Categoria: Biopolitiche

Nelle proto-scimmie europee gli indizi sulle origini della crisi ecologica

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Baviera, Germania – I notai lo sanno bene: occorre conoscere la storia di una famiglia, prima di redigere un testamento. Qualunque discorso ecologista sull’eredità che gli uomini e le donne di oggi lasceranno ai loro posteri non può che partire dal passato, se intende essere credibile: in poche e semplici parole, se non ci mettiamo di buona lena a capire chi erano i nostri antenati, non riusciremo mai a focalizzare l’enormità della sfida ambientale. 

Eppure, da 25 anni gli ambientalisti parlano solo di debito climatico. Saranno le prossime generazioni a dover pagare il prezzo della nostra ignavia politica. Oggi, intanto, verrà  presentato a Bruxelles lo European Green New Deal, il piano di risposta alla crisi ecologica del nuovo Parlamento Europeo. L’obiettivo politico è ridimensionare la portata del debito ambientale. I negoziati della Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC), da parte loro, sono sempre stati rivolti al futuro. Solo in via stereotipata documenti, dichiarazioni e sintesi finali han fatto cenno, in oltre due decenni, alla responsabilità dell’Occidente nella industrializzazione a carbone. Troppo poco. Questa storia del clima non comincia nell’Ottocento.

La paleontologia è un alleato formidabile nella comprensione della catastrofe climatica. I paleontologi raccolgono indizi sulla nostra identità e, di conseguenza, sul perché siamo diventati i “signori del Pianeta”. Il mese scorso i risultati di una scoperta eccezionale sono stati pubblicati su NATURE (A new Miocene ape and locomotion in the ancestor of great apes and humans): nell’Allgäu (Baviera, Germania) un team internazionale ha rinvenuto i resti di una nuova specie di scimmia fossile, Danuvius guggenmosi. Questa specie, vissuta nel tardo Miocene, attorno agli 11 milioni di anni fa, combina gli adattamenti anatomici delle scimmie bipedi e di quelle capaci di appendersi con le braccia ai rami degli alberi. Per questo, secondo i ricercatori autori dello studio, Danuvius “potrebbe fornire il modello dell’antenato comune tra grandi scimmie ed esseri umani”. Danuvius è un driopiteco, un gruppo di scimmie su cui da qualche anno si concentrano le ipotesi di David R. Begun, paleo-antropologo dell’Università di Toronto, Canada, e co-autore dello studio di NATURE. Begun ritiene che le soluzioni anatomiche sviluppate dalle scimmie europee del tardo Miocene siano state cooptate dalle paleo-scimmie africane, giungendo, su linee temporali ed evolutive lunghe dieci milioni di anni, alla struttura osteo-articolare delle australopitecine. Il vero pianeta delle scimmie è il saggio appassionante (Edizioni Hoepli) in cui David R. Begun racconta la storia delle scimmie del Miocene. Ci sono voluti qualcosa come 15 milioni di anni perché, attraverso più linee di derivazione, emergesse la nostra specie. Siamo una opzione tra migliaia di altre opzioni. Non siamo perfetti, e non siamo neppure la migliore specie tra tutte le specie comparse sul Pianeta. È per questo che gestiamo molto male la nostra presenza sulla Terra. Non siamo cioè in grado di venire a patti con il rischio esistenziale: la minaccia più grave all’espansione delle nostra intelligenza. 

In questo 2019 è stato messo in commercio anche un videogioco (ideato su una consulenza scientifica accurata ed affidabile) sulla incerta partita dell’evoluzione dei nostri antenati: Ancestors. La regola di gioco più astuta scelta dagli sviluppatori nasconde anche uno degli aspetti didattici più seri di Ancestors: il clan di ominidi che non sia riuscito a tramandare ai piccoli quanto imparato nella ricerca del cibo e nelle strategie di sopravvivenza contro i predatori soccombe, si estingue, e il giocatore non può passare al livello successivo. Non c’è insomma futuro senza passato. L’immane cantiere dell’evoluzione, i cui mattoni sono i geni e i piani anatomici fondamentali di ogni specie, è costantemente in movimento, verso un futuro che non è tale finché qualcosa di nuovo riesce ad affermarsi; ma lavora sui materiali disponibili, non crea nulla da zero. Ecco perché la parabola dei driopitechi, delle australopitecine e degli ominidi dovrebbe metterci in guardia, con il suo strapotere di storytelling. Qualunque rivoluzione ambientalista sarà limitata da ciò che è a disposizione sul Pianeta. Le batterie per veicoli elettrici hanno bisogno di litio, e le miniere di litio sono altamente inquinanti. Le pale eoliche off shore disturbano le migrazioni e l’etologia dei grandi mammiferi marini. Le installazioni di milioni di pannelli solari tolgono altro spazio alle specie selvatiche e al rewilding. 

Si discute molto in questi anni su cosa ormai significhi essere padri e essere figli. Sappiamo che il figlio che voglia farsi una vita sua e diventare davvero indipendente non butta dalla finestra tutti gli insegnamenti del padre, ma sa reinterpretarli in qualcosa di nuovo. I nostri lontani antenati sono parte del nostro modo di sentirsi così speciali. Ci dicono fino a che punto possiamo essere umani, quali conseguenze comporta essere umani e se possiamo progettare delle variazioni sul tema in questo XXI secolo. Nessun negoziato sul clima privo di questo sguardo sul tempo profondo – e quindi sulla natura umana – potrà mai funzionare. Perché continuerà a discutere in astratto di questioni la cui origine sta nelle pieghe più intime e recondite del nostro modo di concepire noi stessi. 

Caso Hallam: la civiltà non è un antidoto alla barbarie. È fatta di barbarie

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Amburgo, Germania – Una diagnosi corretta è indispensabile. Nessuna patologia può essere risolta senza l’aiuto di un corretto inquadramento clinico. Per la coscienza vale lo stesso. In assenza di un esame critico sui propri disastri esistenziali, l’essere umano continua a vagare nel buio di illusioni e fraintendimenti, di autoinganni e di autoassoluzioni. E siccome storia e cultura sono il prodotto dell’azione umana, dovremmo abituarci a un serio esame di noi stessi anche quando si discute del futuro del Pianeta, dello stato del mondo alle soglie del 2020 e delle nostre responsabilità collettive. Il caso Roger Hallam, accusato in tralice dal settimanale tedesco DIE ZEIT di essere un antisemita, e di aver così aperto una serissima ipoteca sulla credibilità di Extinction Rebellion, è emblematico. Le affermazioni di Hallam, la posizione di DIE ZEIT, la replica dei movimenti in Inghilterra e in Germania, non riguardano infatti solo la questione ambientalista (chi, come e con quali strumenti dovrebbe organizzare una pressione politica efficace sui governi), ma anche il futuro dell’Europa. Della coscienza europea.

Il consenso per le destre xenofobe cresce ovunque sul continente. La senatrice a vita Liliana Segre deve vivere sotto scorta, minacciata da balordi antisemiti che probabilmente non hanno neppure mai letto un rigo di Isaac Bashevis Singer o di Aharon Appelfeld. Questo degrado civile non è soltanto preoccupante, è la conseguenza diretta di una disgregazione dello spirito di comunità che credevamo invincibile dopo il 1945. Purtroppo, proprio come ammisero da subito molti osservatori, la civiltà non è un antidoto alla barbarie, ma è fatta di barbarie.  Vale a dire che la nostra storia umana è densa di apocalissi di crudeltà e di atrocità pianificate nelle stanze del potere, che, tutte insieme, hanno dato forma, consistenza e direzione al mondo così come lo vediamo e lo abitiamo oggi. Non possiamo isolare il concetto di “storia” in una teca di vetro di teorie, ma dobbiamo invece dare più spazio possibile alla constatazione e alla discussione, per prenderci le nostre responsabilità. Questa prospettiva antropologica è inevitabile là dove simpatie neofasciste progettano di deformare la lettura del presente. Ed è proprio qui che l’impegno etico nel demolire la volgarità neofascista incontra il dovere di denunciare il collasso del Pianeta. C’è infatti una sovrapposizione, un punto di incontro storico, tra i fatti mostruosi della Seconda Guerra Mondiale e della Conferenza di Wannsee e la traiettoria di civiltà che ci ha condotti al collasso di biosfera e atmosfera. L’umanità si è mossa lungo una direzione precisa oltre un secolo fa, attraverso una spinta di espansione industriale ed economica che ha ridotto il Pianeta a terra da saccheggio. Una spinta biopolitica: popoli, genti, esseri umani in carne ed ossa diventano materiale per rivoluzioni, sogni deliranti, rinnovamenti genetici. Bisogna cambiare l’uomo, per dominare il mondo. Un principio prima di tutto economico, alla radice della svolta energetica fossile di inizio Ottocento, non meno che delle idee di Trotskij sull’importanza metafisica della tecnologia e della supremazia della macchina contro la natura. Al volgere del 1939, l’espansione è il minimo comune denominatore della civiltà occidentale. Ipotizzo che possa essere questo il contesto storico di cui Roger Hallam ha parlato con Hannah Knuth. 

È probabile che DIE ZEIT abbia deciso di calcare la mano sulla intervista (peraltro brevissima e pubblicata nelle ultime pagine del giornale) a ragione delle tensioni interne nel Paese con AfD e dopo l’allarme istituzionale deciso a Dresda il mese scorso contro i neonazisti. Rimane il fatto che l’articolo è tendenzioso e manca esattamente di questo, di un ragionamento storico complessivo sulla coscienza europea. In un momento di fortissima instabilità sociale, un movimento ambientalista radicale non è solo una protesta di strada, ma l’esplosione di problemi stratificati, datati, storici. Bisogna andare a vedere dove nasce in Europa l’esigenza di dire basta a uno schema socio-economico che ci ha impiegato cinque secoli per giungere a maturazione. Il genocidio è un capitolo variegato di questo processo. 

Scrive la Knuth: “L’obiezione che l’Olocausto non sia paragonabile con altre terribili uccisioni di massa (Voelkermord), non gli sovviene. Hallam si oppone all’osservazione che, mentre molti uomini hanno senz’altro commesso il male, l’Olocausto si trova però in una posizione del tutto a sé stante (Alleinstellungsmerkmal). Che cosa dire di quest’uomo? Perché è così coinvolto con l’Olocausto?”. La posizione di Hallam è infatti questa: “Ci sono diversi dibattiti sulla questione, se l’Olocausto rappresenti o meno una tipologia eccezionale di genocidio (einzigartig) (…) So che c’è questa convinzione in Germania. Tuttavia io, con tutto il rispetto, non sono d’accordo”. Hallam qui si riferisce alla discussione storiografica sulla definizione di genocidio. La Knuth è costretta di conseguenza ad ammettere: “Non si può ascrivere né la forma né il contenuto delle affermazioni di Hallam ad una scarsa istruzione (Bildung). Fino a poco tempo fa, Hallam lavorava infatti al King’s College di Londra con un dottorato sulla disobbedienza civile”. 

Hallam non ha negato la Shoah. Ha detto che nella storia umana ci sono stati molti genocidi, diversi, ma simili all’’Olocausto. Questa non è una affermazione antisemita. Procedendo però nella lettura del pezzo della Knuth si intuisce che la faccenda è politica ed Extinction Rebellion, che finora si è contraddistinta per trasparenza, non può chiudere la discussione con l’annuncio di un procedimento di verifica a carico di Hallam. Il movimento ha smosso la coscienza europea dopo anni di inerzia ambientalista e ora deve prendersi la responsabilità del proprio radicalismo, e cioè della schiettezza con cui cui ha chiesto di dire la verità sullo stato del Pianeta. D’ora in avanti, secondo la Knuth, gli attivisti di XR, “devono portare questo peso, che uno dei loro fondatori relativizza la distruzione pianificata (Ausloeschung) degli Ebrei come un avvenimento tra altri con una curiosa consapevolezza della propria missione (mit einem merkwurdigen Sedungsbewusstsein). Se con queste esternazioni Hallam abbia assicurato al cambiamento climatico maggiore significato (Bedeutung), o se egli stia invece cercando di ottenere titoli a caratteri cubitali, o se se sia semplicemente un antisemita, non è dato apprenderlo nella fattoria del Galles (ndr, dove è avvenuta l’intervista). L’attenzione, questo è sicuro, riaccesa, sarà dirottata dalla minaccia che incombe sul Pianeta alla sua persona e alla sua tesi. Rientrano nel gruppo di coloro che sono d’accordo con lui quelli che negano le cause antropiche del cambiamento climatico”. Vale a dire, secondo la Knuth, che chiunque legga nello schema genocidiario un comportamento ripetibile delle comunità umane è anche un negazionista climatico. Una tesi assurda, e anche abbastanza ridicola. “I contemporanei che vedono nel movimento per il clima solo figure sinistre, che non credono nella democrazia aperta e liberale, vedranno ora i loro sospetti confermati. Questa sarà la conseguenza (Wirkung) più amara della strampalata ribellione di Hallam”. C’è ben altro in gioco, purtroppo. 

Nel momento in cui entra in carica la nuova Commissione Europea con un piano clima (European Green Deal) che Greenpeace ha già definito, in un comunicato stampa del 29 novembre, “ad impatto minimo sul contrasto all’emergenza climatica”, il negazionismo non è prerogativa di chi inserisce l’Olocausto nella più ampia storia europea e mondiale; è invece “l’amara conseguenza” di un atteggiamento politico molto diffuso, che continua a tenere in vita modelli economici autodistruttivi. Il negazionismo è l’attitudine umana ad andare fino in fondo con i propri crimini. Nelle parole di Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu: «Si tratta di un programma ampio (ndr, lo European Green Deal), per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio”, ha detto Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu. 

PS – A corollario di questa conversazione sul genocidio, sarebbe auspicabile che la collega di DIE ZEIT e i benpensanti rileggessero quanto Karl Jaspers scrisse nel suo saggio La questione della colpa (pubblicato in Italia da Cortina nel 1996). Una raccolta di riflessioni sulla colpa della Germania che Jaspers dedusse da consultazioni pubbliche tenutesi nel 1945, a cui parteciparono persone di ogni tipo. Jaspers ebbe il coraggio di dire questo: “Se noi ci mettiamo ad indagare la nostra colpa fino alla sua fonte originaria, veniamo a trovarci di fronte all’umanità che nella forma tedesca ha assunto un modo caratteristico di diventare colpevole, ma che è una possibilità dell’uomo in quanto uomo”.

Roger Hallam sul coraggio di dire la verità al WorldWebForum.

I biscotti alla Nutella affossano la COP25 sul clima a Madrid

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Alba, Italia – Il successo strepitoso dei nuovi biscotti alla Nutella ha sconfessato la COP25 per il clima. Gli ha tolto legittimità con una fragorosa risata, prima ancora dell’inizio dei lavori il prossimo 2 dicembre. Nelle prime tre settimane di lancio del prodotto ne sono state vendute 2 milioni e 600mila confezioni. Una ironia atroce sta dietro questa operazione di marketing alimentare che ha il sostegno di un opinione pubblica assuefatta all’inerzia di pensiero e alla assenza totale di coscienza civile. Per capire cosa sta succedendo, dobbiamo mandare a memoria non gli ultimi dati sulle emissioni serra in continuo aumento pubblicati qualche giorno fa dalla World Meteorological Organization, ma la battuta di Jessica Chastain alias Elizabeth Sloane nell’omonimo film (2016). La Sloane deve corrompere un senatore degli Stati Uniti per ottenere l’affossamento di una tassa sull’olio di palma, provvedimento ecologista molto indigesto. Il senatore sarà accompagnato in Indonesia da una ong, per verificare sul campo quanto opportune siano le piantagioni di palma da olio per la crescita dell’economia indonesiana.  E allora Elizabeth chiede a un collega che lavora sulle abitudini del consumatore medio: per gli americani è più importante il sapone o i biscotti? Entrambi infatti contengono olio di palma e bisogna decidere se chiedere al cittadino modello di rinunciare all’uno o all’altro. Il collega è sbalordito e rimane muto. Commento della Sloane: visto? Nessuna reazione. 

Il cittadino medio è esattamente così. Negli Stati Uniti come in Italia. Ignora che l’olio di palma sia nella saponetta così come se ne frega del fatto che lo contengano i biscotti alla Nutella. Abbiamo deforestato il Borneo e portato all’estinzione l’orango per impiantare piantagioni estensive di palma da olio. Sappiamo da anni che la fame di questo tipo di olio vegetale (già nell’Ottocento la civilissima Europa lo usava per accendere le lampade) ha motivato la deforestazione delle foreste primarie del sud est asiatico. Non solo la gente continua a comprare questi biscotti. Li considera un ingrediente psicologico imprescindibile nella strategia di sopravvivenza quotidiana a delusioni professionali, frustrazioni amorose, tristezze croniche per opportunità irraggiungibili. Non conta nulla neppure che simili preparazioni iper zuccherate conducano dritti a una diagnosi di diabete. Non conta neppure che la tradizione culinaria italiana vanti dolci decisamente più buoni dei biscotti industriali della Ferrero. Non ha voce in capitolo neppure che sul mercato ci siano prodotti decisamente migliori ( anzi, a tal punto migliori della Nutella da funzionare come una illuminazione sulla via di Damasco per chiunque sia abbastanza  temerario e sveglio da provarli), come ad esempio la crema alla nocciole Baratti&Milano. In vendita, ebbene sì, rimarranno indignati i duri e puri, da Eatlaly. Forse è meglio dare due euro a Farinetti che contribuire allo smantellamento industriale della foresta tropicale. Del resto, Business Insider ha raccontato come dietro questi biscotti nemici del buon senso e del Pianeta ci sia una guerra occulta tra Barilla e Ferrero. Barilla ha rinunciato all’olio di palma nel 2016 e adesso ne va fiera, scrivendolo dappertutto. Ferrero no. Barilla ha tentato di imporsi lanciando la crema Pan di Stelle, che molte persone ritengono un inganno al palato. La ragione è che questa spalmabile, appunto, non contiene olio di palma, ma olio di semi di girasole. Altro gusto, altro retrogusto. E allora la faccenda comincia ad acquisire chiarezza.

La verità è che la Nutella è diventata uno status symbol politico, una presa di posizione contro gli avvocati difensori del Pianeta, delle specie a rischio, dei poveri delle baraccopoli, delle aziende per bene che impastano biscotti con olio di oliva e burro. Chi si schiera per la Nutella e i suoi biscotti se ne fotte allegramente del Pianeta in nome di una ideologia sbarazzina, da fast food, disincantata abbastanza da dimenticare che le foreste servono per viverci su questo Pianeta. Gli ambientalisti tradizionali rimangono al palo, troppo bravi ragazzi per dire una parola forte e chiara contro l’antidepressivo dei poveri.

Ma la Nutella fa vedere chiaro, forse troppo chiaro, nella narrativa corrente sui cambiamenti climatici. Il partito di giornalisti, industriali e piccoli editori che si apprestano a raccontare la COP25 di Madrid ripetono da sempre che i cambiamenti climatici sono una faccenda energetica, che per trovare soluzioni servono ingegneri e tecnici specializzati. La verità è molto diversa, e sono i biscotti della Ferrero a sbattercela in faccia. Stomachevole, ruvida, sgradita agli ambienti verdi dell’establishment ecologista, che per due decenni ha sostenuto che la catastrofe climatica l’avremmo risolta spostando tutto il settore energetico sulle rinnovabili (decisione da intraprendere, sia chiaro). Ma la catastrofe climatica non viene dal carbone e dal petrolio: per capirla è indispensabile invertire l’ordine causa-effetto del fenomeno. L’umanità occidentale ha virato sul carbone per emanciparsi da una vita bestiale, ossia dalla fatica mostruosa che era strappare alla terra il nutrimento quotidiano con il solo ausilio degli animali da lavoro. La spinta industriale, un evento prodigioso nel suo stesso potenziale distruttivo, ha come motivazione primaria il desiderio (vogliamo dirlo? sacrosanto ) di vivere meglio, in ambienti domestici riscaldati e puliti, con un arrosto in tavola la domenica. Il cambiamento climatico è il prodotto di scarto della catena di montaggio del benessere di massa. 

Ecco perché le persone non cambiano abitudini, ed ecco spiegato perché non si è mai arrivati ad una tassa sul carbonio o sulla plastica degna di questo nome. C’è una disponibilità psicologica ad usare fino alla fine ogni risorsa naturale per fare il proprio comodo, per godere, per sperimentare, per provare il brivido della novità. Ma davvero crediamo che chi compra i biscotti alla Nutella non abbia mai avuto la possibilità di leggere un solo, semplice articolo su deforestazione e olio di palma? Ma soprattutto: siamo così ingenui da pensare che questi clienti della Ferrero non abbiano alcun ruolo nella distruzione del sistema climatico terrestre solo per il fatto che non li producono loro i biscotti, ma chiedono ad altri di sporcarsi le mani? Il coinvolgimento personale nella catastrofe climatica è enorme, anzi, è a tal punto mastodontico che nessuna parte politica accetta di parlarne. Non si possono chiedere sacrifici al consumatore. Non possiamo dire alla gente comune che deve mangiare meno biscotti all’olio di palma, comprare meno vestiti in poliammide al Black Friday, rinunciare a qualche etto di crudo di Parma alla settimana. Se lo diciamo, questa è la Bibbia della politica di ogni partito e fazione, allora dobbiamo ammettere che, per evitare di visitare Venezia con la tuta da sub, ci tocca vivere tutti decisamente peggio di quanto pretendiamo. 

La sfida mai vinta dell’ambientalismo militante non è una semplificazione del linguaggio scientifico e nemmeno l’organizzazione di una lobby verde alternativa alla lobby del petrolio. Non esiste nessun cambiamento nell’azione civile che non sia preceduto da una conversione di coscienza, nell’intimo del proprio pensiero, dei propri sentimenti. Là dove ognuno si fa i fatti suoi con la piena protezione della privacy. E questo angolo di comfort che sono le nostre pretese psicologiche sul Pianeta Terra è dopato dal benessere di massa da secoli. Un secolo fa, Freud ha scoperto che entrambi gli atteggiamenti mentali che dirigono le nostre scelte più ostinate sono mortiferi: il godimento assoluto è in realtà pulsione di morte e il sacrificio a qualunque costo una forma letale di autolesionismo. Tra questi due estremi deve trovare un equilibrio la rivolta morale contro la catastrofe climatica. Perché il difficile è convincere due milioni e passa di italiani a non mangiare più i biscotti alla Nutella. 

PS checché ne dica Ferrero, l’olio di palma sostenibile è un grande inganno. La spinta a produrre in modo più rispettoso dell’ambiente ha spostato il business della palma sulle coste dell’Africa occidentale e nell’Africa centrale, con conseguenze devastanti per le comunità locali denunciate da alcuni attivisti anche a rischio della vita. Per saperne di più questo splendido reportage uscito su ENSIA. 

Roger Hallam non è un antisemita

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(Credits: raccolta fotografica Wannsee Museum, Berlin)

Amburgo, Germania – È giusto paragonare la distruzione, politicamente pianificata, del nostro Pianeta (tradotto: non fare nulla per fronteggiare la catastrofe climatica e la sesta estinzione di massa, lasciando che siano le prossime generazioni, morti compresi, a pagare i nostri debiti) con il genocidio dei cittadini europei di religione ebraica durante la Shoah? Roger Hallam lo ha fatto e io non credo che le sue affermazioni siano antisemite. Attorno questo interrogativo morale, dentro le scomodissime pieghe della nostra storia recente e attuale, Hallam, co-fondatore di Extinction Rebellion, si è mosso in una intervista rilasciata dal Galles, dove vive, al settimanale tedesco DIE ZEIT. L’intervista è uscita ieri, 21 novembre, sul numero in edicola (N° 48/2019), un pezzo firmato da Hannah Knuth e intitolato ““Fast eine normale Ereignis”, che tradotto significa “un avvenimento quasi normale”. Le riflessioni di Hallam, che adesso vedremo nel dettaglio, sono state immediatamente bollate, etichettate e spedite in rete come antisemite. Extinction Rebellion UK ha preso le distanze dal suo uomo di punta con un comunicato stampa: “XR UK denuncia senza riserve i commenti odierni del nostro co-fondatore Roger Hallam al magazine tedesco Die Zeit, fatte a titolo personale in relazione al lancio del suo libro. Le persone di origine ebraica e molti altri sono profondamente feriti dai commenti di oggi. Una audizione interna è stata avviata con il team di XR Conflict su come gestire il processo decisionale che affronterà la questione. Siamo per un approccio di riparazione e conservazione, preferibilmente, e tuttavia in alcuni casi l’espulsione è necessaria (…) Esprimiamo la nostra solidarietà ad XR Germany, alle comunità ebraiche e a tutti coloro che sono stati toccati dall’Olocausto, nel passato e ai giorni nostri”. 

Ma che cosa ha detto Roger Hallam? Secondo DIE ZEIT, avrebbe “relativizzato l’Olocausto”, parlando dei genocidi, e sostenendo che non faccia bene ai tedeschi considerare lo sterminio compiuto dai nazisti come un caso isolato: “La dimensione fuori scala di questo trauma può essere paralizzante. Può impedire che si impari qualcosa da quanto accaduto (The extremity of a trauma can create a paralysis in actually learning the lessons from it)”. Hallam ricorda come nei ultimi 500 anni siano accaduti ripetutamente eventi genocidiari: “Per essere onesti, si potrebbe anche dire: un genocidio è un avvenimento quasi normale (a regular event)”. E dunque l’olocausto è per Hallam “”just another fuckery in human history”, soltanto un’altra, disgraziata macchia nella storia dell’umanità. Alle 10.38 del mattino di ieri lo stesso DIE ZEIT ha ripreso ancora la notizia, stavolta pubblicandola in inglese. 

Nell’intervista, Hallam aveva paragonato i fatti europei con i fatti africani occorsi durante il periodo coloniale: “Il fatto è che milioni di persone sono state uccise in circostanze estremamente cruente, con regolarità, nel corso della storia (millions of people have been killed in vicious circumstances on a regular basis throughout history)”, ad esempio in Congo, per mano belga, nel XIX secolo ( chi volesse saperne qualcosa di più, da una voce che nulla ha a che fare con la manipolazione politica, legga Gli anelli di Saturno di W.J.Sebald). 

Ora, che il genocidio sia un evento ripetuto e ripetibile nella storia umana, non è una ipotesi strampalata o tendenziosa di Roger Hallam, ma una riflessione storico-sociologica da parecchi anni. Ricordo il lavoro di Jacques Sémelin, Purificare e distruggere (Einaudi), che indaga lo “schema genocidiario” tra Germania, Rwanda e Yugoslavia, individuando più di un parallelismo tra questi differenti scacchieri geografici. Ecco il frontespizio del volume pubblicato da Einaudi: “Risultato di piú di vent’anni di ricerche e analisi sul tema della violenza, delle sue espressioni estreme, dei suoi usi politici e degli esiti che hanno scandito la storia del XX secolo, questo libro si propone di reperire una logica, per quanto atroce e terribile, nell’inferno dei genocidi”. Leggere lo sterminio programmato degli ebrei europei (e della civiltà yiddish, che il solito stuolo di benpensanti mai cita probabilmente perché ignora lo splendore della cultura yiddish spazzata via per sempre dalla faccia della Terra) come accadimento isolato, metafisico, unico non è neppure la posizione di Zygmunt Bauman, che in Olocausto e Modernità (Il Mulino), opera coraggiosa e controcorrente, che infatti siamo in pochissimi a citare quando si tratta di Nazismo, sostiene che l’Olocausto non sia un fallimento della Modernità, ma un suo prodotto. Bauman dice in questo suo libro qualcosa che non ci piace per nulla sentirci dire, e cioè che siamo fatti, noi Moderni, della stessa materia e matrice da cui vennero fuori i cittadini comuni tedeschi che aderirono al regime e contribuirono così allo sterminio. E io credo che Hallam intendesse proprio qualcosa del genere, arrischiandosi ad affermare che il genocidio è stato uno strumento di espansione  dell’Europa (Americhe, Africa ed Asia), un meccanismo di imposizione della supremazia europea (conferenza di Berlino del 1884), uno strumento di affermazione dell’economia capitalista globale (colonialismo a partire dal 1500). Una posizione intellettuale che personalmente ho spesso difeso qui su Tracking Extinction e che ritengo indispensabile per mettere bene a fuoco il destino ecologico che abbiamo davanti a noi. 

Sono temi e fatti scomodossimi, che incutono in tutti noi vergogna e rabbia ( la rabbia di colui che sa di aver commesso un crimine, ma non è disposto ad assumersi la responsabilità della sua colpa), nonostante proprio in Germania da qualche anno vengano affrontati quanto meno pubblicamente. 

Nel 2016-2017 la spettacolare mostra al DHM sull’Unter der Linden “Deutscher Kolonialismus”, ha raccontato lo sterminio degli Herero, in Namibia; lo Humboldt Forum (il prossimo museo di etnografia e arte africana), per ora ancora cantiere aperto, ha suscitato un dibattito infinito e finalmente fertile sulle azioni e le intenzioni europee in Africa, e non più tardi di questa primavera DER SPIEGEL ha pubblicato uno speciale, Von Herren und Sklaven – wie die Europaer die Welt unterjochten ( Signori e Schiavi – come gli Europei hanno sottomesso il mondo) coerente con tutto questo. In questo volume, compare anche una intervista al professor Juergen Zimmerer, che insegna storia all’Università di Amburgo ed è una autorità rispettata e riconosciuta negli studi sull’Africa, il colonialismo e i genocidi. A Zimmerer è stato chiesto se i tedeschi non soffrano di una “amnesia coloniale”, visto che quasi nessuno sembra ricordare che la Germania, prima del primo conflitto mondiale, era una potenza coloniale: “è stato a lungo così, ma qualcosa sta cominciando a cambiare. Con il colonialismo le cose non vanno come per il nazionalsocialismo, si è sviluppato un atteggiamento a malapena critico (…) A mio parere, la storia coloniale tedesca non finisce nel 1919, ma nel 1945. La politica nazionalsocialista si limitò a cambiare il luogo del colonialismo, perché adesso l’obiettivo si chiamava Europa orientale. Hitler descriveva la Russia come la nostra India”.  E a proposito del genocidio degli Herero in Nambia, Zimmerer ricorda che il generale Lothar von Trotha, l’esecutore materiale della repressione della rivolta e delle uccisioni di massa, “già nel 1897 riteneva che fosse in corso una guerra razziale tra Europei ed Africani, che si sarebbe conclusa con lo sterminio o di una parte o dell’altra. Si trattava evidentemente del concetto di terrore razziale”. 

Se vogliamo attenerci al nostro contesto nazionale, in Italia, posizioni analoghe sui diversi genocidi sono note, dal momento che appartengono ormai al patrimonio storiografico contemporaneo, da anni. Faccio solo un esempio: nella enciclopedia sulla storia della Shoah pubblicata da UTET nel 2005, il primo volume è dedicato alla Crisi dell’Europa, lo sterminio degli ebrei e la memoria del XX secolo e contiene contributi dei più vari e articolati sulle premesse politiche, ideologiche e coloniali che portarono al genocidio ebraico, mostrando come prima degli anni Trenta le nazioni europee avessero già sperimentato comportamenti genocidiari fuori dai nostri confini, lontano dalla nostra zona di comfort, in Africa, ad esempio. Un titolo per tutti: il saggio di Isabel Hul “Cultura militare e ‘soluzioni finali’ nelle colonie: l’esempio della Germania guglielmina”. 

La domanda che dobbiamo porci allora è: per quale motivo Roger Hallam di Extinction Rebellion è stato messo alla gogna? Per quale motivo non è più lecito tentare una valutazione complessiva della nostra storia fuori da categorie religiose, mistiche, mitologiche, e dirci invece, faccia a faccia, chi siamo veramente e con quali intenzioni criminali ci apprestiamo a consegnare alle future generazioni un Pianeta distrutto? Perché dobbiamo vivere questa forma di pudore auto-censurato, una forma di pigra flagellazione della nostra stessa coscienza, sentendoci dire che non ci è consentito coltivare il massimo rispetto per le vittime della Shoah, per ogni singolo uomo, donna e bambino ebreo morto per mano nazista senza però rinunciare a denunciare gli schemi omicidi che stanno dietro l’apatia politica sulle faccende ambientali? Non siamo di fronte, magari, ad un altro caso Handke, accusato di nefandezze mai dette, per la sola colpa di aver scritto idee e pensieri non allineati con le stesse narrative potenti dei giornali potenti, compromessi con la politica fino al collo, che ci stanno portando a un Pianeta a + 4°C, + 5 °C ? 

E diciamo allora una parola anche sul trauma. Tutti noi sappiamo che un trauma prende in ostaggio il futuro. La storica Marianne Hirsch lo chiama “post memory”: la relazione con il passato già accaduto che la generazione successiva all’evento traumatico porta ancora con sé, come fatto personale, ma anche collettivo e culturale, fino al punto che il ricordo, la memoria, formano il presente con una intensità attualizzata, fatta di storie, immagini e comportamenti. La storica britannica Olivette Otele ritiene che una attitudine psico-emotiva di questo tipo coinvolga anche le memorie coloniali e successive alla fine della schiavitù. La psicoanalisi non ci dice forse la stessa cosa, quando prova a far chiarezza sulle sofferenze che non riusciamo ad elaborare? Siamo nel XXI secolo e abbiamo dietro di noi secoli di atrocità: la nostra coscienza contemporanea è fatta di traumi, di proiezioni, di omissioni, di rimozioni. Ammetterlo ci potrebbe aiutare a progettare un futuro diverso, mentre demonizzare questa condizione della mente umana, collettiva, di oggi, del nostro scottante presente, porta solo carburante al motore del vero negazionismo, quello che presuppone di continuare a compiere omicidi di massa con il beneplacito della società di massa. 

La Germania (e l’Europa) mandano in pensione il Faust di Goethe

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Tra gli animali in via di estinzione andranno presto annoverati anche i lettori di Goethe. Dal 2021 nel Nordrhein Westfalia il Faust, avverte un editoriale uscito lo scorso 13 ottobre sulla edizione on line del settimanale DIE ZEIT, sarà fuori dal canone di opere letterarie indispensabili per conferire l’Abitur. Sì a Lessing, Kleist e Schiller, ma non al capolavoro di Goethe. In Germania, l’Abitur è l’esame che bisogna sostenere al termine di un percorso scolastico analogo al liceo, ma molto più serio e impegnativo, ed è indispensabile per accedere all’università. Finora l’Abitur è stata una garanzia di una formazione scolastica di alto livello, e di tutto rispetto. Il dibattito scolastico tedesco è ovviamente federale, non ci riguarda, ma questa decisione getta una lunga ombra sul destino dell’Europa, sulla strada che abbiamo imboccato e sulle conseguenze collettive che ne deriveranno. E la questione, diciamolo subito, non riguarda affatto né malinconie nazionaliste, né simpatie politiche di destra, né passioni malsane per una identità intrisa di orgoglio farlocco. Qui la questione riguarda la scelta di tutelare il diritto delle nuove generazioni ad acquisire strumenti critici fondamentali a comprendere il presente, che, guarda caso, non è certo epoca tranquilla e confortevole, ma aperta ad un esperimento mortale senza precedenti storici che prende la forma della catastrofe ecologica.

Ci sono molte visioni, e opinioni, su ciò che andrebbe intrapreso per aumentare il consenso dell’opinione pubblica attorno alla emergenza climatica, e alla crisi di estinzione. Le ipotesi si spostano dalla militanza attiva, alla disobbedienza civile, alla disponibilità costante di informazioni attendibili sui mezzi di informazione, anche qualora emittenti televisive ed editori siano controllati da gruppi economici compromessi con i settori dei combustibili fossili e la loro rete di interessi sovranazionali. Ma ciò su cui raramente si discute è la rilevanza assoluta di una istruzione robusta nella capacità personale di mettere a fuoco la catastrofe. 

In Italia, come ha ricordato di recente il giurista Sabino Cassese a Piazza Pulita, ci sono 30 milioni di persone che sono analfabeti funzionali, ossia uomini e donne (anche giovani) privi delle competenze linguistiche e concettuali necessarie per leggere un libro e scrivere in linguaggio essenziale che cosa hanno fatto in un qualunque giorno lavorativo. Il problema, tuttavia, esiste anche in Europa, ed è stato il filosofo francese Alain Finkielkraut a meglio inquadrare questa tendenza generale. In una trasmissione radiofonica del 2007 (pubblicata in Italia per Spirali Edizioni con il titolo Che cosa è la Francia ?) Finkielkraut discusse, con diversi ospiti, del problema della fine dell’ammirazione per il passato, e della sua aura ispiratrice, nelle menti e nei cuori delle nuove generazioni. Il punto di partenza della sua indagine era lo scollamento evidente, nella società francese, tra i modelli classici della Repubblica, modelli civici e politici, e il tessuto sociale disoccupato, di origine musulmana, o semplicemente di classe operaia autoctona, che non trova più nessun motivo di appeal né in Racine né in Hugo né in De Gaulle. Gli ospiti di Finkielkraut intessono, puntata dopo puntata, un dialogo sconcertante su una nuova condizione culturale europea e francese: la disidratazione del pensiero critico e il crollo del principio di realtà, nutriti da un disinteresse pressoché totale per opere dell’ingegno, pittoriche e letterarie, considerate paccottiglia noiosa e ormai muta. È in altre parole quella condizione che qui, su Tracking Extinction, io ho definito più volte morte del passato. 

Nel corso del programma lo storico Pierre Nora la descrisse così:  “C’è una sorta di solidarietà tra passato e avvenire. Gli schemi di intelligibilità del passato erano un tempo funzione della prescienza o del presentimento che si aveva dell’avvenire. Potevano quindi essere gli schemi della restaurazione, quelli del progresso o quelli della rivoluzione. Questi tre schemi di intelligibilità del passato sono diventati tutti ampiamente caduchi. ” Era d’accordo il semiologo Paul Thibaud: “Oggi l’avvenire è ciò che difendiamo contro il passato. Il paradosso del nostro tempo è che faccia a faccia con il passato c’è un certo rifiuto del debito”. Di nuovo Pierre Nora: “Si può parlare di una crisi della filiazione. Abbiamo la sensazione di essere brutalmente tagliati fuori e separati dal passato. Forse non c’è mai stata una rottura simile nella storia dell’umanità, salvo al momento del Rinascimento o della fine dell’Antichità. Un tempo sapevamo di chi eravamo figli, mentre oggi siamo figli di tutto e di nessuno”. E quindi Finkielkraut: “Credo si potrebbe tornare ancora una volta a Renan per chiarire ulteriormente la distinzione tra nazione storica e nazione memoriale. Eredità e progetto nel contempo, la prima associa la presenza del passato (avere fatto grandi cose insieme) alla preoccupazione dell’avvenire (volerne fare ancora). La seconda disattiva l’eredità rendendo il passato al passato e ostentandolo come puro spettacolo”. 

Anche la messa in pensione del Faust di Goethe è destinata a funzionare come una operazione politica orientata a disinnescare la bomba del pensiero critico. Le opere complesse hanno questo vantaggio, permettono di riconoscere la propria complessità di esseri umani, e quindi la difficoltà intrinseca nei processi decisionali. Sapersi corruttibili, fragili ed enormemente avidi, ossia umani, è indispensabile per affrontare l’esperienza del mondo in un modo emotivamente maturo. Il pensiero critico proviene dalla comprensione della complessità irriducibile delle cose del mondo. Se leggiamo il Faust, ci accorgiamo che questi elementi sono calibrati in una alchimia poetica non solo potente, ma archetipica e moderna: Faust non è un uomo alla ricerca di qualcosa che non gli appartiene, ma che pur desidera. Al contrario, è uno stimato scienziato e medico che però vuole di più ed è disposto a vendere l’anima al Demonio pur di mettere a tacere la frustrazione insaziabile di non sapere tutto, di non potere tutto. Quando gli riesce, con il maleficio satanico, di diventare quasi onnipotente non esita a suggerire a Mefistofele di sbarazzarsi di due poveri vecchi che con la loro capannuccia e i loro tigli in fiore gli impediscono di costruire una torre che svetti sopra il cielo del cosmo. Altro che un vecchio dalla rinomata rispettabilità professionale in piena crisi di mezza età, che finisce con il sedurre, in puro stile MeToo una ragazza di una classe sociale decisamente inferiore alla sua, come lo descrive lo ZEIT parafrasando il riassunto che ne farebbero gli adolescenti tedeschi di oggi. Questo è il manager di una corporation strafatto di cocaina con un caveaux zeppo di capolavori, come il Virgil di Tornatore in La migliore offerta. 

Oggi istituzioni culturali e ministeri dell’istruzione sono impegnati a svilire l’istruzione perché sanno benissimo che annientare il pensiero tragico (ossia lo sguardo smagato, dialettico sul mondo) è la formula indiretta della costruzione di una obbedienza inattaccabile. I giovani italiani e tedeschi non leggono Faust, forse, non perché Faust sia obsoleto, ma perché si insegna loro che il sublime è faccenda da profumeria e cosmesi, da Instagram insomma, e non dimensione neuropsicologica del loro cervello altamente complesso. Lo scopo ultimo della semplificazione è relegare nell’oblio il carattere faustiano di Homo sapiens, per non doverci accorgere che, su questo Pianeta, siamo diventati dei mostri. Perché anche in questo orrore c’è del sublime: una specie tra specie, che fino a 40mila anni fa conviveva con qualcuno di diversissimo da noi, il Neanderthal, noi, signori e signori, una specie figlia di una alchimia enigmatica di clima, geni e puro caso, che però ha disintegrato il suo stesso contesto vitale. Senza neanche bisogno di Satana. 

Il traffico di specie selvatiche è più ampio del previsto e coinvolge l’intero albero della vita

White-rumped Shama - Credit Gabby Salazar
(Uno sciama groppabianca in vendita in un mercato di Yogyakarta, Java, Indonesia)

Indonesia, Mar della Cina – Il commercio di specie selvatiche (per cibo di lusso, preparati della medicina tradizionale e animali da compagnia) rappresenta una delle cause più rilevanti di estinzione dei vertebrati su scala globale, e sta peggiorando, avverte uno studio appena uscito su SCIENCE (Global Widlife Trade Across the Tree of Life, 4 October 2019). Le stime complessive, elaborate sui dati disponibili per la IUCN e la Cites Red List, sono del 40-60% peggiori di quanto ci si aspettasse. Ogni anno, migliaia di piante ed animali selvatici vengono prelevati dai loro habitat per soddisfare una domanda di mercato definitiva dagli autori “insaziabile”. Il traffico illegale fattura dagli 8 ai 21 miliardi di dollari annui ed è uno dei business più ramificati e redditizi del mondo. 

“Il commercio di specie selvatiche coinvolge, in media, il 18% dei vertebrati rimasti sulla Terra. Il nostro censimento mostra che 5579 delle 31.745 specie di vertebrati vengono messi in commercio, con una percentuale più altra tra gli uccelli (23% su 10.278 specie) e tra i mammiferi (27% di 5420 specie) rispetto invece a quanto accade ai rettili (12% di 9563 specie) e agli anfibi (9% di 6484 specie)”. 

Da un punto di vista geografico, la mappa del traffico riserva delle sorprese. Da anni la preoccupazione dei ricercatori è concentrata sul sud est dell’Asia, ma ormai sono al centro del commercio anche il Sud America, l’Africa centrale e sud orientale, e addirittura l’Himalaya. Bisogna considerare che stiamo parlando degli ultimi bacini particolarmente ricchi di biodiversità di questi continenti, soprattutto per quanto riguarda gli uccelli, come è il caso delle Ande, per via di ciò che rimane della foresta Atlantica, e dell’Amazzonia orientale per gli anfibi. L’Africa, invece, e il Madagascar e pure l’Australia esportano maggiormente mammiferi catturati illegalmente. La caccia al “pet” esotico è una prerogativa dei tropici, ma ancora una volta raggiunge ormai l’Himalaya. 

Lo studio tuttavia riesce a gettare luce su un aspetto ancora più importante di questo tipo di traffico, di cui si parla troppo poco: “le specie emblematiche (ndr, come il rinoceronte o i grandi felini, o il pangolino) rappresentano solo una piccola, benché ben pubblicizzata, parte del commercio di specie animali. Se cambiano le preferenze culturali, il traffico di wildlife può molto rapidamente condurre una specie sino all’estinzione”. Questo avviene perché il mercato risponde al capriccio della moda e nessuna specie è davvero al sicuro. I flussi di denaro, e quindi la cattura, si spostano a seconda dei gusti dominanti, con un effetto di espansione della minaccia incontrollabile. Un esempio di tutto questo è la crescente richiesta del “casco” osseo simile all’avorio del bucero dall’elmo (Rhinoplax vigil), un uccello endemico della Malesia e dell’Indonesia. A partire dal 2012 ne sono finiti in vendita decina di migliaia e ora la specie è criticamente minacciata. In pratica, commercializzata fino all’estinzione. 

Il fatto che gli esseri umani non si facciano scrupoli nello sfruttare le specie che risultino eccentriche o particolari per i gusti di compratori benestanti delle megalopoli urbane del Pianeta ha però delle conseguenze macro-evolutive. In pratica, il commercio illegale di animali selvatici ha un impatto diretto sul futuro di intere famiglie animali, perché il prelievo funziona come una potatura selettiva dell’albero della vita. Quando una specie è esaurita, si passa tranquillamente ad una delle stessa famiglia, o dello stesso genere, con caratteristiche affini per il piumaggio, il pelo, il canto. Si insiste cioè sulla “prossimità evolutiva” delle specie, che, essendo simili da un punto di vista biologico, possono rimpiazzare senza troppe difficoltà i parenti già estinti. 

Java Sparrow - Credit Gabby Salazar
(Passeri di Java in vendita nel mercato di uccelli canori di Purwokerto, Java, Indonesia)

“A dispetto di uno sfruttamento molto vasto, gli esseri umani tendono a focalizzarsi su specifici individui dell’albero della vita, che possono essere indicati come significativi indicatori filogenetici nel commercio di animali selvatici attraverso tutti gli ordini (taxa). La mancanza di un prelievo casuale nel traffico illegale, sull’intero albero della vita animale, implica una particolare sensibilità per alcuni clade selezionati (ndr, un clade è un gruppo di specie con caratteristiche simili)”, aggiungono gli autori. “Abbiamo verificato che le specie con una grande massa corporea sono più commercializzate di quelle più piccole (…) e che quindi la probabilità di finire nella rete del commercio è positivamente correlata alla taglia dell’animale”. Ma soprattutto, bisogna tenere presente che “nel corso dei millenni, le società umane primitive hanno sempre insistito sulle specie molto grandi cacciando per la propria sussistenza, un comportamento che ha modificato gli schemi bio-geografici che osserviamo oggi nella stazza dei grandi animali del Pianeta. La nostra analisi mostra che questo schema continua ancora oggi, con gli umani moderni, grazie al commercio di specie selvatiche”. Questo significa che in Antropocene valgono ancora i modi di sfruttamento delle faune del Pianeta che, nel Pleistocene, hanno annientato la megafauna. Su di una piano strettamente ecologico, il carattere da super-predatore di Homo sapiens continua dunque ad esprimersi secondo modelli economici consolidati, sia nella Preistoria che nella storia propriamente detta. È il paradigma di estinzione, che corrisponde ad un inarrestabile, almeno finora, paradigma di espansione. 

Il riconoscimento dei tratti somatici maggiormente ricercati permette dunque di avanzare ipotesi attendibili sul rischio di commercializzazione di specie finora al sicuro: “Abbiamo identificato tra le 303 e le 3152 specie a rischio in conseguenza della loro similarità filogenetica con i loro conspecifici già sul mercato (….) Considerata la massa corporea, sono già a rischio tra le 11 e le 35 specie di mammiferi”. 

David P. Edwards, docente di Conservation Science alla University of Sheffield, Regno Unito, tra gli autori dello studio, sulle implicazioni che tutto questo ha sulla conservazione delle specie in un prossimo futuro: “Il commercio di specie selvatiche è uno dei maggiori driver della attuale crisi di estinzione, in tutto il mondo, e può rapidamente spostare una specie da una condizione di minaccia molto piccola ad un rischio di estinzione reale. Ad esempio, il verdino grande (ndr, un magnifico uccello verde smeraldo) era considerato con ‘minima preoccupazione’ dalla IUCN nel 2012, fino a quando questa specie vinse il concorso per uccelli canori President’s Cup in Indonesia. É stato inserito nella lista dei ‘minacciati’ sette anni dopo. Abbiamo bisogno di una più marcata attenzione sul commercio delle specie selvatiche all’interno della revisione degli Obiettivi di Aichi. Questo dovrebbe includere finanziamenti da parte dei governi per rafforzare il monitoraggio del commercio effettuato dalla IUCN, in modo da identificare i rischi più rapidamente. Ovvio, servirebbero molte più risorse per affrontare il commercio nei suoi vari aspetti, man mano che emergono, e per avere una comprensione più profonda di come potrebbe essere un prelievo sostenibile e legale. Sul modello, ad esempio, delle quote di pesca in Europa o delle quote di permesso di caccia sull’alce e l’orso negli Stati Uniti”. 

(Photo Credits: Brett Scheffers, Department of Wildlife Ecology and Conservation, University of Florida, tra gli autori dello studio).

Zambia, i leoni si spostano tra il Kafue e il Luangwa nonostante fattorie, villaggi e campi coltivati

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(un campione di pelle di quelli analizzati per la ricerca. Credits: Caitlin J. Curry)

Sta accadendo qualcosa ai leoni dello Zambia. Nel Paese ce ne sono circa 1200 su 200mila chilometri quadrati di savana. Non è poco, considerato che la specie ha perso ormai il 75% del suo home range originario. Ma lo studio sul DNA mitocondriale di 409 individui uscito su PLON ONE (Genetic analysis of African lions (Panthera leo) in Zambia support movement across anthropogenic and geographical barriers) ha dimostrato ancora una volta che per parlare seriamente del futuro del leone dobbiamo parlare del futuro dello spazio. Gli autori della ricerca, Caitlin Curry della Texas A&M University, Paula White della University of California e James Derr sempre della Texas A&M University, sono riusciti a documentare con analisi genetiche che i leoni dello Zambia sono già divisi in due sub-popolazioni, che corrispondono alle loro aree protette di residenza: la Luangwa Valley Ecosystem, nella parte orientale del Paese, e il Kafue National Park, ad occidente. Benché lontane e separate anche sotto il profilo genetico, tra queste due popolazioni c’è però una continuità. Alcuni leoni maschi si sono spostati tra il Luangwa e il Kafue aprendo la pista ad un flusso genico sorprendente che si riteneva impossibile viste le condizioni geografiche del territorio in questione.

Il Kafue è un “sistema” di aree sotto una qualche forma di protezione e regolamentazione giuridica, essendo circondato da un mosaico di game reserve ( Game Management Areas), come il Grande Kruger in Sudafrica. Tanto il Kafue quanto il Luangwa sono considerati “lion stronghold” e cioè popolazioni numericamente abbastanza numerose da essere cruciali per il futuro della specie perché ancora lontane dal rischio (fatale) di inbreeding. Nelle roccaforti si può ancora tentare un ragionamento di protezione della specie sui tempi lunghi. E però tutto quello che sta tra i due parchi nazionali è un “patchwork antropogenico di città e fattorie considerato inabitabile per i leoni”. 

L’evidenza della diversità delle due sub-popolazioni, nel complesso, è un risultato sicuramente prevedibile: come ogni altra specie anche le caratteristiche genetiche del leone tendono ad essere influenzate dalla caratteristiche geografiche dei propri habitat, e quindi a differenziarsi. Tutti i grandi felini altamente plastici, come il giaguaro e la tigre, sono stati capaci, nella loro lunga storia evolutiva, di colonizzare interi continenti. I leoni del deserto della Namibia hanno un adattamento specifico, così come lo avevano quelli della catena montuosa dell’Atlante, abituati al freddo e alla neve in inverno. Questo è il motivo fondamentale per cui il crollo numerico della specie negli ultimi venti anni ha assottigliato la diversità genetica della specie e quindi la possibilità di fronteggiate i cambiamenti ecosistemici dovuti al riscaldamento del Pianeta previsti per i prossimi decenni. Cambiamenti che modificheranno i landscape africani in cui, oggi, poche migliaia di leoni ancora prosperano. La ricerca conferma dunque che ogni habitat rimasto possiede caratteristiche irripetibili, un fattore determinante nel patrimonio genetico della popolazione di leoni che ci abita.

“La valle del Luangwa nello Zambia orientale è una propaggine del sistema della Grande Rift Valley. Questa regione sembra esercitare un effetto di isolamento geografico, come mostra la presenza di alcune possibili sottospecie endemiche, ad esempio lo gnu di Coockson (Connochaetes taurinus cooksoni) e (forse) la giraffa di Thornicroft (Giraffa camelopardalis thornicrofti) e una sottospecie di zebra endemica dello Zambia che ha un pattern di strisce unico (Equus quagga crawshayi)”, spiegano gli autori. Nell’intero Paese proprio la giraffa è presente solo nel Luangwa, il che rende questo parco fatalmente importante per la biodiversità della regione. 

Mentre il DNA mitocondriale (trasmesso dalla sola madre) non mostra evidenze di un flusso di geni tra le due sub-popolazioni, l’analisi dei geni nucleari suggerisce invece che ci sia un flusso genico dei maschi (male mediate gene flow). I geni delle femmine, che rimangono anche da adulte vicine al gruppo in cui sono nate e cresciute, confermano la presenza storica delle due popolazioni ciascuna nel proprio parco nazionale; mentre è invece chiaro che alcuni maschi, spostandosi attraverso la “terra di mezzo” di insediamenti umani e fattorie, hanno innescato un processo di rimescolamento genico, che corrisponde ad un arricchimento, sui tempi lunghi, di entrambe le popolazioni. 

I 446 campioni analizzati (peli, pelle, ossa, tessuti vari) sono stati forniti da The Zambia Lion Project (ZLP) e raccolti durante il periodo 2004-2012 insieme alla Zambia Wildlife Authority anche nelle game area contigue ai due parchi nazionali. 

Caitlin Curry, raggiunta via mail: “Sì, i leoni hanno bisogno di spazio per potersi spostare e richiedono molto di più di quanto forniscono loro le aree protette. Aver capito che i leoni si muovono nonostante le barriere che li costringono entro certi limiti è davvero importante per il futuro della conversazione. I leoni hanno infatti grandi home range e possono camminare anche per centinaia di migliaia di chilometri se non viene loro impedito. L’aumento dell’influenza umana ha frammentato l’habitat del leone con la conseguenza che la dispersione dei maschi è diminuita e così anche il flusso genico. Se le popolazioni rimangono del tutto isolate le une dalle altre, la diversità genetica diminuisce e si verificano le condizioni per la riproduzione tra consanguinei. Alla fine, questo conduce dritto ad un crollo della popolazione con effetti nocivi sulla salute. Bisogna mantenere il flusso genico, specialmente quando si tratta di una specie che deve poter contare su vasti territori”. 

La storia dei leoni dello Zambia ci dice che non sempre i conti degli esseri umani corrispondono alle reali necessità di una specie. L’ecologia reale di una specie può deludere le nostre aspettative, che quasi sempre vorrebbero definire matematicamente gli habitat senza tener conto della imprevedibilità della vita e anche del talento adattativo di predatori complessi e intelligenti come i grandi felini. 

( in Zambia è legale la caccia da trofeo; in teoria gli introiti e le revenues dovrebbero andare in parte anche alle comunità locali, ma pare che dal 2016 il circolo virtuoso di denaro contante si sia interrotto. Riporta infatti AFRICA GEOGRAPHIC: “In a statement (see end of article) issued to the media by the CRBs, communities have received no concession fees since 2016 and no hunting revenue since 2018. The statement points out that by law, the CRBs are entitled to 15% of the concession fees and 45% of the hunting revenue, while the chiefs who run the communities receive 5% of both. The CRBs use these funds to support employment of over 1,000 community scouts, community coordinators and bookkeepers, and to support community development projects (including the establishment of bore holes, schools and clinics) in the game management areas (GMAs)”. L’articolo completo a questo link. 

A chi fa comodo Fridays for Future

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(una shopping bag di Comme des Garcons in polipropilene, un derivato del petrolio, fabbricata in Vietnam e venduta alla Rinascente a 128 euro)

Vigliacchi di ogni genere hanno infine deciso di dire la loro sugli scioperi scolastici del venerdì, che avrebbero l’ingrato ma obbligato compito di risvegliare la coscienza civile assopita dallo shopping permanente sul fatto che si stanno sciogliendo Artico e Antartide. I più scettici, i più indifferenti, i più sdegnosi han deciso di sbattere in prima pagina i giovani rivoltosi, per far vedere che sì, si sono accorti che è una notizia. Alessandro Sallusti chiosa a StaseraItalia (Rete4): “Greta non vuole nemmeno i pannelli solari”. Enrico Mentana, che, a suo dire, fa un telegiornale tutto politico e quindi il Pianeta che cosa volete che c’entri, ieri ha raccontato del venerdì di protesta con la saggezza dei capelli bianchi: “Molti di quelli che criticano questi ragazzi negli anni ’60 erano in piazza con uno spirito di rivolta meno pacifico di quello di questi studenti”. Giampiero Mughini, sempre a StaseraItalia, ha elogiato il diritto all’aria condizionata come conquista di civiltà. Qualcosa è dunque cambiato davvero, se Mentana, che ha sempre ignorato Extinction Rebellion, si è accorto che siamo sull’orlo di un baratro? Non credo. Penso invece che l’attenzione di certo giornalismo dovrebbe mettere i dirigenti del Fridays for Future sul chi va là; se il potere, qualunque esso sia, ti fa la corte, è perché gli piaci troppo. Non gli dai fastidio, ha bisogno di te per continuare a fare le sue porcate. 

Fridays for Future è diventato, stiamo parlando del dibattito politico in Italia, un palcoscenico per l’ambientalismo ormai stereotipato, e sterile, che finalmente, aggrappandosi agli slogan di nuova generazione, riesce nell’impresa di darsi uno smalto fresco di fabbrica. Premessa obbligatoria per chi desideri continuare a leggere: le cose che dice Greta Thunberg sono sacrosante e se lei ha il privilegio di dirle alle Nazioni Unite fa bene a dirle. È anche comprensibile che una sedicenne parli con le lacrime in gola del suo futuro senza spazi selvaggi, branchi di balene e foreste boreali. Ma il modo in cui Fridays for Future si sta creando il suo spazio nel nostro Paese di ombre ne ha eccome, ombre che, probabilmente, hanno la le loro ragioni anche nella inevitabile immaturità adolescenziale di chi, vista la sua anagrafica, non può ancora avere una visione ben calibrata della situazione complessiva del Pianeta.

Parliamo intanto di come fa un movimento praticamente vergine a farsi conoscere (lasciamo perdere il miracolo dei social media: Extinction Rebellion lo ha dimostrato, serve un ufficio stampa professionista per piazzarsi nella testa della gente comune). A Milano il movimento ha accettato di essere rappresentato pro bono da Green Media Lab di via Savona, una agenzia di comunicazione di un certo prestigio che copre anche marchi come Patagonia. E che lavora a stretto giro con LifeGate, uno dei business più all’avanguardia nel far convivere sviluppismo capitalista, greenwashing e content marketing green. Lo scorso 24 maggio Fridays for Future Milano aveva già dato prova di ammiccare con compiacimento a questo tipo di retorica ambientalista molto pragmatica (perché continuare a parlare di sviluppo arricchisce il gradiente di modernità e moda dei manager all’avanguardia) partecipando ad una tavola rotonda in Triennale con Simone Molteni, direttore scientifico, appunto, di Lifegate. In quell’occasione Molteni disse: “L’incontro in Triennale è la prima occasione per passare da una pura protesta ad una fase costruttiva (…) Le aziende hanno una opportunità di dimostrare che possono cogliere l’occasione per essere veri agenti del cambiamento”. Tradotto: a neanche un anno dalla fondazione in terra di Svezia degli scioperi per il clima il movimento è già chiamato ( dall’alto dei poteri economici controllati dagli adulti, guarda caso) a passare dalla rabbia ai fatti, dalla protesta alla burocrazia, dalla occupazione degli spazi pubblici ai permessi di libera manifestazione. Che ci sia dell’ingenuità pazzesca nell’aver accettato un invito del genere, è fuori di dubbio. Mai si è visto nella storia dei partiti più o meno organizzati della dissidenza autentica una genesi così rapidamente degenerata in giocattolo di potere nelle mani dei soliti noti. Opporsi significa opporsi, e cioè avere il coraggio di dire, io non ci sto, e ne pago le conseguenze. Farsi accettare nei salotti eleganti della borghesia milanese (la stessa che prende voli intercontinentali a iosa) non esprime abilità nel negoziare, ma è invece un atto di clamorosa insufficienza politica. E il punto è proprio questo: bisogna maturare politicamente per esprimere una visione del mondo. Extinction Rebellion non è organizzata da un pugno di adolescenti con le magliette di Calvin Klein, ma da gente con i capelli bianchi come Roger Hallam. 

Sempre nella giornata di ieri Massimo Cacciari, uno dei pochi pensatori veri di questo Paese, persona coltissima, con pubblicazioni Adelphi e non Edizioni Ambiente, ha sputato fuori proprio questa opinione (per criticare il mondo bisogna sapere di cosa si sta parlando) in una intervista al corriere.it (Sciopero clima, Massimo Cacciari: “Se continuiamo ad affrontare i problemi alla Greta, siamo fritti”): “I problemi non si affrontano in termini ideologico-sentimental-patetico (…) Non è dicendo mi avete rubato i sogni che si affrontano i problemi. Piuttosto capendo i problemini che sfuggono totalmente alla bambina. Bisogna porsi il problema delle risorse disponibili. Se uno sviluppo economico è compatibile con l’ambiente”. La giornalista chiede dunque a Cacciari se non gli sembra che, comunque, Greta stimoli la nascita di una coscienza critica tra i suoi coetanei: “Ma non nascono così le coscienze critiche!  Lentamente, faticosamente, con la formazione. Greta dovrebbe andarci a scuola. Forse si renderebbe conto che lei è svedese, i ragazzi che scioperano sono europei, ma in piazza non ci sono né indiani, né cinesi, né brasiliani”. A dar addosso a Cacciari non è stato il solito negazionista di destra, ma Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club e di QualeEnergia, che su Twitter ha così commentato le parole di Cacciari: “Stavolta l’hai proprio tappata. Grande superficialità e distacco dalla realtà. Lasciali ai vari Feltri e a certo giornalismo supponente certi attacchi”. Equiparare Cacciari a Feltri è a dir poco ridicolo. Ma molto interessante è invece che un rappresentante noto dell’ambientalismo italiano si schieri a spada tratta contro un punto di vista non celebrativo sugli scioperi del venerdì. Sembra insomma che, adesso che una nuova icona, Greta Thunberg, è comparsa sulla scena a colmare un vuoto di rappresentatività simbolica, come ha scritto Diego Infante su LTECONOMY.IT, ancor meno di prima si possa discutere su che cosa davvero servirebbe per invertire la rotta contro l’iceberg.

Perché la questione vera non è quanti di questi giovani in piazza sappiano cosa è il cambiamento climatico, ma quanti sappiano da dove viene il cambiamento climatico. E cioè dal nostro stile di vita. Compreso il loro. La tonalità retorica essenziale dei venerdì di protesta è la responsabilità derogata agli adulti, ai grandi, alle multinazionali, che di certo hanno colpe molto serie. Ma le 415 ppm di CO2 in atmosfera stanno lì in conseguenza della nostra comodità di vita, del comfort elevato a categoria esistenziale di massa, e per smuoverci dalla poltrona del lusso fossile (riscaldamento, vestiti in poliammide, cibo al supermercato), signori e signori, servono sacrifici. Anche dei giovani, perché anche i giovani devono essere pronti a volere molto di meno di quanto sono stati educati a desiderare. Punto. In Italia i cambiamenti climatici sono sempre stati raccontati dal punto di vista degli ingegneri, degli economisti e dei climatologi. È totalmente mancata una interpretazione antropologica della condizione attuale del Pianeta. Si è aperta così una voragine sotto la casa dell’ambientalismo militante, che quasi sempre non sa di cosa parla perché non ha il coraggio di essere abbastanza radicale. È cioè di mettere sulle spalle di chiunque la responsabilità della propria esistenza a carburante fossile. 

Il secondo scivolone sulla saponetta Fridays for Future Milano l’ha fatto accettando che ieri in corteo ci andasse Beppe Sala, il Sindaco delle Olimpiadi Senza Neve. Sala ha reso noto che entro Natale inviterà in Consiglio Comunale a Palazzo Marino i giovani studenti e intervistato in manifestazione ha detto: “Noi non siamo contro la crescita, siamo contro la crescita illimitata. Con il buon senso un nuovo ambientalismo può funzionare e deve funzionare”. Apprendiamo dunque, per quanto già lo intuissimo, che Beppe Sala non conosce i dati più aggiornati sulla totale insufficienza del cosiddetto capitalismo green per affrontare il collasso della biosfera (rimando all’ottimo Why Growth Can’t Be Green di Jason Hickel pubblicato da foreingpolicy.com, che cita dati in peer review). È da tempo chiarissimo che Sala, dopo la furbissima impresa di Expo 2015 per nutrire il Pianeta, stia ora tentando di passare per un riformista illuminato, il liberale borghese degli scooter elettrici a noleggio che va bene per tutte le stagioni del politicamente corretto, le stagioni, per dirla in breve, che non hanno nulla a che spartire con la catastrofe del Pianeta perché la minimizzano da sempre. Come possa un movimento rivoluzionario accompagnarsi ad un politico della scaltrezza di Sala non è dato immaginarlo. Detta meglio: di nuovo ingenuità, o forse una punta di ambizione di protagonismo. 

Quando tutto è già franato, ognuno dice la sua perché si è accorto che il mondo è crollato mentre lui coltivava margherite e rose al Petit Trianon di Versailles. Nessun rivoluzionario è mai stato vezzeggiato dalla stampa ufficiale nella fase propulsiva della lotta, se non da quei giornali che si schierano, pagando di tasca propria, a favore dei rivoltosi. Se fino ad ora, fino a questa epoca di macerie e di rovine, la rivoluzione è stata appannaggio delle banche dell’ira, come la mette già Peter Sloterdiik, ossia di un capitale emotivo furibondo di risentimento e revanscismo pronto a esplodere con inaudita violenza prometeica, oggi invece, nel pieno della battaglia civile per salvare, forse, qualcosa del Pianeta vivente, il compito di ciascuno è tener viva la rabbia sana della rivolta. 

UN Climate Summit, l’eredità tradita

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Dando seguito al discorso di ieri di Greta Thunberg alle Nazioni Unite, ripropongo qui per la prima volta un mio saggio pubblicato a dicembre del 2015, subito dopo la firma del cosiddetto accordo sul clima di Parigi, un gigantesco “fake”, come lo definì James Hansen, il fisico della NASA che alla fine degli anni Ottanta denunciò al Congresso degli Stati Uniti il riscaldamento dell’atmosfera. Il saggio venne incluso dal magazine on line del Politecnico di Milano climalteranti.it tra i migliori contributi usciti su Parigi. Lo ripropongo perché la Thunberg ha fatto appello a sentimenti e intuizioni che allora eravamo in pochi a discutere, e che invece sono al centro del passaggio di civiltà che stiamo vivendo: l’eredità, il debito, l’elaborazione psicologica del crimine contro l’umanità che è l’ecocidio in corso. Un pugno di generazioni umane ha deciso di prendere in ostaggio il futuro geologico del Pianeta, con conseguenze inimmaginabili per i giovani e i bambini di oggi.

Sottolineando il peso specifico della realtà rispetto alle manipolazioni politiche, Hannah Arendt richiamava l’attenzione sulla “persistenza intransigente e irragionevole della mera fattualità”. Ora, è questo il nuovo, inedito muro di gomma contro cui il buon senso e anche le legittime preoccupazioni civili per il futuro del Pianeta si sono scontrate all’interno del testo dell’accordo sul clima che ha chiuso la Cop21 di Parigi. Muro di gomma perché l’ottimismo politico ha preso il posto dei rapporti dell’IPCC, delle evidenze scientifiche e degli allarmi saldamente ancorati su dati soggetti alle più rigorose peer review, insomma quel corpus di verità oltre ogni negazionismo che l’ambientalismo militante ci aveva promesso essere il nostro punto di riferimento non negoziabile per salvare il Pianeta e affrontare la crisi climatica.

L’accordo di Parigi ci restituisce invece una realtà ben diversa: si può usare la parola “accordo” quando accordo non c’è sui modi, le misure, le procedure e i tempi della decarbonizzazione, visto che la carta di Parigi è ampiamente volontaria (sin da Copenhagen 2009 ci era stato detto che occorreva, al contrario, un trattato vincolante). La soglia di sicurezza di + 2°C di aumento delle temperature medie globali entro il secolo è giudicata poco plausibile, mentre si auspica un impegno di riduzione delle emissioni in un range tra + 2°C e possibilmente meno di + 1,5 °C. Il fatto è molto semplice: certo che sarebbe meglio scendere sotto 1,5 °C, ma i piani di riduzione che le 195 nazioni partecipanti alla conferenza di Parigi hanno inoltrato prima dell’inizio della discussione possono garantire uno sforzo di contenimento del riscaldamento globale al massimo entro i +2,7 °C, uno scenario confermato dai calcoli del World Resource Institute. L’economista ambientale William Nordhaus (il suo ragionamento è uscito sulla New York review of Books) ha detto fuori dai denti: “Il cambiamento climatico è fondamentalmente un free-rider problem in cui i Paesi hanno forti incentivi a mentire ed emettere più emissioni, quindi un accordo su base volontaria probabilmente non funzionerà”.

C’è dunque, comunque si rigirino queste 27 pagine della carta di Parigi, una incoerenza di fondo, che George Monbiot su The Guardian ha sintetizzato con franchezza: “In confronto a ciò che avrebbe potuto essere, questo è un miracolo. In confronto a ciò che dovrebbe essere, è un disastro. Dubito che qualcuno dei negoziatori creda che non ci sarà un incremento delle temperature oltre 1,5 come risultato di queste discussioni. Come il preambolo all’accordo riconosce, anche i 2 gradi, considerando le deboli promesse che i governi hanno portato a Parigi, è enormemente ambizioso. Benché negoziati da alcune nazioni in buona fede, i risultati reali ci vincolato a cambiamenti climatici pericolosi per alcuni e letali per altri (…) Una combinazione di mari acidificati, barriere coralline morte e Artico in scioglimento significano che tutte le catene alimentari marine potrebbero collassare. Sulla terra ferma, le foreste potrebbero ritirarsi, i fiumi prosciugarsi e i deserti espandersi. L’estinzione di massa sarà il tratto distintivo della nostra epoca. Questo è il tipo di successo a cui hanno applaudito i delegati. E quanto al fallimento, in che termini? Mentre le bozze precedenti specificavano date e percentuali, il testo finale punta solo a ‘raggiungere il picco globale di emissioni serra il più presto possibile’. Il che significa tutto o niente”. James Hansen, che alla fine degli anni Ottanta con le sue ricerche sulla fisica dell’atmosfera alla NASA contribuì in modo determinante alla scoperta del riscaldamento in corso, è stato ancora più esplicito: l’accordo di Parigi è una frode e una truffa (fake, in inglese). E la ragione è lampante: nessun trattato vincolante, nessun impegno preciso, nessuna carbon tax.

Ma per provare ad avanzare ipotesi sul significato di tutto questo – che non riguarda un ingrediente tra cento sull’etichetta di un prodotto qualsiasi da supermercato, ma l’assetto chimico, fisico e biotico del Pianeta nei prossimi decenni – bisogna fare un passo indietro, e dare spazio alle domande. René Char scrisse che “le parole sanno di noi ciò che noi ignoriamo di loro”. La carta di Parigi viene chiamata accordo, ma contiene piuttosto un consenso di massima sull’urgenza della minaccia climatica – così lo ha definito anche la BBC World Service, consenso – e i commentatori ne hanno descritto lo spessore storico come comunanza di intenti di tutti i Paesi del mondo. Dunque, che cosa è la carta di Parigi? Ma, era di questo che avevamo parlato nel 1992 a Rio quando concordammo la Convenzione sul Clima? Era questo che intendeva raggiungere il defunto Protocollo di Kyoto? Un consenso sul fatto che bruciare combustibili fossili altera la chimica dell’atmosfera?

A pochi giorni dall’apertura della Cop, Lucia Graves sul Pacific Standard ha scritto: “Dopo che hai ridotto le tue aspettative, puoi anche essere ottimista”. E il collega Brad Plumer su Vox aggiungeva: “Il punto, a Parigi, è dare impeto agli sforzi che già sono in corso, non fissare nuovi impegni”. Nei precedenti due decenni, le periodiche riunioni della UNFCCC (la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici) miravano a fissare le quote di riduzione per ciascun Paese, ma in Francia si chiedeva ai partecipanti un “contributo ragionevole”, cioè compatibile con i propri obiettivi di crescita economica. L’escamotage del carbon badget, il “deposito” di CO2 ancora spendibile prima di superare la linea rossa – concetto proposto con grandi strombazzate di entusiasmo dall’ultimo Rapporto IPCC del 2013 – secondo il The New York Times è basato su un obiettivo che le nazioni ricche si sono cucite addosso a proprio esclusivo vantaggio. Cioè per continuare a bruciare fonti fossili in attesa di miracoli tecnologici o conversioni energetiche di non precisata programmazione. In che direzione ci portano queste osservazioni? Quale è lo scenario che si nasconde dietro questo groviglio di sofismi, procrastinazioni, mascheramenti?

Alain Finkielkraut sostiene che “la parola processo sottrae l’azione alla tragedia o al caso”. L’implosione del processo negoziale per un accordo sul clima è il cuore dei fatti di Parigi. La sua ragione più scabrosa; la disillusione di un intero movimento ambientalista che si è retto per due decenni sull’utopia di far convergere piani diversi di civiltà in un unico pezzo di carta, immaginato come la sintesi estrema e coraggiosa di due secoli di storia dell’umanità, e al contempo apologia dei Paesi ricchi che scoprirono le virtù del carbone al principio dell’Ottocento (il Messia sotterraneo, come lo chiamò il poeta russo Aleksandr Blok),  e perciò miraggio capace di saldare tutti i debiti con le nazioni in via di sviluppo. Ciò che si manifesta con evidenza brutale nella carta di Parigi è il fallimento di questa impostazione, la cui ammissione è semplicemente inconcepibile per ragioni non solo politiche, ma soprattutto culturali e vien da dire spirituali. Perché il gioco al ribasso perseguito a qualunque costo per salvaguardare l’impianto teorico di Rio 92, questo fronte delle aspettative al minimo pur di ci aiuta – tutti – a passare sotto silenzio il vuoto più ingombrante della storia della scienza del clima e della sua capacità di cambiare i destini politici del XXI secolo. La mancanza di un pensiero sul mondo. La capacità di pensarlo, un Pianeta.

Non è un caso, infatti, che alcune delle categorie in discussione a Parigi siano state, ancora una volta, il debito e la giustizia climatica. La questione dell’eredità – il tipo di Pianeta che lasceremo alle generazioni future – sostanzia il vuoto nel sottosuolo della carta di Parigi. Per poter lasciare in eredità un mondo vivibile, dovremmo infatti prima di tutto ereditare noi un Pianeta. Ma la difficoltà contemporanea di tradurre esperienze, numeri e fatti in una narrativa coerente, con le aporie e le aperture che qualunque narrativa vitale comprende, sta alla base del tragico deficit di comprensione del riscaldamento globale. Il contesto che ci sta attorno mostra sintomi chiari di questo sfilacciamento della capacità di dire le cose. I nostri scottanti problemi con l’atmosfera indicano infatti un “punto di faglia” delle società contemporanee che il pensiero psicoanalitico indaga a partire dagli studi di Alain Miller negli anni ’80: la difficoltà del simbolico di integrare il reale, di assumerlo e di farne esperienza.

Nella fantasia di un “mondo puro a rinnovabili”, un mondo non fossile, persiste la fantasia della restitutio ad integrum che inibisce di partenza lo sforzo cognitivo di ereditare per davvero una esperienza storica producendosi in qualcosa di nuovo. Nessuno mette in dubbio che le nazioni in via di sviluppo abbiano delle valide ragioni. Non si deve negare che un debito pure esista, ma si dovrebbe altrettanto fortemente riconoscere che a mancare, per un decente futuro economico ed energetico, non sono solo i quattrini da investire in basic energy research, ma un pensiero sul futuro che riconosca al passato fossile una sua legittimità. In altre parole, se visto da un punto di vista dell’eredità, il passato industriale non è una colpa, o una espropriazione di diritti, o un delitto ambientale, ma una configurazione di civiltà. In questa ammissione – la consistenza storica dell’industrializzazione e del benessere fossili – risiede la possibilità di operare delle scelte, responsabili e ponderate. L’atto della scelta implica un coinvolgimento nel proprio passato che informa di sé il futuro nella misura in cui ne mostra i limiti e i confini. Liquidare il passato come dagherrotipo inutile o come reperto archeologico giudicato sul tribunale delle intenzioni attuali  (condannare tout court l’industrializzazione come un crimine) impedisce di riconoscere la vera posta in palio, e cioè la direzione di civiltà in cui tutti siamo ormai avviati. Questa direzione ci è chiara sin da Rio 92, quando vennero elaborati strumenti di profitto chiamati offsetting e carbon trade. Si disse allora che attribuire un valore economico alla natura era l’unico modo per proteggerla. L’anidride carbonica poteva quindi entrare in Borsa con l’imprimatur dell’etica ambientale. La mercificazione dell’atmosfera è un sintomo di ciò che Slavoj Zizek ha chiamato capacità plastica del capitale e Lacan discorso del capitalista. Oggi la medesima logica funziona attraverso la carta di Parigi: questo accordo non accordo stimolerà l’economia e il passaggio alle rinnovabili risolverà tutti i nostri problemi con la biosfera.

Lo scorso aprile lo scrittore americano Jonathan Franzen ha scritto sul New Yorker un lungo articolo intitolato Carbon Capture per cui è stato letteralmente massacrato da tutta la stampa che conta nel dibattito sul clima. La ragione non è che Franzen nega il riscaldamento globale, ma che lo contestualizza. Nel dominante monocultural thinking sulla questione climatica, il ragionamento di Franzen è apparso come una eresia. Per Franzen, il cambiamento climatico così come è detto sui media è una escatologia, una narrativa, che rischia di eclissare la complessità delle interazioni tra uomo e ambiente. Da scrittore impegnato nella protezione delle specie avicole, Franzen affronta uno dei tabù intoccabili dell’utopia di questi ultimi venti anni: dove mettiamo le rinnovabili? Quel che conta nella posizione di Jonathan Franzen non è se abbia ragione o meno; quel che conta è che assumere criticamente la questione del cambiamento climatico è indispensabile per non finire preda di fantasie e idealizzazioni. Perché le sue osservazioni sono pur ancorate sugli impressionanti numeri di questa conversione energetica indispensabile, numeri messi ad esempio nero su bianco da Justin Gillis su The New York Times del 1 dicembre scorso. Gillis cita come fonti i rapporti dei Deep Decarbonization Pathways Projects: tutto il mondo a rinnovabili entro il 2050 implica, per i soli Stati Uniti, 156mila turbine eoliche off shore entro i prossimi 35 anni, e il doppio sul continente; per quanto riguarda l’Europa, si parla di 3000 turbine offshore entro 20 anni. E un parco auto mondiale completamente elettrificato. Nel new low carbon ethos che la carta di Parigi dovrebbe aver consacrato ci sta che il prezzo attuale del petrolio è al minimo storico grazie allo shale americano, con cui l’amministrazione Obama sta facendo a pezzi la wilderness del Dakota. E ci sta anche che sempre secondo James Hansen l’opzione del nucleare è indispensabile.

Hannah Arendt scrisse che “il diseredato non può accedere ad una esistenza individuale”. Infatti, commenta Finkielkraut, il tempo umano, per la Arendt, è “il quadro durevole entro cui è possibile esercitare l’azione e la creazione”, un quadro su cui gli oggetti della storia (il Padre) non evaporano e non sono messi da parte, ma funzionano come elementi significanti del divenire. L’amarezza che le menti più illuminate hanno espresso attorno alla carta di Parigi – anche il sentimento di delusione di quanti in questi anni si sono spesi in nome di un ideale di giustizia e di razionalità nel nostro uso del Pianeta – acquista importanza se lo guardiano sotto questa lente dell’eredità vigile, che non si accontenta di formule olofrastiche, andando invece alla ricerca di una continuità fertile con il passato industriale che nella lezione tratta da quel passato individui il suo stesso limite. Questo limite è che è già troppo tardi per contenere le conseguenze ecologiche non tanto delle nostre scelte politiche, quanto piuttosto delle implicazioni sistemiche della nostra capacità culturale e tecnologica di superare la barriera energetica di tipo fotosintetico attingendo alle riserve nette primarie fossili. Nel 1992 era ancora possibile progettare un mondo a +1,5 °C ma le nostre società avanzate – tutti noi, è bene ripeterlo – hanno preferito una altra direzione. Il lavoro psichico che abbiamo davanti non è dunque la decarbonizzazione, ma l’elaborazione di un pensiero sulla nostra specie e la sua relazione ecologica con il Pianeta.

Amazzonia in fiamme, Panthera: rimasti senza home range 500 giaguari

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A causa degli incendi che da oltre un mese imperversano nella foresta tropicale amazzonica, sarebbero almeno 500 i giaguari rimasti senza un habitat in Bolivia e Brasile, riferisce Panthera Cats. Un pericolo di incalcolabile portata per il futuro di popolazioni già frammentate e per una specie che ha già perso il 40% del suo habitat ed è ora anche minacciata dalla ripresa della caccia di frodo, perché in Asia anche questo gatto, come il leone, comincia ad essere considerato un valido sostituto delle tigre nella medicina tradizionale cinese. Lo scorso 23 agosto le stime erano di 100 giaguari dispersi, ma anche la cifra attuale di 500 esemplari è destinato probabilmente a salire. 

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Spiega Esteban Payan, Panthera South America Regional Director: “Gli incendi sono un grave colpo ad una wildlife estremamente preziosa, alle terre ancora selvagge e alle comunità umane che trovano riparo e sostentamento nelle foreste. I numeri ci dicono che almeno 500 giaguari sono rimasti senza home range o sono anche morti, insieme ad un quantità non definibile di specie più piccole, più diffuse e ancora più vulnerabili. Purtroppo, almeno finché non arriveranno le piogge, la situazione generale è destinata a peggiorare”. 

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(Armadillo gigante)

In Bolivia soprattutto gli incendi hanno divorato una parte consistente di un habitat insostituibile per diverse specie di felini del continente sudamericano. Una ricognizione recente dell’area di Santa Cruz, riferisce Panthera, ha permesso di comparare e sovrapporre le mappe delle porzioni di foresta divorate dal fuoco e quelle degli home range dei felini del cosiddetto “catscape”, un territorio unico di 2 milioni di ettari in cui coesistono 8 specie di gatti: giaguaro, puma, ocelotto, margay, oncilla, jaguarundi, gatto di Geoffrey e gatto delle pampas. A parte il giaguaro, gli altri sono tutti “small cats”, specie magnifiche di cui tuttavia sappiamo ancora molto poco, tutte già estremamente rare. Ocelotto e margay sono stati decimati dalla caccia per via della loro pelliccia maculata fino al principio degli Ottanta. L’oncilla, il jaguarundi e il Geoffrey sono talmente difficili da avvisare che ne esistono solo un manciata di fotografie rintracciabili su Google. 

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(Marsh Deer)

Il quartiere generale di Panthera, il San Miguelito Ranch, si trova proprio a ridosso delle aree in fiamme. Le stime dei giaguari dispersi sono basate sull’assessment del Brazilian National Institute for Space Research (INPE, su 4.281 chilometri quadrati di foresta) e sui dati dello Environmental Secretariat of the Governor’s office of Santa Cruz (raccolti su 2.440.000 ettari di foresta).