C’è una crisi globale che si allarga sotto la superficie dell’acqua dei più grandi fiumi del mondo: la defaunazione dei grandi pesci migratori (la cosiddetta “fresh water magafauna”). Dal Rio delle Amazzoni al Mekong è stata finalmente documentata in sede internazionale una lenta, sottostimata estinzione di specie uniche. E gigantesche (con una massa corporea uguale o superiore ai 30 chili). Specie spettacolari, di cui non abbiamo mai sentito parlare, qui, nel Nord Globale. Specie che davamo per scontate, dimenticate quando erano abbondanti, e doppiamente dimenticate oggi, perché non sono abbastanza famose per meritarsi una pubblica fama. La defaunazione della Terra ci tiene imprigionati in una calma apparente. E più il processo è lento e occulto (la scomparsa progressiva degli animali), più cresce il pericolo, che scivola via inosservato insieme all’acqua dei fiumi. È così che, nel 2022, si è estinto il pesce spada cinese (Psephurus gladius), uno di questi migranti acquatici.

Il mese scorso il loro destino è finito sul tavolo dei negoziati della Convenzione Mondiale per la Protezione delle Specie Migratorie (Nazioni Unite), la CMS COP15 (Convention on the Conservation of Migratory Species’ COP15), ospitata dal Brasile, a Campo Grande (dal 23 al 19 marzo). La CMS raccoglie 132 Paesi, compresa l’Unione Europea. 

Per i pesci, le informazioni su cui discutere le ha fornite una ricerca molto approfondita (Global Assessment of Migratory Freshwater Fishes), la prima così dettagliata dal 2011. Esattamente come per i grossi mammiferi terrestri, queste specie ittiche corrono un rischio di estinzione che è in funzione delle massa corporea (le prede di notevoli dimensioni garantiscono profitti maggiori alla pesca), del ciclo di vita (tarda maturità riproduttiva) e della fragilità dei propri habitat. Alcuni sistemi fluviali sono in condizioni particolarmente serie: Rio delle Amazzoni e La Plata-Paraná, il Mekong e il Gange -Brahmaputra in Asia, il Nilo e il sistema Niger/Lake Chad. E anche il Danubio. 

Tutte le specie di storione dei grandi fiumi euro-asiatici sono ormai in estinzione.

(Storione beluga)



“Rispetto al 1970,  le popolazioni di pesci migratori in acque dolci sono crollate dell’81%”

Il Global Assessment of Migratory Freshwater Fishes “identifica 325 specie che hanno bisogno di un intervento di conservazione concertato su scala internazionale, perché il loro declino è causato da dighe, habitat frammentati, pesca eccessiva e cambiamento climatico”. Il censimento è scioccante: le popolazioni di pesci migratori in acque dolci sono crollate dell’81% rispetto al 1970, e “ sono perciò una delle wildlife più minacciate al mondo”. E poiché i bacini idrografici dei fiumi più lunghi del Pianeta non conoscono confini giuridici, è chiaro che anche per queste specie acquatiche servono programmi di protezione trans-frontalieri su scala continentale. Una lezione che abbiamo già imparato a caro prezzo sulle megafauna terreste. La protezione  a chilometri alterni dei grandi pesci esclude siti fondamentali per la loro fitness ecologica, i luoghi, ad esempio, dove queste specie si nutrono, depongono le uova, e dove si sviluppano gli avannotti.  

Vediamo qualche esempio.

Il Danubio è uno dei fiumi in allarme rosso per la perdita di pesci migratori.

(Salmone del Danubio)

Che è in corso questa estinzione su scala globale lo sappiamo da vent’anni. “In Nord America, all’incirca due quinti dei pesci di acqua dolce sono in pericolo, ad un ritmo di estinzione centinaia di volte superiore al tasso di estinzione di sfondo (background rate)”. Sappiamo anche le specie che migrano dagli oceani e dai mari ai corsi d’acqua dolce sono ridotte del 90%. Una delle cause principali è che questi pesci migrano attraverso diversi Stati. La topografia di oltre 200 fiumi del Pianeta ospita sistemi di adattamento per pesci che ragionano e sopravvivono su piste acquatiche lunghe migliaia di chilometri. Questa è una costante, una componente globale di queste comunità animali, che accomuna il Danubio al Rio delle Amazzoni, al Nilo, allo Yukon, al Colorado, al San Lorenzo. “Gli studi recenti che abbiamo a disposizione ci dicono che dove le popolazioni sono crollate il recupero è possibile puntando sulla connessione tra gli habitat, con misure coordinate tra Paesi, per migliorare i flussi ecologici e per dare la possibilità ai migranti di accordarsi ai cambiamenti imposti al loro orologio biologico dall’aumento delle temperature”.  L’equivalente su acqua della deforestazione e della conversione degli habitat a distese di campi coltivati è lo sbarramento del corso dei fiumi (longitudinal connectivity) o l’indebolimento del flusso naturale dell’acqua (flood pulse). Quindi, non solo le dighe, ma anche il prelievo di sabbie, ghiaia e sedimenti e la riduzione delle aree allagate. Tutte forme di distruzione che possono funzionare in sinergia con la deforestazione lungo il fiume.

Una defaunazione globale favorita dalle dighe

Nel Mar Nero, nel Danubio e nel Mar Caspio sono criticamente minacciate tutte le specie di storione (Acipenser gueldenstaedtii,  stellatus, nudiventris, ruthenus). Stessa cosa per gli storioni della regione dell’Amur (che ha già perso il suo leggendario leopardo, una delle perdite più incalcolabili della storia umana recente) e per lo storione dello Yangtze (Acipenser sinensis), che ormai sopravvive solo grazie agli avannotti allevati in cattività, dopo che le dighe sullo Yangtze ne hanno chiuso le sue rotte migratorie.

Il pesce gatto gigante del Mekong (Pangasianodon gigas), criticamente minacciato (è già in Appendix I).

(Pesce gatto gigante del Mekong)

Un altra specie simbolo della catastrofe è il pesce gatto gigante del Mekong (Pangasianodon gigas), criticamente minacciato (è già in Appendix I). Recuperare i corridoi migratori, costruire “rifugi nelle acque profonde simili a piscine protette”, sincronizzare la gestione delle dighe significherebbe unire gli sforzi di Cambogia (uno dei Paesi del sud-est asiatico più massicciamente defaunizzato), il Laos, la Thailandia e il Vietnam. Una sfida geopolitica enorme.


Il dorado (Piratumba rousseauxii), lungo fino a 2 metri, è capace della più lunga migrazione di acqua dolce del mondo (12mila km). E' uno dei pesci migratori più grande del mondo.

(Dorado paranà Argentiva river)

Oltre il Pacifico, il piratumba (Brachyplatystoma rousseauxii e Brachyplatystoma vaillantii), un altro pesce gatto, abita un habitat che attraversa Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador e Perù. I siti di riproduzione sono ai piedi delle Ande, fino al basso corso del Rio dell’Amazzoni e del suo estuario. Sono epiche antiche di millenni. Il dorado (Piratumba rousseauxii), lungo fino a 2 metri, è capace della più lunga migrazione di acqua dolce del mondo (12mila km). Contro di lui le dighe per gli impianti idroelettrici di Jirau e Santo Antônio in Brasile (Stato di Rondonia). 

L’allarme rosso, con la consapevolezza, va detto, del governo brasiliano, è acceso sicuramente per lo Amazon basin, che comprende 8 Paesi e ha qualcosa come 2700 specie di pesci. “Le popolazioni che si spostano tra diversi fiumi del Bacino sopravvivono in ramificazioni idrografiche ben connesse e cicli idro-climatici altamente prevedibili. La pressione inflitta di recente dagli impianti idroelettrici, dai canali di drenaggio e dalla pesca a maglia larga hanno aumentato i rischi per gli adulti che migrano e la dispersione delle larve”. 

Qui in Brasile, almeno una ventina di queste specie hanno una importanza enorme come risorse alimentari e commerciali e valgono oltre 430 milioni di dollari. La defaunazione ha un corrispettivo abnorme nel rischio che corrono le popolazioni più povere del Pianeta di veder aumentare la propria miseria.

Il sistema La Plata and Paraná contiene pesce gatto, caracidi e serrasalmidi che hanno, tutte, popolazioni connesse tra Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Bolivia. Le specie più in difficoltà sono il Brycon orbignyanus (piraputanga), il Genidens barbus (pesce gatto del Mar Bianco) e lo Zungaro jahu (pesce gatto dorato).  Anche qui un problema molto serio è la dispersione delle larve dalle nursery a causa della variazione dei flussi di acqua regolati dalle dighe.

Il Dorado, uno dei pesci migratori più minacciato del Bacino delle Amazzoni, che ospita 2700 specie ittiche.

(Dorado)




La COP15 ha alzato i livelli di protezione

Nel corso della COP15 di Campo Grande le pressioni del Brasile sono state sufficienti a far passare (almeno per i firmatari della CMS) un Multi-species Action Plan for Amazonian Migratory Catfish (su dieci anni, 2026-2036). Quaranta specie migratorie (non solo acquatiche) hanno ottenuto un livello di protezione per la prima volta o hanno visto rafforzato quello precedente. Ma probabilmente il risultato più importante è l’enfasi sulla connettività ecologica, che, ancora una volta, smonta una delle categorie giuridiche più importanti del secolo scorso: l’area protetta singola. Il secondo report speciale (STATE OF THE WORLD’S MIGRATORY SPECIES – 2026) presentato in sede negoziale, infatti, ha fornito un quadro sconfortante: “gli indicatori ecologici chiave per molte specie già sotto protezione continuano il loro trend in discesa, peggiorano, quindi, rinforzando il timore che la perdita di habitat, l’iper-sfruttamento, le barriere poste dalle infrastrutture umane stiano accelerando il declino delle specie che attraversano confini nazionali”. Dei migranti animali, terrestri o acquatici, il 49% è in sofferenza, e il 24% guarda in faccia l’estinzione. E “soltanto il 2% delle Key Biodiversity Areas (KBAs), decisive per le 1200 specie listate in CMS, ha una definizione giuridica precisa”. 


La lezione più importante sulla defaunazione

Forse non è strano che il significato ecologico di quanto sta accadendo ai pesci migratori venga dal regno degli uccelli. Perché gli animali nascono e muoiono in comunità che condividono ecosistemi intrecciando le loro traiettorie evolutive. A febbraio scorso SCIENCE ha pubblicato un reportage sul declino netto, e per ora inspiegabile, degli uccelli tropicali in Amazzonia (Fading Melodies, by Warren Cornwall, 26 February 2026, SCIENCE). I ricercatori che da qualche anno raccolgono dati in Brasile, in Perù,  in Ecuador e a Panama parlano di “un declino enigmatico”. “Qui nell’Amazzonia brasiliana e in altre foreste tropicali delle Americhe, gli uccelli scompaiono da posti in cui non dovrebbero scomparire, porzioni di foresta mai toccati dagli incendi, dalle motoseghe o dai bulldozer. Non sono uccelli migratori colpiti dalla perdita di habitat su continenti lontani. La maggior parte di loro passa l’intera vita sui rami di un pugno di alberi”.

Ma le cose potrebbero essere ancora più sinistre. Le foreste tropicali umide di pianura hanno temperature costanti e finora sono state considerate (megaincendi a parte) più avvantaggiate rispetto al cambiamento climatico perché le densa copertura delle chiome degli alberi tiene in ombra il suolo. La stabilità delle temperature è anche il motivo per cui, rispetto alle latitudini più elevate con variazioni ingenti tra inverno ed estate, ai tropici la biodiversità è lussureggiante. Ma ora, raggiunta la soglia dei + 1.5 °C, “la stabilità potrebbe essere diventata vulnerabilità”. Questi uccelli sono tutti specializzati su nicchie piccolissime.

“È molto probabile che non ci sia una singola causa colpevole, quanto piuttosto un accumulo di fattori più piccoli, tutti però interconnessi, dice Philip Stouffer, un ornitologo della Louisiana State University, uno degli scienziati con più anzianità che ha preso parte alla ricerca condotta in Brasile. ‘Gli uccelli non precipitano morti al suolo per il caldo, ma forse sperimentano un po’ di stress in più qua e là, un po’ meno cibo del solito, un po’ più difficoltà nel trovare il microhabitat adatto. L’insieme di ognuna di queste micro-cause potrebbe essere più che abbastanza perché gli uccelli sbaglino il momento in cui costruire il nido o perché scelgano di non riprodursi affatto’”.

Se l’intero sistema è sotto stress, basta un minuscolo disturbo per far precipitare una situazione o innescare un percorso senza ritorno. Basta una estate più secca o più piovosa. 

La defaunazione è un processo subdolo, ma è anche tutto ciò che accade mentre pensiamo di avere ancora tempo per intervenire, solo perché un certo numero di animali è ancora visibile. La defaunazione interroga quindi la percezione distorta che mostriamo di avere della nostra realtà ecologica, e delle sue dimensioni cronologiche. Un collasso non solo biologico, ma anche epistemologico profondo della nostra civiltà.

Photo Cover: Pangasius sanitwongsei

(Photo Credits: CMS COP 15 Terry Collins Press Office)

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