Siamo ormai fuori dalla nicchia climatica umana

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Da migliaia di anni la distribuzione della nostra specie si è mantenuta all’interno di una fascia climatica ben precisa: la zona geografica del globo in cui il regime delle temperature annuali è compreso tra una media di 11 gradi Celsius e una media di 15 gradi Celsius (il MAT, Mean Annual Temperature). L’intera produzione alimentare umana (agricoltura e allevamento) ha potuto contare su questa “nicchia climatica”, che si è rivelata cruciale per la prosperità degli insediamenti umani e per le loro culture. Ma le cose stanno cambiando ad una velocità ignota nella storia umana, e cambieranno per qualcosa come 3.5 miliardi di persone nei prossimi 50 anni. Questa la conclusione di uno studio pubblicato sulla PNASche introduce un concetto nuovo nel dibattito sul futuro dell’umanità in condizioni climatiche senza precedenti: la nicchia climatica umana. 

Nei millenni che abbiamo alle spalle (corrispondenti al medio Olocene, iniziato circa 6000 anni fa), secondo gli autori, la nostra specie ha fatto esperienza di una “inerzia” nella distribuzione dei suoi villaggi e delle sue popolazioni, coerente con una fascia climatica adatta alle colture e all’allevamento degli animali domestici. Ma lo scenario è mutato: “L’inerzia storica della distribuzione umana in riferimento alla temperatura contrasta in modo netto con lo spostamento previsto per le popolazioni umane nel prossimo mezzo secolo, ipotizzando scenari invariati per i trend climatici e la crescita demografica umana”. La conseguenza sarà che “le temperature di cui faremo esperienza, in media, cambieranno nei prossimi decenni più di quanto sia accaduto negli ultimi 6mila anni. E si prevede che la crescita demografica sarà predominante nelle regioni più calde”. 

La demografia umana senza dubbio è la variabile più inquietante e preoccupante del nostro futuro climatico: “Un modo per farsi una idea delle temperature che ci saranno nelle aree densamente popolate nel 2070 è guardare alle regioni dove nel clima attuale sono già presenti condizioni confrontabili con quelle a venire. La maggior parte delle aree che sono, adesso, vicine alla media storica prevalente di 13 gradi Celsius, in 50 anni avranno un MAT con una media di 20 Celsius, attualmente presente in Nord Africa, parte del sud della Cina e nelle regioni mediterranee. Nel frattempo, le popolazioni di regioni che sono già calde cresceranno e rappresenteranno la parte più cospicua della popolazione globale. Queste popolazioni in crescita faranno esperienza di medie MAT che oggi si trovano davvero in pochi luoghi. Nello specifico, 3.5 miliardi di persone saranno esposte ad un MAT medio di 29 gradi Celsius, una situazione che nel clima presente si trova solo sull’0.8% della superficie del globo, per lo più nel Sahara, ma che nel 2070 coprirà il 19% delle terre del Pianeta”. 

Le ragioni per cui gli esseri umani si sono mantenuti stabili in una nicchia climatica ben precisa sono le stesse che costituiscono, oggi, motivi di enorme preoccupazione per la futura instabilità di comunità in cui la crisi umanitaria, da tutti i punti di osservazione, potrebbe diventare la norma. È il climate apartheid di cui molto si è discusso nell’estate nel 2019: “uno stimato 50% della popolazione globale dipende da piccole fattorie e la maggior parte dell’energia immessa in questi sistemi proviene dalla forza fisica degli allevatori, che possono subire presenti ripercussioni dalle temperature estreme. In secondo luogo, le temperature elevate hanno effetti pesanti, non solo sulla capacità di lavoro manuale, ma anche sull’umore, sul comportamento e sulla salute mentale in condizioni di calore bruciante, e sulla performance cognitiva e psicologica. Terzo fattore, e forse il più importante, c’è una consequenzialità tra l’ottimo delle temperature e l’ottimo per la produttività economica, come emerge da uno studio che mette in relazione queste due dinamiche in 166 Paesi”. 

La demografia umana compare anche in una altra analisi dei rischi prossimi e sicuri: A WORLD AT RISK – Annual report on global preparedness for health emergencies, stilato dal Global Preparedness Monitoring Board, un organo di monitoraggio indipendente nato nel 2018, cui collaborano attivamente la World Bank e l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Il Rapporto contiene dati analizzati nel 2019 e ciò nonostante affronta l’evidenza che questa pandemia può essere solo l’inizio di una nuova epoca: “il mondo fronteggia un rischio acuto di devastanti epidemie globali o regionali o anche di pandemie (…) tra il 2011 e il 2018 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha seguito 1483 eventi epidemici in 172 paesi. Malattie di tipo epidemico come l’influenza, la Sindrome Respiratoria Acuta (SARS), la Sindrome Respiratoria del Medioriente (MERS), Ebola, Zika, la Febbre Gialla e altre sono fatti premonitori di una nuova era di malattia ad alto impatto, a propagazione potenzialmente molto rapida, che vengono identificate sempre più di frequente e che sono sempre più difficili da gestire”. Il caos sociale si accompagna alla distruttività economia di queste malattie: la SARS è costata 40 miliardi di dollari, Ebola (nel 2015-2016) 60 miliardi di dollari. 

Soprattutto, il Rapporto mette a fuoco con la dovuta chiarezza il ruolo della demografia umana, che, si legge nell’introduzione, è un amplificatore del rischio: “Le epidemie colpiscono le comunità che hanno meno risorse con più aggressività in conseguenza della loro mancanza di accesso ai servizi sanitari di base, all’acqua pulita e alla sanificazione; questo aggraverà la diffusione degli agenti patogeni. Gli amplificatori di malattie, che includono la crescita demografica e la derivante pressione sull’ambiente, il cambiamento climatico, la densa urbanizzazione, l’aumento esponenziale dei viaggi internazionali e delle migrazioni, volontarie o forzate, tutto questo accresce il rischio per tutti, ovunque”. 

E di sicuro le condizioni igieniche generali saranno sotto ulteriore stress là dove si prevede che le inondazioni causate dai fiumi in piena sotto piogge torrenziali saranno più frequenti. Secondo il WORLD RESOURCE INSTITUTEnel 2030, cioè domani, rispetto al solo 2010 il numero delle persone coinvolte in alluvioni devastanti raddoppierà: da 65 milioni a 132 milioni. E ancora una volta nel cocktail di fattori che si rafforzano l’uno con l’altro ci sono clima e demografia: “il rischio di inondazioni sta aumentando drammaticamente a causa del volume delle piogge e delle tempeste alimentate dal cambiamento climatico, e di fattori socio-economici come la crescita della popolazione e lo sviluppo in prossimità delle coste e dei fiumi e l’erosione dovute all’acqua sotterranea. Nei Paesi che sperimentano il peggiore rischio di inondazioni tutte e tre queste minacce convergono”. Esempi: India, Bangladesh e Indonesia. Tra 10 anni il 44% della popolazione mondiale colpita da inondazioni vivrà qui. 

La pandemia in corso è quindi la punta di un iceberg. Segnerà probabilmente un passaggio di livello nella nostra comprensione della fase, inedita e sconosciuta, in cui ci troviamo nella storia geologica, ecologica ed evolutiva del Pianeta. Prima di tutto perché ha portato a galla il fatto che il gradiente del rischio, ora, sta nella correlazione di crisi sistemiche, ignorate a lungo. E in secondo luogo perché sarà presto evidente, all’opinione pubblica finora fiduciosa nella soluzione di breve periodo e ignara della catastrofe ecologica, che il peggio non sarà passato tra sei mesi. E questo pone una incognita sociale forse ancora più vasta delle precedenti, e cioè se, in termini culturali, l’inizio dell’epoca del pericolo permanente entrerà o no nella coscienza collettiva. E nel discorso politico. 

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