Il virus e la disfunzione ecologica permanente

clear-water-drops-132477

La sorpresa e il terrore dinanzi al propagarsi dell’epidemia da SarsCov2 è piuttosto ridicola. Siamo primati relativamente da poco sulla scena ecologica mondiale. Non c’è stato ancora il tempo per venire a contatto con tutti i virus sconosciuti che albergano nelle ultime foreste primarie del mondo o in alcune specie animali. Le zoonosi sono una sorta di specchio anche di noi stessi: testimoniano l’antica, ancestrale connessione tra la nostra specie e i virus, oppure i batteri, per il semplice fatto che ci siamo co-evoluti con il Pianeta e le altre specie. Tutte. Anche quelle microbiche. Siamo stati a contatto per un tempo lunghissimo, magari a distanza, ma i nemici sconosciuti sono sempre stati lì, nell’ombra, pronti a farci visita, con le giuste opportunità. 

Insomma, come in un film di fantascienza dove gli astronauti atterrano su un Pianeta apparentemente disabitato, non siamo soli. La nostra non è mai stata una navigazione in solitaria, e non lo è neppure adesso, nonostante la potenza dispiegata sul Pianeta. Il nostro destino è quello dei virus, e viceversa. Il danno recato alla nostra specie da una qualunque zoonosi non è dunque un evento straordinario o fuori scala. È invece un indizio storico dell’epoca ecologica in cui ci troviamo, un’epoca in cui la nostra specie si è sviluppata sino a raggiungere una soglia-limite. Oltre questa soglia ci sono incroci pericolosi con altre specie, lo scontro contro l’equilibrio climatico terrestre e la distruzione dell’integrità ecologica e genetica degli ecosistemi. Quello che noi chiamiamo “successo di un patogeno” e quindi “patogenicità” risponde soltanto a logiche evolutive. È una logica evolutiva, del tutto consequenziale e razionale, che una specie (noi) che ha raggiunto i 7 miliardi e 800 milioni di individui sconfini in foreste un tempo intatte e inaccessibili in cerca di minerali preziosi, legname e carne. È logico anche che questa specie, classificata come super-predatore, pianifichi di servirsi a scopo alimentare di specie non addomesticate, ma costrette a riprodursi in cattività. Ed è perfettamente logico che un patogeno abituato al suo ospite sfrutti le occasioni che ha a disposizione, interagendo con il super predatore e giocando alle sue stesse regole. E cioè: mutazione, adattabilità, selezione naturale, proliferazione. Perché, allora, siamo così sconvolti dal comportamento del virus?

L’aspetto più inquietante del superamento della soglia-limite è la defaunazione. Se ancora poco sappiamo del SarsCov2 e di come cambierà la sua interazione con noi, il suo nuovo ospite, ancora meno ci è noto che cosa sta accadendo agli habitat considerati più pericolosi per i futuri spillover.

Un articolo uscito su NATURE Communications nel 2019 e discusso da CARBON BRIEF avverte che, all’aumentare delle temperature medie globali, è concretoil rischio di allargamento dell’area di contagio di ebola, che potrebbe raggiungere il Kenya e la Tanzania. “Con temperature più calde, i pipistrelli e altri animali che si suppone trasmettano il virus agli esseri umani, si prevede si sposteranno verso nuove aree, portandosi appresso la malattia. Il nuovo modello suggerisce che entro il 2070 le epidemie scoppieranno, in media, ogni 10 anni, se la rapida crescita demografica e il lento sviluppo saranno accompagnate da una sostanziale inazione sul fronte del cambiamento climatico. Nelle attuali condizioni, la media di esplosione delle epidemie è di una 1 volta ogni 17 anni (…) lo studio conclude che con gli attuali tassi di crescita economica e di alte emissioni l’area totale suscettibile alla epidemia potrebbe espandersi di 1/5”, riporta CARBON BRIEF. 

Il comportamento dei pipistrelli rientra in uno schema molto più vasto, e cioè la defaunazione: la diminuzione lenta ma progressiva del numero di individui che compongono le popolazioni di una specie distribuite in un certo habitat. Era il 25 luglio del 2014 quando usciva su SCIENCE uno studio sulla defaunazione firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford University che ha fatto scuola: la defaunazione è la condizione ecologica ormai predominante del nostro Pianeta, anche là dove resistono aree protette di enorme valore biologico. Da allora, la consapevolezza che gli ecosistemi impoveriti di specie animali sono una bomba ad orologeria è cresciuta considerevolmente. Ciò che più conta nei processi di defaunazione, come disse John Epstein della ECOHEALTH ALLIANCE a David Quammen al tempo della stesura di Spillover è questo: “la chiave di tutto è l’interconnessione. Si tratta di capire in che modo uomini e animali sono interconnessi”. Questa rete di rapporti reciproci tra specie funziona su più livelli: noi e gli animali, gli animali tra loro e noi e gli animali rimasti dopo che alcune specie si sono estinte o sono diminuite tanto da non interagire più, in un ecosistema, come facevano in passato. Questo è il livello basico della defaunazione: che cosa succede agli equilibri interni di un ecosistema, quando uno dei suoi abitanti scompare ? Se le colonie di pipistrelli del Sierra Leone, del Gabon, del Ghana o della Repubblica Democratica del Congo si sposteranno, e se nel frattempo altre comunità di specie di quelle foreste tropicali, soprattutto i mammiferi, decimati dalla caccia a scopo alimentare, collasseranno al punto da compromettere la dispersione dei semi di alcune piante, la capacità di stoccaggio dell’anidride carbonica della foresta e il numero di predatori di media taglia, se tutto questo si verificherà quali saranno le conseguenze complessive.? Non lo sappiamo. Ma sappiamo che la defaunazione erode la tenuta biologica ed ecologica di questi ecosistemi, fino al punto di non ritorno. Potremmo quindi fronteggiare, già in questo secolo, le conseguenze combinate, sistemiche e interdipendenti, di diversi fattori: la defaunazione e le conseguenti estinzioni, il cambiamento di schemi climatici consolidati e quindi un rischio maggiore di imbattersi in zoonosi. La storia delle epidemie zoonotiche più note degli ultimi 20 anni conferma questa diagnosi: i virus sono integrati negli ecosistemi e se togli qualcosa (specie animali, lembi di foresta abbattuti per piantagioni di cash crop come soia, olio di palma, caffè, cacao), o aumenti qualcosa (il numero esponenziale di umani in circolazione), anche i virus rispondono. 

Anche se noi Sapiens tendiamo a correre ai ripari solo a disastro avvenuto, la prevenzione delle future pandemie è diventato un discorso comune, avvertito come una priorità. Qualcuno ha proposto di spendere milioni di dollari per catalogare tutti i virus potenzialmente letali presenti in specie selvatiche (si calcola ce ne sia 1 milione e 600mila ancora ignoti alla scienza), come ha documentato Yale360, il blog della Università di Yale. Ma non tutti sono d’accordo. Uno studio di grande interesse (cioè ricco di interrogativi ad ampio potenziale) uscito su OPEN BIOLOGY nel settembre 2017, sostiene che “gli sforzi per predire l’emergenza di malattie combinano scale evolutive ed epidemiologiche fondamentalmente differenti”. Infatti “sappiamo molto sugli schemi e i processi di evoluzione dei virus su scale temporali evolutive così come sono descritte negli alberi filogenetici che descrivono le famiglie di virus, ma questi dati hanno poco potere predittivo per rivelarci i processi micro-evolutivi a breve termine che sono alla base della trasmissione tra specie e della emergenza della malattia”. In parole più semplici, bisogna capire che cosa succede ad un virus nel breve spazio temporale in cui entra in contatto con un possibile nuovo ospite, giocandosi la sua chance di trovare una nuova casa (come accaduto ad ebola), e quali fattori, nelle caratteristiche di questo ospite e del suo ambiente, possono spianargli la strada permettendogli di stabilirsi con successo (come non è avvenuto con l’influenza aviaria H5N1). Quello che in definitiva c’è da capire bene per avanzare previsioni sensate, più che avere una lista dei nomi e dei cognomi dei nostri nemici, è, secondo gli autori, la dinamica di interazione tra specie diverse, nel momento fatale in cui si incontrano per la prima volta. Conoscere il livello di biodiversità dei virus ci aiuta poco, mentre sarebbe molto utile approfondire la “fittness evolutiva” dei migliori di loro a contatto con l’uomo. 

In un altro intervento su NATURE alcuni degli autori hanno ribadito la loro posizione, che contiene un consapevolmente alto margine di incertezza per il semplice motivo che non sappiamo ancora un mucchio di cose sui virus: “determinare chi tra più di 1 milione e 600mila virus animali è capace di replicarsi dentro gli esseri umani e di trasmettersi tra loro richiederebbe decenni di lavoro di laboratorio, per coltivare le cellule in vitro e poi negli animali. Anche nel caso che i ricercatori riuscissero a collegare ogni sequenza di genoma virale a dati sperimentali concreti, ci sono poi ogni sorta di altri fattori che decidono se un virus fa il salto di specie emergendo in una popolazione umana, come ad esempio la distribuzione e la densità degli ospiti. I virus dell’influenza sono circolati nei cavalli sin dagli Cinquanta e nei cani dai primi anni Duemila. Non sono mai comparsi nelle popolazioni umane, e forse non lo faranno mai, per ragioni sconosciute”. Il fattore-chiave della densità di popolazione dei possibili ospiti riporta il ragionamento sul fronte ecologico: “Allo stato delle cose, il modo più efficace e realistico per combattere l’esplosione di epidemie è monitorare le popolazioni umane nei paesi e nelle località più vulnerabili alle infezioni”. 

Questo ci riporta alla domanda iniziale. Che cosa ci sconvolge tanto nel comportamento del SarsCov2, che non sapevamo in anticipo? Che non avremmo potuto accettare come probabile un bel po’ di tempo fa?

La risposta sta probabilmente nella facilità con cui abbiamo scelto di ignorare chi siamo. La nostra espansione sul Pianeta ci ha posti in una condizione ecologica inedita: con il nostro successo evolutivo siamo entrati in conflitto con i meccanismi ecologici, genetici e biologici fondamentali del Pianeta. Questo significa trovarsi ormai in una condizione di “disfunzione ecologica permanente”, che espone a rischi originali e sensazionali, ma non imprevedibili. I patogeni emergenti hanno convissuto per migliaia di anni con i loro ospiti abituali, e sono vivi e vegeti da milioni di anni. Pericolosi per noi, ma solo in relazione al tipo di civiltà che abbiamo edificato con convinzione ed orgoglio. Il modo disfunzionale con cui ci serviamo delle risorse naturali è permanente, non occasionale o temporaneo. É un punto di rottura storico, che ha ormai definito condizioni ecologiche tossiche o alterate destinate a rafforzarsi se non ad ampliarsi nei prossimi decenni. Per questo è molto azzardato sostenere che usciremo dalla crisi innescata dal SarsCov2, mentre in realtà potremo soltanto attraversare differenti fasi di difficoltà di gestione di una ben più generale crisi biologica, globale e pervasiva. 

Nella storia evolutiva del leone le risposte alle domande sul suo futuro

IMG_2742

(Photo Credit: Peter Lindsey – LION RECOVERY FUND)

La storia evolutiva del leone dimostra quanto complicata sia la conservazione di questa specie nel continente africano, la sua ultima roccaforte. I risultati delle analisi genetiche più recenti confermano che il leone si trova già in una fase abbastanza critica da mettere in discussione alcune strategie di protezione. Trentamila anni fa il leone era il mammifero più diffuso del Pianeta: prosperava in Africa, in Eurasia e in America. Durante il Pleistocene, c’erano 3 specie di leoni: i leoni moderni (Panthera leo leo), che stavano sia in Europa che in Asia; il leone delle caverne (Panthera leo spelaea), che viveva in Europa, in Asia e in Alaska e nella penisola dello Yukon; e infine il leone americano (Panthera leo atrox), in America del Nord. 

Ma a partire da 14mila anni fa, la diversità genetica della specie è stata spazzata via e con essa una miriade di adattamenti che corrispondevano ad altrettanti habitat. Per questa ragione, anche le più dispendiose e meditate strategie di conservazione ( come ad esempio la “rilocazioni”, cioè spostare esemplari da una riserva all’altra, non di rado da una nazione africana all’altra) potrebbero non avere i risultati sperati. Spelaea e atrox sono ormai un ricordo affidato alla paleontologia: è rimasta solo Panthera leo leo, nella impressionante cifra di 20-25mila individui. A queste conclusioni arriva lo studio uscito il 19 maggio scorso sulla PNAS ( The evolutionary history of extinct and living lions”), a cui ha partecipato anche Nobuyuki Yamaguchi della University Malaysia Terengganu di Kuala Lumpur, un veterano nella ricerca genetica sul leone africano. 

La lunga estinzione del leone sembra inarrestabile: negli ultimi 150 anni ( per fattori stavolta antropici) se ne sono andati il leone berbero del Nord Africa, il leone del Capo in Sudafrica e il leone del Medio Oriente. Non è causale che anche questo studio parli del leone del Capo e del leone berbero. Nel 2016 numerosi ricercatori hanno tracciato la mappa genetica del leone, in cui le differenze regionali sono marcate. I leoni (i pochissimi rimasti) dell’Africa occidentale sono distinti, e in modo netto, da quelli dell’Africa centrale, ma appartengono ad una sottospecie che è Panthera leo leo. I leoni dell’Africa orientale (ad esempio del Kenya e della Tanzania) e meridionale (Sudafrica) sono invece classificati come Panthera leo melanochaita. 

La ricerca pubblicata sulla PNAS approfondisce questo scenario genetico: “benché i leoni dell’Africa centrale rientrino nel gruppo (cluster) di Panthera leo leo nelle ricostruzioni filogenetiche basate sul DNA miticondriale, il loro genoma mostra una affinità ancestrale più spiccata con Panthera leo melanochaita. I nostri risultati suggeriscono quindi che la posizione tassonomica dei leoni del centro Africa debba essere rivista. Tuttavia, questi dati sono fondati sul genoma di un singolo leone del centro Africa, mentre studi recenti condotti su più genomi e su rilevamenti satellitari suggeriscono che i leoni del centro Africa, del Congo (DRC) e del Cameroon rientrino di solito nel gruppo di Panthera leo leo. Inoltre, il flusso genico in Africa centrale e occidentale probabilmente era diffuso nel passato. Entrambe le linee di derivazione coesistettero per lunghi periodi di tempo e quindi il tasso di divergenza non è alto”. 

A questo punto potremmo chiederci perché queste sottigliezze tassonomiche dovrebbero interessarci. Progettare di aumentare le popolazioni locali di leoni non può prescindere dalle caratteristiche genetiche degli individui che dovrebbero essere spostati. Se il leone del Capo – il celeberrimo “leone dalla criniera nera” – pare essere un cugino di primo grado degli attuali leoni del Sudafrica, questo non significa che  le popolazioni di leoni allo stato selvaggio del Paese possano funzionare con pieno successo come “popolazioni serbatoio” per estrapolare individui da ricollocare più a Nord, all’interno dell’area di appartenenza storica di Panthera leo melanochaita. Anche all’interno della stessa sottospecie esistono infatti differenze genetiche dipendenti dalle origini geografiche che potrebbero rendere vano l’inserimento e l’adattamento di un leone del Sudafrica, ad esempio, in una parco della Rift Valley.

Il caso del parco nazionale di Akagera, in Rwanda, è emblematico. Akagera era stato svuotato dei suoi animali durante i sanguinosi eventi della guerra civile e del genocidio del 1994. Nel 2015 il Sudafrica ha collaborato con le autorità ruandesi per reintrodurre ad Akagera 4 femmine della riserva di Phinda (Kwa Zulu Natal, Sudafrica) e 2 maschi dal Tembe Elephant Park (sempre in Sudafrica). Ma i leoni delle riserve sudafricane non sono nativi di quelle riserve: sono a loro volta stati reintrodotti e quindi appartengono a linee di derivazione genetica mista. “I maschi introdotti in Rwanda originavano dall’Etosha, in Namibia, e le femmine avevano un mix di geni dal Kruger, dal Kgalagadi e dall’Etosha”, scrisse nel 2015 il National Geographic. La considerazione più rilevante la fece però Laura Bertola, una altra punta di diamante della ricerca genetica sul leone africano, che lavora alla Leiden University, in Olanda: “Tutti i dati genetici disponibili che abbiamo finora ci dicono che i leoni dell’Etosha appartengono ad un gruppo distinto che non c’è in Africa Orientale: per questa ragione sarei a favore di un’altra origine per la reintroduzione in Rwanda”. 

Allora si decise di procedere ugualmente, ma è molto importante non dimenticare alcune cose: occorre tempo per verificare se l’insediamento di una popolazione animale ha avuto successo oppure no; le ragioni del turismo e della conservazione spesso confluiscono in piani di gestione della fauna che confliggono con le evidenze scientifiche; i leoni che ancora abitano gli habitat a savana dell’Africa orientale e meridionale nelle riserve e in alcuni parchi nazionali non sono i discendenti diretti delle popolazioni “integre e storiche” di leoni, ma sono il risultato, oggi, di interventi umani molto invasivi. 

Le considerazioni genetiche dovrebbe essere tenute nella massima considerazione, avverte il team di ricercatori che ha pubblicato il 17 maggio sulla PNAS, quando si parla di reintrodurre il leone nel Nord Africa, una ipotesi in circolazione dal 2002 con il Lion Atlas Project. Considerando il genoma e non solo il DNA mitocondriale “i leoni dell’Africa occidentale sono i parenti più stretti lungo la linea di derivazione” del leone berbero. Peccato che in Africa occidentale ormai la popolazione più numerosa di leoni si trovi solo in una area protetta transfrontaliera, la W-Arly_Penjari (circa 350 esemplari tra Benin, Burkina Faso e Niger). Ma se rivedere il maestoso leone berbero è, allo stato attuale delle cose, un esercizio di immaginazione scientifica del tutto teorico, meno aleatorie sono le riflessioni sulla conservazione del leone nel resto del continente: “i nostri risultati possono essere utili ad esplorare come la diversità genetica delle popolazioni è cambiata nel corso del tempo”. Un modo elegante per dire che la quantità non fa la qualità: riserve cintate con molti leoni non garantiscono lo stato di salute della specie, ma solo lauti introiti turistici. Una strada che, purtroppo, pare invece essere la linea di governo di Paesi come il Sudafrica e la Tanzania, che, insieme, hanno il 90% dei leoni africani rimasti nel XXI secolo. 

 

La speranza non è una risorsa

IMG_5794

Qualche giorno fa Rai5 ha dato in prima serata The Eichmann Show, un film del 2015 non troppo noto sul processo ad Adolf Eichmann, l’uomo dell’RSHA
(Reichsicherheithauptamt, Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich) che organizzò i trasporti ferroviari verso i campi di sterminio durante la fase cruciale della Shoah. Eichmann venne processato a Gerusalemme nel 1961: per la prima volta davanti alle telecamere di tutto il mondo agiva e parlava in diretta un nazista in carne e ossa.Il film affronta proprio questa novità: lo show televisivo, le decisioni editoriali, e anche pubblicitarie, che motivarono il produttore, Milton Fruchtman, il regista, Leo Hurwitz, e le autorità israeliane a mostrare o non mostrare i dettagli del procedimento penale. 

Perché alcune cose non erano affatto scontate: che, ad esempio, il pubblico in generale avesse voglia e interesse a seguire gli interrogatori alle vittime, le testimonianze dei sopravvissuti e i loro racconti sulle fucilazioni di massa condotte dalle Einsatzgruppen nella Russia bianca nell’estate del 1941. Dopo la prima “puntata” con l’arringa introduttiva del Procuratore Generale gli ascolti crollarono. Fruchtman pretendeva che Hurwitz, un regista di fama con una esperienza da talento indipendente, riprendesse senza esitazione le espressioni dei testimoni, anche quando crollavano paralizzati in preda a crisi di angoscia e di terrore ricordando le uccisioni dei propri bambini. Molti giornalisti accreditati erano piuttosto d’accordo e rinfacciavano ad Hurwitz notizie ben più appetibili che, quanto ad appeal mediatico, facevano concorrenza ad Eichmann e ad Auschwitz. Fidel Castro a Cuba e Gagarin nello spazio. In fondo, ormai, era tutto finito, o no? Perché insistere su particolari raccapriccianti di un processo il cui esito era scontato? Gagarin era il futuro dell’umanità, Eichmann e gli assassini di Hitler il passato. 

È qui che questo film entra di prepotenza nel nostro maggio 2020. Hurwitz se ne frega dell’audience, vuole riprendere la faccia di Eichmann. È convinto che prima o poi il tedesco si tradirà, mostrerà un segno di orrore e di sconcerto per il peso delle proprie azioni, o forse anche una ombra di compassione. Come accadde a Franz Stangl, il comandante di Treblinka, che un giorno, vedendo un carico di vacche destinate al macello, riuscì a mettere a fuoco ciò che accadeva nel campo dove, sotto la sua giurisdizione, vennero gassate 900mila persone. Hurwitz pensava che in chiunque si nascondesse un fascista, date le necessarie condizioni di contesto politico. La prima delle sue ipotesi era sbagliata. Eichmann non disse mai una sola parola di partecipazione emotiva e morale alle conseguenze della sua partecipazione nello sterminio. Ma la seconda ipotesi del regista americano aveva qualcosa di fondato. Le preoccupazioni di Fruchtman e la noia giocosa dei reporter incuriositi da Gagarin fornivano indizi per comprendere le ragioni che spingono un individuo mediocre a collaborare con un potere criminale. Un unico atteggiamento mentale: adeguarsi il più in fretta possibile alle condizioni esterne, accettare con opportunismo i gusti più in voga in quel momento, concentrarsi su ciò che serve adesso, senza tante ciance. Un crudo talento nell’adattarsi alle circostanze. 

Nel 1961, in sala stampa, e nell’opinione pubblica di riflesso, dicevano: è finita, abbiamo voltato pagina. Non ci interessa conoscere i dettagli, abbiamo ricominciato a vivere. Divertiamoci. C’è il sole. Se vi suona familiare con le spiritose e ciarliere conversazioni che cominciano a circolare impazienti fuori dei nostri bar, non stupitevi. È proprio qui che stiamo arrivando. 

Più osservo e studio i nazisti, più sono convinta che non potremo mai capire chi erano davvero, cosa pensavano quando prendevano il caffè, che cosa li spinse a consegnare al demonio il popolo più colto d’Europa. Ma la ragione di questo mistero non è la lontananza temporale o l’enormità dei crimini. Credo, invece, che se anche ci riuscissimo, a scoprire cosa pensavano e come lo pensavano, scopriremmo che nelle loro vite e intenzioni non c’era nulla di eccezionale, di eccessivo, di mostruoso. I loro standard emotivi sarebbero identici a quelli della folla che passeggia in un centro commerciale al sabato pomeriggio.

I tedeschi di allora assomigliano agli uomini e alle donne di oggi, di questa ormai tarda primavera. E noi assomigliamo a loro. I più pensano ormai che il peggio sia passato, non ne vogliono più sapere nulla di pandemia ed epidemia, di terapie intensive e di arresti domiciliari. È la vittoria dell’infantilismo moderno: ridatemi la spiaggia, l’espresso al bar, voglio solo tornare alla vita di prima. E poi: la speranza. Questo spettro contemporaneo che si nutre, come il sangue per i vampiri, di una ingenuità totale e disarmante. La speranza è diventata uno strumento di imbastardimento politico e psicologico. È populismo puro. Serve per curare qualunque malattia. Il rifiuto di comprendere le cause del virus, le condizioni ecologiche che gli hanno permesso il suo spettacolare spillover, le conseguenze sistemiche della disintegrazione di un benessere economico precario, fittizio, illusorio. La speranza è un balsamo contro la coscienza sporca che non abbiamo fatto nulla, prima, non adesso, per prevenire il disastro. La speranza mi aiuta ad evitare la responsabilità. È un vecchio adagio cattolico. Non ti preoccupare, tanto Dio vede e provvede. Non può mandare a monte la Creazione. Non può perdere le sue creature. E se andasse maluccio, avrai la vita eterna. 

La speranza non serve a nulla. Se non a dilazionare i tempi di reazione. Peggiorando ancora di più i sintomi. Lo ha spiegato con la giusta rabbia Nilah Burton su VICE ( agli ambientalisti da salotto con il santino della pala eolica al posto del crocifisso, non piacerà). Mary Eglar è una scrittrice in residence della Columbia University ed attivista che studia la sofferenza psicologica delle comunità più povere di neri americani maggiormente esposti agli effetti dei cambiamenti climatici. Secondo la Eglar “la rabbia climatica è una risposta normale a queste ingiustizie e alla continua violenza”. Il confronto con i bianchi è dirompente: “troppo spesso la comunità che si esprime sul clima, guidata da bianchi, si appoggia sull’idea di speranza, che conduce all’inazione. La speranza è un concetto bianco. Si suppone che tu abbia prima il coraggio, poi l’azione e quindi la speranza. Ma i bianchi mettono davanti la speranza. La loro insistenza sulla speranza, in tutti questi anni, dove ci ha portati esattamente? A un bel niente”. 

E questo niente, adesso, prolifera, come un virus in coltura, sulla retorica della solidarietà, del ritorno al sorriso, della speranza per il vaccino che verrà, della spiaggia a lettini distanziati ma pur sempre estate. Natalia Aspesi, in una intervista acidissima, ha detto che non saremo più buoni, dopo, ma ancora più cattivi. E quindi, aggiungo io, ancora più speranzosi. Che la catastrofe ambientale prima o poi si risolverà da sola, che i dati in nostro possesso sul crollo delle reti trofiche negli ecosistemi siano esagerati, che la macchina elettrica spazzerà via il rumore, il particolato e la tristezza dalle nostre metropoli zeppe di amarezza, povertà e giovani disoccupati. È questa speranza vuota, ripetitiva, ridicola il male peggiore. E assomiglia tantissimo alle speranze della società tedesca nell’assolata e spensierata estate del 1939. 

(Foto: un reduce della Prima Guerra Mondiale a Berlino).

Questo è FRANCOFONIA di Sokurov. Nient’altro.

locandina

Il Louvre è un buon posto per comprendere l’abisso della nostra storia ecologica. È al Louvre di Parigi, ammesso che si possegga sufficiente coraggio, che il naufragio della nostra folgorante parabola evolutiva spunta con tutta l’impertinenza possibile sulla linea dell’orizzonte lontano della Zattera di Gericault. Il miraggio della salvezza remota, impossibile, il disgusto per ciò che avrebbe potuto accadere, e che invece non è mai accaduto, per stolta volontà avversa, o per una deficienza incurabile dello spirito umano, che lo si chiami Napoleone, Congresso di Vienna, Restaurazione o Negoziati per il Clima. Non fa differenza. Qualunque altra cosa vi abbiano detto, questo è Francofonia di Aleksandr Sokurov, un film che non è un film, erroneamente presentato e raccontato come la storia del Louvre sotto occupazione nazista. Quando è tutta una altra cosa. 

È il principio dell’estate del 1940, capitale francese. Il Reich manda il conte Franziskus Wolff-Metternich a trattare con il direttore del Louvre, Jacques Jaujard, per negoziare il passaggio di consegne. L’occupante straniero prende sotto la sua tutela il Museo e i suoi tesori, che sono però stati già quasi tutti spostati in castelli fuori Parigi, per ragioni di sicurezza in caso di bombardamento aereo. Ma il film non parla di loro. E infatti Sokurov comincia il suo documentario anomalo e ibrido dal suo studio, sulla sua scrivania, davanti al suo computer. Immagina che un collaboratore sia in viaggio su una nave cargo nel pieno di una tempesta nel Mare del Nord, con un collegamento Skype traballante e intermittente. Questo, però, non è un cargo qualsiasi. Trasporta container in cui sono stipate opere d’arte europee.

Ma cosa diavolo ci fanno delle opere d’arte di inestimabile valore, che non corrispondono affatto, nella loro intima natura, alle leggi della riproducibilità tecnica industriale, su un cargo? Chi le ha spostate, impacchettate, messe in pericolo? L’ironia di Sokurov è ben presto al lavoro sull’effetto di straniamento che lui stesso ha sbattuto in faccia allo spettatore. Ci mostra alcune fotografie in bianco e nero di inizio Novecento. Contadini russi, rozzi e grezzi, induriti dalla fame, e poi giovanissimi operai e marinai, anche loro russi, sorridenti, “ingenui e crudeli”. Sono gli stessi uomini che faranno la rivoluzione, che commetteranno i crimini della Rivoluzione di Ottobre del 1917, dando aiuto al terrore bolscevico dei primi anni ’20. La brutalità genocidiaria che fornì argomenti e mezzi alla dittatura socialista ha una origine analoga alla radicale inutilità dei container che ondeggiano sull’orlo del precipizio, un secolo dopo. Sokurov la riassume in una frase che è una fucilata: “A inizio del Novecento i nostri padri si sono addormentati”. 

I padri sono le premesse su cui pensavamo di aver costruito una civiltà ispirata dalla giustizia, dalla libertà e dalla fraternità non meno che da sani precetti cristiani. Ma i padri sono anche le opere dell’ingegno, e della mostruosa creatività di pittori e scultori, con cui nel corso dei millenni. abbiamo raccontato il nostro esistere e i demoni del nostro spirito. I padri sono le facce di chi ci ha preceduti, diventati ormai una cosa sola con il buio dentro il crepaccio del tempo paleontologico e archeologico. 

Le imprese e le disfatte dei padri sono ora custodite nei musei. E il Louvre, anche per via di come le sue collezioni furono raccolte tra tardo Settecento e fine Ottocento, è uno dei luoghi in Europa in cui più numerosi sono le tombe, i reperti, i prodigiosi manufatti dei padri. Nel 1941 il Museo si trovò coinvolto suo malgrado in un passaggio storico che non fu affatto, come ormai le menti illuminate hanno compreso, soltanto l’ultimo atto dell’espansionismo prussiano o della Guerra Civile Europea. L’esplosione bellica del 1939 fu la fine dell’Europa come sogno di civiltà, di armonia, di umanesimo. Dagli atti di cui gli Europei si dimostrarono capaci non emerse un nuovo ordine politico, ma una atroce coscienza della incapacità umana di prosperare lontano dalla distruzioni pianificata sino a diventare strumento politico di massa. Questa legge non scritta, aberrante eppure dannatamente storica, genetica, comportamentale, trasforma la Seconda Guerra Mondiale in una rappresentazione devastante di un talento bipolare. Un talento di specie.

Ed è questo che c’è al Louvre, Sokurov lo sa: “i musei custodiscono i peggiori segreti del potere e delle persone”. I padri ci dicono chi siamo noi, i figli. I volti dipinti sulle tele del Louvre, volti scavati e consunti o in attesa vigile di una occasione, di uno scarto della fortuna. I volti di noi Europei, nei secoli trascorsi che hanno assistito, forse con paura, alla nostra conquista dello spazio, degli oceani, del mondo animale. Uomini comuni, che sono il nostro DNA, la nostra maledizione e il nostro folle orgoglio: “Il popolo, le persone: appartengono al loro tempo, ma li riconosco. Perché? Perché sono Europei. Mi chiedo cosa sarebbe stata l’Europa senza l’arte del ritratto. Chi sarei stato, se non avessi potuto vedere negli occhi di coloro che vissero prima di me? In Europa è ovunque Europa. Siamo seduti alla stessa tavola”. Mentre il Tedesco vincitore vuole impossessarsi delle collezioni strepitose del Louvre, per gloria, per capriccio, per puro potere, e portarne forse alcune a Berlino, il Louvre prende il sopravvento, respira, si anima e ha ragione del Tedesco come la Grecia ebbe ragione di Roma. 

Il Louvre sa qualcosa di noi che non ci piace ammettere. Napoleone urla a Sokurov la sua verità: che è per l’arte che fece la guerra, per rapinare capolavori e portarli nel Louvre. Ma Sokurov sorride perché sa, anche lui, che Napoleone, nella sua megalomania, ha agito come i migliori Europei di tutte le epoche hanno sempre agito, e non solo qui, a casa, ma anche in America, in Asia del sud e in Africa: “i musei non furono il meglio del Vecchio Mondo, che non amava nulla tanto quanto fare la guerra?”.

Già. È andata così. Wolff-Metternich tiene il discorso inaugurale della sua amministrazione controllata sul Museo fra le statue delle collezioni classiche, greco-romane, non ancora impacchettate e spedite in campagna. Sokurov riprende con la telecamera, in un silenzio spettrale, la sua mano di regista del XXI secolo che sfiora le dita di una Diana eburnea, spettrale, bellissima, incomprensibile, tentando il gesto assurdo, impossibile, di raggiungere l’Antichità nel punto preciso del tempo in cui la Grecia esisteva ancora. Questa lontananza assoluta è la metafora del passato profondo, l’abisso ormai molto vasto delle civiltà finite, estinte, da cui dipendiamo come i figli dipendono, sul piano genetico, dai genitori. Il passato profondo è una sola cosa con il tempo profondo della biologia evolutiva, i milioni di anni di evoluzione delle specie animali e vegetali che popolano oggi il Pianeta. Perché siamo vivi? Perché nasciamo? Queste sono le domande fondamentali della paleontologia e della moderna ecologia, e sono le stesse domande del fenomeno artistico. In entrambi i campi di applicazione del pensiero e della ricerca permane una ambiguità sfuocata, che ci disturba, ma che è il nutrimento del nostro dubbio, della nostra poesia e della nostra permanenza nel tempo  a noi concesso. 

Wolff-Metternich sembra sapere, nella ricostruzione di Sokurov, forse proprio perché è tedesco e non francese, che il messaggio in codice dei capolavori dell’arte degli ultimi cinque secoli è la prova di una incriminazione totale per l’Europa del XX secolo. Il secolo del petrolio, nel nazismo e dell’annichilamento della biodiversità del Pianeta. E cioè che i geni furono anche dei mostri. I mostri erano dei geni. Uno squarcio sul Louvre in un paesaggio del Seicento, con fango e carrozze, nastri di seta e un cielo azzurro turchese limpido, è come l’inizio di una avventura in cui nessuno sapeva cosa ne sarebbe stato di lui, del proprio mondo, del proprio Paese, del cosmo. Incertezza abnorme, pulsione incontenibile. Un leggero alito di vento finito in una pennellata di colore a olio, della stessa consistenza della formidabile spinta in avanti, atavica e incosciente, che riempiva le vele dei galeoni che attraversavano l’Atlantico verso le Indie, e che poi puntarono a sud, verso il Golfo di Guinea, il Ghana, il Gabon, il Congo. 

A cuore sereno Wolff-Metternich  può visitare il castello in cui i francesi hanno riposto la Zattera della Medusa di Gericault. L’opera è al sicuro, il castello gode anche dei benefici di un sistema di riscaldamento molto efficiente che, funzionando 24 ore su 24, scongiura il pericolo insidioso delle muffe sulle tele del Louvre. Sokurov riprende il garbato stupore di Wolff-Metternich nel trovare in una cantina un quadro di tal fatta. La Zattera è l’Europa in guerra, l’incertezza probabilmente fatale di uno scontro totale senza quartiere. Quattro anni dopo, il 7 maggio del 1945, Amburgo si sveglierà in macerie nell’ultimo giorno della Germania ottocentesca e novecentesca. Sta per finire il sogno, l’incubo, il crimine e l’auto-assoluzione. C’è cenere ovunque ad Amburgo. Esseri umani stremati, affamati e umiliati attendono un verdetto definitivo, come i naufraghi della zattera esposta al Salon del 1819. Altri uomini, donne e bambini, in Russia, Sokurov lo dice, non furono così fortunati da meritare la pietà e la stima che il Tedesco riservò al museo francese e al suo popolo. E allora mette in camera le foto di archivio dell’assedio di Leningrado e parla del cannibalismo della gente che mangiò i propri simili, neonati compresi, per sopravvivere alla neve, allo sterminio, e al Tedesco europeo. 

E così tutto è chiaro. Ci siamo anche noi sulla zattera, su un Pianeta asfissiato dal cambiamento climatico, dalla presunzione umana di fare a meno degli animali, dalla baldanza con cui i figli hanno pensato di fare baldoria mentre i padri dormivano. Vorremmo dimenticare i neonati mangiati dai cittadini di Leningrado, dice Sokurov, ma non possiamo. Anche spazzare via dalla faccia della Terra le specie animali ancora selvatiche, un giorno, ci inchioderà alla stessa condanna di un ricordo avvizzito, amaro e ormai inutile. 

Il film è disponibile su RaiPlay.

Siamo ormai fuori dalla nicchia climatica umana

rice-grain-grass-field-7976

Da migliaia di anni la distribuzione della nostra specie si è mantenuta all’interno di una fascia climatica ben precisa: la zona geografica del globo in cui il regime delle temperature annuali è compreso tra una media di 11 gradi Celsius e una media di 15 gradi Celsius (il MAT, Mean Annual Temperature). L’intera produzione alimentare umana (agricoltura e allevamento) ha potuto contare su questa “nicchia climatica”, che si è rivelata cruciale per la prosperità degli insediamenti umani e per le loro culture. Ma le cose stanno cambiando ad una velocità ignota nella storia umana, e cambieranno per qualcosa come 3.5 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla PNASche introduce un concetto nuovo nel dibattito sul futuro dell’umanità in condizioni climatiche senza precedenti: la nicchia climatica umana. 

Nei millenni che abbiamo alle spalle (corrispondenti al medio Olocene, iniziato circa 6000 anni fa), secondo gli autori, la nostra specie ha fatto esperienza di una “inerzia” nella distribuzione dei suoi villaggi e delle sue popolazioni, coerente con una fascia climatica adatta alle colture e all’allevamento degli animali domestici. Ma lo scenario è mutato: “L’inerzia storica della distribuzione umana in riferimento alla temperatura contrasta in modo netto con lo spostamento previsto per le popolazioni umane nel prossimo mezzo secolo, ipotizzando scenari invariati per i trend climatici e la crescita demografica umana”. La conseguenza sarà che “le temperature di cui faremo esperienza, in media, cambieranno nei prossimi decenni più di quanto sia accaduto negli ultimi 6mila anni. E si prevede che la crescita demografica sarà predominante nelle regioni più calde”. 

La demografia umana senza dubbio è la variabile più inquietante e preoccupante del nostro futuro climatico: “Un modo per farsi una idea delle temperature che ci saranno nelle aree densamente popolate nel 2070 è guardare alle regioni dove nel clima attuale sono già presenti condizioni confrontabili con quelle a venire. La maggior parte delle aree che sono, adesso, vicine alla media storica prevalente di 13 gradi Celsius, in 50 anni avranno un MAT con una media di 20 Celsius, attualmente presente in Nord Africa, parte del sud della Cina e nelle regioni mediterranee. Nel frattempo, le popolazioni di regioni che sono già calde cresceranno e rappresenteranno la parte più cospicua della popolazione globale. Queste popolazioni in crescita faranno esperienza di medie MAT che oggi si trovano davvero in pochi luoghi. Nello specifico, 3.5 miliardi di persone saranno esposte ad un MAT medio di 29 gradi Celsius, una situazione che nel clima presente si trova solo sull’0.8% della superficie del globo, per lo più nel Sahara, ma che nel 2070 coprirà il 19% delle terre del Pianeta”. 

Le ragioni per cui gli esseri umani si sono mantenuti stabili in una nicchia climatica ben precisa sono le stesse che costituiscono, oggi, motivi di enorme preoccupazione per la futura instabilità di comunità in cui la crisi umanitaria, da tutti i punti di osservazione, potrebbe diventare la norma. È il climate apartheid di cui molto si è discusso nell’estate nel 2019: “uno stimato 50% della popolazione globale dipende da piccole fattorie e la maggior parte dell’energia immessa in questi sistemi proviene dalla forza fisica degli allevatori, che possono subire presenti ripercussioni dalle temperature estreme. In secondo luogo, le temperature elevate hanno effetti pesanti, non solo sulla capacità di lavoro manuale, ma anche sull’umore, sul comportamento e sulla salute mentale in condizioni di calore bruciante, e sulla performance cognitiva e psicologica. Terzo fattore, e forse il più importante, c’è una consequenzialità tra l’ottimo delle temperature e l’ottimo per la produttività economica, come emerge da uno studio che mette in relazione queste due dinamiche in 166 Paesi”. 

La demografia umana compare anche in una altra analisi dei rischi prossimi e sicuri: A WORLD AT RISK – Annual report on global preparedness for health emergencies, stilato dal Global Preparedness Monitoring Board, un organo di monitoraggio indipendente nato nel 2018, cui collaborano attivamente la World Bank e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Rapporto contiene dati analizzati nel 2019 e ciò nonostante affronta l’evidenza che questa pandemia può essere solo l’inizio di una nuova epoca: “il mondo fronteggia un rischio acuto di devastanti epidemie globali o regionali o anche di pandemie (…) tra il 2011 e il 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha seguito 1483 eventi epidemici in 172 paesi. Malattie di tipo epidemico come l’influenza, la Sindrome Respiratoria Acuta (SARS), la Sindrome Respiratoria del Medioriente (MERS), Ebola, Zika, la Febbre Gialla e altre sono fatti premonitori di una nuova era di malattia ad alto impatto, a propagazione potenzialmente molto rapida, che vengono identificate sempre più di frequente e che sono sempre più difficili da gestire”. Il caos sociale si accompagna alla distruttività economia di queste malattie: la SARS è costata 40 miliardi di dollari, Ebola (nel 2015-2016) 60 miliardi di dollari. 

Soprattutto, il Rapporto mette a fuoco con la dovuta chiarezza il ruolo della demografia umana, che, si legge nell’introduzione, è un amplificatore del rischio: “Le epidemie colpiscono le comunità che hanno meno risorse con più aggressività in conseguenza della loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alla sanificazione; questo aggraverà la diffusione degli agenti patogeni. Gli amplificatori di malattie, che includono la crescita demografica e la derivante pressione sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, volontarie o forzate, tutto questo accresce il rischio per tutti, ovunque”. 

E di sicuro le condizioni igieniche generali saranno sotto ulteriore stress là dove si prevede che le inondazioni causate dai fiumi in piena sotto piogge torrenziali saranno più frequenti. Secondo il WORLD RESOURCE INSTITUTEnel 2030, cioè domani, rispetto al solo 2010 il numero delle persone coinvolte in alluvioni devastanti raddoppierà: da 65 milioni a 132 milioni. E ancora una volta nel cocktail di fattori che si rafforzano l’uno con l’altro ci sono clima e demografia: “il rischio di inondazioni sta aumentando drammaticamente a causa del volume delle piogge e delle tempeste alimentate dal cambiamento climatico, e di fattori socio-economici come la crescita della popolazione e lo sviluppo in prossimità delle coste e dei fiumi e l’erosione dovute all’acqua sotterranea. Nei Paesi che sperimentano il peggiore rischio di inondazioni tutte e tre queste minacce convergono”. Esempi: India, Bangladesh e Indonesia. Tra 10 anni il 44% della popolazione mondiale colpita da inondazioni vivrà qui. 

La pandemia in corso è quindi la punta di un iceberg. Segnerà probabilmente un passaggio di livello nella nostra comprensione della fase, inedita e sconosciuta, in cui ci troviamo nella storia geologica, ecologica ed evolutiva del Pianeta. Prima di tutto perché ha portato a galla il fatto che il gradiente del rischio, ora, sta nella correlazione di crisi sistemiche, ignorate a lungo. E in secondo luogo perché sarà presto evidente, all’opinione pubblica finora fiduciosa nella soluzione di breve periodo e ignara della catastrofe ecologica, che il peggio non sarà passato tra sei mesi. E questo pone una incognita sociale forse ancora più vasta delle precedenti, e cioè se, in termini culturali, l’inizio dell’epoca del pericolo permanente entrerà o no nella coscienza collettiva. E nel discorso politico. 

Il Pianeta è entrato in una trasformazione irreversibile

three-multicolored-jellyfishes-1086584

A dispetto delle stupefacenti immagini di animali che si lanciano in solitarie esplorazioni delle nostre città deserte, cresce il numero di studi scientifici a conferma del fatto che il nostro Pianeta è ormai entrato in una fase di trasformazione irreversibile. Il termine inglese è molto appropriato, perché spiega meglio di cosa parliamo: self-transformative. Gli effetti retroattivi e i meccanismi di feedback innescati dalle alterazioni sistemiche a biosfera ed atmosfera funzionano, per così dire, in autonomia. Ci muoviamo insomma su uno scenario che mostra già importanti indicatori di cambiamenti su scala biologica e climatica epocali. Ovunque nel mondo.

Un team di ricercatori della UCL di Londra ha lavorato sui depositi fossili di foraminiferi( i protozoi che formano il plancton e che fluttuano nelle acque oceaniche e quelli che vivono invece a stretto contatto con la superficie dei fondali), microrganismi molto sensibili alle variazioni delle temperature, a sud dell’Islanda. L’obiettivo era quindi capire, attraverso questi fossili, come è cambiato l’Atlantico nord orientale nel corso dei millenni. I risultati sono impressionanti: “siamo riusciti a fornire la prima prova che nel ventesimo secolo la circolazione delle acque di superficie nell’oceano nell’Atlantico nord orientale è stata anomala rispetto agli ultimi 10mila anni. Questo cambiamento ha causato una sostituzione delle acque sub-polari fredde con acque sub-tropicali più calde, con conseguenze dirette sulla distribuzione dei microrganismi marini”. Il brusco cambio di passo è registrato nei foraminiferi ormai fossili del secolo scorso.

L’impronunciabile Turborotalita quinqueloba, ad esempio, una specie appartenente al plancton che predilige le acque fredde, è stata la protagonista dei sedimenti oceanici di foraminiferi durante tutto l’Olocene, occupando fino al 40% dello spazio disponibile. Ma a partire da circa il 1750 la Turborotalita è crollata. E dall’inizio del Novecento hanno cominciato a stare sempre peggio anche i foraminiferi bentonici, quelli cioè che vivono direttamente sulla superficie dei fondali oceanici in questa porzioni di Atlantico.

“I trend del ventesimo secolo superano di gran lunga il tasso di variabilità osservato nelle registrazioni fossili di questo sito negli ultimi 10mila anni”, concludono gli autori, “la struttura spaziale di questi cambiamenti e ulteriori ricostruzioni della circolazione atlantica sublocare (la cosiddetta North Atlantic Sub Polar Gyre) suggeriscono un passaggio di livello nelle dinamiche oceaniche della regione del Nord Atlantico sull’intero bacino, avvenuto nel ventesimo secolo. Benché rimangano delle incertezze, noi suggeriamo che l’accresciuto ingresso di acqua dolce nella circolazione nord atlantica sia stata la probabile causa di questa alterazione”. 

I cambiamenti climatici agiscono come pressione selettiva sui gruppi di specie che occupano un certo ecosistema, ma lo fanno su scala differente rispetto alle normali pressioni ambientali. Quello che non è ancora chiaro è se eventi come enormi siccità, inondazioni e tempeste agiscano su una selezione di breve periodo, immediata, degli individui di una specie o se invece possano modificare interi gruppi di specie tra loro affini su spazi temporali e geografici estesi. Questo campo di indagine incrocia la climatologia con la biologia evolutiva e quindi con un altro processo ecologico già in corso, di cui intravediamo soltanto i contorni: lo spostamento dei biomi verso latitudini più elevate a causa dell’innalzarsi delle temperature.

Un improvviso e devastante evento climatico può agire all’interno di una singola popolazione delle stessa specie. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato sia su NATURE che sulla PNAS, che ha preso in considerazione gli uragani dell’area caraibica.

Secondo gli autori, gli uragani potrebbero essere un fattore di modificazione dei tratti fenotipici di una popolazione animale perché funzionano rapidamente come agente di selezione naturale. Lo studio, anche questo pionieristico, è stato condotto nel minuscolo arcipelago caraibico di Turks and Caicos, tra le Bahamas (a nord) e Haiti (a sud), su una specie comune di lucertola locale, la Anolis scriptus. Queste isole sono state colpite di recente, nel 2017, da due uragani, Maria e Irma. Nelle sei settimane successive a questi shock estremi, i ricercatori hanno verificato che “le popolazioni di lucertole sopravvissute differivano nella misura del corpo, nella lunghezza relativa delle zampe e nella grandezza dei polpastrelli delle dita rispetto a quelle attive prima della tempesta”. I polpastrelli servono a queste lucertole per arrampicarsi e per tenersi alle rocce sotto lo sferzare dei venti. La conclusione è che “gli uragani possono indurre un cambiamento fenotipico in una popolazione perché implicano una selezione naturale. Nei prossimi decenni, mentre gli eventi climatici estremi diventeranno più intensi e frequenti, la nostra comprensione di queste dinamiche evolutive deve essere integrata negli effetti di episodi potenzialmente capaci di una severa azione selettiva”. 

Scrivono sulla PNAS: “Abbiamo dimostrato un effetto trans-generazionale di selezione estrema sulla grandezza dei polpastrelli delle zampe per 2 popolazioni nel 2017. Data la brevità degli effetti imposti dagli uragani, ci siamo chiesti se le popolazioni e le specie che subivano più spesso gli uragani avessero polpastrelli più grandi. Abbiamo usato 70 anni di registrazioni storiche sugli uragani dimostrando che la misura dei polpastrelli è positivamente correlata alla attività degli uragani sia per le 12 popolazioni insulari di Anolis scriptus che per le 188 specie di Anolis nei Neo Tropici. Gli eventi climatici estremi si stanno intensificando e potrebbero essere dei fattori sottostimati di schemi bio-geografici di ampio raggio che coinvolgono la biodiversità”. 

Uscire alla pandemia e venire a patti con noi stessi

IMG_6778

C’è un indice epidemiologico che tutti conosciamo. Presto o tardi nella vita chiunque di noi lo incontra. Il bisogno di venire a patti con noi stessi. Constatare, punto e chiuso, che non siamo in grado di risolvere le nostre contraddizioni con la perfezione di una equazione matematica. Il fallimento di un training psicologico ispirato al più rigoroso positivismo è uno degli aspetti più ingombranti dell’immagine che Homo sapiens ha di se stesso. Di solito se ne occupano gli scrittori. Ormai è materiale buono anche per gli ecologi. Da due mesi questo sgradevole sentimento di impotenza è diventato una carie che corrode lo smalto nel dente compromesso delle nostre certezze giorno dopo giorno. 

Dinanzi a fatti come quelli di cui facciamo esperienza da fine febbraio, e su scala globale, si danno solo due alternative: o ti concentri esclusivamente sui tuoi affari, i tuoi affetti, insomma i due chilometri quadrati secchi e striminziti della tua esistenza piccolo-borghese, e allora ti basta la speranza, l’illusione del ritorno del sorriso, dello smorzamento delle misure di quarantena collettiva, il culto amorfo e inconcludente della presunta normalità (415 ppm di CO2 in atmosfera contro le 290 ppm di inizio Ottocento); o ti guardi dentro, scavi nelle cause neanche troppo remote, ahimè, del disastro e allora sprofondi nella depressione, perché il Pianeta e la sua specie dominante, noi, non siamo sotto nessun rispetto ciò che ti sei sempre augurato, oppure, invece, trovi la forza morale per riflettere su quale etica della scelta è utile al principio del terzo decennio del XXI secolo. 

Qualche giorno fa Jaqueline Rose ha scritto sulla LONDON REVIEW OF BOOKS un vasto essay (Pointing the finger, puntare il dito) su La Peste, il celebre romanzo di Albert Camus. Lo ha fatto perché da quando, alla fine di gennaio, il virus è piombato sull’Europa occidentale le vendite di questo libro pubblicato nel 1947 sono cresciute in modo esponenziale. Rose ricorda che Camus stesso, in un taccuino di appunti preparatori del 1938, scrisse che la gente protagonista della sua storia “mancava di immaginazione. Non pensavano affatto alla scala reale della epidemia. E i rimedi che progettavano erano scarsamente adeguati anche ad un semplice raffreddore”. 

Niente di più attuale (il che, forse, spiega le statistiche di vendita del libro in formato tascabile). Qui in Italia, una marea sterminata di talk show televisivi a commento e analisi della epidemia ha omesso sistematicamente di allertare l’opinione pubblica sulla gravità di questa condizione. Non ci lasceremo il peggio alle spalle quando sarà pronto un vaccino. Il virus di Wuhan è solo il primo segnale di un collasso sistemico i cui sintomi, forse per la prima volta negli ultimi 30 anni, considerato il gradiente di dolore della parte ricca del Pianeta (noi), sono finalmente visibili anche là dove c’è stato fino ad ora solo ignoranza, ignavia e shopping. Nel romanzo di Camus la gente comincia a capire che qualcosa non funziona solo quando i morti si contano anche tra gli esseri umani. Fin tanto che a morire erano i topi, calma piatta.

Nascosti dietro le tende dei loro ordinati appartamenti, gli umani non riuscivano a riconoscere se stessi nei cadaveri dei topi. Per questo erano paralizzati nel diagnosticare la malattia. Infliggersi un black out di coscienza (scegliere di non capirci nulla e rifiutare di capirci qualcosa) non è utile solo ad evitare di trovare il propio nome e cognome là dove sarebbe spiacevole vederlo scritto nero su bianco; è molto utile anche a scansare quella forma di impotente depressione che sale dallo stomaco, fino a serrare la gola, quando realizzi che le tue aspettative sul mondo sono utopiche, irreali e forse oniriche. Quindi solo tue, narcisistiche e fonte di un disagio sconfinato. 

Anche sul sito dell’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services, l’istituto di ricerca indipendente che nel maggio 2019 ha pubblicato il Global Assessment sulla biodiversità del Pianeta) è apparso qualche giorno fa un garbato invito a riconoscere noi stessi in questo presente: “c’è una singola specie che è responsabile per la pandemia da Covid-19: NOI. Come per il clima e la crisi di biodiversità, la recente pandemia è una conseguenza diretta dell’attività umana, soprattutto del nostro sistema economico-finanziario globale, fondato su un paradigma riduzionista che premia la crescita economica a qualunque costo. Abbiamo ormai un ristretto ventaglio di opportunità per superare le sfide poste da questa crisi e per evitare di seminarne in futuro i semi (…) la deforestazione rampante, l’espansione incontrollata dell’agricoltura, l’allevamento intensivo, le miniere e lo sviluppo delle infrastrutture, così come lo sfruttamento delle specie selvatiche hanno creato una tempesta perfetta per il passaggio di malattie dagli animali selvatici alle persone (…) E a questo va aggiunto il commercio non regolato di animali selvatici e la crescita esplosiva dei viaggi aerei su scala globale. È chiaro, allora, come un virus che un tempo circolava senza danni tra una specie di pipistrelli del sud est dell’Asia abbia ora infettato quasi 3 milioni di persone. Eppure, questo potrebbe essere solo l’inizio. Benché le malattie da animale a uomo causino già una stima di 700mila morti all’anno, il potenziale per le future pandemie è vasto. Si ritiene infatti che esistano ancora nei mammiferi e negli uccelli acquatici 1.7 milioni di virus non identificati del tipo conosciuto per poter poter infettare gli esseri umani. Uno qualunque di questi potrebbe essere la prossima ‘malattia X’, potenzialmente ancora più distruttiva e letale del Covid-19”. 

Firmano questa nota Josef Settele, Sandra Diaz e Eduardo Brondizio, tutti Co-chairs del Global Assessment del 2019, e Peter Daszak, Presidente  della EcoHealth Alliance ed esperto di settore per il nuovo studio IPBES ( il Nexus Assessment) sul legame tra biodiversità, salute e cibo.  

Due considerazioni sono fondamentali. La prima è questa: esistono in natura, quindi per precise ragioni ecologiche, dei “luoghi caldi”, di solito corrispondenti alle regioni a più alto tasso di biodiversità, che sono, proprio perché ricche di specie animali, serbatoi di virus forse fatali per noi. La nostra specie assomiglia a una macchia che si espande senza sosta sul Pianeta in tutte le direzioni, raggiungendo sempre più velocemente questi posti e di conseguenza aumentando con sempre maggiore frequenza la possibilità di incontri pericolosi. Anche questa condizione appartiene allo stato naturale delle cose, da un duplice punto di vista. Prima di tutto perché anche noi siamo parte della biodiversità della Terra. Ma, come ogni altra specie, anche noi siamo un “laboratorio permanente” dal punto di vista evolutivo e questo significa che la nostra specie risponde ancora oggi alle sollecitazioni ambientali (una risposta fisiologica e immunitaria, cioè sviluppando la malattia) venendo a contatto con specie (virus e batteri) che non avevamo mai incontrato prima. Il cantiere ecologico ed evolutivo che è la biosfera ci riserva delle sorprese, che entrano in conflitto con i nostri tratti culturali più spinti (costruire economie articolate, rapaci e globali). Da un punto di vista strettamente biologico, lo spillover fa parte del gioco. 

La seconda considerazione è questa. La popolazione mondiale cresce di più di 80 milioni di persone ogni anno. Dal 1945 si sono aggiunti al totale un miliardo di persone ogni 12- 15 anni. Siamo più che raddoppiati dal 1970. La macchia si estende ad una velocità contraria ad ogni principio di precauzione, ma soprattutto a discapito di se stessa. La psicologia ci insegna che, purtroppo, il suicidio è un atto perfettamente programmato e cosciente, consapevole, che non esclude affatto la più crudele razionalità. Conoscere se stessi può non essere la terapia risolutiva, ma sapersi capaci di cose anche molto brutte aiuta a ritrovare la strada del principio di realtà. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Se vuoi approfondire il tema della pandemia, del commercio legale e illegale di specie selvatiche è uscito su Amazon il mio ebook WILDLIFE ECONOMY – Africa, Asia e Sud America: dove e perché mangiamo specie in via di estinzione.