I musei europei contro il riduzionismo green

Era ora. Esattamente come Melville, che immaginò nel Pequod guidato dal capitano Achab gli Stati Uniti stessi, in viaggio verso un ignoto megalomanico e autodistruttivo, oggi, i grandi musei europei stanno mostrando il loro vero volto. Una tempesta annerisce di nubi la linea dell’orizzonte, in pieno oceano. Ma è una tempesta che farà spazio al vento in poppa. La trasfigurazione dei musei da cattedrali indiscutibili di una supremazia millenaria a templi di un ripensamento complessivo dell’avventura dei Sapiens sul Pianeta prende corpo in un dibattito internazionale multiforme, ambientalista al cento per cento, purtroppo ancora lontano dalle pagine dei giornali italiani. Quel che fino a un paio di anni fa (prima di Greta Thunberg, prima di Black Lives Matters e prima del SarsCov2) sembrava solo un bisticcio per diplomatici e accademici, se pur di enorme valore morale, attorno alla questione della restituzione delle opere d’arte africane custodite al Tervuren, in Belgio, al Museé du Quai Branly, a Parigi, allo Humboldt Forum, a Berlino, e al British Museum, a Londra, è invece esploso adesso, a fine anno, come una implosione dell’identità classica di queste istituzioni, avviate a ripensare se stesse su una scala senza precedenti. Dirompente. 

Tra questa impostazione culturale e la pochezza dell’ambientalismo che pensa di risolvere la catastrofe ecologica con una sostituzione tecnologica c’è un abisso di esperienza. Esperienza di vita, e quindi di realtà reale. Storica, insomma. 

Qualunque museo è chiamato a prendere una posizione sulla catastrofe ecologica, e non per buone maniere, conformismo o moda, ma perché i musei sono protagonisti del paradigma di estinzione:  “mentre la scala e la urgenza del cambiamento climatico possono spesso sembrare travolgenti, i musei stanno soltanto ora cominciando a riconoscere di avere un ruolo cruciale da giocare nel dar forma alla risposta che la società saprà dare a questa crisi”, hanno scritto Rodney Harrison Harrison e Colin Sterlin su THE CONVERSATION, in un essay che rimarrà come pietra miliare della neonata liason tra ambientalismo maturo e politica culturale sui beni heritage della nostra Europa.  

Harrison ( che insegna alla UCL di Londra proprio Heritage Studies) e Sterlin (fellow della AHRC Research presso l’Istituto di Archeologia della UCL, dove si occupa di “heritage, museums, cultural memory and the Anthropocene”) propongono, di fatto, di passare da una lettura settoriale, superficiale e cementificata sul presente della crisi ecologica ad una comprensione tridimensionale.

“Come molti studiosi hanno mostrato, le nozioni gerarchiche di razza e cultura, che i musei hanno contribuito a sviluppare e perpetuare, sono state il presupposto di pratiche violente, ovunque nel mondo, e continuano ad esserlo anche oggi. Queste idee rafforzarono anche la visione dell’Europa come felice eccezionale, che aiutò a consolidare e giustificare una relazione nociva con il mondo naturale, incoraggiando a sua volta l’ideale del progresso  e la comprensione della natura esclusivamente come risorsa. Questo atteggiamento è stato ripetutamente messo in discussione come parte di una riforma di queste istituzioni che sia complessiva, antirazzista, anticoloniale e a favore dell’ambiente”. 

È privo di senso, dunque, insistere nel tenere separati, e rigorosamente indipendenti, il discorso sull’arte ereditata ( l’immenso patrimonio occidentale ed europeo in particolare) e lo studio scientifico delle collezioni naturali, che ha nella tassonomia e nella ricerca genetico-molecolare i suoi capisaldi. Tutto ciò che noi Sapiens 

sappiamo sul mondo si sovrappone a tutto ciò che abbiamo fatto nel mondo.

Continuano Harrison e Sterlin: “ora, sulla lunga scia dell’emergenza climatica ed ecologica, questo dibattito ha un impatto diretto sulla vita sociale, politica ed economica, e quindi lo scopo fondamentale dei musei è chiamato fin dentro la questione (…) Certo non tutti i musei portano il peso delle radici coloniali che permeano il British Museum, eppure la premessa centrale della raccolta di oggetti provenienti dalla natura e di oggetti di origine culturale allo scopo di raccontare un certo tipo di storia ha forgiato il modo in cui la società globale intende oggi la sua posizione nel mondo. (…) L’idea che gli esseri umani esercito ogni sorta di supremazia sulla natura è sempre stata il prodotto di una illusione. I musei – ‘ questi simboli di etilismo e di sobrio immobilismo’, come li definì una volta l’antropologo James Clifford – hanno contribuito a rafforzare questa visione del mondo per troppo tempo. Re-immaginare i musei come pilastri della battaglia contro il cambiamento climatico significa qualcosa di più che pagare il ticket della sostenibilità, riciclando e riducendo le emissioni, per quanto anche queste decisioni siano importanti. Ma questa virata significa soprattutto fare i conti, storicamente, con il ruolo che i musei hanno giocato nel dare sostengo alle principali cause del cambiamento climatico, non meno del colonialismo e del capitalismo (almeno per come lo conosciamo ora) e della modernità industriale”. 

Un esempio di questo nuovo approccio è lo stesso museo di Tervuren – Royal Museum for Central Africa, in Belgio, la raccolta di di arte africana del bacino del Congo più importante del mondo. In questo museo la ricerca in campo biologico è affiancata alla divulgazione e alla conservazione dei manufatti artistici e di valore etnografico (120 mila pezzi), anche grazie alla enorme mole di reperti custoditi: qualcosa come 10 milioni di reperti zoologici (alcuni antichi di secoli e dunque appartenenti, verosimilmente, anche a popolazioni animali oggi estinte) e 80.000 campioni di legno da specie arboree della foresta tropicale del Congo. Lo scorso 5 marzo è uscito su NATURE (in prima pagina) uno studio sulla capacità delle ultime, grandi foreste tropicali umide del mondo di assorbire anidride carbonica e quindi di mitigare l’effetto del riscaldamento dell’atmosfera terrestre. Wannes Hubau, uno dei ricercatori coinvolti, fa ricerca al Tervuren nel campo della “wood biology”, con incursioni nella “storia della vegetazione africana” e nella archeo-botanica. Anche il Tervuren seguì l’esempio del numero di marzo di NATURE, pubblicando nella home page del museo la foto della cover della rivista. Lo studio tracciava un impressionante ponte cronologico nella comprensione della fisiologia delle foreste tropicali umide: “abbiamo raccolto, compilato e analizzato dati da foreste strutturalmente intatte e di antica crescita selezionate dallo African Tropical Rainforest Observation Network27 (217 siti) e da altre fonti (27 siti), in un periodo che va dal 1 gennaio 1968 al 31 dicembre 2014”. I risultati sono più che inquietanti: “prevediamo che, entro il 2030, la ‘carbon sink’ (lo stoccaggio di anidride carbonica) nella biomassa vegetale viva sopra il suolo delle foreste tropicali intatte dell’Africa declinerà del 14% rispetto al periodo 2010-15 (…) la carbon sink amazzonica continua invece il suo rapido declino, che raggiungerà lo zero di assorbimento di CO2 nel 2035”. Poiché le foreste tropicali svolgono un ruolo determinante nello stabilizzare il clima terrestre, il fatto che assorbano meno anidride carbonica perché la loro struttura si sta modificando proprio a causa dei cambiamenti climatici, avrà delle conseguenze precise.

Il “museo Antropocene” è per forza di realtà ispirato e condizionato da un rinnovato storicismo. Se aveva ragione il Dilthey, affermando che “il senso e il significato sorgono solo nell’uomo e nella sua storia”, attraverso la instancabile fluidificazione delle forme, delle interpretazioni e delle esperienze storiche, allora è verosimile che la presa di posizione dei Musei europei a favore di una discussione pubblica sul significato delle collezioni sia una svolta poderosa e viva nella direzione di una coscienza ecologica pervasiva e diffusa. 

“Penso che ogni collezione d’arte racconti, da un punto di vista unico, la storia dell’umano. Con tutte le sue conquiste, con tutte le sue sconfitte”, ha detto Tomaso Montanari, raggiunto via email su questo argomento. “Non solo delle imprese esterne, ma anche di quelle interne, dello spirito. Della lotta con i nostri demoni interni. È un percorso di liberazione”. E ogni riconoscimento è una forma di liberazione: “esattamente un anno fa, l’11 novembre 2019 la National Gallery of Scotland rilasciò un comunicato in cui diceva: ‘riconosciamo che abbiamo la responsabilità di fare tutto quello che possiamo per uscire dall’emergenza climatica. Da molte persone, l’associazione di questo premio con BP (British Petroleum) è considerata in contrasto con quell’obiettivo. E dunque, dopo attenta considerazione, i Trustees delle National Galleries of Scotland hanno deciso che questa sarà l’ultima volta che ospiteranno questa mostra nella forma attuale’. Parole sobrie e misurate: ma così clamorose da far subito il giro del mondo”, aggiunge Montanari. “Pochi mesi prima, 78 protagonisti del mondo dell’arte inglese (tra cui Anish Kapoor e Gary Hume),avevano chiesto alla National Portrait Gallery di Londra di troncare i rapporti con BP, accusata di ‘investire il 97 % del suo capitale disponibile nello sfruttamento di combustibili fossili e il 3 % in energie rinnovabili’. L’evento scozzese era organizzato in partnership proprio col museo londinese, che ora si trova più solo nella difesa della sponsorizzazione petrolifera. In ottobre i soldi BP erano stati già abbandonati dalla Royal Shakespeare Company, e gli attuali destinatari delle campagne anti-fossili sono nientemeno che il British Museum e la Royal Opera House”. 

Una eco di questo sisma europeo s’è avvertito anche in Italia: “i riflessi italiani della coraggiosa scelta del museo scozzese possono essere su un duplice livello. Da una parte è sperabile che essa agisca in senso letterale: e cioè che ai colossi petroliferi (a partire dalla nostra Eni) sia interdetta la possibilità del greenwashing (cioè della ‘ripulitura ambientalista’) attraverso la sponsorizzazione di musei, mostre e restauri. Si può rammentare, per esempio, il restauro della Basilica di Collemaggio all’Aquila, finanziato dall’Eni, che comportò l’intitolazione a Enrico Mattei del parco antistante”.

“Ma c’è anche una chiave di lettura più larga: e insieme più problematica e ancora più promettente. E questa chiave riguarda il rapporto tra i musei e il mercato: che negli ultimi anni in Italia si è così cementato da fare proprio del petrolio la chiave della più abusata metafora pronunciata da ministri e assessori ai Beni culturali. Il patrimonio culturale come ‘petrolio d’Italia’. Se i musei e i curatori di mostre iniziassero a prendere le distanze dall’industria e dalla retorica del lusso, dai marchi di moda, e da tutti gli interessi che usano l’arte per alimentare i bisogni indotti e la suicida crescita infinita, forse sarebbe più semplice far passare l’idea che l’unico sviluppo a cui serve la cultura è il «pieno sviluppo della persona umana».

Comprendere se stessi significa capirsi all’interno della propria epoca e in questo sforzo, titanico, perché dura una intera vita, le collezioni artistiche sono imprescindibili. Non saremmo umani se non sentiamo il bisogno di inventare l’evento artistico. E nei secoli ormai trascorsi, che hanno posto le fondamenta dell’Antropocene, è capitato che la pittura riassumesse le forze consce e inconsce della spinta di espansione della civiltà occidentale, dentro i corpi di animali e  popoli destinati allo sterminio.

L’ha mostrato, con una impaginazione spettacolare ed accattivante anche per il più profano dei curiosi, The New York Times, proponendo una lettura interattiva di “The Death of General Wolfe”, il capolavoro di Benjamin West, dipinto nel 1770. Il quadro ritrae la morte del generale inglese Wolfe sul campo di battaglia il 13 settembre 1759, in quella che passò alla storia come “battaglia delle pianure”, lo scontro che decise, fuori di Quebec City, la vittoria delle aspirazioni coloniali inglesi sugli analoghi progetti francesi nel contesto della Guerra dei Sette Anni, che Churchill definì la prima guerra davvero mondiale della storia. 

Il quadro divenne uno strumento di propaganda fenomenale per l’idea della supremazia inglese, della superiorità bianca ed europea e delle ragioni quasi mitologiche che sostenevano la colonizzazione del Nuovo Mondo: “uno pseudo-reportage in una grande architettura pittorica”. 

La morte di Wolfe è rappresentata come “una visione compressa di eroismo nazionale e di martirio individuale. Wolfe è il santo di un impero, che muore perché la Gran Bretagna possa governare il mondo”. Wolfe è accasciato in una posa che ricorda la Lamentazione di Cristo del Botticelli, ma che risuona anche della suggestione della iconografica dell’antica Roma: “West incanalò questa iconografia cristiana in un apoteosi imperiale (…) la fiction del Nuovo Mondo”. Ed è così che il Nativo, un Moicano, inginocchiato ai suoi piedi, adornato di oggetti che oggi sono al British Museum, figura soltanto come un guerriero senza nome: “una anteprima dell’intero assetto del colonialismo, sordido, indelebile ed irreversibile. Una sorta di peccato originale”. 

È questa irreversibilità che ci raccontano le collezioni heritage dei più importanti musei europei. Sulla impossibilità di tornare indietro affonda il suo mistero ogni forma di responsabilità personale e collettiva, che deve riparare il passato creando qualcosa di non ancora pensato. Max Weber diceva che “la patria non è il Paese dei padri, bensì il Paese dei figli”. Ed è per questo che potremmo azzardare un ragionamento paradossale anche sulla questione delle restituzione delle opere d’arte africane. L’insistenza nel non accettare la restituzione, che può essere intesa anche come una arroganza perpetua impermeabile a qualunque revisionismo, che può essere anche biasimata come un affronto, potrebbe invece aiutarci a comprendere l’entità dei crimini di cui stiamo parlando. I crimini di estinzione contro le faune di interi ecosistemi, l’alterazione degli equilibri ecologici di interi continenti, la sterminio e lo spostamento coatto di milioni di esseri umani non sono atti reversibili. Sono azioni umane, predeterminate, che hanno scolpito il mondo del XXI secolo in ogni sua molecola. 

Foto di apertura: Figura umana della tribù Lang-Ntumu o Ngumba, Cameroon – Berlino – Bode Museum; Ritratto di condottiero (1580) di France Pourbus il Vecchio, Parma – Galleria della Pilotta.

I mega-incendi stanno ridisegnando la biodiversità globale

(Photo Credit: Frank Cone)

I mega-incendi in California, Australia e Siberia non sono solo il sintomo del cambiamento irreversibile cui stanno andando incontro i pattern climatici del Pianeta. L’intero “regime degli incendi” su scala globale è mutato e il fuoco è una ulteriore minaccia di estinzione per le specie animali e vegetali, su quattro continenti. Si ritiene che nei prossimi decenni gli incendi saranno più numerosi non solo nelle foreste boreali del Canada e della Russia, ma anche nelle foreste miste e nella foreste a cespugli bassi dell’Australia, dell’Europa Meridionale (ad esempio in Sicilia) e negli Stati Uniti Occidentali. 

Così come per le “megadrought”, gli eventi di siccità estrema capaci di durare anni, anche i “megafire” sono ormai una realtà del XXI secolo, a causa del riscaldamento dell’atmosfera: “di fatto, proprio perché il cambiamento climatico ha spinto la porzione di oceano entro il circolo Polare Artico oltre il suo punto di non ritorno (tipping point), e ci aspettiamo quindi che l’Artico sia privo di ghiaccio in estate al crescere delle temperature globali, le siccità saranno peggiori e questo significa che il mondo è entrato nella era dei mega-incendi. Secondo gli scienziati che li studiano, gli incendi di enormi proporzioni si comportano in un modo mai visto e quindi i metodi tradizionalmente usati per combattere il fuoco non sono adeguati a questa nuova realtà”.

Ora un assessment molto esteso sul ruolo crescente degli incendi sugli ecosistemi del Pianeta in Antropocene apparso su SCIENCE ( “Fire and biodiversity in the Anthropocene”) fa il punto sull’impatto che il fuoco avrà sempre di più in futuro nel condizionare la sopravvivenza e la resilienza della biodiversità su 4 continenti: “la conservazione della diversità biologica della Terra sarà possibile solo riconoscendo il ruolo critico del fuoco nel plasmare gli ecosistemi, e nel fornire una risposta. I cambiamenti globali nel regime degli incendi continueranno ed amplificheranno le interazioni tra fattori antropogenici”. 

Non ci sarà quindi solo un Pianeta più caldo nei decenni a venire, ma anche una biosfera differente. Il fuoco è uno dei fattori che renderanno gli habitat e la composizione di specie animali e vegetali che li compongono diversi da quelli attuali. 

Due aspetti a questo proposito sono particolarmente importanti. 

Il primo di questi aspetti ecologici è il cosiddetto “biotic mix” e cioè il puzzle di specie imposto dalle attività umane in ecosistemi che si sono evoluti con una composizione di specie animali e vegetali ormai alterato: “gli esseri umani hanno redistribuito le specie sul Pianeta e facendolo hanno creato nuovi assemblage che modificano la disponibilità di materiale infiammabile, il comportamento del fuoco e anche le dinamiche successive ad un incendio. In molte parti del mondo, le piante invasive hanno aumentato l’infiammabilità degli ambienti e la frequenza del fuoco. Anche gli animali invasivi possono alterare il regime degli incendi, perché condizionano la disponibilità del materiale organico che prende fuoco. La distribuzione delle interazioni biotiche e la rimozione delle specie può influenzare il fuoco e i suoi effetti associati alla biodiversità. Evidenze sperimentali indicano che la rimozione dei grandi mammiferi erbivori in Africa e in Nord America, ad esempio, altera la struttura degli ecosistemi e aumenta gli incendi”. 

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Nel Wyoming occidentale i puma cedono il passo ai lupi

(Photo Credit : Neil Wight – Teton Cougar Project Panthera)

È una magnifica, crudele epopea di predatori. Nella regione nord occidentale del Wyoming, il lupo grigio ha un ruolo ecologico dominante come predatore di vertice, tanto da limitare il numero dei puma. Questo è il risultato di uno studio condotto da Panthera e pubblicato sulla PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY B, che descrive un equilibrio tra predatori inaspettato nelle foreste degli Stati Uniti occidentali. Per la prima volta, infatti, sono stati raccolti dati convincenti  sul fatto che qui il lupo grigio (quello dello Yellowstone, per intenderci) ha un impatto sulle popolazioni di puma peggiore degli effetti prodotti dalla caccia sportiva. Lo studio, durato 17 anni a partire dal 2000, condotto su 147 puma in un range di 2.300 chilometri quadrati, è ora una bussola per designare strategie di conservazione più dettagliate e specifiche per entrambi questi predatori. Mentre il lupo ha prosperato, i puma sono diminuiti del 48%. 

Il puma (Puma concolor) condivide con il giaguaro il destino di felino un tempo diffuso in buona parte di entrambi i continenti americani. Benché non sia classificato come felino a rischio in Red List, è una di quelle specie che reclama spazio e per cui servirebbero piani di protezione e di conservazione molto ambiziosi e coraggiosi negli Stati Uniti, soprattutto sull’enorme asse geografico Yellowstone-Yukon, fin dentro la taiga canadese.

Essendo un felino molto plastico, cioè capace di adattarsi ad habitat differenti per vegetazione e clima, il puma potrebbe stare potenzialmente, di nuovo, dappertutto. Nel 2013 il National Geographic pubblicava una foto quasi surreale di un puma che camminava nel buio alle spalle della scritta Hollywood, sulle colline della California: “negli ultimi 40 anni, i puma hanno continuato ad espandersi negli Stati Uniti occidentali. Sono spuntati anche a est, nelle Grandi Pianure, hanno fondato nuovi gruppi nel Missouri Breaks del Montana, nel Nord e nel Sud Dakota, e, più di recente, nel Nebraska occidentale. Di fatto, un numero crescente di avvistamenti confermati – più di 200 dal 1990 –  hanno svelato che i puma visitano praticamente ogni stato del Midwest, e anche le province del Canada, a nord”. 

All’inizio degli anni Duemila, l’interrogativo a cui il Teton Cougar Project di Panthera voleva dare una risposta ruotava attorno alle minacce che condizionano l’abbondanza o la scarsità di puma nel West Wyoming:  la caccia sportiva, i lupi o la scarsità di prede. Al momento dell’inizio della ricerca erano già disponibili dati sul fatto che il lupo grigio può influenzare negativamente le dinamiche ecologiche del puma, ad esempio il tipo di prede scelte e il modo in cui il felino sfrutta le risorse del suo habitat. Questo quadro è stato confermato e rafforzato, fornendo per la prima volta prove consistenti su come i lupi compromettono la sopravvivenza dei puma, riducendone la fitness riproduttiva. I lupi sono infatti anche i principali killer dei piccoli di puma. 

Anche la caccia da trofeo ha comunque il suo ruolo, avverte lo staff di Panthera, benché in questa regione del Wyoming si cacci molto meno che nel resto dei territori occidentali degli Stati Uniti. Da un punto di vista quantitativo, dal 200o al 2017 l’impatto medio annuale della caccia sportiva sull’equilibrio delle popolazioni di puma è stato equivalente a quello di 20 lupi.

“Gli ecosistemi sono interconnessi e quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie”

Il direttore del Panthera Puma Program, Mark Elbroch: “i puma modellano la loro vita attorno ai lupi, ma nessuno poteva immaginarsi che i lupi li condizionino addirittura di più della caccia da trofeo degli esseri umani. Questi risultati dovrebbe essere considerati nelle nostre valutazioni sulla gestione delle aree in cui coesistono questi due carnivori. E quindi se dovremmo o meno consentirne la caccia”. È infatti chiaro che il numero di puma può diminuire rapidamente dove viene reintrodotto il lupo e dove il lupo, tornato al suo antico territorio, recupera: “questo studio sui puma dimostra una volta di più che gli ecosistemi sono interconnessi e che quindi bisogna lavorare insieme sulla conservazione e sulla gestione delle specie selvatiche per una strategia multi-specie, totalmente opposta ad una visione focalizzata su una singola specie”. 

Le evidenze raccolte sono utili per più di un motivo. Elbroch: “Questi risultati ci forniscono uno sguardo approfondito, storico dentro gli ecosistemi del Nord America. E suggeriscono che i puma, probabilmente, sono sempre stati meno numerosi di quanto siano oggi in molte parti dell’Ovest proprio perché i lupi controllavano il loro numero”. 

(Credits: Panthera)

Anche Howard Quigley, Panthera Conservation Science Executive Director, dà una lettura allargata dello studio: “queste scoperte non devono in alcun modo essere distorte a favore di un incoraggiamento su base scientifica alla caccia sul lupo grigio. Al contrario, se vogliamo proteggere questi predatori di vertice la cui sopravvivenza è davvero critica, per i loro ecosistemi e le comunità umane che li circondano, la scienza indica chiaramente che la strada da percorre è ridurre o eliminare la caccia sportiva sul puma, o, quanto meno, assumere un approccio molto conservativo laddove i puma convivono con i lupi”. 

(Credits: Panthera)
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L’approccio alla pandemia è riduttivo, avverte l’IPBES

(Photo Credit: IPBES Press Kit)

Lo scorso 29 ottobre l’IPBES ha reso pubblico per la stampa (che in Italia lo ha ignorato) un report molto dettagliato sulle pandemie da zoonosi, come il SarsCov2, e la loro correlazione con il collasso ecologico globale. IPBES – Workshop on biodiversity and pandemics  (un documento in peer review) è il risultato di un lavoro gigantesco messo insieme da 22 esperti di tutto il mondo a luglio di quest’anno, che hanno fatto il punto sulle cause di questa epidemia e sul perché i governi nazionali e la governance internazionale non possono più rimandare la questione dei driver ecologici che sono alla fonte di malattie come il Covid19. Gli scienziati coinvolti hanno discusso i dati attualmente disponibili su 500 malattie zoonotiche di impatto globale e hanno ribadito che la comunità internazionale deve spostarsi su una visione politica “one health”, che miri, allo stesso tempo, alla salvaguardia della salute e integrità di uomini, animali ed ecosistemi. 

L’IPBES denuncia infatti che siamo intrappolati in un “approccio riduzionista”, lo stesso ampiamente impiegato dai media italiani per raccontare l’emergenza nazionale: “il nostro approccio business-as-usual alle pandemie è basato sul contenimento e sul controllo, una volta che la malattia è emersa, e si basa quindi primariamente su un modello di intervento riduzionista, che contempla il vaccino e lo sviluppo di terapie, piuttosto che sul ridurre le cause del rischio di pandemia e quindi sul prevenirle prima che esplodano”. 

Viviamo nella “era delle pandemie” e “venirne fuori richiede opzioni politiche che sostengano un cambiamento trasformativo orientato alla prevenzione”. L’ordine di grandezza qualitativo e quantitativo di questo cambiamento è già stato illustrato dall’IPBES l’anno scorso a maggio, con il mega report che ha spiegato come 1 milione di specie sia ormai in via di estinzione e come la civiltà umana debba svoltare rispetto ad un modello economico fondato sull’espansione illimitata dei profitti e del prelievo di risorse naturali.

Nell’era delle pandemie deve essere chiaro che “le cause sottostanti le pandemie sono le stesse dei cambiamenti ambientali globali che sono alla base della perdita di biodiversità e del cambiamento climatico. Includono il cambio di uso del suolo, l’espansione e l’intensificazione dell’agricoltura, il commercio e il consumo di specie selvatiche (…)”. Infatti,  “la recente crescita esponenziale proprio nel consumo e nel commercio, sotto la spinta della domanda dei Paesi sviluppati e delle economie emergenti, tanto quanto la pressione demografica umana, ha condotto ad una serie di malattie nuove, che originano principalmente nei Paesi in via di sviluppo ad alto tasso di biodiversità, e poi finiscono con il rientrare negli schemi di consumo globale”.

In questi modelli culturali ad enorme tasso di prelievo di risorse naturali ci sono la carne, le pellicce, rettili da compagnia, pelli esotiche, olio di palma per detergenti, cosmetici e alimenti, mammiferi usati come pet. 

Il rapporto IPBES, però, insiste anche sui costi di una zoonosi, di solito taciuti. Come per qualunque altro disastro ecologico, il prezzo da pagare è spalmato su più indici economici e finisce con il refluire nella categoria dell’offsetting, ossia nelle esternalizzazioni che i nostri modelli economici non tengono in considerazione, quando si decide come pianificare politiche produttive e consensi elettorali. 

Eppure, benché ignorate dai giornali e dalle televisioni mainstream, le cifre sui costi della pandemia indicano chiaramente che continuare ad ignorare la correlazione tra collasso ecologico, crisi di estinzione e rischio sanitario costa molto di più che invertire la rotta. Stiamo quindi pagando il dazio di una miopia politica straordinaria e protratta nel tempo, non di misure estemporanee necessarie per evitare migliaia di morti: “è probabile che il Covid19 provochi danni economici di trilioni di dollari, con una stima globale di 8-16 trilioni di dollari a luglio 2020 e di 16 trilioni negli Stati Uniti, se presumiamo un contenimento dell’infezione dovuta al vaccino entro  i primi 4 mesi del 2021. Se ipotizziamo costi simili per le altre pandemie già verificatesi negli ultimi 102 anni (l’influenza del 1918, l’HIV/AIDS e altre ancora) e vi aggiungiamo il peso su base annua di malattie emergenti su scala molto vasta (ad esempio, la SARS, Ebola e altre ancora), e inseriamo nel calcolo anche i 570 miliardi di dollari che ogni anno spendiamo per la influenza stagionale di forte intensità su scala pandemica, il costo dell’emergere di una zoonosi supera 1 trilione di dollari all’anno.L’OCSE ha estimato che in media, nel periodo 2015-2017, ogni anno sono state allocate per la conservazione della biodiversità tra 78 e 91 miliardi di dollari, un investimento che rappresenta una frazione dell’impatto provocato da malattie zoonotiche emergenti. Stime del costo globale di una strategia di prevenzione delle pandemie basate sulle cause che vi stanno dietro, e cioè il commercio di specie selvatiche, il cambio di uso del suolo e una migliore sorveglianza secondo l’approccio One Health, si aggirano tra i 22 e i 31.2 miliardi di dollari, che possono essere ridotti ancora (scendendo tra 17.7 e 26.9 miliardi di dollari), se si calcolano anche i benefici derivanti dalla riforestazione e quindi dal sequestro di carbonio – 2 ordini di grandezza in meno rispetto ai danni economici da pandemia”. 

Il vaccino per il SarsCov2 non chiuderà la partita, ma sarò solo il primo tempo di qualcosa di molto più grande, avverte l’IPBES: “senza strategie preventive, le pandemie emergeranno più spesso, si diffonderanno più rapidamente, uccideranno più persone e si ripercuoteranno sull’economia globale con un impatto ancora più devastante del precedente”. 

Infatti, “sin dal 1918, almeno 6 altre pandemie si sono abbattute sulla salute pubblica, 2 causate da virus influenzati, la HIV/AIDS, la SARS e adesso il Covid19. Queste 6 sono la punta dell’iceberg delle potenziali pandemie. Oggi, una popolazione di 7.8 miliardi di persone è protagonista di progressi nel campo della medicina, dell’industria e dell’agricoltura, che, assommati ad una demografia molto rapida, alla conversione dei terreni agricoli, al cambiamento climatico e alla sostituzione della wildlife con animali da allevamento e al degrado ambientale, definisce l’Antropocene. Il risultato è un incremento nella frequenza di interazioni tra specie selvatiche, specie allevate ed esseri umani, soprattutto nelle regioni tropicali e sub-tropicali (a basse latitudini) ricche di biodiversità selvatica con i suoi microbi. Il rischio di spillover è inoltre più alto anche in conseguenza del cambiamento climatico, che introduce perturbazioni nelle dinamiche di popolazione e nella distribuzione delle specie selvatiche”. 

Vediamo i numeri.   

Il 70% delle malattie emergenti (Ebola, Zika, l’encefalite da Nipah) sono zoonosi, malattie cioè causate da microbi di origine animale. Più di 400 microbi (virus, batteri, protozoi, funghi e altri microrganismi) sono passati sull’uomo negli ultimi 50 anni e la maggior parte aveva un ospite naturale in un animale selvatico. 

Ogni anno emergono oltre 5 nuove malattie che colpiscono l’uomo, e ognuna di queste ha le potenzialità per diventare una pandemia. 

Si stima che ci siano 1.7 milioni di virus ancora sconosciuti in mammiferi e uccelli che fungono da specie ospite. Di questi, 540mila-850mila potrebbero infettare gli esseri umani. 

I serbatoi più importanti dei patogeni con un potenziale sono i mammiferi (in particolare i pipistrelli, i topi e i primati) e alcuni uccelli (soprattutto gli uccelli d’acqua), e i mammiferi da allevamento (ad esempio, maiali, cammelli e polli).  

Il commercio internazionale legale di specie selvatiche è cresciuto in valore del 500% dal 2005 e del 2000% dagli anni Ottanta. Rientrano in queste percentuali il captive breeding, le wild farm e l’allevamento in ranch.

L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono i principali consumatori mondiali, perché importano animali selvatici come animali da compagnia. I soli Stati Uniti ne fanno entrare 10-20 milioni all’anno. Il numero delle spedizioni è cresciuto da 7.000 a 13.000 al mese nel periodo dal 2000 al 2015.

Per chi voglia farsi una idea di ciò di cui stiamo parlando quando parliamo di “wildlife trade”, ecco una raccolta di foto shock scattate da grandi fotografi naturalistici.

Anche il cambiamento climatico è un fattore di amplificazione del rischio di nuove pandemie come quella che stiamo vivendo da marzo: “un esempio è l’encefalite trasmessa dalle pulci diffusasi in Scandinavia e la febbre emorragica del virus Crimea-Congo, portata dagli uccelli migratori dell’Africa e delle regioni mediterranee fin nell’Europa temperata e nordica a causa di inverni più miti. Il cambiamento climatico sarà una causa sostanziale del rischio di pandemie nel futuro, perché induce grandi movimenti di genti, specie selvatiche, specie ospite e vettori, e con loro la diffusione dei patogeni (…) portando ad una alterazione delle dinamiche naturali ospite/patogeno”. 

Le specie, infatti, si spostano per rispondere alle sollecitazioni climatiche: “il cambiamento nelle temperature terrestri causerà l’avanzamento geografico (shift) sia nelle zone geografiche degli ospiti che in quelle dei vettori; e anche alterazioni nei cicli vitali dei vettori e degli ospiti, perché saranno in migrazione anche gli esseri umani con i loro animali domestici”. 

Anche le alterazioni nei regimi normali delle piogge stagionali, dal momento che “alterano l’abbondanza di piante da raccolto e influiscono sui cicli biologici delle popolazioni di erbivori, come i roditori” contribuiranno “ ad ulteriori alterazioni nella distribuzione degli animali-serbatoio, alla loro densità di popolazione e al rischio patogeno complessivo”. 

Secondo i dati analizzati dall’IPBES, che, ricordiamolo, pubblica una sintesi di lavori indipendenti provenienti dai migliori centri di ricerca del mondo, “simulazioni sulla perdita di range geografico nello scenario di riscaldamento globale per più di 100mila specie di piante animali indicano, con un aumento di + 2 °C entro il 2100, una perdita di range bioclimatico di più del 50% nel 18% delle specie di insetti (oscillazione 6-35%), 8% delle specie di vertebrati (oscillazione 4-16%) e del 16% delle piante (oscillazione 9-28%)”. Da un punto di vista biologico ed ecologico globale, dunque, si formeranno “nuove comunità di specie selvatiche e quindi nuove relazioni tra queste specie”. Sono scenari ignoti alla scienza, del tutto inesplorati. 

A cambiare è, in poche parole, l’assetto generale nella composizione di specie all’interno delle regioni ancora abbastanza wild da sostenere popolazioni animali diversificate. 

Uno degli aspetti più preoccupanti di questo rapporto è che neppure le strategie di conservazione della biodiversità possono più esimersi dal tenere in considerazione il rischio epidemiologico da zoonosi.

La gravità della situazione è evidente, ad esempio, nel rischio potenziale dei corridoi ecologici, considerati indispensabili per ampliare lo spazio disponibile per gli animali, soprattutto i grandi mammiferi: “i programmi elaborati per facilitare i movimenti della wildlife tra porzioni isolate di paesaggio, ad esempio i cosiddetti corridoi, o per creare paesaggi a mosaico che ospitino wildlife, mandrie e comunità umane, potrebbero creare più occasioni per il contatto e quindi la trasmissione microbica”. 

Una altra questione enorme, ancora una volta, è “la perdita dei predatori e quindi la conseguenze supremazia di specie sinantropiche (che vivono a stretto contatto con l’uomo), che sono anche serbatoio di specifiche malattie”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. 

Un esempio di questi giorni è la decisione del governo danese di abbattere 17 milioni di visioni da allevamento perché potrebbero essere già stati infettati da una variante del SarsCov2, che è già passata anche su alcune persone. Secondo il Primo Ministro danese, Mette Frederiksen, sussiste il rischio che “il virus mutato nel visone metta a rischio l’efficacia del vaccino”. 

Allevamenti intensivi da carne, rotte commerciali che prevedono il trasporto e l’accatastamento di animali vivi a centinaia se non migliaia di capi, allevamenti di animali da pelliccia: sono tutte condizioni pericolose che aumentano il rischio di “ricombinazione virale”, ossia di mutazioni all’interno di un virus che si adatta rapidamente per colonizzare specie viventi nuove. Per questo la Danimarca ha deciso di abbattere 17 milioni di visoni, che sono già infettati da una variante del SarsCov2

Esempi analoghi, che possono contare su dati già elaborati, vengono naturalmente anche dall’Asia, ad esempio per il pangolino (Manis javanica), che potrebbe essere stato l’animale di amplificazione per il SarsCov2, cioè la specie che ha fatto da ponte per lo spillover sull’essere umano: “uno studio lungo 10 anni condotto nel Paese di origine ha rivelato che i pangolini catturati non avevano nessun virus, mentre altri 2 gruppi, controllati alla fine della rotta commerciale, portavano tracce di materiale genetico strettamente imparentato con il SarsCov2”.  

Il ratto del bamboo, mangiato in Cina e nel sud est asiatico, secondo una ricerca condotta in Vietnam, è infetto da coronavirus nel 6% degli esemplari ancora all’interno degli allevamenti, nel 21% degli individui nei mercati di animali vivi e nel 56% degli animali ormai arrivati al ristorante.

Oil palm plantation at edge of rainforest where trees are logged to clear land for agriculture in Southeast Asia

Come già accaduto per il Rapporto del maggio 2019, anche stavolta l’IPBES non si limita a puntare il dito contro la civiltà umana del XXI secolo, ma suggerisce alcuni passaggi, stavolta politici, che segnerebbero una rottura, ma anche un avanzamento storico rispetto all’attuale assetto della governance globale sulla protezione della biodiversità. 

Bisogna “lanciare un consiglio intergovernativo di altro livello per la prevenzione delle pandemie, che fornisca cooperazione tra i governi e lavori sui punti di intersezione delle 3 Convenzioni di Rio (Convenzione sulla Biodiversità, accordo CITES per il commercio di specie selvatiche e Convenzione sul Clima).

Questo coordinamento internazionale dovrebbe anche creare le condizioni negoziali per arrivare ad un accordo in cui tutti i Paesi aderenti si impegnino sull’approccio ONE HEALTH. 

ONE HEALTH deve diventare parte integrante dei governi di ogni nazione.

In aggiunta, è necessario mettere in piedi anche una partnership permanente tra la World Organisation for Animal Health (OIE), la Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora (CITES), la Convention on Biological Diversity (CBD), la World Health Organization (WHO), la Food and Agriculture Organization of the United Nations (FAO) e infine la International Union for Conservation of Nature (IUCN).

Ci sono poi misure che riguardano la vita della società civile e delle democrazie rappresentative. 

I costi delle pandemie devono essere conteggiati nei rapporti costi/benefici dei consumi di beni, della produzione, dei progetti di espansione agricola e anche dei budget e della politica in generale.

Bisogna disegnare meccanismi finanziari come i bond, sia a livello di nuove imprese a vocazione ambientalista che come titoli sovrani, per mettere in movimento e generare risorse economiche da destinare alla conservazione della natura e degli ecosistemi. In questa nuova visione potrebbero rientrare anche delle compensazioni per i Paesi con la maggior biodiversità. 

Fare di tutto per promuovere, come linea politica, la transizione a stili alimentari meno dipendenti dal consumo di carne. E quindi spingere per la riduzione dei consumi, anche di quei prodotti che hanno un impatto ambientale abnorme, correlato con le zoonosi, senza escludere, anzi, strumenti di pressione come una maggiore tassazione: olio di palma, legni esotici, pellicce. 

Non c’è dubbio che siamo entrati in una fase della civiltà umana dalle implicazioni biologiche sconvolgenti. Eppure, cercando di orientarci fra sentimenti a cui non sappiamo ancora dare neppure un nome, non è inutile rivolgersi al pensiero di coloro che, con decenni di anticipo, intuirono su quale autostrada senza vie di ritorno si fosse incamminata la modernità. Uno di loro è un cinese, Zhang Shizao, che morì nel 1973 e fu Ministro dell’Istruzione nel governo del suo Paese: “Mentre ogni cosa sotto il cielo è caratterizzata dalla finitezza, solo gli appetiti non conoscono limiti. Quando la quantità di risorse finite viene valutata sulla base di appetiti illimitati, c’è da aspettarsi che tale disponibilità venga meno nel giro di poco. Così come l’esaurimento delle cose finite non tarderà a giungere, se esse saranno usate per soddisfare appetiti insaziabili”.

Photo Credits: IPBES Press Kit

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Londra, Firenze, Berlino: cresce il Museo Antropocene

(Photo Credit: British Museum)

Osservare e comprendere la storia del mondo in modo nuovo è una delle grandi sfide del sapere nel XXI secolo. Geologia, biologia evolutiva e climatologia, letteratura e filosofia sono elementi alla pari nel curriculum Antropocene, cioè in quella sintesi di conoscenze scientifiche e umanistiche che prendono anche il nome, ormai, di “earth system science” o di “shared history”. La storia biologica ed ecologica del nostro Pianeta è stata modificata dalla cultura di Homo sapiens, che nel corso di due milioni e mezzo di anni si è co-evoluto con il clima, le piante, gli animali e la geologia della Terra. A questa consapevolezza, che da qui in avanti segna il modo in cui la civiltà umana elaborerà la propria immaginazione e la propria inventiva, si sta facendo strada anche nei musei. Qualcosa scricchiola nelle grandiose collezioni museali europee perché finalmente è chiaro quale è il significato ermeneutico dei tesori custoditi nei templi laici dell’Occidente. Una reinterpretazione critica di forme, simbolismi e figure è funzionale non solo a meglio capire chi siamo stati negli ultimi secoli, ma soprattutto da dove vengono le questioni più gravi sul tavolo oggi. 

Amitav Ghosh ha spiegato così questa urgenza: “l’Antropocene rappresenta una sfida non solo per le arti e le scienze umane, ma anche per il nostro modo abituale di vedere le cose, e per la cultura contemporanea in generale. Non c’è dubbio che tale sfida nasca dalla complessità del linguaggio tecnico che utilizziamo come lente primaria sul cambiamento climatico, ma di certo deriva anche dalle pratiche e dai presupposti che guidano le arti e le scienze umane. Stabilire come avviene tutto ciò, è, credo, della massima urgenza: potrebbe addirittura essere la chiave per capire perché la cultura contemporanea trovi così difficile affrontare la questione del cambiamento climatico”. Il motivo di tale reticenza è oggi visibile: “la cultura induce desideri – di mezzi di trasporto, elettrodomestici, un certo tipo di giardini e di case – che sono fra i principali motori dell’economia basata sui combustibili fossili (…) i manufatti e le materie prime evocati da tali desideri esprimono e al tempo stesso nascondono la matrice culturale che li ha provocati”. 

Basta soffermarsi sulla pagina Instagram del British Museum di Londra per rendersi conto di cosa sia questa “matrice culturale” e di come la capacità umana di inventare una bellezza astratta, mediata dal pensiero simbolico, coincida con la disponibilità biologica di soggetti, risorse e presenze. 

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Photo Credits Humboldt Forum : SHF/ Giuliani/ Von Giese

Telmo Pievani: per affrontare la crisi di estinzione, e la pandemia, dobbiamo guardare a fondo nella natura ambivalente di Homo sapiens

Jean Paul Sartre riteneva che “noi siamo abbandonati, senza scusanti. Questo è ciò che intendo quando dico che l’uomo è condannato alla libertà”. Non ci sono santi in Paradiso né metafisiche salvifiche. Abbiamo solo noi stessi, per tirarci fuori dal guaio di esistere così come siamo. Una eco di questa concezione modernissima della responsabilità umana risuona nel libro di Telmo Pievani LA TERRA DOPO DI NOI, edito da Contrasto e arricchito dalle fotografie del fotografo naturalista Frans Lanting, un libro che di questi tempi sarebbe bene leggere e rileggere. Con la chiarezza cristallina che gli è propria, Pievani spiega perché l’esperimento globale chiamato Antropocene è così pericoloso per noi, che lo abbiamo costruito lungo un percorso evolutivo lungo, considerando solo noi Sapiens, almeno 200mila anni. Non potremo dire di non averlo saputo, scrive Pievani, immaginando il momento in cui dovremo, tutti, fare i conti con le conseguenze dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione di massa. I numeri sono chiari, le evidenze scientifiche altrettanto. Ma, per concedere un futuro al Pianeta e alle prossime generazioni, dobbiamo accettare che “il punto di partenza è l’ambivalenza della nostra natura”.

Professor Pievani, vorrei cominciare da un grande merito di questo suo testo: lei riesce a portare nella discussione un concetto che di solito è oscurato anche dagli ambientalisti. Il concetto di identità evolutiva: è vero, siamo una specie altamente pensante, il Novecento ci ha insegnato che siamo soggetti e individui, ma noi siamo soprattutto una specie. È dalla identità evolutiva, dunque, che bisogna partire per capire che cosa ci è successo, che cosa ci sta succedendo e che cosa potrebbe succederci. Avremmo bisogno di una “rivoluzione copernicana” nel pensiero? Di cominciare a pensarci non come soggetti, ma come specie, anche dal punto di vista filosofico?

Sì sono d’accordo, per due ragioni. La prima è che questo è un po’ quello che è mancato nel pensiero ecologista, giustamente militante, che per altro già 10 anni fa denunciò la crisi ambientale, crisi che oggi, purtroppo, galoppa. Hanno tutti i meriti possibili. Adesso però bisogna andare avanti, anche nella elaborazione filosofica dell’ambientalismo. Il difetto di fondo, che io ho sempre visto, è quello di considerare con una certa distinzione il destino umano da quello dell’ambiente, come se ci fossimo noi, con tutte le nostre responsabilità, e dall’altra parte un ambiente da difendere.  

Il problema è che, invece, noi siamo parte di questa storia. Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri. Se vogliamo davvero essere umanisti, difendere l’esperienza umana e le prossime generazioni, dobbiamo difendere i diritti della natura. I nostri diritti sono quelli che noi stessi applichiamo alla natura. Il secondo punto è che la coscienza di specie ci fa capire che i problemi che abbiamo davanti sono problemi universali, che riguardano la specie umana in quanto tale, che deve imparare ad essere lungimirante, perché altrimenti noi scarichiamo sui nostri figli e i nostri nipoti il debito ambientale e questo è un grande problema di giustizia. 

Nella seconda parte del suo ragionamento lei argomenta la questione a partire dal cambiamento climatico facendo però anche riferimento al paper epocale di Rodolfo Dirzo del 2014 sulla defaunazione. Mentre l’estinzione conclamata di una specie è un evento quasi epifanico, la defaunazione lavora silenziosamente, mentre non ce ne accorgiamo. E poi lo scorso giugno è uscito sulla PNAS un secondo studio dei colleghi di Dirzo – Ceballos, Raven ed Ehrlich –  che ci invita a ragionare per popolazioni: “Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. Del cambiamento climatico si parla troppo poco, ma dell’estinzione ancora meno. Perché a suo parere?

È vero, purtroppo. Nell’era pre-Covid, nel 2018 e nel 2019, stava montando un po’ di più sui media, il tema ambientale, però era tutto centrato sul cambiamento climatico e un po’ meno sull’altro lato della grande crisi ambientale, che Dirzo e gli altri sottolineano da 15 anni con dati oggettivi. I dati sono in peggioramento, tra l’altro, e questo è sempre bene ricordarlo. Due settimane fa è uscita una terza ricerca ed è impressionante: tutte le società scientifiche del mondo che si occupano di mare, di acqua, e quindi pesca e conservazione marina, si sono messe insieme, hanno scritto un documento sintetico, di 7 pagine, evento già di per sé rarissimo nel mondo scientifico. Ebbene, i dati di questo statement dicono che, se continuiamo su questo trend, entro il 2050 avremo perso il 90% di tutte le barriere coralline. Con il metodo di Dirzo, molto innovativo, che conta l’abbondanza di popolazioni all’interno delle specie, queste istituzioni calcolano che dagli anni ’70 ad oggi è andato perso l’83% delle popolazioni di tutte le specie di acqua dolce, che è una cosa mostruosa. Tanto per intenderci, in 50 anni abbiamo lasciato nelle acque dolci soltanto il 17% degli animali e delle alghe che ci abitavano nel 1970. Un danno di questa entità è irreversibile. Il tempo di recupero sarà lunghissimo. Giustamente, gli autori hanno fatto una altra cosa molto importante adesso, hanno cioè quantificato il costo di tutto questo, perché il 40% degli esseri umani vivono a 50 km dalla costa e da quella biodiversità marina dipendono servizi ecosistemici fondamentali. Quello che sta succedendo non ci conviene da nessun punto di vista, neppure utilitaristico. Rimane la domanda sul perché non ne parliamo. Abbiamo ancora una modalità di comunicazione tutta incentrata sul presente, sulle emergenze, su quello che succede di volta in volta e facciamo molta fatica a capire gli andamenti. Con il riscaldamento climatico, dopo tanto tempo, un po’ questa cosa eravamo riusciti a superarla. Adesso dobbiamo farlo anche con la biodiversità.

Aggiungo che mi dispiace molto sia passato in secondo piano, ma non dobbiamo assolutamente dimenticare che anche questa pandemia è a suo modo figlia di questo, della riduzione della biodiversità, dello sconvolgimento degli ecosistemi, del fatto che spostiamo specie e aumentiamo la possibilità di entrare in contatto con gli animali portatori di virus.

Infatti abbiamo ascoltato decine e decine di ore di talk televisivi sulla gestione politica della pandemia, ma pochissimo è stato detto all’opinione pubblica sul fatto che SarsCov2 è una zoonosi ed è quindi inserito in una concatenazione di cause ed effetti ben precisi. Tenere questo genere di verità lontano dal pubblico sentire riduce la possibilità che la gente comune elabori una coscienza ecologista in grado di tradursi in scelte elettorali.

Io su questo insisto moltissimo. Se ne è parlato un po’ a marzo e aprile. Poi è passato in secondo piano: la questione fondamentale adesso sono le misure di emergenza e il vaccino. Ma il vaccino è metà della soluzione: è ciò che ci permetterà di uscire da questa emergenza, ma se noi non eliminiamo le concatenazioni ecologiche che sono alla base di questa pandemia, non abbiamo rimosso il tema fondamentale, che porterà ad altre pandemie. 

Non possiamo prevedere quando ci sarà la prossima, però sappiamo, è razionalmente  deducibile, che se non rimuoviamo le cause, tornerà a presentarsi il problema. La Cina non ha ridotto l’uso di animali selvatici per la medicina tradizionale, che è un grande business. Non stiamo facendo abbastanza nel senso che non stiamo lavorando sulle cause remote.

In qualche modo la pandemia è una esperienza collettiva della catastrofe ecologica. 

Esatto. E, tra l’altro, questa è una evidenza talmente forte che dovrebbe valere anche per chi non dovesse avere in teoria un interesse ecologista. Suggerisco sempre di fare un banalissimo calcolo. Calcolare quanto si guadagna dalla deforestazione, dal commercio di animali esotici, dal bracconaggio, guadagni che vanno a pochissimi e in buona parte illegali, e sull’altro piatto mettiamo quanto ci costa questa pandemia, sul piano sanitario, umano, sociale ed economico. E si vedrà che il costo della pandemia è molto più alto di quanto si guadagna dalle attività di cui sopra.

Ci vuole un ecologismo umanista, che non contrappone più gli interessi umani e quelli della natura, non pone più questa dicotomia, ma sottolinea il contrario, che oggi gli interessi della natura coincidono con i nostri”. 

Lei insiste molto anche sul concetto di trappola evolutiva. Le plastiche ne sono un esempio. Utilissime, ma dall’impatto letale.

Questa è l’importanza della coscienza di specie. Se tu acquisisci la capacità di vedere Homo sapiens come una specie, impari anche a dare una prospettiva evoluzionista a quanto sta succedendo. Cosa è il climate change? È un grande sperimento globale, il modo con cui una sola specie, Homo sapiens, per lo sfruttamento delle risorse, che hanno dato anche benessere ad una parte crescente di esseri umani, modificando l’ambiente, ha impoverito la nicchia ecologica in cui siamo immersi. Adesso però arriva la seconda parte, che noi evoluzionisti abbiamo sempre studiato, e cioè che una volta che hai modificato l’ambiente ti devi poi adattare all’ambiente che tu stesso hai modificato. Questo processo si chiama costruzione di nicchia. Una sola specie, agendo in modo molto veloce e drastico come stiamo facendo noi, perché 50 anni sul piano evolutivo sono niente, si trova poi a doversi lentamente e faticosamente adattare ad un ambiente da noi modificato in modo incontrollato. Il concetto di trappola evolutiva è quindi molto semplice. 

Nel libro lei spiega che “le altre specie modificano le loro nicchie ecologiche lentamente attraverso le attività metaboliche, fisiologiche e comportamentali, noi invece lo facciamo rapidamente attraverso la cultura cumulativa e l’informazione socialmente trasmessa (dentro cui ricadono tanto la domesticazione di piante e animali quanto le attuali economie industriali e digitali). Le piante, gli animali non umani e i microbi (esterni a noi o coabitanti il nostro corpo) definiscono la nicchia ecologica in cui viviamo, cioè un delicato equilibrio di relazioni di interdipendenza nel quale noi non siamo soltanto gli attori protagonisti, i costruttori della nicchia, ma siamo anche i soggetti che subiscono le retroazioni (o ritorsioni) ecologiche derivanti”. Siamo diventati padroni del tempo: abbiamo preso in ostaggio il futuro.

Lo vogliamo anticipare a tutti i costi, perché siamo miopi, perché noi siamo la specie del qui e ora. Di recente sono usciti un sacco di studi che ci fanno vedere che noi abbiamo una attitudine predatoria e invasiva. Però, e questo è il punto, noi siamo anche consapevoli che abbiamo tanti strumenti per parlarne, per discutere di come una specie invasiva e predatoria può mettersi nei guai perché impoverisce l’ecosistema fino a non avere più lei stessa le risorse che le occorrono. Credo che questi feedback diventeranno sempre meno controllabili e ci costeranno sempre di più. Quello che mi preoccupa tantissimo è che dovremo pagare un prezzo. Questo prezzo lo sappiamo già e sarà pagato da chi è più povero, da chi è nelle fasce tropicali ed equatoriali e ha contribuito di meno al problema. Quindi c’è una grande questione di diseguaglianza.

Scrivo spesso che noi Sapiens ci siamo co-evoluti con gli animali. Quando ragioniamo sulla qualità di questo futuro, con feedback che si rafforzano gli uni con gli altri, dovremmo ricordarci che abbiamo imparato a pensare osservando le altre specie. Quindi un mondo sempre più povero di specie animali vorrà dire anche soffrire di una maggiore povertà psichica. In qualche modo verrà meno anche una parte della nostra umanità. 

Sì. L’antropologo Paul Shepard è stato uno dei primi, con un lavoro molto interessante, a teorizzare che noi pensiamo attraverso la presenza animale, attraverso la co-evoluzione con gli altri. Sono totalmente d’accordo. I dati sono terribili: limitiamoci a quegli animali più vicini a noi, come i mammiferi, co-evolvendo con i quali abbiamo plasmato la nostra mente. Se prendiamo il 100% della biomassa dei mammiferi della Terra, il 30% siamo noi, più del 60% sono animali in allevamenti intensivi e la fauna selvatica, tutti gli altri, sono ormai meno del 10%. Questo la dice lunga sull’impatto irreversibile della specie umana che ha ridotto al 10% tutto il resto. Il 60% di animali in allevamento ci ricorda tra l’altro che tra quelle attività che riducono la biodiversità ci sono gli allevamenti e quindi la nostra dieta. 

E le aree protette o super protette del Pianeta in cui sopravvive questo 10% selvatico sono posti spettacolari a cui hanno accesso soltanto i più ricchi del Pianeta. Riserve in Botswana a 1000 dollari americani a notte. Ci sono bambini nati a Kibera, la baraccopoli di Nairobi che è la più grande del Kenya e dell’Africa, che non hanno mai visto un elefante o un leone. 

Sono d’accordissimo. Rientra nel capitolo della responsabilità ecologica, che  non può essere elitaria, deve essere condivisa.

Molte persone non sanno in che epoca vivono o di appartenere ad una filogenesi che, solo tenendo in considerazione le Australopitecine africane, è antica di 2 milioni e mezzo di anni. Un gap di coscienza storica e storiografica. Non dovremmo rivedere anche il modo in cui si insegnano almeno gli ultimi 5 secoli di storia umana, visto che Maslin e Lewis suggeriscono di fissare al 1610, cioè ad un tempo recentissimo, l’inizio dell’Antropocene? Non dovremmo cominciare a studiare, insieme alla storia della civiltà, anche le origini della crisi di estinzione?

Esatto, è ciò che dicevo prima: far percepire le tendenze, la profondità storica di quello che succede. Si può fare in tanti modi. Il primo è certamente la didattica, non però aggiungendo nuove materie. Secondo me ci si riesce impregnando tutte le materie di questi problemi, che riguardano la storia, la letteratura, la geografia, le scienze. È una grande sfida multidisciplinare, che poi è anche la sua bellezza. La seconda cosa, ne ho parlato spesso, anche con Piero Angela recentemente, è questa. Se è vero che noi stiamo parlando della crisi ambientale sin dalla pubblicazione della Primavera Silenziosa di Rachel Carson, della metà degli anni Settanta, bisogna constatare che non abbiamo creato una coscienza collettiva; ma se oggi leggiamo SCIENCE e NATURE, cosa che a me impressiona un sacco, vediamo che queste riviste contengono degli appelli talmente allarmanti da assomigliare a ciò che veniva scritto nelle riviste del WWF e di Legambiente venti anni fa. La differenza è che questi allarmi non sono più presenti su riviste di militanza ecologista, ma sono su SCIENCE e anche LANCET. Questi riviste non hanno di per sé nessuna visione in senso ecologista, eppure ogni settimana esce qualcosa sulle loro pagine. C’è un cambiamento in corso. 

Io credo anche che bisogna esplorare nuovi linguaggi, fare molta ricerca sui linguaggi, cominciare a dire queste cose con il linguaggio della letteratura e dell’arte, della musica, del teatro, non basta più la conferenza, il documentario, il servizio in tv. Guardiamo LANCET, una rivista medica. Da due anni insiste sull’impatto del riscaldamento climatico sulla salute, sull’accesso alla salute, una scelta editoriale assolutamente inedita, mai fatta prima, che mette insieme il tema ambientale e la giustizia sociale. 

Non a caso lei cita lo scrittore Amitav Ghosh che parla di una gravissima crisi di immaginazione. Non abbiamo ancora neppure una letteratura adeguata alla crisi ecologica. E questo ci impedisce di comprenderla a fondo. 

Usando linguaggi diversi si ottiene un effetto molto importante in comunicazione: le persone ricevono un messaggio che è convergente, cioè coerente, ma proviene da linguaggi diversi. Sentendo parlare di un argomento solo in un modo, si crea un effetto di assuefazione, come si è creato adesso. Ma se quello stesso argomento mi arriva da sensibilità diverse, da luoghi, fonti e canali differenti, funziona molto di più e spero funzioni molto di più. 

A conclusione del libro lei spiega un concetto magnifico, che dà molta speranza. Ma non la solita speranza del ‘mi affido e quindi non agisco nel presente’,. Lei spiega infatti che, proprio perché la cultura nella nostra specie è un tratto ereditario, i giovani di domani avranno “un cervello culturalmente e biologicamente diverso dal nostro, plasmato da conoscenze più approfondite”. E quindi sapranno agire là dove noi non ne siamo stati capaci.

Non bisogna dare un messaggio di disperazione. E questa è una speranza razionale, nel senso che è basata su un dato evolutivo e storico, che è oggettivo. Non è una idea mia, me la hanno suggerita i ragazzi. Mi è capitato non una volta, e quindi evidentemente non è causale, che ragazzi di 15, 16, 17 anni, liceo, alla fine della conferenza mi dicessero, ‘tutto giusto professore, grazie, però non si preoccupi, perché voi avete creato il problema, la vostra generazione, i vostri padri, noi siamo diversi, perché ci siamo nati dentro e quindi noi avremo delle mentalità, delle modalità e capacità che voi non riuscite ad immaginare’. La prima volta che me lo hanno detto, ho pensato, la solita ingenuità velleitaria, però se ci pensi hanno ragione. Gli scienziati di una o due generazioni prima della mia non avrebbero mai immaginato internet o l’editing del genoma. Quindi, razionalmente, dobbiamo dare per buono che anche nella generazione a venire verranno fatte scoperte che noi nemmeno riusciamo ad ipotizzare. 

La bellezza di quello che lei dice è che ad un certo punto, e ce lo insegna l’evoluzione, è giusto passare il testimone, lasciare che quelli che vengono dopo siano i protagonisti. C’è una grande lezione, una profonda etica, in 4 miliardi e mezzo di storia del Pianeta. 

Sì. Ci sono commenti venati di paternalismo e accondiscenda, invece secondo me i movimenti come Fridays for Future sono espressione del fatto che dobbiamo passare il testimone, metterci ad ascoltare. A mio parere c’è anche uno scontro generazionale, che è positivo. È la dialettica storica che, da questo punto di vista, ha ragione. 

(Si ringrazia: Anna Chiara Ferrero IED Milano)

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Hostiles di Scott Cooper: un film sull’Antropocene

Lunedì scorso davano su RaiMovie un film che, parlando del West, racconta l’abisso spirituale dell’Antropocene: Hostiles di Scott Cooper, uscito nel 2017, con un eccezionale Christian Bale. Il film centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà. Non soltanto degli Americani nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei sterminarono i Nativi. Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio. Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica. Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento. Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato. Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini. Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti. Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano. E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva. Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni. E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica. Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens. Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna. In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene. Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta. È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra. Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta. Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo. Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo. Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

L’ultimo libro di Telmo Pievani “La terra dopo di noi”: l’Antropocene è l’espressione compiuta del paradosso evolutivo della specie Homo sapiens

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione. La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante. Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”. In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti. Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”. Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese. Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900. Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù. A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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Tutti conosciamo i problemi dell’editoria in Italia: la progressiva concentrazione monopolistica in grandi gruppi generalisti (la strada intrapresa ad esempio dal Gruppo GEDI), una polarizzazione assoluta sulla cronaca politica, in netta controtendenza con quanto avviene in tutti gli altri Paesi europei, dove i grandi giornali hanno una redazione ambiente ormai consolidata e a pieno regime; l’uso disinvolto e spregiudicato di centinaia di giornalisti free lance sottopagati, costretti ad accettare retribuzioni inique e inferiori a quelle di un addetto alle pulizie nella grande distribuzione; l’impiego, anche questo impunito, di decine di “volontari” che scrivono gratis per siti web che riescono a piazzarsi sul motore di ricerca sfruttando una manodopera opportunista e priva di qualunque accountability professionale; il recruiting degli autori, presso gli editori di narrativa e saggistica, attraverso le logiche distorte della popolarità costruita grazie agli algoritmi delle piattaforme social. 

Che cosa tutto questo abbia significato sulla mia storia di reporter ambientale, e ciò che è accaduto un mese fa, l’ho raccontato in La fine dell’utopia.

Il peggio, purtroppo, non lo abbiamo già visto, deve ancora venire. Per questo, osservando il contesto attuale da professionista dell’informazione, provo a mettermi nei vostri panni. Nessuno ha tempo di leggere dieci quotidiani al giorno, mentre beve il caffè, e poi di confrontarli per estrapolare e distillare il meglio. Sono convinta che una delle conseguenze, destabilizzanti ma positive, del caos globale è che molti di noi abbiano cominciato, forse per la prima volta, a chiedersi per cosa valga la pena spendere, su cosa valga davvero la pena concentrare la propria attenzione. E questo funziona su tutto. Siamo costretti a scegliere con cura ciò che desideriamo, ciò che ci appaga e ciò a cui siamo convinti di dovere la nostra fiducia. 

Anche l’attenzione che decidete di riservare a questo magazine parla di voi, del modo in cui concepite il mondo. La mia promessa è di venire incontro, ancora di più nell’imminente futuro, alla vostra esigenza di orizzonte e di prospettiva. L’intenzione di Tracking Extinction è di essere quel prodotto di assoluta qualità, studiato e verificato nel dettaglio, che viene scelto perché è la migliore opzione disponibile.

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La pandemia e il dolore globale

Sono una giornalista ambientale insofferente alle strette regolamentazioni dei saperi e delle arti, e alla loro compartimentazione in settori a ingresso pre-selezionato. Per questo sono iscritta alla newsletter della HKW di Berlino. 

Ed è così che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme. La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being”, del 2016. Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza. Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania. Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce. Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio.  Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione. Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emanuel Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

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La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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