Categoria: Biopolitiche

Si allarga il traffico di specie selvatiche

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Si allarga il traffico di specie selvatiche. Il commercio di specie animali (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, ed è più ampio del previsto, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019).

Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”.

Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese.

Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya.

Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli. Le Ande, ad esempio, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica. O gli anfibi in Amazonia.

L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente.

Lo studio, tuttavia, riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali.

Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro.

I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia.

A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Dati recenti sugli anfibi e i rettili esportati illegalmente dal Sudafrica sono altrettanto scoraggianti.

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive.

In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa).

La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori.

“Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”.

Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta.

La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna.

Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un paradigma di espansione delle attività umane, culturali ed economiche. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale.

Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia.

É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente.

Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).

Le accuse di nazismo della LRB

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(Photo Credit: Extinction Rebellion London, manifestazione del 24 agosto 2019 per protestare contro i roghi nella foresta Amazzonica)

La LRB accusa di nazismo chi parla di sovrappopolazione. Giornalisti e intellettuali che denunciano i rischi di una demografia insostenibile e l’inferno ecologico che attende i milioni di persone che abiteranno le megalopoli di domani su un Pianeta con estati a 50 gradi risponde ad una ideologia politica di tipo nazista, e per questo simpatica ai suprematisti bianchi.

È questa la tesi sconcertante pubblicata dalla London Review of Books lo scorso 6 settembre nell’articolo Green and White Nationalism? firmato da Elizabeth Chatterjee. In questo editoriale l’autrice si dichiara convinta che anche l’attenzione per i gruppo etnici in minoranza  – come gli Indios dell’Amazzonia, gli Hadzabe della Tanzania, i San del Kalahari – sia per gli ambientalisti un abile trucco per mascherare un primitivismo più vicino al Nazismo che al riconoscimento di civiltà non occidentali. 

La London Review of Books non è nuova a operazioni politiche di questo tipo.

La Chatterjee compila infatti un elenco di nefandezze storiche che a suo dire l’ambientalismo avrebbe commesso alleandosi con il razzismo istituzionalizzato, e quindi considerando gli ecosistemi ancora integri (wilderness) prima un privilegio dei bianchi ai danno dei nativi, e poi un diritto dei benpensanti e dei bennati a danno di masse di poveri confinati nelle periferie dell’ignoranza e del degrado ecologico.

C’è sicuramente del vero nell’affermazione che parte dell’ambientalismo mantiene idee del primo Novecento su una natura pura e quindi “ripulita” dei suoi abitanti indigeni non bianchi.

Che la netta separazione tra terre selvagge da conservare a qualunque costo, previa espulsione delle popolazioni indigene, sia stato un capitolo del pensiero ecologista sul Pianeta non è in discussione. Ma ricondurre un passaggio storico ad una ideologia dominante e attuale è a dir poco fuorviante.

“Il legame tra ambientalismo e razzismo non è nuovo. I romantici avvocati della wilderness antica spesso cercavano di escluderne le popolazioni native in stato di povertà – scrive la Chatterjee – Madison Grant, che collaborò alla fondazione del Bronx Zoo, del Glacier National Park e della Save the Redwoods Leaugue, era anche autore di un trattato sulla eugenetica intitolato The Passing of the Great Race (1916)”. 

Il problema demografico, emerso negli anni Sessanta e Settanta, sarebbe quindi un corollario del razzismo eugenetico, e ancora una volta il nemico numero uno è Paul Ehrlich, professore emerito a Stanford, che nel 1968 pubblicò The Population Bomb e “dipinse New Dehli come un inferno, predicendo che centinaia di milioni di persone sarebbero morte di stenti”.

Evidentemente Elizabeth Chatterjee ignora la siccità devastante che non solo questa estate ha ridotto in ginocchio il Chennai, in India, ma che ormai, come ha spiegato il World Resources Institute, è solo un sintomo di un gravissimo stress idrico che ormai affligge 17 nazioni del mondo: “attraverso una nuova modellistica idrogeologica, il WRI ha scoperto che il prelievo di acqua, su scala globale, è più che raddoppiato dagli anni ’60 a causa del crescere della domanda – e che non ci sono segnali di un rallentamento di questa domanda”. Siamo oltre 4 miliardi in più rispetto agli anni ’60.

Il corrente tasso di estinzione delle specie superiore di 10mila volte al normale livello di scomparsa ( il background extinction rate) non è sufficiente, per la London Review of Books, per considerare seriamente la proporzione tra il numero di esseri umani che nascono e muoiono sulla Terra e la relazione di continuità tra lo spazio che accaparriamo per noi e quello che rimane per gli animali.

Chatterjee cita poi con disgusto il saggio di Garrett Hardin The Tragedy of the Commons, che Science pubblicò nel dicembre del 1968. Hardin “dichiarava che la libertà di riprodursi è intollerabile e che quindi solo la coercizione avrebbe potuto prevenire il collasso ecologico”.

I limiti della libertà sono ormai oggetto di investigazione filosofica, come ho scritto qualche giorno fa commentando il lungo editoriale uscito su Die Zeit domenica scorsa (Teufel traegt Oeko). Anche un intellettuale altrimenti piuttosto avverso alla sensibilità di sinistra come Peter Sloderdijk ha espresso platealmente la tesi, nel saggio Cosa è successo nel XX secolo ? secondo cui l’approdo finale della crisi climatica, ormai irreversibile, potrebbe essere una dittatura nera e verde al tempo stesso.

Nera, perché un regime è pur sempre un regime; verde, perché quando arriveremo alla fine dei trend biologici in atto non avremo più possibilità alcuna di scelta. A quel punto, sarà allora chiaro, del tutto paradossalmente ma non meno realmente, che il prezzo ultimo della libertà assoluta di disporre di noi stessi come ci aggrada è la perdita radicale della libertà in nome della sopravvivenza.

La questione della coercizione, e del necessario arretramento della democrazia, non ha dunque nulla a che vedere con gli estremismi, i fascismi, il Nazismo o chissà quale altra tendenza politica genocidiaria, come invece sembra suggerire l’autrice.

Si tratta invece di inquadrare storicamente il rischio di dover rinunciare alla democrazia sotto la pressione insostenibile degli esiti ultimi del nostro esercizio della libertà, ossia di una imbarazzante critica della ragione che già Adorno, nel lontanissimo 1946, pose come problema centrale della modernità. 

Per Chatterjee “ il mainstream verde ha un problema: ha stretto alleanza con l’ideologia senza radici del globalismo, esemplificata dall’accordo di Parigi, come ha notato Paul Kingsnorth”. E quindi i Verdi di ogni dove si sarebbero trovati di fronte alla necessità di rafforzare “il sentimento del luogo e dell’appartenenza”, sposando le popolazioni indigene non bianche un tempo lasciate ai loro ghetti.

Ecco allora che vanno finalmente bene i Lakota Sioux di StandingRock, come fonte di rinnovata ispirazione. E qui la Chatterjee compie il miracolo logico di un articolo surreale: “Una generazione più giovane di ambientalisti ha respinto una tale enfasi sulla autenticità e sull’appartenenza a un luogo come irrevocabilmente macchiata dai legami con Heidegger e per estensione con il Nazismo”.

Sui legami di Heidegger con il nazismo ha già detto cose sufficienti Ruediger Safranski. Anche qui la goffaggine dell’autrice è abbastanza sorprendente.

La prova di queste affiliazioni sarebbe che anche uno psicopatico come Anders Behring Breivik, che nel 2011, in una isola vicino Oslo, uccise 77 persone, si disse d’accordo con il ritorno alla natura.

Ma non basta: siccome anche Marine Le Pen ha dichiarato, a ridosso delle elezioni europee dello scorso maggio, che “i confini sono il più grande alleato dell’ambiente (…) e che chi ha radici nella propria casa è un ecologista, mentre il nomade non si cura dell’ambiente perché non ha patria”, allora i Verdi di ogni partito han da badare a se stessi.

Non lo sanno, ma potrebbero nutrire simpatie naziste. 

Un pressappochismo di tal fatta è impressionante ed è strumentale proprio ai negazionisti del collasso ecologico. Chi nega che la demografia umana sia una faccenda delle più scottanti va a braccetto con coloro che negano il riscaldamento del Pianeta. Queste persone tentano di screditare le analisi più imbarazzanti sullo stato delle cose con pastoni di informazioni vere, ma prive di correlazioni storiche coerenti con il contesto odierno.

Ma forse qui c’è anche dell’altro. La London Review of Books è una rivista di raffinata cultura letteraria. Quanti, di coloro che vi scrivono, non abitano a Islington, Kensigton e via discorrendo, lontani anni luce dalle maleodoranti baraccopoli con stronzi che galleggiano in acqua delle megalopoli sul Golfo di Guinea o in India?

Oggi è nazista ignorare la necessità urgentissima di parlare di una riduzione delle nascite, perché persistendo in questa forma di negazionismo si condannano milioni di bambini a vivere in condizioni dinanzi alle quali dovremmo tutti desiderare di avere un appartamento nella Los Angeles di Blade Runner 2049. 

Antropocene: un documentario poco originale

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Le verità ultima del documentario Antropocene – l’epoca umana, filmato da Jennifer Baichwal, Edward Burtynsky e Nicholas de Pencier (l’ho visto ieri in una anteprima per i giornalisti, ma il film sarà nelle sale dal prossimo 19 settembre) l’ha detta un ranger armato della riserva di Ol Peejeta Conservancy, in Kenya: “Siamo custodi, ma anche nemici. Perché anche noi siamo esseri umani”.

Tradotto: siamo qui con licenza di sparare sui bracconieri, ma poiché anche noi apparteniamo alla specie umana siamo corresponsabili e correi della mattanza di animali che ci ha condotti alla sesta estinzione di massa. Alla Ol Pejeeta guardano a vista con il Kalashnikov l’ultimo rinoceronte bianco del Pianeta.

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Antropocene è sicuramente un documentario da far accapponare la pelle. Eppure, ho assistito ad uno spettacolo di indifferenza e di ipocrisia anche tra i presenti in sala. Cominciano a scorrere sullo schermo i titoli di coda e già una giornalista dietro di me chiedeva alla sua amica se avesse già fatto l’abbonamento per la rassegna dei film di Venezia.

All’uscita, un giovane reporter commentava con aria compita, “ci vuole, deve girare un film così”, riuscendo nella titanica impresa di condensare l’orrore della nostra agnizione di specie assassina con la banalità più cristallina. Nessuna rabbia, nessuna indignazione, nessuna lacrima, nessun dolore. Una apatia incondizionata, per sconfiggere la quale serve, ebbene sì, una rivolta civile.

Singolare infatti risulta l’adesione alla promozione del film di Extinction Rebellion Italia, che a differenza di quanto accade nel Regno Unito, non ha ancora bloccato nessuna strada ad alta percorrenza in nessun centro cittadino, né a Roma né a Milano, ma che ha appicciato il suo logo al comunicato stampa.

Per essere della partita, pur non avendo nessun programma. Mentre è più comprensibile, nella strategia col maglione di cachemire della zona 1, la partecipazione di Fridays For Future. C’è da chiedersi infatti quanti di questi giovani così impegnati a frequentare i salotti buoni abbiano rinunciato alle vacanze estive per limitare le proprie emissioni serra. 

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Non è un documentario che dica qualcosa di nuovo, questo, almeno per chi mastica regolarmente informazioni sullo stato del Pianeta; mentre è un documentario da vedere per lo spettatore comune, il cittadino ignaro e chiunque voglia finalmente porsi una domanda sul mondo, e smetterla di rosicchiare patatine davanti a Facebook. Siamo nel XXI secolo, ci suggerisce Antropocene, e poiché ognuno è responsabile dell’epoca storica in cui gli è toccato di vivere “il cambiamento comincia dal riconoscere che abbiamo impresso al Pianeta trasformazioni ormai irreversibili”. 

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(Australia, Grande Barriera Corallina: coralli sbiancati dall’acidificazione delle acque oceaniche causata dall’aumento di CO2 in atmosfera).

Costruito come una sequenza di “cornici geografiche” ( la troupe ha girato in 20 Paesi e 43 differenti locations), con una forte impronta fotografica, il documentario esplora una galleria di devastazioni che arrivano ormai a stuprare la conformazione stessa del Pianeta, ossia gli strati geologici e i processi di sedimentazione che in 4.5 miliardi di anni hanno plasmato il globo.

Un difetto significativo del film è che il capitolo sull’estinzione arriva a cinque minuti dalla fine, come se la cancellazione degli ultimi 65 milioni di anni di evoluzione non sia la conseguenza indesiderata numero uno di quanto visto nell’ora precedente.

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(Houston, Texas: raffineria)

Anche se le immagini scelte per raccontare la nostra indifferenza per gli altri animali non sono state curate tanto quanto il resto, per quanto riduttiva è eloquente la scelta di filmare l’atteggiamento di decine di bambini viziati e ipernutriti davanti a una tigre di Sumatra in gabbia nello zoo di Londra.

Abituare i propri figli a pensare che il posto giusto per gli animali sia una prigione fa parte delle strategie educative del capitalismo avanzato. Ma prepara anche gli adulti di domani al momento in cui gli animali liberi sopravviveranno solo in sparute riserve cintate e controllate da eserciti armati, accessibili solo per i ricchi del Pianeta.

I programmi didattici di migliaia di genitori pieni di riverente tenerezza per la propria prole, disposti a condannare a morte una specie di gatto maestoso come la tigre di Sumatra, sono quanto di più aberrante circondi oggi la distruzione della biodiversità.

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(miniera di sali di potassio)

Perù, deserto di Atacama, vasche di decantazione del litio, minerale pregiatissimo indispensabile per le batterie dei cellulari, delle auto elettriche e dei pannelli solari. Guardate questa foto e provate a dire, onestamente, con il cuore in mano, che lo sviluppo sostenibile non è una grande menzogna. Uno dei responsabili dell’impianto, intervistato sull’impatto del proprio lavoro, risponde: “Sono orgoglioso di lavorare per un settore che produce sviluppo per il mondo intero”. 

Nigeria, Makoko, falegnameria sul Golfo di Guinea, punto di raccolta dei tronchi degli alberi da legname pregiato abbattuti nelle ultime foreste dell’interno del Paese. Qui non ci sono le macchine ciclopiche che scavano e grattano carbone dalla miniera di Hambach, Germania. Qui c’è la forza delle braccia di decine di uomini che spingono a mano tonnellate di tronchi sotto le seghe.

A loro non rimarrà quasi nulla di questa impresa maledetta, che è tagliare tutte le foreste per le case di lusso dell’uomo bianco. Una scenario di crudeltà senza vie di uscita, auto-inflitta, coloniale, che dice, non siamo mai usciti dalla piantagione della Virginia, perché la piantagione è il Capitalismo stesso. Donne e ragazze portano canestri stracolmi di segatura e li riversano su una montagna di trucioli che è lo scarto finale delle decine di migliaia di anni impiegati dalla foresta tropicale della Nigeria per diventare quello che è oggi. 

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Lagos, Nigeria. Congregazione di credenti cristiani in festa. La sovrappopolazione, risultato finale della distruzione, dovuta al colonialismo, delle società autoctone e dei loro equilibri economici, come spiega Felwine Sarr in Afrotropia, si esprime in questa chiesa ignara del proprio numero, diventata indifferente al traffico infernale di Lagos, alla spazzatura, alla disoccupazione, all’estinzione delle foreste esattamente come l’addetto alla produzione del litio si sente orgoglioso di contribuire al successo planetario della Apple. 

Discarica di Dandora, Kenya. La discarica di spazzatura e plastica più grande del Kenya e la più grande dell’Africa. Un camion carico di sacchetti transita a passo d’uomo tra pareti di immondizia, su una strada di fango, sdrucciolevole, nera, fangosa, la terra che un tempo era savana ridotta a pattumiera.

Qui vivono 250mila persone. Qui lavorano 6mila persone. E ancora, una donna intervistata dice rivolta a noi: “Sono orgogliosa di lavorare nella discarica più grande del continente”. Lo voglio scrivere chiaro: di fronte a queste immagini, in Occidente, dovremmo vergognarci a fare figli. E chiunque faccia un figlio senza pensare a queste cose, non è solo un incosciente. È un collaborazionista. Commette un reato. E un giorno sarà maledetto. 

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Rogo di avorio, Kenya. Nel 2016 il Presidente del Kenya, Ururu Kenyatta, presiedette alla distruzione di 100 tonnellate di avorio, corrispondenti a 10mila elefanti, per un valore di 150 milioni di dollari. Una attivista per la protezione degli elefanti intervistata sul significato di questo rogo di elefanti, risponde: “Su una di queste zanne c’è scritto Amboseli. È il parco nazionale dove ho lavorato per un periodo anni fa. Non posso più fare niente perché questo elefante non venga ucciso, ma farò tutto ciò che posso per evitargli di essere de-sacrilizzato e di diventare un soprammobile”.

Norilsk, Siberia, impianto per la fusione di materiali siderurgici. Se l’inferno ha una volto, questo volto corrisponde alle fonderie in cui centinaia di uomini consumano le loro vite per produrre la materia prima di macchine e dispositivi che faranno fuori altre comunità, altri villaggi, altre specie.

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Una catena di produzione della distruzione ricondotta a funzione matematica, a protocollo, a organizzazione. “Il problema è che qui non c’è ossigeno, perché non c’è neanche un albero”, dice una voce fuori campo, mentre tu vedi alcuni giovani che fanno il bagno in un fiume del colore della merda, nella città più inquinata della Federazione Russa. L’essere umano si abitua a qualunque cosa, anche ad un impiego ad Auschwitz, ed è per questo che è altamente probabile che ci abitueremo anche a un Pianeta simile ad un immenso campo di sterminio. 

Hambach, Germania. La miniera di carbone e la sua macchina escavatrice di proporzioni record (è la più grande del mondo, ci lavorano sopra 12 operai) mangia, divora, e vuole terra.

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E allora i villaggi vicini, un tempo dediti alla coltura delle carote, vengono mandati via, espropriati, le loro case abbattute, e anche la chiesa viene tirata giù, perché al presente assoluto dell’annichilamento della vita nulla deve sfuggire, neppure la tradizione, la religione, la memoria, il ricordo. Niente. Questo è il presunto progresso: uccidere il passato (la vita biologica ha un passato perché l’evoluzione avviene nel corso del tempo) per dare i viventi in pasto al mostro di un presente suicidario.  

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Clima e IPCC: coinvolgere i popoli nativi

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Diciamo la verità, il rapporto IPCC presentato ieri a Ginevra alle ore 10 del mattino, Climate Change and Land, non ci ha detto nulla che non sapessimo già: “Il livello di rischio posto dai cambiamenti climatici dipende, contemporaneamente, dalla intensità del riscaldamento e dal modo in cui la popolazione, i consumi, la produzione e lo sviluppo tecnologico, insieme agli schemi di gestione delle terre, si evolvono”. Clima e IPCC: coinvolgere i popoli nativi. Questa la vera novità. Per la prima volta più della metà dei ricercatori che hanno contribuito alla raccolta dati viene da Paesi non occidentali.

Questo significa che il punto di vista delle nazioni più svantaggiate del Pianeta è sempre più autorevole nella lettura della nostra situazione globale.

Il Report IPCC si concentra sulle attività umane che coinvolgono l’uso della terra, in primis agricoltura e attività forestali. Entrambe producono infatti emissioni serra: “valgono per circa il 13% di emissioni di CO2, il 44% di metano (CH4), e l’82% di ossidi di azoto (N2O) prodotte annualmente dalle attività umane. Esse rappresentano quindi il 23% del totale netto delle emissioni serra antropogeniche”.

Il terreno è una risorsa biologica ed ecologica di importanza critica: “la superficie terrestre deve rimanere produttiva per mantenere intatta la sicurezza alimentare mentre la popolazione aumenta e gli impatti negativi del clima sulla vegetazione si intensificano”.

La copertura a vegetazione ( foreste, boschi, savane) assorbe infatti i gas serra, ma è anch’essa sotto stress a causa della alterazione dei pattern climatici (regime delle precipitazione, tassi di evaporazione, siccità severe e prolungate, incendi).

“Questo significa che ci sono dei limiti al contributo che la superficie terrestre può dare per affrontare i cambiamenti climatici, ad esempio attraverso la coltivazione di colture a scopo energetico e la riforestazione. Occorre tempo perché gli alberi e il suolo comincino ad immagazzinare carbonio efficacemente”.

Uno dei motivi è che le foreste stesse sono in grave difficoltà per gli effetti combinati dell’aumento delle temperature globali e dell’intensificarsi delle siccità.

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Poiché usiamo enormi porzioni di territorio per allevare animali da carne, l’alimentazione è uno dei fattori che condiziona la capacità del suolo di mitigare gli effetti dei cambiamenti climatici.

I dati disponibili dal 1961 indicano che il consumo pro capite di oli vegetali e carne è più che raddoppiato. La quantità di calorie introdotte è cresciuta di circa 1/3 rispetto agli anni Sessanta. Questo si traduce in una erosione dei suoli fino a 100 volte superiore rispetto al tasso di rigenerazione dello strato fertile del terreno. 

C’è poi un altro fenomeno di cui sentiremo parlare sempre più spesso negli anni a venire: il vegetation browning.

Nelle foreste, le foglie degli alberi sotto stress idrico, e quindi meno efficienti nel fotosintetizzare l’energia del sole, diventano marroni. Un cromatismo visibile dai satelliti. Sta già accadendo nel nord dell’Europa e dell’Asia (Siberia e Germania), in parte del Nord America, nell’Asia Centrale e addirittura nel Bacino del Congo.

Attraverso le alterazioni imposte alla vegetazione, i cambiamenti climatici impattano anche sulla crescita degli animali allevamento nelle economie pastorali animali. Sta già accadendo in Africa. Nelle regioni montuose dell’Asia e del Sud America.

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Molti gruppi di attivisti delle comunità indigene hanno parlato ieri alla pubblicazione del Climate and Land IPCC per rivendicare il loro coinvolgimento nella governance mondiale sui cambiamenti climatici. Ecco le loro voci.

Zeid Raad Al Hussein, member of The Elders, former UN High Commissioner for Human Rights: “Le comunità indigene hanno conoscenze ricche ed elaborate sul loro habitat. Questo fa di loro degli ottimi conservazionisti e dei guardiani della biodiversità, e dei soldati indispensabili per combattere contro il cambiamento climatico.

Gli Stati, il settore privato e la società civile devono fare di tutto per assicurare pieno rispetto e protezione ai diritti delle genti indigene, inclusi i loro diritti alla terra, ai territori ed alle risorse, in accordo con gli standard stabiliti dalle leggi internazionali”. 

Victoria Tauli-Corpuz, UN Special Rapporteur on the Rights of Indigenous Peoples: “Salutiamo con soddisfazione il riconoscimento IPCC. Come chiunque cerchi di darsi un senso della crisi climatica, rafforzare i diritti degli indigeni e delle loro comunità è una soluzione che deve essere implementata adesso.

Abbiamo bisogno, tutti, ogni membro delle Nazioni Unite, di abbracciare queste evidenze e di vedere nelle genti indigene dei partner nello sforzo comune di proteggere il Pianeta e di raggiungere lo sviluppo sostenibile”. 

Edna Kaptoyo, Indigenous Information Network (Kenya)
“Per i popoli indigeni i sistemi di uso della terra e le pratiche connesse rispondono ad un approccio essenzialmente fondato sugli ecosistemi, all’interno di un sistema di valori che comprende che le risorse sono scarse nello spazio e nel tempo.

I popoli indigeni hanno conservato per millenni le loro terre e le loro risorse per il benessere loro e dell’umanità. La protezione dei diritti sulla terra degli indigeni è importante per assicurare che essi continuino le pratiche conservative negli ecosistemi di foresta e nelle pianure, per contribuire a mitigare gli impatti del cambiamento climatico”. 

Sonia Guajajara, executive coordinator of Articulação dos Povos Indígenas do Brasil (APIB): “La nostra esistenza è sempre stata minacciata quando sulle nostre terre è piombato il desiderio di possesso dei governi e delle corporation.

Questi interessi ci uccidono o ci chiudono dietro le sbarre, in modo che la terra possa essere usata in un altro modo ed essere adeguata agli schemi predefiniti. Ora questo report è qui per riconoscere che noi dobbiamo essere protetti, insieme alle nostre foreste, e alle nostre terre, per il bene dell’intero mondo. Ma i nostri diritti devono essere rafforzati e così la nostra presenza sulle nostre terre. Il mondo sarà disposto ad ascoltarci?”. 

Hindou Oumarou Ibrahim of Mbororo People from Chad and founder of the Association for Indigenous Women and Peoples of Chad (AFPAT), also member of UNFCCC Local Communities and Indigenous Peoples Platform Facilitative Working Group: “Il Summit sul clima delle Nazioni Uniti – UNSG – del prossimo settembre sarà un grande momento per tutti gli esseri viventi.

Sarà per me motivo di dolore se perderemo questa opportunità di rendere il mondo migliore, perché non voglio essere parte di una generazione che non si prende la responsabilità di una svolta. Non ho scelto di nascere in questo tempo, e proprio per questo non posso permettere a coloro che coloro che non sceglieranno di nascere dopo di me di patire le conseguenze delle nostre azioni”. 

(Photo Credits: IPCC Facebook Official Page)

Rosa Luxemburg teorica dell’Antropocene

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(Troy Cochrane, a sinistra, ed Etienne Turpin, a destra)

Non di rado gli anticipatori, del pari dei profeti, fanno una brutta fine. Andò così anche a Rosa Luxemburg, la filosofa tedesca che venne ammazzata il 15 gennaio del 1919 dai Freikorps, a Berlino. La Luxembourg era marxista convinta e spinse il suo sguardo sul nascente Capitalismo nelle terre angoscianti dell’antropologia. Rosa Luxemburg teorica dell’Antropocene. Questa la conclusione dell’intervento più sorprendente del seminario sull’Antropocene organizzato dal Goethe Insistut Mailand e dalla HKW di Berlino alla Triennale di Milano il 3 luglio.

A parlare della Luxemnburg il filosofo Etienne Turpin, designer, pensatore e co-fondatore dello User Group GmbH. Turpin ha vasti interessi e si è occupato delle piantagioni di olio di palma a Sumatra, in Indonesia.

Il significato antropocenico di queste piantagioni ( mitologhemi ed unità di misura della realtà identiche alla piantagione di cotone della Virginia del XVII secolo e alla nave per il trasporto degli schiavi sulla rotta triangolare dal Golfo di Guinea al Nuovo Mondo) Turpin lo ha esplorato a partire da una intuizione di Rosa Luxemburg. 

La Luxembrug aveva infatti compreso, ha spiegato Turpin, che la natura intrinseca del capitalismo è il principio di accumulazione, e di espansione. Questi due estremi dell’azione umana si combinano perfettamente tra loro, dando origine a fenomeni di accrescimento sulla scala della storia.

Al principio del Novecento, Luxemburg poteva nominarne con certezza due, l’esplorazione di nuovi continenti e il colonialismo, cioè l’appropriazione pianificata di terre vergini per impiantarvi la produzione.

Il seminario sull'Antropocene organizzato dal Goethe Institut Mailand e dalla HKW di Berlino alla Triennale di Milano

La piantagione di olio di palma in Sumatra è la geografia contemporanea di questo meccanismo, che si auto-riproducerà fino ad implodere in se stesso, probabilmente in conseguenza del progressivo riscaldamento del Pianeta.

Secondo Turpin, in Antropocene, “stiamo tutti interagendo con Sumatra, anche se non ci siamo mai stati”, perché quando mangiamo biscotti impastati con olio di palma o ci facciamo una doccia con un bagnoschiuma, nove-su-dieci stiamo usando, a mezzo mondo di distanza, non solo il frutto della palma da olio, ma anche un intero processo economico e distruttivo, di cui siamo il capitolo finale.

Anzi, con il nostro semplice gesto diamo una mano al processo stesso: contribuiamo ad aumentare il valore del frutto della palma da olio.

Questo passaggio – la velocità impressionante in cui un valore viene convertito, right now, in altro valore ancora più pesante in Borsa – corrisponde alla linfa vitale dell’economia a cui diamo il nome di Antropocene.

Un modello economico di tal fatta non esaurisce l’uso di una risorsa nella sua trasformazione industriale, no; ne amplifica la sostanza intrinseca attribuendole valori culturali che sono anche valori monetari e che finiscono con il diventare valori sociali.

Ma non basta. L’economia antropocenica, così operando, modifica lo status originario della risorsa naturale, sia essa vegetale o animale, trasportando una specie in un contesto ontologico completamente diverso da quello biologico iniziale. 

Lo schema di espansione intuito dalla Luxemburg diventa allora una fondamentale chiave di lettura del nostro tempo, perché non possiamo illuderci di intervenire con mezze misure, o con negoziati, su una capacità intrinseca di propagazione che valica i confini del profitto per arrivare ad alterare le condizioni di vita sul Pianeta.

Ciò che finora cinque secoli di modernità – perché, come dice Todorov, “la conquista dell’America annuncia e fonda la nostra attuale identità” – ci hanno consegnato è la prova provata che i grandi cambiamenti non avvengono mai attraverso la diplomazia.

E a maggior ragione non avvengono secondo le belle maniere dalla diplomazia quando la posta in gioco è l’assetto complessivo di una civiltà. Se c’è un errore madornale compiuto dall’ambientalismo negli ultimi 25 anni è stata la presunzione di interpretare la questione ecologica come una transizione energetica; nulla di più falso e fuorviante per l’opinione pubblica.

La catastrofe ecologica, l’Antropocene, è il risultato perfetto delle premesse di una civiltà, la nostra occidentale, dalle radici elleniche, che trova nella scoperta del Nuovo Mondo una apertura di senso senza precedenti alla propria fame di espansione.

Questo tratto culturale totalmente imbarazzante lo ha messo in cinema, con stupefacente talento e chiarezza, Israel Del Santo nella sua serie Conquistadores Adventum . Nelle motivazioni psicologiche consce e archetipiche degli esploratori spagnoli, non importa quanto ci vergogniamo ad ammetterlo, siamo tutti, senza eccezione, dei Conquistadores.

Ed è per questo che la ultra-modernità di uomini come Colombo, Hojeda, Balboa e Magellano la riformulerà Goethe nella seconda parte del Faust. Questo è l’Antropocene. 

Anselm Franke della HKW a Milano, in Triennale, per parlare di Antropocene. Il suo intervento è stato tra i più acuti.

Una piantagione di palma da olio non è statica. Altera il paesaggio, nota Turpin, per dare ancora più benzina al processo. Bisogna far fuori l’intero paesaggio-ecosistema di Sumatra perché il processo raggiunga il suo apice oltre Oceano, e ricominci a macinare profitti nelle megalopoli urbane del III millennio.

Per questo Troy Cochrane, brillante economista della York University, ha chiosato il ragionamento di Turpin in questi termini: “Non esiste la crescita economica, ma solo una continua trasformazione di valore, sul piano biologico da un lato, e su un piano antropologico dall’altro, nelle città, nel pensiero, nella cultura”.

E dunque “la crescita è unicamente una valutazione complessiva, una sintesi, un assessment”, di qualcosa di molto più grande. La crescita è molto più pericolosa e ramificata di quanto appaia dai tg della sera: la crescita è una funzione della potenza.

Questo significa che l’implementazione della crescita economica, ormai automatica, è una prodigiosa produzione di potenza su scala globale, che, lungo migliaia di correnti di mercato, e dei corrispondenti contesti sociali, plasma senza sosta il Pianeta e gli esseri umani. 

La domanda dunque che deriva da queste premesse è duplice, e l’ha posta sul tavolo, durante il seminario, il geologo Colin Waters: è possibile interrompere questo processo? O continuare lungo questa traiettoria è in qualche modo “naturale”?

E ancora. Considerando a che punto siamo ormai arrivati, non ha ragione Anselm Franke, direttore del Dipartimento di Arti Visive della HKW, quando si chiede se “la percezione di una nuova epoca non sia in parte soltanto culturale”?

Se cioè l’intero assetto di civiltà in cui siamo immersi è ormai costituito come un accumulo di processi autonomi, e auto-distruttivi, a essere centrale non è tanto la definizione scientifica di Antropocene, quanto piuttosto il suo esito finale in estinzione.

L’estinzione stessa appare sotto la luce ormai chiarissima di un “piano di specie”, di un “programma ecologico” e in definitiva di un destino di Homo sapiens. Può anche darsi, come suggerisce Franke, che il nome concordato dalla comunità scientifica internazionale – siamo in Antropocene signori e signori ! – possa darci quel sentimento di stabilità a cui aneliamo, un appiglio per l’angoscia del presente; ma rimane che l’effetto più a lungo termine dell’alterazione di atmosfera e biosfera sia soprattutto un collasso della nostra identità di specie.

“L’imparzialità è impossibile quando ti accorgi che la questione ecologica sta attraversando anche te, è parte di te. Non c’è più solo un esterno a cui addossare la colpa di tutto, a cui far riferire tutto. L’Antropocene cambia la soggettività e pone l’individuo in relazioni di responsabilità da cui non riesce ad uscire”.

Giungendo a compimento, siamo giunti al capolinea. 

Ecco perché Anselm Franke ed Etienne Turpin propongono, con i loro ragionamenti, una stessa identica prospettiva: la fine della metafisica del soggetto.

L’Antropocene è il momento storico in cui il potentissimo apparato concettuale della civiltà occidentale, il soggetto pensante che pone il Pianeta, implode in se stesso: “l’imparzialità è impossibile quando ti accorgi che la questione ecologica sta attraversando te stesso, è parte di te” ha detto Franke.

“Non c’è più solo un esterno a cui addossare la colpa di tutto, a cui far riferire tutto; l’Antropocene cambia la soggettività e pone l’individuo in relazioni di responsabilità da cui non riesce ad uscire”. 

Alla cronaca del seminario va tuttavia aggiunta una nota. Broken Nature, la mostra che fa da cornice alla giornata del 3 luglio, è stata sponsorizzata da ENI, che di mestiere si occupa di combustibili fossili. Anche il seminario, dunque, dovrebbe aprire la discussione sul conflitto di interessi tra colossi del potere economico fossile e i quattrini, tantissimi, che costoro da decenni investono in prestigiose istituzioni culturali. Ovunque.

È giusto continuare così?

È giusto parlare di collasso del Pianeta con i soldi dell’ENI?

L’Antropocene ha trasformato il tempo in energia

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Si è parlato di come il capitalismo avanzato e i combustibili fossili abbiano modificato la nostra relazione biologica con il tempo al seminario sull’Antropocene organizzato alla Triennale di Milano dal Goethe Institut e dalla HKW di Berlino. L’Antropocene ha trasformato il tempo in energia. Questa è la sua equazione economica fondamentale.

Con questo seminario, la Triennale ospitava una intera giornata di studio e confronto sull’Antropocene. Il 3 luglio era infatti il giorno dedicato alla nazione tedesca, nel più ampio contesto della mostra Broken Nature, arricchita dalle installazioni video (Carceri di Invenzione) del berlinese Armin Linke.

Dal 2013 Linke lavora con la HKW ad una investigazione artistica e filosofia sulle radici dell’Antropocene: Anthropozaen-Projeckt.

Sin dal 2012, con l’inaugurazione dello Anthropozaen-Projeckt, la HKW di Berlino si è imposta come il luogo migliore in Europa per elaborare le nuove categorie di realtà, in termini storici ed estetici, adeguate a rappresentare l’Antropocene, nella piena consapevolezza che l’attuale assetto ecologico del Pianeta “sposta l’Antropocene dai confini della geologia entro la sfera propriamente culturale”.

Ma il 3 luglio, come fosse un destino, non cadeva a caso per questo seminario, di spessore del tutto inedito, per vastità di punti di analisi, nell’asfittico dibattito milanese sul futuro del Pianeta. Soltanto un giorno prima, il 2 luglio, si insediava a Bruxelles il rinnovato parlamento europeo, che può contare sullo storico 20.5 % di consensi raccolto dai Verdi in Germania alle scorse consultazioni continentali di maggio.

La Germania è, in questo passaggio più che mai, la nazione europea che ha più carte in mano nella forse impossibile partita di trasformare il modello europeo fossile, a carbone e petrolio, in un modello adeguato alle caratteristiche emergenziali dell’Antropocene.

E questo perché, molto hegelianamente, c’è coscienza collettiva nel Paese sull’urgenza di una svolta antropologica, e non solo energetica. Nel pensare l’Antropocene, il compito che la cultura europea ha davanti coincide dunque con il ripensare l’Europa, e l’Occidente.

Il direttore della HKW ha ricordato che la interdipendenza tra ciò che accade al sistema Pianeta e il funzionamento dei trend economici e sociali, è il fattore di innesco dei cambiamenti sempre più rapidi che abbiamo imposto alla Terra a partire dal 1950.

L’energia fossile, però, ha spiegato con notevole profondità teoretica Scherer, non ha permesso solo di superare il limite della barriera fotosintetica (immettendo nel sistema terrestre più energia di quanta il sistema stesso, attraverso i processi fotosintetici, ne teneva in circolazione nelle epoche pre-industriali), e quindi di avere a disposizione una quantità abnorme di “calore fossile” per far crescere la popolazione umana e le sue pretese.

Ciò che i fossili ( carbone e petrolio) hanno fatto per noi è stato sovvertire la nostra relazione con il tempo.

Bruciando i fossili abbiamo consumato il passato del pianeta Terra, consegnando l’eredità geologica e biologica del Pianeta ( il Carbonifero) al presente del capitalismo. Ma il presente del profitto industriale moderno ha il potere, di trasformare il futuro, dal momento che il credito finanziario proietta il guadagno in un domani matematicamente calcolabile.

E lo fa pompando CO2 in atmosfera, e quindi consegnando alle generazioni a venire, e tutte le altre specie, gli effetti collaterali della propria espansione, uno scenario assolutamente ultra-marxista.

Nelle parole di Scherer: “Abbiamo letteralmente tradotto il tempo in energia” e di conseguenza “viviamo nel qui ed ora, ma il passato e il futuro sono simultaneamente presenti in ogni singolo momento. Ora, adesso, è un concetto estensivo, che si muove avanti e indietro, in una corsa senza sosta”.

Il presente assoluto ha cioè fagocitato l’intero corso del tempo, in termini geologici ed ecologici. Secondo Scherer, questo ci conduce a comprendere che non siamo più nelle condizioni di parlare della storia umana secondo parametri storiografici classici.

La storia umana, ormai, non può essere separata dalla storia dei sistemi chimico-fisici che determinano l’assetto del Pianeta. Una simile “rivoluzione copernicana” scompagina anche la consueta separazione consensuale tra discipline, imponendo, come ha detto Anselm Franke, brillante giovane direttore della sezione film e arti visive della HKW, un “cambio di paradigma intellettuale totale”.

Facendo riferimento alla special exhibition della HKW The Whole Earth – California and the disappearance of the Outside (2013), Franke ha sottolineato come lo sguardo esterno dell’equipaggio dell’Apollo sul nostro Pianeta, dal suolo lunare, abbia dato inizio ad uno stato d’animo “bipolare” nella coscienza che noi umani abbiamo della Terra.

La relazione con la “natura” diventa tecnologica, possibile attraverso la cibernetica e le scienze informatiche, ma è questa stessa alienazione percettiva che genera un sentimento di appartenenza ecologica. Per Franke, questi aspetti esperienziali hanno un impatto estetico di sicura efficacia, perché contribuiscono a costruire “degli schemi narrativi”, e cioè uno storytelling su cosa è il Pianeta Terra.

L’esistenza del Pianeta, in Antropocene, non vale cioè di per se stessa, non ha una sua autonomia concettuale, ma scivola sempre di più verso una interpretazione formale mediata dalla cultura umana. Questo è, in definitiva, il dilemma stesso della metafisica occidentale.

Senza di noi, nella nostra coscienza, esiste l’esistenza del Pianeta? O tutto è ente?

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(Armin Linke – Carceri di Invenzione)

Per tutte queste ragioni, mi pare, John Palmesino, architetto e co-fondatore dell’Anthropocene Observatory, ha potuto affermare che “l’Antropocene è un concetto di confine” e porre quindi l’attenzione sullo schema fondamentale di questa nuova epoca: l’espansione.

Là dove Malthus individuava nella demografia umana il tallone di Achille della civiltà, oggi stanno i combustibili fossili. Essi sostengono l’espansione dell’economia, ma condizionano anche in modo radicale la politica e riescono a farlo, dentro i Parlamenti, perché plasmano conflitti sulle risorse naturali che hanno implicazioni sociali.

Tutta la politica odierna è condizionata dall’espansione del capitalismo fossile. Ogni rivoluzione, per Palmesino, segna un punto di non ritorno: fu così per Galileo, ed è così per ogni rivoluzione energetica.

La riflessione di Palmesino ha raggiunto un orizzonte sofocleo. E’ riuscita a mostrare quanto la condizione umana attuale sia tragica nel significato greco del termine, e cioè senza di via di uscita, inscritta in un ordine inarrestabile delle cose, nella ragione intrinseca, per quanto distruttiva, della costituzione stessa della realtà.

“Siamo scioccati dalla nostra incapacità di fuggire dalla nostra specializzazione, ma proviamo anche un sentimento di rimorso e quindi un desiderio di espiazione per la nostra volontà di esplorare. Un punto di non ritorno è anche il fatto che solo attraverso la tecnologia che ci ha condotti fino a qui possiamo comprendere dove ci troviamo adesso, siamo cioè avviluppati in una mediazione costante con il Pianeta, e possiamo contare solo sulla interazione tra mediazioni complesse”.

Mentre i rifiuti della espansione, e cioè la CO2, finiscono in atmosfera, la natura “ha smesso da un pezzo di essere selvaggia, ed è diventata invece un portafoglio in mano nostra”.

Il cambiamento climatico non è, allora, soltanto una condizione successiva alla Prima Guerra Mondiale, o alla Seconda Guerra Mondiale; è invece una escalation, sostiene Palmesino, che dovrebbe farci dichiarare il caos climatico per arrivare ad una pace vera.

Questa pace non è militare, e non è nemmeno un ritorno all’idillio campestre, ma una “pace con noi stessi”.

Su cosa si regge la bio-economia EU?

Su cosa si regge la bio-economia non alimentare dell’Unione Europea?

Su cosa si regge la bio-econimia EU? L’impronta ecologica europea non riguarda soltanto ciò che mettiamo in tavola ogni giorno. Uno studio uscito sulla Environmental Research Letter (pubblicato qui) ha calcolato sul periodo 1995-2010 il peso della “non-food bioeconomy” dell’Europa a 28, cioè l’importazione dai mercati globali di materie prime vegetali e animali non destinate all’alimentazione che sostengono i nostri stili di vita e le nostre industrie.

La ricerca è firmata dai ricercatori di 4 prestigiosi istituti europei: Institute for Ecological Economics della Vienna University of Economics and Business,  Stockholm Resilience Centre di Stoccolma,  International Institute for Applied Systems Analysis, a Laxenburg, sempre in Austria, e infine Institute for Food and Resource Economics and Center for Development Research, University of Bonn, Germania. 

Questa ricerca è un tentativo, finora unico, di definire l’impronta agricola non alimentare della Comunità Europea a 28 Stati membri.

I ricercatori hanno applicato un modello matematico complesso, che tiene in considerazione tutti i passaggi dei processi di produzione e rifornimento fino al consumo finale di prodotti finiti e raffinati.

L’aspetto più rilevante e preoccupante di questa ricerca è la sua totale coerenza con quanto emerso dal Global Assessment IPBES della settimana scorsa.

La caratteristica fondamentale dei consumi del XXI secolo sono le “tele-connection”, cioè gli effetti ambientali, geograficamente lontanissimi, dei nostri consumi e delle nostre abitudini culturali.

L’Unione Europea importa risorse materiali biologiche, con un impatto devastante sui Paesi di provenienza.

“I risultati mostrano chiaramente che la EU ha il primato mondiale nella trasformazione e nel consumo dei prodotti vegetali derivati da coltivazioni e non destinati all’alimentazione, mentre, allo stesso tempo, continua a dipendere pesantemente dalla loro importazione.

Due terzi della superficie agricola richiesta per soddisfare il consumo di biomassa non alimentare della EU si trovano in regioni dall’altra parte del mondo, particolarmente in Cina, negli Stati Uniti e in Indonesia, con un crescente e potenziale impatto su ecosistemi molto distanti.

Con quasi il 39% nel 2010, l’olio prodotto da semi oleosi per i carburanti organici, i detergenti e i polimeri rappresenta la voce dominante nella domanda complessiva di vegetali non alimentari della EU”, si legge nello Studio.

Seguono le fibre tessili vegetali, come il cotone, le pelli animali, la lana che contribuiscono al totale per un altro 22%. 

La cosiddetta EU Bioeconomy Strategy  (l’implementazione di programmi di crescita “verde”, fondate cioè su risorse biologiche, partita con la Biofuel Directive del 2003) deve cioè essere analizzata da uno spettro di punti di vista decisamente più ampio rispetto a quanto fatto fino ad ora, a causa degli “spillover effects”, ossia delle conseguenze impreviste di politiche pur disegnate sulla ricerca di un impatto minore, più sostenibile, sul Pianeta.

Questo aspetto dell’industria europea, il dislocamento degli impatti ambientali sull’importazione di prodotti organici, biologici, non è mai stato affrontato direttamente.

Secondo lo Studio, “la EU fino ad adesso non è stata d’accordo su una metodologia comune per stabilire gli impatti nell’uso del suolo a grande distanza connessi con le politiche comunitarie. I sistemi di controllo con indicatori-chiave di riferimento di forte significato per la terra adatta alla coltivazione, come il Resource Efficiency Scoreboard (EUROSTAT 2015), sono focalizzati soltanto su indicatori territoriali e mancano di tenere in considerazione le connessioni a distanza”. 

Dunque, avvertono i dati, “un rischio particolare è l’incremento dell’uso di terra su scala globale per soddisfare la domanda economica. Questo tipo di rischio è ben illustrato dal fatto che l’Europa si distingue come l’unica regione che è importatore netto di 4 delle maggiori categorie di risorse naturali: materiali, acqua, carbone e terra da coltivare”. 

Un quarto delle materie prime grezze utilizzate dall’industria europea viene dal resto del mondo.

In numeri, nel solo 2010, il nostro sistema produttivo ha avuto bisogno di 19.8 milioni di ettari di terra per sostenersi. In Cina, con 4.4 milioni di ettari per materie prime oleose; nella regione Asia-Pacifico, con 3 milioni di ettari sempre per semi oleosi e gomma.

Negli Stati Uniti, con 1.6 milioni di ettari per mais ed etanolo. In assoluto, siamo la regione del mondo che consuma più terra per la propria economia e la propria cultura (28.2 milioni di ettari nel 2010), seguiti dalla Cina molto vicina ormai (27.7 milioni di ettari).

Che cosa significa tutto questo tradotto per ciascuno di noi, per ogni singolo cittadino europeo?

562 metri quadrati di terra del mondo a testa per i nostri bisogni, gusti, desideri. Sono 828 negli Stati Uniti, 468 in Brasile. Tanto per farci una idea: in India siamo a 79 pro capite.

Quando si parla dunque di crescita economica, sarebbe bene anche raccontare all’opinione pubblica che la nostra, già discutibile, possibilità di “crescere” ha implicazioni sistemiche globali che mettono in movimento effetti domino identificabili, ma non prevedibili.

Il dilemma che la ricerca espone tra le righe, quindi, è estremamente sottile, ed è il dilemma degli ultimi 25 anni di storia dell’ambientalismo. Può una crescita economica verde rallentare e infine porre fine alla distruzione del Pianeta?

La risposta è no: “Molti scenari sull’impiego di energia e di terra su scala globale mostrano che un cambiamento sistemico verso una bio-economia dipenderà massicciamente sugli ecosistemi terrestri e sulle risorse naturali terrestri.

L’espansione della bio-economia andrà ad aggiungersi alla già alta domanda di terre agricole per produrre cibo, con il risultato di una crescente pressione sui limiti del Pianeta.

Ciò è profondamente connesso, inoltre, con le questioni di giustizia sociale, quando si arriva a parlare della distribuzione delle risorse bio-fisiche”.

IPBES: il crollo della biodiversità accelera

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(Miniera di rame a cielo aperto, Spagna. Credits: Denis Zhitnik/shutterstock.com)

Verrà reso pubblico a Parigi tra 50 minuti il Biodiversity Global Assessment dell’IPBES (organismo indipendente che lavora in seno alle Nazioni Unite), un documento senza precedenti per vastità di dati raccolti e analizzati sullo stato di salute del nostro Pianeta, e sulle conseguenze delle logiche di sfruttamento intrinseche alla civiltà umana degli ultimi cinque secoli.

Il Global Assessment ha ragionato su quanto è accaduto alla Terra negli ultimi 50 anni e cade in un momento di crescente tensione, a causa delle diseguaglianze sociali dei Paesi più ricchi e della volontà di dire finalmente basta pronunciata da movimenti radicali come Extinction Rebellion.

Gli autori avvertono che “è in corso il pericoloso declino della natura, caratterizzato da tassi di estinzione delle specie viventi senza precedenti, e in fase di accelerazione”.

Ormai 1 milione di specie è minacciata di estinzione, una condizione che non si è mai verificata prima nella storia umana. Inoltre, si legge sempre sul documento officiale dell’Assemblea Plenaria appena chiusa a Parigi, “la risposta attuale, su scala globale, è insufficiente e cambiamenti profondamente trasformativi sono necessari per recuperare e proteggere la natura”.

In sostanza,“l’opposizione di interessi ben mascherati deve essere sopravanzata dal bene comune”. La professore Sandra Diaz, Argentina, ha parlato inoltre del legame tra noi e il Pianeta, che ci vincola a prendere una posizione antropologica e non solo scientifica sull’estinzione, sin nel cuore delle comunità civili e cittadine.

“Il contributo che la biodiversità e la natura offrono agli esseri umani sono la nostra eredità comune e la più importante rete di salvataggio dell’umanità. Ma abbiamo tirato questa rete sino al punto di rottura”.

Va sottolineato che il Global Assessment è un documento costruito per gli attori politici, è cioè uno strumento utile a orientare la prassi politica nella direzione del bene di tutti. 

Sir Robert Watson, IPBES Chair, ha dichiarato: “La enorme chiarezza del Global Assessment IPBES ci presenta una fotografia sinistra. La salute degli ecosistemi da cui noi e ogni altra specie dipendiamo si sta deteriorando più rapidamente che mai. Stiamo distruggendo a poco a poco le fondamenta stesse delle nostre economie, delle nostre vite, della sicurezza alimentare, della salute e della qualità dell’esistenza in ogni angolo del mondo”.

Sir Watson ha ricordato con insistenza che il margine di azione ancora in nostro potere c’è, ma che occorre una risposta generale, che coinvolge cioè ogni scala politica e geografica. Il “cambiamento verso la trasformazione” è “una riorganizzazione strutturale del sistema attraverso fattori tecnologici, economici e sociali, che includono anche i nostri paradigmi di valore e gli obiettivi”.

Secondo il Global Assessment è indispensabile uscire dal modello della crescita economica, se vogliamo progettare sul serio ciò che da decenni chiamiamo sostenibilità. Crescita economica e sopravvivenza biologica sono insomma due modi di intendere il Pianeta incompatibili. 

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(Contadini spruzzano pesticidi in un campo di grano. Credits: Jinning Li/shutterstock.com)

In un comunicato stampa uscito domenica, Extinction Rebellion ha commentato: “Il Global Assessment diffonde un messaggio di grande forza: l’umanità è coinvolta in un genocidio di massa delle altre specie con cui condividiamo la nostra casa comune”.

La dottoressa Alison Green, National Director (UK) di Scientists Warning e portavoce del movimento britannico ha aggiunto: “tra tutti quelli simili, questo è il rapporto che maggiormente ci condanna, perché rivela i nostri sostanziali ed estesi fallimenti nel fronteggiare la sempre più veloce perdita di biodiversità. Ci fa vergognare, e ci sciocca. Poco o nulla è stato intrapreso per contenere le esitazioni, la perdita di habitat e il recupero degli ecosistemi, entro limiti ecologici di sicurezza, all’interno di produzioni e consumi sostenibili”. 

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(Tartaruga embricata, Oceano Indiano, Maldive. Credits: Andrey Armyagov)

Vediamo allora i numeri del Global Assessment IPBES. Considerando i valori medi sul numero di individui di una popolazione, l’abbondanza di specie native nella maggior parte degli habitat terrestri è crollata del 20% a partire da inizio Novecento.

Oltre il 40% degli anfibi, il 33% dei coralli che formano le barriere e oltre 1/3 dei mammiferi marini sono ormai minacciati. Il quadro non è ancora del tutto chiaro per gli insetti, ma probabilmente sono minacciati in una percentuale attorno al 10% di tutte le specie conosciute.

Negli ultimi 5 secoli sono scomparsi dalla faccia della Terra almeno 680 specie di vertebrati; la rarefazione della biodiversità animale riguarda anche le specie domestiche, però. Nel 2016 era ormai andato perso il 9 % delle varietà di mammiferi selezionati nel corso del tempo a scopo alimentare e 1000 incroci sono oggi a rischio.

Sono queste estinzioni, insieme a quelle della specie selvatiche che compromettono la tenuta delle reti trofiche negli ecosistemi ancora non convertiti ad agricoltura, che scrivono ipoteche molto preoccupanti sulla nostra capacità futura di produrre cibo per miliardi di persone.

D’altronde, spiega il Global Assessment, se andiamo ad indagare su come si è espansa l’impronta umana sul Pianeta le risposte sono abbastanza intuitive: dagli anni ’70 il valore produttivo dei campi è cresciuto del 300%, l’abbattimento di alberi per ricavarne legname del 45%; a partire dal 1980, il prelievo di risorse rinnovabili e non, su scala globale, ogni anno, è stato di 60 miliardi di tonnellate. E le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992. 

In sinergia con questi incrementi esponenziali – ricordiamo che il paradigma di estinzione è anche un paradigma di espansione – dai tempi del primo mandato Reagan alla presidenza degli Stati Uniti il nostro consumo di plastica è aumentato di 10 volte.

Ogni dodici mesi buttiamo nelle acque del Pianeta, mari, oceani e fiumi, 300-400 milioni di tonnellate di metalli pesanti, solventi, fanghi tossici e altri residui industriali. I fertilizzanti agricoli hanno provocato 400 “zone morte” costiere, e cioè 245.000 chilometri quadrati anossici.

Dal 1980 al 200 sono andati persi 100 milioni di ettari di foreste tropicali, a causa soprattutto dell’allevamento delle vacche da carne (America Latina, 42 milioni ettari) e delle piantagioni di olio di palma nel Sud Est dell’Asia (7,5 milioni di ettari). Una pressione abnorme motivata dunque dal nostro stile di vita e da ciò che riteniamo imprescindibile in una esistenza occidentale degna di essere vissuta.

Nessuno, finora, ha davvero pagato il prezzo globale di queste convinzioni. Entro il 2050 verranno costruiti e asfaltati circa 25 milioni di chilometri di strade, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E nel mondo sono già 2500 i conflitti armati che ruotano attorno ai combustibili fossili e alla lotta per l’acqua e il cibo quotidiani.

A tutto questo vanno aggiunti gli effetti dinamici e non lineari dei cambiamenti climatici che già impattano anche sulla genetica delle faune: ormai la distribuzione del 47% dei mammiferi terresti, e di 1/4 degli uccelli, è già stata modificata dal riscaldamento del Pianeta.

Il Global Assessment l’ha messo nero su bianco: gli Obiettivi di Aichi al 2020 non sono stati raggiunti. E 22 su 44 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile sono compromessi dal collasso della biosfera. Significa fame, sete e morte per inedia per milioni di persone.

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(Gli effetti della deforestazione e dello slush and burn in una valle del Madagascar. Credits: Dudarev Mikhail/shutterstock.com)

Il Global Assessment identifica 5 driver fondamentali di questa condizione di civiltà, in ordine decrescente di intensità: 1) cambiamenti di uso nella terra e nei mari; 2) sfruttamento diretto degli organismi viventi; 3) cambiamento climatico, 4) inquinamento; 5) specie invasive non autoctone.

Non ci sono dunque dubbi che gli attuali trend economici non ci porteranno da nessuna parte da qui al 2050, se non ad un ulteriore deterioramento della biosfera. Per invertire la rotta non serve solo un ragionamento economico, ma anche una riflessione antropologica e culturale. 

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(Kuta Beach, Bali. Credits: Maxim Blinkov/shuttestock.com)

Le scienze sociali sono fondamentali per comprendere come siamo arrivati a questo punto e devono essere inserite nelle strategie di cambiamento: “La perdita di biodiversità risulta essere non soltanto una questione ambientale. Riguarda anche lo sviluppo, l’economia e la sicurezza, la società e le sue istanze morali.

Occorre dunque una amministrazione integrata (di questi aspetti, NdR) e approcci che attraversino i diversi ambiti e che tengano conto degli effetti ridondanti della produzione del cibo e dell’energia, delle infrastrutture, della disponibilità di acqua potabile e della gestione delle coste, e infine della conservazione della biodiversità”.

Il Global Assessment insiste cioè su un aspetto della crisi ecologica che finora non è stato adeguatamente studiato, e considerato, nella generale attenzione spasmodica per i numeri dell’economia e della conversione alle rinnovabili.

Il collasso attuale è il prodotto storico della reciproca interazione tra demografia ed economia, sostenute entrambe da apparati ideologici e morali che costituiscono l’ossatura portante della civiltà a capitalismo avanzato.

Questo è il motivo per cui il cambiamento necessario non può evitare le forche caudine di una profonda riflessione individuale e quindi collettiva sul nostro modello di società e di relazioni.

Prof. Eduardo S. Brondízio, Brasile: “I fattori-chiave includono la crescita demografica e i consumi pro-capite; l’innovazione tecnologica, che in qualche ha caso ha diminuito e in altri accresciuto il danno alla natura; e, in modo davvero critico, la governance e la responsabilità giuridica.

Lo schema che emerge è la connessione di ogni aspetto e la rifrazione a distanza di estrazione e produzione, che avvengono in un luogo del mondo per soddisfare esigenze di consumo lontanissime”. 

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(Donne malgasce di etnia Vezo a pesca, Madagascar. Credits: Sun Singer/shuttestock.com)

Audrey Azoulay, Director-General, UNESCO : “Le conoscenze attualmente in nostro possesso, conoscenze locali, indigene e scientifiche provano che abbiamo le soluzioni e perciò non ci sono più scuse: dobbiamo vivere su questo Pianeta in modo differente”.

Per Azoulay anche le faune e la flora appartengono a quell’immenso e antico complesso di legami, simboli e vincoli biologici che la nostra specie ha chiamato cultura: “l’UNESCO è impegnato a promuovere la vita e la sua diversità, la solidarietà ecologica con le altre specie viventi, e a stabilite nuovi, equi e globali legami di collaborazione e solidarietà tra le generazioni, per la sopravvivenza futura dell’umanità”. 

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(Medicina tradizionale ayurvedica, India. Credits: Nila Newson/shutterstock.com)

Un richiamo ad una solidarietà antropologica il Global Assessment lo lancia anche a proposito delle popolazioni indigene rimaste, che occupano meno di 1/4 della superficie terrestre e che però sperimentano una coesistenza con gli habitat decisamente più efficace della nostra.

Le loro aspettative sul futuro, il loro patrimonio di usi ed economie locali, deve appartenere alle strategie politiche dei prossimi decenni, in senso giuridico ed amministrativo. Ma conta soprattutto, in questa prima fase, riconoscere che la via Occidentale al possesso del Pianeta – inaugurata cinque secoli fa dall’impresa di Colombo nelle Americhe – non fu l’unica opzione vissuta da Homo sapiens.

Ed è quindi arrivato il momento storico di porla in discussione, ammettendone i limiti e l’intrinseco gradiente di rischio. Nello sforzo del cambiamento ogni cittadino, a qualunque comunità appartenga, deve sentire la responsabilità verso i suoi simili, e i produttori di cibo ugualmente devono essere riconosciuti come responsabili di ciò che producono.

Il valore assoluto della biodiversità deve cioè entrare a pieno diritto e ragione nella pianificazione politica e nella elaborazione, che è compito delle comunità civili, di una visione contemporanea del Pianeta e del ruolo che vi ha Homo sapiens. 

Il Global Assessment IPBES in uscita il 6 maggio

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Il prossimo 6 maggio verrò reso noto il Biodiversity Global Assessment 2019, una sintesi amplissima e dettagliata dello stato della natura, degli ecosistemi e della relazione tra la civiltà umana e il Pianeta in questo terzo millennio. Un lavoro gigantesco prodotto dall’IPBES – The Intergovernmental Science-Policy Plattform on Biodiversity and Ecosystem Service, un organismo di ricerca indipendente che fornisce studi di alto profilo scientifico per l’elaborazione di politiche ambientali solide ed efficaci nel proteggere le faune e gli habitat della Terra.

L’IPBES è definito l’IPCC della biodiversità: i rapporto pubblicati sono del tutto paragonabili, per estensione e ricchezza di dati, a quelli dell’IPCC per il clima. E hanno lo stesso scopo: dire alle istituzioni parlamentari che cosa bisognerebbe fare per non scivolare nell’apocalisse climatica e biologica.

Hanno contribuito al Global Assessment del 6 maggio 150 esperti di profilo internazionale. Ognuno di loro ha fatto affidamento sui lavori e i dati raccolti da 250 colleghi di tutto il mondo. L’attesa attorno al documento è piuttosto tesa, per una serie di motivi dipendenti dalla mobilitazione internazionale a favore di una presa di coscienza collettiva sullo stato del Pianeta vivente.

Ci si aspetta molto da questo report. Di fatto, una solido appiglio scientifico alla “chiamata alle armi” contro il disastro della biosfera.

Per la prima volta, il Global Assessment ha esaminato e preso in considerazione, si legge nel comunicato stampa ufficiale, “le conoscenze dei popoli indigeni, le questioni che li coinvolgono e le loro priorità”.

La spinta degli attivisti e di non pochi ambienti scientifici ad ascoltare la voce delle popolazioni native rimaste sul Pianeta è in questi mesi fortissima.

Lo scorso 1 maggio Extinction Rebellion ha manifestato contro l’ambasciata brasiliana a Londra per protestare contro i programmi di ulteriore espansione del taglio di legname nella foresta amazzonica, e i connessi impatti sulle popolazioni amazzoniche indigene. 

Il 24 aprile il movimento inglese ha unito la propria voce a quella di due artisti e attivisti indigeni brasiliani, Daiara Tukano e Jaider Esbell, davanti al British Museum: “Insieme al Radical Anthropology Group, e come parte del loro tour europeo Indigenous Perspectives on Brazil – si legge sulla pagina Facebook di Extinction Rebellion – Daiara Tukano ha parlato degli abusi ambientali e della violazione dei diritti umani attualmente in corso, subiti dalle popolazioni indigene sotto questo governo brasiliano, e di come la loro lotta per l’esistenza sia una lotta per esistere.

Più tardi alcune delle loro opere sono state proiettate sulla facciata del British Museum, un edificio di oscuro significato coloniale che è sponsorizzato dalla British Petroleum”. Nella fervente sollevazione europea contro l’inerzia politica sul collasso del Pianeta i musei stanno acquisendo una posizione politica senza precedenti.

Lo si è capito a Parigi, quando Extinction Rebellion France ha occupato la hall del Museo di Storia Naturale di Parigi e il successivo 26 aprile, allorché Extinction Rebellion ha preso possesso del salone di ingresso del Museo di Kensington, sotto lo scheletro della enorme balenottera azzurra che simboleggia la fine imminente dell’Età dei Mammiferi.

Templi dell’ingegno scientifico umano, tutti i nostri musei sono però stati edificati sul genocidio coloniale, sullo schiavismo e sull’appropriazione violenta degli habitat di continenti sconosciuti agli europei, come ha raccontato il mese scorso Sam Kean su SCIENCE nello spettacolare reportage Historians expose early scientits’ debt to the slave trade. Un altro indizio non più trascurabile di come la cultura stessa, in quanto patrimonio ereditato, sia oggetto politico in una epoca di estinzione. 

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(Credits: Extinction Rebellion Facebook)

I temi trattati dal Global Assessment comprenderanno dunque tutte le questioni oggi sul tavolo: quali debbano essere gli elementi chiave nella relazione tra uomo e natura di cui la politica è chiamata a tener conto; l’attuale stato della natura e i trend in corso, i fattori di cambiamento e il modo in cui la natura forgia le stesse comunità umane del terzo millennio; a che punto è la conservazione in riferimento agli Obiettivi di Aichi, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’accordo di Parigi sul clima del 2015; gli scenari verosimili, e soprattutto condivisi, di natura ed esseri umani da qui al 2050; mettere a fuoco gli scenari e le opzioni che potrebbero portare ad un futuro sostenibile; e infine affrontare il tabù della crescita demografica umana.

In Sudafrica l’estinzione è un business

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E’ stata resa pubblica la maggiore investigazione mai tentata finora sull’allevamento in cattività di leoni in Sudafrica: The Extinction Business. A raccogliere informazioni e dati la organizzazione non governativa BAN – Animal Trading. Ecco la mia intervista a Smaragda Louw di BAN. In Sudafrica l’estinzione è un business. Ossia: sfruttare biologicamente specie in pericolo.

Oggi il Sudafrica può esportare legalmente 1500 scheletri di leoni. Cosa è cambiato rispetto al recente passato?

I leoni africani sono listati in CITES Appendix II. Una nota aggiunta alla classificazione CITES durante la COP17 di Johannesburg (2016) permette il commercio dal Sudafrica di parti del corpo di leoni allevati, soggetti ad una quota definita dal Dipartimento degli Affari Ambientali (DEA).

La nota è criticabile, perché cerca di regolare una industria indecente che non dovrebbe essere riconosciuta nemmeno in prima battuta. È importante dire l’ovvio: il Sudafrica non è obbligato a vendere ossa di leone da un accordo multilaterale come il CITES.

Tutte le informazioni che abbiamo sulle esportazioni di ossa e scheletri provengono dal database CITES sul commercio. Durante gli anni 2005-2014, questo database indicò il numero totale di leoni che erano stati esportati legalmente dalla RSA (Repubblica Sudafricana). Questo numero era 19.666.

Ci sono approssimativamente 250 ossa in uno scheletro di leone. Perciò, il numero di ossa che sarebbero state esportate dalla RSA conformemente alla quota proposta è 200.000. Si tratta di una mera stima, certo, ma è chiaro che la quota proposta (di 1500, ndr) ha il potenziale di eccedere il numero di leoni esportati dal RSA durante i 9 anni del periodo considerato (2004-2014).

La quota proposta dal DEA si riferisce a scheletri completi di leoni, e quindi queste cifre illustrano la disparità tra la quota proposta adesso e le pratiche degli anni passati. 

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Ho letto sul magazine AGRISA.CO.ZA e su PROPERTY24.COM che i cambiamenti climatici stanno spingendo sempre più allevatori di bestiame a convertire i loro ranch in game farm.

Ritieni che il business dell’estinzione che descrivete nella vostra investigazione possa essere, da qualche punto di vista, una conseguenza del cambiamento climatico?

Una conseguenza terrificante, certo, ma un passaggio di livello nello sfruttamento biopolitico delle risorse naturali e viventi. 

Non credo che il cambiamento climatico abbia niente a che vedere con la proliferazione delle wildlife farm. Il Sudafrica è una destinazione per i cacciatori, e la maggior parte, se non tutte le wildlife farm, offrono la possibilità di cacciare gli animali allevati.

Un esempio sono le giraffe. La giraffa è in estinzione in Africa, ma non in Sudafrica. La ragione, tuttavia, è duplice: l’esportazione di giraffe verso la Cina ha raggiunto letteralmente proporzioni epiche in Sudafrica, dove più di 500 giraffe sono state spedite negli zoo cinesi.

La caccia alla giraffa in Sudafrica è molto popolare tra i cacciatori stranieri. L’allevamento di specie selvatiche è semplicemente una forma di avidità e non c’entra con la conservazione.

IMG_4926(Tiger in captivity at Brian Boswell’s Zoo – Natal Zoological Garden. Esporta in tutto il mondo).

L’allevamento di leoni e tigri è molto lucrativo, visto che uno scheletro di leone può essere venduto per 100 milioni di RAND. Questo è il fattore trainante. Lo sviluppo dell’industria dell’allevamento del leone non può essere spiegata con la logica, la scienza, la cultura o la moralità. È una peculiarità storica.

IMG_6284(Credits: EMS Foundation)

In una prima fase si è sviluppata l’industria dei leoni allevati per essere cacciati (canned lions). 

Cacciatori benestanti, soprattutto americani, venivano qui per cacciare i leoni. Si trattava di leoni non selvaggi perché quelli selvaggi erano troppo pochi per essere abbattuti e una simile caccia sarebbe risultata troppo costosa e pericolosa per la maggior parte dei cacciatori americani.

Per rifornire gli americani, servivano schemi di rifornimento di leoni più a buon mercato ed è così che nacque l’industria dei leoni allevati, che col tempo divenne una caratteristica unica del Sudafrica. I cacciatori americani venivano a frotte in Sudafrica per abbattere col fucile leoni indifesi.

Poi, ne esportavano le spoglie come trofei negli USA. In seguito la legislazione americana ha bandito l’importazione di trofei di questo tipo. Il risultato fu un forte declino dell’industria del ‘canned hunting’ e quindi una inaspettata, eccessiva disponibilità di leoni nati in cattività.

Serviva un nuovo mercato e fu trovato nell’esportazione di ossa verso i Paesi del sud est Asia. 

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Per coprire l’industria con un alone di rispettabilità, le strutture per l’allevamento dei leoni vennero spacciate al pubblico come istituzioni per l’educazione, devote alla cura dei piccoli, alle passeggiate con i leoni e anche come luoghi per feste esotiche.

Quello che il pubblico non sospetta né sa è che questi leoni, allattati con il biberon e trattati come animali da compagnia, saranno macellati, come vacche, una volta adulti, per un solo scopo, arrivare alle loro ossa.

L’industria è basata su di una rappresentazione fallace e sulla frode dall’inizio alla fine. Non può essere giustificata se non con l’avidità. Mente al pubblico e ne sfrutta i sentimenti per indurli a spendere soldi per coccolare i piccoli di leone e camminare con loro, senza dire una parola sul fatto che la destinazione finale di quei leoni è una bevanda ritenuta magica bevuta da uomini a migliaia di chilometri di distanza.

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(Shared on Social Media – Source not sure, maybe UKULULA Facility)

Ciò che emerge qui è un Paese avvolto nelle ombre. Il turismo è una fonte di orgoglio e guadagno, un business con tutti i crismi che sostiene la conservazione e una certa idea di nazione.

Ma queste strutture che allevano leoni parlano di qualcosa di diverso. Come possono coesistere queste due tendenze? In che modo il Sudafrica si confronta con il proprio patrimonio naturalistico ? 

L’allevamento della wildlife, l’esportazione di questi animali magnifici e il sistema di permessi provinciale, nonché quello CITES, e i loro procedimenti, hanno elementi di segretezza e sono altamente fallati. Hai ragione, questo Paese è avvolto in ombre create da coloro che sono responsabili della conservazione.

Subito dopo la pubblicazione della nostra indagine – The Extinction Business – il Parlamento ha convocato una interrogazione sul captive breding dei leoni destinati alla caccia, su come esso stia compromettendo il ‘brand’ del Sudafrica.

È chiaro che la questione del danno al brand nazionale apre un contenzioso, e mentre alla maggior parte delle organizzazioni di caccia è stato chiesto di presenziare alla interrogazione, hanno avuto l’opportunità di partecipare soltanto tre organizzazioni che parlano per il rispetto dei diritti degli animali: BAN – Ban Animal Trading South Africa, EMS Foundation and Born Free.

Una nuova pubblicazione questa settimana, che segue un paper in peer-review condotto dal South African Institute of International Affairs, rivela che il la riproduzione in cattività dei predatori (leoni, tigri, puma) potrebbe costare al Sudafrica 54 milioni di RAND nel prossimo decennio (oltre 3 miliardi di euro). 

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C’è uno tsunami di critiche domestiche ed internazionali contro il Sudafrica. Molti soggetti impegnati nella conservazione, ricercatori che studiano il leone ed NGO, affermano che il supporto incondizionato del governo a questa industria distruttiva non può avere basi scientifiche, o trovare ragioni in una prospettiva etica, di turismo o del benessere degli animali.

Il commercio di ossa di leoni del DEA danneggia il brand Sudafrica e anche il turismo. Molte persone fanno affidamento su di un impiego fisso nel turismo. La loro vita è sulla linea di fuoco, e questo per favorire una elite predatoria che commercia in ossa.

Il turismo stesso è un asset nazionale.

Il Sudafrica fronteggia una marea di pubblicità negativa a causa della sua compromissione con questo commercio scioccante. I turisti sceglieranno di spendere altrove i loro soldi. Ci opponiamo fermamente a ogni commercio di ossa di leoni allevati.

La reputazione di responsabilità del Sudafrica nella conservazione delle sue popolazioni di specie wild in pericolo o minacciate è stata irreparabilmente danneggiata.

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Su di un piano culturale, che cosa è il leone per il Sudafrica? Pensi che ci siano differenze nel modo in cui i differenti gruppi etnici della Repubblica considerano questa questione?

Il leone è il simbolo dell’Africa e per la maggior parte delle persone è ripugnante assistere a questa commercializzazione, dell’allevamento e del macello. Ti chiedo di guardare questo video.

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Avete riscontrato che la legislazione in vigore della CITES ha delle falle ed è incompleta. Non basta per arginare e definire questo commercio. Sembra che la cornice giuridica della conservazione non riesca a fare il punto sul tipo di sfruttamento che questo business comporta.

Si tratta di qualcosa di biopolitico: “fare di animali vivi materiale grezzo da profitto”. Pensi che il destino del leone in Sudafrica mostri un problema di questo tipo?

La cornice giuridica della conservazione in Sudafrica è spezzata.

Il Dipartimento degli Affari Ambientali ha devoluto molte delle sue responsabilità, come ad esempio il rilascio dei permessi CITES alle province. E alcune province non implementano la legislazione nazionale che offre una sorta di protezione più alta agli animali.

Il contesto giuridico in Sudafrica è la ragione vera per cui il benessere degli animali nelle strutture per il captive breeding è compromessa, poiché la responsabilità legale cade nelle crepe del sistema mentre i diversi dipartimenti governativi tentano di provare il loro ruolo.

Non solo il destino del leone africano è in pericolo, ma tutte le specie selvatiche (wildlife) in Sudafrica corrono il rischio dell’estinzione se la legge non rimetterà mano urgentemente ai propri parametri. 

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Nel vostro Rapporto si legge che il governo ha una “ideologia sull’animale selvaggio e il suo uso sostenibile”: puoi dirmi di più su questo atteggiamento? A tuo parere, perché il governo include questo sfruttamento nella green economy?

Il governo del Sudafrica non ha offerto nessuna definizione o spiegazione della sua idea di ‘uso sostenibile’. Come il governo possa mettere in correlazione un indefinito uso sostenibile e la green economy, è difficile da capire in termini logici.

Chiaramente, il governo crede che l’industria crei posti di lavoro e porti valuta straniera, ma questa è una rappresentazione del tutto fuorviante.

Non soltanto i volontari si aspettano di pagare per avere un ruolo nella cosiddetta conservazione lavorando negli allevamenti (sottraendo anche lavoro alla gente del posto), ma la nostra indagine mostra che i commercianti dichiarano il valore degli scheletri come beni tassabili per l’esportazione e ogni cosa è firmata dalla DEA. 

(Photo Credit: Smaragda Louw)