Hostiles di Scott Cooper: un film sull’Antropocene

Lunedì scorso davano su RaiMovie un film che, parlando del West, racconta l’abisso spirituale dell’Antropocene: Hostiles di Scott Cooper, uscito nel 2017, con un eccezionale Christian Bale. Il film centra il bersaglio del nostro presente, perché mette in scena l’ambivalenza morale di una intera civiltà. Non soltanto degli Americani nel 1898, l’anno in cui si svolge la vicenda, successiva alla Guerra Civile (1861-1865) e al conseguente genocidio delle Grandi Pianure (1865-1890). Questa ambivalenza morale Cooper la evoca e la denuda negli uomini di discendenza europea, che, portando il loro sangue europeo e la loro vocazione europea con sé oltre Atlantico, proprio perché Europei sterminarono i Nativi. Il prisma narrativo di Cooper gli consente, sin dall’inizio, di far vibrare la sua storia della eco della nostra storia, del colonialismo, del capitalismo predatorio nei confronti del Pianeta, della concezione della schiavitù come risorsa economica occidentale. Ecce, Homo sapiens.

New Mexico, 1898. Il capitano Joe Blocker, un militare di carriera e di fama, riceve l’incarico di scortare il capo Cheyenne Falco Giallo nella sua terra natia, in Montana. Blocker è un macellaio. Ha partecipato con convinzione alla guerra di sterminio contro i Nativi, cui rimprovera una ferocia sadica incompatibile con l’umanità dei coloni bianchi. L’esercito sa che Blocker ha sventrato, sgozzato, fucilato, per disgusto verso il Nativo, per senso del dovere, per crudeltà politica. Ma anche gli uomini di Falco Giallo non hanno risparmiato al nemico nessuna profanazione bellica, facendo dell’omicidio in guerra uno strumento di mutilazione sistematica di corpi. Entrambi questi uomini sono anime finite, caratteri esausti, a cui la propria epoca ha chiesto tutto per poi lasciarli soli con la memoria dei propri delitti, e con un indefinito sentimento di fallimento. Nulla è servito, nessuna ha vinto, neppure i vincitori, che d’ora in poi dovranno sapersi per sempre assassini. Poco dopo l’inizio della missione, la truppa di Blocker si imbatte in Rosalie, una donna a cui un gruppo di Comanche ha ucciso il marito e quattro figli, il più piccolo di pochi giorni. E di nuovo lo spettatore constata che non può stare solo dalla parte dei Nativi, perché i buoni e i cattivi non sono quelli che avevamo pensato. Anche i Cheyenne sono diventati dei mostri, costretti dalle circostanze, ma comunque mostri. Falco Giallo è una vittima, perché l’uomo bianco gli ha portato via ogni cosa. Ma è anche un carnefice, perché ha ucciso senza pietà, neppure per i bambini. Il capitano Blocker è un carnefice, senza dubbio, un razzista, ma si accorge anche di essere una vittima quando comprende che gli hanno inculcato una morale disumana per usarlo e aggiungere la frontiera ad Ovest agli Stati Uniti. Blocker e Falco Giallo si riconoscono l’uno nell’altro ed è solo così che arrivano a comprendersi. Entrambi si accorgono che l’origine della sventura a cui non potranno mai più porre rimedio è la loro appartenenza al genere umano. E così Blocker potrà dire a Falco Giallo: “Con la tua morte, una parte di me morirà per sempre”. Soltanto in questa ammissione di co-responsabilità è per loro ancora possibile, nonostante tutto, perdonarsi e trovare una pace reale, muta, distorta, disperata, ma viva. Sebbene il dibattito su chi fa la storia rimanga ancora oggi sostanzialmente irrisolto, in questo film è chiaro che gli artefici degli eventi che hanno cambiato, e stuprato, la faccia del mondo quasi sempre non avevano né la misura né la proporzione delle proprie azioni. E questo perché agivano rispondendo alla forza di espansione intrinseca all’intraprendenza degli esseri umani, che, prendendo infine le sembianze della storia accaduta e vissuta, è in realtà dotata quasi di una sua autonomia spontanea e automatica. Vale a dire che la conquista delle Grandi Pianure americane e della frontiera, condotta di pari passo con la volontà chiara di eliminare i Nativi, è un esempio mastodontico di come ha sempre proceduto Homo sapiens. Questo non elimina certo il peso delle responsabilità individuali, semmai allarga il concetto stesso di responsabilità ad una visione più consistente e veritiera delle cause di crimini contro l’umanità commessi da uomini, che hanno fondato la civiltà moderna. In Hostiles l’esigenza di questa prospettiva è raccontata in linguaggio cinematografico, tramite la compassione per il destino di Rosalie e dei suoi figli, che però erano dei coloni e quindi anche i beneficiari del genocidio indiano. Milioni di innocenti hanno preso il posto di milioni di vittime, prosperando al posto loro. 

Dobbiamo renderci conto che tutto questo ha un corrispettivo ecologico, e che quindi riguarda non solo gli Americani, ma tutti noi in questa epoca che è detta Antropocene. Secondo il gruppo di ricercatori che collaborano con Mark Maslin della UCL di Londra, uno dei massimi esperti del “sistema terrestre”, e cioè degli effetti combinati di climatologia e antropologia, dall’inizio del 1600 le Americhe perdono il 60% della loro popolazione nativa, il 10% della popolazione del Pianeta. È il “great dying”, la grande moria, seconda per perdite solo alla Seconda Guerra Mondiale, che fece 80 milioni di morti, il 3% della popolazione mondiale. Ma quel che è ancora più importante è che le conseguenze di questo sterminio sono state globali perché hanno coinvolto il clima della Terra. Meno persone vuol dire meno contadini. E quindi una ripresa nella crescita delle foreste, che assorbono anidride carbonica: “l’estensione di questa ricrescita dell’habitat naturale fu così vasta da rimuovere abbastanza CO2 da raffreddare il Pianeta. Temperature più basse innescarono dei feedback nel ciclo del carbonio che eliminò a sua volta ancora più CO2 dall’atmosfera, perché, ad esempio, il suolo rilasciava meno CO2. Questo spiega un crollo nella concentrazione di CO2 registrata nei carotaggi Artici corrispondenti al 1610 e spiega l’enigma del grande freddo che l’intero Pianeta patì nel XVII secolo. Durante questo periodo, inverni rigidi ed estati fredde causarono carestie e ribellioni dall’Europa al Giappone”. Questi sono alcuni dei motivi per cui, secondo Mark Maslin e Simon Lewis, anche lui della UCL, l’inizio dell’Antropocene stesso deve essere datato al 1610, anno dell’evidenza scientifica, nel ghiaccio artico, di un cambiamento eco-antropologico definitivo. Aggiunge Telmo Pievani: “le carote di ghiaccio raccontano insomma una storia di saccheggio, di colonialismo, di imperialismo e di schiavitù. Dopo il 1610, i profitti dell’economia mondiale capitalistica detteranno l’agenda e avrà inizio il vero Antropocene, l’epoca in cui l’uomo si sente il padrone (…)  quindi Lewis e Maslin hanno scelto la seconda transizione ( ndr, la prima è l’invenzione dell’agricoltura) come spartiacque geologico sicuro, la transizione scatenata dall’arrivo degli Europei ai Caraibi alla fine del Quattrocento (quando due estremità del popolamento umano dell’Eurasia, quella occidentale e quella orientale, tornarono a toccarsi, a guardarsi negli occhi e a scambiarsi i germi dopo 40mila anni), con tutto ciò che ne conseguì: l’apertura del mondo, le rotte oceaniche, il capitalismo mercantile, le sue regole spietate, i profitti che generano altri profitti, le conoscenze scientifiche che aumentano, la megaciviltà connessa su tutto il Pianeta, la spoliazione sistematica delle risorse dei Paesi colonizzati”. 

L’ultimo libro di Telmo Pievani “La terra dopo di noi”: l’Antropocene è l’espressione compiuta del paradosso evolutivo della specie Homo sapiens

Hostiles è un film che vale la pena di essere visto ancor di più oggi, per tutti questi motivi, e anche per via dell’imminente elezione del Presidente degli Stati Uniti. Secondo gli osservatori più acuti, gli Stati Uniti sperimentano oggi una profonda crisi interna, e cioè una crisi costituzionale. Sono in dubbio alcuni dei fondamenti della nazione. La scorsa estate il movimento BLACK LIVES MATTER ha finalmente denunciato l’importanza di collocare l’esperienza umana degli afro-americani nella giusta cornice storica di una discriminazione consustanziale al sistema socio-economico dominante. Anche in Inghilterra è ormai venuta allo scoperto la consapevolezza della paurosa mancanza di coscienza comune, qui in Europa, sui modi con cui abbiamo edificato la nostra ricchezza. Un tagliente, e bellissimo, editoriale di Afua Hirsch ha puntualizzato questo nuovo contesto e il fatto che non possiamo più eluderlo: “I 4 secoli di messa in schiavitù degli Africani per mano Europea rimangono una storia astratta”. In Brasile, c’è un luogo famigerato che tutti dovremmo conoscere, Valongo: “un porto rudimentale che ebbe un ruolo monumentale nella tratta degli schiavi, ma che è stato a lungo dimenticato. Quattro milioni di Africani schiavi furono venduti e portati in Brasile, 10 volte il numero di quanti vennero deportati negli Stati Uniti. Molti arrivarono in questo porto. La storica afro-americana Sadakne Baroudi, che ha dedicato molta della sua vita a diffondere consapevolezza tra le persone su quanto accadde qui, mi ha detto che questo nome dovrebbe essere conosciuto e compreso nella stessa misura in cui parliamo di Hiroshima e di Auschwitz”. 

Secondo The Interpreter, la nota di analisi politica settimanale di The New York Times, ad essere ormai messa in dubbio è anche l’idea dell’eccezionalismo americano, e questo soprattutto per la disastrosa risposta all’epidemia pianificata dalla Casa Bianca di Donald Trump: “Da parecchi anni ormai la realtà degli Stati Uniti si scontra, e con sempre maggiore forza, contro l’immagine di una nazione eccezionale. Per tutto questo tempo ogni crepa nel ritratto ideale degli Stati Uniti è stata considerata una aberrazione dallo stato di normalità, perfetto, di un Paese che si presenta a ragione come un faro globale, protettore del mondo”. Ma la convinzione che gli USA siano uno Stato “speciale e superiore in modo congenito” e che la “il potere americano” sia “una forza benevola che agisce per il bene del mondo, con diritti speciali e altrettanto speciali responsabilità” è un mito radicato proprio nella storia di razzismo del Paese. Scrivono i giornalisti di The Interpreter: “La sua origine, dice l’accademico James Caesar in un volume esaustivo su questo argomento storico, è spesso fatta risalire ad un discorso tenuto due anni prima dell’entrata in guerra da Albert Beveridge, un senatore dell’Indiana che parteggiava per l’annessione delle colonie spagnole. Dio ‘ha scelto il popolo americano come il suo popolo prescelto per portare finalmente la redenzione nel mondo’, affermò Beveridge nel 1900. Questo suo argomento può suonare familiare: la grandezza degli Stati Uniti, e il loro eccezionalmente libero stile di vita, sostenne il senatore, hanno reso il Paese di fatto molto diverso rispetto agli altri. E questo conferisce agli Stati Uniti la responsabilità di aiutare anche il mondo a realizzare i valori incarnati dagli Stati Uniti. Come molte altre cose nella vita americana, le idee di Beveridge vanno fatte risalire al periodo della schiavitù. A metà dell’Ottocento, mentre gli Stati del nord bandivano la schiavitù, chi era a favore della schiavitù proponeva di allargarne la pratica ai nuovi Stati in fase di annessione. E il primo della lista era per loro Cuba, allora colonia spagnola. Essi presero in prestito le giustificazioni contenute nel Manifest Destiny (1845), secondo cui la virtù innata degli Americani richiedeva la conquista della frontiera, ad ovest”. 

Sono queste le ragioni per cui la storia degli Stati Uniti è davvero una storia globale con una infanzia europea, cominciata qui nel Vecchio Mondo al momento dell’allestimento della spedizione di Colombo. Gli Stati Uniti, con le loro enormi contraddizioni, sono un portentoso wake-up sulla intima natura del soggetto umano e qualche volta ci riescono con opere cinematografiche di valore universale.

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Se vi state chiedendo quanto sicuro sia usare una carta di credito su questo sito, ecco la rassicurazione: WORDPRESS è il provider di siti web leader nel mondo e i pagamenti passano attraverso la piattaforma STRIPE.

Sono passati tre anni da quando questo magazine ha cominciato a crescere, ad espandersi e a trovare spazi inediti, osando spingersi sino a mondi (fotografia, storia dell’arte, antropologia) che hanno dimostrato la sua versatilità e la sua vocazione sperimentale. All’inizio pubblicavo editoriali e qualche recensione, lasciando alla mia attività giornalistica fuori di qui il grosso delle inchieste e dei pezzi di scavo sulle questioni del presente. Oggi la situazione è capovolta: il magazine è un media hub a tutti gli effetti e come sapete esplora questa epoca storica, l’epoca della sesta estinzione di massa, in totale libertà.

Tutti conosciamo i problemi dell’editoria in Italia: la progressiva concentrazione monopolistica in grandi gruppi generalisti (la strada intrapresa ad esempio dal Gruppo GEDI), una polarizzazione assoluta sulla cronaca politica, in netta controtendenza con quanto avviene in tutti gli altri Paesi europei, dove i grandi giornali hanno una redazione ambiente ormai consolidata e a pieno regime; l’uso disinvolto e spregiudicato di centinaia di giornalisti free lance sottopagati, costretti ad accettare retribuzioni inique e inferiori a quelle di un addetto alle pulizie nella grande distribuzione; l’impiego, anche questo impunito, di decine di “volontari” che scrivono gratis per siti web che riescono a piazzarsi sul motore di ricerca sfruttando una manodopera opportunista e priva di qualunque accountability professionale; il recruiting degli autori, presso gli editori di narrativa e saggistica, attraverso le logiche distorte della popolarità costruita grazie agli algoritmi delle piattaforme social. 

Che cosa tutto questo abbia significato sulla mia storia di reporter ambientale, e ciò che è accaduto un mese fa, l’ho raccontato in La fine dell’utopia.

Il peggio, purtroppo, non lo abbiamo già visto, deve ancora venire. Per questo, osservando il contesto attuale da professionista dell’informazione, provo a mettermi nei vostri panni. Nessuno ha tempo di leggere dieci quotidiani al giorno, mentre beve il caffè, e poi di confrontarli per estrapolare e distillare il meglio. Sono convinta che una delle conseguenze, destabilizzanti ma positive, del caos globale è che molti di noi abbiano cominciato, forse per la prima volta, a chiedersi per cosa valga la pena spendere, su cosa valga davvero la pena concentrare la propria attenzione. E questo funziona su tutto. Siamo costretti a scegliere con cura ciò che desideriamo, ciò che ci appaga e ciò a cui siamo convinti di dovere la nostra fiducia. 

Anche l’attenzione che decidete di riservare a questo magazine parla di voi, del modo in cui concepite il mondo. La mia promessa è di venire incontro, ancora di più nell’imminente futuro, alla vostra esigenza di orizzonte e di prospettiva. L’intenzione di Tracking Extinction è di essere quel prodotto di assoluta qualità, studiato e verificato nel dettaglio, che viene scelto perché è la migliore opzione disponibile.

Perciò vi chiedo il massimo rispetto per la mole di lavoro che tutto questo comporta, e cioè un rispetto totale per le regole deontologiche e professionali che, ben nascoste, stanno dietro a ciascun pezzo. Se per leggere un articolo vi occorrono 15 minuti, sappiate che ha richiesto almeno 20 ore di lavoro. Un long-read di nove pagine almeno 2 settimane di scrivania. Ogni dato scientifico che trovate in pagina presuppone la lettura e lo studio di numerosi articoli scientifici; ogni intervista lunghi colloqui via Zoom, Skype o Google con scienziati, artisti, attivisti. Mi sono auto-finanziata il 99% dei viaggi che ho raccontato.

Come sempre, non assecondo conflitti di interesse e l’unico criterio con cui le notizie vengono selezionate è la verificata aderenza alla verità dei fatti. Tutto questo ha dei costi. Tracking Extinction, come qualunque altro giornale impegnato a denunciare la crisi biologica globale, è una comunità di persone che hanno sempre condiviso dei valori. Tra questi valori c’è la consapevolezza che il lavoro intellettuale di qualità non può e non deve essere gratuito. Non fidatevi di chi sostiene il contrario, perché le conseguenze di questa leggerezza sono tutte là fuori, nel Pianeta, a dirci quanto pericoloso sia accettare una deregulation selvaggia e una accondiscendenza acritica, nell’uso del patrimonio biologico e nel diritto del lavoro. 

Buona lettura !

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La pandemia e il dolore globale

Sono una giornalista ambientale insofferente alle strette regolamentazioni dei saperi e delle arti, e alla loro compartimentazione in settori a ingresso pre-selezionato. Per questo sono iscritta alla newsletter della HKW di Berlino. 

Ed è così che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme. La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being”, del 2016. Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza. Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania. Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce. Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio.  Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione. Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emanuel Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

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La fine dell’utopia

(Modello anatomico di donna in avorio del XVII secolo, Germania. Germanisches Nationalmuseum Nuernberg)

La notizia è arrivata in una giornata qualsiasi (e infatti non ricordo neppure la data. So solo che è stato tre settimane fa, all’incirca). Durante i lunghi mesi in cui ne temevo l’arrivo avevo imparato a prepararmi un copione di stravolto sconforto, di disgusto e di amarezza. Una reazione al peggio ricamata sulla certezza, almeno così mi pareva allora, che solo una indistinguibile disperazione avrebbe potuto essere adeguata alle circostanze. Dico indistinguibile perché non sarebbe stato semplice capire di cosa esattamente era il caso di disperare. Le condizioni generali erano note da tempo e la diagnosi, da un bel po’ ormai, non mi appariva più come una ipotesi contro-intuitiva, ma piuttosto come una valutazione ormai matura, ormai secca. Come le foglie dei platani e delle betulle a metà settembre. Quel che, a conti fatti, più o meno mi appariva estenuante e disperante era la sensazione che qualcosa fosse finito per sempre nel modo peggiore in cui un abbandono può prendere possesso di un terreno un tempo fertile. Quando cioè ci si accorge che si è creduto nel nulla, che la militanza della coscienza e del lavoro non è stata, come scrisse Mandelstam alla Actmatova, “il coscienzioso catrame della fatica”, ma una sorta di illusione giusta, legittima. Eppure, inutile. Perché una illusione, di per sé, non può che rivelarsi carta straccia. E così, al giungere della notizia, non ho provato nessuno sconcerto, ma quasi del sollievo. Sono rimasta in silenzio, dentro di me e fuori di me. E poi, nel corso delle ore e dei giorni, anziché dannarmi sul potere dell’illusione e della disillusione, ho cominciato a pensare che sarebbe stato meglio scavare un po’ a fondo in quella ipotesi di disperazione che mi si era presentata come tanto appagante e ben progettata e, invece, era svanita di fronte a qualcosa di più virile. 

Così, in un limbo di incertezza e di eventualità ancora tutte da definire, mi sono accorta che disperazione-illusione non erano i termini giusti con cui inquadrare né la notizia né il suo backstage. La parola giusta era invece utopia

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La fine del sogno del West Americano

L’alterazione della composizione chimica dell’atmosfera che avvolge il nostro Pianeta fornisce occasioni per aggiungere neologismi alla battaglia politica del secolo: se, cioè, dar corso alla evidenza scientifica, e comprendere che siamo sulla strada per avere, a fine secolo, un aumento delle temperature medie globali di 4 gradi Celsius, oppure continuare a titillare il bisogno di sicurezza dell’opinione pubblica imbastardita da decenni di pigrizia cognitiva. Joe Biden, stanotte, ha definito “climate arsonists” e cioè piromani climatici coloro che scelgono la seconda opzione. Un ossimoro gigante per un problema abnorme che sfugge ormai dal timido e placido controllo politico delle democrazie nazionali e delle aule di rappresentanza internazionali, come ad esempio le Nazioni Unite. Ma la “apocalisse climatica” della costa ovest degli Stati Uniti (la definizione è del LOS ANGELES TIMES), dell’Oregon e della California, segna anche la fine di un mito. Quel sogno americano da esportazione, che è stato uno dei propellenti naturali del consumismo globale: spiagge, sole, surf, ragazze sempre in bikini, maschi alla Point Break (era il 1991), ville in collina, estate perenne. Decine di film, a partire da American Gigolò (1980) hanno nutrito questo sogno edonistico tanto quanto le pellicole più nobili che narravano la caccia all’oro, alle pellicce pregiate e alla libertà in stile Jack London. Noi, in Europa, abbiamo mangiato queste finzioni californiane west come manna nel deserto, pascendoci della imbeccata secondo cui la vita vera, la vita post 1945, la vita del benessere, non potesse non assomigliare alla routine californiana. Insieme a New York (“la città in cui tutti vorrebbero vivere”), la California è stata fino ad oggi un simbolo di tutto ciò che di desiderabile c’è sul Pianeta. Ancora oggi, il “selvaggio west” è percepito come un mito assoluto, che tiene in vita, fino alle contrade esauste della vecchia Europa, i cui giorni di gloria risalgono alle imprese oceaniche di spagnoli e portoghesi, anche nelle nostre coscienze la possibilità, in realtà tarpata e annichilita nei tempi contemporanei, di raggiungere e conquistare una indipendenza anarchica, che ha tagliato i ponti con tutte le costrizioni salvavita (antibiotici, riscaldamento, casa in proprietà, pensione) della borghesia industriale.

C’è un film che questo mito californiano lo ha rappresentato con una tale sfacciataggine da risultare addirittura stomachevole: Play misty for me, del 1971, con Clint Eastwood. Se sei un vincente californiano dormi in una camera da letto che è di fatto un dehors all’aperto. Il clima è così mite, accondiscendente e favorevole al tuo torso nudo che non hai bisogno di comodità da impiegato europeo. Un film che avrebbe potuto pubblicizzare La cultura del narcisismo di Christopher Lasch (1979).

Oggi tutto questo ciarpame – non c’è vita senza sprechi ed esibizioni, la vita è solo divertimento, l’estate perenne è la stagione del cuore – si è rivelato per quello che è. Una menzogna politica, il cui prezzo spaventoso viene ora pagato prima di tutto dalle decine di migliaia di persone che dal 7 settembre ( Oregon Departement of Forestry: All state forests are at extreme fire danger as of Monday, Sept. 7) vivono sotto la minaccia di roghi di proporzioni e intensità mai viste nello Stato. L’unico paragone possibile è con gli wildlfire di un anno esatto fa in Australia, che hanno ucciso 3 milioni di animali selvatici. Lo stesso cielo arancione, la stessa notte che invece è giorno, a causa della cenere e della fuliggine da combustione dei boschi, del bush e delle foreste; la stessa disperazione nel constatare che, come hanno notato numerosi commentatori, il cambiamento climatico è qui, non accadrà in futuro. Lo stiamo già subendo. 

Vista dall’altra parte dell’Atlantico, questa apocalisse segna un punto di non ritorno. È evidente che nei prossimi decenni intere comunità dovranno essere evacuate a causa di impossibili condizioni ambientali. Domenica 13 settembre, se ne discuteva alle 6 di mattina al World Service della BBC. E qualcuno faceva notare, molto opportunamente, che migliaia di persone non possono trovare facilmente casa e sostentamento nelle città come Los Angeles, che già contano migliaia di senza tetto (americani) e un costo della vita altissimo. A sgretolarsi è un intero castello di carta di “a priori”: che ci sia abbastanza acqua per sostenere una popolazione in crescita in uno Stato che patisce sempre più siccità estreme (le mega-drought, che coinvolgono anche Colorado, Arizona e New Mexico), che lo Stato possa reggere una emergenza ambientale prolungata per mesi, con displacement di interi villaggi e costi assicurativi alle stelle. E, soprattutto, che nella urgenza di salvare vite e di spostare persone ci sia abbastanza spazio per abbandonare le contee in fiamme e non sovraccaricare metropoli già esauste per i conflitti e le diseguaglianze sociali. 

Sulle future migrazioni interne agli Stati Uniti Abrahm Lustgarten ha scritto un saggio spettacolare, per quantità di dati e di riferimenti, su PRO PUBLICA ( in collaborazione con The New York Times e con il supporto del Pulitzer Center): Climate Change Will Force a New American Migration. Ascoltando decine di esperti (architetti, assicuratori, scienziati, climatologi) Lustgarten ha costruito una mappa “delle zone pericolose che chiuderanno in una morsa gli Americani nei prossimi 30 anni”. A partire da questo settembre pandemia e roghi si sono sovrapposti in uno “schema di disperazione” che non è più episodico, ma è già perfettamente distinguibile ovunque nella nazione: “La siccità minaccia già regolarmente i campi che producono cibo in tutto l’ovest, mentre devastanti inondazioni allagano le città e i campi dal Dakota al Maryland, causando il collasso delle dighe nel Michigan e l’innalzamento delle linea di costa dei Grandi Laghi”.  

Il cambiamento imposto dal clima (climatic change) è ormai un parametro fondamentale per definire come e dove “la nazione si trova sulla soglia limite di una enorme trasformazione”. Quel che si prospetta è una migrazione interna che muterà tutti gli equilibri geografici, ecologici ed economici del Nord America: “In tutti gli Stati Uniti, circa 162 milioni di persone – quasi 1 su 2 – probabilmente farà esperienza di un declino nella qualità del proprio ambiente, soprattutto in termini di calore e di minore disponibilità di acqua. Per 93 milioni i loro, i cambiamenti potrebbero essere particolarmente severi ed entro il 2070, suggeriscono le nostre analisi, se le emissioni di carbonio continueranno a salire ai ritmi attuali, almeno 4 milioni di Americani potrebbero trovarsi a vivere al limite, in luoghi decisamente al di fuori della nicchia climatica ideale per l’uomo. Il costo della resistenza ad ammettere la nuova realtà climatica sta montando. Le autorità della Florida hanno già riconosciuto che difendere alcune strade ad alta percorrenza contro l’avanzare dell’oceano sarà insostenibile. E il programma nazionale di assicurazione per le inondazioni, per la prima volta, richiede ora che alcuni dei programmi di pagamento siano ritirati a causa della minaccia climatica. Presto, mantenere lo status quo sarà semplicemente troppo costoso”. 

Decisioni nient’affatto semplici si profilano all’orizzonte, dopo decenni di sottovalutazione del rischio: “I politici, che hanno lasciato l’America impreparata, adesso fronteggiano scelte brutali su quali comunità salvare – non di rado a costi esorbitanti – e quali invece sacrificare. Le loro decisioni renderanno inevitabilmente la nazione ancora più divisa al suo interno, con coloro che saranno tagliati fuori relegati a un futuro da incubo, in cui non resterà loro che cavarsela da soli”. Le proiezioni parlano di 28 milioni di persone esposte a mega-incendi anche in Texas, Florida e Georgia. Almeno 100 milioni persone (nel bacino del fiume Missisipi e quindi dalla Louisiana al Wisconsin) sperimenteranno livelli di umidità e calore tali che “lavorare all’aperto o fare sport a scuola potrebbe causare un evento cardiaco”. Un crollo nella produzione agricola si verificherà in Texas, Alabama, Oklahoma, Kansas e Nebraska. 

Dietro questo disastro continentale ci sono convinzioni culturali radicate nel comune sentire americano, non solo tra i Repubblicani o le grandi compagnie petrolifere. Rispetto ai contadini e ai piccoli produttori agricoli dell’Africa “gli Americani sono più ricchi, spesso molto più ricchi, e quindi più protetti dagli shock imposti dal cambiamento climatico, come fossero avvolti in un cappotto termico. Stanno a distanza dalle fonti di cibo e acqua da cui pur dipendono, e sono parte di una cultura che identifica nel denaro la soluzione ad ogni problema. E così, ad esempio, la portata d’acqua media del fiume Colorado, la fonte d’acqua per 40 milioni di Americani occidentali e la spina dorsale della produzione agricola e dell’allevamento di vacche da carne del Paese, è in declino da 33 anni, ma la popolazione del Nevada è raddoppiata.  

Contemporaneamente, oltre 1 milione e mezzo di persone si sono spostate nella area metropolitana di Phoenix, nonostante questa città dipenda dallo stesso fiume e abbia temperature che regolarmente arrivano a 115 gradi (Farenheit). Dai tempi dell’uragano Andrew, che devastò la Florida nel 1992, e benché la Florida sia diventata un simbolo della minaccia dell’innalzamento del livello dei mari, più di 5 milioni di persone si sono spostate sulle coste dello Stato, innescando un boom storico nell’edilizia e nel settore del real estate”. 

A disintegrarsi sono anche i simboli della geografia culturale degli Stati Uniti. 

Neppure l’Oregon è più lo spazio aperto, la frontiera della west coast, che per due secoli ha nutrito le speranze e la capacità di costruzione di una intera nazione. Questo sentimento è stato descritto perfettamente su THE ATLANTIC da Emma Marris: “Il west americano porta il peso di ogni sorta di bagaglio culturale, in buona misura un insieme di luoghi comuni sulla brutalità dei coloni-colonialisti, che in un batter d’occhio si trasforma nel culto, pericolo e tossico, di un duro individualismo e del saper contare solo su se stessi, i miti, insomma, delle opportunità infinite. Eppure, una parte dell’ethos del west, a cui sono sempre stata attaccata, come chiunque nato a Seattle e che ora viva nell’Oregon meridionale, è che a ovest ci sia spazio – spazio per rimanere da soli, per stiracchiarsi ed esprimere se stessi, o per spostarsi e reinventarsi. Quando vivevo sulla East Coast, i tavoli dei ristoranti mi sembrano sempre troppo vicini. I parchi erano troppo affollati. L’orizzonte era soffocato da edifici e da alberi. Tornando ad ovest i miei occhi sono stati di nuovo capaci di mettere a fuoco le montagne, lontane, e la vastità del Pacifico. Se ero annoiata o avevo bisogno di pensare, potevo sempre guidare finché sulla strada ci sarei stata solo io”. Dal 7 di settembre questo non è più possibile a causa dell’assedio del fuoco. La claustrofobia ha sostituito la gioia degli spazi aperti e immensi. Non si può più scappare e nemmeno al chiuso si è al sicuro, perché in circolazione c’è un virus sconosciuto che ha già fatto migliaia di vittime: “l’aria all’interno dello spaccio di alimentari sembra viva per la presenza di migliaia di virus microscopici; l’aria all’esterno, nel parcheggio, è visibilmente densa di pini e abeti inceneriti. Ogni respiro è un problema. In tutto l’ovest chi lavora nell’agricoltura, nell’edilizia e nei servizi è obbligato a respirare fumo e le esalazioni potenzialmente pericolose dei propri clienti. Non hanno un posto sano, pulito per lavorare. La regione dei grandi cieli e di una seconda chance è improvvisamente diventata piccola, affollata e soffocante”. 

Ora nessuno, qui in Europa, oserebbe dire che gli piacerebbe vivere in California o in Oregon. Come in un enorme sussidiario globale, il contesto americano ci restituisce il passaggio epocale, di questo 2021. È arrivato il momento di pagare il conto delle devastazioni ecologiche su scala planetaria. David Attenbourough lo ha sintetizzato nel titolo nel suo ultimo, radicale, documentario per la BBC: “Extinction: the facts“. Fatti e non opinioni.

Di botto, la zoonosi e una stagione di distruzione che, diciamo la verità, abbiamo sempre relegato al ventaglio di possibilità ecologiche tipiche del terzo, quanto, quinto mondo ( i Paesi da cui preleviamo risorse naturali senza scrupolo da 5 secoli), sono addosso a noi. Da questo momento in poi le cose non andranno meglio o un po’ meglio, e nemmeno saranno riparate o riaggiustate. Da questo momento in poi sperimenteremo le conseguenze della nostra condotta moralmente apatica. Perché, se anche saremo a decine di migliaia di chilometri dalle zone rosse a 50 gradi e muri di fuoco, o da chissà quale altra sventura climatica a venire, comune sarà la certezza di vivere nell’epoca della distruzione. 

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Per i parchi nazionali non sarà un biodiversity super year

Il previsto “biodiversity super year” non sarà un successo, quando a Natale tireremo le somme di questo 2020. All’avvicinarsi della data fatidica del 30 settembre, quando la 75esima sessione della Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, verrà inaugurata da uno speciale Summit on Biodiversity, come già accadde nel 2014 per l’audizione straordinaria sul clima presenziata da Leonardo Di Caprio, è già chiaro da ora che nulla di sensazionale verrà dichiarato o promulgato. 

Le buone intenzioni, sulla carta, sono anche stavolta ottime. Si legge nel comunicato stampa ufficiale della CBD (Convention on Biological Diversity) che lo scopo del Summit è “dare forza allo sviluppo e alla conseguente adozione di una efficace cornice post 2020 (definizione di obiettivi di conservazione globali che superino gli Aichi Targets 2020, NDR) per la biodiversità globale all’interno della COP15 ( la Cop prevista in ottobre a Kunming, in Cina, che è slittata alla prossima primavera a causa della pandemia, NDR). La cornice post 2020 deve essere ambiziosa, non soltanto negli obiettivi e nei target, ma anche nel fornire i mezzi, finanziari e di altra natura, per raggiungere questi obiettivi, nonché i meccanismi da mettere in campo per rendicontare i progressi raggiunti”. 

Intanto, è evidente che pure i parchi nazionali, le aree protette che sono da decenni gli avamposti più importanti nella protezione di ciò che rimane della diversità biologica del Pianeta, sono ovunque minacciati da una immensa fame di energia, che non ha nulla a che spartire con sbandierati interessi di protezione del patrimonio biologico del Pianeta, ormai da considerarsi bene dell’umanità. 

L’India, la notizia è uscita su SCIENCE il 28 agosto, “ha ridotto le sue foreste e le sue specie selvatiche in una geografia a macchie di leopardo. Tra gennaio e maggio, il ministro dell’Ambiente, delle Foreste e del Cambiamento Climatico ha dato la sua approvazione di clearance  ambientale (cioè l’approvazione a procedere) a 73 progetti entro un raggio di 10 chilometri all’interno di una foresta, inclusi alcuni progetti contigui a foreste che si trovano sotto uno statuto giuridico protetto”, scrive la dottoressa Suvarna Khadakkar, RTM alla Nagpur University (Marahastra, India), Dipartimento di Zoologia. Questi progetti contemplano “costruzioni industriali, strade, miniere e nuove infrastrutture”, che ovviamente portano con sé alterazioni permanenti e fonti di disturbo ambientale, a detrimento di tutto l’habitat. Secondo Khadakkar “23 di queste proposte si trovano in prossimità di zone in cui ci sono specie designate come ‘assolutamente vulnerabili’ per lo India’s Wildlife Protection Act”. Nella lista nera figura anche il Dibru Saikhowa National Park, una foresta tropicale a boscaglia di alberi decidui e pianure soggette a inondazioni, un’area protetta di quasi 700 chilometri quadrati (eppure, sostanzialmente un francobollo) nell’estremo nord-est del Paese, nello Stato di Assam. In concomitanza con il via libera governativo, la Oil India Limited ha annunciato di voler avviare esplorazioni petrolifere a ridosso dei confini del parco. 

Raggiunta via mail, la dottoressa Khadakkar spiega: “la lista pubblicata per il Dibru Saikhowa National Park menziona la presenza di molte specie la cui sopravvivenza è in pericolo a causa di questo progetto: il criticamente minacciato grifone dorso bianco del Bengala (Gyps bengalensis), l’airone pancia Bianca (Ardea insignis) il gharial (Gavialis gangeticus), l’unico coccodrillo della famiglia dei Gavialidi, il leopardo asiatico (Panthera pardus), già vulnerabile, il leopardo delle nevi (Neofelis nebulosa), il bucero bicorne (Buceros bicornis), e la tigre (Panthera tigris), l’elefante asiatico (Elephas maximus), il delfino di fiume del Gange (Platanista gangetica), l’anatra dalle ali bianche (Asarcornis scutulata), e la tartaruga di stagno punteggiata (Geoclemys hamiltonii). Sono tutti classificati sotto lo Schedule 1 dello India’s Wildlife Protection Act”.

A queste specie ne va aggiunta una, il gatto-pescatore (Prionailurus viverrinus), uno “small cat” una volta diffusissimo in tutto il sud est asiatico, in un areale immenso (come molti altri gatti in Asia), che comprendeva anche le Sundarbans, il Nepal, il Bangladesh, il Myanmar, la Tailandia, il Vietnam (qui è ormai funzionalmente estinto), la Cambodia e forse la Malaysia, lo Sri Lanka; c’è, forse, come documentato da MONGABAY quattro anni fa, anche una sottospecie endemica dell’isola di Java, di cui però si ha un solo avvistamento documentato nel 1994. Oggi, il gatto-pescatore, che prospera nelle zone paludose e acquitrinose, rischia di scomparire prima ancora che la sua etologia ed ecologia siano state studiate a fondo. Secondo la WILDLIFE CONSERVATION NETWORK ne sopravvive una popolazione nelle Sundarbans ( dove rimane anche una roccaforte di tigri del Bengala), ma nella regione di Calcutta non è avvistato dal 2011. Oltre alla inquietante demografica umana del subcontinente indiano, è stata l’acquacoltura, ad esempio di gamberetti, a mangiarsi via l’habitat di questo gatto. 

La IUCN Red List non fornisce una cifra complessiva sul totale delle popolazioni rimaste e del numero di individui, ma la diagnosi sulle cause del suo declino generalizzato è sempre la stessa: “le attuali roccaforti globali, e conosciute, del gatto pescatore sono lo Sri Lanka, il Bangladesh, il Bengala occidentale in India e la fascia del Terai Duar, che collega le colline ai piedi del complesso dell’Himalaya in India e in Nepal. La perdita di habitat, insieme alle uccisioni dirette a causa del conflitto con le popolazioni locali in tutto l’areale della specie, hanno portato ad un declino complessivo che si pensa sia dell’ordine del 30% o anche di più negli ultimi 15 anni, e cioè in 3 generazioni”. 

La scoperta di una popolazione urbana di questi gatti a Colombo, nello Sri Lanka, una città che ha 650mila abitanti, apre interrogativi sulla adattabilità e la resilienza della specie, che potrebbe forse rivelarsi un vantaggio nei decenni a venire. È un destino – la progressiva sovrapposizione con gli insediamenti umani e lo sviluppo di nuove strategie adattative – che accomuna il gatto pescatore a quanto sta avvenendo anche ad altri felini. Il caracal abita ormai da tempo le periferie montagnose e boschive di Città del Capo in Sudafrica (Urban Caracal Project, Cape Town); in India, i leopardi sono sempre più frequenti, soprattutto di notte, tra le strade fangose degli slum di Mumbai. 

Una notizia non meno devastante è arrivata dallo Zimbabwe il 3 settembre. Il governo avrebbe dato il permesso ad una impresa cinese per 2 concessioni corrispondenti ad altrettante miniere di carbone all’interno del parco nazionale Hwange e nella adiacente Deka Safari Area. AFRICA GEOGRAPHIC riporta che “le due concessioni si trovano nella parte nord del parco nazionale e sembra che siano state vinte (granted) dalla Afrochi Energy (concessione SG7263 – che include la Deteema Dam e la Masuma Dam) e dallo  Zhongxin Coal Mining Group (concessione) SG5756”. 

Per capire la portata di questa decisione, bisogna ricordare che cosa è lo Hwange: 15mila chilometri quadrati, che ospitano la seconda più grande popolazioni di elefanti in Africa (dopo il Botswana).  Lo Hwange è decisivo ( cioè è uno dei posti in cui la specie giocherà la sua partita con la propria estinzione entro i prossimi 30-40 anni) anche per il leone. Lo Zimbabwe è uno dei 6 Paesi africani ad avere ancora più di 1000 leoni. Ed è uno dei Paesi del continente ad avere le più grandi sub-popolazioni di leoni, perché appartiene, grazie allo Hwange, al “sistema” geografico Okavango-Chobe-Hwange, che comprende le popolazioni di leoni del Botswana centrale e settentrionale (in continuità territoriale ed ecosistemica con il Chobe NP e la Moremi Game Reserve). Lo Hwange è, di conseguenza, una delle ultime 10 roccaforti biologiche della specie, perché ha almeno 500 individui adulti. 

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Le antiche tradizioni religiose minacciano le foreste del Nord Africa

Le tradizioni religiose e culturali possono avere un impatto devastante sugli ecosistemi che sono già sottoposti ad uno stress ecologico dovuto alla combinazione di più fattori antropici. Anzi, queste stesse tradizioni sono ormai un fattore di distruzione, a dimostrazione della complessità antropologica della crisi biologica del XXI secolo. È quanto sta accadendo alle foreste del Nord Africa, che, secondo una Lettera pubblicata il 27 agosto scorso su SCIENCE da Rassim Khelifa del Dipartimento di Zoologia della University of British Columbia, a Vancouver, in Canada,  stanno crollando sotto la pressione del taglio sempre più massiccio di alberi destinati alla produzione di carbone da cucina, il cosiddetto charcoal. 

Il charcoal è un combustibile destinato alla cucina diffusissimo in Africa: “il legname raccolto viene convertito in puro carbone lasciandolo bruciare sotto il terreno in un ambiente povero di ossigeno, che elimina l’acqua e concentra componenti del legno come il metano e l’idrogeno. Il risultato è una forma di energia che, all’accensione, sprigiona maggiore calore e rilascia meno gas rispetto al legno. Il charcoal pesa inoltre meno del legno, il che lo rende più facile da trasportare”, spiega una nota del CIFOR (Center for International Forest Research). 

Nel Nord Africa, secondo Khelifa, l’uso di raccogliere legno già morto è una abitudine antica, ma le cose sono cambiate: “La domanda di carbone e il suo prezzo di vendita sono cresciuti e quindi le attività illegali per produrlo si sono moltiplicate”. E la domanda è particolarmente elevata in prossimità della festività religiosa musulmana del sacrificio, lo Eid al-Adha, in cui le carni di pecora debbono essere cotte e cucinate sulla brace: “quest’anno in Algeria il numero di fuochi ha raggiunto un picco il 27 luglio (4 giorni prima dello Eid al-Adha) con 66 roghi simultanei in 20 province. Negli anni a venire il picco potrebbe portare un sostanziale danno ambientale poiché lo Eid al-Adha cadrà durante l’estate, quando la stagione del fuoco nelle foreste è al suo culmine e contenere i roghi diventa difficile. Il modello produttivo e commerciale del charcoal è fatale per la salute delle foreste del Nord Africa dal momento che i profitti dalla vendita aumentano in proporzione alla estensione dell’area di foresta sfruttata. I fuochi impoveriscono il suolo, intensificano la desertificazione ed intensificano il cambiamento climatico”. 

Tutto questo in un contesto biologico molto fragile. Secondo la Convenzione per la Biodiversità (CBD), in Algeria la biodiversità montana è molto ricca e la porzione del Paese che sconfina nel Sahara ha ecosistemi ancora pressoché sconosciuti alla ricerca scientifica. Il Paese ha 121 specie classificate in CITES e 75 sono minacciate di estinzione. Tra queste ci sono 14 specie di mammiferi e 11 di uccelli. La superficie della vegetazione nativa della steppa ha subito una riduzione massiva, del 50% dal 1989. Le specie più a rischio sono proprio alberi: il cipresso Tassili (Cupressus dupreziana), di cui rimangono solo 200 esemplari nella Tassili Biosphere Reserve, il pino nero (Pinus nigra) e il ginepro turifero (Juniperus thurifera), alberi magnifici che solo un secolo e mezzo fa prosperavano in foreste abitate anche dai leoni, oggi estinti.

C’è anche una altra tradizione in Algeria che minaccia la biodiversità locale, documentata sempre da Rassim Khelifa in un contributo su NATURE: la cattura e il mantenimento in cattività del cardellino europeo (Carduelis carduelis). Gli autori hanno studiato “la domesticazione per motivi culturali del cardellino europeo nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) e gli effetti di lungo periodo del bracconaggio sulle popolazioni selvatiche nel periodo 1990-2016, sulla distribuzione dello home range della specie, sul suo valore socio-economico, sul commercio internazionale e infine sul potenziale danno collaterale arrecato da tutto questo agli uccelli migratori sulle rotte Europa/Africa”. Il cardellino europeo, dall’inizio degli anni ’90, ha perso il 56% della sua distribuzione, in concomitanza con l’instaurarsi di una rete di commercio di esemplari vivi in tutto il Maghreb. 

“In Nord Africa, l’uso di un cardellino come pet risale alla dinastia degli Omayaddi, attorno quindi al 700 d.C., e raggiunge questa regione attraverso l’espansione del loro Califfato. Oggi è ormai parte della cultura di questi Paesi comprare e allevare in gabbia cardellini per via dei loro eleganti colori e della varietà del loro canto. Nel Maghreb occidentale (Marocco, Algeria e Tunisia) il bracconaggio su scala industriale è cominciato nei primi anni Novanta. A seguito di una profonda crisi economica, il bracconaggio sul cardellino è diventato un lavoro e anche un hobby per le genti locali ,che mettono trappole per la specie tutto l’anno, anche durante la stagione riproduttiva. Intrappolare gli uccelli e ucciderli è proibito nel Maghreb occidentale a partire dal 2004 in Algeria, dal 2007 in Tunisia e dal 1962 in Marocco, ma l’applicazione delle leggi sulla conservazione è spesso elusa e quindi l’efficacia di queste leggi è molto opinabile”. 

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Il Covid potrebbe essere la tempesta perfetta per l’Africa. Serve una responsabilità finanziaria globale per le terre selvagge del continente

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L’Africa è a un bivio. La crisi globale innescata dalla pandemia ha portato allo scoperto il lento declino della biodiversità del continente e potrebbe rivelarsi una perfetta tempesta di amplificazione esponenziale per le minacce di matrice umana alla più spettacolare wildlife rimasta sulla Terra. Questa la denuncia di uno studio di eccezionale importanza, ed estremamente accurato, uscito a metà agosto su NATURE Ecology & Evolution, Conserving Africa’s wildlife and wildlands through the Covid-19 crisis and beyond, firmato da un team di ricercatori di punta, tutti esperti di spazi selvaggi e di megafauna africana. Lo studio analizza i due principali fattori di “collasso interno” della conservazione così come finora è stata disegnata e pianificata sul continente: l’enorme dipendenza dal turismo internazionale, che genera proventi di 29 miliardi di dollari all’anno e ha finora funzionato come generatore di posti di lavoro ben qualificati e come supporto alle economie locali; e le donazioni internazionali, provenienti da una costellazione di soggetti, come organizzazioni non governative, filantropi, fondazioni, i quali, tutti insieme, arrivano a coprire il 32% dei costi delle aree protette, fino addirittura al 90% in alcuni Paesi. Entrambe queste fonti di sostentamento si sono prosciugate a causa del freno sull’economia globale dovuto all’emergenza sanitaria. All’incirca il 90% dei tour operator ha messo in conto una contrazione di affari del 75%. Le donazioni saranno al minimo per almeno i prossimi due anni. Durante la crisi del 2008, riporta lo studio, le transizioni di questo comparto crollarono del 40%. Forse per il 2020 e il 2021 andrà anche peggio. È quindi indispensabile rivedere e riformulare i flussi di finanziamento che garantiscono le aree protette, e inventarne di nuovi, per rendere il “sistema della conservazione” più autonomo. 

La conservazione della biodiversità africana è una questione globale, e non periferica o secondaria. Allo stato attuale delle cose, il futuro appare quanto mai incerto, e fosco, considerato che “l’Africa ha 2000 Key Biodiversity Areas e supporta le popolazioni di grandi mammiferi più diversificate e abbondanti del mondo”. E infatti questo studio contiene alcune riflessioni di svolta rispetto al modo tradizionale in cui, anche nel contesto scientifico, viene analizzata l’importanza dell’Africa negli scenari ecologici a venire del nostro Pianeta. Gli autori affermano che “la wildlife africana ha anche un considerevole valore esistenziale, il valore che le persone ricavano dal semplice sapere che essa esiste”. Le società civili delle nazioni più ricche dovrebbero sentirsi coinvolte dal destino della wilderness africana anche per un altro motivo: gli habitat del continente forniscono “servizi ecosistemici” di cui tutti beneficiamo: “il mondo intero beneficia dei servizi eco-sistemici forniti dall’Africa attraverso il sequestro di carbonio; gli ecosistemi africani giocano un ruolo critico nel salvaguardare la salute mentale e fisica dell’umanità”. In gioco non c’è quindi solo una svolta nella struttura internazionale che regge la conservazione (finanziamenti, regolamentazioni globali come gli accordi CITES, collaborazioni tra Ngo, Università e istituti di ricerca e progetti sul campo, turismo, donazioni da privati), ma, forse con ancora maggiore urgenza, una svolta morale da parte dell’opinione pubblica nelle nazioni più benestanti. Una svolta morale che diventi pressione politica. 

Alcuni degli esempi di questa “tempesta perfetta” sono particolarmente preoccupanti. L’Arli National Park in Burkina Faso, che è transfrontaliero con il Benin e il Niger, l’ultima roccaforte degli ultimi leoni dell’Africa occidentale, ha dovuto sospendere tutte le attività finanziate attraverso un grant di 1 milione e mezzo di euro pagato dall’Unione Europea. È probabile che alla fine del periodo di investimento previsto dal piano di finanziamento il Parco dovrà restituire tutti i fondi. In Sudafrica, il SanParks, l’entità para-statale che è incaricata di gestire tutti i parchi nazionali del Paese e può cercare finanziamenti in modo indipendente, dipende quasi esclusivamente dal turismo (l’84% del budget nel 2018) e questo significa, adesso, casse quasi vuote. La Zimbabwe Parks and Wildlife Management Autorithy, nel secondo quadrimestre di quest’anno, ha subito un taglio del 50% dei fondi (3.8 miliardi di dollari), a causa del crollo del turismo. Anche la Ol Pejeta Conservancy in Kenya, che ospita gli ultimi rinoceronti bianchi e gode di una certa popolarità mediatica, è sotto scacco: meno 1.8 miliardi di dollari. In Namibia, per molti motivi un Eden per la wildlife e modello di successo, le Communal Conservancies, ossia le terre di proprietà comune convertite alla protezione delle fauna e talvolta alla caccia da trofeo, hanno subito una contrazione di profitti da turismo di 4.5 milioni di dollari. La tempesta rischia di rallentare e compromettere anche un trend efficace di collaborazione pubblico/privato ( e cioè tra Ngo e le autorità governative preposte alla gestione dei parchi ) che negli anni ha ottenuto notevoli risultati nel valorizzare il “potenziale ecologico” delle aree protette, e, soprattutto, di fondarne di nuove. 

Secondo una ricerca (Models for the collaborative management of Africa’s protected areas) uscita nel 2018 su BIOLOGICAL CONSERVATION, la proliferazione, in tutto il continente, di partnership tra Ngo e governi “rispecchia un trend globale verso una ridotta dipendenza del finanziamento e della gestione statale sulle aree protette a favore invece di una crescente partecipazione di stakeholder nella amministrazione di queste stesse aree, in aggiunta ai cambiamenti giuridici connessi”. Il ruolo delle Ngo private è quindi strategico per rafforzare i territori sotto protezione. L’interruzione del flusso di denaro dalle organizzazioni non governative ha ripercussioni dirette sul potenziale di protezione della geografia selvaggia, e delle faune selvagge. Gli autori hanno analizzato 43 aree protette in 16 nazioni africane, individuando tre modelli pubblico/privato: “la delega totale di gestione (management) dallo Stato ad una Ngo; la co-gestione al 50%; il supporto finanziario e tecnico fornito”.

La delega completa è un modello che sta funzionando in un certo numero di aree protette in Repubblica Centro Africana (CAR), Repubblica Democratica del Congo (DRC), Congo Brazzaville e Chad, Paesi poco conosciuti tra i clienti dei grandi safari di lusso, ma che hanno ancora spettacolari risorse faunistiche e paesaggistiche; ma questo modello è attivo anche in Zambia, Madagascar e Malawi. Il parco nazionale Zakouma in Chad è uno di questi esempi positivi (reintroduzione della giraffa di Kordofan, una specie ormai criticamente minacciata) e lo è pure Akagera, in Rwanda, al centro di eccezionali sforzi di ripopolamento faunistico dopo il genocidio del 1994. Quando c’è co-gestione, le Ngo riescono a portare sul campo un ottimo know-how: funziona così il Virunga National Park. Ma il modello in assoluto più diffuso è l’importazione di competenze finanziarie e tecnico scientifiche. All’interno di questo schema, il personale esterno mantiene un cruciale ruolo di “advisory” in parchi di enorme importanza, e fama, come il Kafue (Zambia), il Ruaha (Tanzania) e la W-Arly. Il supporto tecnico è ormai strutturale allo Tsavo est (Kenya) e al Luangwa (Zambia). 

Ma di quanti soldi stiamo parlando? Queste collaborazioni consentono di coprire costi che possono arrivare a quasi 3000 dollari al chilometro quadrato. In una Lettera pubblicata nel 2013 su ECOLOGY LETTERS (Conserving large carnivores: dollars and fence), le cifre discusse necessarie a garantire gli home range dei grandi predatori africani come i leoni e i leopardi sono da capogiro. Le enormi aree protette transfrontaliere senza recinzioni hanno popolazioni di leoni che tendono a non raggiungere la loro “carrying capacity”, e cioè il limite di individui che un habitat può sostenere (numero di prede disponibili, opportunità riproduttive): queste porzioni di Africa richiedono qualcosa come 2000 dollari americani al chilometro quadrato. Il budget scende a 500 dollari al chilometro quadrato nelle riserve chiuse da recinzioni (fenced), i cui leoni sono costantemente sulla soglia della capacità di carico. Nelle game reserve che consentono la caccia da trofeo ci si assesta, sempre secondo queste stime del 2013, attorno ai 1000 dollari a chilometro quadrato. Secondo una ricerca più recente pubblicata dalla PNAS a ottobre del 2018 ( More than $1 billion needed annually to secure Africa’s protected areas with lions ), la presenza del leone può funzionare come un indicatore (proxy) per capire lo stato di salute di una area protetta in relazione al budget richiesto per mantenere quella popolazioni di leoni. Confrontando i finanziamenti di 282 aree protette di proprietà statale nell’anno 2015, gli autori hanno stimato che “il finanziamento minimo annuale per un chilometro quadrato è, stando all’African Park Network, di 978 dollari, di circa 1.271 dollari per chilometro quadrato in 115 aree protette in cui i leoni siano ad una capacità di carico del 50% e di circa 2.030 dollari per chilometro quadrato in 22 aree senza recinzioni”. In conclusione, occorre “un totale che va da 1.2 a 2.4 miliardi di dollari all’anno” per proteggere le geografie africane con gli ultimi 20-25mila leoni del continente. Oggi, a prescindere dalla pandemia da SarsCov2, attraverso i canali di finanziamento consolidati arrivano in Africa solo 381 milioni di dollari all’anno, che equivalgono a soli 200 dollari per chilometro quadrato. 

La struttura portante della conservazione è insomma largamente insufficiente. 

Appoggiarsi alle Ngo significa quanto meno provare ad intervenire su problemi cronici, perché l’inefficienza non sempre dipende dalla corruzione. Spesso manca il personale e i funzionari necessari a indirizzare il denaro dove più serve. Anche in Paesi che già fanno molto per i propri parchi nazionali, il supporto tecnico e finanziario “ha un senso dove c’è una minaccia specifica o una sfida o anche una opportunità che il governo non è in grado di affrontare da solo”. Questo contesto, economico ed ecologico, apre virtuosamente la porta al coinvolgimento dei privati stranieri. Una strada che, nonostante gli inevitabili pregiudizi e i timori post-coloniali, nessuno si può più permettere di non intraprendere. 

Raggiunto ad Harare, Zimbabwe, via Zoom, Peter Lindsey di Lion Recovery Fund e Wildlife Conservation Network, che lavora anche per il Dipartimento di Zoologia della Università di Pretoria, leading dello studio su NATURE: “La collaborazione tra soggetti del settore privato e i governi sta sicuramente crescendo, ma è ancora una piccola porzione rispetto al suo enorme potenziale. Possiamo dire che in Africa è piuttosto comune, perché è uno strumento importante per i governi, consolidato. Ciò che serve davvero ora è semplificare e rendere più chiare le modalità giuridiche con cui far entrate i privati, perché il potenziale di efficacia di queste partnership è altissimo, come dimostrano molte storie di successo degne di nota in cui i finanziamenti da fonte privata si sono sommate ad un forte know how. La chiarezza interna dell’intero processo legale è la questione-chiave. Il turismo fotografico è senz’altro una fonte di fondi molto rilevante ed è una componente in crescita, che non solo fornisce posti di lavoro di alto profilo professionale, ma costituisce anche la giustificazione per il mantenimento delle aree protette. In regioni remote ad alto potenziale turistico bisogna rendere più semplici i meccanismi per ottenere il visto turistico, in modo da permettere ai visitatori di raggiungere questi territori più agevolmente, bisognerà sicuramente anche potenziare le infrastrutture e garantire la sicurezza. I governi stanno compiendo passi in questa direzione in molti Paesi, c’è un impegno in questo senso. Ma la wildlife deve diventare un asset strategico anche per il turismo domestico, locale, non solo per quello internazionale. E su questo aspetto specifico c’è già un riconoscimento generale qui in Africa, che cioè questo passaggio sia indispensabile, anche se rimane molto lavoro da fare”. 

Devono crescere anche i finanziamenti internazionali. Gli autori propongono una serie di strumenti finanziari, alcuni in fase pilota, altri in discussione, il cui scopo è allargare la base di coinvolgimento nella protezione della biodiversità africana e al contempo rafforzare i meccanismi di redistribuzione dei profitti ricavati dalla wildlife. Alcuni di questi strumenti comprendono: l’impiego dei “crediti” pagabili non solo per il carbonio ( emissioni serra), ma anche per la biodiversità nelle aree ancora selvagge maggiormente in pericoloso di andare perdute per sempre; il pagamento diretto delle nazioni economicamente influenti  perché nazioni ricche di biodiversità risparmino i loro territori selvaggi, come accaduto nel caso della Norvegia e del Gabon; leasing su aree ad alto potenziale di conservazione per prevenire la conversazione ad agricoltura; schemi di “performance payments” per le comunità locali che decidono di conservare le loro specie selvatiche all’interno dei loro habitat; e addirittura  un “conservation basic income”, un reddito garantito per le i villaggi che proteggono la wildlife. Un ulteriore strumento di enorme impatto emotivo per noi occidentali è la proposta di instituire meccanismi di pagamento per i “servizi culturali”, ossia dall’uso pubblicitario, cinematografico ed estetico di immagini di specie africane, soldi che devono finire direttamente sulla conservazione di queste specie. 

Tutto questo significa cambiamento, di modi di pensare e di scale di priorità, per tutti: “Va comunque detto anche questo, che in contesti di super-turismo, ossia di affluenza eccessiva di turisti, è necessario definire un piano di gestione, aumentare i costi di accesso e stabilire una soglia nel numero di persone. I turisti in Africa devono certamente entrare nell’ottica di idee che è importante pagare per compensare l’impronta ambientale di un safari in loco, una compensazione degli offset che non significa affatto pianare alberi esotici, ma, piuttosto, e in modo molto più diretto, contribuire al mantenimento e alla gestione delle aree protette. Ad esempio, i voli aerei per raggiungere la wilderness sono un offset, che deve trovare una via di compensazione capace di produrre benefit per le aree protette, perché le donazioni internazionali non sono abbastanza, ma d’altronde occorre coinvolgere il turismo nel sostegno finanziario agli spazi selvaggi in modo nuovo”, spiega Lindsey. 

“Dobbiamo tenere in considerazione il fatto che la popolazione africana sta crescendo e che quindi serve una ridefinizione e una riflessione su come distribuire il peso della conservazione. Questo significa tradurre in realtà un meccanismo all’interno del quale i Paesi che più inquinano, con la loro maggiore domanda di risorse, lavorino insieme alle nazioni africane per lo scopo comune di mettere da parte territori destinati alla conservazione. La conservazione è uno strumento di sviluppo, ma a patto, ormai, che si appronti un sistema di finanziamento internazionale che riconosca a chi abita le nazioni ricche di biodiversità il ruolo di custodi di un bene insostituibile per la salvezza del mondo intero. Sì, in qualche modo possiamo dire che è arrivato il momento di ‘rendere anche il resto del mondo responsabile per il futuro dell’Africa’. Si può ad esempio cominciare a ragionare su soluzioni di scambio proficuo per tutte le parti. Noi viviamo infatti un controsenso, che un enorme patrimonio biologico si trova in Africa, eppure l’Africa è gravata da un immenso debito. Concedere un risanamento del debito al posto dell’aiuto umanitario e quindi permettere alle nazioni africane di spostare risorse economiche sulla conservazione permetterebbe loro di investire, finalmente, sui loro assist naturalistici, spezzando un circolo vizioso di debito e dipendenza da aiuti esterni”. Il momento storico che stiamo vivendo è quindi di portata decisiva: “Le genti africane possono e devono provare a fare di più, ma noi dobbiamo capire che il fondamento portante di questo ‘di più’ è la conservazione degli spazi selvaggi. L’Africa è ad un punto di svolta, che potrebbe rivelarsi anche un punto di non ritorno. La wildlife è in difficoltà ovunque, ma le peggiori situazioni ci sono dove c’è anche instabilità politica. Alcuni Paesi investono di più, altri meno, eppure il punto è che ovunque osserviamo un deficit di budget. Abbiamo disperatamente bisogno di una prospettiva di lungo periodo, di un lavoro sistematico che mobiliti in modo stabile risorse finanziare per la conservazione”.

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La compassione per gli animali ridotta a ideologia danneggia la conservazione delle specie

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La conservazione è ad un bivio. Ciò che in ambiente scientifico chiamiamo “protezione delle specie animali ancora selvatiche e dei loro habitat”,  e a cui la gente comune usa riferirsi come “natura”, è vicino ad un punto di non ritorno. In un certo senso, abbiamo già superato una soglia limite: senza la gestione umana degli spazi selvaggi nessuna area protetta è in grado di resistere al crescere della pressione antropica, all’espansione dell’agricoltura, delle infrastrutture e delle reti dei trasporti. In Africa, il continente che vanta le più numerose e diversificate popolazioni di grandi mammiferi del Pianeta, a causa della epidemia di SarsCov2  il turismo è crollato del 90%. Ma il turismo assicura il 32% delle aree protette, in certi casi copre addirittura il 90% dei costi delle aree protette. I finanziamenti provenienti dalle donazioni internazionali continueranno a calare per altri due anni. Ci ci aspetta una contrazione di questa fonte di donazioni superiore a quella osservata nel 2008 (7%) e nel 2009 (6.2%), e questo vale per i soldi che arrivano in Africa dagli Stati Uniti d’America. Il risultato finale potrebbe essere un 40% in meno di quello che occorre per mantenere al minino di protezione le aree protette di tutta l’Africa. 

Ovunque, la dipendenza degli ecosistemi ancora integri dalle scelte umane (quelle già conclamate ed effettive, come l’alterazione dell’equilibrio climatico terrestre e lo sfoltimento delle popolazioni animali, e quelle necessarie per salvare il salvabile) impone pratiche “di nuova generazione” nella gestione degli spazi selvaggi, e cioè intrusioni ad alto know how scientifico che hanno come scopo il rafforzamento di caratteristiche ecologiche capaci di fronteggiare le alterazioni sistemiche dei prossimi decenni. Ecco alcune di queste macro-aree di intervento, che corrispondono ad altrettanti campi di ricerca che tentano di capire come sia meglio intervenire per assecondare la resilienza dei biomi ancora funzionanti: le alterazioni strutturali, ad esempio nella composizione della vegetazione (numero e tipo di specie di alberi e piante), dovute al crescere delle temperature; il “range shift” e cioè lo spostamento delle popolazioni animali che tendono a cercare nuove regioni di stanziamento con temperature più simili a quelle degli habitat in cui si sono evolute, ormai troppo caldi; la translocazione delle specie, ossia l’inserimento di individui di una specie in un habitat migliore rispetto a quello di un tempo, ormai troppo compromesso; la ricreazione di comunità animali ; i paesaggi “eterogenei”, paesaggi non più selvaggi ma neppure completamente antropizzati; la stabilità genetica delle popolazioni animali in difficoltà o sotto minaccia, che significa garantire un tasso di riproduzione sufficiente a stabilizzare la specie sul lungo periodo; la colonizzazione assistita, il ripopolamento controllato all’interno di un territorio; la velocità della risposta evolutiva, ossia il monitoraggio del modo in cui le specie riescono a rispondere spontaneamente alle nuove e rapide trasformazioni ambientali; le popolazioni-rifugio, cioè le ultime popolazioni di specie a un passo dall’estinzione, che sopravvivono solo in ristrette geografie-rifugio. 

Alcuni esempi di queste realtà non solo ecologiche, ma direi anche storiche, e cioè strettamente dipendenti dalle caratteristiche intrinseche della nostra era, vengono dagli Stati Uniti e sono state raccontate in un illuminante articolo scritto da Miranda Weisse pubblicato dal blog della Università di Yale. In Wisconsis si discute se spostare più a nord le specie di alberi delle foreste autoctone e se ridurre l’habitat del castoro in modo da permettere ai fiumi di rimanere più freddi senza le loro dighe. Nel Missouri alcuni ritengono si debbano rimuovere le specie di alberi già sotto stress climatico e idrico e quelle che presto cominceranno ad esserlo, sostituendole con specie più adatte a un clima decisamente differente rispetto agli ultimi secoli, come ad esempio la quercia nera e la quercia rossa. Nel Maryland le paludi a canneto, oasi di molte specie di uccelli potrebbero essere drenate e dirottate dove adesso ci sono alberi ad alto fusto. In Alaska, nel Kenai Refuge, alcuni ecologi vorrebbero introdurre il bisonte, perché questa porzione dello Stato, che ora è una woodland (territorio dominato da bosco con alberi ad alto fusto) è destinata a diventare una grassland (distesa di prateria erbosa). 

In un contesto globale di questo tipo è importante capire quale idea di conservazione della natura sia la più efficace e la più appropriata. E non tutti concordano sugli assunti storici e consolidati che negli ultimi decenni sono stati la bibbia della protezione della natura. Si sta facendo strada una tendenza che molti giudicano pericolosa, la cosiddetta “compassionate conservation”. Il dibattito nel mondo anglosassone, quello che in definitiva conta di più e mobilita più risorse e maggiore prestigio scientifico, è feroce e però illuminante. C’è infatti una spaccatura enorme tra la rappresentazione realistica, biologica e genetica dei problemi che abbiamo davanti, e la sua interpretazione, spesso emotiva e acritica, che la fa da maggiore sui social media. 

A giugno del 2019 è uscito su CONSERVATION BIOLOGY un articolo di sintesi della questione intitolato Deconstructing compassionate conservation. Come suggerisce il titolo stesso, questo nuovo indirizzo di pensiero intende privilegiare, su qualunque altro principio-guida di conservazione, il benessere animale. Dal 1995 al 2004 questo tema ha interessato meno di 30 pubblicazioni specialistiche, ma nel solo 2018 sono stati pubblicati 1100 contributi dedicati. Si potrebbe pensare che i motivi di questa crescita esponenziale risiedano nella sconcertante sofferenza inflitta agli animali selvatici su un Pianeta sempre più sovrappopolato e ferocemente sfruttato, ma il contesto è più complesso e preoccupante. Così gli autori spiegano lo scontro di visioni in campo: “il conflitto crescente tra coloro che ritengono che il benessere di un singolo animale sia un assoluto e quelli, invece, che ritengono che l’obiettivo primario sia la conservazione di intere popolazioni all’interno di un landscape”. Il rispetto della sofferenza animale è parte integrante della conservazione così come la conosciamo e non può essere separato da considerazioni generali sulla genetica di specie: “la maggior parte dei conservazionisti più rilevanti sono propensi ad abbracciare la preoccupazione etica per i singoli animali come un elemento importante delle migliori pratiche di conservazione, ma soltanto nella misura in cui essa sia coerente con i metodi di protezione sul landscape-level ( a livello dell’intero ecosistema), il cui successo sia misurabile”. E questo perché, proprio nel pieno della crisi di estinzione, è indispensabile massimizzare i risultati. Tradotto: garantire il massimo di chance al maggior numero di specie, non di individui. 

Ma che cosa propone la “conservazione improntata alla compassione”? I sostenitori di questo approccio sono contro il culling, cioè l’abbattimento selettivo di alcuni individui in popolazioni confinate in riserve e pensano che sia giusto lasciare che la megafauna non nativa e i predatori introdotti in epoca coloniale ( come ad esempio i gatti in Australia nel 1788) prosperi senza nessun controllo. Questi ricercatori arrivano a sostenere che non sia necessario abbattere gli ippopotami africani che Pablo Escobar, per puro piacere personale, introdusse in Colombia, o i topi che devastano i siti di nidificazione degli uccelli nelle isole in cui sono arrivati insieme agli Europei due secoli fa.  

Le considerazioni “etiche” che stanno a fondamento di queste posizioni sono aprioristiche e non tengono in conto gli obiettivi primari della protezione di un intero habitat, che è composto da un assemblage di specie co-evolute con quel territorio, quel clima e quella vegetazione. Gli autori che hanno pubblicato su CONSERVATION BIOLOGY insistono sul fatto che gli strumenti e le procedure finalizzate a proteggere gli habitat sono chiari e definiti: “la creazione di aree protette per mitigare la perdita di habitat e il loro impoverimento; leggi ad hoc per porre fine all’inquinamento, ad un uso eccessivo e alla persecuzione delle specie native; le translocazioni, per stabilire nuove popolazioni di specie minacciate all’interno di quello che una volta era il loro home range storico; interventi sul contesto ambientale (landscape) per facilitare la coesistenza tra specie sensibili e i fattori che le minacciano;  il controllo e la eradicazione delle specie invasive; le pratiche ex situ, come ad esempio colonie di sicurezza tenute in cattività e stoccaggio genetico per mitigare la perdita di diversità genetica quando le minacce non possono essere rimosse rapidamente”. 

Alcune di queste misure non risultano simpatiche all’opinione pubblica, soprattutto quella occidentale, mentre il punto di vista “empatico” mostra un enorme potere di seduzione su un immaginario collettivo che, quasi sempre, non ha la più pallida idea di cosa sia un bioma o una specie. E in particolar modo la gente comune si rifiuta di mettere a fuoco questo, che la protezione delle specie non è un contratto manicheo: “la conservazione è una gestione complessa di componenti tra loro interconnesse, in cui una decisione indirizzata ad una porzione dell’ecosistema può avere conseguenze dirette o indirette per numerose altre parti del sistema. Le scelte compiute dai conservazionisti hanno ripercussioni attraverso tutte le comunità biotiche, non soltanto per le specie target”. 

Capita che non fare nulla per non causare dolore sia ancora peggio: “è importante riconoscere che l’opzione zero azione può recare danno a un numero di individui decisamente più grande del fare ‘male’ solo a pochi.” E anche cintare le aree protette per evitare che individui, ad esempio predatori, entrino in conflitto con i villaggi e i contadini non è una alternativa senza dolore: “l’uso delle recinzioni (fence) introduce ulteriori contraddizioni (…) porre delle restrizioni al movimento degli animali potrebbe danneggiare alcuni individui perché non potranno muoversi liberamente per scegliere le risorse di cui approvvigionarsi o sfuggire ai predatori e agli esemplari con cui sono in competizione”. 

Difficilmente chi conosce gli animali selvatici solo da foto pubblicate su Facebook, o coloro che decidono di astenersi per principio dall’informazione ambientale basata su ricerche scientifiche, scegliendo di sottrarsi ai dilemmi morali imposti dalle contraddizioni intrinseche di un Pianeta vivente stravolto dagli esseri umani, riconoscerà che “il dolore è stato, e sempre sarà, parte della vita sulla Terra, senza via di uscita. Le catene alimentari (food web) implicano di necessità dolore e il dolore di una specie inflitta ad una altra specie, direttamente o indirettamente, poiché tutto ciò che vive compete per le risorse finite del Pianeta”.

E questo dovrebbe portare ad una assunzione forse poco confortante o adulatoria, ma ispirata al buon senso, con tutti i suoi limiti: “poche cose nella conservazione sono semplici. La conservazione che sa adattarsi ad ogni situazione, nella sua unicità, in modo flessibile, è più probabile porti maggiori vantaggi al benessere animale rispetto a regole rigide e di pronta applicazione ritagliate sull’emozione o sull’ideologia”.

Difendere il diritto alla sopravvivenza delle comunità animali su questo Pianeta significa ragionare per specie in senso storico: “una specie biologica è un pool di geni (espressi da organismi capaci di accoppiarsi e di produrre una progenie fertile) e questo significa che una specie è una linea storica di discendenza attraverso la selezione naturale. È per questo motivo che la conservazione delle specie si fonda su argomentazioni evolutive, chiare, e che su analoghi presupposti poggia la conservazione biologica, perché la estinzione di una specie è la fine di una intera linea di discendenza. Quindi, il valore delle comunità animali e degli ecosistemi è molto più grande della somma delle sue parti”. E questo significa, ad esempio, sopprimere le specie invasive che portano all’estinzione le specie native. Anche quando si tratta di gatti e di scoiattoli. 

L’appeal della compassionate conservation si nutre del lavoro sporco dei social media, che privilegiano le conversazioni ad alto tasso emotivo, ma agiscono come un effetto deformante sulla visione complessiva dei problemi ecologici. E questo purtroppo riguarda anche il flusso di donazioni che finanziano i progetti di protezione. Sul contesto africano un contributo durissimo di Gail Thomson ( esperta di carnivori con base in Namibia) è uscito su AFRICA GEOGRAPHIC. Si chiede, retoricamente, Thomson: “dovremmo gestire le specie selvatiche sulla base dei nostri sentimenti per gli animali o in base al bisogno di soluzioni pratiche a problemi reali?”. La sua critica agli avvocati della compassione “senza uccisioni” è radicale, proprio perché il loro sentimentalismo rischia di influenzare i pensieri di chi, allo stato attuale delle cose, con i propri bonifici finanzia la conservazione in Africa: “Attraverso le campagne sui social media possono essere generati milioni di dollari di donazioni inspirati dall’approccio compassionevole alla conservazione, eppure questi dollari non raggiungono le persone che hanno a che fare quotidianamente con le conseguenze reali, nella vita reale, della vita con le specie selvatiche, e quindi nemmeno un dollaro farà davvero la differenza. Infatti, coloro che vivono sulla linea del fronte della conservazione possono non essere affatto d’accordo con questa ideologia e sono anche gli ultimi a ricevere i finanziamenti ottenuti in questo modo. Il modello di conservazione operativo in Namibia, in particolare, va contro i fondamenti della conservazione compassionevole, perché pone al centro i diritti umani e non i diritti degli animali. Non c’è da stupirsi che alcune delle organizzazioni internazionali più ricche che promuovono la ideologia ‘Prima gli animali’ siano assenti dal contesto di conservazione che abbiamo in Namibia”. 

Che ci piaccia o no, due realtà sono ormai incontrovertibili: una etica assoluta non è né intelligente né efficace, ma serve soprattutto a soddisfare i nostri sensi di colpa; con 7 miliardi e 800 milioni di abitanti la Terra ha un gigantesco problema ecologico che si traduce in un abnorme problema di diritti umani, nel dipanarsi del quale si manifesta come problema biologico globale. È l’intera idea che abbiamo della vita ad essere in discussione, ad essere saltata in aria. Siamo all’anno zero di una rivisitazione del nostro ruolo di specie sulla Terra e questo interrogativo si porta dietro ogni interrogativo sulla vita degli altri, animali e vegetali. 

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La rassegnazione è la migliore opzione disponibile

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Sapevo che le condizioni ambientali non sarebbero state delle più propizie, ma ho deciso di tentare ugualmente. Con un po’ in ritardo rispetto all’inizio della tradizionale stagione della semina, il 3 di giugno ho piantato 4 piante di pomodoro sul balcone, interrandole nel terriccio, non trattato con fertilizzanti o erbicidi, di una fioriera in legno lunga un metro e profonda 50 centimetri. Vivendo al terzo piano di una via ad alto traffico su gomma, dove il boato dei motori a scoppio ha stretto alleanza con il cigolio industriale del tram, il mio balcone è letteralmente ricoperto da un pulviscolo onnipresente, nerastro, che,  come ho scoperto nel corso degli anni, contiene una percentuale di particolato metallico, che si fissa sulle foglie di piante e fiori, compromettendone la fotosintesi. Qualunque vegetale arrivi qui, settimana dopo settimana, sviluppa una sindrome da esaurimento: sulle foglie compaiono macchie bianche o gialle, che si allargano sino a inghiottire quasi tutta la clorofilla, lasciando così la pianta indifesa, cachettica, incapace di assorbire la radiazione solare. A giugno mi sentivo incoraggiata dal fatto che, stranamente, gli ortaggi hanno dato prova di riuscire a fronteggiare la sindrome da esaurimento con più energia rispetto a gerani, margherite e salvia. Il pomodoro coltivato sul balcone mi sembrava anche una risposta guerresca, direi legittimamente altezzosa, all’imperativo di un ritorno alla normalità pre-pandemia. Il tentativo di tenere vivo il pensiero, germogliato durante il lockdown, di una vita alternativa al rumore assordante e traffico eterno che sembra essere, a Milano, la massima aspirazione civile. Le quattro piante hanno dato il massimo per un paio di mesi, crescendo con vigore e determinazione, sviluppando un fogliame denso, di un verde indubitabile. Ventisei pomodori sono spuntati sulle cime più alte. Tutto procedeva per il meglio, quando, due settimane fa, le piante sono entrate in crisi. Macchie marroni si allargavano sotto i pomodori, compromettendone la maturazione. Le foglie sbiadivano, mordicchiate da chissà quale insetto straniero. La diagnosi è stata semplice: mancanza di calcio, marciume apicale. Serve un fertilizzante, possibilmente non sintetico. Perfetto: dove lo compro?

La risposta è fin troppo facile. In tre giorni, biologico, consegna sicura: Amazon. Una bottiglia di Pomosano a 9 euro e 90 centesimi. Nessun vivaio aperto in agosto, accessibile con i mezzi pubblici. Nessun fiorista nelle vicinanze, che avesse prodotti per l’orto urbano. Ed è stato così che, mio malgrado, mi sono trovata di nuovo ostaggio del colosso americano, del business più disinvolto che abbia messo il campo del suo esercito di opzioni, vantaggi e semplificazioni nel cervello e nel portafoglio dell’umanità intera. Con Amazon hanno una relazione tossica (quel tipo di innamoramento a senso unico, autodistruttivo che più consuma le sue vittime più pompa di serotonina i loro neuroni) soprattutto gli indigenti occulti, e cioè quelle persone che non possono davvero scegliere come compare, o come muoversi nel fluttuante ecosistema del business on line (scialuppa dei prossimi anni ?). Gli indigenti occulti lo devono benedire Amazon, perché il signor Bezos offre loro ipotesi di guadagno e di vie di uscita (salvare i pomodori e urlare il proprio Merde! In faccia al potere) che nessuna autorità statale o para-umanitaria sembra essere in grado di dispiegare. Chi non può scegliere ha mezze scelte a disposizione, scelte grottesche o sarcastiche, che gli danno la mezza illusione di poterla sfangare. 

Io i miei pomodori biologici li volevo salvare. Non volevo morissero, come se non li avessi amati abbastanza o mi fossi presa cura di loro in modo insufficiente. Non volevo dimostrassero che un orto urbano è una altra bella fola, ottima per chi, di opportunità di scelta, ne ha moltissime e quindi immagina ciò che non può esistere. Insomma, non volevo che i pomodori fallissero, perché avevo sperato di non poter fallire io come avanguardista contraria al ritorno alla normalità. Ma, di fatto, i pomodori mi stavano dicendo, con la loro carenza di calcio, che un terriccio passabile non basta. Non può bastare. E non può bastare perché anche le piante e gli ortaggi, come le foreste, per prosperare, hanno bisogno di una epoca geologica favorevole. Una città asfittica è nefasta per i pomodori, ma il posto dei pomodori, si potrebbe obiettare, non è la città, e se l’intero landscape di cui siamo circondati e permeati non fosse consunto al punto da generare una crisi biologica globale, nemmeno io avrei sentito il bisogno di piantare pomodori su un balcone nero di fuliggine, roso dalla ruggine, in un appartamento in affitto, in un palazzo vetusto in classe energetica G. 

Ed è così che, nella trepidante attesa che Amazon consegni il mio flacone di Pomosano al punto ritiro del Carrefour di CityLife, m’è venuta tra le mani una frase di Max Scheler: “nella plurimillenaria storia dell’umanità noi siamo la prima epoca in cui l’uomo è diventato un enigma a se stesso; in cui non sa più chi è, sapendo tuttavia di non saperlo”. Scheler scriveva questo al tempo della Prima Guerra Mondiale, un’epoca che, oggi, ci appare forte, sicura di sé, ancorché poco consapevole dei rischi micidiali impliciti nei giochi di potere imperiale tra le grandi potenze europee. É credibile che i borghesi in cappello e bastone del 1910 sapessero di non conoscersi a fondo? Non sono in grado di dirlo. Però Scheler aveva intuito il giusto asserendo che l’uomo moderno è un enigma. Non sa dove finisce l’intelligenza e dove comincia l’istinto. Si osserva compiere azioni delle cui conseguenze non gli sono chiari i confini e le implicazioni. Oggi, invece, l’enigma è stato risolto? Direi di sì.

Dai tempi felici del lockdwon in cui il rumore raccapricciante del traffico era sparito dal mio condotto uditivo, ho la sensazione di vivere in un’epoca che sa praticamente tutto di se stessa senza però sapere di sapere tutto; un’epoca che si ignora, pur guardandosi in faccia tutti i giorni. Le evidenze scientifiche del collasso biologico sono così numerose che è diventato noioso leggerne sui giornali. Ogni ricerca conferma la precedente, aggiungendo un micron di paura, orrore e devastazione al quadro generale. Questa settimana abbiamo saputo che le microplastiche sono ormai anche nei tessuti dei nostri organi (lo studio è stato presentato mercoledì 19 agosto alla American Chemical Society). Ebbene, non ci possiamo fare nulla. Se anche la finissimo domani con la porcata della plastica, quello che è in circolo è ormai là fuori e state certi che farà il suo sporco lavoro. Non sappiamo in che cosa consisterà la sua partita con la chimica organica, ma sarà una partita inarrestabile. Anche le estati saranno sempre più calde, pur nella fantascientifica ipotesi che da il minuto dopo aver finito di scrivere questo pezzo il mondo rinsavisca e viri verso la decresciuta energetica. Noi sappiamo tutto di ciò che dovremmo sapere per salvarci la pelle, ma non sappiamo di questa nostra conoscenza pur avendola elaborata, testata e conquistata. Saremo sempre più infelici, ma non sappiamo il perché anche se la causa della nostra infelicità è già stata diagnosticata. E questo avviene perché la costruzione del principio di realtà non è scontata. Avere un principio di realtà non è automatico. Ciò che appare scontato nasconde insidie. Ciò su cui facciamo conto per star bene ( la “normalità”: andare al cinema, andare in palestra, prendere l’aperitivo) è un congegno economico che stupra le nostre doti cognitive sino a farle marcire. Non siamo mai stati soli in questa disfunzione della coscienza, anzi, forse dovremmo essere più ematici e compassionevoli con i poveri disgraziati che non sanno neppure che cosa è l’estinzione delle specie animali o l’effetto serra. Di fronte all’abnorme (pranzare con un dittatore che bercia in pubblico sulla distruzione auspicabile degli ebrei, sapere che quando mangi un trancio di tonno butti più nel fegato plastica) l’essere umano può non capire un accidente, se non che si trova bene così come è. 

Maria von Below, moglie di Klaus von Below, aiutante di campo di Hitler dal 1937 al 1945, ricordando i primi anni del Nazionalsocialismo, disse a Gitta Sereny: “Capisce, non ho mai capito perché, per accettare il fatto di essere state stregate da lui, le persone dovessero svalutare i talenti che Hitler indubbiamente possedeva. Dopo tutto, non si guadagnò la fedeltà di uomini intelligenti e perbene dicendo loro che il suo progetto era l’omicidio e consentendo loro di vede che era moralmente un mostro. Li persuase perché era affascinante. Ma dirlo oggi è una bestemmia (…) Adesso è facile deridere, criticare. I miei figli continuano a chiedermi come ho potuto io – come abbiamo potuto noi – sopportarlo. Ma, mio Dio, era un mondo diverso”. Tra qualche decennio, i nipoti interrogheranno i nonni su questi nostri anni e porranno domande che ora sembrano tanto impossibili quanto inopportune. 

Il giorno in cui ho capito che i pomodori non ce l’avrebbero fatta senza Amazon, ho letto una amara riflessione sul ritorno alla normalità di Omar Sakr, un poeta di origine libanese naturalizzato australiano: “Il mondo è cambiato, eppure il suo peggio persiste. Ci viene ancora chiesto di riconoscere che questa è una situazione eccezionale, che richiede un cambiamento totale dei nostri comportamenti per adattarci e sopravvivere, ma soltanto per il tempo necessario a cambiare per tornare indietro, allo stile di vita che non è soltanto fatto a pezzi dalle sue stesse diseguaglianze, ma che gli esperti hanno già capito contiene imperfezioni fatali per la società umana. Quale è questa normalità a cui siamo costretti a ritornare? Il mio normale è la vita precaria di un poeta della working-class in un paese che odia lui, la sua cultura e le sue comunità. Il mio normale sono i commenti razzisti sul mio lavoro, le minacce di morte e i professionisti dell’odio on line. Il mio normale è il corpo devastato di mia zia, il cancro del mio prozio, l’affitto insostenibile di mia madre. Il mio normale sono i cugini in carcere, assuefatti soltanto alla povertà, alla punizione e all’aggressione della polizia. Il mio normale è la vita su una terra rubata, dove le richieste autodeterminate delle Prime Nazioni e delle loro comunità cono ignorare e le loro morti in custodia continuano. Morte è una parola passiva in questo caso. Il mio normale è il privilegio autentico di sapere in anticipo qualunque condizione sia imposta a me o alla mia famiglia, e che va peggio ai nostri parenti in Libano e in Siria, e che noi abbiamo contribuito a questo. Il mio normale e il vostro normale è una marcia senza sosta verso un clima distrutto, la liquidazione e il ridimensionamento del parere degli scienziati lungo questi decenni che abbiamo alle spalle, la mancanza di leadership e di una visione che osi immaginare qualcosa di sopportabile nella strada davanti a noi”. 

Ho l’impressione che questo “sopportabile” equivalga ad una sorta di matura rassegnazione. Rassegnazione per le opzioni che non ci sono, per le vie d’uscita che non esistono e che molti di noi hanno favoleggiato durante il lockdown perché abbiamo bisogno di pensare ad una soluzione anche quando la vita ci ha detto di NO con la massima chiarezza, un miliardo di volte. È abbastanza evidente che un vaso non può sostituire un campo aperto per delle piante di pomodoro. La normalità fa schifo, ma quasi sempre è semplicemente tutto ciò che abbiamo. 

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