenza e aggressività materiale, davanti alla titubanza, al negoziato, alla reticenza.

Questo è il cuore dello spirito rivoluzionario del secolo scorso. Un chiarissimo sentimento dell’emergenza che diventa, l’espressione è di Badiou, “passione per il reale”. Orlando Figes ha scritto infatti: “questo era, più di ogni altra cosa, ciò che Lenin aveva saputo offrire: l’idea che qualcosa si potesse fare”. Eppure la realtà, da sola, non basta a motivare l’ardente desiderio di entrarci per intero nelle cose del mondo. 

Gli ultimi venti anni del Novecento non hanno ereditato la passione per il reale. Sono anzi scivolati in una apatia collettiva che ha lentamente disattivato il sentimento dell’emergenza fino alla normalizzazione dello stato di eccezione. La pandemia ci ha colti in questo stato d’animo.

L’emergenza prima del Covid

Era l’11 dicembre 2018 quando il sindaco di Londra, Sadiq Khan, incalzato dal neo movimento ecologista Extinction Rebellion dichiarava l’emergenza climatica per la sua città. Sin dall’inizio il gruppo, allora diretto da Roger Hallam, poi estromesso per presunto estremismo, incitava il governo a “dire la verità” dal momento che “fronteggiamo una emergenza globale senza precedenti”. 

A partire dal 2018, quindi, la parola emergenza entra nel lessico usuale degli attivisti, erroneamente convinti che ripeterla all’infinito susciti indignazione e orrore. Di fatto, evocare l’emergenza climatica e biologica è stato solo un atto liberatorio. Un coming-out della vecchia guardia di ecologisti ormai cinquantenni, che fanno i conti con un fallimento storico epocale. La parola “estinzione” prendeva tristemente posto accanto al cambiamento climatico. Nulla di più. I motori di ricerca di tutto il mondo continuano ad associare l’estinzione ai dinosauri del Cretaceo. Essenzialmente, questo è avvenuto perché il concetto biologico di sesta estinzione di massa non è stato assorbito nel concetto storico di rivoluzione. La logica moderna non ha associato la minaccia estrema alla sopravvivenza della vita sul Pianeta alla comprensione ed alla valutazione storica dell’epoca. 

Un secolo fa, una emergenza come quella che viviamo ogni giorno avrebbe acceso la voglia di rivoluzione. 

Poi, però, è arrivato il Covid. E l’emergenza è balzata fuori dalle stagnanti paludi della felicità consumistica per scuotere in un sol colpo la ragione occidentale. Mentre la zoonosi dilagava dagli aeroporti internazionali alle capitali europee la coscienza storica delle persone andava in black out. Chi non ha mai saputo di vivere in uno stato di emergenza, si è trovato scoperto e inerme dinanzi alla brutalità delle misure di contenimento dell’infezione.

Ed erano la maggioranza.

Per coloro che non avevano la più pallida idea dello stato di prostrazione della biosfera accettare la chiusura improvvisa di tutte le attività economiche e ricreative è suonato come un affronto. Durante il primo anno dell’epidemia furono soprattutto le persone che non avevano mai letto un rigo di cronaca ambientale a scaricare dosi massicce di stupore ebete su giornali e social media, dichiarandosi stupefatti dall’evento cinese. 

Poi l’anno scorso un comportamento analogo ha travolto la disponibilità di un vaccino. Trovato un nemico partorito in emergenza da una condizione di emergenza, la rabbia sociale ha intrapreso una battaglia contro la farmacologia del XXI secolo. Anarchici, naturisti, edonisti, consumisti si sono scoperti forse per la prima volta a condividere la stessa opposizione viscerale alla gestione emergenziale di una malattia nuova all’umanità intera. 

Il negazionismo dell’emergenza sanitaria ed ecologica

Ognuno di questi gruppi di pressione, con un un suo uditorio politico, è espressione di un collasso del consenso consapevole. La società civile, nelle sue mille venature ed articolazioni, cova infatti al suo interno il problema gigantesco del consenso sullo stato della realtà. È una questione che il pensiero ecologista dibatte da almeno 30 anni. Riassumiamola così: la maggior parte delle persone non sa in che epoca vive. E, di conseguenza, ignora che l’impronta ecologica umana sulle specie animali e sull’atmosfera è già in una fase critica. Chi non è in grado di comprendere i tratti salienti del proprio tempo, non può che rimanere vittima di angoscia e rabbia quando gli si chiede di adeguarsi a provvedimenti straordinari di salute pubblica. 

E questo vale dal punto di vista politico.

Ma guardiamo che cosa la mancata percezione dell’emergenza significa sotto il profilo psicologico e simbolico. 

L’ideologia negazionista e il nichilismo

Siamo di fronte ad una deriva nichilista. Da un lato coloro che misconoscono l’emergenza mostrano di ignorare a quale punto di distruzione l’azione umana ha portato se stessa. D’altro canto, però, costoro non sanno neppure che il loro stesso atteggiamento di rifiuto delle cure, delle limitazioni e del pensiero attuale è il frutto della generale temperie nichilista dell’umanità moderna. Come scrisse Heidegger nel 1943, all’interno del suo magistrale corso Il nichilismo europeo, comprendere concettualmente significa “esperire consapevolmente nella sua essenza ciò che si è nominato e quindi riconoscere in quale attimo della storia occulta dell’Occidente noi stiamo”. 

Lungi dall’essere esclusivamente un ragionamento filosofico, questa è una considerazione storica. La “storia occulta dell’Occidente” è la storia della cultura europea che ha dato al mondo e a noi stessi la forma che abbiamo oggi. L’affermazione di un pensiero nichilista, dunque, è il percorso secolare compiuto dalla nostra civiltà per imparare ad usare il mondo in un certo modo. I nichilisti, irretiti dal disfattismo ideologico da fine del mondo,  dalla seduzione della catastrofe catartica, oppure convinti assertori della difesa ad oltranza dell’ordine economico mondiale, vivono al di fuori di queste categorie di realtà.

“Pensare il nichilismo, perciò, non vuol dire nemmeno avere in testa ‘meri pensieri’ al riguardo, ed evitare, da spettatore, la realtà”, scrive Heidegger. “Pensare il nichilismo significa quindi soprattutto stare in ciò in cui tutte le gesta e tutte le realtà di questa epoca della storia occidentale hanno il loro tempo e il loro spazio, il loro fondamento e i loro sfondi, le loro vie e le loro mete, il loro ordine e la loro giustificazione, la loro certezza e la loro insicurezza – in una parola: la loro verità”. 

Quando è crollata la percezione della realtà (il cambiamento climatico e la sesta estinzione di massa sono qui, ora, adesso) il nichilismo appare essenzialmente come un allontanamento progressivo e inarrestabile dal principio di realtà.

Il ricorso perverso al mito della libertà

L’esito finale di tutto questo è un rafforzamento dei negazionismi. Da sempre i movimenti per la protezione del clima insistono nella denuncia del negazionismo pagato con i dollari delle compagnie petrolifere. Commettendo un errore madornale. Il negazionismo autentico è piuttosto la interdizione consapevole dell’intelligenza critica, in cui la società civile occidentale si è buttata entusiasta ad occhi aperti. 

Per questo il negazionismo dell’emergenza climatica, biologica e sanitaria si nutre della retorica sul ritorno mitologico alla normalità. Non è mai esistita una normalità normale. Mentre è sempre esistito un decorso storico di fatti, atteggiamenti, discorsi e culture. Vivevamo in uno stato d’animo collettivo che ha portato ai rischi dell’epidemia. 

Un ulteriore sintomo del negazionismo nichilista è il ricorso perverso al mito della libertà personale. Il culto autarchico della libertà e dell’individuo, come ha spiegato perfettamente Umberto Galimberti, è una delle strutture simboliche e religiose a fondamento del nostro Occidente. 

Queste spasmodiche contrazioni emotive (negare il virus, rifiutare le cure, evitare di pensare il virus in connessione causale con l’annichilamento biologico della biosfera) sono il tentativo convulso di contenere lo stato di eccezione, di non lasciar debordare l’orrore dell’emergenza. Una simile disposizione mentale, lo si intuisce, impedisce però la piena comprensione di quanto sta accadendo.

Le illusioni feticcio

È così che il nichilismo, spinto da partiti solo apparentemente in opposizione tra loro, produce una contro-normalizzazione che pretende di agire contro lo stato di emergenza. Proprio come lo spettro della “controrivoluzione” nei passaggi pericolosissimi dei cambiamenti storici rivoluzionari, la contro-normalizzazione è il tentativo di normalizzare l’eccezione.

Sono illusioni che non fanno che acuire la crisi. È il presente che divora se stesso perché non riesce a pensarsi eccezionale. 

Lo stato di emergenza mancato denuda dunque la debolezza estrema dei nostri assunti di uso comune. La fragilità, in altre parole, di una civiltà che non sa più pensarsi nella realtà che lei stessa ha prodotto e si esplica, invece, solo nella mitologia delle proprie fantasticherie.

Eppure, neppure queste illusioni-feticcio (ritorno alla normalità pre Covid) possiedono più il potere mitopoeietico delle grandi utopie, delle grandi religioni, dei movimenti di massa. Sono configurazioni culturali statiche, che tendono a replicarsi nella continua riaffermazione del consumo, dell’anarchismo, dell’impotenza emotiva.

L’emergenza ha dunque perso quel sentimento di eccitazione o di disperazione che sempre in Europa ha contraddistinto i periodi di frattura con il passato. L’emergenza si è spenta a poco a poco, pur continuando di per sé a peggiorare ed ad intensificarsi. 

La forza di comprensione

Manca insomma “la forza di comprensione”, come la chiamava Karl Kraus. La diagnosi stessa di questa lacuna proposta da Kraus è disarmante nella sua consonanza con il nostro presente. “Com’è profondamente comprensibile il disincanto di un’epoca la quale, mai capace di vivere qualcosa e di rappresentarlo, non è scossa neppure dal proprio crollo, ha idea dell’espiazione tanto poco quanto dell’atto, e tuttavia ha abbastanza spirito di autoconservazione da tapparsi le orecchie davanti al fonografo delle proprie melodie eroiche, e abbastanza spirito di sacrificio da tornare, all’occasione, ad intonarle”.

Kraus queste righe le scriveva nel 1918. La catastrofe del suo tempo era cosa fatta. Ma “al di sopra di tutta la vergogna della guerra sta quella degli uomini di non volerne più nulla sapere”. Il disgusto di Kraus per i suoi contemporanei oggi ci stupisce, perché consideriamo gli uomini di inizio Novecento ben più colti e geniali di noi. Erano generazioni dal cuore duro, forse, ma di capacità intellettuali strabilianti in ogni campo dell’umano sentire. 

Eppure, né Kraus esagerava né noi siamo in errore. La sua denuncia dell’ignavia generale la sentiamo coerente con il deserto di consenso sull’emergenza climatica e biologica perché siamo in una continuità storica con la cultura occidentale del Novecento.

Oggi come allora la nostra esperienza della realtà è filtrata da schemi di pensiero delle cose di natura. Questi schemi, oltre a disegnare l’uso degli organismi viventi, plasmano la nostra percezione dell’esistenza, dei suoi rischi e delle sue opportunità.

Pensare l’emergenza in termini evolutivi

Ci siamo abituati molto tempo fa a mettere da parte lo stupore immaginifico per il fenomeno biologico, che si offre sulla scena del mondo come evento indipendente dalla volontà umana. Abbiamo così scartato la rilevanza dei meccanismi evolutivi che stanno a monte della nostra nascita e della nostra storia. 

“Per capire il mondo, non solo i fatti biologici, abbiamo bisogno di evoluzione. L’emergere di sempre nuove varianti del virus SARS-CoV-2 – avendo noi sedicenti sapiens scriteriatamente deciso di vaccinare solo la parte ricca del mondo – è un processo evoluzionistico che bene illustra la casualità delle mutazioni, la loro probabilità direttamente proporzionale alla quantità di virus in circolazione, il vantaggio darwiniano della contagiosità” ha scritto Telmo Pievani sul magazine PIKAIA. 

“Il vaccino che introduce una nuova pressione selettiva per il virus è un processo evoluzionistico. La nostra stessa co-evoluzione con il virus, la corsa della Regina Rossa tra ospite e parassita, appena cominciata e poi negli anni a venire, è un processo evoluzionistico. La lista è lunga. Non si capisce appieno la pandemia senza un’adeguata comprensione dell’ecologia delle zoonosi e della loro evoluzione”.

Insistere sull’identità evolutiva di noi Sapiens è una via di uscita dalla povertà del pensiero contemporaneo: “abbiamo bisogno di un approccio evoluzionistico anche perché apre lo sguardo al tempo profondo e alla globalità dei rapporti tra l’umanità e la biosfera: è un antidoto di largo respiro contro il deleterio schiacciamento sul presente e sull’emergenza quotidiana, di bollettino in bollettino, che domina le nostre cronache da due anni”.

In definitiva, la biologia evolutiva è il fondamento di qualunque lettura filosofica del nostro tempo: “abbiamo bisogno di evoluzione per inquadrare la crisi ambientale nella storia naturale di una specie invasiva e prepotente, Homo sapiens”. 

Una primitiva forma di opposizione politica

Conviene, allora, chiedersi non tanto come si possa accendere il sentimento di emergenza quanto piuttosto se ci sia una via di uscita allo stato di emergenza stesso.  Finora si sono esplorate fallimentari proposte politiche, nello spettro delle quali la debacle degli ecologisti è tanto significativa quanto la vittoria dei loro nemici. Queste proposte sono, appunto, politiche e cioè collettive.

Ma esiste la possibilità che una più elementare e forse primitiva via di sopravvivenza e di opposizione, che lasci emergere l’emergenza in tutte la sua complessità storica, sia invece una scelta individuale. Se il vuoto che ci attanaglia è un vuoto di comprensione, allora “fare la rivoluzione” contro questo vuoto è dedicarsi allo studio. Studio delle cause della nostra situazione presente, in uno spazio di esplorazione il più ampio e diversificato possibile. 

Bisogna dedicarsi con passione (la “passione per il reale”) a capire le cause storiche del disastro ecologico, della sesta estinzione di massa, del disagio di civiltà che la pandemia ha reso evidente e palese per tutti. Dobbiamo essere consapevoli che soltanto lo studio smonta il meccanismo, ossia la percezione della impermeabilità, della inesorabilità e della monolitica impassibilità del sistema culturale del nostro XXI secolo. 

È questo il significato a noi più prossimo del “ritorno a monte” di cui parlava Heidegger. Un “andare a ritroso” per “comprendere noi stessi”. 

(Per approfondire questi temi clicca qui).

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Che cos’è la sesta estinzione di massa?

Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi.
(Photo Credit: dr Alexander Sliwa, Kurator Kölner Zoo, Deutschland – Cercopithecus roloway, esemplare maschio. Una specie di scimmia criticamente minacciata, ormai quasi estinta. Con un habitat ristretto alla foreste tropicali della Costa d’Avorio e del Ghana, in Africa occidentale, ne rimangono forse 200. Tra le cause del collasso della specie c’è il bushmeat)
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Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi. Di solito pensiamo che la sesta estinzione significhi rarefazione e poi scomparsa del numero di specie che abitano la Terra. Non c’è niente di sbagliato in questo approccio affermatosi agli inizi degli anni ’80. Ma forse dovremmo aggiornarlo, e renderlo molto più radicale di quanto vorremmo. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto passi in avanti notevoli per comprendere le conseguenze del declino dei mammiferi (e degli invertebrati) in tutto il mondo. Questi studi permettono di porre al centro del dibattito sulla protezione della natura la “diversità evolutiva” delle specie. 

Per testare la gravità della situazione attuale bisogna andare a vedere che cosa succede ai meccanismi fondamentali dell’evoluzione negli habitat ancora abbastanza integri. E in quelli defaunizzati, cioè spogliati dei “tasselli principali” della comunità di specie un tempo endemica: grossi predatori ed erbivori frugivori, che si nutrono cioè di frutta e contribuiscono a disperdere i semi degli alberi ad alto fusto, dal legno duro e resistente, un magazzino naturale di carbonio stoccato nelle foreste tropicali umide.

Osservare le cose in questo modo ha un forte impatto anche politico sui negoziati internazionali che dovrebbero garantire, entro il 2050, un Pianeta “in armonia con la natura”. 

Il ruolo della paleontologia

Sono passati esattamente dieci anni da quando Anthony Barnovksy , un veterano della paleontologia, si poneva sulle pagine di NATURE, insieme ad altri illustri colleghi, la domanda più dirompente del ventunesimo secolo: la sesta estinzione di massa nella storia della Terra è già arrivata?

Chi lavorava sulla biodiversità tropicale osservava da tempo un quadro piuttosto nitido. Si sapeva che negli ultimi 300 anni l’emorragia di specie aveva preso un ritmo diverso, accelerato. Considerando le grandi estinzioni del Pleistocene, si poteva addirittura affermare che un “enorme evento di estinzione, innescato dagli esseri umani, è in corso da circa 40mila anni”. La modernità era semplicemente la lunga risacca dell’ultimo periodo glaciale. A partire dal XVI secolo, se ne erano andate almeno 811 specie. Tutti, però, ipotizzavano anche una altra cosa. Molte famiglie animali erano (e sono) troppo poco studiate per fornirci proiezioni attendibili sul loro futuro. Questo significa che molte più specie potrebbero già aver imboccato la lenta e irreversibile china dell’estinzione. 

La ricostruzione paleontologica recente è stata fondamentale per confermare l’ipotesi di una estinzione di massa. Ed ha fornito due importanti lezioni.  

Barnovksy dimostrò che effettivamente la biodiversità globale va estinguendosi ad una velocità superiore a quella che possiamo dedurre dagli ultimi 4 miliardi e mezzo di anni. Il nostro presente è piuttosto simile ai cinque massivi show-down della presenza biologica sulla Terra, le cosiddette Big Five Extinctions. Eppure, non bisogna farsi ingannare da considerazioni massimaliste: è vero che il 99% di tutte le specie mai apparse sul nostro Pianeta è ormai andato, ma la fisiologica estinzione delle specie è sempre stata bilanciata dall’emergere di nuove forme di vita. 

Ecco, quindi, la seconda lezione. Quando si cerca di capire perché e come le specie si estinguono, è saggio prestare molta attenzione a quante nuove specie compaiono sullo sfondo dell’evoluzione degli organismi. Da un punto di vista paleontologico, infatti, una maggiore velocità di estinzione coincide con un netto calo dei tassi di origine di nuove specie. La bilancia biologica pende tutta a favore della scomparsa degli organismi.

Ma quel che conta davvero è che, finita l’emergenza, la vita possa riprendere il suo corso. Una estinzione di massa ha un doppio volto: stermina la maggior parte di quello che è in circolazione, avvicinando allo zero la nascita di nuove specie. All’ecatombe segue però una riorganizzazione ecologica. L’evoluzione di animali e piante ricomincia a macinare novità, perché è rimasto abbastanza materiale genetico per riprendere il filo della storia da dove era stato interrotto. 

Di fatto, le comparazioni paleontologiche dei primi anni Duemila hanno aperto la porta ad una piena comprensione del significato della perdita di habitat in tutto il mondo. Non è importante solo mantenere un certo numero di specie. Ma anche, e forse soprattutto, il “metabolismo genetico” di queste specie.

Entrare nella sesta estinzione di massa

Ripercorrere le origini della sesta estinzione di massa chiama all’appello la storia umana moderna, non solo l’ecologia. Il XXI secolo si apre con la consapevolezza che i processi di estinzione delle specie animali sono inscritti nella storia delle nazioni, degli Stati e delle culture umane. 

Le stime paleontologiche di Barnovsky fissano il tasso di perdita di vertebrati durante il Novecento superiore di un ordine di grandezza di 114 rispetto al normale tasso di estinzione di sfondo.

È un fenomeno storico-ecologico globale: “l’evidenza che i recenti tassi di estinzione sono senza precedenti nella storia umana, e assolutamente inusuali nella stessa storia della Terra, è incontrovertibile”. 

È successo qualcosa a noi. Non soltanto ad animali e foreste.

L’intera modernità è implicata: “la perdita di habitat, il cambiamento climatico, l’ipersfruttamento per ottenere vantaggi economici dalla natura sono interrelati con le dimensioni raggiunte dalla popolazione umana e dalla crescita economica, che favorisce il consumo, specialmente tra i ricchi, e le diseguaglianze economiche”, scrivono Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich insieme a Rodolfo Dirzo. 

Il crollo nella disponibilità di habitat selvaggi (più o meno integri) e le progressive certezze sull’importanza di proteggere i meccanismi evolutivi delle specie portano con sé dilemmi che sfuggono all’ambito protetto dell’ecologia. Quanti animali dovremmo salvare? Di quanti animali ha bisogno il Pianeta? Quanti animali sono compatibili con la civiltà umana? E dove dovremmo metterli?

Ecologia storica

La biologia della conservazione esce dagli anni Novanta con una convinzione in frantumi. Non è sufficiente stabilire una soglia minima per una popolazione animale, dentro un contesto giuridicamente protetto. Contano enormemente anche le funzioni ecologiche espresse dalle singole specie, e da ogni specie insieme alle altre in un habitat condiviso. 

Non esiste quindi un target assoluto sul numero di animali che non possiamo permetterci di perdere per sempre. Bisogna ragionare per ecosistemi. 

Questo metodo, inaugurato al principio degli anni Duemila, ha cambiato il paradigma ecologico. Essenzialmente perché fa affidamento sulla ricostruzione storica. Raccogliere informazioni su come era un habitat secoli fa aiuta a contestualizzare la perdita di popolazioni, perché contribuisce a ricostruire un punto di osservazione del comportamento delle specie in quella regione. A tracciare, cioè, la “variabilità naturale” degli spazi occupati dagli animali, e la densità delle popolazioni. La cosiddetta “ecologia storica” è estremamente utile, infine, perché è un ottimo metodo per avere a disposizione alcuni “proxy”, cioè indicatori precisi dei cambiamenti ambientali subiti da un intero paesaggio e dai suoi animali. 

Il profilo storico di un ecosistema non è certo semplice da descrivere. E non è univoco. Come ricorda sempre, giustamente, Erle Ellis, pioniere degli studi sull’Antropocene, “gli esseri umani plasmano l’aspetto della natura terrestre da 12mila anni”. Ancora una volta è l’ecologia tropicale a dirci come stanno le cose. La “natura intatta prima del disturbo umano” è una fantasia: “un crescente numero di analisi archeo-botaniche, zoo-archeologiche e paleo-ecologiche, e genetiche, hanno dimostrato l’esistenza storica di diverse economie (…) che emersero nelle foreste tropicali durante l’Olocene. Questo ebbe impatti di lungo periodo sulla composizione e la struttura degli ecosistemi all’interno e attorno le foreste tropicali”.

Eppure, l’ecologia storica ha il grande merito di meglio contestualizzare anche il concetto di “capacità di carico” degli habitat protetti. Ossia, dei parchi nazionali. “Molta della conservazione è place-based (ndr, costruita su singoli luoghi), cioè focalizzata sui parchi nazionali o su altre tipologie di aree protette. In questi casi, “la conservazione di una specie può riguardare in via primaria il luogo”, scriveva Eric W. Sanderson nel 2006 su BIOSCIENCE. “Gli amministratori fissano un target di popolazione stimando ad esempio quanti individui di una certa specie possono saturare un’area senza che la popolazione stessa superi i limiti del parco protetto. Negli USA le popolazioni nei parchi nazionali vengono sostanzialmente gestite secondo questo criterio”. E ciò nonostante “il problema è che la maggior parte dei parchi sono troppo piccoli per contenere popolazioni di specie che si muovono su grandi distanze”. 

Questi studi, più eclettici di quelli sulla ricchezza di specie promossi dalla biologia della conservazione negli anni ’80, si muovono tutti, senza eccezione, in una unica direzione. Mostrano i limiti evidenti dei parchi nazionali. Un discorso che vale dappertutto, negli Stati Uniti così come in Africa e in Asia. 

I limiti di spazio sono clamorosi nel caso dei megavertebrati. Ossia i mammiferi di media e grossa taglia. L’emorragia di mammiferi è una minaccia globale alla tenuta delle foreste tropicali. La defaunazione dei mammiferi nei tropici ha raggiunto una intensità critica, a causa della pressione della caccia di sussistenza. 

A questo proposito, uno studio molto citato pubblicato nel 2019 da PLOS BIOLOGY ha stimato nelle foreste tropicali “un declino medio nell’abbondanza dei mammiferi del 13%, che va oltre il 27% per le specie di media grandezza e supera il 40% per i grandi mammiferi”. In sintesi, “si può inferire che le popolazioni di mammiferi sono parzialmente defaunizzate nel 50% delle aree ricoperte di foreste tropicali, cioè una estensione di 14 milioni di chilometri quadrati. Il declino maggiore (70%) è in Africa occidentale”. Gli autori hanno esaminato una documentazione risalente al 1980, per poi risalire sino al 2017. 

Un altro comune denominatore di questi problemi è che finora c’è stata anche una eccessiva enfasi sulle specie prese singolarmente.

Annichilimento biologico

Nel 2017 Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo hanno riscritto la cornice entro cui interpretare la sesta estinzione di massa. Insieme, traevano nuove conclusioni dall’epocale studio firmato da Dirzo e uscito su SCIENCE nel 2014: “Defaunation in Anthropocene”. C’è qualcosa di più pervasivo dell’estinzione conclamata di una specie. È l’annichilamento biologico lento e progressivo di tutte le popolazioni che compongono una specie. 

“L’attenzione esclusiva sulle estinzioni delle specie, che è certamente un aspetto fondamentale del ritmo di estinzioni contemporanee, conduce ciò nonostante ad una generale, controproducente impressione che i biota della Terra non siano sotto minaccia immediata. E che, invece, stiano entrando lentamente in una fase di massiccia perdita di biodiversità”.

La defaunazione del Pianeta, al contrario, è già conclamata: “questa lettura dei dati trascura i trend attuali di declino delle popolazioni animali, e la loro estinzione. Il volume delle popolazioni in caduta numerica e il restringimento dei loro habitat si somma alla enorme erosione della biodiversità causata dagli esseri umani”. 

Questo è il motivo per cui la sesta estinzione di massa è in corso. Il Pianeta, letteralmente, si svuota di specie animali molto prima che la Red List della IUCN classifichi una specie come “estinta allo stato naturale”. Il focus sulla defaunazione delle popolazioni mette definitivamente a tacere anche gli “ambientalisti scettici”, i ricercatori critici della classificazione delle specie della Red List. Sfruttando le difficoltà implicite nel definire estinta per sempre una specie questo gruppo di accademici contestava all’ecologia dell’estinzione i suoi risultati come “catastrofisti e manipolatori”. 

Ceballos, Ehrlich e Dirzo hanno riportato l’ago della bussola sulla centralità del processo storico. La sesta estinzione non è un fenomeno eclatante, puntiforme, isolato. È un evento che permea questa epoca attraversandola e condizionandola. Il preludio della scomparsa definitiva di una specie contiene più indizi, sintomi e danni irreparabili del possibile punto di approdo dell’intero processo.

L’umanità ha quindi attorno a sé “l’estirpazione e la decimazione” degli organismi animali. L’analisi della riduzione nell’habitat originario di 27.600 specie di vertebrati lascia comprendere che tra il 1900 e il 2015 sono state perse 177 specie di mammiferi. “Il 32% delle specie di vertebrati è in diminuzione, il che significa che diminuisce il numero di individui delle popolazioni e lo spazio che occupano”. 

Ecco come si presenta dunque il nostro Pianeta oggi: “almeno il 50% degli individui animali che una volta popolavano la Terra non esiste più, ossia miliardi di popolazioni animali”. 

Integrità biologica 

Gli studi di popolazione del Gruppo di Stanford (Rodolfo Dirzo si occupa di defaunazione nelle foreste tropicali dai primi anni ’80) sono la sintesi di riflessioni che, più o meno in sordina, circolano da trent’anni nel mondo accademico. Solo che adesso la gravità della situazione, enfatizzata dall’intensificarsi degli eventi climatici estremi, ha spinto in superficie evidenze scientifiche che per moltissimo tempo sono state tenute timidamente in sordina. 

Ecco dunque che sui paper di maggior impatto balzano le dinamiche evolutive. Il significato sociale e politico di queste ricerche è stato finora troppo dirompente per fare breccia nel discorso pubblico. E sui giornali.

Occorre coraggio per porre sotto la lente di ingrandimento il numero di popolazioni animali rimaste. Vuol dire osare discutere di integrità biologica ed ecologica. La demografia, infatti, racchiude l’etologia, l’etologia dipende dalle dinamiche evolutive e tutti e tre questi fattori si combinano per far funzionare il “metabolismo ecologico” tra animali e ambiente. 

E un sano “metabolismo ecologico” (circolo dei nutrienti attraverso il bilanciamento tra erbivori, carnivori ed onnivori, riproduzione di alberi e piante grazie alla dispersione dei semi garantita dai frugivori, stoccaggio di carbonio nella vegetazione) è l’espressione finale della diversità di specie di un habitat. La cosiddetta diversità filogenetica.

Ma su un Pianeta popolato da 8 miliardi di esseri umani, che cosa significa che dovremmo preoccuparci di preservare la variabilità genetica di milioni di specie?

Nel 2001 la Proceedings Academic of Science (Pnas) degli Stati Uniti organizzò un seminario speciale (COLLOQUIUM) per mettere a confronto vari pareri, di illustri conservazionisti, sul futuro dell’evoluzione. Norman Myers di Oxford e Andrew Knoll di Harvard avevano già allora le idee molto chiare sulla posta in gioco. Le tre pagine del loro intervento, pubblicate nel maggio dello stesso anno, sono un documento eccezionale della lungimiranza di questi due scienziati. Soprattutto perché tre quarti dello studio sono domande aperte. Dettate dall’angoscia per il futuro.

“A dispetto della nostra impossibilità nel predire i prodotti finali dell’evoluzione – ossia le traiettorie delle future morfologie degli animali o le innovazioni della loro futura fisiologia – possiamo comunque stilare stime sensate sui processi evolutivi, su come cioè essi subiranno gli effetti del depauperamento della diversità biologica. L’esito finale delle estinzioni che incombono andrà di gran lunga al di là delle distruzioni ambientali cui assistiamo oggi. Non meno importante sarà infatti l’alterazione dei processi evolutivi stessi”. 

Alcune di queste alterazioni Myers e Knoll potevano immaginarle: “la frammentazione dei range delle specie, con la conseguente distruzione del flusso di geni; il declino numerico all’interno delle popolazioni, con l’impoverimento delle riserve di geni; gli scambi biologici di specie a seguito dell’introduzione di alcune specie, o addirittura di interi biota, in nuove aree”. 

Allo stato delle cose, dovremmo anche rassegnarci alla “fine della speciazione dei grandi vertebrati”. Infatti, “anche le nostre più grandi aree sotto protezione si riveleranno troppo piccole per una ulteriore speciazione di elefanti, rinoceronti, scimmie, orsi e grandi felini (…). Potranno la biodiversità e gli esseri umani prosperare in un mondo in cui la maggior parte della diversità biologica sarà confinata in parchi e riserve relativamente piccoli?”. 

Simili interrogativi ne presuppongono altri ancora più terribili: “dovremmo accontentarci solo di proteggere stock di specie il più numerosi possibili? O dovremmo, invece, concentrarci sul salvaguardare i processi evolutivi a rischio? (…) La domanda è dunque se dovremmo tentare di preservare lo status quo evolutivo proteggendo precisi fenotipi di talune specie o se non dovremmo preferire mantenere linee filogenetiche in grado di esprimere in futuro adattamenti evolutivi persistenti, che a loro volta condurranno a nuove specie”. 

L’esempio proposto è scioccante. Nei secoli passati l’elefante africano (Loxodonta africana) ha conservato la sua variabilità genetica spostandosi su enormi distanze. Ma oggi gli elefanti rimasti sopravvivono in popolazioni talmente frammentate che il flusso di geni è interrotto. Gli elefanti sono cioè già “sotto i numeri minimi per mantenere aperta la possibilità della speciazione”. E allora: dovremmo abbandonare gli elefanti al loro destino?

Alla chiusura di quel simposio, fu purtroppo chiaro agli ecologi presenti che capire la sesta estinzione di massa significava anche constatare l’insufficienza dell’etica e della morale moderna dinanzi a dilemmi di coscienza che mai l’uomo si è trovato ad affrontare. 

“Chi dovrebbe prendere simili decisioni?” Si chiedeva Paul Ehrlich al termine del COLLOQUIUM. “A quali valori dovremmo far riferimento?”. 

“Faunal intactness”

Nel 2016 la IUCN mette a punto uno standard globale “per la identificazione delle aree strategiche di biodiversità”. Tra i 4 criteri prescelti per definire una regione di fondamentale valore ecologico spicca la integrità ecologica. 

Secondo Andrew Plumptre questa caratteristica è decisamente la più importante tra le altre fissate dalla IUCN. Per almeno un paio di motivi. Intanto, è strumentale a capire la relazione tra lo stato di una foresta e il bisogno di protezione delle intere comunità di specie che ospita. L’integrità ecologica (il criterio C della metodologia internazionale IUCN) permette di riformulare il tanto controverso concetto di “wilderness” o “natura selvaggia”. Non poco, se pensiamo che da un secolo l’argine contro l’estinzione delle specie animali è proprio la conservazione degli habitat originari e selvaggi. 

Plumptre, in definitiva, ha piazzato al centro di qualunque altra valutazione sulle conseguenze della sesta estinzione la “interezza faunistica” delle eco-regioni del mondo. Uscito allo scoperto nel 2019 su FRONTIERS, Plumptre ha di fatto scritto il capitolo integrativo del pionieristico lavoro di documentazione del Gruppo di Stanford sulla defaunazione. 

Il ragionamento di Plumptre non fa una piega. “Il criterio C per le aree strategiche di biodiversità incorpora deliberatamente sia la interezza faunistica che l’integrità biotica”. Ossia “aree completamente intatte dal punto di vista naturalistico, con un minimo di disturbo antropogenico post-industriale, abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici su vasta scala (…), compresi i predatori altamente mobili e gli erbivori che lungo tutta la loro vita influiscono sulla struttura della vegetazione”. 

Ormai, il 77% delle terre emerse (escluso l’Antartide) e l’87% degli oceani sono stati modificati dagli effetti diretti delle attività umane. È l’impronta ecologica umana (human footprint) sulle specie animali e sulle terre selvagge del Pianeta.

Plumptre ritiene che concentrarsi solo sulla estinzione delle terre ancora selvagge non basti. Una foresta può essere folta e molto estesa fotografata dal satellite. Ma ormai vuota delle serie complete di specie animali che la rendono una foresta ecologicamente viva e pulsante. 

“Gli sforzi di conservazione dovrebbero avere come obiettivo-target le poche regioni rimaste al mondo che rappresentano esempi eccezionali di integrità ecologica (…) dovrebbero anche puntare alla restaurazione di questa stessa integrità ecologica su una porzione più vasta di mondo”.

Meglio chiedersi, allora: dove possiamo ancora trovare comunità animali ecologicamente intatte?

Nuovi obiettivi per arginare l’estinzione

Plumptre propone dunque “il primo censimento della interezza faunistica (faunal intactness)”. Ebbene, “solo il 2.9% della superficie terrestre può essere considerata faunisticamente intatta”. E tuttavia, “re-introducendo 1-5 specie” questa percentuale potrebbe salire al 20% del Pianeta. 

Il criterio C della IUCN fornisce già tutto quello di cui abbiamo bisogno per procedere in questa direzione, almeno dal punto di vista della metodologia scientifica. Una regione strategica deve avere aree intatte “che comprendono la composizione e l’abbondanza delle specie native e delle loro interazioni”. Queste specie sono gli animali che ci aspetteremmo di trovare in un certo luogo, sulla scorta della documentazione storica risalente a prima della espansione globale della industrializzazione. 

Una regione “wilderness”, dunque, non è disabitata. Non mette al bando di principio gli esseri umani. È una regione estesa su almeno 10mila chilometri quadrati che non è stata però convertita all’agricoltura estensiva moderna e non ha subito l’impatto delle industrie negli ultimi 5 secoli.

Certo, ammette Plumptre, gli esseri umani hanno influito per migliaia di anni sulla distribuzione di moltissime specie. Ma, come riconosce la IUCN nella sua Red List, è dal 1500 che questa ingerenza si fa così invadente da riorganizzare la biodiversità della maggior parte del Pianeta, orientando la bussola della storia verso la sesta estinzione di massa. 

L’integrità faunistica è un indicatore di un altro aspetto cruciale nella protezione della natura in una epoca di estinzione di massa. Bisogna tenere in massimo conto il declino del ruolo funzionale di singole specie come risultato dell’influenza umana.

“Là dove le specie sono scese al di sotto della diversità funzionale in un sito, importanti interazioni biotiche non potranno più completare il loro ruolo ecologico (…) conducendo ad una perdita di integrità funzionale, anche se quelle specie non sono sono state ancora completamente estirpate”. 

La diversità filogenetica

Jedediha Brodie è un promettente e brillante ricercatore che insegna ecologia alla Missoula University, nel Montana. Ha iniziato la sua carriera studiando le foreste del sud est asiatico le cui faune sono state decimate, oltre che dalla deforestazione, dalla caccia per la carne selvatica. Brodie è quindi un esperto di bushmeat, uno dei dilemmi ecologici più pressanti e controversi della nostra epoca. Ma proprio per questo ha visto da vicino che cosa succede quando la biodiversità scompare a macchia di leopardo.

Brodie è riuscito a centrare tutto ciò che c’è sapere oggi per capire che cosa è la sesta estinzione.  

“La perdita di specie riduce anche la quantità accumulata di ciò che resta della storia evolutiva all’interno delle comunità animali, ossia la nostra eredità bio-diversa”, ha scritto Brodie quest’anno sulla PNAS. Ad estinguersi, dunque, non sono solo le specie che se ne vanno. È anche la diversità filogenetica, ossia la sintesi cumulativa delle differenti storie evolutive scritte dentro ciascuna specie. 

Tutte le specie di un certo paesaggio esprimono inoltre la “diversità funzionale”: ognuna di loro ha un ruolo che contribuisce a mantenere vivo l’ecosistema. A far circolare i nutrienti, a rinnovare la vegetazione, a regolare l’equilibrio tra carnivori ed erbivori. 

L’approccio di Brodie è innovativo. A suo parere finora ci si è concentrati troppo sul calcolo del numero di specie, sperando di dimostrare che se in una area protetta le specie sono numerose allora le cose vanno bene. Ma i meccanismi ecologici sono molto più sofisticati e molto più sensibili ad ogni tipo di disturbo inflitto dall’uomo. Caccia, bracconaggio, trappole, taglio di alberi ad alto fusto hanno un potere di rifrazione gigantesco in un habitat.

I dati raccolti da Brodie confermano le pessime notizie degli ultimi anni. Gli habitat cancellati hanno un impatto sui mammiferi di 25 volte superiore rispetto al cambiamento climatico. E la caccia (più o meno di sussistenza) fa peggio dell’aumento delle temperature di un ordine grandezza di 28 volte.

La conclusione è facilmente intuibile: “la diversità filogenetica ha un immenso valore intrinseco, perché è una misura fondamentale della biodiversità, probabilmente, anzi, la migliore delle misure. Di conseguenza, la protezione della diversità filogenetica è un obiettivo primario della conservazione”. 

Colonizzazione assistita contro l’estinzione

Brodie è convinto che la Convenzione sulla Biodiversità (CBD) dovrebbe prendere molto più serio le minacce che incombono e fare mente locale sulla rapidità del cambiamento climatico. Viviamo già in tempi estremi. Insieme a Kent H. Redford (che nel 1991 coniò il termine “foresta vuota” con uno studio pionieristico sull’Amazzonia) e a James Watson (della University of Queensland, in Australia, autore delle mappe più dettagliate al mondo sulle terre selvagge), Brodie ha affidato a SCIENCE la sua proposta più provocatoria: la CBD deve includere la colonizzazione assistita nel prossimo accordo internazionale sulla natura. 

Si tratterebbe di spostare alcuni individui di specie a rischio in un habitat fuori del loro home range originario. In un futuro ormai alle porte, infatti, almeno un terzo delle specie potrebbe “avere un rischio correlato al clima”. La prima risposta a uno stress ambientale è il movimento. Ma molti organismi “potrebbero avere bisogno di aree-rifugio al di fuori dei loro attuali e storici luoghi di insediamento”. 

La translocazione per dare inizio a nuove popolazioni è una strategia piuttosto diffusa. Casi eclatanti sono i leoni e i rinoceronti del Sudafrica spostati ad Akagera, in Rwanda. Ma incontra anche molti oppositori. Il rischio di trasferire anche zoonosi o patogeni letali per gli animali endemici c’è sempre. 

Brodie e i suoi colleghi ritengono tuttavia che la colonizzazione assistita sia la migliore opzione per ottenere popolazioni in grado di resistere e persistere in habitat da cui la frammentazione delle aree protette avrebbe tagliato fuori le specie coinvolte.

La vera controversia riguarderebbe piuttosto il modo in cui si intende l’area di insediamento di una specie, “intrinsecamente statica o invece dinamica”. Soltanto la Convenzione è nella posizione giuridica per definire una regolamentazione internazionale, che funzioni da ponte anche per gli inevitabili negoziati politici. Spostare una popolazione animale potrebbe voler dire insediarla in uno Stato sovrano diverso da quello di origine.

Colonizzazione o no, anche questa via d’azione riporta in auge la questione di vecchia data dei parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi o il Kavango Zambesi in Africa, che oggi sono una rarità. E che però sono il giro di volta della questione: enormi, interregionali, ricchi di habitat misti e diversificati. Nel lessico diplomatico della conservazione, però, transfrontaliero significa “più spazio per gli animali”. E lo spazio è ciò che scarseggia su un Pianeta sovraffollato di umani. 

È vero che nel 2019 la IUCN ha riconosciuto “il ruolo delle popolazioni animali al di fuori dei loro range storici come risultato della colonizzazione assistita”. Ma Brodie e i suoi colleghi sanno che serve qualcosa di decisamente più ardito: “la CBD dovrebbe considerare di espandere l’applicazione del termine neo-nativo, che fu all’inizio suggerito per specie che colonizzavano spontaneamente nuove aree in risposta al cambiamento climatico, per includervi, oggi, specie traslocate”. 

Mettendo da parte tutte le preoccupazioni sulle specie invasive. 

Il cerchio si chiude

Il lungo viaggio per capire che cosa è la sesta estinzione di massa termina su risposte che, in qualche modo, abbiamo tra le mani da 30 anni. La conservazione delle specie si fonda sull’assunto base che bisogna proteggere sia la quantità che la qualità di animali e piante di un certo ecosistema. Per ottenere questo obiettivo macro-ecologico, è indispensabile garantire che, come disse Eric W. Sanderson nel 2001, “gli animali facciano gli animali”.

Frase ironica che sottintende qualcosa di molto semplice: le comunità animali devono funzionare dal punto di vista evolutivo. La vita stessa è giunta fin qui perché è cambiata senza sosta. Preservarne le dinamiche è lo scopo di qualunque politica ambientale che si pretenda tale.

Ma non dobbiamo ingannarci sullo stato del Pianeta nel XXI secolo. I parchi nazionali sono pochi, e isolati. La nostra iper-demografia richiede reti di strade e concentrati di infrastrutture che tagliano a puzzle le aree protette ricche di animali, e di alberi. La Terra si restringe. Non possiamo proteggerla mantenendo così come sono le regole del gioco.

Evoluzione e civiltà sono in conflitto. E in attesa che emerga un pensiero capace di condensare le evidenze scientifiche con le pretese culturali di noi Sapiens, non resta che leggere la sesta estinzione di massa nella storia della nostra stessa specie. E di questa epoca che sull’annichilamento degli animali abbiamo edificato: l’Antropocene.

La sesta estinzione e l’Antropocene

Lo scorso autunno alcuni autori hanno proposto di considerare l’Antropocene come evento geologico, e non come una epoca. Quello che ormai i media chiamano Antropocene racchiude infatti uno spettro molto ampio di “pratiche culturali umane di tipo trasformativo”. Che durano da millenni.

L’Antropocene è quindi “un evento geologico che si è protratto nel tempo”, nonostante tutti gli sforzi di fissare una data precisa (e un indicatore stratigrafico) del suo inizio. Gli esseri umani non alterano la biodiversità a partire dal 1945, con la Grande Accelerazione. Lo hanno fatto a intermittenza per migliaia di anni, anche quando non progettavano di cooptare intere specie a proprio vantaggio. 

Conosciamo un lungo elenco di attività umane i cui effetti sul sistema terrestre valicano i confini temporali di una data, un giorno, una epoca storica: la deforestazione, l’industrializzazione, il colonialismo. E “la dispersione delle specie condotta sotto assistenza umana, ossia la omogeneizzazione della biodiversità della Terra”. 

La conclusione di queste valutazioni eco-geologiche è molto importante per capire bene che cosa è la sesta estinzione di massa. E come si colloca nelle vicende millenarie della civiltà umana.

“Gli impatti umani sulla superficie della Terra sono diacronici” e “definire l’Antropocene come un evento lo pone accanto alle grandi trasformazioni del sistema terrestre”. Questo perché “la relazione stessa tra gli uomini e l’ambiente è diacronica”.

Siamo dunque una eccezione nella storia della vita di questo Pianeta? No. Altre forme di vita hanno fatto cose fuori scala, di portata millenaria. Ad esempio i cianobatteri, protagonisti del “grande evento di ossidazione” occorso tra i 2.4 e i 2.1 miliardi di anni fa. L’ossigeno prodotto dai cianobatteri, nel corso di milioni di anni, ha consentito agli organismi multicellulari di spostarsi sulle terre emerse e di innescare la portentosa evoluzione dei regni animale e vegetale. 

Le nostre gesta, dagli esiti così distruttivi da farci discutere, oggi, di estinzione di massa causata dall’uomo, sono dunque inscritte nei meccanismi di funzionamento ed evoluzione del Pianeta, e di alcuni dei suoi organismi. Perciò, “la comprensione scientifica del cambiamento ambientale globale richiede una analisi dei processi su scale temporali e spaziali multiple”. Questo non scagiona le responsabilità enormi di Homo sapiens nel collasso della biodiversità. 

Gli studi più avanzati sull’Antropocene confermano il bisogno urgente di un “ecologismo umanista”, come lo chiama Telmo Pievani.

“L’approccio isocrono all’Antropocene (ndr, l’Antropocene è una epoca con una sua connotazione stratigrafica netta) rappresenta inevitabilmente gli esseri umani come una forza globale omogenea”. Ma, di fatto, l’apporto dei diversi gruppi sociali e delle diverse culture alla evoluzione eco-culturale dell’Antropocene è stato molteplice, non lineare, ed estremamente variegato. 

La sesta estinzione di massa è la manifestazione globale di una impresa collettiva della nostra specie, ma è anche la somma di situazioni storiche diversissime. Il declino catastrofico delle specie animali è un fenomeno di cui osserviamo oggi le ultime propaggini. Ma per elaborare quella posizione morale di cui c’è urgente bisogno serve qualcosa di più di un tribunale dell’inquisizione per Homo sapiens. 

Dobbiamo anche essere consapevoli che la proposta (già molto controversa) di destinare ad area protetta il 30% del Pianeta entro il 2030 potrebbe non essere sufficiente, vista la rapidità del cambiamento climatico.

Sarebbe davvero utile recintare nuove riserve mentre piante e animali sono in movimento a causa delle temperature? “Entro metà secolo (2050) più della metà della superficie terrestre avrà caratteristiche climatiche pertinenti ad una eco-regione diversa rispetto ad oggi. Quella che attualmente è una foresta molto folta potrebbe diventare una radura aperta con alberi a legno duro. Una prateria trasformarsi in un deserto”. 

Un secolo fa, il nascente movimento ecologista esercitò abbastanza influenza politica da motivare la “recinzione” di aree speciali per la fauna selvatica, nel Nord America e in Africa. Bene, oggi, questa visione non è più adeguata. Neppure per coloro che ancora considerano imprescindibile destinare porzioni speciali di territorio alla sola natura.

Il problema è sempre lo stesso. Lo spazio. Ne serve una quantità enorme perché le dinamiche evolutive proteggano la biodiversità dall’accelerare della sesta estinzione.

Una ricostruzione paleo-culturale il più dettagliata possibile può essere di grande aiuto. Per rimettere i Sapiens al loro posto nella storia della vita conferendo così una nuova dignità ecologica ed evolutiva a loro, e alle specie animali con cui condividono il proprio destino. 

In questa prospettiva, le dinamiche evolutive rientrano spontaneamente nel discorso complessivo sul futuro della biodiversità. Perché la biodiversità stessa non è più un addendo della civiltà industriale, da riposizionare con un trattato giuridico che la confina nei parchi nazionali. È il mondo intero. 

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE.

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