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E alla fine una stanza piena di ossa

(Museo di Storia Naturale di Parigi, il Gabinetto Anatomico in omaggio di George Cuvier)

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Si esce dal Musée du Quai Branly sotto chock. Che cosa abbiamo fatto? Perché non ce ne siamo accorti? Perché non sappiamo niente degli Africani? E alla fine una stanza piena di ossa (gli estinti, quelli in via di estinzione, i quasi estinti da salvare non si sa come) sembra essere l’eredità europea sul mondo.

Questo è un Louvre, proprio perché è un contro-Louvre. Ma c’è anche una altra sensazione. Il Musée du Quai Branly è diventato un posto chic. Va bene, centro di ricerca prestigioso, forse in futuro uno dei più rilevanti nella costruzione di un sapere di sintesi sull’Antropocene. Ma anche un luogo alla moda, la cui eleganza sposta tutta l’attenzione sulla piacevolezza di un caldo mezzogiorno di estate precoce. 

Il Café Jacques (in onore di Jacques Chirac che volle il museo) è una leziosa veranda ai cui tavolini siedono abiti di costosa sartoria, collane di perle, abbronzature da weekend in campagna e conversazioni leggere. Ascolto qualcuno commentare l’ultima collezione di Givenchy. Io non mangiavo del pollo da, credo, 5 anni. 

Nella sola Europa vengono allevati almeno 2 miliardi di polli. Sono di più di tutti gli uccelli selvatici del nostro continente messi insieme, che appartengono a 144 specie. Milioni di ossa di pollo fritto, arrostito, grigliato, marinato, rimarranno a decomporsi nei secoli a venire nelle discariche o saranno incenerite. Ossa ormai inutili, cheap nature, vite di scarto. 

Eppure, è dalle ossa che è cominciata buona parte di questa storia. Prendo la RER sul Ponte dell’Alma e scendo alla Gare d’Austerlitz, a sud est della città (ci sono 30 gradi, e siamo a metà maggio). Obiettivo: il Jarden des Plantes, ossia il Museo di Storia Naturale di Parigi dove lavorava George Cuvier.

Cuvier fu uno dei geni del periodo rivoluzionario, prima sotto il Terrore di Robespierre e poi in epoca napoleonica. Era un teorico della fissità delle specie (Dio ce ne scampi dall’ipotizzare una evoluzione intrinseca, Monsieur Lamarque, lei è un imbecille !), ma qualcosa di giusto lo intuì su quelle che lui chiamava  “catastrofi ricorrenti”, e cioè (in lessico scientifico corretto) le estinzioni di massa. Cuvier fu anche, forse questa è la cosa più importante, un eccellente anatomista. Sezionava e comparava le differenti parti di organismi diversi, stabilendo connessioni funzionali di strutture e organi. I suoi studi diedero un impulso gigantesco alle allora nascenti scienze naturali. Di fatto, Cuvier figura tra coloro che inventarono il modo moderno di vedere gli animali. 

Eppure, era anche un razzista impenitente. Certo la catalogazione della natura, gli animali, gli diedero agio e strumenti di immaginare una organizzazione della vita che a quel tempo era quasi fantascienza. Ma le tassonomie sono servite anche per tentare di dimostrare che un nero africano non poteva essere parente di un bianco francese. Ma poi, che cosa significa catalogare gli esseri viventi secondo i rapporti e le proporzioni delle ossa e degli arti, e categorie di somiglianza e divergenza ? Significa elaborare per il fenomeno biologico una interpretazione logico-razionale. 

Da qui parte il viaggio dell’uso della natura. Capisco, quindi manipolo. Dilemma ancora incompreso della coscienza scientifica europea. Non è poi troppo strano, per quanto mostruoso, che tutto ciò che rimane di Cuvier sia questa stanza (il suo Gabinetto anatomico) popolato di scheletri. 

Questo è l’esito di ciò che è accaduto dentro il Musée du Quai Branly. Anonimi sono da secoli per noi i popoli africani da cui abbiamo preso tutto. Anonimi sono gli animali sezionati per estrapolare dai loro tessuti e dal loro respiro il segreto della nascita e della morte. E così anonimo diventa sinonimo di estinto.

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE – LA PIU’ GRANDE RIVOLUZIONE UMANISTICA DELLA STORIA

La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Figura maschile di un portatore di coppe, popolo Bekom, Cameroon, provincia di Nord-Ovest, Regno di Kom, XIX secolo – Musée du Quai Branly, Parigi)
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La civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare se stessa. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità. Eccolo il potere divinatorio e profetico del Quai Branly.

Si entra nel cuore del Musée du Quai Branly (la roccaforte dell’etnografia europea) percorrendo un lungo tunnel buio. E questo è un museo scuro, dove filtra pochissima luce. Come nelle foreste tropicali. Lucien Fevre, padre della storiografia moderna, non credeva che interi popoli potessero abitare le foreste tropicali, “così debordanti e potenti da non permettere alcuna vita se non la propria”. Era il mito dell’oscurità tropicale. E se oggi avessimo paura di noi stessi, anche se abbiamo vinto su ogni animale e su ogni foresta e su ogni popolo delle foreste? Se fossimo noi Europei, adesso, a vivere nel buio?

Jacques Chiraq volle il Musée du Quai Branly nel 2006. Chiraq volle questo museo per favorire il dialogo tra i popoli. Ma dove è menzionato il genocidio? Dove l’ecocidio?

Nietzsche pensava che la nostra civiltà avesse smesso di essere crudele, che non fosse più capace di quella ferocia che le aveva consentito di diventare grande. Il Quai Branly smentisce Nietzsche. Non solo siamo stati crudelissimi. Oggi la maggiore crudeltà la infliggiamo proprio a noi stessi perché non ci rendiamo conto del nostro nome. Non siamo capaci di decifrare noi stessi nella civiltà che abbiamo edificato.

Siamo prigionieri della nostra interpretazione del mondo. E il Quai Branly racconta questa interpretazione europea del mondo. 

Quando arrivammo sulle coste africane, usammo l’arma dell’interpretazione. Perché anche la civiltà è una interpretazione del mondo. Michel Foucault lo sapeva bene. Credeva che addirittura la Modernità fosse una invenzione, che persino l’uomo fosse una invenzione culturale del Cinquecento e del Seicento. Siamo stati capaci, in nome della nostra interpretazione del mondo, di estinguere intere porzioni di Pianeta. Le persone, le civiltà, le storie, le biografie, enormi assemblage di specie.

Eppure, qui non c’è una parola sulla deforestazione. Non ci sono indicazioni sulle specie arboree dai cui alberi a legno duro venne tagliato il legno per queste figure di antenati e demoni. Questo congela le collezioni, non le lascia parlare fino in fondo. Mozza loro la voce sul confine del tempo presente. Effetti dell’interpretazione.

Ecco qui, non nella questione della restituzione sollevata da Savoy e Macron, il rischio di una rappresentazione neo-coloniale delle civiltà africane. Tagliando fuori il XXI secolo. In modo da essere politicamente corretti. Ma non possiamo occultare il presente per non far torto al passato. O per lenire i sensi di colpa. In questa lacuna di riferimenti e di rimandi alla cronaca ambientale dell’Africa Occidentale e del Congo Basin c’è un limite gigantesco della nostra esperienza di quelle geografie e di quei popoli.

(Musée du Quai Branly, Special Exhibition sull’istutuzione politica della Chefferie in Cameroon – la chefferie è un territorio caratterizzato dalla presenza specifica di un popolo e della sua cultura, alla cui guida c’è un capo (chef). In questo contesto il mondo dei vivi (la comunità) è in costante dialogo con il regno degli antenati (i morti). Gli antenati sono il fondamento di una famiglia. Lo chef, quindi, rapprenta il consesso degli antenati, amministra la guerra e la giustizia. Anche alcuni animali figurano nel novero degli antenati. Questa è una delle idee centrali del totemismo. Ad esempio, nella società Bamileke: i legami tra regno animale e uomini sono radicati nella storia stessa degli individui e delle famiglie. In Cameroon la chefferie, spiega la Exhibition, è presente nella regione di Grassfield, i cui totem-antenati sono specie iconiche: leoni, leopardi, elefanti, bufali, gorilla, pitoni).

Qui c’è una voragine neocoloniale. Perché, se escludo a priori di far convergere sul presente le condizioni d’essere, storiche, di quelle opere (ad esempio, il fatto che ancora a inizio Novecento in Cameroon c’era il leone, oggi estinto), le loro premesse simboliche (le specie animali); se evito di aggiungere dettagli sui materiali (e invece di marmo, pittura a olio, pigmenti minerali, azzurro-lapislazzuolo si parla sempre), nel timore di sgarrare e di infrangere un codice di buona condotta che identifica il rispetto con la sola esposizione  dell’opera (come una offerta allo sguardo bianco); se lo faccio, tutto questo, allora ottengo l’effetto opposto della guerra senza quartiere al razzismo. Ho buone intenzioni, ma ho troppa paura per andare fino in fondo.

Ebbene sì, agisco in modo coloniale. Perché l’opera finisce immobile, incastonata e muta. E anche chi guarda si vede sottratto un momento fondamentale del comprendere. Mettere in sequenza cronologica ciò che fu commesso contro quell’opera (spostandola in Europa), contro quel popolo (sottraendogli la sovranità ambientale) e le conseguenze ecologiche sistemiche di simili politiche. 

La nostra civiltà ha mobilitato l’intera biosfera per diventare ciò che è. Ci sono voluti cinque secoli. Oggi questo percorso è compiuto e la civiltà ha esaurito le proprie possibilità.
(Musée du Quai Branly, Maschera Epa – Yoruba (Nigeria), legno, XX secolo, leopardo che preda una gazzella. I leopardi oggi sono quasi estinti nella regione)

Lo sgomento del visitatore si scioglie nell’oscurità. Mestizia di tenebre. Sontuosità artistica spalancata sul mistero dell’essere umano. Certamente, passeggiando tra questi volti, cercando di cogliere un senso complessivo nella loro presenza, ci si chiede per quale motivo l’Africa dovrebbe interessarci. Un sentimento meschino che così facilmente può diventare ripulsa spirituale. Così siamo stati educati. Non è la stessa familiarità che abbiamo con i marmi del Partenone… È arte primitiva…Come potrebbe mai essere paragonata a Michelangelo?

Queste figure (dei, totem, antenati) raccontano di relazioni ecologiche (con gli alberi, con le specie animali) diverse da quelle che noi europei abbiamo saputo intessere e coltivare. Le civiltà non europee, oggi agganciate ai meccanismi dell’economia globale, attribuivano al proprio contesto ecologico un valore bio-culturale che non poteva essere soppresso o smantellato, pena la disintegrazione stessa della comunità. 

Ancora oggi nei popoli indigeni la relazione eco-evolutiva tra esseri umani ed animali è un patrimonio collettivo che dà un senso all’esistenza. La vita umana è regolata e circoscritta entro cosmologie eco-culturali. Questo dimostra che lo schema contemporaneo della conservazione della natura non è un dato di fatto, ma un prodotto ben preciso della mentalità occidentale. 

“Le strategie indigene di uso delle risorse sono il prodotto di una trasmissione di conoscenza intergenerazionale. Spesso questo sapere viene passato attraverso il racconto orale: tiene insieme sistemi di classificazione delle specie animali e delle caratteristiche del paesaggio, informazioni su come impiegare in modo sapiente le risorse, rituali simboli e pratiche religiose.

Nel tempo, questi sistemi di pensiero hanno permesso alle società indigene di persistere per millenni in una varietà enorme di ambienti, spesso coesistendo perfettamente con la biodiversità, primati compresi. Inoltre, per lo più questo sapere tradizionale è articolato su un lingua altamente specifica. Questo significa che ogni lingua indigna contiene e rappresenta informazioni uniche su piante, animali, ambienti e il modo in cui questi esseri umani sanno interagire con tutto questo”.

“I Baka del Cameroon considerano i gorilla (di pianura) e gli scimpanzé animali speciali che hanno legami con gli esseri umani per via di processi magici di reincarnazione. Ma anche nelle ontologie di altri popoli raccoglitori del Congo Basin i primati possano passare le barriere tra specie, quelle che dividono gli umani dai non-umani. Non sorprende, quindi, che molte di queste popolazioni caccino meno primati rispetto a quanto invece fanno le popolazioni del Congo che non vivono più in modo tradizionale”. 

(Feticcio contenete metà uomo e metà scimmia – Departimento di Bamboutos, Regione dell’Ovest, Cameroon, Chef de Bamendjo, Museé du Quai Branly

Ecco perché nei popoli e nelle nazioni a noi Occidentali pressoché sconosciuti del sud globale – i volti che incontriamo al Quai Branly – portano scritte nei propri corpi intere “sociocosmologie che danno valore alla biodiversità”. 

L’Africa è lontana. Dobbiamo ammetterlo. Anche se è vicinissima (Rue Saint Martin, Rue Saint Denis, Chateau l’Eau, Republique). L’Africa ci sfugge. Il giovane del Senegal che vende su un lenzuolo piccole Tour Eiffel Made in China sul Quai. L’Africa noi Europei non la vogliamo toccare a mani nude. Ma è lei che ci raggiunge. Ci afferra. Ci costringe. Ci avvinghia. Ci fa innamorare del nostro tempo, di tutto il tempo che ci è concesso in questo secolo maledetto e abbagliante. 

Per saperne di più: MUSEO ANTROPOCENE

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane

Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane
(Il giardino del Musée du Quai Branly a Parigi)
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Il Musée du Quai Branly e il futuro delle foreste tropicali africane: questo è il posto migliore di Parigi per parlare di cosa accadrà alle primarie rimaste dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo. Nel racconto artistico e culturale delle sue opere, già avvolte da controversie e polemiche sempre più accese da quando Emmanuel Macron commissionò una investigazione speciale sulla loro provenienza alla storica francese Bénédicte Savoy e al filosofo senegalese Felwine Sarr, queste collezioni sono diventate centrali nel dibattito sulla sopravvivenza di alcuni degli ecosistemi più importanti del nostro Pianeta. 

(La facciata esterna del Museo fotografata dal Quai Branly annuncia la Special Exhibition sul Cameroon)

Il fronte alternativo della conservazione (che include i rappresentanti dei cosiddetti popoli indigeni) si batte contro i metodi di misurazione degli habitat ancora selvaggi. Questi ricercatori, e questi attivisti, ritengono infatti che i criteri per definire gli ecosistemi “ricchi di biodiversità” siano di fatto riconducibili ad un concetto errato di integrità ecologica. Ottocentesco e coloniale: una natura svuotata della presenza di qualsivoglia comunità umana. In realtà, anche questa posizione rischia di assumere un carattere prepotentemente ideologico e politico. Negli ultimi 7 anni, infatti, la ricerca scientifica ha rivisto il concetto di “intactness” e di “pristine wilderness”. Non solo includendo nel discorso sul futuro di questi ecosistemi le popolazioni native delle regioni ancora oggi ricchissime di specie vegetali e animali. Ma anche articolando in modo decisamente più dettagliato che in passato la definizione stessa di habitat selvaggio. 

Che cosa si intende, oggi, per natura selvaggia? Ormai lo sappiamo: non basta che un ecosistema sia ricco di un certo numero di specie, e cioè biologicamente diversificato. Bisogna capirne la funzionalità ecologica: sono presenti tutte le tipologie di specie che permettono gli scambi di sostanze nutritive, i flussi di sostanze chimiche di rilevanza biologica e addirittura la riproduzione di numerosi alberi e piante? Vale a dire, questo ecosistema ospita i frugivori, i carnivori e gli onnivori in gruppi abbastanza numerosi da interagire tra loro? Questo ecosistema contiene dunque una diversità filogenetica tra le sue specie, ossia una lunga storia evolutiva di tutte queste specie messe insieme tale da aver definito nel tempo lungo il ruolo di ciascuna, e le une rispetto alle altre?

Ecco quindi che nel 2016 la IUCN ha proposto un set di nuovi criteri per identificare le aree più importanti del mondo pullulanti di biodiversità. L’integrità ecologica è il più importante, perché somma tutte queste caratteristiche in una sola: l’integrità biologica di un ecosistema. Le aree selvagge devono essere abbastanza estese da ospitare la maggior parte dei processi ecologici, compresa la presenza dei grandi predatori altamente mobili (che si spostano cioè su larghe distanze). E dei grandi mammiferi: erbivori di media-grossa taglia e frugivori esperti nel disperdere i semi delle specie di alberi a legno duro, come quelli endemici delle foreste tropicali primarie che stoccano anche più carbonio.

(Il giardino del Musée du Quai Branly con il Café Jacques e la biglietteria)

I luoghi da cui provengono (spesso attraverso la violenza coloniale) le opere d’arte dell’Africa Occidentale e del Bacino del Congo custodite nel Quai Branly non sono più, a oltre un secolo di distanza, quelli che erano al tempo del dominio straniero. Molto spesso, non hanno più queste caratteristiche ecologiche. Moltissime delle specie che avevano un ruolo nel pantheon simbolico, demonologico e religioso delle civiltà indigene sono ormai scomparse, o molto rare. Le figure religiose, gli antenati e i protagonisti della vita spirituale di queste nazioni oggi al Quai Branly sono dunque testimoni silenziosi di estinzioni già avvenute (è il caso del leone occidentale) o ancora in corso. Senza le specie animali che oggi è difficile incontrare o anche ricordare, quelle opere d’arte non sarebbero mai state pensate, nel loro simbolismo e nel loro significato sociale. Nel legame che stringeva uomini, donne, animali e foreste in una unica civiltà. 

Oggi queste regioni sono infatti drammaticamente defaunizzate. In Africa occidentale i mammiferi sono crollati del 70%. In Cameroon, Costa d’Avorio, Benin, Gabon le specie animali sono sempre più sfoltite, sempre meno numerose. Qui, come in ogni altra parte del mondo, si è sempre cacciato, però la pressione della caccia oggi è oltre il limite di recupero delle specie. Ma, al declinare della complessità e della diversità delle comunità di mammiferi, in queste che sono le foreste – insieme al Congo Basin – tropicali primarie tra le ultime rimaste cominciano a collassare gli interi ecosistemi, perché con gli animali scompaiono le loro funzioni ecologiche. Foreste ricche di animali sono anche una garanzia per la tenuta del sistema climatico terrestre. La defaunazione è quindi una minaccia globale. 

Nonostante le dimensioni, e la scala di impatto, della “crisi del bushmeat” in Africa, nel mondo scientifico cresce il consenso su una valutazione positiva della caccia tradizionale. Anche in Africa. “Quando è parte dell’economia dei popoli indigeni, la caccia è per lo più coerente con un modello fondamentale: definire un perimetro circolare con un raggio di 10-15 chilometri attorno agli insediamenti umani, che viene progressivamente colonizzato da animali che si spostano e arrivano qui dalle aree delle foresta dove non si caccia. Queste aree geografiche escluse dal prelievo animale sono spesso paesaggi sacri”. È una dinamica detta a “sink”, che garantisce una pressione costante e accettabile anche su specie sensibili e minacciate, come i primati. Oggi gli ecologi definiscono queste strategie “natural mechanism of species recovery”. 

Non c’è altro contesto per capire direttamente quanto la crisi di estinzione coincida con l’evaporazione delle condizioni ecologiche storiche che resero possibile l’emergere delle civiltà africane. Ma questa situazione è anche una conseguenza diretta del colonialismo. È stato il colonialismo (dall’impianto del traffico di schiavi neri a partire dalla fine del XVII secolo) a mettere fuori equilibrio l’Africa Occidentale e Tropicale, agganciando l’Africa al disegno capitalistico europeo ed americano. Ecco perché, ora, la defaunazione dell’Africa Occidentale e del Congo Basin è una responsabilità storica globale. 

(NB – Il secondo video contiene un errore. Le specie che disperdono semi nel loro ambiente mangiando i frutti di alcune specie arboree favorendone la riproduzione si chiamano FRUGIVORI. L’entusiasmo a volte gioca brutti scherzi con i refusi. Grazie della pazienza!)

Per saperne di più sulle collezione etnografiche europee e la crisi di estinzione: MUSEO ANTROPOCENE. Per capire di più sui processi di estinzione in corso: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE.

Merenda al Marais

(Paris, Rue des Archives)
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Merenda al Marais, a Parigi. In un piccolo parco aristocratico. Accade così, di chiedersi: perché possiamo essere felici nonostante il disastro della natura? 

Scivolando lungo Rue des Archives  compare un imponente edificio antico, dalle mura classiche e spesse, del tipo di quelli scelti come location cinematografiche per le fiction sui classici francesi BBC, come I Miserabili. Un fruttivendolo offre sulle piccole bancarelle arance freschissime. Ecco Parigi, nelle viuzze che stanno dietro il Boulevard du Temple, al Marais. Quartiere di una prosperità economica impressionante, dotato di uno sfarzo autocratico, indipendente da qualunque critica ecologista o post coloniale. Questa è una ricchezza ormai ereditaria. Ricchezza invincibile, militarmente o no, e cioè con una rivoluzione ambientalista o qualcosa del genere. Perché l’impresa storica che l’ha resa possibile è ormai irreversibile. Non si torna indietro da tre secoli di colonie, commerci di schiavi, di cotone, di zucchero, di spezie. 

Il parco di Rue de Bretagne. Una donna con i capelli bianchi e un magnifico abito in canvas di cotone smanicato a fiori su fondo giallo, sorregge lo zainetto rosso porpora del nipotino. Sono le quattro e mezza, è l’ora dell’uscita da scuola. Sì, c’è gente che abita qui. Che ha un appartamento qui. E poi ci sono, nella panchina accanto, i giovani uomini di origine africana vestiti di nero, Nike o Adidas, di quelli che attorno a République sono a bighellonare in giro. La nuova avventura urbana dei poveri globali (che però vinceranno la partita). 

I bambini giocano sulla giostra, ignari del mondo. È la fanciullezza che resiste, nonostante tutto. Schopenhauer aveva ragione. C’è qualcosa nella vita che resiste anche ad ogni ambientalismo, ad ogni motivata, circostanziata critica allo stato delle cose. Alla protesta contro il secolo. Resiste perché fa a meno di impegnarsi contro il secolo. Beve la vita come si beve avidamente un bicchiere di acqua fresca in estate. 

Bambini francesi che giocano al parco, al pomeriggio, all’ora della merenda. La fanciullezza è il più apartitico dei partiti, che però è destinato a sbaragliare tutti gli altri. Passa una robusta donna forse nigeriana, la voluminosa gonna batik a disegni giallo e arancio, e una marinére a righine verdi. Spinge il passeggino di due bambini bianchi. Una mami. A quanta di questa gente con la pelle nera, che fatica e abita a Parigi, importa del Musée du Quai Branly, il più importante museo etnografico del mondo, che custodisce buona parte del patrimonio artistico africano? E passa una seconda mami, i capelli avvolti in un turbante, sempre con i bambini della madame bianca che l’ha assunta. Stagioni della storia che si mischiano, si sovrappongono. Ma tutto il pensarsi dentro la vita (la nostra biografia, e quella degli altri popoli che ci sfiorano) prescinde dalla preoccupazioni ambientali. Perché la vita vuole vivere. È così che viviamo mentre il Pianeta muore. Living with Death.

Molta gente è stesa al sole, in costume da bagno. C’è una festa di compleanno, di bambini delle scuole elementari. Sul prato, bicchieri di plastica a flûte e porzioni ormai squagliate di bavarese al cioccolato. Ovunque in Occidente si festeggia con una torta al cioccolato. Lo zucchero è una preghiera di ringraziamento, per essere nati qui e non laggiù, nel sud globale, dove lo zucchero è nato. Dove si cominciò a pensare tutta la Modernità attorno alla canna da zucchero. Depredando l’Africa occidentale di uomini e donne. E poi avviando le piantagioni. 

(Paris, Place de la République all’angolo con Boulevard du Temple)

Quella bavarese lasciata a disfarsi al sole, perché tanto ne puoi comprare un’altra, perché non è costata uno stipendio. È la Colazione sull’erba di Monet. Un gioco, una bagattella. Vestiti estivi in cotone, la prima giornata di caldo estivo, anche se siamo in maggio. La ricchezza ereditata non è benessere materiale. È invece una sorta di innocenza, è un attraversare il tempo come se la vita fosse sempre lo sbocciare della primavera su un quadro impressionista. Così vivono i benestanti. Come se, insieme al ben vivere, si fosse ereditata anche la luce del sole in un pomeriggio spensierato. 

E così, dal piccolo parco borghese e giocoso – i bambini sono tutti vestiti in cotone, senza neppure l’ombra della poliammide, annuncio delle prossime vacanze al mare – promana quel sentimento sconcertato e malinconico che accompagna la protesta contro il secolo. Nessuno rinuncia alla vita, a meno che non soffra di un disgusto per se stesso. Il mondo, da solo, è la nostra condizione di esistenza. Anche se è la nostra Zattera della Medusa

La merenda dei bambini in Rue de la Bretagne mi sembra una pausa, una interruzione nel racconto oscuro di questi anni. Si sta così in questa vita, un po’ simili a loro, un po’ alla bavarese squagliata. Nulla basta a fermare l’attimo della felicità. Eppure, tutto scintilla sempre alla luce del sole. Siamo in attesa. Come è in attesa il cammino dell’uomo quando, presente a se stesso, legge nelle cose di natura e negli accadimenti modesti e ripetitivi della serenità quotidiana il suo stesse accadere, che custodisce in un enigma biologico anche i suoi pensieri più poietici (poiesis, in greco, essere-nel-mondo-creando). 

Tutto questo è la premessa del Quai Branly. Perché tutto questo è il Quai Branly. Così come lo sono la bavarese al cioccolato e il parco. E quindi in questi accordi di voci antiche (dei bianchi, dei neri, degli Europei, degli Africani, nel ‘700 e oggi) sta anche Rue des Archives, gli Archivi del tempo, delle epoche trascorse, delle epopee sanguinarie (Margherita di Navarra, la Notte di San Bartolomeo, il Duce di Sully e Luigi XIII, le Guerre di Religione e il Casato di Condé), del tempo profondo (George Cuvier e il suo gabinetto anatomico al Jardin des Plantes). Archivi delle storie che l’uomo europeo non osa raccontare neppure a se stesso, archivi dei sogni che restano incompiuti, archivi del XXI secolo. Archivi escogitati dalla furbizia del ricordo per proteggere sotto chiave i fatti e concedere così alla civiltà il privilegio di inventarsi ancora una altra volta. 

Per saperne di più: CAPIRE LA SESTA ESTINZIONE- La più grande rivoluzione umanistica della storia.

(Paris, Rue Lucien Sampax all’angolo con Rue de Magenta, andando verso Republique)

(NB – ho raggiunto Parigi col treno, per ridurre le emissioni del mio viaggio di ricerca attorno e dentro il Musée du Quai Branly)