Contro l’eco-dogmatismo

(Credit: Simon Migaj)

Nelle ultime tre settimane i palinsesti televisivi hanno proposto ben due documentari sul crollo dell’Unione Sovietica. Herzog incontra Gorbacev, firmato da un veterano del cinema di altissimo spessore, come è, appunto, Werner Herzog, è un ritratto encomiastico di un uomo sconfitto dalla storia e incapace di autocritica. Rocky – L’atomica di Reagan funziona, invece, come una analisi ironica, ancorché serissima, dello strapotere dei miti di Hollywood nel forgiare la politica contemporanea, i sogni della gente comune e quindi i canali attraverso cui scorre la linfa vitale del consenso a regimi consumistici e manipolatori. Rocky, infatti, divenne un mito anche in Unione Sovietica, dove il cinema americano era sostanzialmente proibito. Tra gli esperti di costume intervistati del documentario figura anche il celebre critico cinematografico Tom Shone, che arriva al centro della questione senza girarci troppo intorno. Secondo lui l’Unione Sovietica si disintegrò perché la sua dimensione psicologica collettivista, socialista ed egualitarista è un assurdo antropologico. La gente ha fame di eroi, di individui singoli, solitari e coraggiosi, che riescono a emergere contro tutto e contro tutti. A fare soldi, a fare carriera, a vincere. Questa è la storia di Rocky. Lo dimostra il fatto che l’unica scena del cinema russo che tutti conosciamo è la carrozzina che scende la scalinata, abbandonata al moto inerziale della caduta, nella Corazzata Potiomkin di Eizenstein (1926). L’URSS era un gigante che poggiava su una concezione totalmente irrealistica dell’essere umano.

Penso che ci sia una forte analogia tra l’atteggiamento di chi, ancora oggi, si ostina a vedere nel modello sovietico una occasione mancata e l’ecologismo sentimentalista e dogmatico che domina il discorso sul Pianeta sui social media. Questo tipo di ecologismo ha una decisiva componente dogmatica, che non solo rifiuta di osservare il modo – schifoso, siamo d’accordo – in cui ragiona e sente l’individuo comune. L’ecologismo dogmatico è avverso alla scienza e pretende di parlare di emissioni serra, estinzione delle specie animali, cambiamenti climatici e aree protette senza fondare le proprie opinioni sui dati scientifici in peer review.

É una disposizione d’animo, e una posizione intellettuale, che si è già rivelata nefasta, ma che persiste, alimentata dal funzionamento degli algoritmi dei social media, Facebook in testa, che spingono i post ad alto contenuto di lacrime, indignazione e stereotipi (sulla caccia, sul veganismo, sulle pale eoliche, sulle foreste). Gli ecologisti dogmatici non sono solo poco competenti sulle questioni ambientali, sono anche pericolosi. Sono degli agenti inconsapevoli della cattiva informazione.

I dogmatici che prendono di salvare ogni cosa (specie animali, porzioni di territorio, foreste, biomi, oceani), ignorando i dilemmi intrinseci ad ogni azione pianificata di mitigazione climatica e di conservazione biologica, non sanno nulla delle due leggi fondamentali del discorso ecologico nel XXI secolo. La prima recita: niente è senza prezzo. Non esistono scelte in cui la bontà trionferà al 100%. Non esiste una fonte energetica che non ha impatto o non richiede materie prime, che sia il litio, l’acqua, il sole, il vento o il carbone. La Seconda legge dell’ecologia in Antropocene: negoziare il minore dei mali, sempre. E in mezzo, che ci piaccia o no, una immensa zona grigia.

Quindi bisogna scegliere a che tipo di informazione ambientale affidarsi. L’utopia, iper-reattiva sui social media, inconcludente perché radicata nell’emotività, che cerca solo conferme alle proprie convinzioni aprioristiche; oppure il giornalismo scientifico, che è fondato sulla ricerca, sui dati analizzati dai protocolli di validazione, sulle valutazioni interdisciplinari di problemi complessi, come sono tutti i problemi ecologici posti all’interno di una civiltà globale capace di elaborare cultura. Il giornalismo scientifico 

ha ben chiare le contraddizioni della nostra epoca, ma non ha intenzione di ridurle a banali dicotomie bianco/nero, che, anziché spiegare la realtà, la occultano dietro semplificazioni manichee. 

Tracking Extinction appartiene a questa seconda tipologia di giornalismo, ve ne sarete accorti. Qui il dolore per la biosfera non è mai una buona scusa per sostituire una legittima afflizione ai fatti nudi e crudi, alle dinamiche biologiche ed evolutive, al racconto nitido della storia delle idee che riflette e rappresenta, lungo i secoli, l’avventura di noi Sapiens. 

È questo il metodo con cui, qui, si racconta il XXI secolo. Fare oggi una donazione a Tracking Extinction parla quindi di chi siete voi: persone certo in pena per il destino che ci attende, ma decisi a cercare soluzioni realistiche fondate non sui sogni, ma sulle evidenze forniteci dalla paleontologia, dalla biologia evolutiva, dalle scienze del clima e della Terra. Grazie !

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Quando il Giurassico incontra l’Antropocene

Ci sono incontri inaspettati che acuiscono la prospettiva su un’epoca, incontri che spuntano come elementi eccentrici di un tempo, il nostro, che pullula di meta-oggetti sempre più invischiati nella complessità ecologica dell’Antropocene. In un incontro di questo tipo mi sono imbattuta ieri, a Milano, mentre passeggiavo in via San Marco. D’improvviso è entrato nel mio campo visivo un animale sconosciuto, sospeso ad un paio di metri dal bordo del marciapiedi, vivo, eppure immobile dietro il vetro di una delle vetrine di Cambi, rinomata casa d’aste la cui sede milanese sta, appunto, in via San Marco 22. La lunga coda sollevata in tensione per bilanciare il movimento del corpo, tradiva la natura della bestia: un dinosauro lungo almeno un paio di metri, un animale ormai fatto soltanto di ossa che in un batter d’occhio riusciva però a risucchiare il brulichio della strada nel vortice ipnotizzante del tempo profondo, il tempo della storia evolutiva del Pianeta. 

Simili effetti scenici sono di solito possibili nei musei di storia naturale: i reperti fossili, opportunamente esposti, trascinano i visitatori nel magnetismo del tempo geologico, che ci sfugge, ci seduce e ci fa anche paura. Qui c’era qualcosa d’altro. Lo scontro, lo stridore, lo shock del XXI secolo che recupera una specie estinta, la reinterpreta e le assegna così un nuovo ruolo. Le assegna una nuova bellezza. 

L’animale è un esemplare rarissimo di Othnielosaurus, un onnivoro proveniente dal famosissimo bacino Morrison del Wyoming, negli Stati Uniti, e risalente al Giurassico, mi spiega Jacopo Briano, esperto SFEP in Paleontologia e Storia Naturale per Cambi. Il bacino Morrison è un luogo privilegiato per i fossili dei grandi rettili del Giurassico. É uno strato sedimentario che copre una porzione dell’America del Nord dal Montana al New Mexico e che si formò tra i 148 e i 155 milioni di anni fa. Il rettile sarà messo all’asta il prossimo 25 febbraio, insieme ad un nutrito gruppo di “mirabilia” , ossia di oggetti, alcuni contenenti anche animali come locuste, farfalle, uccelli, serpenti, spugne, denti, tutti inerenti alla scienze naturali. Una collezione di still life, di natura morta, di materiale organico inerte, silenzioso. 

Questo Othnielosaurus “è un esemplare molto raro, conosciamo la specie solo per resti frammentari. Era una specie che viveva in un ambiente lacustre. La sua particolarità è la struttura interna dell’occhio che sosteneva il bulbo oculare, che è una struttura ossea. Questo conferisce al reperto una sorta di sguardo molto realistico. Lo scheletro è stato preparato da un azienda italiana di Trieste che è specializzata in ricostruzioni molto veritiere, con un effetto quasi drammatico”. Un effetto dirompente, considerato che solo guardarlo dalla vetrina dà l’impressione che il Giurassico entri dentro l’Antropocene, costringendo due epoche lontanissime a fissarsi e a confrontarsi. Chi è disposto a comprare uno scheletro di dinosauro e a metterselo in casa? “collezionisti privati, che collezionano anche arte contemporanea, e che sono proprio alla ricerca di opere ed oggetti che si compromettano a vicenda, che si mischino. È un mercato molto fiorente a Parigi e a Londra. Lo scorso ottobre, a Parigi, un collezionista ha comprato due dinosauri da disporre in mezzo a suppellettili artistiche in stile classico, nella sua villa”. 

Sembra quasi che chi è appassionato di arte contemporanea abbia un po’ anche il gusto delle Wunderkammer, cioè delle “camere delle meraviglie”, quelle collezioni di oggetti naturalistici che nel XVII secolo furono antesignane dei musei di storia naturale ed ebbero un ruolo nel crescente interesse scientifico per la catalogazione e lo studio della natura. “Sì, è così, ed è il motivo per cui abbiamo deciso di intitolare Mirabilia l’asta del 25 febbraio. Da una decina d’anni ormai nel collezionismo stiamo vivendo una stagione di grande eclettismo. Chi compra è attento alle diverse sfumature del sapere, ma soprattutto l’oggetto artistico non viene percepito come separato dal reperto naturalistico. Si punta piuttosto a vedere l’arte come un completamento della natura e viceversa. È uno sguardo lunghissimo, sicuramente, che è esclusivo del collezionismo e non coinvolge i Musei scientifici di storia naturale, per ora”. 

Di certo, un dinosauro in vetrina nel centro storico di Milano, nel cuore di Brera, è un simbolo estetico non da poco del nostro XXI secolo. Siamo ormai arrivati ad un punto critico della nostra relazione con il tempo. Benché ancora ipnotizzati dalla seduzione cronologica del progresso, i cambiamenti climatici e i processi di estinzione ci mostrano che gli equilibri ecologici del nostro Pianeta seguono ritmi e leggi intrinseche non dominabili neppure dalla tecnologia. Abbiamo costruito attorno alle specie estinte da decine di milioni di anni una estetica del tempo, in cui il piacere della ricerca scientifica è una cosa sola con il sentimento di essere i dominatori finali e gli unici sopravvissuti di una epopea di dimensioni cosmiche. Come ha mostrato Anselm Franke nel suo lavoro Animismus per la HKW di Berlino, ogni reperto è sempre una rappresentazione che risponde ad una esigenza di ordine e di gerarchia. L’uso delle specie estinte, nelle collezioni pubbliche e private, espone la vita biologica estinta a questo tipo di manipolazione culturale, tipica dell’Antropocene. L’epoca dell’uomo costringe ogni organismo ad essere human-reliant e questo trasforma, gioco forza, ogni organismo in un oggetto culturalmente esperibile. La cultura forza la natura a diventare natura mediata

Per questo è rilevante, su di un piano storico e anche antropologico, che i collezionisti d’arte collezionino anche la natura. È un passaggio ulteriore rispetto alla svolta scientifica tra Seicento e Settecento, che recuperando una vocazione enciclopedica al sapere, mostra di aver bene inteso come, nel XXI secolo, bellezza e natura tendano a precipitare nella dimensione dell’artificiale. “È una tendenza di mercato che viene qui in Italia dall’estero e che, direi, consiste molto nel mettere insieme il design con la paleontologia. C’è una maturità in questo senso da parte dei collezionisti”, dice Matteo Cambi, Responsabile della casa d’aste. “Piuttosto che optare per, ad esempio, un Tiziano rarissimo si sceglie un dinosauro alto tre metri. Ancora prima, e cioè qualche anno fa, era nato un altro abbinamento insolito, accostando il frammento di scultura classica greco-romana al design contemporaneo. Questa sarà la nostra terza asta di oggetti naturalistici”.  

Potrebbe essere anche qualcosa di più, considerato il modo in cui Othnielosaurus è esposto. Una comune strada cittadina che diventa una esperienza dell’Antropocene. 

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Il commercio (legale) aumenta il declino delle specie già minacciate di estinzione

L’impatto del commercio di specie selvatiche provoca una emorragia lenta e costante sulle specie che hanno un valore di mercato. Le popolazioni di animali selvatici crollano in media del 62%, che arriva al 76% su scala nazionale nei Paesi in cui il wildlife trade è una attività economica consolidata. La conseguenza più evidente è che il wildlife trade è un acceleratore del rischio di estinzione, su cui tuttavia c’è una impressionante carenza di dati disponibili per ciascuna delle specie coinvolte.

Questi i ragionamenti e i dati appena pubblicati su NATURE Ecology & Evolution (“Impacts of wildlife trade on terrestrial biodiversity”) in uno studio che ha preso in esame la letteratura recente e i report della ong TRAFFIC (specialista dell’Asia) per fare il punto sul volume del commercio di mammiferi, uccelli e anfibi, in rampante espansione, che vale 20 miliardi di dollari all’anno.

Va aggiunto che la ricerca non comprende la carne selvatica (bushmeat) cacciata soltanto per la sussistenza, e cioè probabilmente 150 milioni di persone che abitano in comunità rurali nel mondo. Sono stati invece analizzati gli studi che hanno quantificato il bushmeat come pratica finalizzata al profitto, cioè a rivendere la carne per ricavarne denaro. Quel che emerge, tuttavia, è la carenza di informazioni necessarie a capire come e se il wildlife trade possa essere sostenibile sui prossimi decenni, in un Pianeta in rapido cambiamento: “un assessment globale, quantitativo degli impatti del commercio su singole specie e, quindi, la prevalenza e la forza di effetti positivi e negativi è dolorosamente mancante”.

Nel complesso, il declino delle specie selvatiche commercializzate è “del 61.6%, con specie ormai estirpate a livello locale nel 16.4% dei casi”. Benché i mammiferi siano la maggior parte delle specie (il 76% di 145 specie) prese in considerazione, inoltre, “il declino attraversa tutti gli ordini”. E riguarda anche le aree protette. 

Determinante per il destino di una specie di interesse commerciale è la scala spaziale, ossia le ore di viaggio necessarie per catturare un animale e tornare in un contesto urbano che ne permetta la vendita. “Il declino di una specie è tanto più grande quanto più è breve il tragitto verso un centro abitato con più di 5000 abitanti”. Di contro, quando il viaggio supera le 100 ore crolla il rischio che un animale finisca nella rete dei cacciatori. Spedizioni costose e su grandi distanze scoraggiano il consumo locale e i piccoli imprenditori. Ma la scala spaziale dice anche una altra cosa, che le regioni selvagge e remote, il mantenimento dei loro confini, sono un fattore di protezione indispensabile per le faune, che però è sempre più in bilico a causa dell’espansione di infrastrutture e ferrovie: “gli impatti del commercio su scale internazionale scendono rapidamente con l’aumentare della distanza, fino a raggiungere il rischio zero a 5 ore dal primo insediamento”. In Asia, la China’s Belt and Road Initiative (BRI), che collegherà il 62% della popolazione mondiale, potrebbe riscrivere questo scenario molto in fretta: “questa espansione è una minaccia riconosciuta alla biodiversità, perché darà accesso, e quindi potenzialmente ne alimenterà la domanda, a specie che hanno un alto valore per la medicina tradizionale, inclusi l’orso bruno (Ursus arctos) e il leopardo delle nevi (Panthera uncia). 

Gli autori fanno riferimento ad un paper uscito nel 2019 sempre su NATURE (“Belt and Road Initiative may create new supplies for illegal wildlife trade in large carnivores”): “Il progetto della BRI e il suo tributario meridionale, cioè il Corridoio Economico Cina-Pakistan, attraversano habitat fondamentali per i grandi carnivori, che sono specie di alto valore di mercato in Cina e nel Sud Est Asia”. Il rischio non è solo che il traffico illegale prosperi meglio e con maggiore successo, ma anche che “una maggiore domanda possa incoraggiare una transizione da un mercato governato dalla disponibilità di approvvigionamento (supply-driven) ad una domanda regolata dal mercato (market driven), attraverso una conversione del bracconaggio opportunistico in crimine organizzato”. 

Il mercato cinese ha già assorbito, grazie alla forza centripeta della medicina tradizionale, i grandi felini: il giaguaro è l’ultimo arrivato nel traffico di ossa di leoni africani e leopardi e tigri. Alle sottospecie di leopardi asiatici potrebbe ora aggiungersi il Panthera pardus saxicolor, ossia il rarissimo leopardo persiano. 

La questione riguarda evidentemente l’intera biodiversità del Pianeta e la fattibilità di un suo sfruttamento economico entro limiti certi e attendibili. “Non abbiamo usato nel modo corrente i termini sostenibile e insostenibile nel nostro lavoro, perché questo implica l’avere a disposizione una comprensione di come un tale tipo di impatto ha effetti sulle specie nel corso del tempo. E, invece, proprio questa è la più grande preoccupazione riguardo al commercio, non abbiamo abbastanza evidenze per sapere con esattezza se un tale prelievo sia sostenibile”, spiega Oscar Morton, tra gli autori dello studio. “Ci mancano dati su quanti individui di ciascuna specie vengono catturati ogni anno, da quali popolazioni, e non sappiano che cosa accade a quelle popolazioni sui tempi lunghi. Non credo si possa definire l’uso sostenibile un ossimoro, credo piuttosto che ci siano poche prove scientifiche che mostrino che è un commercio sostenibile. Ma dobbiamo comunque accettare che l’assenza di prove è in sé anch’essa una prova”. 

La scala del problema chiama in causa anche l’attuale cornice giuridica all’interno della quale queste specie vengono catturate e vendute legalmente. E cioè CITES.

“CITES prende in considerazione soltanto una porzione del commercio e regola soltanto il commercio legale, ossia il commercio internazionale legale delle specie listate. Di conseguenza, rimane scoperta una vasta area fuori del suo mandato, che corrisponde al commercio illegale, il commercio all’interno di un Paese o il commercio di specie che non sono listate. Concordo sul fatto che CITES è il miglior strumento attualmente disponibile per il commercio internazionale legale, ma di certo non è perfetto e non riesce a comprendere tutto il commercio. Ancora di più rimane da tre per gestire i fattori che regolano la domanda di prodotti derivati da animali selvatici a scopo non alimentare e per capire se la domanda possa essere ridotta in modo efficace”. 

È chiaro che il commercio muove sentimenti profondi nell’opinione pubblica occidentale, soprattutto ora, a causa dell’epidemia da SarsCov2. Ma, secondo Morton, bisogna essere molto cauti nel non favorire una risposta emotiva priva di solido fondamento scientifico: “Vediamo in giro ritratti davvero pessimi del commercio, veicolati da organizzazioni caritatevoli (charities) e qualche volta anche dai media, che tentano di influenzare la politica senza però una robusta base scientifica. Il discorso principale tra questo tipo di impostazioni è di sicuro il biasimo che ha investito la pandemia e gli appelli dell’anno scorso per mettere al bando gli wet market e l’interno commercio della carne in certi Paesi. Questi appelli ignorano che milioni di persone dipendono dal commercio di carne per sbarcare il lunario. Ma ignorano anche la solidità delle prove scientifiche che ci dicono che un divieto di questo genere creerebbe molto probabilmente un mercato illegale ancora peggio regolato”. 

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Il nuovo landscape globale di particolati e microplastica

(le microplastiche si disperdono facilmente nel nostro ambiente. A sinistra, perline per decorazioni tessili abbandonate su una comune strada cittadina; a destra, reticolato in plastica usato per la manutenzione di un giardino pubblico, che si sgretola)

Viviamo ormai immersi in un nuovo landscape fatto di nanoparticelle. Un aerosol di particolati costruiti dall’uomo nei processi industriali che hanno reso il nostro ambiente, non importa se rurale o urbano, un contesto di “esposizione totale” a micro-materiali i cui effetti sugli organismi viventi sono in larga misura sconosciuti. Questo particolato non è composto, infatti, solo dagli scarti di combustione dei combustibili fossili (i cosiddetti Pm), ma ormai anche da microplastiche. “La natura ubiqua delle microplastiche – le particelle plastiche con un diametro inferiore a 5 micron, che includono anche le nanoplastiche con diametro inferiore a 1 micron – nella biosfera globale rende sempre più consistenti le preoccupazioni per le loro implicazioni sulla salute umana”, avverte uno studio di sintesi appena uscito su SCIENCE (Toxicology: Microplastics and Human Health). 

Le microplastiche sono infatti parte della nostra vita quotidiana, per il semplice motivo che “un crescente numero di evidenze suggerisce che l’esposizione diffusa alle microplastiche provenga dal cibo, dall’acqua potabile e dall’aria”. L’acqua contenuta nelle bottiglie di plastica di uso comune ne contiene concentrazioni “tra 0 e  104 particelle/litro”. Una evidenza che era già stata annunciata e denunciata dalla WHO nel 2019. 

Quantità ancora maggiori ci sono nel cibo che è stato a contatto con contenitori di plastica (il propilene è uno dei componenti plastici maggiormente sotto accusa). A causa dei processi infiammatori innescati dalle particelle plastiche all’interno delle cellule dei tessuti umani, è stata individuata una correlazione con patologie ai polmoni, come fribosi e stati allergici, nei lavoratori del settore tessile, che toccano e lavorano grandi quantità di fibre sintetiche. Queste persone sono “esposte ad una polvere di fibre di plastica”. 

Ma la nube tossica è moto più insidiosa e, invisibile, non coinvolge soltanto categorie di operai a bassa paga nelle industrie del fast fashion, il cui compito è vestire una popolazione umana in continua espansione demografica. “Le particelle di plastica sono una componente rilevante della polvere sottile che, ad esempio, ha un tasso di deposizione nel centro di Londra che si assesta tra 575 e 1008 microplastiche per metro quadrato al giorno”, riferisce questo report di SCIENCE. 

Una constatazione inquietante, che va ad assommarsi a studi anch’essi recenti, pubblicati lo scorso giugno, sull’ovest americano, negli Stati Uniti, in cui un vero e proprio vento denso di microplastiche deposita su 11 remoti parchi nazionali considerati “pure wilderness”, che includono il Grand Canyon e lo Joshua Tree National Park, qualcosa come 1000 tonnellate di plastica microscopica ogni anno.  “Fino a un quarto dei micro pezzi di plastica – che provengono da tappeti, abbigliamento e anche vernice in spray – può finire nelle tempeste che passano sopra le città, mentre il resto viene probabilmente da località ancora più lontane. I risultati, che per per la prima volta considerano separatamente l’origine geografica, si aggiungono alla montante evidenza che questo tipo di inquinamento da microplastica è ormai globale e comune. Abbiamo creato qualcosa che non se ne andrà, sostiene Janice Brahaney, la bio-geo-chimica della Utah State University che ha condotto lo studio. Adesso sta circolando attorno al mondo”.  Ogni giorno arrivano su ogni metro quadrato di terre selvagge 132 pezzi di microplastica. A fine anno si arriva alla cifra simbolo equivalente di 300 milioni di bottigliette di acqua in plastica. Si ritiene che una situazione analoga affligga i Pirenei e l’Artico.  

Un altro problema, correlato a questo, è il fumo tossico ricco di plastica, contaminanti chimici e agenti patogeni (microbi) che si sprigiona in regioni con mega-incendi divenuti ormai parte dei pattern climatici locali, come in California e in Australia a partire dal 2019. 

Essendo le plastiche materiali relativamente recenti non esistono ancora studi abbastanza approfonditi, e cioè fissati su serie abbastanza lunghe di dati, da fornirci un quadro epidemiologico preciso e nitido sui loro effetti bio-tossici. Per ora sappiamo che le microplastiche possono oltrepassare la barriera placentare ed essere metabolizzate fino a finire nelle feci di animali ed esseri umani. Secondo gli autori, è molto utile un confronto con i particolati da combustione perché queste due tipologie di nano-materiali presentano “somiglianze fisico-chimiche, come ad esempio una bassa solubilità, una alta persistenza, un ampio spettro di misure e una natura chimica complessa. Le particelle piccole (meno di 2.5 micron), come quelle da combustione di benzina diesel, sono capaci di superare la membrana cellulare e di innescare stress ossidativo e infiammazione e sono state associate a un rischio maggiore di morte per malattie cardiovascolari e patologie respiratorie, come il cancro del polmone”. È indispensabile potenziale dunque al massimo la ricerca scientifica orientata a capire “l’abilità delle microplastiche a varcare la barriera epiteliale delle vie aeree, il tratto gastrointestinale, e anche la pelle”. 

I rischi globali coinvolgono, in maniera preoccupante visti i tempi, anche le acque oceaniche. Le microplastiche, infatti, possono agire come “vettori di tossicità micro-biologica”, ossia come trasportatori di batteri opportunistici e potenzialmente patogeni che si attaccano sulla superficie plastica in galleggiamento formando un film (il cosiddetto “biocorona”) e viaggiando così ovunque.

Come per una infinità di altre questioni ambientali, anche sulle microplastiche la verità è che abbiamo a che fare con un problema che ci è già ampiamente sfuggito di mano. L’inerzia globale sulla messa al bando di quanta più plastica possibile con investimenti shock sulle bioplastiche rende molto arduo, ad oggi, pensare ad un inquadramento adeguato di questo inquinamento tanto più subdolo quanto più invisibile. Per ora. 

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I limiti di un mondo migliore

Fin dove possiamo spingerci per immaginare un mondo migliore? Un mondo più equo, con meno diseguaglianze sociali, un mondo migliore con una economia migliore, e cioè finalizzata a usare in modo sensato e razionale le risorse biologiche del Pianeta. Un mondo, insomma, in cui la causa delle persone sia la causa di animali e piante e non una esclusione preterintenzionale degli uni o degli altri. Domanda tutt’altro che scontata, soprattutto ora che, nel nostro Paese, l’intera macchina propagandistica dei partiti consolidati, e dei grandi media, è impegnata a farci credere che un nuovo governo inaugurerà una nuova stagione, una stagione che in molti aspettavano da troppo tempo. La cosiddetta “transizione ecologica”. 

L’aspirazione alla giustizia non è mai un movente innocuo per le azioni umane, per il semplice motivo che, non di rado, il suo radicalismo intrinseco spinge a spostare l’asse dell’attivismo civile su quello della violenza e del sovvertimento a mano armata. Un eccessivo altruismo, con motivazioni analoghe, può diventare una forma di autodistruzione. Nella serie BBC con Idris Elba, Luther, il protagonista, il detective John Luther, è un devoto altruista che pur di fare il bene a qualunque costo (“whatever it takes”) stringe una liason perversa con una criminale di prima qualità, Alice. Da perfetta serial killer, Alice conosce molto bene le ambiguità del cuore umano. “Ha fatto più vittime il tuo altruismo della mia vena omicida”, dice a un estenuato detective Luther. Ed era numericamente vero. 

Nel tentativo di accordare la realtà dei fatti ai nostri desideri di un mondo migliore si può scivolare nella condizione mentale di distorcere le evidenze per adattarle alle presunte necessità non più prorogabili. Non c’è dubbio che serva una transizione ecologica, ma non è detto che affidarla alle mani di un banchiere e di una coalizione di capitalisti spinti sia una scorciatoia, un acceleratore di eventi storici, insomma una svolta, in velocità e qualità. 

E questo perché le trappole della speranza troppo spesso coincidono con le insidie dell’utopia, e con le astuzie della propaganda. Immaginare a tutti i costi un mondo migliore può avere un effetto opposto a quello desiderato. 

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Società incompetenti eleggono governi incompetenti

Accade di rado che in una sola settimana si sommino avvenimenti e ricorrenze che danno la misura di una intera epoca. Possiamo dire di esserne appena stati testimoni. Il 27 gennaio i media mainstream hanno tentato di infondere nuova vita nella rimembranza del genocidio nazista durante la Seconda Guerra Mondiale; il 2 febbraio Mario Draghi è stato chiamato a formare un nuovo Governo in conseguenza di ciò che, con fine intuito e intelligenza, Lucia Annunziata ha definito “il default della politica” e della comunità civile italiana; e, sempre il 2 febbraio, il Governo inglese ha reso pubblica la Dasgupta Review, ossia un Rapporto di 600 pagine sul posto della biodiversità nella economia della civiltà globale del XXI secolo. Il filo rosso che collega questi post-it cronologici sulle nostre agende è la pazzesca e clamorosa sottovalutazione del passaggio storico inaugurato dall’esplosione dell’epidemia un anno fa. 

Non riusciamo ad essere consapevoli di ciò che accade attorno a noi. Da parecchio ormai.

Convinti di abitare società ed economie dotate di una perfezione intrinseca, garantita da sistemi democratici in buona salute, usiamo infatti la memoria di un passato neanche troppo lontano (il periodo tra il 1933 e il 1945) per rafforzare i nostri pregiudizi sulla giustezza e resilienza della civiltà umana, e di quella occidentale in particolare. Il  27 gennaio è diventato un giorno di autocompiacimento collettivo, che anziché stimolare la riflessione storica ne fa mercimonio, con l’obiettivo propagandistico di svilire e snellire sempre più robustamente proprio quella capacità di analisi storica di cui c’è enorme bisogno in campo politico. 

Del resto, un’altra data fresca di calendario, il 6 gennaio, aveva tentato di dirci qualcosa di aggiornato sullo stato reale delle cose. Per definire il pericolo di una insurrezione armata di suprematisti bianchi, i giornali americani hanno pubblicato, e talvolta ripubblicato, lunghi essay ed interviste ad un eminente storico, il professor Timothy Snyder di Yale. Ebbene, Snyder è uno storico del nazismo. Il motivo per cui Snyder ha dimostrato di essere autorevole, a partire dal 2017, nell’analizzare il trumpismo, non è solo la sua familiarità con le dinamiche della propaganda politica, l’implosione del parlamentarismo e la malleabilità delle ideologie razziste in periodi di crisi sociale. Snyder è un umanista di enorme cultura, che discute degli schemi ricorrenti nell’agire storico, con una particolare attenzione agli schemi culturali. E lo schema su cui ha scritto con più fervore negli ultimi 4 anni è la dimensione collettiva della verità in questo nostro XXI secolo. Il nostro atteggiamento verso la catastrofe ecologica non solo svela la nostra somiglianza con i simpatizzanti di Trump, ma rivela anche la poco confortante familiarità con il modo di pensare degli europei di nazionalità tedesca che scelsero Hitler. Siamo, oggi come allora, completamente in balia di un “reality shift”, che rende l’assunzione di principio del Gruppo di Stanford – “numbers don’t lie”, i numeri non mentono – socialmente disattivato. 

L’incompetenza politica coincide infatti, non c’è dubbio, con l’incompetenza sociale. Se guardiamo all’Italia, il 2 febbraio esprime con la massima forza un fallimento sociale condiviso. Pessimi cittadini si danno pessimi governanti. Perché non li sanno scegliere. E non li sanno scegliere perché hanno scarsa intimità con la brutalità degli eventi, in cui vagano a tentoni.  

Secondo il professor Snyder, “essere un cittadino significa essere coinvolto nel mondo, con le altre persone e anche con la verità. Ti sottometti alla tirannia quando rinunci alla differenza tra ciò che vuoi sentirti dire e ciò che effettivamente è (…) la post-verità è l’anticamera del fascismo (“pre-fascism”), ossia: abbandonare i fatti equivale ad abbandonare la libertà”. 

L’analisi di Snyder è centrata sulla responsabilità di vivere consapevolmente una vita da cittadino, ben piantata nei fatti e non nei desideri o nelle narrative rassicuranti: “la storia conta, è dalla storia già consumatasi che dobbiamo partire e non dai miti confortanti ed elusivi che magari ci siamo formati sul passato. Una politica della inevitabilità è una idea ampiamente diffusa negli Stati Uniti sin dal 1989. Secondo questa visione delle cose il passato è disordinato, violento e caotico, ma siamo inesorabilmente in cammino verso un mondo più libero, più sicuro e più progressista. Ci sarà più globalizzazione, più vita, più prosperità, più democrazia. Ma tutto questo è semplicemente non vero. Nessuna grande narrativa o storia grandiosa di questo tipo è mai vera, e il fatto che ciò nonostante queste narrative abbiano un potere di accecamento pone esattamente il tipo di pericolo molto reale che torni il genere di cose che, si dice, non potranno più accadere”. È evidente che la certezza di un miglioramento continuo ormai scritto nel destino non può arrivare a concepire la gravità della crisi ecologica. Non solo la ignora. La considera proprio impossibile. Questa disposizione spirituale delle società occidentali, non solo americana, è stata spericolatamente sottovalutata dai movimenti ambientalisti tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. 

Una visione politica di questo tipo è molto pericolosa, quando una società civile attraversa una catastrofe ecologica. Come ad esempio una epidemia da zoonosi. Sotto la cappa protettiva della politica della inevitabilità, la crisi di governo, proprio perché è così dannatamente grave, non può perdere tempo con valutazioni di sistema su clima, biodiversità ed estinzione. L’epidemia è un interludio, un intermezzo, una parentesi. Risolverla con successo ci servirà per confermare che disponiamo dei mezzi e dei poteri per rimanere in controllo della situazione. Il mito del progresso è ancora oggi un cemento a presa rapida nell’opera di costruzione del consenso sul mantenimento dello status quo. 

Questo modo di pensare non è alieno al fascismo, come spiega Snyder: “siamo in una relazione di lungo periodo con il disastro. La  domanda è se ne usciremo in tempo. Direi che ci sono due passaggi da considerare qui. L’intera idea sui fatti alternativi e la post-fattualità, con cui ci confrontiamo oggi, è abbastanza familiare agli anni Venti del Novecento. È una visione molto simile alla premessa centrale della visione fascista. Questo è molto importante, perché senza una adesione ai fatti viene meno il ruolo della legge. E rimosso il ruolo della legge non esiste più la democrazia”.

Il downplaying compiaciuto del disastro ecologico tratta le evidenze scientifiche alla maniera fascista. Le ignora, perché alla realtà preferisce sostituire una narrativa rassicurante e deresponsabilizzante. Snyder: “quando la gente vuole farla finita con la democrazia e la legge lo fa perché viene proposta una visione alternativa. La quotidianità è noiosa, si dice. Dimenticati dei fatti. Gli esperti sono noiosi. Aderiamo invece ad un mondo fittizio, ma decisamente più attraente”. Ma quando un individuo cede nell’impegno a capire che cosa accade attorno a lui “si apre la strada per il grande sogno e per la fine della libertà nel suo significato più pieno. I sociologi sostengono che la fede (belief) nella verità è il fondamento dell’autorità. Senza questa fiducia, senza rispetto per i giornalisti e per i politici, una società non può stare in piedi. Nessuno si fida di nessuno, e la società rimane aperta al risentimento e alla propaganda, e di certo anche ai demagoghi”. 

Nella voragine di una società civile che non è più tale la pragmatica del disastro ecologico cade nel silenzio, pur contenendo essa stessa forti stimoli politici. Così è andata il 2 febbraio anche con la Dasgupta Review – The Economics of Biodiversity, commissionata nel marzo 2019 dal Ministero delle Finanze e del Tesoro del Governo Inglese e condotta da Sir Partha Dasgupta, accademico di Stanford e Cambridge. Dasgupta è un luminare di economia della povertà e della nutrizione, di economia ambientale e di economia della conoscenza. La Dasgupta Review ha lo stesso peso specifico del fu Rapporto Stern sui cambiamenti climatici del 2006. Anche questa Review, infatti, aveva lo scopo di definire i benefici economici della protezione della biodiversità in funzione del danno già inflitto al Pianeta e dei rischi di un peggioramento. La Review, infine, avrebbe dovuto essere presentata al Summit di Kunming, in Cina, fissato ad ottobre 2020 e saltato a causa della pandemia. A prescindere quindi da valutazioni nel merito (voci di critica e dissenso non sono mancate, martedì scorso, neppure nel mondo ambientalista) la Dasgupta Review mette in chiaro, così come già era accaduto per il cambiamento climatico, che non può esistere economia senza biodiversità. 

Jason Hickel, ad esempio, economista e antropologo di fama esperto di diseguaglianze sociali ed ecologia, vicino ad Extinction Rebellion, ha espresso molte perplessità, sostenendo che la Review non riesce a liberarsi dello schema ideologico “pagare per proteggere la natura”, che contiene una impostazione ultra liberale suicida.

Kate Rawort dello Environmental Change Institute di Oxford ha pesantemente criticato David Attenbourough, che è parso entusiasta di un approccio giudicato squisitamente economico: 

Di fatto, la Review ruota attorno ad una valutazione nient’affatto scontata della biodiversità come patrimonio esistenziale dell’umanità e solo per questo di valore economico. Non è tutto quello che ci saremmo aspettati, ma è nella sostanza un programma politico che dovrebbe figurare nei talk show sulla consultazioni del Governo Draghi. 

I principi di fondo della Review possono essere considerati come la vera svolta nel modo in cui la attuale governance mondiale sulla biodiversità definisce i problemi del XXI secolo, una svolta che è cominciata con il Rapporto IPBES del 2019. Questi principi devono ora entrare anche nell’agenda politica delle nazioni occidentali e dell’Unione Europea: “Mentre la maggior parte dei modelli economici basati sulla crescita e lo sviluppo riconoscono che la natura è capace soltanto di produrre un flusso finito di beni e di servizi, il focus della Review è stato orientato a mostrare che il progresso tecnologico può, almeno di principio, superare questo limite di esaurimento. Ma immaginare questo scenario equivale, in definitiva, a considerare l’umanità come esterna alla Natura.

La soluzione comincia, invece, con il comprendere e con l’accettare una semplice verità: le nostre economie sono cooptate dalla natura (embedded) e non esterne ad essa”. 

Il cambiamento “trasformativo” di cui stiamo parlando, termine questo già impiegato dall’IPBES, richiede “il livello di ambizione, coordinazione e volontà politica del Piano Marshall, e forse anche di più”. La World Bank, qualche giorno fa, ha pubblicato i dati sulla povertà globale dopo il primo anno della pandemia: nel 2020 sono scivolate nella povertà estrema tra gli 88 e i 115 milioni di persone; tra i 119 e i 124 milioni di persone sono diventate, invece, povere. Gli indicatori convergono nel disegnare uno scenario internazionale che, se pur con macro-differenze enormi, mostra l’inarrestabile disintegrazione della fisiologia occupazionale a capitalismo avanzato. E quindi l’urgenza di un Piano Marshall, non solo in Europa, ma senz’altro anche in Europa. 

Se la biodiversità produce economia, nel senso che, per mantenersi, le forme di vita elaborano, processano e metabolizzano le risorse organiche e naturali a loro disposizione, allora il capitale umano, la natura stessa e la cultura della nostra specie sono “asset”, ossia valori contabilizzabili su scale di misurazione qualitativamente differenti, che però concorrono a costruire, tutte insieme, il patrimonio biologico. 

Data questa realtà di fondo, la Review puntualizza che biodiversità significa diversità biologica e cioè ricchezza di forme di vita e biomi: “la biodiversità rende la natura produttiva, resiliente e adattabile. Proprio come la diversificazione degli asset in un portfolio finanziario riduce il rischio e il margine di incertezza, nello stesso modo un portfolio di asset naturali aumenta la resilienza della natura agli shock, riducendo il rischio di perdere i servizi forniti dalla natura. Ridurre la biodiversità mette quindi in sofferenza l’umanità”. Questo vuol dire preservare la funzionalità di un ecosistema, ossia il numero di specie vegetali e animali che lo popolano e quindi la capacità di questo stesso ecosistema di “rispondere” al rischio, ad esempio allo stress climatico. 

Un punto molto importante della Review è la valutazione complessiva sulle responsabilità di ciascuno di noi, in quanto soggetti politici delle società civili che negli ultimi 30 anni non hanno prodotto un cambio di passo nell’economia e nella cultura. “Abbiamo fallito collettivamente nell’amministrare il nostro portfolio di asset globali in modo sostenibile. Le stime mostrano che tra il 1992 e il 2014 il capitale prodotto pro capite è raddoppiato e il capitale umano pro capite è cresciuto del 13%, ma lo stock di capitale naturale a disposizione di ciascuno è declinato di quasi il 40%”. Questo è accaduto perché abbiamo avvalorato un sistema economico e finanziario in cui “il valore reale dei vari beni e dei servizi forniti dalla natura non è rispecchiato nei prezzi di mercato”. 

Questa “distorsione” è stata politica nella misura in cui è stata appannaggio di governi e istituzioni regolarmente eletti: “questo non è solo un fallimento dei mercati: è un ben più esteso fallimento istituzionale. Molte delle nostre istituzioni si sono dimostrare inadeguate (unfit) a gestire le esternalità (le esternalità sono i veri costi, occulti, dello sfruttamento di una risorsa come gli stock ittici, il legname delle foreste, i minerali, NDR). Quasi dappertutto i governi peggiorano il problema pagando gente più per distruggere la natura che per proteggerla e per mettere in cima alle priorità attività economicamente insostenibili. Una stima conservativa dell’ammontare complessivo, su scala globale, dei sussidi che danneggiano la natura è dell’ordine dei 4-6 trilioni di dollari americani all’anno. Non disponiamo degli strumenti istituzionali per proteggere i beni pubblici, come gli oceani e le foreste tropicali umide del mondo”.

Un programma politico coerente con il XXI secolo deve quindi essere consapevole che “non possiamo fare affidamento solo sulla tecnologia: gli schemi di consumo e di produzione dovranno essere fondamentalmente ristrutturati”.

Primo: “far entrare la natura nei processi decisionali economici e finanziari alla stessa stregua di edilizia, macchine, strade” e quindi “modificare il modo in cui misuriamo il successo economico. Il Prodotto Interno Lordo non include gli asset ambientali e va riformato. 

Secondo: la ricchezza deve essere valutata in base alla sua capacità di tener conto degli asset naturali e quindi del suo impatto, positivo o negativo, sulle prossime generazioni e il loro benessere. 

Terzo: ristrutturare i meccanismi di finanziamento della protezione della natura selvaggia, un punto che era già stato discusso l’estate scorsa, in altra sede, da un team di ecologi che lavorano in Africa (Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa). “Ci sono due grandi tipologie di casi da esaminare. Per quegli ecosistemi (biomi, nello specifico) che si trovano all’interno di confini nazionali (ad esempio le foreste tropicali), dovrebbe essere esplorato un sistema di pagamento per la protezione alle nazioni che posseggono questi biomi.  Invece, per gli ecosistemi che sono al di fuori dei confini nazionali (ad esempio gli oceani al di fuori di zone esclusivamente economiche) bisognerebbe instituire tasse o formule di usufrutto (rent) per il loro uso (traffico oceanico su nave o attività di pesca) e proibirne l’uso in aree ecologicamente sensibili”. Il flusso di revenue così generato potrebbe sostenere la governance internazionale e generare un circolo virtuoso di ulteriori finanziamenti. 

E infine: spingere su una riduzione della popolazione mondiale attraverso campagne vastissime di uso di anticoncezionali che “accelerino la transizione demografica”. Finora, questi programmi sono stati sotto-finanziati.

È intuitivo che per mettere in piedi governi di tale caratura serve un elettorato consapevole. Un elettorato, appunto, competente. Una economia moderna ( e cioè coerente con la sua epoca) non dipende solo da una biodiversità ormai compromessa, che quindi non può essere esclusa dai giochi. Dipende anche dalla cultura di coloro che scelgono a chi affidare la gestione del disastro.

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Non sono né una santa né una eroina

Qualche tempo fa ho visto The End of Justice con Denzel Washington e Colin Farrell. Quello che nei primi venti minuti sembrava un film, il solito, sui diritti civili dei neri negli Stati Uniti, si è poi rivelato, con convinzione, tutt’altro. Questo è un film che sputtana l’atteggiamento comune di ammirazione (a parole) per i buoni, i pii, i giusti, gli integerrimi. Insomma, tutti coloro che si battono per una buona causa, in genere senza guadagnarci un accidenti.

Los Angeles, California. Roman J. Israel (Denzel Washington) è un geniale penalista e civilista che da decenni prepara le cause del titolare dello studio che gli dà uno stipendio. Non ha mai dibattuto un solo caso in aula, benché sappia il Codice a memoria e possa sbugiardare a braccio qualunque violazione dei diritti civili, ogni sorta di diseguaglianza sociale e di iniquità di Stato. Vive in una topaia in un quartiere povero, ma si sente un uomo di valore perché non ha mai smesso di militare per i neri, affidando l’intera sua esistenza alla causa razziale. Quando però il titolare dello Studio ha un infarto il liquidatore dei conti, il giovane e rampante avvocato George Pierce (Colin Farrell) capisce al volo che Roman è un asso e lo assume con uno stipendio favoloso. Lo squalo in completo Armani è l’unico ad aver davvero scommesso sul talento di un sessantenne in abiti stazzonati, eloquio da Padri Fondatori e una povertà evidente.

E qui cambia tutto. Roman capisce il difetto deformante della sua militanza. Non gli basta più ascoltare le lodi dei vari movimenti liberal che gli dicono “tu sei una fonte di ispirazione”. “Il mondo è pieno di cose meravigliose”, ammette con se stesso, quando finalmente può comprarsi dei vestiti eleganti, delle scarpe italiane, pranzare con anatra arrosto e lasciare l’appartamento-topaia per un appartamento con vetrata sulla città. Essere dalla parte della giustizia non gli aveva portato nulla di buono: era solo diventato sempre più povero lui stesso, la vita gli era scivolata tra le mani mentre cercava di raddrizzare il mondo, e alla prova dei fatti il sant’uomo che lo aveva tenuto a contratto per decenni, in nome di ideali altissimi e nobilissimi, non sapeva che farsene del suo talento. Chiacchiere, e basta. Pierce invece ci aveva impiegato 10 secondi per dargli l’occasione che meritava.

Nessuno degli amici “attivisti” capiva la svolta di Roman. Ma come, non gli bastata più sapere di essere dalla parte giusta?

Sento spesso invocare, quasi in termini religiosi, una analoga “nobiltà degli ideali” quando cerco di spiegare alla gente che incontro che questo magazine è indipendente. Va bene l’etica, ma etica non vuol dire “gratis per passione”. L’etica autentica si nutre di azione. Nel 2020 avete letto qui un totale di 80mila parole. La media di un pezzo (breve) è di 1200 parole, quando là fuori ci si ferma (quotidiani compresi) a 500 parole. Non mi sento una eroina, o una santa. Mi sento e sono una imprenditrice. 

Per questo ringrazio chi l’anno scorso ha pagato una donazione, dimostrando coraggio e accordandomi una fiducia di cui sono fiera. 

Sono certa che voi avreste agito come Colin Farrell.

E che avreste capito la gioia di Roman quando può finalmente camminare sulla spiaggia, davanti all’oceano, senza preoccuparsi dei conti a fine mese. 

Per questo vi chiedo di sostenere con una donazione invernale Tracking Extinction. A noi non interessano le pacche sulla spalle, i sorrisetti complici e le sviolinate fine a se stesse. La viltà un po’ ipocrita, insomma, di chi predica bene e poi non muove dito. A me e a voi piacciono i fatti, almeno è così che vi conosco io.

Noi andiamo fino in fondo. 

Grazie a tutti e buon fine settimana !

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Il Gruppo di Stanford ammonisce a smetterla con la post verità nella scienza dell’estinzione

La scienza dell’estinzione si è finalmente rivolta, faccia a faccia, al grande pubblico. È questo il senso dell’appello firmato la scorsa settimana dai migliori ecologi del mondo su FRONTIERS (“Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) e di cui abbiamo già parlato. Basta trasformismi psicologici, autoinganni romantici, devolution e deregulation di responsabilità. E soprattutto basta con la post-verità applicata alla contemporanea condizione del nostro Pianeta nel secondo anno della pandemia. 

Perché Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future dice infatti ciò che qui abbiamo ripetuto centinaia di volte durante il primo anno della pandemia: la catastrofe ecologica è una condizione esistenziale collettiva, le cui soluzioni (faticosissime e ipotetiche) richiedono sacrifici drastici da conteggiare sull’intero apparato mentale e materiale della nostra idea di vita. Demografia fuori controllo, consumismo spietato, stili alimentari gourmet sempre e comunque sono tutti vizi di cui soffriamo indistintamente, e che di fatto non ci siamo mai potuti permettere.

Ma l’indifferenza e l’ignavia di massa di fronte a questo disastro, che continuiamo a non voler vedere, ha le medesime radici della nostra affiliazione intima con la post-verità, quel costrutto di invenzioni manipolatorie auto-assolutorie che negli ultimi 5 anni ha funzionato a pieno regime nell’arena politica. Ma che lavora nel tessuto interstiziale stesso della nostra civiltà globale. Lo ha spiegato lo storico di Yale ( e fellow del viennese Institut fuer die Wissenschaften von Menschen) Timothy Snyder in un saggio must-read sul trumpismo, pubblicato il 9 gennaio su NyTimes: “Quando noi cediamo sulla verità, concediamo potere a coloro che sono dotati di sufficiente ricchezza e carisma per creare, al suo posto, il puro spettacolo. In assenza di un accordo condiviso su alcuni fatti fondamentali, i cittadini non possono formare il corpo della società civile, che consentirebbe loro di difendersi. Se poi perdiamo anche le istituzioni che producono fatti che hanno attinenza con le nostre vite, allora tendiamo ad indulgere in astrazioni astratte e nella finzione”. 

È questa la situazione umana che il gruppo di Stanford, allargato stavolta a colleghi del curriculum altrettanto brillante come William Ripple, un esperto di grandi carnivori e di meta-popolazioni, ha denunciato con l’appello pubblicato da FRONTIERS. La nostra post-verità è insistere nel considerare i dati scientifici come esagerazioni degli ambientalisti, scenari di là da venire, astrazioni ipotetiche non del tutto credibili. Atteggiamento mentale nutrito da una stampa compiacente, di destra e di sinistra, che inocula nell’opinione pubblica seducenti pillole zuccherate sui miracoli della transizione energetica, delle crocchette vegane e della circular economy. Dire una mezza verità serve a disinnescare la verità, a rafforzare il consenso nei confronti dei partiti conservatori e delle élite, a scoraggiare la nascita di un dissenso prima di tutto interiore e psicologico. 

Ed è per questo che credo valga la pena riprendere l’argomento proposto dal Gruppo di Stanford. 

Paul Ehrlich ha segnalato su Twitter una lunga intervista sulla piattaforme indipendente POLITIKAPOLITIKA.COM rilasciata dal suo collega, anche lui autore cofirmatario del paper, Dan Blumstein, del dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva della UCLA. 

Ecco alcune delle riflessioni di Blumstein, che, non fa male ripeterlo, hanno un valore politico, che si ripercuote sulla tenuta delle nostre democrazie e sul modo in cui le nostre società esauste e impoverite reggeranno l’urto nei prossimi decenni. 

“La maggior parte di noi – gli autori del paper – sono scienziati della biodiversità. Ci siamo resi conto che ci sono parecchie cose che vanno nella direzione sbagliata. C’è un movimento consistente nel mondo della conservazione e della scienza sul campo, e anche nella sostenibilità, che incoraggia le persone a dire, le cose vanno male, ma possiamo fare qualcosa. Mi dispiace, ma diventare vegetariano non risolverà questo problema. Dovremmo tutti mangiare meno carne. Volare di meno non risolverà il problema, Dovremmo tutti volare di meno, fino a che non avremo a disposizione delle alternative.  Le cose che ci fanno sentire bene, su cui abbiamo un controllo personale, non potranno risolvere l’enormità del problema. Dobbiamo ammettere che questa è una crisi esistenziale. Questo paper è partito come uno studio piuttosto diverso dal solito, perché ha enfatizzato la reticenza scientifica. Per dirla altrimenti, la casa sta bruciando. Possiamo  anche stare a guardare, ma la casa brucia lo stesso”. 

“Possono anche dirci che siamo degli spacciatori di paura, ma possiamo anche dirla in un altro modo: è questa o no, la realtà che abbiamo davanti? Citiamo 150 studi che documentano in una varietà di ambiti le sfide che fronteggiamo. Questo è spacciare paura? Per come la vedo io questo paper dice come stanno le cose, i fatti. Fate ciò che volere con i fatti. Ma questi sono i fatti. Anche se incutono paura”. 

“Mangiamo una infinità di specie selvatiche e il COVID è niente in confronto a ciò che è possibile. I film apocalittici in cui si vede la trasmissione aerea del virus – che il COVID possiede e in cui potrebbe anche migliorare, che per ora non è così buona. Ebbene, ci sono virus ancora più letali. Il COVID non è fatale tanto quanto potrebbero esserlo le pandemie del futuro. Personalmente credo che il COVID sia una goccia nell’oceano per la minaccia pandemica che sta sopra le nostre teste. La minaccia pandemica è in cima alla lista dei killer di intere civiltà. Credo che stiamo dimostrando un bel po’ di hybris a credere che viviamo ormai oltre le malattie. Esaminando la storia, le malattie sono state un vasto regolatore della popolazione. Non mi auguro certo che tutti muoiano sulla Terra per via di una malattia. Vorrei, però, che la popolazione umana diminuisse grazie ad una maggiore valorizzazione delle donne con l’educazione e il controllo delle nascite”. 

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Come avrai visto, Tracking Extinction è l’unico magazine che ha dedicato così tanto spazio e approfondimento all’appello di Stanford. Il lavoro giornalistico non è mai gratuito, anche quando risponde ad una forte motivazione etica. Tienine conto, considera la possibilità di sostenere questo magazine.

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La scuola e il suo insoddisfacente principio di realtà

Ragazzini berlinesi nell’estate del 1945

La scuola non è sempre indispensabile. E non lo è soprattutto in tempi di crisi biologica. Il conato volontaristico degli studenti che pretendono di tornare in aula a qualunque costo non esprime nulla se non la totale incomprensione, da parte loro, della situazione storica in cui si trovano. Questi studenti, che, intervistati, commettono crassi e insopportabili errori di grammatica e sintassi, soffrono non solo di un insufficiente principio di realtà. Patiscono anche le distorsioni di un insoddisfacente principio di realtà.

Per quanto auspicabile, frequentare la scuola non è sempre possibile. Ci sono situazioni straordinarie in cui le lezioni non possono tenersi a causa, ad esempio, della guerra. Si va avanti fin tanto che i bombardamenti lo permettono, e poi ci si rassegna. E si sopporta, con il cuore gonfio di angoscia. Diventa indispensabile attingere ad altre fonti di apprendimento, e di sopravvivenza. Si impara a fare una minestra di patate, si impara a spalare le macerie, si impara a cercare, giù nel profondo, qualche pensiero di resistenza e di pace che tenga vivo l’essere umano. Ma, da un anno, è entrato nel novero delle situazioni straordinarie un tipo di conflitto totale che gli studenti non sono stati educati a considerare, meditare e contemplare. Ossia la pandemia, che è l’ultimo, raccapricciante sintomo della crisi biologica globale, che è solo un altro nome con cui descrivere l’Antropocene. 

Durante una pandemia le regole del comune sentire saltano. E non perché c’è il lockdown o sono chiusi i ristoranti. Le certezze si sbriciolano perché è improvvisamente chiaro che sono inutili, insulse e insufficienti. Ci siamo svegliati dal sonno del giusto, ci siamo accorti che sul Pianeta accade qualcosa e nessuno, ahimè, lo aveva detto agli studenti. Non lo hanno fatto i genitori, non lo hanno fatto gli insegnanti e non lo ha fatto neppure la politica. 

Ecco da dove viene fuori, allora, quella notevole e inedita forma di paralisi emotiva che io chiamo “insoddisfacente principio di realtà”. La realtà si rivela molto più dura di quanto prospettato dai mercanti di sogni (influencer, politici, profeti della crescita). E di fronte a questo dismagamento la coscienza drogata da aspettative madornali e immotivate non reagisce con un esame delle cose finalmente realistico, no; la coscienza si rivolta contro se stessa e continua a pretendere, a chiedere, a invocare. Non siamo noi comuni mortali a doverci adeguare alla realtà, è la realtà del XXI secolo che non si confà ai nostri desideri. Non ci soddisfa. 

Joachim Fest, il valente storico tedesco del Nazismo, era un ragazzo durante gli anni del consolidamento del potere di Hitler. Viveva a Berlino, con genitori che non hanno mai preso la tessera del partito. Nel suo libro La disfatta svolge una riflessione di sensazionale spessore sulle motivazioni della gente comune a lasciarsi scivolare nella dittatura: “le adesioni che Hitler e il suo movimento registrarono furono, più di ogni altra cosa, uno scriteriato e precipitoso modo di prendere le distanze dall’infelice Repubblica di Weimar, dallo Stato ‘con il berretto da pagliaccio’, come lo definì uno dei suoi disperati difensori: spintonato dall’esterno e, all’interno, oggetto delle irrisioni di troppi avversari uniti solo dal disprezzo e dall’odio per le istituzioni esistenti. Questo è uno dei fattori che hanno impedito di capire la profonda cesura morale che molti odierni osservatori, conoscendo i successivi orrori del regime, colgono nell’anno 1933. I contemporanei non la percepirono se non raramente. Ma per una precisa comprensione degli avvenimenti va anche considerato che quasi nessuno di coloro che vissero quei momenti aveva un concetto anche solo approssimativamente chiaro e preciso della dittatura totalitaria che si stava profilando”. 

Ecco, il punto è esattamente questo. Se si comprende per bene in quale diavolo di situazione ci si trova, quanto meno si rimane sbigottiti e impotenti e immobili. Ma se il quadro complessivo delle cose sfugge, si mettono in atto comportamenti inadeguati e assopiti. 

L’insoddisfacente principio di realtà è una caratteristica storica dell’Antropocene. Ci siamo abituati a vivacchiare ossequiando i nostri desideri inconsci (sicurezza, comfort, accesso illimitato all risorse biologiche), perdendo completamente di vista le origini della nostra realtà storica attuale. 

Concentrandosi sui suoi effetti politici, l’insoddisfacente principio di realtà lo aveva analizzato con la consueta maestria nel 2017 – riprendendolo il 20 gennaio scorso in prima pagina –  Ta Nehisi Coates, su THE ATLANTIC. Ta Nehisi decripta il fenomeno Trump (il titolo del pezzo era The first White President), che contiene un evidente “reality drift”, una deriva della realtà e dalla realtà. La presa di distanza dalla realtà è da sempre uno strumento di affermazione politica, quando cade nelle giuste mani: “Nelle ultime due settimane mi sono trovato a pensare al libro di storia medievale di Barbara Tuchman, a Distant Mirror. Il libro è un capolavoro di una lettura storica anti-romantica, di uno sguardo freddo su come generazioni di aristocratici e di loro fedeli scatenarono le guerre più lunghe mai registrate nella storia umana, tutte sotto la pretesa del volere divino.  La perversione comincia presto. Nella sua introduzione, la Tuchman esamina l’ideale cavalleresco e scopre che, sotto la poesia e il codice d’onore, c’era poco più che mito e delusione. I cavalieri medievali ‘si supponeva che, in linea teorica, difendessero la fede, fossero i sostenitori della giustizia e i campioni degli oppressi’, scrive Tuchman. ‘Di fatto, erano loro stessi gli oppressori e, a partire dal XIV secolo, la violenza e la mancanza di legge degli uomini della spada divenne uno dei maggiori fattori di disordine sociale”. Per Ta Nehisi questa deformazione della propria missione ideale proveniva dalla struttura stessa del potere: “quando hai abbastanza potere, puoi anche tenere la realtà al palo”. E continuare, quindi, a sentirsi o una vittima o un benefattore dell’umanità per volontà divina. E però la realtà continua ad esistere, nuda e cruda: “quando lo iato tra ideale e reale diventa troppo grande, scrive la Tuchman, il sistema si spacca in due. Possiamo sperare che questo momento sia arrivato per l’America, che alla fine sia esploso sotto i nostri occhi, che vedono come i poliziotti guardavano la bandiera confederata durante l’insurrezione del 6 gennaio, la loro canzonatura di George Floyd e la gentilezza invece mostrata dalla polizia del Campidoglio. Tutto questo non è un caso. Direi di più. Il trumpismo non comincia con Trump”. 

Quel che mi sembra essenziale nel ragionamento di Ta Nehisi, e utile ben al di fuori dei confini americani, è che la società americana sembra esseri accorta di botto, in una sorta di evento epifanico, di qualcosa che, invece, era già esposto, vivido, scarnificato. Il genere di pericolo sociale personificato da Trump poggia infatti sulla stratificazione storica della nazione, che negli ultimi decenni non ha fatto che replicare se stessa, riproporsi e rigenerarsi. 

“Non basta constatare ciò che appare ovvio in Donald Trump: che egli è un bianco che non sarebbe mai diventato presidente se non fosse stato bianco. Con una sola eccezione, i predecessori di Trump si sono fatti strada nel più alto ufficio attraverso l’esercizio passivo del potere bianco, l’insanguinato patrimonio ereditato che non può assicurare in automatico che ogni evento sia possibile, ma di certo dà il vento in poppa per la maggior parte di queste felici circostanze. Il furto della terra e il saccheggio di vite umane hanno pulito il terreno ai bisnonni di Trump e tagliato la strada ad altri. Una volta in gioco, questi uomini divennero soldati, statisti e accademici; frequentarono le corti, a Parigi; furono presidi a Princeton; avanzarono nelle terre selvagge (wilderness) e alla fine fin dentro la Casa Bianca (…) Donald Trump è il presidente che, più di ogni altro, ha reso questa spaventosa eredità esplicita”. 

Il fatto che un singolo episodio appaia come una epifania, una eccezione, una distorsione dalla norma è una allucinazione collettiva, una forma di auto-assoluzione con cui si tiene lontana dalla coscienza la propria responsabilità storica. La verità sta altrove, non nella sfortuna improvvisa o nella straordinarietà di un evento unico nel suo genere, bensì nella profondità storica del corso del mondo. 

Se ai nostri studenti fosse stato insegnato, e mostrato, che viviamo nel XXI secolo in pieno Antropocene, avrebbero compreso che facciamo esperienza di una catastrofe globale e che in tempi di catastrofe non si fanno i capricci, si trovano strade alternative per rimanere umani, sopravvivere e articolare risposte adattative fuori scala. E cioè intelligenti, astute, inusitate e brillanti. Ci sono intere biblioteche da leggere, e da cui imparare che cosa è la vita. Per poi inventarne una nuova seria, vitale e rivoluzionaria. Mettersi a leggere libri è la risposta matura alla sospensione delle lezioni. 

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La biosfera corre rischi molto peggiori di quanto si creda, avvertono i più autorevoli top-ecologist

Photo Credit: Diego Sandoval

Le evidenze scientifiche sono chiarissime, il futuro ambientale del Pianeta è decisamente più pericoloso e preoccupante di quanto società civile e politica suppongano. Così esordiscono in un paper uscito mercoledì scorso sulla piattaforma FRONTIERS un gruppo di 70 top-ecologist tra cui figurano, ancora una volta, Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple. Il paper non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, con la lucidità chirurgica cui questi ricercatori ci hanno abituati, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo. “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” è quindi molto più dell’ennesima lettera aperta al mondo scientifico e all’opinione pubblica: è una presa di posizione, un appello civile e politico, una denuncia che starebbe altrettanto bene nelle aule parlamentari delle nazioni dell’emisfero nord del Pianeta. 

Non è casuale, ma assolutamente voluto, che di questo paper non sia uscito un solo titolo su un giornale italiano on line, o nel sommario dei telegiornali di prima serata. Il collasso biologico e l’estinzione delle specie animali, ancora oggi, nonostante noi si sia nel secondo anno della prima pandemia del XXI secolo, è considerato e trattato come una notizia di contorno, un riempitivo da un paio di minuti, dagli esiti lontani e tutto sommato improbabili: “la scala delle minacce alla biosfera e ad ogni forma di vita, inclusa l’umanità, è nei fatti così grande che è difficile coglierne la misura anche per gli esperti molto bene informati (…) abbiamo orientato la nostra attenzione in modo particolare sulla mancanza di percezione e di valutazione delle ertomi sfide poste dalla creazione di un futuro sostenibile (…) la scienza che sta a fondamento di queste questioni è solida, ma la consapevolezza debole. Eppure, senza una valutazione comprensiva e una informazione diffusa sulla scala dei problemi e della enormità delle soluzioni richieste, la società fallirà nel raggiungere anche i più modesti obiettivi di sostenibilità”. 

Nonostante la nostra totale disponibilità psicologica a dimenticarci in dieci minuti del fatidico overshooting day, il giorno in cui le risorse naturali del Pianeta sono in passivo rispetto alla fame del nostro prelievo di materia organica (animali, combustibili fossili, minerali, cereali, acqua) “la scelta è tra uscire dall’overshoot in modo programmato o attraverso il disastro – scrivono gli autori – perché che si arrivi ad una risoluzione dell’overshooting è inevitabile, in un modo o nell’altro”. E dovremmo cominciare a riflettere, avvertono sugli autori, anche su questo fatto ormai incontestabile: “la severità degli impegni richiesti ad ogni Paese per raggiungere minime riduzioni nei consumi e nelle emissioni porterà inevitabilmente ad una condanna da parte del pubblico e ad ulteriori irrigidimenti ideologici, soprattutto perché la minaccia di sacrifici potenziali sul breve periodo è vista come politicamente inopportuna”. 

Per sgombrare il campo da quello che i sociologi chiamano uno “vizio di ottimismo” (optmism bias), ossia un riflesso condizionato di ottimismo di fronte a notizie catastrofiche, spetta ora più che mai “agli esperti di ogni disciplina, che si occupano del futuro della biosfera e del benessere umano, mettere da parte la reticenza, evitare di indorare la pillola delle spaventose e disarmanti sfide che abbiamo di fronte a noi e dire le cose per quelle che sono. Qualunque altro atteggiamento è fuorviante, nella migliore delle ipotesi, o addirittura negligente e potenzialmente letale per l’avventura umana, nelle peggiore delle ipotesi”. 

Lungi dall’essere conclusa, l’espansione umana sul Pianeta procede senza sosta e si è ormai trasformata in una imponente azione di “erosione della fabbrica stessa della civiltà”. Il motore interno di questa condizione globale è la cultura, che funziona contemporaneamente come un aggregatore e un moltiplicatore di problemi, problemi che sono interrelati e che però continuano ad essere analizzati e studiati separatamente: “una diffusa ignoranza del comportamento umano e della natura incrementale dei processi socio-politici che dovrebbero pianificare le soluzioni aggiunge ritardo a ritardo nel procedere con azioni efficaci”. L’emergere sulla scena politica, negli ultimi 5 anni, di movimenti di destra visceralmente avversi alla domanda ecologista dimostra che la certezza scientifica della scala della crisi, sostengono gli autori, non porterà, in automatico, ad una risposta politica nuova e adeguata. 

“Sin dall’inizio dell’agricoltura attorno agli 11mila anni fa, la biomassa delle vegetazione terrestre è stata dimezzata, con una corrispondente perdita di più del 20% della sua biodiversità originaria: di conseguenza, oltre il 70% della superficie terrestre della Terra è stata alterata da Homo sapiens. Delle stimate 0,17 gigatonellate di biomassa di vertebrati terrestri sulla Terra oggi, la maggior parte è rappresentata dagli animali da allevamento (59%) e dagli esseri umani (36%) e soltanto il 5% di questa biomassa totale è composta di animali selvatici: mammiferi, rettili, uccelli e anfibi” 

Ci troviamo piuttosto nel pieno di un ribaltamento di uno dei concetti centrali dell’ecologia, il density feedback: “quando una popolazione si avvicina alla sua massima capacità di carico ambientale, in media la fitness individuale comincia a declinare (la fitness è la performance ambientale di una specie, ossia il successo con cui un individuo accede alle risorse alimentari, prospera e si riproduce). Questo tende a spingere le popolazioni verso l’espressione istantanea di una capacità di carico che mira a rallentare o invertire la crescita di popolazione. Ma per la maggior parte della sua storia, l’ingenuità umana ha gonfiato la naturale capacità di carico dell’ambiente a nostro vantaggio, sviluppando nuovi modi per accrescere la disponibilità di cibo.  Tramite l’accesso ai combustibili fossili, la nostra specie ha spinto il consumo di beni naturali essenziali e di servizi naturali molto oltre la capacità di carico di lungo periodo, o, più precisamente, della bio-capacità del Pianeta, rendendo così ancora più catastrofico quello che sarà così un inevitabile riaggiustamento dei nostri trend di ipersfruttamento (overshoot), se esso non sarà gestito con intelligenza. Una popolazione umana in crescita non farà che esacerbare queste condizioni, portando ad una competizione ancora più accesa per un pool di risorse sempre più ristretto”. 

Nessuno auspica politiche demografiche di tipo dittatoriale, ma è bene rendersi conto che i trend già avviati proseguiranno nel XXII secolo e che soltanto “istituire politiche fondate sui diritti umani per abbassare comunque la fertilità e smontare i meccanismi del consumo potrebbero attutire gli impatti di questi fenomeni”. Forse per la prima volta anche nella storia accademica di questi ricercatori, tra gli autori citati a sostegno dello scenario complessivo c’è l’economista Thomas Piketty. Un mondo in obvershooting cronico è un mondo in cui “il sistema economico è sempre più incline a sequestrare la rimanente ricchezza a vantaggio di pochi individui”. 

A dispetto di facili entusiasmi e di una ingenua propaganda ambientalista, dobbiamo essere consapevoli anche della insufficienza completa degli strumenti di governance internazionale già messi in atto. Gli Obiettivi di Aichi al 2020, ad esempio, “anche se fossero stati raggiunti, sarebbero stati ben lungi dal realizzare ogni sostanziosa riduzione del tasso di estinzione”. Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ( SDGs, United Nations Sustainable Development Goals) sono anche loro sulla strada per il fallimento “perché la maggior parte di essi non è stata adeguatamente integrata in una cornice in cui i fattori socio-economici sono interdipendenti gli uni dagli altri”. E infine, per quanto riguarda il tanto sbandierato Accordo di Parigi per il Clima (2015), “anche ipotizzando che tutti i firmatari, di fatto, procedano a ratificare i loro impegni (prospettiva molto dubbia), il riscaldamento previsto raggiungerebbe comunque i 2.6-3.1 °C entro il 2100”. 

La gravità della situazione impone di “abolire il paradigma della crescita perpetua” e di imporre cambiamenti fondamentali al capitalismo globale. Ma questo “porterà per forza a conversazioni non facili sulla crescita demografica umana e sulla necessità di venire a patti con standard di vita più equi”. 

Fonte: Bradshaw CJA, Ehrlich PR, Beattie A, Ceballos G, Crist E, Diamond J, Dirzo R, Ehrlich AH, Harte J, Harte ME, Pyke G, Raven PH, Ripple WJ, Saltré F, Turnbull C, Wackernagel M and Blumstein DT (2021) Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future. Front. Conserv. Sci. 1:615419. doi: 10.3389/fcosc.2020.615419 

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