Siamo entrati, ora è ufficiale, in una “water bankruptcy” che segna l’ingresso dell’umanità e della Terra in una nuova era. Per decenni l’umanità ha prelevato più acqua di quanta clima e idrologia terrestre ne potessero ripristinare. La disponibilità di acqua dolce sul Pianeta (e quindi il ciclo globale dell’acqua: evaporazione-precipitazioni-stoccaggio di CO2 nei ghiacci perenni) ha cioè superato il punto di non ritorno, la “soglia di sicurezza” del Sistema Terra (safe planetary boundary). Siamo in “water overshoot”. Questo dichiara (meglio: urla) un impressionante report firmato dalla United Nations University Institute for Water, Environment and Health (UNU-INWEH). Importante sottolineare che questo think tank si occupa di sicurezza globale, per questo incrocia i dati su acqua, ambiente e salute. 

La “bancarotta idrica” (water bankruptcy) è il nuovo concetto introdotto nel dibattito sul futuro da questo rapporto speciale, “costruito su una semplice, eppure potente analogia con la bancarotta finanziaria”. In finanza, infatti “si dichiara bancarotta quando si è speso oltre i propri mezzi per un tempo così lungo, accumulando una tale quantità di debiti, che è ormai impossibile onorare i propri obblighi. Dichiarare bancarotta è una ammissione di fallimento, ma anche il primo passo per un inizio su nuovi basi: si è pronti per negoziare un bilancio più realistico”. Noi siamo esattamente a questo punto. I ghiacciai e le falde acquifere erano i nostri risparmi in banca. Li abbiamo bruciati. Gli ecosistemi erano “lo stakeholder silenzioso” dell’intera architettura. Nessuno si è curato di interpellarlo.

Lo schema che riassume le cause della bancarotta idrica globale correlate alla produzione di cibo e di energia.

Fallimento, dunque. C’è da chiedersi, quindi, se questi dati non siano una conferma (l’ennesima, ma forse ancora più angosciante) della insufficienza storica dell’ordine neo-liberista e capitalista.

Il credito a cambiale in bianco è infatti finito. Da qui in avanti non ci sarà abbastanza acqua per l’umanità.“Questa condizione non è più una minaccia di un lontano futuro, ma la nostra realtà presente. Molti dei sistemi di approvvigionamento idrico che l’umanità considerava sicuri si trovano in uno stato di post-crisi. I parametri del passato non potranno essere ripristinati”. 

La “bancarotta idrica” è quindi “un fallimento persistente post crisi”. Possiamo allora considerare questa situazione come un fallimento complessivo dell’intera cornice di politiche ambientali degli ultimi decenni ? La bancarotta idrica è un sintomo dell’insufficienza del capitalismo stesso? 

“Sì, ci sta, la bancarotta idrica può certamente essere letta come un avvertimento che il nostro attuale modello di sviluppo ha superato i limiti ecologici sotto molteplici aspetti. In questo senso, quindi, l’acqua riflette un fallimento più complessivo nella governance: abbiamo trattato l’acqua e gli ecosistemi come esternalità, eccessivamente dipendenti dall’espansione delle attività produttive. Abbiamo anche rimandato il confronto con l’overshoot finché è diventato cronico”, spiega Raveh Madani, principale autore del report e direttore  della UNU-INWEH, conosciuto come “the UN’s Think Tank on Water”. 

Ma questo non è un verdetto ideologico, secondo Madani. “Bancarotta idrica è un concetto diagnostico, non un manifesto partigiano. Questo concetto mostra che le regole basilari della fisica e dell’ecologia si applicano in un qualsiasi sistema economico: se il consumo eccede il budget sostenibile di un bacino e il capitale naturale è compromesso, il risultato è l’insolvenza. A prescindere da chi regola il gioco, i mercati, i sussidi, la pianificazione o un mix di tutti questi modelli. Da un punto di vista puramente pratico, quindi, la questione non è capitalismo o socialismo. Ma piuttosto se le società umane riescano o meno ad internalizzare i limiti e a renderli effettivi, proteggendo comunità ed equità. Questo comporta riforme che però molte tradizioni economiche in realtà già contengono: rendicontazioni trasparenti, tetti vincolanti, regole sulla tassazione dell’inquinamento, fine dei sussidi nefasti per l’ambiente, politiche di transizione economica fondate sulla giustizia sociale”.

Il messaggio politico è dunque uno: “il punto sostanziale, direi, qui è questo: c’è bisogno di più sistemi di governance, qualunque sia la loro etichetta ideologica, che rendano l’overshoot impossibile, non solo, attenzione, non desiderabile. Impossibile. Se i mercati sono lasciati da soli, approfittano della estrazione a breve periodo; se gli Stati agiscono al di fuori di ogni accountability, finiscono con il comportarsi come i mercati. Invece, servono limiti inderogabili di prelievo ambientale, investimenti di lungo periodo nel capitale naturale, strategie economiche che separano la vita delle comunità e la sicurezza alimentare dal consumo infinito di acqua, specialmente in agricoltura”.

È il pensiero della complessità per un futuro ecologicamente realistico evocato anche da Tiziano Di Stefano:

“La complessità è studiata da decenni, in particolare in fisica, e ha contribuito a modificare in profondità il paradigma scientifico. Tra le sue principali caratteristiche spiccano l’emergenza di fenomeni dovuti alle relazioni tra le parti – un campo di dune che cambia forma nel tempo non si capisce analizzando il singolo granello di sabbia – la relazione non neutrale tra osservatore e osservato, e soprattutto l’incertezza radicale che caratterizza la loro evoluzione. Questi aspetti implicano che il futuro è aperto, ignoto e in costruzione. È esattamente qui che entra in gioco la macroeconomia ecologica (…) non pretendiamo di fare previsioni, ma utilizziamo simulazioni al computer per esplorare scenari alternativi che tengano conto del cambiamento climatico, del progresso tecnologico e della giustizia sociale. Secondo: si adotta un approccio modulare. Il sistema viene scomposto in «blocchi» che possono essere descritti separatamente, ma che devono essere connessi per comprendere il comportamento aggregato”. 



ACQUA TOSSICA, TEMPESTE DI SABBIA, CONTAMINAZIONE FECALE, MEGAINCENDI

Il 70% delle maggiori falde acquifere del mondo è in declino. 

La vulnerabilità delle diverse regioni della Terra alla bancarotta idrica.

Almeno 3/4 della popolazione mondiale vive in regioni in carestia idrica permanente. Questo su un Pianeta che sta diventando sempre più caldo. Secondo Copernicus (dati pubblicati la scorsa settimana) il 2025 è stato il terzo anno più caldo della storia da quando sono cominciate le registrazioni statistiche. 

Uno degli impatti più gravi è il prosciugamento delle zone umide: acquitrini, paludi, oasi lacustri, estuari, mangrovie. Tutti bacini di umidità, capaci un tempo di assorbire gli shock climatici (siccità).  Negli ultimi 50 anni ne sono scomparsi 410 milioni di ettari:  quasi la metà dell’Unione Europea. Spazzati via a ritmi superiori alla deforestazione tradizionale. 

Ma il circolo vizioso non finisce qui. Prosciugare questo tipo di ecosistemi ha contribuito ad innescare un trend esponenziale nelle tempeste di sabbia e polvere (anche nelle steppe dell’Asia centrale). Si stima infatti che ogni anno entrino in atmosfera 2 miliardi di tonnellate di sabbia e polveri, un equivalente di 350 piramidi di Giza. 

Le tempeste di sabbia e polvere in Asia Centrale sono una concausa della bancarotta idrica.

Secondo il Compendium on Sand and Dust Storms (2023, Nazioni Unite, Convezione per combattere la desertificazione), “le tempeste di sabbia e polvere danneggiano i raccolti, le mandrie, portano via lo strato superficiale del suolo”, un feedback eco-climatico che alimenta come un cerino in un campo secco gli effetti multipli della mancanza di pioggia e delle stagioni sempre più calde. 

Le falde acquifere prosciugate fanno collassare il terreno, causando terremoti silenziosi (come accade in Iran, che sta pensando di spostare la capitale, Teheran, perché non c’è quasi più acqua) e voragini (accade in Turchia).

Turchia, frana causata dalla siccità prolungata e dal collasso delle falde acquifere sotterranee. Uno dei sintomi geologici della bancarotta idrica.

E poi ci sono I megaincendi. Il World Resource Institute ha pubblicato nei giorni scorsi una sintesi sulle foreste del Pianeta , Land Use Changed the Climate. Now Climate’s Changing the Land.  “Il clima alterato porta alla perdita e al degrado delle foreste, delle praterie, delle paludi, dei fiumi, e alla fine delle fattorie, creando un loop pericolosissimo. Prendiamo gli incendi. Quelli di grandi dimensioni hanno bruciato negli ultimi 10 anni (2015-2024) più del doppio delle foreste andate in fumo nel periodo precedente (2001-2010)”.

Ma la disponibilità di acqua potabile non è abbastanza. E l’acqua dolce non solo è sempre più inquinata (derivati chimici industriali, residui di prodotti farmaceutici, fertilizzanti, pesticidi, acque di scolo, salinizzazione), ma anche anche sempre più contaminata da feci animali. Anche qui in Europa, come mostra la mappa (“le concentrazioni recali coliformi – FC – per il perdo 2010-2019, indicative di una contaminazione fecale fra rifiuti di origine umana e animale; una altra concentrazione di FC significa maggiore probabilità di diffusione di patogeni. La mappa è basata sui dati di ones et al. (2023), Geoscientifific Model Development):

Meno acqua a disposizione significa anche meno acqua per usi sanitari. Compreso lo smaltimento delle feci.

LA BANCAROTTA IDRICA RIMETTE AL CENTRO IL COLLASSO DELLA BIODIVERSITA’


Tutto questo non ci porta alla conclusione che è ormai indispensabile mettere anche la biodiversità in prima linea, sui giornali e nei dibattiti non accademici, e non solo negli special report delle agenzie come IPBES? Madani: “Direi proprio di sì. Comprendere a fondo la bancarotta idrica rende decisamente difficile continuare a considerare la biodiversità una glossa. Il nostro lavoro riconosce che dobbiamo ragionare oltre la semplice acqua, per così dire, e concentrarci sulle interconnessioni tra l’acqua e tutti gli altri elementi del capitale naturale. Gli impatti sono globali. Penso anche che abbiamo creato intenzionalmente una sorta di competizione tra i problemi ambientali. Le narrative riduzioniste hanno portato a definire priorità che non possono essere però adottate dappertutto, perché i contesti sono sempre molto diversi. Si può partire con la biodiversità o con  l’inquinamento dell’aria. Quel che conta davvero, però, è riconoscere che il peggioramento dell’una corrisponde al deterioramento del secondo. Se accettiamo questo principio, allora possiamo proporre soluzioni che rispondono efficacemente alle preoccupazioni locali, ma che portano benefici su scala globale”.  


SERVE UNA NUOVA POLITICA

La parte però forse più provocatoria di questa ricerca è l’appello a porre fine al politicamente corretto. Una migliore gestione degli acquedotti non conta abbastanza dinanzi alla enormità della situazione. La verità è che “l’agenda globale per l’acqua non è più adeguata all’Antropocene, perché l’acqua che manca è al centro della trasformazione che chiamiamo Antropocene”.

“Termini come water stress e water crisis non sono più sufficienti per descrivere la nuova realtà di un mondo senz’acqua (…) Il linguaggio della crisi temporanea non è più abbastanza accurato per molte regioni”.

Siamo rimasti anche senza un lessico (ossia, una lettura della realtà, un insieme di concetti calzanti allo stato delle cose) adeguato a descrivere una catastrofe che i neo-fascismi hanno facile gioco a negare con violenza.

“Sì, si potrebbe dire che non disponiamo di un lessico perfetto, anche perché il linguaggio da solo fatica a competere con movimenti che mobilitano sentimenti di identità, paura e narrative semplici. Eppure, il problema con espressioni come water stress e water crisis è che questa terminologia suona come temporanea e gestibile, quindi fallisce nel comunicare correttamente la perdita di resilienza del circolo globale dell’acqua. Queste parole non comunicano, in sostanza, che queste sono condizioni irreversibili”, precisa Madani.

“Ecco perché abbiamo deciso di parlare di bancarotta. Non è solo un sostantivo un po’ più carico. Indica proprio una altra condizione: un cronico overshoot, lo svuotamento del capitale naturale. Ma punta anche nella direzione di una risposta: fare bankruptcy management. Ossiainstaurare meccanismi di rendicontazione responsabile, porre limiti e viaggiare verso una transizione improntata alla giustizia sociale, piuttosto che insistere su misure sempre emergenziali e su progetti di potenziamento del prelievo. È una sfida politica. Il linguaggio più efficace connette l’esperienza dell’acqua che ognuno di noi fa ogni giorno anche con la sicurezza e le migrazioni. E non solo narrative di catastrofe. Ma un piano d’azione fondato sulla realtà. Questo crea sostegno politico”.

L’acqua, del resto, è anche una spada di Damocle geopolitica. Perché coinvolge i sentimenti di ingiustizia coloniale del Sud Globale e il risentimento per le politiche ambientali di buona parte dell’opinione pubblica del Nord Globale. 

La bancarotta idrica sarà sempre di più in futuro causa di conflitti armati.

Eppure, già ora è chiaro che se le cose andranno avanti come ora il costo della bancarotta idrica lo pagheranno i più vulnerabili, anche in Europa (pensiamo alla desertificazione del sud Italia). Quindi il report sollecita i governi a chiudere con “il pensiero di emergenza basato sul ragionamento di breve periodo”. Per adottare invece scelte che non solo trasformino i settori produttivi ad alta intensità di acqua, ma che spieghino anche alla società civile che il proprio stile di vita dovrà modificarsi.

La fine dell’acqua a buon mercato (“cheap water”, come la chiamerebbe Jason Moore, un ingrediente essenziale del capitalismo estrattivo)

dovrebbe essere una spinta verso una alternativa economica ed esistenziale. Ma anche “un ponte in un mondo frammentato”, ossia un “richiamo alla cooperazione, per fondere gli interessi di sicurezza nazionale alle priorità internazionali”. Insomma, l’inizio di una nuova stagione umanistica ed ecologica nelle nostre relazioni strategiche con il Sud Globale. 

(Foto in copertina: Lago Mead, Nevada-Arizona, Stati Uniti. Il lago artificiale, il più grande degli Stati Uniti, era nel pieno della sua capienza 20 anni fa, quando fu girata la serie tv CSI LAS VEGAS).

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