Ogni singolo animale conta, WCN 2019 Annual Report

IMG_2735
(Photo Credit: Peter Lindsey – special thanks to Lion Recovery Fund)

È uscito questa settimana il Rapporto Annuale del Wildlife Conservation Network (WCN), la giovane Ngo che lavora solo su progetti concreti e reali, con una ricaduta tangibile sulle popolazioni locali coinvolte nella protezione degli ultimi, maestosi habitat selvaggi di Africa, America Latina e Asia. La WCN si distingue da qualche anno per l’incredibile lavoro messo in campo insieme al Lion Recovery Fund di Peter Lindsey, un team di ricercatori che sta mappando tutti gli habitat (landscape) rimasti per il leone africano anche in Africa centrale e Occidentale, un puzzle di riserve e aree protette praticamente sconosciute al circuito mainstream dei safari in Chad, Senegal, Cameroon, Repubblica Centro Africana. Ma il report con i dati del 2019 contiene importanti notizie e linee guida per capire che cosa si può ancora fare per arginare il deterioramento degli ecosistemi e con quali mezzi, fornendo esempi su numerose specie. 

Il denaro, innanzitutto. Nel 2019, la WCN ha raccolto 24 milioni di dollari. Questo per darci la misura del fatto che servono quattrini per arginare la crisi di estinzione. Una tale mole di finanziamenti provengono da donatori privati. È giunto il momento storico per un semplice ragionamento: chi ha soldi sul conto corrente apra la App della sua Banca e ordini un bonifico per la conservazione del Pianeta. 

La WCN ha deciso di dedicare una parte specifica del proprio lavoro al pangolino, il mammifero più cacciato al mondo, al centro della rete del traffico illegale di specie selvatiche con destinazione Asia: il Pangolin Crisis Fund (PCF). È bene ricordare che tutte le 8 specie di pangolino sono ormai minacciate di estinzione. In Cina e nel Sud Est asiatico il pangolino viene venduto per la sua carne, mentre le scaglie finiscono nei preparati della medicina tradizionale cinese. Secondo alcuni ricercatori, il virus della attuale pandemia potrebbe essere passato da un pipistrello ad un pangolino. 

Sempre attraverso il proprio sistema di finanziamento, la WCN ha consentito di piantare 50.000 alberi nelle foreste della Colombia; di rimuovere 1.800 trappole per la cattura di animali dalle foreste tropicali primarie del Congo; di provare a disegnare un programma di recupero per gli ultimi leoni del Senegal attraverso il Lion Recovery Fund. Nelle scorse settimane, ulteriori sforzi per definire il patrimonio rimasto in termini di specie e biodiversità sono stati dispiegati dal team di Peter Lindsey nello Zakouma National Park, in Chad, un paradiso dove ancora oggi si può osservare lo splendore della natura africana così come lo raccontò Romain Gary in un libro profetico sul destino del continente, Le radici del cielo. 

Una delle storie più edificanti ed istruttive del 2019 viene dal Perù. La Ngo Spectacled Bear Conservation (SBC), grazie ai fondi ricevuti, è riuscita infatti a compiere passi decisi per salvare dall’abisso l’orso delle Ande (Tremarctos ornatus). Questa specie, un tempo diffusa in tutte le foreste della Cordigliera, è pochissimo conosciuta, ma è stata decimata dalla perdita di habitat: ne rimangono probabilmente 2500. Tutte le popolazioni rimaste sono isolate tra loro, una condizione che spalanca le porte del futuro al rischio di estinzione a causa della povertà di flusso genetico. 

La popolazione del Perù è già in inbreeding, il che significa che gli individui in età riproduttiva sono tutti imparentati tra loro. Inoltre, le femmine possono produrre il latte per i piccoli soltanto se si nutrono del sapote, un frutto endemico delle foreste aride che cresce a valle delle alte montagne del Perù. A ciò va aggiunto che questa è una specie con una vulnerabilità intrinseca, perché il tasso di riproduzione è basso e la mortalità dei piccoli molto alta. 

L’indice di mortalità dei piccoli è però dovuto anche agli effetti distruttivi dell’agricoltura sulle foreste aride, frammentate e abbattute: “tagliati fuori dalle altre popolazioni di orsi, questi orsi si sono accoppiati solo tra di loro. Nel 2019, SBC ha analizzato dieci anni di dati, scoprendo che l’inaccessibilità del cibo e l’isolamento genetico hanno compromesso pesantemente gli orsi rendendoli suscettibili alle malattie. In più, l’agricoltura è responsabile di aver eroso e frammentato l’habitat degli orsi finendo con il distruggere gli alberi di sapote ad una velocità allarmante. Per fortuna c’è una soluzione semplice a queso doppio problema: comprare la terra prima che sia finita”. 

E quindi la SBC “quest’anno ha formalizzato un piano per acquistare lembi di territorio dove cresce il sapote, allo scopo di dare continuità all’habitat dell’orso assicurandogli di raggiungere in futuro le foreste aride”. 

Comprare porzioni di interi Paesi per gli animali: una scelta radicale, che però comincia a spuntare in giro per il mondo là dove il disastro è già nella sua fase più acuta. Così si muove anche la Ngo SAVING NATURE a Sumatra, nel Leuser Ecosystem, uno degli hot spot più importanti dell’intero arcipelago (Indonesia compresa) per quel che rimane delle specie tropicali studiate da Alfred Wallace 150 anni fa. 

Infine, il Rapporto del 2019 conferma una verità cruciale per chiunque si occupi di conservazione sul campo, e per l’opinione pubblica: ogni singolo animale conta, durante una estinzione. Un solo animale può fare una differenza enorme nel recupero numerico di una popolazione all’interno di una specie a un passo dalla fine. 

Due esempi di grande impatto emotivo ed ecologico:

“Vusile, una licaone orfano, è stato recuperato e curato dal nostro partner Painted Dog Conservation nel 2008. Questa femmina ha avuto dei piccoli, dei nipoti e dei tris-nipoti. Oggi, possiamo seguire i movimenti di 137 licaoni che discendono da Vusile”. Il licaone, o cane selvatico africano, è una specie spettacolare di cui rimangono solo 1400 esemplari;caccia in branco come il lupo e dimostra comportamenti altamente specializzati nella organizzazione del gruppo che da anni lasciano stupefatti i biologi. Il Botswana è l’ultimo grande bacino genetico della specie. 

“Dall’inizio del nostro lavoro per eliminare le trappole destinate ai leoni, lo Zambian Carnivore Program, con un Grant del Lion Recovery Fund, ha rimosso trappole piazzate per uccidere 44 leoni. Il risultano sono 187 piccoli nati da questi leoni, o che dipendono da loro, vivi”. Con soli 20mila leoni rimasti in Africa, ognuno di questi piccoli è una speranza di un futuro più giusto e condivido. Per tutti. 

Dolore condiviso

IMG_5921 2

Lo scorso 28 marzo, in una San Pietro deserta e scurita dalla pioggia, Papa Francesco ha cominciato la sua omelia a conforto dei fedeli con una citazione dal Vangelo di Marco: “venuta la sera”. Ed effettivamente, data l’ora, attorno alle 18.30, anche la Basilica assisteva al calare delle tenebre. Casuale o meno, consapevole o meno, il discorso del Papa assomigliava ad una impressionante metafora non solo di queste settimane, ma dell’intera condizione del Pianeta. 

“Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa”, ha detto Francesco. Eppure, ascoltando e osservando la sua preghiera da un punto di vista laico ed ateo, non poteva sfuggire che il Papa era uscito a pregare quando già le tenebre erano già alle porte, di Roma e del Pianeta. Era già buio, al momento della invocazione dell’aiuto celeste.

La tempesta non era affatto inaspettata. E benché le parole successive di Francesco (un Papa che poco di dirompente ha detto sul Pianeta, ma che molto di sensato e di giusto ha invece denunciato sulla miseria e la povertà) siano una analisi adeguata alla crisi di pensiero che sta dietro la pandemia, non è in questa indignazione che bisogna trovare una interpretazione adeguata del 28 marzo in Roma: “Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta (…) non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato”.

È un discorso che risuona di un disagio medievale, cioè dell’angosciosa domanda rivolta a un Dio creatore da parte di uomini inermi, impotenti, innocenti dinanzi alla propria mortalità, al flagello delle epidemie, dei raccolti andati perduti, degli espropri di tiranni e potentati. Molta dell’opinione pubblica italiana si aggrappa a questo sentimento di sconcertata incomprensione, di sbigottimento amaro, per non accettare, invece, una esperienza della malattia più matura, ma ben più complessa. Piazza San Pietro spogliata di uomini e donne, enorme e scura, come forse il Bernini la vide nella sua immaginazione autarchica e geniale, opera d’ingegno assoluta, astratta dalla Storia e dal dolore dei tempi, si è infatti presentata a noi come una landa desertificata. 

Con una consistenza geografica, e non solo artistica o religiosa.

Da qui la percezione di un silenzio fuori posto, maligno, metafisico. Non siamo abituati a valutare il silenzio, a misurarlo, tanto meno ad ascoltarlo. A fuggirlo, sì. Anche a maledirlo, come fosse un sintomo, appunto, di patologia. Ma se le città svuotate ci incutono un terrore medievale ( proliferano in rete i riferimenti alla crisi del Trecento), è in una altra caratteristica di quell’epoca che dovremmo identificarci. Come scrisse Jacques Le Goff a proposito del passaggio dal X all’XI secolo, e quindi alle spinte sociali ed economiche che condussero alla Crociata, gli Occidentali  erano “incapaci di trovare nel proprio paese il senso di un destino collettivo e individuale”.

Siamo nelle stesse condizioni.

Il calare della sera sulle nostre vite è una immagine ricorrente nel pensiero filosofico italiano. Siamo alla fine di un mondo, e non certo per via dei flussi migratori, o dell’Islam a Parigi. Siamo al capolinea della concezione del mondo che è a fondamento della nostra cultura economica e sociale, una idea degli uomini e della loro missione le cui origini sprofondano nel passato remoto ellenico, ma che comincia a prendere forme davvero moderne 500 anni fa con l’impresa atlantica di Colombo. 

“Si comincia a prestare attenzione all’abissale impotenza della civiltà della potenza. Si comincia a scoprire la malattia mortale”, scrisse Emanuele Severino, “Ma chi se ne preoccupa? L’Occidente è una nave che affonda, dove tutti ignorano la falla e lavorano assiduamente per rendere sempre più comoda la navigazione, e dove, quindi, non si vuol discutere che di problemi immediati, e si riconosce un senso ai problemi solo se già si intravedono le specifiche tecniche risolutorie. Ma la vera salute non sopraggiunge forse perché si è capaci di scoprire la vera malattia?”. 

La sera è scesa perché era inevitabile, giunti a questo punto. San Pietro era vuota perché per noi è l’ora del tramonto.

La “terra della sera”, come ha ricordato Umberto Galimberti nel 2005, perché questa è la etimologia di Occidente, è ormai al tramonto: “Che cosa propriamente finisce? Finisce lo sfondo umanistico che ha costituito il tratto specifico della cultura occidentale e, nonostante i progressi della scienza, finisce la fiducia che l’Occidente aveva riposto nel progressivo dominio da parte dell’uomo sugli enti di natura, oggi divenuti, al pari dell’uomo, materiali della tecnica (…) e sulle ceneri della categoria del senso , che dell’Occidente è sempre stata l’idea guida, si affacciano le figure del nichilismo, le quali, nel proiettare le loro ombre sulla terra della sera, indicano, a ben guardare, la direzione del tramonto. Un tramonto già inscritto nell’alba di quel giorno in cui l’Occidente ha preso a interpretare se stesso come cultura del dominio dell’uomo sulle cose”. 

Ecco, allora, che la principale piazza della Cristianità messa a nudo acquista tutto un altro significato. Qui non ci sono invocazioni salvifiche, preghiere e teodicee cui fare appello: qui c’è l’effetto, finalmente visibile, della defaunazione che abbiamo imposto al Pianeta. Per quanta paura ci possa fare questa solitudine urbana, non è nulla in confronto all’annientamento inflitto a migliaia di specie. Questo silenzio lo portiamo dentro di noi, perché lo abbiamo scelto e voluto, depredando le foreste e macellandone gli abitanti, e adesso che ci fa male, adesso che fa rumore, ce ne accorgiamo come degli ipocriti troppo presi da se stessi per riconoscere la propria meschinità. Questo silenzio è il nostro deserto. Adesso il dolore degli altri è anche il nostro dolore. 

SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Il peso dell’indifferenza – Puntata numero 8 del podcast di Tracking Extinction. 

Questa non è una pandemia. E’ una crisi biologica

pexels-photo-998593

Questa non è un pandemia, e nemmeno una emergenza sanitaria. Questa è una crisi biologica. Ci siamo dentro da parecchio tempo, ma c’è voluto un filamento di RNA perché fosse alla luce del sole. Biologico va inteso qui nel suo senso più ampio: un punto di rottura che riguarda per intero la vita organica su questo Pianeta e quindi, forse per la prima volta in questa dimensione, uomini e faune insieme.

L’epidemia potrebbe rivelarsi fatale per alcune specie che sono già ad un passo dall’estinzione. Ma potrebbe anche innescare effetti domino nella protezione delle faune e delle aree protette, interrompendo i finanziamenti e tagliando i proventi dell’eco-turismo.  

Soltanto due giorni fa il Sudafrica ha chiuso tutti i parchi nazionali, procedendo alla evacuazione di tutti gli stranieri in safari. La decisione ha un doppio scopo profilattico, di protezione, in altri termini, di persone e animali, visto che, ad oggi, nessuno sa se il SARS- CoV-2 potrebbe essere una minaccia grave anche per altre specie selvatiche. Il Gabon, che ha un patrimonio biologico inestimabile in Africa tropicale, aveva preso una decisione analoga il 14 marzo.

C’è una grande preoccupazione soprattutto per i primati: “il comune virus dell’influenza può infettare i gorilla e gli scimpanzé. Il COVID-19 potrebbe quindi rivelarsi pericoloso per le grandi scimmie come il gorilla di montagna e il Cross River gorilla”,puntualizza la Ngo AFRICAN CONSERVATION. Il Cross River gorilla (Gorilla gorilla diehli) è una sottospecie dell’Africa Occidentale, presente ormai soltanto in un range di 12mila Kmq sul confine tra la Nigeria e il Cameroon; è classificato come “criticamente minacciato” in Red List e ne rimangono solo 300. 

Ma il 24 marzo è uscito infatti un articolo in peer review su NATURE che ha chiesto la sospensione di ogni attività di eco-turismo in Uganda, Rwanda, DRC e tutte le nazioni che hanno le grandi scimmie per ridurre allo zero la possibilità di contatto tra esseri umani infetti e ciò che rimane dei nostri parenti più stretti, lungo linee di derivazione genetica ed evolutiva antiche di qualcosa come 10 milioni di anni. 

La crisi di estinzione è dunque al principio della pandemia, per via del traffico di animali selvatici e del loro consumo a scopo alimentare o come pet da compagnia, e alla fine di questa storia. Perché siamo solo all’inizio di conseguenze sistemiche anche sulla struttura portante della conservazione e fronteggiamo un rischio biologico che non riguarda solo noi umani, ma anche le specie che abbiamo condotto sul limite dell’abisso. 

Siamo cioè ormai dentro fino al collo in un circolo vizioso interamente costellato di rischi biologici multipli, imprevedibili, definiti da una incosciente compromissione del selvatico con il domestico, e dalle conseguenze di queste scelte di gestione delle risorse biologiche sui processi di estinzione. 

Una crisi biologica è anche difficile da affrontare. Quel che sta emergendo è che la “wildlife economy” è ormai parte integrante dell’economia correntemente intesa di interi Paesi, in modo tale che pensare di sradicarla dal giorno alla notte appare quanto meno inverosimile. La Cina ha messo teoricamente al bando il consumo di carne selvatica nei mercati come quello di Wuhan, ma la storia non finisce certo qui. In una Lettera uscita su SCIENCE il 27 marzo un team di ricercatori cinesi avverte che “un bando totale sul consumo di specie selvatiche terrestri, da solo, non è abbastanza per proteggere efficacemente la salute pubblica dalla malattie associate alla wildlife. La wildlife farming cinese include 6.3 milioni di soggetti coinvolti direttamente (practitioners) e un valore di fatturato di 18 miliardi di dollari. Tagliare questa attività in tempi brevi sarà difficile”. E le motivazioni sono presto dette: “conflitti tra gli interessi privati degli allevatori e la salute pubblica”. Ma c’è anche un dilemma etico, dove mettere gli animali in gabbia esclusi dal commercio? Una eutanasia di massa? Con tutti i rischi di contagio per gli operatori addetti alle uccisioni? Rilasciarli nei loro habitat originari sarebbe una ulteriore puntata alla roulette, perché il pericolo di trasmissione di zoonosi alle popolazioni selvatiche sarebbe altissimo e incontrollabile. Rimane anche da dire, ammettono con coraggio gli autori, che il bando cinese di febbraio non include affatto la medicina tradizionale, che continua a importare illegalmente scaglie di pangolino, ossa di tigre, bile di serpente e addirittura feci di pipistrello.  

Questa, infine, è una crisi biologica perché denuda la fragilità terrificante di un sistema economico che è fondato sul negazionismo climatico, sulle diseguaglianze sociali, sulla povertà da lavoro salariato i cui miserrimi guadagni finiscono di botto all’arrivo della pandemia. È l’iper-capitalismo, come lo definisce l’economista Thomas Piketty, che ha finalmente mostrato il suo tallone d’Achille. Un sistema basato sulla produzione di beni di consumo, in espansione perenne, non è tarato per reggere la tensione di un fermo produttivo massiccio allo scopo di contenere il numero dei morti. In questa crisi biologica è evidente ciò su cui concordava il panel di esperti che nel pomeriggio di ieri hanno partecipato ad un seminario di due ore e mezza su ZOOM, in diretta da Londra, organizzato da PLAN B ed Extinction Rebellion, a cui io stessa sono stata invitata come giornalista ambientale. Dobbiamo passare da una “economia di crescita” ad una “economia del benessere”. Ossia, una economia che produca il necessario in una ottica esistenziale: beni indispensabili ad una vita ricca di significato, di progetti compatibili con il Pianeta, con i diritti umani e animali, insomma, di nuovo, con il fenomeno biologico nella sua interezza. 

Nelle parole di Thomas Piketty: “non è possibile avere flussi liberi di capitale e libero scambio di beni e di servizi se non si possiede anche un sistema comune, verificabile, di obiettivi sociali ( un salario minimo, diritti del lavoro), una giustizia fiscale (una tassazione minima comune dei principali attori economici globali) e una protezione ambientale (ad esempio, dei target di emissioni verificabili)”. 

L’espansione delle rinnovabili minaccia le aree protette del Pianeta

CC_Nam Theun 2 Hydro_Laos

L’espansione delle energie rinnovabili (solare fotovoltaico, eolico onshore, idroelettrico) minaccia molte aree protette cruciali per la conservazione delle specie ed è un obiettivo energetico che potrebbe entrare in rotta di collisione con le esigenze di protezione degli ultimi habitat selvaggi. Questa la conclusione di uno studio condotto da un team di ricercatori esperto nella misurazione dell’estensione e dello stato di salute della wilderness del Pianeta, pubblicato oggi sulla rivista GLOBAL CHANGE BIOLOGY. 

“Abbiamo identificato 2.206 impianti ad energia rinnovabile completamente operativi all’interno dei confini delle aree protette, con altri 922 impianti in corso di sviluppo”, spiegano gli autori. Le aree sotto protezione ambientale prese in considerazione sono di 3 tipi: le aree protette in maniera stringente (secondo i criteri della IUCN), le aree cruciali per la biodiversità del Pianeta (Key Biodiversity Areas) e gli ultimi lembi di wilderness, le terre ancora completamente selvagge. Questo significa che il 17% di tutti gli impianti a rinnovabili del mondo (12.658) è situato dentro territori che dovrebbero essere destinati solo alla protezione di piante e animali. 

I dati raccolti sollevano importanti dubbi sulla possibile rotta di collisione tra gli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici (con le quote di rinnovabili ritagliate sugli obiettivi di riduzione delle emissioni, così come deciso nella carta di Parigi del 2015 dalla UNFCCC) e la drammatica urgenza di protezione di migliaia di specie, e degli ecosistemi in cui vivono. Un rischio non nuovo, ma che rappresenta un tabù gigantesco: “gli impianti a energia rinnovabile possono essere ad uso intensivo di suolo e ad alto impatto sulle aree destinate alla conservazione e poca attenzione è stata prestata a capire se l’effetto aggregato delle transizioni energetiche possa anche costituire una minaccia sostanziale per la biodiversità globale”. 

Questo è il primo censimento globale dei luoghi del Pianeta in cui c’è, e ci sarà probabilmente anche in futuro, sovrapposizione tra impianti a rinnovabili per la produzione di energia elettrica e i parchi nazionali, le aree naturalistiche protette e le terre selvagge.

Nel mondo, 2.206 (17.4%) impianti di produzione di energia rinnovabile sopra i 10 MW si trovano all’interno di importanti aree per la conservazione della natura. Almeno 169 sono dentro i confini di 122 aree classificate come “aree sotto stretta protezione” secondo i criteri della IUCN, luoghi dove non dovrebbe esserci neppure l’ombra di centrali elettriche; altri 42 impianti stanno in 25 regioni selvagge (willderness) e infine 1.147 sono all’interno di 583 aree cruciali per la biodiversità. La sovrapposizione riguarda tutto il mondo: la maggior parte in Europa occidentale (la Germania in testa), mentre il Medioriente e l’Africa sono in cima alla lista per numero di strutture all’interno delle aeree protette. La Cina e il Nord America, infine, guidano la classifica per quanto riguarda la wilderness “occupata” da impianti di produzione. 

Ancora oggi il settore energetico, nel mondo, tende a non includere la biodiversità nei propri piani di sviluppo, una amara verità che i fautori del cosiddetto “sviluppo sostenibile” fingono di ignorare. “Le rinnovabili sono ‘basate sulla natura’ soltanto per il fatto che sono cruciali nel ridurre le emissioni di carbonio e nel combattere un catastrofico cambiamento climatico. E tuttavia rappresentano anche uno sviluppo industriale, spesso su larga scala, che può avere un massiccio, negativo impatto sull’ambiente e sulla biodiversità – spiega James Allan, della University of Queensland, St.Lucia, Australia, tra gli autori dello Studio – Questo impatto si verifica attraverso la loro impronta fisica – ripulire un habitat della vegetazione, aprire strade e vie di accesso agli spazi selvaggi. O anche attraverso il loro impatto una volta in azione: le turbine eoliche uccidono gli uccelli, le dighe tagliano le correnti dei corsi d’acqua e le rotte migratorie dei pesci”. 

Entro la fine di questo decennio c’è da aspettarsi un incremento di questa tendenza di una media del 42%. Il Nepal, considerato un paradiso naturalistico, progetta di costruire impianti in 110 importanti aree sotto protezione ambientale, soprattutto dighe. Stessa cosa in India, che ha 74 dighe in via di realizzazione in 48 aree in teoria protette. In Africa, e in particolare in Tanzania, c’è il progetto, potenzialmente catastrofico, della diga della Stieglers Gorge, all’interno della Selous, una riserva leggendaria bene UNESCO. “In Africa abbiamo solo una sovrapposizione tra un impianto solare fotovoltaico e una area protetta, e cioè il Katavi National Park in Marocco”, aggiunge Jose A. Rehbein, sempre della University of Queensland, anche lui autore della ricerca. 

Il Cile sta pensando a un piano di rinnovabili su scala nazionale e in Africa molte nazioni discutono sulla opportunità di un “corridoio energetico” lungo tutto il continente. Per questo, secondo Allan, i negoziati di Kunming del prossimo autunno avranno un peso significativo nel definire gli anni a venire: “Una volta che i Paesi si impegno su forti obiettivi di conservazione sotto l’ombrello della Convenzione Mondiale per la Biodiversità a Kunming, i conservazionisti potranno allora cominciare a chiedere conto delle loro azioni e provare ad avere certezze che gli impegni siano portati a buon fine. Questi grandi accordi globali sono importanti perché pongono una agenda per la conservazione, mondiale, e questo influenza la conservazione a tutti i livelli, orientando i finanziamenti”. 

Una cosa è certa: sempre più evidenze scientifiche ci confermano che non esiste protezione del Pianeta senza una concessione di spazio a faune, foreste, praterie, ecosistemi lacustri e marini. Ci può piacere o no, ma la proposta di lasciare il 50% della Terra ai non umani è una prospettiva fondata su dati molto concreti. James Allan: “Non sono necessariamente d’accordo sul 50%, ma comunque concordo che abbiamo assoluto bisogno di dare alla natura abbastanza spazio per prosperare, libera da ogni impatto umano. Questo studio è un gran passo in avanti, perché dimostra che anche ciò che noi percepiamo come ‘sviluppo green’ compromette e danneggia la biodiversità. La chiave per uscirne è una pianificazione migliore. Abbiamo una mappa delle aree significative per la biodiversità, adesso dobbiamo lasciarle stare, lasciarle sole. Chi si occupa di mitigazione dei cambiamenti climatici dovrebbe evitare questi luoghi, non possono essere usati come offset o per la mitigazione stessa, devono essere esclusi da ogni tipo di investimento. Ci sono già abbastanza territori ormai degradati con un buon potenziale energetico da consentirci di far fronte ai bisogni energetici umani senza danneggiare la biodiversità”. 

Biodiversità artificiale in vendita

Schermata 2020-03-23 alle 17.55.49

Steve Galster, fondatore di FREELAND, una Ngo con sede a Bangkok che si batte da anni contro il traffico di specie selvatiche, è stato chiarissimo nel definire il nostro presente: “Questa è una vendetta di Madre Natura”. Ci troviamo in una situazione che la maggior parte di noi considerava una esagerazione degli ambientalisti con i capelli lunghi, le ciabatte birkenstok e le magliette Patagonia: il brusco risveglio alla realtà. Non puoi progettare di fare quello che vuoi del Pianeta per secoli e poi non aspettarti un big ben. Ecco, adesso ci siamo dentro e qualche parola più corposa del solito va detta. 

In questa pandemia non sono all’opera soltanto i classici schemi di sfruttamento delle faune: la gabbia, l’allevamento intensivo, il prelievo a mano armata, grazie a gang di contrabbandieri e bracconieri, direttamente dalle foreste, lo stoccaggio degli animali in mercati e macelli pubblici. Qui c’è qualcosa di più, che, purtroppo, ha fatto letteralmente la storia della nostra espansione sul Pianeta ed è inscritto nei geni della nostra specie. Mi riferisco alla capacità di Homo sapiens di manipolare le altre specie fino ad alterare la composizione stessa delle popolazioni animali degli ecosistemi, costruendo, nello stesso tempo, nuovi habitat artificiali dalle implicazioni ecologiche sconosciute. 

Era il 2006 quando uscì negli Stati Uniti “Il pianeta degli slum”, del sociologo ambientalista americano Mike Davis. Una indagine impressionante, schietta, che racconta le baraccopoli del Pianeta e l’esito finale della diseguaglianza economica in un capitalismo di rapina. Ecco, in questo libro Mike Davis si chiede, verso la fine, che cosa accadrà nel nostro futuro quando immesse megalopoli in Africa Occidentale, Sud est Asiatico e America del Sud diventeranno anche dei bacini di raccolta per decine di milioni di persone. Nessuno, scrive Davis, sa che cosa succede in una concentrazione tale di esseri viventi. E si riferisce alle malattie.

Un proxy di analisi ce lo danno però, proprio gli “wet market” e i “pet market” asiatici. I wet market sono gli spacci all’ingrosso del tipo di quelli di Wuhan, e invece i pet market sono i mercati di specie esotiche acquistate per la loro bellezza, come animali da compagnia. I pet market sono pericolosi tanto quanto i mercati di carne fresca, macellata sul posto, e nessuno in questo momento se ne sta occupando con la dovuta apprensione. Ne ha parlato il TIME in una inchiesta molto dettagliata firmata da Charlie Campbell, che ha scritto da Bangkok, Tailandia.  

Campbell ha visitato il Chatuchak Market, uno dei mercati di specie esotiche più famoso dell’Asia, e del mondo: un posto visitato da 22,5 milioni di persone ogni anno, un posto dove puoi mettere le mani, soldi permettendo, su qualunque cosa sia abbastanza graziosa o morbida o sgargiante, quanto a colori di piume o pelle, da attirare l’interesse dei trafficanti. Steven Galster ha accompagnato Campbell al Chatuchak e spiega un aspetto della faccenda che va ben oltre la crudeltà inflitta agli animali: “gli allevatori spesso aggiungono al loro breeding stock ( il gruppo di individui usati per la riproduzione in cattività, NDR) creature selvatiche, per ampliare il pool genetico”. È pratica comune, infatti, vendere non solo animali trafugati dai loro habitat, ma anche animali allevati che però appartengono a specie non domestiche. Questo significa che, senza nessun controllo, gli allevatori manipolano il patrimonio genetico di popolazioni di specie tenute in cattività, creando in laboratorio gruppi geneticamente modificati che non esistono in natura. “Le stesse catene commerciali di rifornimento (supply chain) che rifornivano Wuhan procurano animali anche ad alti mercati, che sono bombe a orologeria sparse per tutta la regione”. 

Non soltanto in Cina le wild farm sono luoghi dove si prova a potenziare, migliorare e quindi rendere più appetibile per il mercato specie animali selvatiche. Il Sudafrica è saldamente aggrappato a questa concezione di “sviluppo sostenibile”, come viene definito dal Governo, da una ventina d’anni, ma la situazione sta peggiorando. Il Ministero dell’Agricoltura e il Ministero dell’Ambiente lavorano di comune accordo per implementare le fattorie e i ranch e fornire il nulla osta per la messa in batteria di altre 33 specie. Il mondo scientifico del Paese è insorto, ma la direzione è purtroppo chiara: “Lo scorso 20 gennaio, un gruppo di ecologi, biologi e addirittura la South African Hunters and Game Association, hanno firmato e reso pubblico un documento inquietante: The implications of the reclassification of South African wildlife species as farm animals. Nella seconda pagina del paper è scritto: “A causa della mancanza di trasparenza e di dettagli, non sappiamo effettivamente come queste specie saranno gestite e, perciò, quali saranno le implicazioni ecologiche. L’approdo finale e logico di questa legislazione è tuttavia che noi avremo 2 popolazioni per ciascuna specie: una selvatica e una addomesticata. A nostro parere mantenere questa distinzione sarà molto costoso, ammesso che si riveli possibile. Quindi, le varietà addomesticate di animali selvatici rappresenteranno una nuova minaccia, di tipo genetico, per le faune selvatiche indigene del Sudafrica, minaccia che a quel punto sarà virtualmente impossibile prevenire o rendere reversibile”.

Ma c’è un altro aspetto dei pet market, più oscuro. 

Il modo in cui noi umani creiamo contesti biologici nuovi.

Nei pet market vengono ammassate, concentrate, specie che in natura non appartengono allo stesso assemblage, non sono cioè endemiche dello stesso habitat. Queste specie sono ammucchiate  chiuse in gabbie l’una accanto all’altra, in un contesto biologico del tutto artificiale senza nessuna precauzione sanitaria. Un video girato da 60MinutesAustralia e riproposto sul sito di FREELAND ha filmato questo genere di posti a “biodiversità artificiale”: un piccolo di Serval rinchiuso in una gabbietta ha lo sguardo stravolto di un animale a cui abbiamo strappato tutto, a parte lo scambio gassoso nei polmoni che lo tiene ancora in vita. Da questi lager artificiali che propongono una aberrante riscrittura della biodiversità possono emergere zoonosi a strettissimo legame di parentela con il Covid-19. Questo Serval è l’immagine simbolo, per quanto mi riguarda, della pandemia.

Per tutte queste ragioni,  Paul R. Ehrlich ha introdotto in questi giorni il concetto di “epidemiological environment: per oltre mezzo secolo gli scienziati hanno espresso preoccupazione per il deterioramento di ciò che mi piace chiamare un ambiente epidemiologico. Quest’ambiente consiste in una costellazione di circostanze che influenzano gli schemi di una malattia e i fattori che riguardano la salute. Tra queste circostanze ci sono la dimensione delle popolazioni e la loro densità, la dieta, la velocità e il tipo dei sistemi di trasporto, le sostanze tossiche, la distruzione del clima, la frequenza dei contatti uomo-animale, la disponibilità di strutture mediche con isolamento, le scorte di medicine, i vaccini, e le attrezzature mediche. L’ambiente epidemiologico include anche le norme culturali: i livelli di istruzione, l’equità economica nelle società, la competenza di chi governa”. 

La “growth mania”, l’ossessione per la crescita economica di economisti e politici, che ha ipnotizzato anche milioni di cittadini, non basta a spiegare la sottovalutazione collettiva dei rischi posti dalla distruzione della biodiversità per nutrire una demografia inarrestabile, perché viviamo “in un mondo che non ha ancora riconosciuto i suoi problemi di sovrappopolazione e consumismo o il loro impatto sulla salute e il benessere, connessi alla regressione socio-culturale: la crescente xenofobia, il razzismo, il pregiudizio religioso, il sessismo e, soprattutto, le iniquità economiche. Come spiegarlo? Ci sono cause già note, come il potere del denaro, non soltanto in politica, ma anche nella cultura globale nel suo complesso. Ma un elemento fondamentale è la diffusa ignoranza, in parte dovuta alla rottura del sistema di istruzione, che permette, ad esempio, a un folto gruppo di svariati economisti, politici e decision-makers di credere alla crescita infinita della popolazione e del consumo. La vasta incapacità delle ‘persone colte’ nell’elaborare un pensiero è di frequente espressa da frasi come questa, non abbiamo un problema con la popolazione, ma solo un problema con l’eccesso di consumismo”.

L’emergenza di questi giorni dimostra che i numeri non sono retorica a buon mercato, ma, in un sistema biologico, questione di vita o di morte. Ed è proprio la radice biologica di questa catastrofe collettiva a dover essere posta sotto i riflettori dei media, se mai fosse possibile. Perché per quanto mostruoso possa sembrarci questo dolore, esso ha una sua logica biologica. Siamo solo noi ad averlo dimenticato. 

 

Catarsi collettiva

IMG_5763

L’orrore, stavolta, ci sta appiccicato addosso. E abbiamo paura, eccome. Paura vera. Secondo alcuni psicologi sperimentali, molti di noi amano la crime-fiction perché assistere alla crudeltà nell’atmosfera ovattata dei nostri appartamenti ci dà una sensazione di conforto estremo. C’era già arrivato Elias Canetti, in “Massa e Potere”, il suo libro più anticonvenzionale. Per Canetti, l’individuo comune gode nel guardare la disgrazia spaventosa caduta su qualcun altro perché questo lo fa sentire al sicuro. Come nessun’altra esperienza. Uno, salvo, contro tutti gli altri, perduti. La meschinità della sopravvivenza. Da tre settimane possiamo affermare che questa prospettiva antropologica è ribaltata, se non altro nella misura in cui noi Europei, figli privilegiati dell’Occidente ricco, ci siamo improvvisamente accorti che l’orrore non è esterno, lontano, esotico, terzomondista. L’orrore è la nostra quotidianità. 

Un orrore da tragedia greca. Un dolore ateniese, per così dire, che riscrive il vocabolario della realtà di questa primavera del terzo decennio del ventunesimo secolo. Già, ma in questa tragedia siamo ancora al primo episodio. Non sappiamo se, quando e come avremo l’opportunità di attraversare il momento più costruttivo del dramma, che Aristotele, nel sesto libro della Poetica, identificava con un mutamento di stato d’animo: “la tragedia, mediante una serie di casi che “suscitano pietà e terrore, ha per effetto di sollevare e purificare l’animo da siffatte passioni”.

Pietà e terrore: è l’eziologia di questi sentimenti che dovremmo ricostruire per comprendere come sia possibile lo sgomento orrendo che chiunque di noi ha provato dinanzi alle immagini dei camion dell’Esercito che, di notte, scortavano fuori Bergamo le salme di centinaia di persone che non era semplicemente possibile seppellire, o bruciare. 

Davanti a certe scene il buonismo non serve a nulla. Occorre invece, con urgenza, chiedersi qual’è l’origine di questo dolore. Perché delle due una: o siamo di fronte ad un evento stocastico, ad una sventura imprevedibile, fatale, o siamo invece dinanzi ad una eruzione sintomatica che ha delle cause precise. Che sarebbe auspicabile circoscrivere, e quindi affrontare con la dovuta serietà. 

Da decenni sappiamo che la deforestazione rampante frammenta gli habitat e aumenta la possibilità di contatto con specie animali vettori di zoonosi sconosciute. Questo scenario ecologico causa-effetto è noto e costituisce quindi, almeno negli ambienti scientifici, un rischio concreto e già dimostratosi possibile. Basta un nome su tutto per capire di cosa stiamo parlando: ebola. Era il lontano 2001 quando un articolo uscito sulla Royal Society analizzava la “frequenza delle epidemie di malattie infettive su scala mondiale” nell’arco di tempo 1980-2013, arrivando alla conclusione che “le malattie di origine batterica, vitale e zoonotica e quelle causate da patogeni trasmessi tramite vettori-ospiti sono la maggior parte di quelle verificatesi”. Uno studio pubblicato dalla prestigiosa rivista medica Lancet nel 2012 identificava 400 nuove malattie comparse a partire dal 1940, precisando che “6 su 10 sono zoonosi”. Su ENSIA, Kate Jones, una ecologa della UCL di Londra,intervistata su questa pandemia da John Vidal, ha detto che l’emergere di questo tipo di infezioni costituisce una “crescente e molto significativa minaccia alla salute globale, alla sicurezza e all’economia”. Nel 2008, la Jones e il suo team avevano scoperto 335 malattie “emerse tra il 1960 e il 2004, il 60% delle quali veniva da animali non umani”. 

Deforestando il Pianeta (ad esempio per mangiare barrette di cioccolato Kinder con olio di palma o per coltivare soia destinata agli allevamenti intensivi di bovini da carne) apriamo le porte all’ignoto. 

Un secondo punto importante per ragionare a freddo è il peso dell’estinzione negli equilibri biologici del Pianeta. 

La deforestazione, infatti, non è l’unico fattore che influisce sul rischio epidemico. I cambiamenti negli ecosistemi, come, ad esempio, le siccità prolungate indotte dall’aumento delle temperature globali, hanno infatti conseguenze sulle popolazioni animali, che a loro volta possono accelerare e favorire la diffusione di virus letali per l’uomo. Un esempio noto riguarda gli uccelli nel continente nordamericano: “il rischio del virus del Nilo Occidentale, a cui sono esposti gli Stati Uniti, cresce quando crolla la diversità delle specie avicole, e, in modo analogo, la sindrome di Lyme aumenta con il precipitare del numero di specie di mammiferi”. E questo avviene, secondo uno studio pubblicato nel 2013 dalla PNAS, perché “gli ospiti dei virus che sono più efficaci nel trasmettere i patogeni (ospiti competenti) tendono a resistere e quelli meno competenti, invece, a sparire, quando declina la biodiversità”. Le specie che rispondono meglio alle alterazioni ambientali sono quelle generaliste: quelle con adattamenti più particolari, minuti, sono più suscettibili rispetto alle alterazioni del loro habitat. Decimando la biodiversità, favoriamo i generalisti, che, però, sono anche i più bravi nel trasportare patogeni sconosciuti. Questo significa che più accresciamo il rischio di estinzione complessivo degli ecosistemi, più ci esponiamo, su numerosi fronti, ad un rischio epidemiologico inedito. 

Questo ci riporta dunque, senza pietà direi, alla questione della verità propinata all’opinione pubblica. Durante tutto l’anno scorso il movimento dissidente inglese Extinction Rebellion ha posto la verità in cima alle proprie priorità politiche, con un gesto che è stato finora molto poco capito dalla stampa, sempre compiacente con il tentativo di minimizzare categorie di pensiero considerate non alla moda. Lungi dal possedere unicamente una sfumatura religiosa o, peggio ancora, filosofica, la verità dovrebbe essere al centro delle preoccupazioni deontologiche dei media. Perché è evidente che ci troviamo nel pieno di una conflagrazione: stiamo pagando il prezzo di un uso folle delle risorse naturali del Pianeta e ormai la cronaca non può pretendersi immune dal discorso ambientale.

Nella puntata del 20 marzo scorso, la verità è stata evocata dalla nota psicologa Maria Rita Parsi nel corso della trasmissione di La7 “L’Aria che tira” condotta da Myrta Merlino. La Parsi ha sostenuto che è importante dire la verità ai cittadini, che questa crisi tremenda non sarà di breve durata e che servirà molta forza d’animo. C’è da chiedersi donde possa trarre ispirazione questa magnanimità, se non viene dato avvertimento alle gente comune della causa di questa malattia e, quindi, del fatto che se non ci muoviamo ad affrontare le ragioni del disastro non saremo pronti a ciò che verrà.

Perché altre, di epidemie del genere, ne potrebbero venire. Perché su un Pianeta sempre più caldo l’esperimento avviato in ogni ecosistema disponibile ci espone ad un futuro che potrebbe farci guardare ai venti anni che abbiamo alle spalle come all’ultima età dell’oro della Terra. È il caso dunque di aggiungere un terzo punto a questa riflessione.

E cioè la demografia umana. La deforestazione e la defaunazione hanno come motore interno una demografia inarrestabile, e presuntuosa. David Quammen, leggendario giornalista ambientale americano, è stato chiarissimo sul New York Times, in un pezzo con un titolo programmatico: We made the coronavirus epidemic. Siamo stati noi a farlo, il coronavirus. 

Quammen: “l’emergenza di Wuhan non è un evento nuovo. È parte di una sequenza di contingenze connesse tra loro che affonda lontano nel passato e si spinge avanti, nel futuro, fintanto che persisteranno le circostanze attuali. Perciò, quando ci facciamo prendere dalla preoccupazione per questa epidemia, cominciamo ad avere timore della prossima. Oppure facciamo qualcosa per affrontare le circostanze attuali. Queste circostanze includono 7.6 miliardi di esseri umani affamati: alcuni di loro impoveriti e disperati di proteine; altri benestanti e spreconi, con il potere di viaggiare dappertutto con un aeroplano. Questi fattori non hanno precedenti sul pianeta Terra: sappiamo dai reperti fossili, per assenza di evidenze diverse, che nessun animale di grossa taglia è mai stato tanto abbondante quanto gli umani sono ora, anche mettendo da parte la loro efficace arroganza verso le risorse. E una conseguenza di questa abbondanza, di quel potere, e del disturbo ecologico conseguente, sono gli scambi di virus, prima da animale ad essere umano e poi da umano ad umano, qualche volta su scala pandemica (…). Il nCoV-2019 non è stato un evento nuovo o una sventura che si è abbattuta su di noi. È stata ed è la parte di di un pacchetto delle nostre che compiamo noi umani”. 

Purtroppo non sono pochi gli editoriali che, in mezzo a questo disastro, inneggiano alla de-responsabilizzazione dell’individuo, chiamato, guarda un po’, ad assumersi l’onere delle misure restrittive necessarie, almeno in parte, a salvare una generazione di anziani che è la memoria storica di questo Paese. Il nemico di uno di questi interventi ( errori di forma in lingua italiana a parte) sarebbe “l’ordine costituito”. Si incolperebbe l’individuo disinvolto, concentrato sulla sua oretta di jogging, per non attaccare invece la “narrazione dominante”. Purtroppo, simili baggianate sono state apprezzate su Facebook anche da qualche direttore di testata “green”. Persiste, infatti, la tendenza suicida dell’ambientalismo italiano a non coinvolgere la coscienza di ciascuno di noi nella direzione presa dalla nostra civiltà. Ma quel che è più grave in questo momento è proprio lo scarico di responsabilità storica rispetto alle origini della tragedia, alle sue radici profonde. Di questo ambientalismo salottiero facciamo ormai anche a meno. È fasullo, non serve a niente e a nessuno e, anzi, confonde.

In una nota vocale registrata sul sito web della ECOHEALTH ALLIANCE, un gruppo di ricerca impegnato a documentare e studiare la relazione tra la distruzione degli ecosistemi e le ripercussioni sulla salute umana, il direttore del team, Peter Daszak, ha invece centrato la questione: gestire il rischio di una pandemia del tipo di questa richiede di rivedere la nostra relazione con il Pianeta. Nella tragedia greca la via di uscita dal conflitto non era mai un negoziato, una trattativa e tanto meno un compromesso. L’uomo, imprigionato dalle conseguenze delle sue stesse azioni, poteva scegliere di assumersi tutta la responsabilità delle sue omissioni e dei suoi delitti. Era la strada dell’eroismo. Una strada di una moralità assoluta, che a noi è sempre più sconosciuta, impegnati come siamo a dare per scontata la prosperità e i capricci di società obese di roba, e avare di pensiero. Per i Greci, l’orrore aveva almeno una utilità, riconoscersi immensamente deboli di fronte alla enormità delle leggi del cosmo, ma pur sempre capaci di ammetterlo. Solo compreso questo, c’era spazio per la giustizia. E la rinascita. 

PS – Le cause della crisi di estinzione assomigliano a un conflitto tragico. Se vuoi saperne di più, puoi ascoltare la Settima Puntata del Podcast di Tracking Extinction. 

L’egoismo dell’ignoranza

aerial-architectural-design-architecture-buildings-373912

La mancanza di pensiero genera egoismo. L’egoismo contemporaneo non è solo un vizio della emotività, ma anche una gigantesca, sottostimata, carenza nella capacità di interpretare l’esperienza sociale, le priorità economiche e le nostre responsabilità. Osservato in queste settimane di sconcerto collettivo, l’egoismo appare per quello che è nelle società ricche occidentali: una inibizione, grave, delle facoltà analitiche, sostituite da un conformismo assoluto. 

Lo ha in qualche modo detto anche l’economista Marcello Esposito su VITA a proposito della superficialità di Christine Lagarde: “La Lagarde non è in grado di elaborare un pensiero alto, quindi non ci conterei neanche quando la situazione sarà generalizzata. Ma neanche la Ursula Von Der Leyen è in grado. Basti pensare al fatto che sta usando uno slogan vecchio di 60 anni. Siamo tutti berlinesi l’ha inventato JFK. È evidente la falsità, la costruzione e il fatto che non gliene frega niente. A Bruxelles sono i re degli acronimi. Se non usano parole proprie il segnale è chiaro. Non potrà dipendere dagli euro burocrati. Dipenderà dai singoli Stati”. 

Marc Bloch, il geniale storico francese, aveva opinioni simili, molto ben documentate, sulle cause della disfatta della Francia nel 1940: “tutta una formazione intellettuale deve essere messa sotto accusa”. E soprattutto: “In una nazione, nessun corpo professionale è mai totalmente responsabile da solo dei propri atti. La solidarietà collettiva è troppo forte perché una autonomia morale di tal genere sia possibile. Gli stati maggiori hanno lavorato con gli strumenti che il Paese aveva fornito loro e sono vissuti in un clima psicologico che non avevano creato da soli; erano, essi medesimi, ciò che di loro avevano fatto gli ambienti umani da cui traevano origine e ciò che il complesso della comunità francese aveva permesso loro di essere”. 

Il pensiero inesistente, o peggio ripetitivo, muffito, fatto di slogan, delle autorità europee non sarebbe tale senza un sostanzioso aiuto dal basso. 

Per decenni istituzioni e cittadini hanno coltivato, insieme, un egoismo ignorante che ci ha impedito, anno dopo anno, di affrontare e pensare la catastrofe ecologica come una immensa crisi globale del nostro essere umani. I risultati dello stress-test sono arrivati da Wuhan, Cina continentale. 

Ma che cosa è questo egoismo sorretto da una ignoranza orgogliosa e prepotente?

Senza questo tipo antropologico, l’egoista socialmente ineccepibile, che paga le tasse e le bollette con puntualità, non sarebbe mai stato possibile giungere alla emergenza sanitaria globale. Che non è altro che il sintomo macroscopico della defaunazione e dei processi di estinzione già inarrestabili, come ha spiegato con chiarezza cristallina Telmo Pievani.  Una presunzione apparentemente innocua, un distacco dal destino altrui apparentemente sobrio, razionale, improntato al più schietto buon senso (corrispondente ad espressioni del tipo “non posso salvare il mondo da solo”, “cosa posso farci, io?”). Questo tipo di egoismo è un atteggiamento mentale verso il Pianeta e la comunità umana che, se soltanto chi lo pratica sin dalla tenera adolescenza conoscesse il peso specifico europeo di questa parola, dovremmo definire una Weltanschauung. Una concezione del mondo, della vita, della politica, delle relazioni affettive e di se stessi. Milioni di persone nelle nostre nazioni ricche e obese di comodità a basso costo hanno scelto questa via. Il loro unico obiettivo, direbbe Adorno, era farsi accettare il più velocemente possibile entro una struttura produttiva che avrebbe, con le sue regole in apparenza democratiche, scritto al posto loro tutte le istruzioni del gioco. Fornendo il più utile dei privilegi, il più importante, per coscienze ormai intorpidite: il privilegio di essere esonerati dalla responsabilità delle proprie scelte. Abbandonato, e anzi ribaltato, il principio di ardimento in nome del quale Faust accetta il patto col Diavolo (“sento di poter portare tutto il dolore e tutta la felicità del mondo”), l’egoista moderno rivendica invece per sé la superegoica accettazione dello status quo. Il suo toolkit mentale di sopravvivenza lo eleva al di sopra delle categorie sociali di cui si sente superiore, per ordine altrui, si intende: il rivoluzionario, il sindacalista, l’ambientalista, l’umanista, il precario, il disoccupato. È gonfio di autocompiacimento, l’egoista, perché avverte su di sé l’approvazione della burocrazia e del potere. Non riesce neanche a capire cosa intendeva Stephen Biko, l’attivista nero che perse la vita nel suo Paese, in Sudafrica, battendosi contro l’apartheid: “l’arma più potente nelle mani dell’oppressore è la mentre dell’oppresso”. 

A questo genere di egoismi va attribuita una imputabilità precisa. Dovrebbe essere letto in questa direzione anche il recentissimo studio (è uscito il 16 marzo su NATURE ENERGY) della Università di Leeds, Regno Unito, sulle diseguaglianze sociali nello sfruttamento dell’energia. Analizzando dati provenienti dalla World Bank e dall’Unione Europea gli autori hanno potuto dimostrate che “tra tutti i Paesi e le classi di reddito nello studio, il 10% più ricco consuma circa 20 volte più energia del 10% più povero. Inoltre, al crescere del reddito, la gente spende i propri soldi proprio sui beni energy-intensive, come ad esempio i pacchetti vacanze o le automobili, contribuendo alla diseguaglianza energetica”.

Non sono informazioni che ci fanno saltare sulla sedia, se abbiamo saputo tenere gli occhi aperti sulla realtà. 

L’egoista medio, infatti, che se ne frega del Pianeta, mostra alcuni atteggiamenti tipici, che, per quanto possa suonare strano ad un certo buonismo ambientalista, gli valgono il riconoscimento sociale. L’egoista di norma non legge libri, non si informa sui giornali, perché ha scelto di sprofondare in una pigrizia intellettuale totale; non si fida della conoscenza ereditata, meditata, tramandata ed esercitata in professioni ad alto contenuto di skill analitici ( le “competenze”), in nome del suo diritto a esprimere un punto di vista personale; ma, all’opposto, si affida alla nozione dominante di “società efficiente, giusta, comoda” come farebbe con il cardiochirurgo che lo metterà in circolazione extracorporea; è convinto che la verità non esiste, e che quindi anche il suo parere è verità, almeno fino a quando non ha bisogno, per salvarsi la pelle, di qualcuno che davvero ne sa più di lui. 

L’Italia vanta il primato di 30 milioni di analfabeti funzionali e forse sarebbe il caso di vedere la correlazione tra la disponibilità a ignorare i recenti decreti sulla sicurezza sanitaria e questo vuoto disarmante di strumenti cognitivi essenziali. Ma non si tratta solo di libri, di biblioteche e di statistiche di lettura (abbiamo avuto bisogno di un comunicato ufficiale di Amazon per accorgerci che i libri, tappati in casa, sono beni indispensabili). Paghiamo adesso il conto di una carestia devastante nella fame di informazioni, che tradotto è questo: desiderio di comprendere il proprio tempo leggendo i giornali e soprattutto i giornali che parlano della crisi ecologica. 

Per questo l’egoismo dell’ignoranza non è solo una carenza individuale, ma appare ormai come una responsabilità collettiva. I cui risvolti penali, su scala continentale, ci sono scoppiati in faccia come le bombe tedesche sugli attoniti generali francesi, convinti che la guerra aerea fosse una bagattella da salotto.