La memoria degli eventi passati non è un privilegio degli esseri umani. E non è solo eredità genetica. Gli ecosistemi conservano memoria di se stessi: e lo fanno attraverso la decomposizione dei tessuti organici, delle foglie, dei tronchi, dei gusci dei bivalvi, dei rami di coralli sbiancati, delle erbe della prateria dissecate. Materiale organico che, un giorno lontano, era appartenuto alle cosiddette specie fondanti di quello stesso ecosistema. Questa è la memoria ecologica degli ecosistemi. Una sorta di patrimonio passato alle generazioni future, che continua ad influenzarle, plasmarle e condizionarle. Una eredità bio-chimica, che ridiventa storia perché entra in relazione profonda con gli organismi giovani. Ma la memoria ecologica non funziona come un “copia e incolla” del passato sul presente. È una forza dinamica, un “grande scultore” che non sempre e non in tutti i luoghi ripristina lo status quo. Lavora per generazioni, ed è creativa.
Finora avevamo sottovalutato la memoria ecologica, ma la minaccia globale posta da cambiamento climatico ed estinzione sta rapidamente mutando la prospettiva sui morti e sui vivi. Stiamo allargando i nostri orizzonti, anche in senso potentemente filosofico. “Abbiamo bisogno di inserire l’influenza dei morti sui vivi tra i concetti fondamentali dell’ecologia”. Questo dice Kai Kopecky del Cooperative institute for Research in Environmental Sciences alla Colorado Boulder, Stati Uniti. Autore del primo studio su scala continentale (Nord America) di questo tipo (Legacies of foundation species shape life after death).
Ma che cosa si intende per “specie fondanti”? Parliamo di specie, animali o vegetali, che hanno tre caratteristiche fondamentali: sono quantitativamente dominanti, in termini numerici o di biomassa; si trovano molto vicine al livello primario degli scambi bio-chimici e delle reti trofiche del loro habitat; ma influiscano anche sulle interazioni non trofiche (che cioè non riguardano direttamente la circolazione dei nutrienti) e di quelle mutualistiche con altre specie. Un esempio di specie fondante è l’ebano, che collabora con l’elefante di foresta per la resilienza delle foreste tropicali umide in Africa occidentale. Anche alcuni animali molto piccoli sono specie fondanti, come mostra lo studio di Kopecky. Questi protagonisti della storia ecologica sono abbondanti e quindi si lasciano alle spalle una eredità cospicua di gusci, tronchi, corteccia, steli d’erba (è il caso delle Grandi Pianure del Nord America). Questa è la loro eredità verso il futuro. Si chiama “post mortem feedback”. I fondatori costruiscono cioè le fondamenta stesse di una comunità ecologica, in modo attivo e continuativo. Facendolo, attraversano il tempo, creando e stabilizzando la struttura di un habitat, su cui si regge l’intera comunità di specie attorno a loro.
Come i morti tramandano la propria memoria ecologica
Ormai è chiaro che le specie animali (la biodiversità terrestre) sono la memoria del Mondo. E non solo quelle vive e presenti. A questa categoria di realtà (tramandare e custodire il ricordo, trasformarlo nel corso delle generazioni, diluirlo o rafforzarlo) appartengono anche le specie estinte, quelle diventate oggetto di ricerca scientifica, custodite nella collezioni, le ossa e i denti dei nostri progenitori (gli ominidi).
Gli ecosistemi conservano la memoria attraverso i resti materiali degli organismi ormai morti (i gusci delle ostriche, i rami dei coralli sbiancati, i tronchi degli alberi ancora in piedi ma bruciati al 100%, gli di erbe disseccate). Kai Kopecky ha analizzato per la prima volta grandi serie di dati per capire come tutto questo (i morti) riesca a influenzare non solo i destini dei propri con-specifici, ma anche dei propri vicini (le altre specie).
Kopecky sottolinea che i morti hanno la stessa importanza dei vivi nell’economia interna, evolutiva, degli ecosistemi, un concetto rivoluzionario per la conservazione delle natura. Ciò che viene spazzato via, il vuoto prodotto dalla defaunazione, le estinzioni secondarie, la massa di materiale organico morto a causa di eventi climatici estremi: tutto questo è un fattore che entra nel grande gioco della risposta della biosfera alle pressioni dell’Antropocene. Kopecky:
“Un ecosistema è composto non soltanto dai suo abitanti attuali, ma anche da quelli del passato. La memoria ecologica, o l’influenza di eventi storici sulle condizioni ecologiche presenti, giocano un ruolo centrale nello scolpire come i sistemi ecologici rispondono e si adattano alle interferenze. Una componente di questa memoria ecologica è sicuramente l’eredità materiale degli organismi morti, i resti divenuti risorse, ciò che persiste nell’ambiente dopo la morte. Questa eredità materiale può esercitare effetti acuti, immediati, o anche protratti nel tempo, sui processi ecologici e, di conseguenza, contribuire alla composizione di specie e alla resilienza intrinseca di un ecosistema”.
Il dinamismo dei morti rivela quanto sia sottostimata la memoria ecologica
“Abbiamo studiato dati raccolti su esperimenti e osservazioni dirette che coprono un arco temporale dai 2 ai 32 anni su un totale di 10 ecosistemi, estrapolando i dati dal US Long Term Ecological Research Network. Abbiamo verificato che il materiale organico lasciato in eredità dagli organismi morti di solito altera la demografia delle specie coinvolte. Il fatto che questi “effetti post mortem” siano ubiqui rivela una dimensione finora sottostimata della memoria ecologica, che dà letteralmente forma ai processi che costruiscono la resilienza degli ecosistemi, alla loro ri-organizzazione, ed anche, qualche volta, al loro collasso definito. Perciò questa ricerca è uno strumento di notevole valore in una era, come la nostra, di crescente disturbo ambientale e di eventi di mortalità di massa causati dal clima.” Ad esempio, mega-incendi, le mega-siccità e le infestazioni da coleotteri o altri insetti invasivi.
L’obiettivo era testare se le specie fondanti sono così decisive da continuare ad esserlo, con la stessa forza, anche da morte, spingendo l’ecosistema a tornare quello che era un tempo, attraverso cicli multipli di perdita e recupero, ripresa e ritorno dei suoi protagonisti. Il team ha analizzato 10 tipi di ecosistemi, 5 marini e 5 terrestri, tra cui : Bonanza Creek Forest (Alaska), Konza Prairie Biological Station (Kansas, terra appartenente ai nativi della Kaw Nation, che ne vennero esplulsi tra il 1846 e il 1872), Harvard Forest (Massachusetts), Virginia Coast Reserve (Virginia), Georgia coastal ecosystems (110 miglia di costa e di un mosaico di isole, foreste marittime, mangrovie, estuari in Georgia), Luquillo (Porto Rico), Florida coastal Everglades (Florida), Moorea coral Reef (Polinesia Francese).

La morte dei morti è solo l’inizio della vita dei vivi
In generale quello che rimane delle specie fondanti tende a lavorare per i propri discendenti. Ma questa non è l’unica strada possibile.
“Quello di cui siamo già sicuri è che il materiale organico morto non è un detrito passivo, per così dire, tutt’altro. È un fattore dinamico di grande impatto per le specie fondanti. Il materiale organico morto condiziona il loro insediamento, la loro crescita e la loro sopravvivenza. E anche la maggiore o nulla disponibilità di risorse per la loro demografia. Ci sono delle situazioni specifiche in cui i morti funzionano da sussidi rigenerativi per le specie fondanti, diventando magazzini di nutrienti per nuovi insediamenti”.
Gli esempi sono straordinari:
“Gli alberi abbattuti dagli uragani stimolano la produzione di radici nelle mangrovie; il legno morto finito sott’acqua rilascia lentamente sostanze nutritive che accelerano la crescita degli alberi nelle foreste temperate. In altri casi, gli accumuli di erba e di foglie bloccano la luce solare, rimandando la crescita delle erbe tipiche delle prateria, che spuntano dalla biomassa sotto il terreno; lo stesso processo di schermo nelle foreste tropicali montane limita la sopravvivenza dei germogli più recenti. Ma i morti riescono anche a modificarlo sensibilmente un ambiente fisico. Nelle foreste temperate, i tronchi morti di Tsuga (un conifera molto comune nel Nord America) regolano il micro-clima del terreno e favoriscono così i germogli della propria specie. I gusci delle ostriche diventano le fondamenta su cui si aggrappano le larve dei nuovi nati e funzionano come un sorta di barriera contro le maree. Invece, le alghe che fluttuano nelle paludi salmastre danneggiano la crescita delle erbe palustri, mentre gli scheletri dei coralli morti creano un habitat più complesso, che favorisce le microalghe a svantaggio dei coralli ancora vivi”.
Anche le chiome degli alberi lavorano silenziosamente:
“Nel caso delle foreste tropicali di montagna, i resti delle chiome degli alberi riescono a uccidere i germogli delle piantine appena spuntate e funzionano come una barriera meccanica contro altri arrivi. Però, sono anche un concentrato di carbonio appena sopra e appena sotto il terreno, che gli alberi adulti avranno a disposizione per anni”.
Quale insegnamento possiamo trarre da tutto questo?
“Man mano che il cambiamento globale si intensificherà, provocando eventi estremi con il loro correlato di morti di organismi in massa, ad esempio portando infestazioni di insetti, incendi, ondate di calore e tempeste, ovunque nel mondo, sulla terra ferma e negli oceani, noi ci aspettiamo che il ruolo e le dinamiche appena descritte, a loro volta, muteranno corso. Viviamo in una epoca di rapida perdita di biodiversità: amministrare e capire l’eredità dei morti diventerà presto più importante che gestire la vita dei vivi”.





Rispondi