La pandemia e il dolore globale

La pandemia e il dolore globale. La sofferenza prodotta dal SarsCov2 è la prima esplosione di una sofferenza di massa che scorre nel flusso sanguigno delle nostre società opulente. C’è un dolore sottostante, cronico, imbastardito, che non passa mai perché non abbiamo mai voluto ascoltarne la diagnosi.

E’ cercando notizie e informazioni su questo dolore (le raccapriccianti diseguaglianze sociali esacerbate dal virus, il razzismo, la crisi ecologica pagata dalle nazioni più impoverite) che mi sono imbattuta in LIVE CHILE, una performance di danza prodotta dal gruppo BLACK BROWN BERLIN, un consorzio di artisti e intellettuali che abitano nella capitale tedesca e sono di origine africana, asiatica e anche africana e asiatica insieme.

La Berlino nera, la Berlino africana del XXI secolo, che però è anche tedesca. La ragione per cui LIVE CHILE ha subito catturato la mia attenzione è la sua risonanza, direi anzi affinità, con l’impressionante saggio di Christina Sharpe “In the wake. On Blackness and Being, del 2016.

Mentre la Sharpe scopre e denuncia la persistenza dei corpi degli antenati schiavi, decomposti nelle acque dell’Oceano atlantico, una presenza organica e biologica, LIVE CHILE scritto da Rhea Ramjohn, in una sorta di rito religioso e sciamanico, chiama indietro i suoi antenati nel tentativo, ellittico e straziante, di godere del loro aiuto in un presente che avverte tutto lo strazio della loro mancanza.

Da subito, questa performance mi è parso parlasse di una questione per ora silenziosa, apparsa in incognito nel dibattito politico-accademico a proposito della restituzione delle opere d’arte africane oggi custodite nei musei di Francia, Belgio e Germania.

Una questione che, però, assomiglia non poco alle ragioni delle manifestazioni americane di Black Lives Matter. Pressapoco, siamo (bianchi e neri) in questa situazione, al principio dell’autunno 2020: là fuori c’è qualcuno che, nato e morto in un passato di vergogna e di omicidio su base etnica, fa ora sentire la sua voce.

Questo qualcuno sono gli antenati dei milioni di schiavi africani che ci sono serviti per edificare la modernità, su fondamenta così solide e così ben progettate che, ancora oggi, sopravviviamo sopra un impianto economico globale razzista e predatorio. 

Non siamo abituati, non più almeno, ad appellarci al mito, quando avvertiamo che la realtà supera le nostre peggiori previsioni. Eppure, LIVE CHILE spinge in questa direzione.

Può anche darsi che l’immaginazione riesca a ricostruire un contesto cognitivo ed emotivo, in cui è possibile la ricostruzione di un legame fisico, reale, con coloro che non ci sono più. Allora, a ricostruzione avvenuta, è finalmente possibile anche porsi alcune domande che premono contro le porte del nostro stato di benessere e di privilegio economico.

Gli antenati possono resistere e persistere nella nostra mente moderna? Oppure ha ragione Emanuel Dongala, per cui la modernità segna anche “la morte degli antenati”? Gli antenati possono aiutarci nel post-colonialismo, che prende anche il nome di Green Recovery, Green New Deal, One Health e Living in Armony with Nature 2050?

Ecco la descrizione della performance fornita da BLACK BROWN BERLIN: “Live, Chile è un incitamento, un incoraggiamento, un sussurro che ci chiama attraverso il fruscio delle foglie del Gruenewald, il cigolio dei vagoni della metropolitana, un sussurro che proviene dalle strade di Berlino che portano nomi coloniali, Berlino, che per secoli è stata la casa di artisti Black Brown, di intellettuali, di oustider e insegnanti che ci hanno reso possibile vivere, creare e prosperare qui”.

Il testo di Rhea Ramjohn, recitato sul girato, è un vortice che avvolge e trascina via, scoprendo nello spazio mentale e sentimentale della protagonista la figura sempre presente e sempre assente dei suoi antenati. 

La performance, sovvenzionata e commissionata dalla HKW, avrebbe dovuto esprimere un collegamento tra il dolore della perdita di quanti sono stati colpiti, nelle loro famiglie, dal Sars-Cov2, e un dolore più grande, più umano.

BLACK BROWN BERLIN ha accettato la scommessa di associare la sofferenza del XXI secolo, causata da una malattia sconosciuta, che aspettava nell’ombra un ultimo guizzo del nostro insano consumismo internazionale, alla sofferenza stratificata nei secoli della gente nera.

Per questo mi ha ricordato la poesia Verso 55 di Dionne Brand, attorno alla quale Christina Sharpe costruisce la forza concettuale della sua metafora “in the wake- lungo la scia”, la scia lasciata dalla nave degli schiavi, che, lasciando la costa del Golfo di Guinea, entra in un tempo eterno, il tempo dell’umanità intera. 

Dionne Brand: “gli déi si svegliarono e noi sentimmo pietà per loro, e anche affezione ed amore; loro, invece, furono felici per noi, eravamo ancora vivi (…) ci dissero, con stupore e ammirazione, voi siete ancora vivi, come l’idrogeno, come l’ossigeno”. Gli déi sono gli antenati, che Dionne Brand fa resuscitare in un incontro consumatosi in un forte qualsiasi di quelli che punteggiavano la costa, dove inglesi e danesi concentravano i prigionieri prima di incatenarli nelle stive con destinazione Nuovo Mondo. 

Parlarne con Rhea Ramjohn è stata una sfida per la mia oggettività giornalistica.

Del pari di, credo, migliaia di altri europei, anche io sono abituata a pensare al nostro continente come ad un costrutto storico-artistico-linguistico di bianchi, bianco. Anche quando i nostri pregiudizi non sono motivati dalla mala fede, non è purtroppo ancora giunta la stagione in cui riusciremo a pensarci completamente, felicemente, dentro una civiltà pluralistica, che riesca a metamorfizzare le sue contraddizioni e i suoi crimini dentro una eguaglianza di diritti consapevole. 

Parlando della performance del Gruenewald, del virus e della sua vita a Berlino, Rhea dice: “LIVE CHILE è un tributo e una riflessione sul nostro modo di esserci, sulle nostre vite ai margini, che abbraccia non solo gli scopi personali che ognuno di noi mette nelle nostre comunità diasporiche, ma si allarga fino ad includere i paralleli rintracciabili nella narrativa della attuale pandemia globale.

Il concetto di distanza, dalla scala più piccola a quella più grande, ci sfida a fronteggiare la realtà della perdita, su di un piano storico e contemporaneo: la perdita della tradizione orale, la perdita del legame, la perdita di coloro che amavamo, che erano ore e nuvole intere lontane dalle nostre carezze, la perdita dei rituali, la perdita del contatto fisico, della giustizia e dell’equità”. 

Lei è nata a Trinidad e Tobago, Caraibi. Ha origini africane ed asiatiche: “come per tutti coloro che sono nati nei Caraibi, questo significa che gli antenati sono la mia famiglia, ma su questa famiglia non ho documenti, non ho tracce tangibili che mi portino da loro.

Noi abbiamo identità multiple e viviamo in una sorta di diaspora, è così che viviamo anche a Berlino. Gli Africani sono presenti in Europa da moltissimo tempo, c’erano addirittura afro-americani che venivano qui per sfuggire al razzismo degli Stati Uniti. Ma credo che ora sia fondamentale rompere gli stereotipi, di una Europa bianca e degli Africani come estranei, e muoversi oltre qualunque stereotipo di tipo coloniale, perché ‘bianco’ e ‘nero’ sono pregiudizi e preconcetti di tipo coloniale”.

Le chiedo chi sono gli antenati per lei, se sono un archetipo o se sono soltanto, ormai, dei fantasmi muti:  “la questione degli intenti è il centro di LIVE CHILE, e capire, definire chi sono gli antenati è un lavoro complesso, è il lavoro per eccellenza che ci spetta. È una domanda che riesco a percepire e a cogliere su di un livello istintivo e per questo preferisco parlare di ‘esperienza dell’antenato’ (ancestor experience).

Non ci siamo mai incontrati, come possono esserci per me gli antenati? Ho ricordi vividi soltanto di mio nonno. In un certo senso, mi sento persa e sperduta. E non possiedo neppure un albero genealogico della mia famiglia, che mi possa aiutare a rispondere alla domanda, chi erano i miei antenati?

Per questo in LIVE CHILE i progenitori si presentano alle spalle dei vivi, sono fantasmi sulle loro spalle, fantasmi viventi, che ci ricordano il modo in cui siamo sopravvissuti. Siamo ancora vivi attraverso un trauma. E scrivere LIVE CHILE ha significato per me dover affrontare la replicazione del trauma, e non è stato per niente semplice.

Abbiamo girato nella foresta perché gli attori fossero liberi di muoversi e di danzare, in modo da rappresentare la ricerca della pace interiore, ma anche la forza della libertà e la forza infusa dalla ricerca della libertà, che sono poi i sentimenti che aiutano a destigmatizzare la parola ‘vittima’, a uscire dalla dimensione delle vittime superstiti, per giungere infine ad una riscrittura del trauma.

Per me, scrivere ancora del trauma, ma da questa prospettiva, significa ristabilire ciò che è giusto. Volevamo dare un messaggio alla gente. Non speranza, perché speranza è una parola complicata. Volevamo che il pubblico avvertisse la presenza di una sorta di amore, che ha a che fare con la domanda di giustizia sociale e con lo sforzo di capire il razzismo. LIVE CHILE doveva parlare del dolore globale nel tempo della sofferenza globale imposta dalla pandemia”. 

Globale, quindi, significa antico. Sulla stessa lunghezza d’onda di Rhea Ramjohn sta la giornalista nera americana Marissa Evans, su THE ANTLANTIC: “il dolore che sentiamo oggi è una eco che si spande attraverso il tempo, fino ai nostri antenati, alla gente ridotta in schiavitù che piangeva molto tempo prima che io esistessi, e fino a coloro che sopportarono le umiliazioni dell’era di Jim Crow (personaggio nero di una coon song che tra Ottocento e Novecento rappresentava il nero in lotta per la sopravvivenza; la sigla Jim Crow indica anche le leggi che hanno sancito la discriminazione razziale negli Stati Uniti NDR).

I nostri traumi sono passati di mano in mano attraverso le generazioni e si intensificano ad ogni nuova morte, mentre capiamo che il sistema americano non è mai stato progettato per lavorare in nostro favore. Sappiamo anche questo, che cosa le ingiustizie di oggi significano per il nostro futuro.

Il nostro dolore non è motivato solo da coloro che abbiamo già perso, ma anche da coloro che stanno lì, pronti per andare perduti nel tempo a venire. Una tristezza particolare emerge quando capisci che a qualcuno è stata negata la possibilità di essere il più splendido e spericolato sogno dei suoi antenati. Abbiamo dovuto superare insormontabili perdite per la salvezza della nostra auto-protezione.

E mentre la resilienza è stata, ovviamente, cruciale per la nostra sopravvivenza emotiva, tenere duro non è semplice. Lo stress della gente nera e il trauma sono difficili da riconoscere, anche davanti a noi stessi. Soltanto un nero su tre che ha bisogno di cure inerenti la salute mentale riesce a trovare aiuto, lo dice la American Psychiatric Association. E anche quando le troviamo, noi riceviamo una cura qualitativamente inferiore, perché non riusciamo ad accedere ai professionisti più bravi.

Allora ci ritiriamo in noi stessi, dentro le nostre comunità, e traiamo conforto dal non aver espresso la nostra sofferenza – i sogni mancati, il potenziale perso dei migliori tra noi – a qualcuno, là fuori. E adesso, a causa del Covid-19, non possiamo nemmeno soffrire insieme, perché si rischia di passare il virus agli altri.

La perdita della esperienza del lutto nero in casa – le lacrime, i canti, le tavole ingombre di piatti di cibo cucinato in casa, la celebrazione della persona amata che ha preso il volo insieme agli antenati – ci nega la possibilità di cominciare a guarire, proprio quando ne avremmo più bisogno”. 

Siamo di fronte ad una enorme questione sociale, che ci obbliga a ripensarci. La struttura poetica di LIVE CHILE riformula la dimensione dell’esperienza umana, che non avviene più solo nel momento presente, nella stretta urgenza del qui ed ora, ma si espande, per contenere epoche ormai remote, che tuttavia sono ancora vive dentro di noi.

Tutto questo sembra avvenire secondo il modo in cui Wilhelm Dilthey concepiva l’esperienza vissuta attraverso la comprensione. Come ha scritto Ruediger Safranski “la comprensione ci riporta indietro la vita passata, la ripete. Comprendere significa ripetere.

La possibilità dell’esperienza che compie la ripetizione è un trionfo sulla caducità del tempo”. La comprensione “fluidifica” ciò che è ormai irrigidito.

Nel quadro politico del terzo millennio, noi Europei tanto quanto gli Americani e gli Africani, subiamo l’aggressione del passato, perché il passato rimosso, o solo sepolto e messo a tacere, è tornato indietro e prende forme inaspettate e inaudite: le rivolte nere, negli Stati Uniti, che chiedono finalmente una giustizia sociale post piantagione.

Il debito di estinzione delle specie animali e vegetali, che stanno scivolando nel buio del non ritorno e spariranno nei decenni a venire; l’alterazione degli equilibri chimici e fisici del Pianeta che negli ultimi 10mila anni hanno garantito la nicchia climatica umana. Questa condizione globale compromette l’umanità intera. È dentro la nostra coscienza, e lì agisce, logorandoci o facendoci sentire in colpa, proprio come in Beloved di Toni Morrison. 

Per via delle nostre particolarissime vicende europee, Berlino si offre all’Europa di questo 2020 come il teatro perfetto, e forse anche ideale, per la messa in scena del confronto-scontro con il passato.

Scontro, perché l’opposizione ad ascoltare ed accettare il discorso degli antenati (la catastrofe ecologica, i diritti civili dei Neri, le indecenti diseguaglianze sociali) è spaventosamente radicata e reticente.

Passeggiando per Berlino, che è ormai e per sempre sarà una città di fantasmi – è questa, Romain Gary lo aveva ben capito, la condizione indelebile delle contrade europee dopo il 1945 – la contraddittorietà della nostra epoca è corrosa dall’incursione di qualcosa di nuovo, che ancora non riusciamo a comprendere, ma che discorsi come LIVE CHILE portano in pubblico.

Passeggiando sotto la Porta di Brandeburgo, prende corpo, nella mente, una strana danza tra le idee di Platone (l’Europa bianca) e gli antenati ritratti nel legno delle sculture camerunesi e nigeriane che sono state al Bode e che un giorno saranno nello Humboldt Forum, nel nuovo museo etnografico.

I protagonisti della nostra identità occidentale più recondita, quelli che abbiamo riconosciuto, i padri fondatori delle nostre categorie di realtà, i Greci, e gli attori delegittimati, sconosciuti, cancellati dell’immensa costruzione globale della modernità, questi due estremi adesso sono l’uno di fronte all’altro.

L’intero modo in cui, da adesso in poi, a noi uomini e donne del terzo millennio sarà possibile stare dentro la civiltà è durch Zeit, attraverso il tempo recuperato, pronunciato dagli antenati, rivissuto nel dolore. 

Rhea Ramjohn at HKW Berlin

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