Non saranno soltanto le motoseghe a decidere il futuro dell’ebano in Africa Occidentale. La riproduzione di questo albero (uno dei legni più pregiati al mondo) dipende dagli elefanti di foresta (Loxodonta cyclotis), che vivono nelle foreste tropicali umide del Bacino del Congo. L’ebano sta scomparendo. Perché ci sono sempre meno elefanti. Ingoiati interi, i frutti dell’ebano (Diospyros crassiflora) sono ripuliti della polpa nel tratto dirigente degli elefanti. I semi ancora integri finiscono poi nei loro escrementi, che li nascondono ad altri predatori erbivori (ad esempio, le gazzelle duiker) favorendone così la germinazione. Decimati dal bracconaggio, e soprattutto massacrati dalla perdita di habitat, gli elefanti scompaiono allo stesso ritmo vertiginoso con cui stanno evaporando i germogli dei nuovi alberi di ebano. Niente meno che un perfetto mutualismo ecologico, che ha trascinato in un unico vortice di estinzione due specie in una volta sola. Un fenomeno documentato per la prima volta in Cameroon, uno degli ultimi rifugi per la Cyclotis.
La relazione tra elefanti ed ebano finora non era stata documentata nel dettaglio. I dollari e l’attenzione mediatica che circondano questa sottospecie di elefante sono misera cosa in confronto a quanto accade ai loro parenti delle savane orientali (e dei safari). Ma che gli elefanti del Bacino del Congo (Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Cameroon, Repubblica Centro Africana) facciano conto sui frutti ricchi di nutrienti degli imponenti alberi a legno duro della foresta, questo lo si sa da tempo. È così per tutti i grandi mammiferi (in estinzione) della regione, in primis gorilla di pianura e scimpanzé.
La “megafauna” dipende dalla “megaflora”
Tutti i “grandi”, che siano alberi o animali, sono più sensibili ai disturbi ambientali introdotti dalle attività umane. La defaunazione è perfettamente a suo agio con le dimensioni ragguardevoli di corpi e tronchi, perché queste specie hanno meccanismi di riproduzione e gestazione più lunghi e hanno bisogno di molto spazio, una variabile in precipitoso declino anche in Africa (4 miliardi di persone entro il 2050).
I grandi mammiferi sono essenziali per disperdere i semi di moltissimi alberi su lunghe distanze (la cosiddetta seed dispersal function). Quindi il collasso delle popolazioni di elefanti, sul lungo periodo, spazza via anche la riproduzione della vegetazione più maestosa. Si chiama “sindrome da megafauna”.
Il cambiamento climatico impatta sugli alberi ad alto fusto. Gli ecologi sospettano che molte specie (le più imponenti) fioriscano soltanto quando la temperatura scende sotto un certo minino. In un clima locale sensibilmente più caldo, gli alberi non riescono a generare nuovi frutti e nuovi semi.
C’è un luogo in Gabon in cui dal 1986 si raccolgono dati su queste corrispondenze tra animali, alberi, clima. L’unico luogo in Africa dove si studiano gli effetti del clima sugli alberi della foresta tropicale da così tanto tempo. È il Lopé National Park, patrimonio UNESCO, un rifugio per grandi scimmie ed elefanti di foresta.
Gli elefanti di foresta del Lopé National Park in Gabon conoscono bene il cambiamento climatico
Qui, un gruppo di ricercatori di Yale, Oxford e della Agence Nationale des Parcs Nationaux (ANPN) di Libreville, in Gabon, nel 2020 ha documentato la progressiva diminuzione della frutta selvatica (- 80.9%) e un contemporaneo peggioramento complessivo delle condizioni fisiche degli elefanti.
“La stagione secca da giugno a settembre è sempre stata un periodo di scarsità, eppure negli ultimi anni la stagionalità nella disponibilità di frutti è scomparsa anche da ottobre a marzo, quando i frutti dovrebbero essere abbondanti e maturi (…) non è un problema di impollinazione o di maturazione che non va a buon fine. E non dipende neppure dalla vecchiaia degli alberi, perché abbiamo escluso dalle analisi statistiche gli alberi morti e quelli ammalati. È invece molto probabile che il cambiamento climatico già osservabile nella regione abbia innescato uno slittamento temporale nella stagione in cui gli alberi danno i loro frutti”.
E agli elefanti del Lopé, cosa è accaduto intanto? C’è un archivio fotografico gigante su di loro, 80mila foto scattate da ricercatori e visitatori a partire dagli anni ’90. Ebbene, le condizioni fisiche generali degli elefanti sono peggiorate, sia per gli adulti che per i piccoli. Lo stress ambientale (non abbastanza cibo) ha conseguenze gravi sulle nuove generazioni. È la perdita di “fitness”: uno stress prolungato che mina la salute complessiva della specie. L’alleato più spietato della defaunzione.
Ma quando comincia la crisi irreversibile della Loxodonta cyclotis?
Sono i Portoghesi a catapultare gli elefanti di foresta nella storia moderna
L’abbattimento sistematico degli elefanti di foresta comincia con le esplorazioni dei Portoghesi lungo la costa occidentale dell’Africa nei primi decenni del ‘500. Attorno al 1530 i Portoghesi trasportavano già le zanne della cyclotis dalle coste della Guinea fino alla Namibia. Dei 17 gruppi geneticamente distinti di elefanti di inizio ‘500 oggi in Africa occidentale ce ne sono solo 4. È molto probabile che parte dell’avorio commerciato dai portoghesi provenisse dall’interno della foresta pluviale del Congo. Ma le regioni più impenetrabili del bacino furono svuotate di elefanti a partire dalla metà dell’Ottocento.
In quel periodo (1850-1880) il Congo entrò nell’orbita commerciale del sultanato di Zanzibar, che dipendeva politicamente dall’Oman. Anche i potentati locali della costa orientale della Tanzania si infilarono in un gioco che prometteva guadagni stratosferici: l’avorio.
La caccia per zanne che arrivavano a pesare fino a 70 chili divenne un affare politico, perché i mercanti più spregiudicati si organizzarono in veri e propri regni. Il Katanga, a sud, in mano a un predone di nome Misri che spadroneggiò fino al 1891. E soprattutto “Tippo Tip”, che stringeva in una morsa di ferocia la regione dei Grandi Laghi e il corso superiore del Congo.
L’obiettivo di tutti era abbattere quanti più elefanti possibile.
Perché la competizione per l’avorio del Congo stava ormai su di una scala geografica continentale.
È così che, in pochi decenni, si consumò la pressoché totale defaunazione dell’elefante di foresta nell’attuale Repubblica Democratica del Congo. Ed è per questo che le popolazioni del Cameroon e del Gabon sono così importanti. Sono le ultime della loro specie.
Ebano e avorio: un perfetto mutualismo ecologico
La IUCN classifica come “vulnerabile” l’ebano. La specie raggiunge i 25 metri di altezza e il tronco di un albero maturo ha un diametro di oltre 1 metro. Anche se possente, l’ebano è fragile, proprio come gli elefanti: anche lui cresce lentamente, più di ogni altro albero del Bacino del Congo. Inoltre, soltanto metà degli alberi di ebano dà frutti, indispensabili per la riproduzione.
Le nuove informazioni provengono stavolta da uno team di ricercatori di Bruxelles e di Yaoundé che hanno raccolto dati in diversi contesti regionali del Cameroon sud orientale.
La Bouamir Research Station nella Dja Faunal Reserve; il Sim river, sul confine di questa stessa riserva; la Kompia Community Forest; Essiengbot, dove i grandi mammiferi e i primati sono scomparsi ormai da 25 anni; la Mbalmayo Forest Reserve, che ha subito l’incursione dell’agricoltura sin dal 1947; e infine “una remota area delimitata dal fiume Nyong, dove finora non c’è stato taglio di alberi”.
“Servendoci di un insieme di dati comprensivo, che include l’età dell’albero, informazioni spaziali e temporali, e risultati sperimentali, su un gradiente di pressione variabile causata dalla caccia, siamo riusciti a documentare come il declino in contemporanea delle popolazioni di elefanti e di alberi di ebano sia riconducibile ad un mutualismo tra queste due specie finora sconosciuto. Gli escrementi di elefante proteggono i semi di ebano contro altri predatori. Il bracconaggio distrugge questa cooperazione, rendendo enormemente più facile agli erbivori recuperare i semi e mangiarli. Nei tratti di foresta esaminati l’uccisione degli elefanti corrispondeva a un crollo del 68% dei nuovi germogli di ebano”.
Le probabilità che l’elefante di foresta si estingua sono altissime. Perché non ha quasi più habitat. Nel 1900 in Africa c’erano 10 milioni di elefanti, oggi sono 500mila. Ma la cyclotis conta forse 60mila individui. Negli ultimi 31 anni la popolazione complessiva è crollata di oltre l’80%, aprendo una voragine in una situazione ecologica già irreparabilmente compromessa.
Cosa accadrà nel prossimo futuro
Emma Bush ha riassunto il significato di tutti questi dati scrivendo da Lopé: “anche quando la pressione umana diretta è bassa, le comunità animali e vegetali non possono essere protette dall’influenza strisciante dell’Antropocene”. Tradotto: tutti viviamo sotto lo stesso cielo e le stesse nuvole.
Le aree protette non bastano a salvare le specie in via di estinzione. È in corso una rimescolamento bio-climatico globale davanti al quale il concetto stesso di parco nazionale è una bazzecola.
Per la dispersione dei semi (e la sopravvivenza della vegetazione) non servono solo animali in movimento. Serve il loro metabolismo basale. Serve che una specie abbia un futuro (possibilità di riprodursi, di prosperare, di diffondere i propri geni). Questa è la lezione che viene dagli escrementi di elefanti.
Senza elefanti di foresta, la resilienza delle foreste tropicali umide del Bacino del Congo sarà sicuramente compromessa (e così la sua capacità di tenere immagazzinato gli stock di carbonio). Abbiamo solo cominciato a capire che cosa lega alberi ed elefanti. Il vuoto di dati risuona del buio della nostra incoscienza.
E infine meno elefanti vuol dire che questi ambienti tropicali avranno meno alberi e un flusso di nutrienti impoverito, con effetti a cascata. Compresa la disponibilità di cibo per gli esseri umani.
Come ha scritto David van Reybrouk, il massimo esperto europeo del Congo, il Congo non è mai stato indietro nella scala del progresso. È invece sempre stato un antesignano di quello che attende l’umanità. Compresa la guerra per fame tra gruppi etnici, a causa della competizione per le risorse naturali in un angolo di mondo condannato a morte della sua stessa ricchezza biologica.





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