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La defaunazione è un concetto ecologico introdotto nel dibattito scientifico nel 2014 da uno studio pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford University.

Dirzo ha cominciato a studiare la defaunazione delle foreste tropicali negli anni ’80. E’ del 1990 il suo paper sulla foresta di Los Tuxtlas, in Messico, in cui per la prima volta Dirzo parla di “sindrome della defaunazione”: “i predatori di vertice e anche gli erbivori sono scomparsi e quindi la vegetazione manca di alcuni dei fattori di controllo”.

La defaunazione è la progressiva scomparsa di una specie e delle popolazioni che la compongono. Un declino lento e progressivo nel numero di individui all’interno di un habitat o di un ecosistema.

Poiché avviene nel corso del tempo, la defaunazione è silenziosa e criptica. Può infatti verificarsi anche nelle aree protette (la cosiddetta “sindrome della foresta vuota”).

Il risultato finale è un cambiamento drastico nella composizione del numero di specie che compongono un ecosistema e una modifica irreversibile nella diversità filogenetica di questi habitat.

Che cos’è la sesta estinzione di massa?

Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi.
(Photo Credit: dr Alexander Sliwa, Kurator Kölner Zoo, Deutschland – Cercopithecus roloway, esemplare maschio. Una specie di scimmia criticamente minacciata, ormai quasi estinta. Con un habitat ristretto alla foreste tropicali della Costa d’Avorio e del Ghana, in Africa occidentale, ne rimangono forse 200. Tra le cause del collasso della specie c’è il bushmeat)
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Che cos’è la sesta estinzione di massa? È il crollo del potenziale evolutivo del Pianeta a causa del collasso di integrità biologica degli ecosistemi. Di solito pensiamo che la sesta estinzione significhi rarefazione e poi scomparsa del numero di specie che abitano la Terra. Non c’è niente di sbagliato in questo approccio affermatosi agli inizi degli anni ’80. Ma forse dovremmo aggiornarlo, e renderlo molto più radicale di quanto vorremmo. Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha compiuto passi in avanti notevoli per comprendere le conseguenze del declino dei mammiferi (e degli invertebrati) in tutto il mondo. Questi studi permettono di porre al centro del dibattito sulla protezione della natura la “diversità evolutiva” delle specie. 

Per testare la gravità della situazione attuale bisogna andare a vedere che cosa succede ai meccanismi fondamentali dell’evoluzione negli habitat ancora abbastanza integri. E in quelli defaunizzati, cioè spogliati dei “tasselli principali” della comunità di specie un tempo endemica: grossi predatori ed erbivori frugivori, che si nutrono cioè di frutta e contribuiscono a disperdere i semi degli alberi ad alto fusto, dal legno duro e resistente, un magazzino naturale di carbonio stoccato nelle foreste tropicali umide.

Osservare le cose in questo modo ha un forte impatto anche politico sui negoziati internazionali che dovrebbero garantire, entro il 2050, un Pianeta “in armonia con la natura”. 

Il ruolo della paleontologia

Sono passati esattamente dieci anni da quando Anthony Barnovksy , un veterano della paleontologia, si poneva sulle pagine di NATURE, insieme ad altri illustri colleghi, la domanda più dirompente del ventunesimo secolo: la sesta estinzione di massa nella storia della Terra è già arrivata?

Chi lavorava sulla biodiversità tropicale osservava da tempo un quadro piuttosto nitido. Si sapeva che negli ultimi 300 anni l’emorragia di specie aveva preso un ritmo diverso, accelerato. Considerando le grandi estinzioni del Pleistocene, si poteva addirittura affermare che un “enorme evento di estinzione, innescato dagli esseri umani, è in corso da circa 40mila anni”. La modernità era semplicemente la lunga risacca dell’ultimo periodo glaciale. A partire dal XVI secolo, se ne erano andate almeno 811 specie. Tutti, però, ipotizzavano anche una altra cosa. Molte famiglie animali erano (e sono) troppo poco studiate per fornirci proiezioni attendibili sul loro futuro. Questo significa che molte più specie potrebbero già aver imboccato la lenta e irreversibile china dell’estinzione. 

La ricostruzione paleontologica recente è stata fondamentale per confermare l’ipotesi di una estinzione di massa. Ed ha fornito due importanti lezioni.  

Barnovksy dimostrò che effettivamente la biodiversità globale va estinguendosi ad una velocità superiore a quella che possiamo dedurre dagli ultimi 4 miliardi e mezzo di anni. Il nostro presente è piuttosto simile ai cinque massivi show-down della presenza biologica sulla Terra, le cosiddette Big Five Extinctions. Eppure, non bisogna farsi ingannare da considerazioni massimaliste: è vero che il 99% di tutte le specie mai apparse sul nostro Pianeta è ormai andato, ma la fisiologica estinzione delle specie è sempre stata bilanciata dall’emergere di nuove forme di vita. 

Ecco, quindi, la seconda lezione. Quando si cerca di capire perché e come le specie si estinguono, è saggio prestare molta attenzione a quante nuove specie compaiono sullo sfondo dell’evoluzione degli organismi. Da un punto di vista paleontologico, infatti, una maggiore velocità di estinzione coincide con un netto calo dei tassi di origine di nuove specie. La bilancia biologica pende tutta a favore della scomparsa degli organismi.

Ma quel che conta davvero è che, finita l’emergenza, la vita possa riprendere il suo corso. Una estinzione di massa ha un doppio volto: stermina la maggior parte di quello che è in circolazione, avvicinando allo zero la nascita di nuove specie. All’ecatombe segue però una riorganizzazione ecologica. L’evoluzione di animali e piante ricomincia a macinare novità, perché è rimasto abbastanza materiale genetico per riprendere il filo della storia da dove era stato interrotto. 

Di fatto, le comparazioni paleontologiche dei primi anni Duemila hanno aperto la porta ad una piena comprensione del significato della perdita di habitat in tutto il mondo. Non è importante solo mantenere un certo numero di specie. Ma anche, e forse soprattutto, il “metabolismo genetico” di queste specie.

Entrare nella sesta estinzione di massa

Ripercorrere le origini della sesta estinzione di massa chiama all’appello la storia umana moderna, non solo l’ecologia. Il XXI secolo si apre con la consapevolezza che i processi di estinzione delle specie animali sono inscritti nella storia delle nazioni, degli Stati e delle culture umane. 

Le stime paleontologiche di Barnovsky fissano il tasso di perdita di vertebrati durante il Novecento superiore di un ordine di grandezza di 114 rispetto al normale tasso di estinzione di sfondo.

È un fenomeno storico-ecologico globale: “l’evidenza che i recenti tassi di estinzione sono senza precedenti nella storia umana, e assolutamente inusuali nella stessa storia della Terra, è incontrovertibile”. 

È successo qualcosa a noi. Non soltanto ad animali e foreste.

L’intera modernità è implicata: “la perdita di habitat, il cambiamento climatico, l’ipersfruttamento per ottenere vantaggi economici dalla natura sono interrelati con le dimensioni raggiunte dalla popolazione umana e dalla crescita economica, che favorisce il consumo, specialmente tra i ricchi, e le diseguaglianze economiche”, scrivono Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich insieme a Rodolfo Dirzo. 

Il crollo nella disponibilità di habitat selvaggi (più o meno integri) e le progressive certezze sull’importanza di proteggere i meccanismi evolutivi delle specie portano con sé dilemmi che sfuggono all’ambito protetto dell’ecologia. Quanti animali dovremmo salvare? Di quanti animali ha bisogno il Pianeta? Quanti animali sono compatibili con la civiltà umana? E dove dovremmo metterli?

Ecologia storica

La biologia della conservazione esce dagli anni Novanta con una convinzione in frantumi. Non è sufficiente stabilire una soglia minima per una popolazione animale, dentro un contesto giuridicamente protetto. Contano enormemente anche le funzioni ecologiche espresse dalle singole specie, e da ogni specie insieme alle altre in un habitat condiviso. 

Non esiste quindi un target assoluto sul numero di animali che non possiamo permetterci di perdere per sempre. Bisogna ragionare per ecosistemi. 

Questo metodo, inaugurato al principio degli anni Duemila, ha cambiato il paradigma ecologico. Essenzialmente perché fa affidamento sulla ricostruzione storica. Raccogliere informazioni su come era un habitat secoli fa aiuta a contestualizzare la perdita di popolazioni, perché contribuisce a ricostruire un punto di osservazione del comportamento delle specie in quella regione. A tracciare, cioè, la “variabilità naturale” degli spazi occupati dagli animali, e la densità delle popolazioni. La cosiddetta “ecologia storica” è estremamente utile, infine, perché è un ottimo metodo per avere a disposizione alcuni “proxy”, cioè indicatori precisi dei cambiamenti ambientali subiti da un intero paesaggio e dai suoi animali. 

Il profilo storico di un ecosistema non è certo semplice da descrivere. E non è univoco. Come ricorda sempre, giustamente, Erle Ellis, pioniere degli studi sull’Antropocene, “gli esseri umani plasmano l’aspetto della natura terrestre da 12mila anni”. Ancora una volta è l’ecologia tropicale a dirci come stanno le cose. La “natura intatta prima del disturbo umano” è una fantasia: “un crescente numero di analisi archeo-botaniche, zoo-archeologiche e paleo-ecologiche, e genetiche, hanno dimostrato l’esistenza storica di diverse economie (…) che emersero nelle foreste tropicali durante l’Olocene. Questo ebbe impatti di lungo periodo sulla composizione e la struttura degli ecosistemi all’interno e attorno le foreste tropicali”.

Eppure, l’ecologia storica ha il grande merito di meglio contestualizzare anche il concetto di “capacità di carico” degli habitat protetti. Ossia, dei parchi nazionali. “Molta della conservazione è place-based (ndr, costruita su singoli luoghi), cioè focalizzata sui parchi nazionali o su altre tipologie di aree protette. In questi casi, “la conservazione di una specie può riguardare in via primaria il luogo”, scriveva Eric W. Sanderson nel 2006 su BIOSCIENCE. “Gli amministratori fissano un target di popolazione stimando ad esempio quanti individui di una certa specie possono saturare un’area senza che la popolazione stessa superi i limiti del parco protetto. Negli USA le popolazioni nei parchi nazionali vengono sostanzialmente gestite secondo questo criterio”. E ciò nonostante “il problema è che la maggior parte dei parchi sono troppo piccoli per contenere popolazioni di specie che si muovono su grandi distanze”. 

Questi studi, più eclettici di quelli sulla ricchezza di specie promossi dalla biologia della conservazione negli anni ’80, si muovono tutti, senza eccezione, in una unica direzione. Mostrano i limiti evidenti dei parchi nazionali. Un discorso che vale dappertutto, negli Stati Uniti così come in Africa e in Asia. 

I limiti di spazio sono clamorosi nel caso dei megavertebrati. Ossia i mammiferi di media e grossa taglia. L’emorragia di mammiferi è una minaccia globale alla tenuta delle foreste tropicali. La defaunazione dei mammiferi nei tropici ha raggiunto una intensità critica, a causa della pressione della caccia di sussistenza. 

A questo proposito, uno studio molto citato pubblicato nel 2019 da PLOS BIOLOGY ha stimato nelle foreste tropicali “un declino medio nell’abbondanza dei mammiferi del 13%, che va oltre il 27% per le specie di media grandezza e supera il 40% per i grandi mammiferi”. In sintesi, “si può inferire che le popolazioni di mammiferi sono parzialmente defaunizzate nel 50% delle aree ricoperte di foreste tropicali, cioè una estensione di 14 milioni di chilometri quadrati. Il declino maggiore (70%) è in Africa occidentale”. Gli autori hanno esaminato una documentazione risalente al 1980, per poi risalire sino al 2017. 

Un altro comune denominatore di questi problemi è che finora c’è stata anche una eccessiva enfasi sulle specie prese singolarmente.

Annichilimento biologico

Nel 2017 Gerardo Ceballos, Paul Ehrlich e Rodolfo Dirzo hanno riscritto la cornice entro cui interpretare la sesta estinzione di massa. Insieme, traevano nuove conclusioni dall’epocale studio firmato da Dirzo e uscito su SCIENCE nel 2014: “Defaunation in Anthropocene”. C’è qualcosa di più pervasivo dell’estinzione conclamata di una specie. È l’annichilamento biologico lento e progressivo di tutte le popolazioni che compongono una specie. 

“L’attenzione esclusiva sulle estinzioni delle specie, che è certamente un aspetto fondamentale del ritmo di estinzioni contemporanee, conduce ciò nonostante ad una generale, controproducente impressione che i biota della Terra non siano sotto minaccia immediata. E che, invece, stiano entrando lentamente in una fase di massiccia perdita di biodiversità”.

La defaunazione del Pianeta, al contrario, è già conclamata: “questa lettura dei dati trascura i trend attuali di declino delle popolazioni animali, e la loro estinzione. Il volume delle popolazioni in caduta numerica e il restringimento dei loro habitat si somma alla enorme erosione della biodiversità causata dagli esseri umani”. 

Questo è il motivo per cui la sesta estinzione di massa è in corso. Il Pianeta, letteralmente, si svuota di specie animali molto prima che la Red List della IUCN classifichi una specie come “estinta allo stato naturale”. Il focus sulla defaunazione delle popolazioni mette definitivamente a tacere anche gli “ambientalisti scettici”, i ricercatori critici della classificazione delle specie della Red List. Sfruttando le difficoltà implicite nel definire estinta per sempre una specie questo gruppo di accademici contestava all’ecologia dell’estinzione i suoi risultati come “catastrofisti e manipolatori”. 

Ceballos, Ehrlich e Dirzo hanno riportato l’ago della bussola sulla centralità del processo storico. La sesta estinzione non è un fenomeno eclatante, puntiforme, isolato. È un evento che permea questa epoca attraversandola e condizionandola. Il preludio della scomparsa definitiva di una specie contiene più indizi, sintomi e danni irreparabili del possibile punto di approdo dell’intero processo.

L’umanità ha quindi attorno a sé “l’estirpazione e la decimazione” degli organismi animali. L’analisi della riduzione nell’habitat originario di 27.600 specie di vertebrati lascia comprendere che tra il 1900 e il 2015 sono state perse 177 specie di mammiferi. “Il 32% delle specie di vertebrati è in diminuzione, il che significa che diminuisce il numero di individui delle popolazioni e lo spazio che occupano”. 

Ecco come si presenta dunque il nostro Pianeta oggi: “almeno il 50% degli individui animali che una volta popolavano la Terra non esiste più, ossia miliardi di popolazioni animali”. 

Integrità biologica 

Gli studi di popolazione del Gruppo di Stanford (Rodolfo Dirzo si occupa di defaunazione nelle foreste tropicali dai primi anni ’80) sono la sintesi di riflessioni che, più o meno in sordina, circolano da trent’anni nel mondo accademico. Solo che adesso la gravità della situazione, enfatizzata dall’intensificarsi degli eventi climatici estremi, ha spinto in superficie evidenze scientifiche che per moltissimo tempo sono state tenute timidamente in sordina. 

Ecco dunque che sui paper di maggior impatto balzano le dinamiche evolutive. Il significato sociale e politico di queste ricerche è stato finora troppo dirompente per fare breccia nel discorso pubblico. E sui giornali.

Occorre coraggio per porre sotto la lente di ingrandimento il numero di popolazioni animali rimaste. Vuol dire osare discutere di integrità biologica ed ecologica. La demografia, infatti, racchiude l’etologia, l’etologia dipende dalle dinamiche evolutive e tutti e tre questi fattori si combinano per far funzionare il “metabolismo ecologico” tra animali e ambiente. 

E un sano “metabolismo ecologico” (circolo dei nutrienti attraverso il bilanciamento tra erbivori, carnivori ed onnivori, riproduzione di alberi e piante grazie alla dispersione dei semi garantita dai frugivori, stoccaggio di carbonio nella vegetazione) è l’espressione finale della diversità di specie di un habitat. La cosiddetta diversità filogenetica.

Ma su un Pianeta popolato da 8 miliardi di esseri umani, che cosa significa che dovremmo preoccuparci di preservare la variabilità genetica di milioni di specie?

Nel 2001 la Proceedings Academic of Science (Pnas) degli Stati Uniti organizzò un seminario speciale (COLLOQUIUM) per mettere a confronto vari pareri, di illustri conservazionisti, sul futuro dell’evoluzione. Norman Myers di Oxford e Andrew Knoll di Harvard avevano già allora le idee molto chiare sulla posta in gioco. Le tre pagine del loro intervento, pubblicate nel maggio dello stesso anno, sono un documento eccezionale della lungimiranza di questi due scienziati. Soprattutto perché tre quarti dello studio sono domande aperte. Dettate dall’angoscia per il futuro.

“A dispetto della nostra impossibilità nel predire i prodotti finali dell’evoluzione – ossia le traiettorie delle future morfologie degli animali o le innovazioni della loro futura fisiologia – possiamo comunque stilare stime sensate sui processi evolutivi, su come cioè essi subiranno gli effetti del depauperamento della diversità biologica. L’esito finale delle estinzioni che incombono andrà di gran lunga al di là delle distruzioni ambientali cui assistiamo oggi. Non meno importante sarà infatti l’alterazione dei processi evolutivi stessi”. 

Alcune di queste alterazioni Myers e Knoll potevano immaginarle: “la frammentazione dei range delle specie, con la conseguente distruzione del flusso di geni; il declino numerico all’interno delle popolazioni, con l’impoverimento delle riserve di geni; gli scambi biologici di specie a seguito dell’introduzione di alcune specie, o addirittura di interi biota, in nuove aree”. 

Allo stato delle cose, dovremmo anche rassegnarci alla “fine della speciazione dei grandi vertebrati”. Infatti, “anche le nostre più grandi aree sotto protezione si riveleranno troppo piccole per una ulteriore speciazione di elefanti, rinoceronti, scimmie, orsi e grandi felini (…). Potranno la biodiversità e gli esseri umani prosperare in un mondo in cui la maggior parte della diversità biologica sarà confinata in parchi e riserve relativamente piccoli?”. 

Simili interrogativi ne presuppongono altri ancora più terribili: “dovremmo accontentarci solo di proteggere stock di specie il più numerosi possibili? O dovremmo, invece, concentrarci sul salvaguardare i processi evolutivi a rischio? (…) La domanda è dunque se dovremmo tentare di preservare lo status quo evolutivo proteggendo precisi fenotipi di talune specie o se non dovremmo preferire mantenere linee filogenetiche in grado di esprimere in futuro adattamenti evolutivi persistenti, che a loro volta condurranno a nuove specie”. 

L’esempio proposto è scioccante. Nei secoli passati l’elefante africano (Loxodonta africana) ha conservato la sua variabilità genetica spostandosi su enormi distanze. Ma oggi gli elefanti rimasti sopravvivono in popolazioni talmente frammentate che il flusso di geni è interrotto. Gli elefanti sono cioè già “sotto i numeri minimi per mantenere aperta la possibilità della speciazione”. E allora: dovremmo abbandonare gli elefanti al loro destino?

Alla chiusura di quel simposio, fu purtroppo chiaro agli ecologi presenti che capire la sesta estinzione di massa significava anche constatare l’insufficienza dell’etica e della morale moderna dinanzi a dilemmi di coscienza che mai l’uomo si è trovato ad affrontare. 

“Chi dovrebbe prendere simili decisioni?” Si chiedeva Paul Ehrlich al termine del COLLOQUIUM. “A quali valori dovremmo far riferimento?”. 

“Faunal intactness”

Nel 2016 la IUCN mette a punto uno standard globale “per la identificazione delle aree strategiche di biodiversità”. Tra i 4 criteri prescelti per definire una regione di fondamentale valore ecologico spicca la integrità ecologica. 

Secondo Andrew Plumptre questa caratteristica è decisamente la più importante tra le altre fissate dalla IUCN. Per almeno un paio di motivi. Intanto, è strumentale a capire la relazione tra lo stato di una foresta e il bisogno di protezione delle intere comunità di specie che ospita. L’integrità ecologica (il criterio C della metodologia internazionale IUCN) permette di riformulare il tanto controverso concetto di “wilderness” o “natura selvaggia”. Non poco, se pensiamo che da un secolo l’argine contro l’estinzione delle specie animali è proprio la conservazione degli habitat originari e selvaggi. 

Plumptre, in definitiva, ha piazzato al centro di qualunque altra valutazione sulle conseguenze della sesta estinzione la “interezza faunistica” delle eco-regioni del mondo. Uscito allo scoperto nel 2019 su FRONTIERS, Plumptre ha di fatto scritto il capitolo integrativo del pionieristico lavoro di documentazione del Gruppo di Stanford sulla defaunazione. 

Il ragionamento di Plumptre non fa una piega. “Il criterio C per le aree strategiche di biodiversità incorpora deliberatamente sia la interezza faunistica che l’integrità biotica”. Ossia “aree completamente intatte dal punto di vista naturalistico, con un minimo di disturbo antropogenico post-industriale, abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici su vasta scala (…), compresi i predatori altamente mobili e gli erbivori che lungo tutta la loro vita influiscono sulla struttura della vegetazione”. 

Ormai, il 77% delle terre emerse (escluso l’Antartide) e l’87% degli oceani sono stati modificati dagli effetti diretti delle attività umane. È l’impronta ecologica umana (human footprint) sulle specie animali e sulle terre selvagge del Pianeta.

Plumptre ritiene che concentrarsi solo sulla estinzione delle terre ancora selvagge non basti. Una foresta può essere folta e molto estesa fotografata dal satellite. Ma ormai vuota delle serie complete di specie animali che la rendono una foresta ecologicamente viva e pulsante. 

“Gli sforzi di conservazione dovrebbero avere come obiettivo-target le poche regioni rimaste al mondo che rappresentano esempi eccezionali di integrità ecologica (…) dovrebbero anche puntare alla restaurazione di questa stessa integrità ecologica su una porzione più vasta di mondo”.

Meglio chiedersi, allora: dove possiamo ancora trovare comunità animali ecologicamente intatte?

Nuovi obiettivi per arginare l’estinzione

Plumptre propone dunque “il primo censimento della interezza faunistica (faunal intactness)”. Ebbene, “solo il 2.9% della superficie terrestre può essere considerata faunisticamente intatta”. E tuttavia, “re-introducendo 1-5 specie” questa percentuale potrebbe salire al 20% del Pianeta. 

Il criterio C della IUCN fornisce già tutto quello di cui abbiamo bisogno per procedere in questa direzione, almeno dal punto di vista della metodologia scientifica. Una regione strategica deve avere aree intatte “che comprendono la composizione e l’abbondanza delle specie native e delle loro interazioni”. Queste specie sono gli animali che ci aspetteremmo di trovare in un certo luogo, sulla scorta della documentazione storica risalente a prima della espansione globale della industrializzazione. 

Una regione “wilderness”, dunque, non è disabitata. Non mette al bando di principio gli esseri umani. È una regione estesa su almeno 10mila chilometri quadrati che non è stata però convertita all’agricoltura estensiva moderna e non ha subito l’impatto delle industrie negli ultimi 5 secoli.

Certo, ammette Plumptre, gli esseri umani hanno influito per migliaia di anni sulla distribuzione di moltissime specie. Ma, come riconosce la IUCN nella sua Red List, è dal 1500 che questa ingerenza si fa così invadente da riorganizzare la biodiversità della maggior parte del Pianeta, orientando la bussola della storia verso la sesta estinzione di massa. 

L’integrità faunistica è un indicatore di un altro aspetto cruciale nella protezione della natura in una epoca di estinzione di massa. Bisogna tenere in massimo conto il declino del ruolo funzionale di singole specie come risultato dell’influenza umana.

“Là dove le specie sono scese al di sotto della diversità funzionale in un sito, importanti interazioni biotiche non potranno più completare il loro ruolo ecologico (…) conducendo ad una perdita di integrità funzionale, anche se quelle specie non sono sono state ancora completamente estirpate”. 

La diversità filogenetica

Jedediha Brodie è un promettente e brillante ricercatore che insegna ecologia alla Missoula University, nel Montana. Ha iniziato la sua carriera studiando le foreste del sud est asiatico le cui faune sono state decimate, oltre che dalla deforestazione, dalla caccia per la carne selvatica. Brodie è quindi un esperto di bushmeat, uno dei dilemmi ecologici più pressanti e controversi della nostra epoca. Ma proprio per questo ha visto da vicino che cosa succede quando la biodiversità scompare a macchia di leopardo.

Brodie è riuscito a centrare tutto ciò che c’è sapere oggi per capire che cosa è la sesta estinzione.  

“La perdita di specie riduce anche la quantità accumulata di ciò che resta della storia evolutiva all’interno delle comunità animali, ossia la nostra eredità bio-diversa”, ha scritto Brodie quest’anno sulla PNAS. Ad estinguersi, dunque, non sono solo le specie che se ne vanno. È anche la diversità filogenetica, ossia la sintesi cumulativa delle differenti storie evolutive scritte dentro ciascuna specie. 

Tutte le specie di un certo paesaggio esprimono inoltre la “diversità funzionale”: ognuna di loro ha un ruolo che contribuisce a mantenere vivo l’ecosistema. A far circolare i nutrienti, a rinnovare la vegetazione, a regolare l’equilibrio tra carnivori ed erbivori. 

L’approccio di Brodie è innovativo. A suo parere finora ci si è concentrati troppo sul calcolo del numero di specie, sperando di dimostrare che se in una area protetta le specie sono numerose allora le cose vanno bene. Ma i meccanismi ecologici sono molto più sofisticati e molto più sensibili ad ogni tipo di disturbo inflitto dall’uomo. Caccia, bracconaggio, trappole, taglio di alberi ad alto fusto hanno un potere di rifrazione gigantesco in un habitat.

I dati raccolti da Brodie confermano le pessime notizie degli ultimi anni. Gli habitat cancellati hanno un impatto sui mammiferi di 25 volte superiore rispetto al cambiamento climatico. E la caccia (più o meno di sussistenza) fa peggio dell’aumento delle temperature di un ordine grandezza di 28 volte.

La conclusione è facilmente intuibile: “la diversità filogenetica ha un immenso valore intrinseco, perché è una misura fondamentale della biodiversità, probabilmente, anzi, la migliore delle misure. Di conseguenza, la protezione della diversità filogenetica è un obiettivo primario della conservazione”. 

Colonizzazione assistita contro l’estinzione

Brodie è convinto che la Convenzione sulla Biodiversità (CBD) dovrebbe prendere molto più serio le minacce che incombono e fare mente locale sulla rapidità del cambiamento climatico. Viviamo già in tempi estremi. Insieme a Kent H. Redford (che nel 1991 coniò il termine “foresta vuota” con uno studio pionieristico sull’Amazzonia) e a James Watson (della University of Queensland, in Australia, autore delle mappe più dettagliate al mondo sulle terre selvagge), Brodie ha affidato a SCIENCE la sua proposta più provocatoria: la CBD deve includere la colonizzazione assistita nel prossimo accordo internazionale sulla natura. 

Si tratterebbe di spostare alcuni individui di specie a rischio in un habitat fuori del loro home range originario. In un futuro ormai alle porte, infatti, almeno un terzo delle specie potrebbe “avere un rischio correlato al clima”. La prima risposta a uno stress ambientale è il movimento. Ma molti organismi “potrebbero avere bisogno di aree-rifugio al di fuori dei loro attuali e storici luoghi di insediamento”. 

La translocazione per dare inizio a nuove popolazioni è una strategia piuttosto diffusa. Casi eclatanti sono i leoni e i rinoceronti del Sudafrica spostati ad Akagera, in Rwanda. Ma incontra anche molti oppositori. Il rischio di trasferire anche zoonosi o patogeni letali per gli animali endemici c’è sempre. 

Brodie e i suoi colleghi ritengono tuttavia che la colonizzazione assistita sia la migliore opzione per ottenere popolazioni in grado di resistere e persistere in habitat da cui la frammentazione delle aree protette avrebbe tagliato fuori le specie coinvolte.

La vera controversia riguarderebbe piuttosto il modo in cui si intende l’area di insediamento di una specie, “intrinsecamente statica o invece dinamica”. Soltanto la Convenzione è nella posizione giuridica per definire una regolamentazione internazionale, che funzioni da ponte anche per gli inevitabili negoziati politici. Spostare una popolazione animale potrebbe voler dire insediarla in uno Stato sovrano diverso da quello di origine.

Colonizzazione o no, anche questa via d’azione riporta in auge la questione di vecchia data dei parchi transfrontalieri, come il Kgalagadi o il Kavango Zambesi in Africa, che oggi sono una rarità. E che però sono il giro di volta della questione: enormi, interregionali, ricchi di habitat misti e diversificati. Nel lessico diplomatico della conservazione, però, transfrontaliero significa “più spazio per gli animali”. E lo spazio è ciò che scarseggia su un Pianeta sovraffollato di umani. 

È vero che nel 2019 la IUCN ha riconosciuto “il ruolo delle popolazioni animali al di fuori dei loro range storici come risultato della colonizzazione assistita”. Ma Brodie e i suoi colleghi sanno che serve qualcosa di decisamente più ardito: “la CBD dovrebbe considerare di espandere l’applicazione del termine neo-nativo, che fu all’inizio suggerito per specie che colonizzavano spontaneamente nuove aree in risposta al cambiamento climatico, per includervi, oggi, specie traslocate”. 

Mettendo da parte tutte le preoccupazioni sulle specie invasive. 

Il cerchio si chiude

Il lungo viaggio per capire che cosa è la sesta estinzione di massa termina su risposte che, in qualche modo, abbiamo tra le mani da 30 anni. La conservazione delle specie si fonda sull’assunto base che bisogna proteggere sia la quantità che la qualità di animali e piante di un certo ecosistema. Per ottenere questo obiettivo macro-ecologico, è indispensabile garantire che, come disse Eric W. Sanderson nel 2001, “gli animali facciano gli animali”.

Frase ironica che sottintende qualcosa di molto semplice: le comunità animali devono funzionare dal punto di vista evolutivo. La vita stessa è giunta fin qui perché è cambiata senza sosta. Preservarne le dinamiche è lo scopo di qualunque politica ambientale che si pretenda tale.

Ma non dobbiamo ingannarci sullo stato del Pianeta nel XXI secolo. I parchi nazionali sono pochi, e isolati. La nostra iper-demografia richiede reti di strade e concentrati di infrastrutture che tagliano a puzzle le aree protette ricche di animali, e di alberi. La Terra si restringe. Non possiamo proteggerla mantenendo così come sono le regole del gioco.

Evoluzione e civiltà sono in conflitto. E in attesa che emerga un pensiero capace di condensare le evidenze scientifiche con le pretese culturali di noi Sapiens, non resta che leggere la sesta estinzione di massa nella storia della nostra stessa specie. E di questa epoca che sull’annichilamento degli animali abbiamo edificato: l’Antropocene.

La sesta estinzione e l’Antropocene

Lo scorso autunno alcuni autori hanno proposto di considerare l’Antropocene come evento geologico, e non come una epoca. Quello che ormai i media chiamano Antropocene racchiude infatti uno spettro molto ampio di “pratiche culturali umane di tipo trasformativo”. Che durano da millenni.

L’Antropocene è quindi “un evento geologico che si è protratto nel tempo”, nonostante tutti gli sforzi di fissare una data precisa (e un indicatore stratigrafico) del suo inizio. Gli esseri umani non alterano la biodiversità a partire dal 1945, con la Grande Accelerazione. Lo hanno fatto a intermittenza per migliaia di anni, anche quando non progettavano di cooptare intere specie a proprio vantaggio. 

Conosciamo un lungo elenco di attività umane i cui effetti sul sistema terrestre valicano i confini temporali di una data, un giorno, una epoca storica: la deforestazione, l’industrializzazione, il colonialismo. E “la dispersione delle specie condotta sotto assistenza umana, ossia la omogeneizzazione della biodiversità della Terra”. 

La conclusione di queste valutazioni eco-geologiche è molto importante per capire bene che cosa è la sesta estinzione di massa. E come si colloca nelle vicende millenarie della civiltà umana.

“Gli impatti umani sulla superficie della Terra sono diacronici” e “definire l’Antropocene come un evento lo pone accanto alle grandi trasformazioni del sistema terrestre”. Questo perché “la relazione stessa tra gli uomini e l’ambiente è diacronica”.

Siamo dunque una eccezione nella storia della vita di questo Pianeta? No. Altre forme di vita hanno fatto cose fuori scala, di portata millenaria. Ad esempio i cianobatteri, protagonisti del “grande evento di ossidazione” occorso tra i 2.4 e i 2.1 miliardi di anni fa. L’ossigeno prodotto dai cianobatteri, nel corso di milioni di anni, ha consentito agli organismi multicellulari di spostarsi sulle terre emerse e di innescare la portentosa evoluzione dei regni animale e vegetale. 

Le nostre gesta, dagli esiti così distruttivi da farci discutere, oggi, di estinzione di massa causata dall’uomo, sono dunque inscritte nei meccanismi di funzionamento ed evoluzione del Pianeta, e di alcuni dei suoi organismi. Perciò, “la comprensione scientifica del cambiamento ambientale globale richiede una analisi dei processi su scale temporali e spaziali multiple”. Questo non scagiona le responsabilità enormi di Homo sapiens nel collasso della biodiversità. 

Gli studi più avanzati sull’Antropocene confermano il bisogno urgente di un “ecologismo umanista”, come lo chiama Telmo Pievani.

“L’approccio isocrono all’Antropocene (ndr, l’Antropocene è una epoca con una sua connotazione stratigrafica netta) rappresenta inevitabilmente gli esseri umani come una forza globale omogenea”. Ma, di fatto, l’apporto dei diversi gruppi sociali e delle diverse culture alla evoluzione eco-culturale dell’Antropocene è stato molteplice, non lineare, ed estremamente variegato. 

La sesta estinzione di massa è la manifestazione globale di una impresa collettiva della nostra specie, ma è anche la somma di situazioni storiche diversissime. Il declino catastrofico delle specie animali è un fenomeno di cui osserviamo oggi le ultime propaggini. Ma per elaborare quella posizione morale di cui c’è urgente bisogno serve qualcosa di più di un tribunale dell’inquisizione per Homo sapiens. 

Dobbiamo anche essere consapevoli che la proposta (già molto controversa) di destinare ad area protetta il 30% del Pianeta entro il 2030 potrebbe non essere sufficiente, vista la rapidità del cambiamento climatico.

Sarebbe davvero utile recintare nuove riserve mentre piante e animali sono in movimento a causa delle temperature? “Entro metà secolo (2050) più della metà della superficie terrestre avrà caratteristiche climatiche pertinenti ad una eco-regione diversa rispetto ad oggi. Quella che attualmente è una foresta molto folta potrebbe diventare una radura aperta con alberi a legno duro. Una prateria trasformarsi in un deserto”. 

Un secolo fa, il nascente movimento ecologista esercitò abbastanza influenza politica da motivare la “recinzione” di aree speciali per la fauna selvatica, nel Nord America e in Africa. Bene, oggi, questa visione non è più adeguata. Neppure per coloro che ancora considerano imprescindibile destinare porzioni speciali di territorio alla sola natura.

Il problema è sempre lo stesso. Lo spazio. Ne serve una quantità enorme perché le dinamiche evolutive proteggano la biodiversità dall’accelerare della sesta estinzione.

Una ricostruzione paleo-culturale il più dettagliata possibile può essere di grande aiuto. Per rimettere i Sapiens al loro posto nella storia della vita conferendo così una nuova dignità ecologica ed evolutiva a loro, e alle specie animali con cui condividono il proprio destino. 

In questa prospettiva, le dinamiche evolutive rientrano spontaneamente nel discorso complessivo sul futuro della biodiversità. Perché la biodiversità stessa non è più un addendo della civiltà industriale, da riposizionare con un trattato giuridico che la confina nei parchi nazionali. È il mondo intero. 

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Il collasso della biosfera è sottovalutato. Anche dagli esperti.

Home » Defaunazione

L’impronta ecologica umana sulle specie animali ha raggiunto una intensità senza precedenti. Ma questo non significa che attorno alla crisi di estinzione ci sia un consenso storico unanime. Secondo il Gruppo di Stanford (i più autorevoli ecologi del mondo che lavorano con Rodolfo Dirzo della Stanford), il collasso della biosfera è sottovalutato. Anche dagli esperti.

La scienza dell’estinzione si è finalmente rivolta, faccia a faccia, al grande pubblico. È questo il senso dell’appello firmato la scorsa settimana dai migliori ecologi del mondo su FRONTIERS (“Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) e di cui abbiamo già parlato. Post verità ed estinzione delle specie non sono più concetti separati.

Basta trasformismi psicologici, autoinganni romantici, devolution e deregulation di responsabilità. E soprattutto basta con la post-verità applicata alla contemporanea condizione del nostro Pianeta nel secondo anno della pandemia. 

Perché Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future dice infatti ciò che qui abbiamo ripetuto centinaia di volte durante il primo anno della pandemia: la catastrofe ecologica è una condizione esistenziale collettiva, le cui soluzioni (faticosissime e ipotetiche) richiedono sacrifici drastici da conteggiare sull’intero apparato mentale e materiale della nostra idea di vita.

Demografia fuori controllo, consumismo spietato, stili alimentari gourmet sempre e comunque sono tutti vizi di cui soffriamo indistintamente, e che di fatto non ci siamo mai potuti permettere.

Purtroppo, l’indifferenza e l’ignavia di massa di fronte a questo disastro, che continuiamo a non voler vedere, ha le medesime radici della nostra affiliazione intima con la post-verità, quel costrutto di invenzioni manipolatorie auto-assolutorie che negli ultimi 5 anni ha funzionato a pieno regime nell’arena politica.

Le vicende politiche degli ultimi anni indicano fin troppo bene che la post verità è ormai un atteggiamento psicologico di massa, molto più pervasivo di quanto prima supposto. Il collasso della biosfera è sottovalutato, e ciò non sorprende, per gli stessi motivi.

Ma che lavora nel tessuto interstiziale stesso della nostra civiltà globale. Lo ha spiegato lo storico di Yale (e fellow del viennese Institut fuer die Wissenschaften von Menschen) Timothy Snyder in un saggio must-read sul trumpismo, pubblicato il 9 gennaio su NyTimes: “Quando noi cediamo sulla verità, concediamo potere a coloro che sono dotati di sufficiente ricchezza e carisma per creare, al suo posto, il puro spettacolo”.

“In assenza di un accordo condiviso su alcuni fatti fondamentali, i cittadini non riescono a formare una società civile, che consentirebbe loro di difendersi. Se poi perdiamo anche le istituzioni che producono fatti che hanno attinenza con le nostre vite, allora tendiamo ad indulgere in astrazioni astratte e nella finzione”. 

È questa la situazione umana che il gruppo di Stanford, allargato stavolta a colleghi dal curriculum altrettanto brillante come William Ripple, un esperto di grandi carnivori e di meta-popolazioni, ha denunciato con l’appello pubblicato da FRONTIERS.

La nostra post-verità è insistere nel considerare i dati scientifici come esagerazioni degli ambientalisti, scenari di là da venire, astrazioni ipotetiche non del tutto credibili.

Atteggiamento mentale nutrito da una stampa compiacente, di destra e di sinistra, che inocula nell’opinione pubblica seducenti pillole zuccherate sui miracoli della transizione energetica, delle crocchette vegane e della circular economy. Dire una mezza verità serve a disinnescare la verità, a rafforzare il consenso nei confronti dei partiti conservatori e delle élite, a scoraggiare la nascita di un dissenso prima di tutto interiore e psicologico. 

Ed è per questo che credo valga la pena riprendere l’argomento proposto dal Gruppo di Stanford. 

Paul Ehrlich ha segnalato su Twitter una lunga intervista sulla piattaforme indipendente POLITIKAPOLITIKA.COM rilasciata dal suo collega, anche lui autore cofirmatario del paper, Dan Blumstein, del dipartimento di Ecologia e Biologia Evolutiva della UCLA. 

Ecco alcune delle riflessioni di Blumstein, che, non fa male ripeterlo, hanno un valore politico, che si ripercuote sulla tenuta delle nostre democrazie e sul modo in cui le nostre società esauste e impoverite reggeranno l’urto nei prossimi decenni. 

“La maggior parte di noi – gli autori del paper – sono scienziati della biodiversità. Ci siamo resi conto che ci sono parecchie cose che vanno nella direzione sbagliata. C’è un movimento consistente nel mondo della conservazione e della scienza sul campo, e anche nella sostenibilità, che incoraggia le persone a dire, le cose vanno male, ma possiamo fare qualcosa. Mi dispiace, ma diventare vegetariano non risolverà questo problema. Dovremmo tutti mangiare meno carne”.

“Volare di meno non risolverà il problema, dovremmo tutti volare di meno, fino a che non avremo a disposizione delle alternative. Le cose che ci fanno sentire bene, su cui abbiamo un controllo personale, non potranno risolvere l’enormità del problema. Dobbiamo ammettere che questa è una crisi esistenziale. Questo paper è partito come uno studio piuttosto diverso dal solito, perché ha enfatizzato la reticenza scientifica. Per dirla altrimenti, la casa sta bruciando. Possiamo anche stare a guardare, ma la casa brucia lo stesso”. 

“Possono anche dirci che siamo degli spacciatori di paura, ma possiamo anche dirla in un altro modo: è questa o no, la realtà che abbiamo davanti? Abbiamo citato 150 studi che documentano in una varietà di ambiti le sfide che fronteggiamo. Questo è spacciare paura? Per come la vedo io questo paper dice come stanno le cose, i fatti. Fate ciò che volete con i fatti. Ma questi sono i fatti. Anche se incutono paura”. 

“Mangiamo una infinità di specie selvatiche e il COVID è niente in confronto a ciò che è possibile. I film apocalittici in cui si vede la trasmissione aerea del virus – che il COVID possiede e in cui potrebbe anche migliorare, che per ora non è così buona. Ebbene, ci sono virus ancora più letali. Il COVID non è fatale tanto quanto potrebbero esserlo le pandemie del futuro”.

Personalmente ritengo il COVID una goccia nell’oceano in confronto alla minaccia pandemica che sta sopra le nostre teste. La minaccia pandemica è in cima alla lista dei killer di intere civiltà. Penso che stiamo dimostrando un bel po’ di hybris a credere che viviamo ormai oltre le malattie”.

“Esaminiamo la storia. Le malattie sono state un vasto regolatore della popolazione. Non mi auguro certo che tutti muoiano sulla Terra per via di una malattia. Vorrei, però, che la popolazione umana diminuisse grazie ad una maggiore valorizzazione delle donne con l’educazione e il controllo delle nascite”. 

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La biosfera corre rischi molto peggiori di quanto si creda, avvertono i più autorevoli top-ecologist

Il collasso ecologico è sottostimato. A  dirlo il paper uscito su FRONTIERSIN Underestimating the Challenges of a Avoiding a Ghastly Future.
Photo Credit: Diego Sandoval

Il collasso ecologico è sottostimato. Le evidenze scientifiche sono chiarissime, la crisi di estinzione è decisamente più preoccupante di quanto società civile e politica suppongano. Ma anche parte del mondo scientifico stenta a comprendere quanto pericolosa sia la attuale condizione biologica del Pianeta. L’espansione umana è inarrestabile ed ormai erode le fondamenta della civiltà.

Così esordiscono in un paper uscito mercoledì scorso sulla piattaforma FRONTIERS ( “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future”) un gruppo di 70 top-ecologist. Tra questi, ancora una volta, Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple. Sono loro i massimi esperti della crisi di estinzione nota al pubblico come “sesta estinzione di massa”.

Le pubblicazioni di questi autori – il Gruppo di Stanford – sono i contributi più lucidi sui numeri del destino della biosfera. E soprattutto sulle connessioni tra cultura, modernità ed estinzione. Il collasso ecologico è sottostimato perché non siamo in grado di comprendere fino in fondo come la nostra cultura produca l’estinzione.

Nel 2014 Rodolfo Dirzo ha rivoluzionato gli studi sulla crisi di estinzione pubblicando su SCIENCE i dati più aggiornati sulla defaunazione, ossia la scomparsa di migliaia di popolazioni di vertebrati appartenenti a specie che stanno letteralmente “evaporando” dalla biosfera.

Stavolta, il paper del Gruppo non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo.

Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” è quindi molto più dell’ennesima lettera aperta al mondo scientifico e all’opinione pubblica: è una presa di posizione, un appello civile e politico. Una denuncia che starebbe altrettanto bene nelle aule parlamentari delle nazioni dell’emisfero nord del Pianeta. 

Inerzia collettiva

Il collasso biologico e l’estinzione delle specie animali, ancora oggi, è considerato e trattato come una notizia di contorno, un riempitivo da un paio di minuti, dagli esiti lontani e tutto sommato improbabili. La crisi di estinzione è percepita come uno scenario da science-fiction.

Nondimeno, “la scala delle minacce alla biosfera e ad ogni forma di vita, inclusa l’umanità, è nei fatti così grande che è difficile coglierne la misura anche per gli esperti molto bene informati (…). Abbiamo orientato la nostra attenzione in modo particolare sulla mancanza di percezione e di valutazione delle enormi sfide poste dalla creazione di un futuro sostenibile”.

“La scienza che sta a fondamento di queste questioni è solida, ma la consapevolezza debole. Eppure, senza una valutazione comprensiva e una informazione diffusa sulla scala dei problemi e della enormità delle soluzioni richieste, la società fallirà nel raggiungere anche i più modesti obiettivi di sostenibilità”. 

Nonostante la nostra disponibilità psicologica a dimenticarci in dieci minuti del fatidico overshooting day, il giorno in cui le risorse naturali del Pianeta sono in passivo rispetto alla fame del nostro prelievo di materia organica (animali, combustibili fossili, minerali, cereali, acqua) “la scelta è tra uscire dall’overshoot in modo programmato o attraverso il disastro – scrivono gli autori – perché che si arrivi ad una risoluzione dell’overshooting è inevitabile, in un modo o nell’altro”.

Il collasso ecologico è sottostimato anche dal punto di vista politico. L’inevitabile confronto con la verità che ci attende è un detonatore di instabilità sociale su scale ancora sconosciute.

E dovremmo cominciare a riflettere, avvertono sugli autori, anche su questo fatto ormai incontestabile: “la severità degli impegni richiesti ad ogni Paese per raggiungere minime riduzioni nei consumi e nelle emissioni porterà inevitabilmente ad una condanna da parte del pubblico e ad ulteriori irrigidimenti ideologici, soprattutto perché la minaccia di sacrifici potenziali sul breve periodo è vista come politicamente inopportuna”. 

L’ottimismo è pericoloso

Per sgombrare il campo da quello che i sociologi chiamano uno “vizio di ottimismo” (optmism bias), ossia un riflesso condizionato di ottimismo di fronte a notizie catastrofiche, spetta ora più che mai “agli esperti di ogni disciplina, che si occupano del futuro della biosfera e del benessere umano, mettere da parte la reticenza, evitare di indorare la pillola delle spaventose e disarmanti sfide che abbiamo di fronte a noi e dire le cose per quelle che sono”.

L’allarme è perentorio: “qualunque altro atteggiamento è fuorviante, nella migliore delle ipotesi, o addirittura, nella peggiore, negligente e potenzialmente letale per l’avventura umana”. 

Lungi dall’essere conclusa, l’espansione umana sul Pianeta procede senza sosta e si è ormai trasformata in una imponente azione di “erosione della fabbrica stessa della civiltà”.

Il motore interno di questa condizione globale è la cultura, che funziona contemporaneamente come un aggregatore e un moltiplicatore di problemi, problemi che sono interrelati e che però continuano ad essere analizzati e studiati separatamente.

“Una diffusa ignoranza del comportamento umano e della natura incrementale dei processi socio-politici che dovrebbero pianificare le soluzioni aggiunge ritardo a ritardo nel procedere con azioni efficaci”.

L’emergere sulla scena politica, negli ultimi 5 anni, di movimenti di destra visceralmente avversi alla domanda ecologista dimostra che la certezza scientifica della intensità della crisi ecologica e della crisi di estinzione, sostengono gli autori, non porterà, in automatico, ad una risposta politica nuova e adeguata. 

“Sin dall’inizio dell’agricoltura attorno agli 11mila anni fa, la biomassa delle vegetazione terrestre è stata dimezzata, con una corrispondente perdita di più del 20% della sua biodiversità originaria: di conseguenza, oltre il 70% della superficie terrestre della Terra è stata alterata da Homo sapiens. Delle stimate 0,17 gigatonellate di biomassa di vertebrati terrestri sulla Terra oggi, la maggior parte è rappresentata dagli animali da allevamento (59%) e dagli esseri umani (36%) e soltanto il 5% di questa biomassa totale è composta di animali selvatici: mammiferi, rettili, uccelli e anfibi” 

Siamo oltre la bio-capacità del Pianeta

Ci troviamo piuttosto nel pieno di un ribaltamento di uno dei concetti centrali dell’ecologia, il density feedback: “quando una popolazione si avvicina alla sua massima capacità di carico ambientale, in media la fitness individuale comincia a declinare (la fitness è la performance ambientale di una specie, ossia il successo con cui un individuo accede alle risorse alimentari, prospera e si riproduce, NDR)”.

“Questo tende a spingere le popolazioni verso l’espressione istantanea di una capacità di carico, che mira a rallentare o invertire la crescita di popolazione. Ma per la maggior parte della sua storia, l’ingenuità umana ha gonfiato la naturale capacità di carico dell’ambiente a nostro vantaggio, sviluppando nuovi modi per accrescere la disponibilità di cibo”. 

“Tramite l’accesso ai combustibili fossili, la nostra specie ha spinto il consumo di beni naturali essenziali e di servizi naturali molto oltre la capacità di carico di lungo periodo, o, più precisamente, della bio-capacità del Pianeta, rendendo così ancora più catastrofico quello che sarà così un inevitabile riaggiustamento dei nostri trend di ipersfruttamento (overshoot), se esso non sarà gestito con intelligenza”.

“Una popolazione umana in crescita non farà che esacerbare queste condizioni, portando ad una competizione ancora più accesa per un pool di risorse sempre più ristretto”. 

Nessuno auspica politiche demografiche di tipo dittatoriale, ma è bene rendersi conto che i trend già avviati proseguiranno nel XXII secolo e che soltanto “istituire politiche fondate sui diritti umani per abbassare comunque la fertilità e smontare i meccanismi del consumo potrebbero attutire gli impatti di questi fenomeni”.

Forse per la prima volta anche nella storia accademica di questi ricercatori, tra gli autori citati a sostegno dello scenario complessivo c’è l’economista Thomas Piketty. Un mondo in obvershooting cronico è un mondo in cui “il sistema economico è sempre più incline a sequestrare la rimanente ricchezza a vantaggio di pochi individui”. 

Mancanza di governance internazionale

A dispetto di facili entusiasmi e di una ingenua propaganda ambientalista, dobbiamo essere consapevoli anche della insufficienza completa degli strumenti di governance internazionale già messi in atto sul fronte caldissimo della crisi di estinzione, del cambiamento climatico e di una relazione con i viventi di tipo non estrattivo.

Gli Obiettivi di Aichi al 2020, ad esempio, “anche se fossero stati raggiunti, sarebbero stati ben lungi dal realizzare ogni sostanziosa riduzione del tasso di estinzione”.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ( SDGs, United Nations Sustainable Development Goals) sono anche loro sulla strada per il fallimento “perché la maggior parte di essi non è stata adeguatamente integrata in una cornice in cui i fattori socio-economici sono interdipendenti gli uni dagli altri”.

E infine, per quanto riguarda il tanto sbandierato Accordo di Parigi per il Clima (2015), “anche ipotizzando che tutti i firmatari, di fatto, procedano a ratificare i loro impegni (prospettiva molto dubbia), il riscaldamento previsto raggiungerebbe comunque i 2.6-3.1 °C entro il 2100”. 

Non sembra che le prospettive siano migliori per il summit di Kunming del prossimo ottobre, che dovrebbe ridisegnare la cornice internazionale delle conservazione con un nuovo accordo storico. Kunming dovrebbe definire una strategia globale contro la crisi di estinzione. Una prospettiva che a non pochi osservatori pare avvolta nella nebbia dell’incertezza.

Il collasso ecologico costringe a fare i conti anche con le nostre illusioni economiche. La gravità della situazione impone di “abolire il paradigma della crescita perpetua” e di imporre cambiamenti fondamentali al capitalismo globale. Ma questo “porterà per forza a conversazioni non facili sulla crescita demografica umana e sulla necessità di venire a patti con standard di vita più equi”. 

Fonte: Bradshaw CJA, Ehrlich PR, Beattie A, Ceballos G, Crist E, Diamond J, Dirzo R, Ehrlich AH, Harte J, Harte ME, Pyke G, Raven PH, Ripple WJ, Saltré F, Turnbull C, Wackernagel M and Blumstein DT (2021) Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future. Front. Conserv. Sci. 1:615419. doi: 10.3389/fcosc.2020.615419 

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SE SEI ARRIVATO FIN QUI – Nessun giornale italiano considera questo argomento degno della prima pagina. Schiacciata sul cambiamento climatico, la catastrofe biologica del XXI secolo è ancora considerata un tema da science-fiction. Eppure, tutto questo è dannatamente reale e troppi giornalisti non possono scriverne e parlarne ridotti alla fame dalle paghe indecenti concesse dai grandi editori. Scegli oggi di sostenere chi ha deciso di sostenere questa battaglia !

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Un nuovo indice-soglia per le estinzioni?

Un nuovo indice-soglia per le estinzioni? Alcuni ricercatori pensano serva fissare un limite valido per tutti i maggiori gruppi di organismi.
Home » Defaunazione

Un nuovo indice-soglia per le estinzioni? Lo scorso 2 giugno un gruppo di ricercatori ha proposto di instituire un unico target, valido per ogni Paese, che indichi il numero totale di estinzioni accettabili. Questi ricercatori pensano dunque che per arginare il crollo della biodiversità possa essere utile fissare un numero minimo di specie che potremmo “permetterci” di perdere rimanendo dentro una soglia di sicurezza. Un biodiversity target, insomma.

Il nuovo indice di riferimento dovrebbe essere analogo ai +2°C per il cambiamento climatico (la soglia limite di riscaldamento del Pianeta). Un solo numero, chiaro, univoco, “che comprenda tutti i gruppi maggiori di viventi (funghi, piante, invertebrati e vertebrati) attraverso tutti gli ecosistemi (marini, di acqua dolce e terrestri)”.

La proposta scientifica arriva nel pieno della confusione internazionale attorno alla crisi della biodiversità.

Il 2020 avrebbe dovuto essere il super anno della biodiversità. È stata rimandata al maggio 2021 la conferenza della CBD (Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite) programmata a Kunming, in Cina, che ha l’ingrato compito di scrivere un documento globale per la protezione del Pianeta vivente in sostituzione dei fallimentari Obiettivi di Aichi del 2010.

Sulla scia della epidemia zoonotica, ricerca e istituzioni di governance internazionale sono in fermento per cercare di imporre la sesta estinzione di massa come rischio globale di categoria massima. 

Il nuovo target

Il nuovo target dovrebbe essere il numero 20: un tasso accettabile di estinzioni deve essere sotto 20 estinzioni all’anno, per i prossimi 100 anni.

Gli autori constatano che nell’ultimo decennio non ci sono stati progressi massivi sulla protezione dei sistemi viventi: “benché la perdita globale di biodiversità prodotta da attività umane sia ampiamente conosciuta, la politica si è dimostrata incapace di arrestare il declino (…) Dei 20 obiettivi di Aichi definiti nel 2010 dalla Convenzione per la Biodiversità delle Nazioni Unite soltanto 4 mostrano progressi positivi, mentre i 12 connessi allo stati di salute della natura sono in peggioramento”.

Forse il nuovo target potrebbe galvanizzare la scadente attenzione della società civile per il collasso delle specie animali. Dietro queste speculazioni c’è la pressione di arrivare ad una cornice giuridica almeno in parte vincolante che fissi dei parametri internazionali di conservazione delle specie.

Ma ha davvero senso fissare un nuovo indice-soglia?

L’urgenza del momento è senz’altro immensa. Lo ha confermato lo studio più importante sull’estinzione e la defaunazione della Terra uscito dal 2014 ad oggi. Studio pubblicato sulla PNAS e firmato da Peter Raven, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich, i ricercatori di maggior spessore in questo ambito, insieme al collega di Stanford Rodolfo Dirzo, autore della ricerca del 2014 sulla defaunazione. 

“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”

La ricerca mostra che “l’estinzione nutre l’estinzione” perché la dipartita di una sola specie impoverisce le funzioni ecologiche del suo ecosistema tanto da compromettere anche le specie ancora presenti, privandole di connessioni trofiche essenziali e quindi preparandone la futura estinzione.

Secondo l’impostazione del “gruppo di Stanford”, quindi, un unico numero che riassuma un indice di defaunazione accettabile non rispecchia gli effetti complessivi della perdita anche di una sola popolazione sui risultati finali dei processi di estinzione. Molto più utile ragionare sull’effetto domino

Effetto domino

L’effetto domino a cascata è infatti uno dei motivi per cui il collasso delle specie sta accelerando: “quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemici, che dipendono dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa.

Ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. Due misure sarebbero auspicabili da subito: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio; elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

Le conclusioni a cui sono giunti Ceballos, Raven ed Ehrlich (“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”) sollevano seri dubbi sul fatto porre una cifra-simbolo come benchmark per il numero di specie a cui possiamo ragionevolmente rinunciare si poggi su una logica efficace. 

Ancora oggi non sappiamo come si comportano le popolazioni di moltissime specie (mortalità, tassi di riproduzione, suscettibilità al cambiamento climatico, rapporto numerico maschi/femmine); in una analoga zona grigia sta la conoscenza delle interazioni all’interno degli ecosistemi.

Per questo motivo, già nel 2015, quando la comunità scientifica accettò l’evidenza della sesta estinzione di massa, il paleontologo Anthony Barnovksy, Gerardo Ceballos e Paul Ehrlich sottolinearono che l’assenza di molti dati su moltissime specie potrebbe aver indotto anche le stime più pessimistiche ad una sottovalutazione delle estinzioni in corso.

Anche Edward O. Wilson, sempre nel 2015, ha pesantemente criticato la prospettiva della “sostenibilità ambientale” per gli stessi motivi.

“Negli ecosistemi in cui anche l’identità della maggior parte delle specie che ci abitano è ignota, come possono i biologi definire i processi fondamentali delle loro interazioni? Come possiamo predire i cambiamenti degli ecosistemi se alcune delle specie residenti svaniscono, mentre altre prima assenti arrivano come invasori?”, scrive Wilson in Half Earth.

E rincara la dose: “i dati necessari per studi avanzati sulla struttura e la funzione degli ecosistemi nella maggior parte dei casi non esistono. Chiediamo agli ecologi, per la centesima volta, come facciamo a capire i principi profondi della sostenibilità in una foresta o in un fiume se ancora neppure sappiamo l’identità degli insetti, dei nematodi e di altri piccoli animali che mettono in movimento i raffinatissimi meccanismi dei cicli di energia e di sostanze materiali?”. 

Uscire dal vincolo del profitto

Gerardo Ceballos è Executive Director di STOP EXTINCTIONS, una iniziativa internazionale senza precedenti che coinvolge alcune delle menti più brillanti, come lo stesso Ceballos, tra coloro che stanno studiando l’estinzione in corso, l’Università di Stanford (dove insegnano Rodolfo Dirzo e Paul Ehrlich, entrambi Advisory del progetto) e GLOBAL CONSERVATION, l’unica organizzazione di protezione degli habitat la cui missione è finanziare direttamente i parchi nazionali World Heritage (“gli ultimi bastioni di difesa contro la decimazione della wildlife e delle foreste primarie”) nei Paesi più poveri del mondo.

Gli obiettivi: rendere accessibile un database di informazioni a fondamento delle decisioni da prendere per conservare habitat e specie; elaborare accordi vincolanti e altri su base volontaria per coinvolgere le nazioni a prendere una posizione seria sull’estinzione; risvegliare la coscienza collettiva su una minaccia esistenziale di proporzioni inimmaginabili. 

Le conseguenze sugli ecosistemi del globo della perdita di specie sono complesse, estese e diffuse. L’impatto dei fattori umani – ad esempio la crescita demografica, la distruzione degli habitat naturali, l’incremento dell’inquinamento, il cambiamento climatico, il bracconaggio e il commercio di animali selvatici – è stato catastrofico per migliaia di specie ovunque nel mondo”. 

Il principio di precauzione dovrebbe reggere ogni ragionamento sul futuro assetto di un accorgo globale. Ma, come già accaduto altrove, l’imposizione di un atteggiamento di tipo precauzionale si scontra con la tendenza a far quadrare il cerchio della protezione delle specie dentro logiche economiche.

Ossia: attribuire valore finanziario alle risorse organiche animate e inanimate, per mantenerle all’interno di processi socio-economici generatori di profitto. Su questo fronte siamo vicini ad un punto di rottura, esemplificato dalla difficoltà del dibattito attorno all’accordo post Aichi, ma anche dal tracollo degli introiti da turismo per la conservazione in Africa.

Il circolo di finanziamenti, royalties, investimenti non è in grado di reggersi da solo perché risponde alle stesse regole interne di qualunque business del tardo capitalismo. Sta in piedi solo con un flusso costante di denaro fresco. Possiamo affidare la sopravvivenza della biodiversità del Pianeta a questa dinamica offerta/acquisto?

Quali specie conservare?

Il 30 giugno NATURE ha pubblicato una editoriale a commento della proposta del target globale di 20 specie: “altre questioni includono come decidere quali specie conservare e chi dovrebbe fare queste scelte. Un singolo numero darebbe eguale peso a tutte le specie minacciate o dovrebbe invece avere la priorità le specie più importanti per il nostro sostentamento e per le funzioni ecosistemiche?”.

Quale istituzione politica dovrebbe cioè avere la responsabilità di scegliere tra la tigre e il leone? Un altro criterio altamente discutibile sarebbe il profitto che le specie iconiche garantiscono (attraverso i safari ad esempio) rispetto a specie molto meno famose, ma non meno funzionali.

Giungere con successo e saggezza ad un accordo globale, parzialmente vincolante, può non risolvere i problemi centrali del collasso biologico del Pianeta.

Un rischio è che, come accaduto per l’atmosfera e il clima a partire dal 1993, il concetto stesso di biosfera possa essere risucchiato nel circolo vizioso di un infinito processo negoziale che riduce la biodiversità a pura burocrazia.

In quasi 30 anni di vita della Convenzione per il Clima nulla di serio è stato intrapreso per definire la crisi climatica. Siamo davvero convinti che un modello del genere possa adesso funzionare per la biodiversità?

Nelle Sundarbans non c’è posto per la tigre

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A dispetto di un ottimismo spesso di facciata, il futuro della tigre appare ormai in buona parte segnato. I numeri sono sconfortanti soprattutto nelle nazioni asiatiche che ancora ospitano le più consistenti popolazioni rimaste del grande gatto arancione e che, almeno sulla carta, avrebbero più opportunità e possibilità di dispiegare piani di conservazione realistici. Gli ultimi, terribili dati vengono dal Bangladesh. Nelle Sundarbans non c’è posto per la tigre.

Il punto è sempre lo stesso: le aree protette dovrebbero essere connesse le une con le altre e invece sono sempre più frammentate a causa dell’espansione della rete dei trasporti su gomma, dal farming e dalla presenza umana.

Il Bangladesh va avanti con convinzione nella costruzione del Padma Bridge, una infrastruttura lunga 6 chilometri che collegherà presto i distretti a nord e ad est del Paese con le province meridionali, attraversando le Sundarbans, ossia 10mila chilometri quadrati di foresta a mangrovie sul delta dei fiumi Gange e Brahmaputra, la più estesa di questo tipo rimasta sul Pianeta e quindi World Heritage Site UNESCO.

Gli effetti del mega-progetto, di sicuro devastanti, sono stati denunciati lo scorso 11 giugno in una Lettera pubblicata da SCIENCE da un team di ricercatori che ha studiato anche la popolazione di tigre del Bengala (Panthera tigris tigris) delle Sundarbans, la più numerosa, ormai, in Asia.

I risultati del lavoro di monitoraggio del felino, pubblicati nel gennaio del 2019 su Science of the Total Environment, sono sconcertanti: “entro il 2070 non ci sarà più un habitat adatto alla tigre del Bengala nelle Sundarbans”. Sulla carta, le Sundarbas sono un sito di importanza globale per la protezione e la conservazione della tigre, ma è evidente che il Bangladesh va in tutt’altra direzione, come del resto la vicina India.

La Lettera è stata firmata anche da Bill Laurance del Centre for Tropical Environmental and Sustainability Science alla James Cook University, Australia: praticamente una autorità mondiale in fatto di infrastrutture, strade e vie di accesso alle foreste tropicali. 

L’espansione delle grandi arterie per il traffico su gomma o su rotaia è una minaccia enorme alla biodiversità dell’Asia. L’India percorre una strada politica analoga a quella del Bangladesh.

“Quando è stato commissionato, ci si aspettava che il ponte sostenesse il prodotto interno lordo del Bangladesh di almeno l’1.2%, ma metterà anche a rischio il fragile ecosistema delle Sundarbabns. Il Bangladesh ha già peso le Chakaria Sundarbans, una delle più antiche foreste di mangrovie dell’Asia del Sud, come risultato della crescita dell’allevamento intensivo, commercialmente conveniente, dei gamberetti”, si legge nella Lettera pubblicata su SCIENCE.

“Lo stesso potrebbe accadere al distretto di Khulma, dove la costruzione del ponte ha già fatto lievitare il prezzo della terra e l’espansione delle settore edilizio, degli impianti ittici, del turismo e dei resort a ridosso delle Sundarbans”. 

E questo non è un habitat qualunque. Soltanto qui le tigri si sono adattate ad un ecosistema a mangrovie. Ce ne sono, secondo un censimento del 2015, tra le 83 e le 130, e queste poche decine di gatti sono la popolazione più numerosa rimasta di una specie che a inizio Novecento contava 100mila esemplari e che oggi è ridotta a 3890 ( cifra complessiva stimata dal WWF nel 2016).

La tigre oggi occupa solo il 7% del suo storico home range: 1.5 milioni di chilometri quadrati in tutto. A meno che, nel giro di un paio di decenni, non si liberi sul subcontinente indiano spazio sufficiente a sostenere popolazioni di tigre di qualche centinaio di esemplari ciascuna, le Sundabarns rimarranno il bacino genetico allo stato selvaggio più importante per la tigre del Bengala.

Perso questo, sarà finita. E lo studio proiettivo condotto da Sharif A. Mukul della Bangladesh University – che lavora anche nel Tropical Forestry Group della School of Agriculture and FoodSciences, alla University of Queensland, in Australia e ha firmato pure la Lettera a SCIENCE dell’11 giugno – dice però che “il nostro modello suggerisce una totale estinzione della tigre del Bengala nelle Sundabarns del Bangladesh dovuta al cambiamento climatico entro il 2070”. 

Certo, si tratta di ipotesi, ma sappiamo da quanto accade al clima che gli scenari più inquietanti andrebbero presi con la massima attenzione. 

Gli autori hanno usato un modello di simulazione con due scenari climatici, uno al 2050 e uno al 2070, entrambi dedotti dai recenti rapporti IPCC, per capire che cosa succederà all’innalzarsi del livello dei mari sul delta del Gange e del Brahmaputra, sulla costa meridionale del Bangladesh, e quindi nell’habitat delle tigri delle Sundarbans. Tra 50 anni quest’habitat non esisterà più. 

E come sempre, il cambiamento climatico non modellerà la geografia di queste regioni partendo dalla migliore situazione possibile al suolo, e cioè una scarsa demografia umana ed ecosistemi abbastanza estesi da contenere comunità numerose e diversificate di predatori ed erbivori.

Spiegano gli autori: “Nelle Sundarbans, messi insieme, i 3 santuari principali per la wildlife coprono circa il 23% del totale delle foreste di proprietà del Bangladesh Forest Department. Una percentuale ancora oggi inadeguata”. E cioè troppo piccola per fare sul serio con la conservazione della tigre. Del resto, esattamente come avviene in Africa con il leone, la competizione tra uomini e felini non è certo solo sullo spazio disponibile, ma anche sul suo correlato logico: il cibo.

Gli esseri umani cacciano le stesse prede della tigre e il resto lo fa il bracconaggio: “la preda principale della tigre del Bengala, qui, è il cervo maculato (Axis axis), benché la tigre si nutra anche di cinghiali (Sus scrofa), e di scimmie reso (Macaca mulatta), e anche di certi pesci e di granchi. Il bracconaggio e il prelievo delle specie preda riduce quindi la capacità della foresta delle Sundarbans di sostenere la sua popolazione di tigri”. 

Anche questa è una storia purtroppo già vista nel Sud Est Asiatico. La tigre della Cambogia è stata dichiarata estinta nel 2016: una clamorosa perdita di habitat l’ha condannata a morte, ma non poco ha contribuito anche il commercio alimentare di carne di Sambar (un cervo selvatico, Rusa unicolor, la sua preda principale), cacciato di frodo.

Secondo due Ngo, Conservation International (Greater Mekong Program) e la Wildlife Alliance, il traffico illegale di Sambar e altri ungulati ha compromesso in via definitiva la sopravvivenza in Cambogia sia dei leopardi che delle tigri.

Nel 2013 il WWF e la IUCN hanno condotto uno studio di fattibilità per la reintroduzione della tigre nelle pianure orientali della Cambogia, ma siamo ancora nell’ambito delle ipotesi e delle zone d’ombra, tipiche di ogni discorso molto ambizioso sul ritorno di specie di predatori di vertice in ecosistemi alterati o distrutti, senza nessun piano mai dichiarato in modo trasparente su come riportare allo stato selvaggio esemplari nati in cattività.

O, peggio ancora, senza rendere pubbliche davanti all’opinione pubblica le perplessità scientifiche dei conservazionisti che insistono sull’importanza degli adattamenti genetici a specifiche condizioni ambientali, che rendono i piani di “traslocazione” sempre incerti, scivolosi e pericolosi. 

Il dottor John Goodrich, Chief Scientist and Tiger Program Director di Panthera, l’organizzazione leader nel mondo per la conservazione globale dei grandi felini, così ha commentato la situazione per come si presenta oggi: “se, o, più realisticamente, quando perderemo le Sundarbans e le tigri che là ancora esistono, perderemo una popolazione unica di tigri e il loro irripetibile adattamento per la sopravvivenza in un habitat a mangrovie. Tutto questo sarà una enorme tragedia. E tuttavia, questo non significherà ancora la estinzione di questa sottospecie, che ancora esiste sparsa tra India, Nepal e Buthan, e anche Russia, Cina, Thailandia, Malesia, Indonesia e Myanmar, se si accetta la attuale tassonomia di sole 2 sottospecie di tigre”. 

Per quanto Sharif A. Mukul, raggiunto via email, abbia ribadito il suo punto di vista apparso su The Daily Star il a marzo del 2019 (“i risultati del nastri studio sono certamente allarmanti per il Bangladesh, per le Sundarbans e per la magnifica tigre del Bengala, orgoglio nazionale del Paese. Ciò nondimeno, come molti altri studi fondati su modelli, anche il nostro si fonda su una serie di ipotesi”), resta il fatto che le popolazioni di tigri sono sempre più isolate tra loro, sempre più minacciate dall’espansione umane e sempre più incompatibili con la traiettoria economica e culturale delle regioni asiatiche dove, solo un secolo fa, prosperavano. Il paragone e le analogie con il leone africano sono impressionanti e non lasciano sperare nulla di buono. 

 

Hotspot e coolspot delle specie a rischio

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)

È appena uscita su PLOS BIOLOGY (Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Hotspot e coolspot delle specie a rischio. Questo l’argomento del paper.

Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi.

Sono stati così identificati gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione. E anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione ? Capirlo è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione.

E per stilare l’elenco delle priorità.

Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente. Bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili.

L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo.

Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

I risultati di questo studio sono molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito. Il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto.

Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”.

I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo.

Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti.

La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”.

Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati.

L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi.

L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica.

Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno di una stessa area geografica, di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato il loro cool spot.

Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta.

Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. Non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a causa del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici.

Dove vive una specie iper-minacciata ne può prosperare un’altra.

Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse.

“Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild.

“Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hotspot e i coolspot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie.

Dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”.

Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hotspot che coolspot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat. 

Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, gli autori insistono sul fatto che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”.

Due punti sono determinati sul futuro. Primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti. Secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione.