Categoria: Estinzione

La sesta estinzione sta accelerando

La sesta estinzione sta accelerando. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction).
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“Se consideriamo una riduzione della loro area di diffusione storica per tutte le 515 specie di vertebrati sull’orlo dell’estinzione, allora le popolazioni di queste specie scomparse dal 1900 raggiungono la cifra sbalorditiva di 237.000”. La sesta estinzione sta accelerando. Questa è solo una delle evidenze impressionanti raccolte da uno studio di grande impatto appena uscito sulla PNAS (Vertebrates on the brink as indicators of biological annihilation and the sixth mass extinction).

Il paper segna un passaggio di livello nel tono e nella urgenza della ricerca sulla defaunazione, come già accadde nel 2014 con il paper pubblicato su SCIENCE firmato da Rodolfo Dirzo della Stanford. Stavolta gli autori gravitano attorno al gruppo di Dirzo, con cui collaborano da anni: Gerardo Ceballos, Paul R. Ehrlich e Peter H. Raven. Questo studio prende una posizione senza precedenti, anche politica direi, sulle misure indispensabili da adottare a livello globale per arginare un disastro già in parte definitivo. 

Non solo la sesta estinzione è reale, ma sta accelerando. Sono ormai ad un passo dall’abisso 515 specie di vertebrati. Sommate a quelle già scomparse da inizio Novecento, che sono 543, abbiamo un totale di specie perse per sempre di 1058. Secondo il tasso di estinzione degli ultimi 2 milioni di anni (il cosiddetto background extinction rate, e cioè il tasso normale, naturale di estinzione delle specie), avremmo dovuto assistere all’estinzione di 9 specie nei centocinquanta anni dal 1900 al 2050.

Invece, entro il 2050, in uno scenario ipotetico e in assenza di un radicale cambiamento nei nostri stili di vita, contempleremo un totale di 1058 perdite totali. Una ecatombe. La demografia umana e le attività umane sono la causa diretta di questo olocausto globale, cominciato 11mila anni fa, quando sulla Terra c’erano 1 milione di persone. Oggi siamo 7 miliardi e 800 milioni. I conti sono presto fatti. 

“L’estinzione nutre l’estinzione”

Ma il punto forte di questo studio è la spiegazione di come “l’estinzione nutre l’estinzione”.

L’estinzione di una sola specie innesca un effetto domino sistemico, sulle specie con cui ha condiviso il suo habitat, e sull’intero ecosistema. Questo processo di impoverimento a cascata funziona nel tempo, man mano che le popolazioni di una certa specie diventano sempre meno numerose e sempre più isolate geograficamente. E la loro distribuzione storica (lo home range) sempre più ristretto.

Meno individui significa anche un deterioramento delle funzioni ecologiche che la specie in estinzione può esprimere nei confronti di tutte le altre, animali e vegetali. Quando l’estinzione è ormai conclamata, non resta che attendere la scomparsa delle specie rimaste, ancora presenti, ma già coinvolte nella semplificazione ecologica e genetica del loro contesto ecologico. Ecco perché, stavolta, i ricercatori insistono sul valore di ogni singola popolazione.

Ragionare per popolazioni permette di capire meglio perché “è in corso un annichilamento biologico”.

“Quando una specie scompare, un ampio pacchetto di caratteristiche se ne va per sempre, dai geni alle interazioni tra fenotipi e ai comportamenti”, spiegano gli autori. “Ogni volta che una specie o una popolazione svaniscono, la capacità della Terra di mantenere i servizi ecosistemi, che dipende dalle specie o dalla popolazione coinvolta, ne risulta compromessa.

Ma ogni popolazione è unica e perciò diversa nella sua capacità di adattarsi con successo ad un particolare ecosistema e giocarvi il suo ruolo”. E questo significa che “gli effetti delle estinzioni peggioreranno nei decenni a venire, dal momento che la perdita di unità funzionali, le ridondanza genica (due geni svolgono la stessa funzione, nb) e la variabilità genetica e culturale modifica interi ecosistemi”. 

La sesta estinzione è insomma più veloce del previsto. Ma anche più profonda, un fenomeno in cui sono al lavoro sinergie complesse nella funzionalità stessa degli ecosistemi.

L’importanza delle popolazioni animali

Siamo abituati a concentrare la nostra attenzione sulle singole specie. In realtà la ricerca scientifica sta virando decisamente verso uno sguardo “per popolazioni”.

Perché, allora, ogni singola popolazione conta ? “Popolazioni più piccole diventano più isolate e quindi più vulnerabili all’estinzione per cause naturali (la consanguineità, eventi accidentali) e umane.

Quando il numero di individui di una popolazione o specie crolla ed è troppo basso, il suo contributo alle funzioni eco-sistemiche e ai servizi eco-sistemici diventa meno rilevante, la sua variabilità genetica e resilienza sono ridotte e quindi anche il contributo di quella specie al benessere degli esseri umani viene meno. Arrivata ad un certo punto, una popolazione può essere semplicemente troppo piccola o troppo priva di habitat per riuscire a riprodursi”. 

I ricercatori hanno analizzato le specie di vertebrati prive ormai della maggior parte del loro territorio geografico e ridotte a meno di 1000 individui, che è la soglia numerica sotto la quale gli animali entrano in Red List della IUCN con la targhetta “criticamente minacciato”.

È stato poi approntato un confronto con la distruzione storica di 48 specie di mammiferi e di 29 specie di uccelli, gli unici gruppi su cui sono disponibili sufficienti dati dal recente passato. Su 177 specie di grandi mammiferi (esempi emblematici i grandi felini) la maggior parte ha perso l’80% della distribuzione originaria. La maggior parte delle specie in estinzione appartengono al Sud America (157), seguono Oceania (108), Asia (106), Africa (82), Nord e Centro America (55) ed Europa (6). 

Zombi ecologici

L’annichilamento biologico del Pianeta è dunque il nostro contesto storico attuale.

Non bisogna farsi troppe illusioni neppure sui progetti di recupero numerico di specie ormai estirpate al 99%. Progetti che spesso ricevono una attenzione mediatica sproporzionata. La loro quasi estinzione ha compromesso per sempre intere porzioni di continenti, come dimostra il caso del bisonte americano: “il bisonte e molte altre specie con piccole popolazioni sono diventate ciò che Janzen chiamò zombi ecologici”.

Le grandi praterie americane sono un lontanissimo ricordo: oggi ci sono solo 4mila bisonti selvaggi, contro i 30-60 milioni della metà dell’Ottocento. 

Quello che è massimamente sconcertante è che la crisi biologica del nostro Pianeta non ha mai ricevuto la stessa attenzione, per quanto scarsa, di cui ha goduto il cambiamento climatico. Nè da parte dei governi, né da parte della società civile.

L’estinzione obbliga a confrontarci con la nostra identità evolutiva su una scala di responsabilità culturale, psicologica e genetica che difficilmente è presa in considerazione, anche dai media mainstream, impegnati a diffondere il claim pubblicitario che i parchi nazionali siano oasi indipendenti e sufficienti ad arginare il crollo degli ecosistemi globali. L’estinzione non è un fatto secondario del XXI secolo, ma una “minaccia esistenziale alla civiltà”. 

Qui, perciò, gli autori prendono una posizione politica ed etica che non ha precedenti e che riecheggia anche l’allarme globale sulla correlazione tra commercio di specie selvatiche e la pandemia di SarsCov2. Intanto, una constatazione fondamentale: “la popolazione mondiale in crescita, i tassi di consumo, in aumento, e la crescita prevista per il futuro possono solo accelerare la rapida scomparsa delle specie, facendo di ciò che è un corso d’acqua un torrente impetuoso – un problema di schietta sopravvivenza che soltanto gli esseri umani hanno il potere di alleviare”. 

E poi due proposte, fermissime. La prima: classificare come “criticamente minacciate” in Red List tutte le specie sotto i 5mila individui, e quindi, di riflesso, escluderle tutte dal commercio. La seconda: elevare la crisi di estinzione a emergenza mondiale e quindi inserire la conservazione delle specie in un accordo globale vincolante entro questo decennio. 

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Il Pianeta è entrato in una trasformazione irreversibile

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A dispetto delle stupefacenti immagini di animali che si lanciano in solitarie esplorazioni delle nostre città deserte, cresce il numero di studi scientifici a conferma del fatto che il nostro Pianeta è ormai entrato in una fase di trasformazione irreversibile. Il termine inglese è molto appropriato, perché spiega meglio di cosa parliamo: self-transformative. Gli effetti retroattivi e i meccanismi di feedback innescati dalle alterazioni sistemiche a biosfera ed atmosfera funzionano, per così dire, in autonomia. Ci muoviamo insomma su uno scenario che mostra già importanti indicatori di cambiamenti su scala biologica e climatica epocali. Ovunque nel mondo.

Un team di ricercatori della UCL di Londra ha lavorato sui depositi fossili di foraminiferi( i protozoi che formano il plancton e che fluttuano nelle acque oceaniche e quelli che vivono invece a stretto contatto con la superficie dei fondali), microrganismi molto sensibili alle variazioni delle temperature, a sud dell’Islanda. L’obiettivo era quindi capire, attraverso questi fossili, come è cambiato l’Atlantico nord orientale nel corso dei millenni.

I risultati sono impressionanti: “siamo riusciti a fornire la prima prova che nel ventesimo secolo la circolazione delle acque di superficie nell’oceano nell’Atlantico nord orientale è stata anomala rispetto agli ultimi 10mila anni. Questo cambiamento ha causato una sostituzione delle acque sub-polari fredde con acque sub-tropicali più calde, con conseguenze dirette sulla distribuzione dei microrganismi marini”.

Il brusco cambio di passo è registrato nei foraminiferi ormai fossili del secolo scorso.

L’impronunciabile Turborotalita quinqueloba, ad esempio, una specie appartenente al plancton che predilige le acque fredde, è stata la protagonista dei sedimenti oceanici di foraminiferi durante tutto l’Olocene, occupando fino al 40% dello spazio disponibile. Ma a partire da circa il 1750 la Turborotalita è crollata. E dall’inizio del Novecento hanno cominciato a stare sempre peggio anche i foraminiferi bentonici, quelli cioè che vivono direttamente sulla superficie dei fondali oceanici in questa porzioni di Atlantico.

“I trend del ventesimo secolo superano di gran lunga il tasso di variabilità osservato nelle registrazioni fossili di questo sito negli ultimi 10mila anni”, concludono gli autori, “la struttura spaziale di questi cambiamenti e ulteriori ricostruzioni della circolazione atlantica sublocare (la cosiddetta North Atlantic Sub Polar Gyre) suggeriscono un passaggio di livello nelle dinamiche oceaniche della regione del Nord Atlantico sull’intero bacino, avvenuto nel ventesimo secolo. Benché rimangano delle incertezze, noi suggeriamo che l’accresciuto ingresso di acqua dolce nella circolazione nord atlantica sia stata la probabile causa di questa alterazione”. 

I cambiamenti climatici agiscono come pressione selettiva sui gruppi di specie che occupano un certo ecosistema, ma lo fanno su scala differente rispetto alle normali pressioni ambientali. Quello che non è ancora chiaro è se eventi come enormi siccità, inondazioni e tempeste agiscano su una selezione di breve periodo, immediata, degli individui di una specie o se invece possano modificare interi gruppi di specie tra loro affini su spazi temporali e geografici estesi.

Questo campo di indagine incrocia la climatologia con la biologia evolutiva e quindi con un altro processo ecologico già in corso, di cui intravediamo soltanto i contorni: lo spostamento dei biomi verso latitudini più elevate a causa dell’innalzarsi delle temperature.

Un improvviso e devastante evento climatico può agire all’interno di una singola popolazione delle stessa specie. È quanto emerge da uno studio appena pubblicato sia su NATURE che sulla PNAS, che ha preso in considerazione gli uragani dell’area caraibica.

Secondo gli autori, gli uragani potrebbero essere un fattore di modificazione dei tratti fenotipici di una popolazione animale perché funzionano rapidamente come agente di selezione naturale. Lo studio, anche questo pionieristico, è stato condotto nel minuscolo arcipelago caraibico di Turks and Caicos, tra le Bahamas (a nord) e Haiti (a sud), su una specie comune di lucertola locale, la Anolis scriptus.

Queste isole sono state colpite di recente, nel 2017, da due uragani, Maria e Irma. Nelle sei settimane successive a questi shock estremi, i ricercatori hanno verificato che “le popolazioni di lucertole sopravvissute differivano nella misura del corpo, nella lunghezza relativa delle zampe e nella grandezza dei polpastrelli delle dita rispetto a quelle attive prima della tempesta”. I polpastrelli servono a queste lucertole per arrampicarsi e per tenersi alle rocce sotto lo sferzare dei venti.

La conclusione è che “gli uragani possono indurre un cambiamento fenotipico in una popolazione perché implicano una selezione naturale. Nei prossimi decenni, mentre gli eventi climatici estremi diventeranno più intensi e frequenti, la nostra comprensione di queste dinamiche evolutive deve essere integrata negli effetti di episodi potenzialmente capaci di una severa azione selettiva”. 

Scrivono sulla PNAS: “Abbiamo dimostrato un effetto trans-generazionale di selezione estrema sulla grandezza dei polpastrelli delle zampe per 2 popolazioni nel 2017. Data la brevità degli effetti imposti dagli uragani, ci siamo chiesti se le popolazioni e le specie che subivano più spesso gli uragani avessero polpastrelli più grandi. Abbiamo usato 70 anni di registrazioni storiche sugli uragani dimostrando che la misura dei polpastrelli è positivamente correlata alla attività degli uragani sia per le 12 popolazioni insulari di Anolis scriptus che per le 188 specie di Anolis nei Neo Tropici. Gli eventi climatici estremi si stanno intensificando e potrebbero essere dei fattori sottostimati di schemi bio-geografici di ampio raggio che coinvolgono la biodiversità”. 

Riapre la Fossil Hall dello Smithsonian

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Riapre la Fossil Hall dello Smithsonian. Dopo un vasto lavoro di riallestimento, durato 4 anni il pubblico potrà di nuovo visitare il grande salone dei fossili di una delle più prestigiose istituzioni scientifiche del mondo e di Washington.

La nuova “Fossil hall” ospita ora 700 reperti fossili: dinosauri, mammiferi, rettili e insetti, ossia 3.7 milioni di anni di storia del Pianeta. Lo Smithsonian ha infatti deciso di dare una impronta contemporanea alla Fossil Hall, scegliendo come filo conduttore del racconto paleontologico “le connessioni tra ecosistemi, clima, forze geologiche ed evoluzione, per incoraggiare i visitatori a comprendere che le scelte che compiamo oggi avranno un impatto sul futuro”. 

Deep time, tempo profondo, è infatti il titolo del rinnovato allestimento: “il passato della Terra ha dato forma al presente e plasmerà il futuro”. 

Il tempo profondo, in paleontologia, è la enormità del tempo che ci siamo lasciati alle spalle: i 4 miliardi di anni di vita del Pianeta, lungo i quali l’evoluzione ha dato origine al susseguirsi delle specie animali e vegetali. Il tempo profondo è quindi il passato che ognuno di noi ha in comune, come eredità culturale e biologica, con il Pianeta, le sue faune e i suoi ecosistemi.

Nel pieno della crisi di estinzione, un linguaggio espositivo come quello dello Smithsonian è anche una scelta politica. Proporre cioè al pubblico una visione scientifica rigorosa del paleo-passato, non hollywoodiana, e ben ancorata al nostro presente in Antropocene. Dinosauri ed esseri umani si incontrano in una visione complessiva dell’evento biologico, laica, e con profonde implicazioni filosofiche. 

Una delle caratteristiche dell’Antropocene è infatti l’alterazione del rapporto che abbiamo con il passato e con il futuro. Abbiamo “consumato” il nostro paleo-passato sotto forma di combustibili fossili, prendendo però così in ostaggio anche il futuro delle altre specie e delle prossime generazioni.

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“La fossil hall è una cronaca circolare dell’intera storia della vita sulla Terra e mostra le origini e l’evoluzione delle piante e degli animali, ricrea mondi antichi e getta luce su esempi passati di cambiamenti climatici ed estinzioni. Nella Warner Age of Humans Gallery i visitatori possono apprendere le migliaia di modi in cui gli esseri umani stanno causando cambiamenti rapidi, e senza precedenti, al Pianeta”.

Deep Time conduce dentro il collasso del Pianeta, nella cronaca quotidiana dei cambiamenti climatici e della sesta estinzione: “la prospettiva temporale fornisce un contesto al mondo odierno e aiuta a costruire previsioni sul corso che la specie umana e la vita nel suo complesso prenderanno in futuro”.

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La riflessione sul tempo non è cioè pura speculazione scientifica. Contiene un atteggiamento maturo sul significato della comparsa della nostra specie circa 100mila anni fa: “La vita nella sua interezza è fatta di connessioni: il passato, il presente e il futuro e la Terra stessa.

L’evoluzione modifica continuamente la vita attraverso lo scorrere del tempo, e gli ecosistemi si trasformano nel tempo, e continueranno a farlo”.

Questo significa che, attraverso gli scheletri dei grandi dinosauri, è possibile vedere, come in controluce, che nulla è dato per sempre e che la condizione attuale dell’umanità possiede una intrinseca ragione evolutiva, ecologica e geologica.

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La questione climatica è uno degli assist di Deep Time: “i visitatori esploreranno le prove fossili di come era il clima in epoche antiche e di come cambiò, incluso un evento di rapidissimo surriscaldamento che si verificò 56 milioni di anni fa, conosciuto come Massimo Termico del Paleocene-Eocene ( il PETM).

La mostra mette l’accento sul fatto che l’attuale cambiamento climatico è diverso dal PETM e da altri eventi analoghi del passato, perché oggi il clima cambia a causa delle attività umane, e ad una velocità allarmante, molto più rapida del PETM.

I visitatori potranno quindi passare attraverso la storia climatica più remota della Terra, e seguire due ipotesi sul nostro futuro climatico: ciò che accadrà a livello globale sarà determinato dalle scelte delle persone, come individui singoli, e come collettività”. 

Con Deep Time lo Smithsonian passa un messaggio radicale sul perché andare in un museo di storia naturale sia indispensabile nell’Era dell’Estinzione. Un museo di storia naturale smonta il pregiudizio che Homo sapiens sia completamente autonomo nelle sue imprese. Le forze geologiche che hanno modificato il Pianeta hanno sbozzato anche il suo stesso destino.

In un museo di storia naturale siamo messi faccia a faccia con il problema, rimosso nelle società opulente, della vita e della morte, del sentimento di onnipotenza e di autarchia culturale che sembra aver preso il sopravvento nella concezione umana delle cose e degli enti.

Ebbene sì: riflettere sul tempo, quanto ne abbiamo dietro di noi, e quanto ce ne resta davanti, è un atto politico su cui paleontologia e filosofia trovano un incredibile punto di conversazione. 

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Hotspot e coolspot delle specie a rischio

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(Niassa, Mozambico: pratica dello slush and burn, abbatti e brucia, per liberare terreni adatti all’agricoltura)

È appena uscita su PLOS BIOLOGY (Hotspots of human impact on threatened terrestrial vertebrates”la prima analisi globale degli impatti delle attività umane su 5.475 specie minacciate calcolata sulla aree geografiche di distribuzione di queste specie. Hotspot e coolspot delle specie a rischio. Questo l’argomento del paper.

Lo studio ha cioè verificato in quali regioni del Pianeta gli otto principali fattori di distruzione delle biodiversità si sovrappongono alla presenza di popolazioni animali a rischio di estinzione. Gli autori hanno preso in considerazione 1277 mammiferi, 2.120 uccelli e 2.060 anfibi.

Sono stati così identificati gli “hotspot” della Terra, ossia le regioni dove la biodiversità è maggiormente sotto pressione. E anche i “cool spot”, le zone-rifugio, dove invece specie più resilienti hanno maggiori possibilità di sopravvivere nei decenni a venire.  

Secondo quali schemi spaziali e geografici la pressione umana coincide con le specie maggiormente sensibili al risciò di estinzione ? Capirlo è determinante per pianificare gli sforzi di conservazione.

E per stilare l’elenco delle priorità.

Mappare le minacce alla biodiversità non è sufficiente. Bisogna capire, questo l’intento dello studio, dove l’intensità del disturbo umano coincide con la presenza di una popolazione cruciale per la sopravvivenza a lungo termine di una specie. 

Moreno Di Marco, ricercatore presso il CSIRO Land & Water, EcoSciences Precinct, di Brisbane Australia e alla Sapienza di Roma, co-autore della mappatura, spiega: “Nell’approccio che abbiamo utilizzato le specie minacciate sono osservate in correlazione spaziale con i processi distruttivi che le minacciano e a cui esse sono sensibili.

L’associazione spaziale innesca un impatto sulla specie che si trova a fronteggiare insieme una o più minacce. Uno hotspot è una area in cui questi impatti, che agiscono sulla specie, possono essere individuati: un alto numero di specie che coesistono con un alto numero di minacce prodotte dall’uomo.

Invece i cool spot sono quelle aree che ospitano sì un alto numero di specie minacciate ma in assenza delle minacce che sono direttamente collegate a loro, e perciò funzionano come rifugi”. 

L’impatto umano sulle specie minacciate si estende ormai sull’84% della Terra

I risultati di questo studio sono molto cupi: “In media, il 38% del range di distribuzione di una specie è sottoposto agli effetti di uno e più fattori di minaccia. I mammiferi sono il gruppo tassonomico più colpito. Il 52% del loro home range è ormai soggetto a minacce di forte impatto.

Preoccupante è che un quarto di tutte le specie considerate subisce le conseguenze di una qualche minaccia su più del 90% del proprio areale. Solo un terzo di tutte le specie è al sicuro”.

I driver di distruzione presi in considerazione sono quelli ufficiali della “Impronta umana”, la human footprint, riconosciuti dalla IUCN e pubblicati nel 2016 su Nature: edifici e costruzioni, campi coltivati, pascoli, la densità demografica umana, le luci notturne, le ferrovie, le strade a larga percorrenza come le autostrade, il traffico marittimo.

Insomma, il complesso delle attività commerciali e industriali che sostengono gli insediamenti umani in continua espansione. 

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(Credits: WCS by Paul Mulondo)

“L’impatto umano sui vertebrati già minacciati è ubiquo e si estende sull’84% della superficie terrestre. Ci sono forti variazioni spaziali, con un picco allarmante nell’Asia del Sud Est, e anche negli hot spot gli effetti differiscono tra gruppi tassonomici distinti.

La Malesia è il punteggio più alto sulla media calcolata (125 specie colpite), seguita dal Brunei e da Singapore (rispettivamente 124 e 112)”.

Le foreste tropicali umide a latifoglie del sud est del Brasile e Indonesia si collocano al secondo posto fra i biomi maggiormente disturbati.

L’Europa e il Centro America emergono come hot spot globali soprattutto per i mammiferi e per gli anfibi.

L’impatto sugli uccelli è omogeneo, con picchi di interferenza grave nel sud est Asia e anche del sud est del Sudamerica.

Le mangrovie hanno la più alta proporzione di specie compromesse (61-3%), seguite dalle foreste temperate a latifoglie e le foreste miste (60.7%). Di contro, come è intuibile, la tundra e la foresta boreale ha le percentuali più basse (14.6% e 29%, rispettivamente). 

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(Tsavo, Kenya)

Un punto molto interessante dello studio è la coesistenza, all’interno di una stessa area geografica, di specie minacciate e di specie invece che in quella area hanno trovato il loro cool spot.

Una condizione che riguarda l’80% del Pianeta.

Il rischio di estinzione è infatti una funzione sinergica tra le caratteristiche intrinseche di una specie e il tipo di minaccia presente. Non tutte le specie rispondono in maniera identica ad una stessa minaccia a causa del proprio tipo di adattamento e dei propri tratti ecologici.

Dove vive una specie iper-minacciata ne può prosperare un’altra.

Ad esempio, in Sudafrica i grandi felini, come i leoni, hanno grosse difficoltà, mentre un felino di medie dimensioni, il serval, rivela uno studio recente condotto in un impianto petrolchimico a 130 chilometri da Johannesburg, prospera nelle aree industriali dismesse.

“Questo è un buon esempio. In generale, una strada o una ferrovia possono avere effetti devastanti per i mammiferi che tentano di attraversale, ma non per gli uccelli che le volevano sopra – dice James Allan, tra gli autori della ricerca uscita su PLOS BIOLOGY, della School of Earth and Environmental Sciences, University of Queensland, Australia, un esperto nella mappatura degli habitat wild.

“Oppure, considera i pascoli, in Africa: i grandi mammiferi come i leoni e gli erbivori come le zebre possono coesistere con le mandrie, ma gli anfibi delle pozze d’acqua no. Gli hotspot e i coolspot si susseguono l’uno con l’altro in conseguenza della ricchezza di specie.

Dove ci sono molte specie, osserviamo che l’impatto delle minacce studiate è simultaneo su molte di esse e che tante altre invece ne sono al riparo. Questo si osserva bene in Brunei, che ha la media più alta come rifugio di specie: è incredibilmente ricco e quindi le sue foreste risultano meno compromesse delle loro analoghe in Malesia e Indonesia”.

Tra questi rifugi ci sono la Liberia, in Africa, per i mammiferi e gli anfibi, e le Ande, in Sud America, dove sopravvive, in popolazioni frammentate, il magnifico gatto andino (Leopardus jacobita): “Abbiamo incluso moltissimi felini nel nostro studio, perché sono quasi tutti ormai minacciati”, spiega Allan. 

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(Western Ghats, India)

Aggiunge Moreno di Marco: “nella nostra ricerca abbiamo scoperto che queste aree sono sia hotspot che coolspot per diverse specie. Si tratta di aree molto ricche, ma su cui insistono solo alcune minacce specifiche con effetti diretti sulle specie, come ad esempio la caccia eccessiva, e non invece la perdita di habitat. 

Qui, molte specie minacciate sono in declino ma ci sono anche altre specie in difficoltà che possono vivere senza la pressione di minacce per loro significative”. 

Le implicazioni di questo censimento sulla conservazione sono piuttosto importanti. Di nuovo, gli autori insistono sul fatto che “la frammentazione riduce la proiezione di habitat particolarmente adatti alla distribuzione di certe specie, riducendo i loro movimenti e aumentando il loro rischio di estinzione”.

Due punti sono determinati sul futuro. Primo, gli sforzi di protezione daranno benefici se terranno conto dei rifugi di biodiversità rimasti. Secondo, questi stessi rifugi sono i luoghi critici perché le specie sviluppino gli adattamenti loro richiesti da un Pianeta in rapidissima trasformazione. 

Amà: il genocidio moderno

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Certe storie siamo abituati ad ascoltarle solo a proposito della Germania nazista e dei campi di sterminio in Polonia. Eppure, l’8 dicembre scorso il Global Health Film Festival di Londra ha ospitato la prima assoluta di Amà, un documentario scioccante della regista Lorna Tucker. L’argomento: la campagna di sterilizzazione forzata delle donne native americane che il governo federale degli Stati Uniti ha perseguito negli anni Settanta.

Gli autori e Lorna Tucker, che ha lavorato a questo film per 9 anni, hanno raccolto evidenze di qualcosa come 3.400-70.000 donne sottoposte, con l’inganno e la coercizione psicologica, ad interventi chirurgici di sterilizzazione. Amà – che significa madre in lingua Navajo – nasce da un dolore infinito e da un crimine contro l’umanità. 

Il film racconta la vicenda personale di Jean Whiterhorse (nella locandina), una donna Navajo del New Mexico. Amà esce in un momento di tensione internazionale sul significato più autentico della nostra umanità. Settanta anni fa veniva firmata la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma c’è da chiedersi se quei nobili ideali siano compatibili con lo scempio della biosfera di cui siamo ormai testimoni diretti. E con le pratiche di genocidio programmato che ne sono il corollario storico.

È  in corso la Cop24 sul clima a Katowice, in Polonia, mentre Extinction Rebellion ha in programma una terza, grande manifestazione nel Regno Unito per il prossimo sabato (14 dicembre). Un film come Amà è, finalmente, al centro di un dibattito di enormi proporzioni (alimentato anche dalle consultazioni in corso a Parigi, Bruxelles e Berlino sulla restituzione dei reperti artistici africani ai loro legittimi proprietari) sulla struttura portante della costruzione del dominio europeo nelle Americhe e in Africa: il genocidio e l’ecocidio. 

Ne ho parlato al telefono da Londra con Lorna Tucker, chiedendole prima di tutto come sia potuta accadere una cosa del genere, in tempi recentissimi, negli anni Settanta, e nella “modernissima” America.

“L’America è una nazione nata sul genocidio ed è ancora oggi un Paese dominato dai bianchi. Ora, tutti sanno cosa è accaduto nel passato, ma ciò che è ancora più scioccante, ciò di cui gli Americani e la gente nel mondo non ha idea, è ciò che sta ancora oggi avvenendo, non più tardi di quest’anno, in Canada.

Abbiamo scoperto che le donne native vengono minacciate di vedersi sottrarre i figli, se non accettano la sterilizzazione. Quindi ci sono molte più vittime in Nord America, nel Saskatchewan”.

E del resto il ricorso alla sterilizzazione negli anni Settanta ha coinvolto tutte le tribù degli Stati Uniti. Amà è una produzione indipendente, ma di una forza fuori dell’ordinario, che Lorna Tucker evoca continuamente, mentre parla della incredibile determinazione che l’intera squadra di lavoro (Colin Firth tra i produttori) ha forgiato nel corso di questi 9 anni per dire la verità agli Americani.

“Ora che il film è uscito può essere usato come evidente punto di partenza, per le molte cose eccitanti che potranno accadere d’ora in avanti. Penso alla prima a Londra, la scorsa settimana, che era su prenotazione. C’erano tantissime persone bianche.

Nelle terre indiane, in America e negli USA, ora possiamo sollevare una coscienza collettiva per rompere il silenzio e spingere chi ha pagato in prima persona a venire allo scoperto, raccontare la sua storia e costruire insieme una class action. È veramente entusiasmante quello che possiamo finalmente fare”.

La produzione vuole ottenere dal governo centrale di Washington scuse ufficiali. Ma anche pubblico di questo film è chiamato a prendere una posizione. La produzione sta cercando sostegno economico per poter contare su una rete di distribuzione il più ampia possibile negli USA (sul sito tutte le istruzioni per una donazione).

“Abbiamo rivelato il presente dell’America, non solo il passato, e mi riferisco al Canada. Chiediamo che i testimoni siano ascoltati e a tutti di fare pressione sulle loro ambasciate per avviare una indagine seria e diffondere il più possibile questa storia. È importantissimo. La prima del film è il primo atto della campagna dell’anno prossimo”.

La vergogna nazionale denunciata da questo film ha una connotazione politica innegabile: “non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Il razzismo di Trump è lo stesso degli anni ’70”, dice senza esitazione la Tucker. Forse è arrivato il momento di riscrivere la nostra concezione dell’umano e di prendere in considerazione l’oscurità della civiltà, se vogliamo davvero includere i diritti civili nelle comunità del futuro.

Le donne come Jean Whitehorse sono state in silenzio per 40 anni perché si vergognavano di aver prestato il loro corpo alla sterilizzazione. Si vergognavano al posto nostro: “è straziante, non ne parlarono neppure con gli amici e i parenti. Adesso, nessuna donna nativa che vada in ospedale dovrà più subire ciò che accadde loro. Se le parlano di bambini, potrà dire: so tutto”. 

L’uso sistematico e legale della sterilizzazione forzata delle donne nere (nel sud schiavista) è raccontato anche da Colson Whitehead in La ferrovia sotterranea.

Più ascolto Lorna e più mi accorgo che la nostra è una conversazione sul futuro.

Siamo alle soglie di una rivolta, di una sollevazione morale collettiva, come fu per Standing Rock un paio di anni fa. Aver usato l’estinzione come arma di dominio ha finito con il plasmare il nostro animo. Dobbiamo accettare di essere capaci di genocidio, per porvi fine una volta per sempre.

“Sono assolutamente d’accordo. Questo è l’inizio di qualcosa. Le donne native qui in Inghilterra per la prima, le reazioni del pubblico…Siamo connessi in una unica reta di consapevolezza che mi ha dato l’energia di cui avevo bisogno. É il momento giusto per il film, per questo dibattito.

Cinque anni fa non lo era, il mondo non era pronto. Ma ora, con il movimento MeToo e con ciò che tu citi sul fronte ambientale, lo è: è tempo di prestare attenzione al genocidio. In questi 9 anni ho pensato tante volte di mollare, ma non lo ho mai fatto perché sono una donna, e le donne sanno essere molto coraggiose. Mi dicevano che l’argomento non era abbastanza interessante, eppure sono andata avanti.”.

Lorna è bianca e le chiedo che cosa significa per lei essere una regista bianca dinanzi ad un crimine di questo tipo.

“Io penso che il nostro dovere come persone di pelle bianca, che vivono in Europa, in posti sicuri e protetti, è comprendere il nostro privilegio. Non possiamo cambiare il passato, ma dobbiamo lottare qui, ora, proprio perché siamo nella condizione privilegiata di avere una voce.

Dobbiamo lavorare con le comunità, non sopra le comunità. Jean era così orgogliosa del nostro metodo di lavoro, io ho solo fatto la regista non di queste donne, ma per queste donne.

Ogni mese, in fase di editing, controllavo il girato con loro: sei soddisfatta? È la tua voce? Perché era una enorme responsabilità, doveva venir fuori la voce dei nativi. Adesso possiamo superare i confini dell’America, e usare il film per il bene delle nazioni native”. 

(Recenti indagini di polizia in Canada hanno rivelato abusi che configurano il crimine contro l’umanità a danno di centinaia di bambini nativi sottratti alle loro famiglie, per essere “rieducati” in istituti cattolici.)

I territori ancora selvaggi sono in estinzione

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(Credits: Julie Larsen)

I territori ancora selvaggi sono in estinzione. Cresce la consapevolezza dell’importanza della wilderness nel controbilanciare gli effetti dei cambiamenti climatici e nell’assicurare la sopravvivenza di noi umani fornendo servizi ecosistemi essenziali. Eppure, gli habitat wild sono in estinzione: una crisi di estinzione della wilderness, analoga alla crisi di estinzione della biodiversità. Questa la inquietante conclusione di uno studio iniziato nel 2009 e pubblicato domani su NATURE ( volume 563, 1 novembre 2018, Protect the last of the wild) da un gruppo di ricercatori che hanno costruito una mappa delle ultime wilderness del Pianeta. 

L’allarme arriva a 48 ore di distanza dall’uscita del Living Planet 2018 del WWF, che mostra come in meno di 50 anni le popolazioni di vertebrati non domesticati sia crollato del 60%. 

Soltanto un secolo fa, rivela lo studio di NATURE, usavamo il 15% del Pianeta per l’allevamento e l’agricoltura. Oggi il 77% delle terre emerse (esclusa l’Antartide) e l’87% degli oceani è ormai stato modificato dalle attività umane.

Nonostante questo, le terre selvagge non godono ancora  di uno status giuridico dotato di concretezza politica: “il contributo degli ecosistemi intatti non è stato ancora inserito in nessuna cornice giuridica internazionale. Non è incluso, ad esempio, nel Piano Strategico per la Biodiversità delle Nazioni Unite, oppure nell’Accordo di Parigi sul clima”.

James Allan (@Jamesecology), postdoc e fellow research alla School of Biological Sciences della University of Queensland, St. Lucia, Australia, tra gli autori dello studio, mi spiega infatti: “il consenso scientifico attorno all’importanza delle aree wilderness è recente ed in crescita e non era ancora mainstream al tempo degli accordi di Parigi.

Inoltre, prima che le nostre mappe fossero pubblicate, nessuna delle nuove aree definibili come wilderness era ancora così minacciata. C’era una mal comprensione dovuta al fatto che queste aree erano lontane dalle persone, che quindi non ne erano direttamente danneggiate.

Le mappe hanno invece mostrato che quelle terre selvagge venivano distrutte e che era urgente proteggerle. Dovremmo essere sicuri che nei prossimi summit la wilderness sia inclusa nei negoziati”. 

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(Credits: Julie Larsen)

Per mappare la wilderness del Pianeta sulle terre emerse, gli autori hanno usato 8 indicatori ambientali, che esprimono la pressione umana sugli ecosistemi in una risoluzione di 1 chilometro quadrato.

Eccoli: ambienti ricoperti da edifici, campi coltivati, terre destinate al pascolo, densità di popolazione, luci notturne, ferrovie, strade a grande percorrenza e corsi d’acqua percorso da traffico marittimo.

Nel 2013 era stata mappata la “sea wilderness”, gli oceani intatti dal punto di vista ecologico, impiegando 16 indicatori tra cui la pesca, il traffico marittimo industriale, lo scarico in acqua di fertilizzanti.

Una wilderness, sui continenti o al largo degli oceani, è tale quando è priva di pressione umana su di una area geografica continua di 10.000 chilometri quadrati. Una estensione che pone il problema della frammentazione degli habitat in modo drammatico.

La wilderness infatti non è sostituibile. Non può essere ripristinata o riprodotta. Le sue caratteristiche ecologiche sono uniche. “Alcuni conservazionisti sostengono che certe aree in ecosistemi frammentati e degradati in altro modo siano più importanti degli ecosistemi intatti.

Le aree frammentate (separate tra loro da campi coltivati, insediamenti umani, strade, NdR) possono fornire servizi cruciali, come i proventi del turismo e fornire quindi benefici alla salute umana, o, anche, essere ricchi di biodiversità minacciata.

Eppure, numerosi studi stanno cominciando a rivelare che gli ecosistemi più intatti della Terra hanno ancora tutta una serie di funzioni sempre più cruciali”, avverte lo studio.

Secondo James Allan, “abbiamo bisogno di entrambe le strategie: mettere in sicurezza tutti gli ecosistemi intatti su scala globale, in modo che da garantire un successo di conservazione di lungo periodo.

E mettere in sicurezza i posti più importanti per le specie minacciate, con lo scopo di evitare estinzioni nell’immediato. I due approcci sono complementari, uno non esclude l’altro”. 

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(Credits: James Allan)

Nelle terre selvagge ciò che conta è la conservazione sui tempi lunghi, per motivi strettamente evolutivi: “le aree wilderness sono gli unici posti che contengono un mix di specie al loro livello naturale di abbondanza.

Sono anche le uniche aree – spiega lo studio su NATURE – che supportano i processi ecologici fondamentali della biodiversità su scale temporali evolutive. In quanto tali, quindi, esse sono serbatoi di informazioni genetiche e agiscono come aree di riferimento per gli sforzi di riconversione in condizioni selvagge di terre degradate e di ambienti marini”.

I territori selvaggi sono quindi indispensabili per il mantenimento dei processi biologici essenziali della vita. Ciò che James Allan chiama “evoluzione naturale”.

“Solo nella wildenress le specie si possono evolvere al di fuori dell’influenza umana, essenzialmente come pura evoluzione naturale”, dice Allan.

“Sono una importante risorsa per la nostra stessa comprensione del Pianeta. Quando discutiamo di evoluzione naturale intendiamo che nei paesaggi ormai degradati possono ancora esserci le stesse specie che vivono nella wilderness, ma in numeri più ridotti, in popolazioni più piccole.

E quindi con una ecologia che sarà diversa, più innaturale”.  La defaunazione (il processo di lento assottigliamento delle popolazioni di una specie) ha catastrofiche ricadute sistemiche. I cambiamenti di composizione numerica delle comunità animali si risolvono in un impatto diretto sulla diversità filogenetica e su tutte le interazioni trofiche che coinvolgono animali, piante, batteri e infine i pattern climatici di un habitat. 

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(Credits: DCSL)

Questo studio rende chiaro quanto la wilderness sia cruciale per fronteggiare i problemi attuali innescati dalla nostra espansione e dal nostro uso delle risorse. Questi territori funzionano come rifugio per specie ormai braccate in terra e nelle acque oceaniche.

Negli oceani, esse rappresentano gli ultimi Eden per i predatori di vertice, come i tonni, i marlin e gli squali. Ma la wilderness svolge anche un ruolo protettivo contro i devastanti cambiamenti climatici che entro questo secolo imporranno alterazioni significative al Pianeta.

Le foreste integre sono in grado di sequestrare molto più carbonio dall’atmosfera delle aree degradate.

“I modelli basati sulla geografia, sulle piogge e sul gradiente di deforestazione rivelano ormai fino a che punto le aree wilderness regolino il clima e il ciclo dell’acqua – su scala locale, regionale e globale.

Queste aree forniscono una protezione contro gli eventi meteorologici estremi e contro gli avvenimenti geologici”. In presenza di uno tsunami, ad esempio, una barriera corallina in salute offre alle coste una protezione doppia rispetto ad un reef devastato dallo sbiancamento, della pesca illegale con esplosivi o con il cianuro.

Lo studio non dimentica poi di citare le popolazioni di nativi che abitano ancora queste regioni, popoli marginalizzati nell’organigramma attuale della civiltà, con pochissimi diritti politici e modelli di adattamento ambientale di straordinario valore storico, paleo-genetico e culturale.

Come le specie animali ancora selvagge, anche queste genti umane sono insostituibili nella nostra coscienza di Homo sapiens sapiens. 

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Ma dove si trovano queste regioni wild? 

Il futuro del 70% delle terre selvagge rimaste è nelle assemblee parlamentari di Canada, Brasile, Russia, Stati Uniti e Australia.

Ma la mappa riserva anche qualche sorpresa: Chad, Mauritania, Niger presentano indici migliori di nazioni come il Sudafrica e la Tanzania. La Russia è l’avamposto di resistenza del prossimo secolo per predatori di vertice magnifici come la tigre siberiana.

Il delta dell’Okavango e il Botswana (compreso il Kgalagadi Transfrontier Park) sono i due hot spot critici per il leone africano allo stato di natura. Particolarmente urgente è una presa di posizione sull’Antartide.

Il continente deve diventare off limit per ogni tipo di esplorazione mineraria o estrattiva e servono “rigorose procedure di controllo biologico che riducano al minimo il rischio che i visitatori introducano specie invasive”.

Perché il Pianeta rimanga selvaggio sono indispensabili misure forti da subito, e vincolanti, avvertono gli autori. Bisogna riscrivere parte della cornice giuridica della conservazione.

In primo luogo documentando in modo serio le capacità di sequestro e accumulo di carbonio dall’atmosfera delle foreste e degli habitat, per poi inserire questa funzione ecologica della wilderness nella Convenzione sul Clima delle Nazioni Unite (UNFCCC).

Attraverso questo passaggio i Paesi firmatari degli accordi dovranno inserire la protezione delle terre selvagge nella loro strategia di riduzione delle emissioni serra. L’obiettivo “molto ambizioso, eppure raggiungibile” è di definire e quindi conservare il 100% di tutto ciò che oggi è ancora wild.

Un obiettivo globale renderebbe infatti molto più facile mobilitare risorse economiche anche per i governi e per i soggetti pronti ad investire, come il Global Environment Facility, un programma internazionale di finanziamento.

Un secondo passaggio è imporre al settore privato la protezione delle terre selvagge come assist strategico, attraverso l’introduzione di performance standard, soprattutto per organizzazioni come la World Bank e l’International Finance Corporation (a sua volta agenzia affiliata alla World Bank), oltre alle banche di sviluppo regionali. 

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Il tempo per implementare tutto questo sta però inesorabilmente finendo. La spaventosa realtà con cui dobbiamo fare i conti è, a parere degli autori, l’estinzione degli habitat selvaggi secondo parametri di intensità e di irreversibilità identici a quelli, come è intuibile, delle specie.

Non sarà possibile tornare indietro, se sceglieremo di estinguere il Pianeta su cui viviamo: “è impossibile ripristinare o rendere di nuovo selvaggio un ecosistema nelle stesse condizioni di una wilderness.

“Non possiamo ricreare la wilderness”, conclude Allan. “Perciò abbiamo deciso di parlare di estinzione. Crediamo che mettere nella giusta cornice quanto accade sia importante per portare il significato della perdita della wilderness al pubblico e alle organizzazioni come le banche. Non ci sono altre opzioni al di fuori della protezione di queste enormi aree”. 

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(Antartica)

I mammiferi non recupereranno più

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(Toxodon platensis – ungulato vissuto nel tardo Pleistocene e probabilmente estinto all’inizio dell’Olocene, circa 11.700 anni fa)

I mammiferi non torneranno più. Ma i processi di estinzione oggi sono così pervasivi e diffusi su scala globale che, se anche nel corso dei prossimi 50 anni riuscissimo ad arginare la distruzione degli habitat ancora selvaggi, il bracconaggio e l’inquinamento, servirebbero ai mammiferi tra i 5 e i 7 milioni di anni per tornare a condizioni pre-umane.

Questa la conclusione di un importante studio appena uscito sulla PNAS (Mammal diversity will take millions of years to recover from the current biodiversity crisis) che confuta il pregiudizio corrente, che soltanto gli esseri umani abbiano il privilegio di possedere una storia.

Lo studio usa diversità filogenetica come indicatore per valutare l’impatto delle estinzioni sull’assetto faunistico contemporaneo e futuro della Terra.

Gli esseri umani hanno cioè già eradicato dal Pianeta 300 specie di mammiferi, che corrispondo a 2 milioni e mezzo di storia evolutiva persi per sempre.

La diversità filogenetica è misurata in milioni di anni di evoluzione indipendente, ossia “la somma della lunghezza di tutti i rami di un certo gruppo di specie, fino alla radice del loro albero evolutivo”.

Ad esempio, considerando i grandi felini, la diversità filogenetica riassume il tempo lungo nel quale le pantere, come i leoni e i giaguari, si sono differenziati dal ghepardo (Acinonyx jubatus), dal leopardo nebuloso (Neofelis nebulosa) e dalla lince (Lynx lynx).

La storia evolutiva di una specie – tutto il tempo che ha impiegato per diventare ciò che è oggi – può essere recuperata solo su di una scala temporale altrettanto lunga e complessa.

La domanda che si sono posti gli autori è quindi: data l’intensità crescente del tasso di estinzione, i mammiferi potranno evolversi sufficientemente per recuperare il grado di differenziazione genetica perduto?

Gli autori hanno campionato 30 differenti linee di diversificazione filogenetica di mammiferi, seguendo una selezione a random, tenendo conto della loro passata distribuzione. E includendo così nello studio tutte le specie di mammiferi rimaste, e quelle estinte, del Quaternario, compreso il Pleistocene.

Uno dei pregi dello studio è infatti di aver orientato l’attenzione sulla “profondità storica” di una specie.

La storia evolutiva di una specie è un elemento strutturale del Pianeta e della particolare vicenda evolutiva di Homo sapiens sapiens.

Spiega Matt Davis, tra gli autori del paper, che fa ricerca presso il Center for Biodiversity Dynamics in a changing World (BIOCHANGE) della università di Aarhus, in Danimarca: “la diversità filogenetica può esser vista anche come un natural heritage, una eredità naturale, se una specie si è realmente distinta dal punto di vista evolutivo.

Ad esempio, gli abitanti della Nuova Zelanda sono piuttosto orgogliosi del tuatara e gli Americani ammirano l’antilocapra un po’ di più, perché questa linea evolutiva della specie c’è solo in America. Se si impiega la diversità filogenetica in una cornice di conservazione, allora, automaticamente, si utilizza la storia evolutiva come strumento di conservazione”

Affrontando la questione da questa prospettiva, strategie come la reintroduzione e il rewilding sono parte di dinamiche più articolate che riguardano i meccanismi fondamentali di proliferazione della vita: “Se un parco nazionale perde la sua diversità filogenetica”, spiega Davis, e cioè il totale di storia evolutiva condivisa da tutte le specie all’interno di quella particolare comunità, in un determinato habitat, “può ripristinarlo reintroducendo alcune specie.

E tuttavia, abbiamo solo una terra. Una volta che una specie è estinta, scompare completamente e nessun movimento avanti e indietro di altre specie potrà recuperare il livello globale di diversità filogenetica ormai perduta.

Qualche volta possiamo truccare le cose con noi stessi e pensare che non va poi così male se facciamo il conto delle specie in un solo posto, ma dovremmo invece sempre pensare alla scala globale. Entrambe le dimensioni sono importanti”. 

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(Macrauchenia patachonica – mammifero del Sud America del genere dei Litopterni, vissuto tra il Miocene e il Pleistocene)

Il punto di riferimento dell’analisi è stato, in particolare, l’ultimo interglaciale (circa 130mila anni fa): “A differenza di moltissimi studi precedenti qui usiamo l’ultimo interglaciale come punto di riferimento, e non il nostro presente, perché rappresenta meglio la tipica condizione di ricchezza in termini di megafauna che è esistita per buona parte del Cenozoico.

Lasciare le estinzione preistoriche fuori delle nostre analisi avrebbe sottostimato la perdita di biodiversità, ignorando gli impatti di vaste proporzioni che queste estinzioni hanno avuto sulla moderna ecologia”, scrivono gli autori. 

Sono queste estinzioni preistoriche, infatti, a rendere la nostra condizione attuale particolarmente critica.

In termini di diversità filogenetica, hanno imposto ai mammiferi attuali una perdita di ulteriori 2 miliardi di anni di una storia evolutiva unica, e irripetibile. Se a queste aggiungiamo il fardello delle estinzioni avvenute in periodo storico, e cioè a partire dal 1500 in avanti, si arriva ad una impressionante cifra di 500 milioni di anni di storia evolutiva ormai irrimediabilmente consegnata agli archivi dei musei di storia naturale.

La sconcertante semplificazione dell’albero della vita dipende, tra gli altri fattori, proprio dalla proliferazione di specie di mammiferi degli ultimi 100mila anni.

Come ad esempio i bradipi giganti, gli armadilli e i formichieri del Sud America. I grandi mammiferi del Pleistocene erano incredibilmente diversificati e questo significa che il loro percorso evolutivo era lungo, variegato e complesso.  

La storia evolutiva rappresenta un patrimonio a più capitoli, la cui perdita finisce col compromettere anche l’uso che le comunità umane possono fare delle risorse naturali a loro disposizione.

“La storia evolutiva ha un suo valore intrinseco – avvertono gli autori – ma questi anni perduti rappresentano una perdita anche di valore strumentale, nel senso che estinti sono anche tratti funzionali.

Le estinzioni connesse con noi umani hanno già alterato il mondo, che si trova in una condizione atipica: impoverito dall’assenza dei grandi mammiferi e quindi delle importanti funzioni ecosistemiche che essi fornivano”. 

Cosa dobbiamo aspettarci, allora, nei prossimi decenni?

“Se gli alberi genealogici attuali si mantenessero costanti senza ulteriori, nuovi fenomeni di speciazione o di estinzione, ci vorrebbero quasi 500mila anni perché le 5400 specie di mammiferi si evolvessero abbastanza da sviluppare una nuova storia e quindi ripristinare la loro diversità filogenetica al netto dei livelli pre-antropici.

Ma ci saranno ulteriori estinzioni. Le definizioni della stessa IUCN che classificano i livelli di minaccia predicono una perdita del 99,9% delle specie oggi criticamente minacciate e del 67% di quelle in pericolo entro i prossimi 100 anni”. 

Sotto i nostri è in corso una dissoluzione rapidissima di un patrimonio paleo-genetico, che avrà bisogno, se mai ne avrà l’opportunità, di milioni di anni per tornare quello di un tempo.

La vastità dei processi di cui parliamo è tale che in un ipotetico percorso di “convalescenza e restaurazione” la interazione delle specie decimate con i loro ecosistemi – con la vegetazione, con le altre specie, con i meccanismi di impollinazione, con il ciclo dei nutrienti attraverso il suolo e i corsi d’acqua, nonché con il sistema climatico terrestre – rimarrebbe compromesso per altrettanti milioni di anni. 

Ai mammiferi sarà concesso di ricominciare con nuovi percorsi evolutivi, puntualizza lo studio, o perché ci sarà un gigantesco cambiamento di paradigma e quindi sforzi titanici messi sulla conservazione, o perché le popolazioni umane in qualche modo collasseranno.

Fino ad un punto in cui gli umani “non saranno più una forza dominante e una minaccia ecologica”.

Nessun ragionamento può escludere la demografia umana da una valutazione dei rischi: “noi pensiamo che la crescita della popolazione umana sia veramente molto rilevante. Questo è il motivo per cui le nostre previsioni sono conservative.

Abbiamo preso lo scenario migliore in cui i tassi di estinzione scenderanno. Ma non ci sono motivi per aspettarselo, considerato come noi stiamo crescendo e la richieste che avanziamo sulle risorse”, ammette Matt Davis. 

Siamo abituati ad attribuire l’estinzione al passato fossile. Ma l’estinzione è invece un fenomeno assolutamente coevo alla nostra civiltà, e ben presente nella nostra vita quotidiana.

“Direi che siamo ai primi stadi di una crisi di biodiversità che potrebbe diventare una estinzione di massa se continuiamo a far peggiorare le cose. Ma direi anche che una estinzione di massa non ucciderà tutti i mammiferi.

I mammiferi sono molto resistenti. Sono sopravvissuti all’asteroide della fine del Cretaceo. E questo stesso asteroide non ha spazzato via tutti i dinosauri. Sono semplicemente diventati uccelli.

Io direi quindi che in fondo anche i dinosauri hanno ancora un discreto successo. Contano un numero di specie viventi doppio rispetto ai mammiferi.

Si potrebbe anche dire che l’età dei dinosauri non è mai finita”.

Non c’è più spazio per i grandi mammiferi

Gli animali selvatici si muovono sempre meno, con conseguenze devastanti su scala globale. Non c’è più spazio per i grandi mammiferi. Uno studio appena uscito su Science (SCIENCE 359 26 January 2018 – Moving in Athropocene: global reductions in terrestrial mammal movements) conferma che la questione dello spazio sarà l’argomento più scottante di quest’anno sulle riviste scientifiche e ovunque si discuta in maniera seria del futuro dei grandi mammiferi.

No room to roam, non c’è più spazio per muoversi, denuncia la copertina del magazine: spazio in senso quantitativo (non dovremmo cominciare a ragionare sulle mega-riserve?) e qualitativo (cosa accade alle popolazioni numericamente consistenti rimaste, se le aree protette sono sempre più frammentate?).

“Il fatto che gli animali possano muoversi è fondamentale per il funzionamento di un ecosistema. Usando un sistema di monitoraggio (tracking) a GPS su un database di 803 individui appartenenti a 57 specie differenti, abbiamo rilevato che i movimenti dei mammiferi in aree con una alta impronta umana sono ridotti in media di 2-3 volte”, spiegano gli autori. Il confronto è con i territori in cui invece la pressione della presenza umana è meno invasiva.

Le 57 specie prese in esame comprendono gli erbivori (28), i carnivori (11) e gli onnivori (18). Tra le specie considerate ci sono il ghiottone (Gulo gulo), la giraffa (Giraffa camelopardalis), l’elefante di foresta africano (Loxodonta africana cyclotis), l’orso bruno (Ursus arctos), il babbuino (Papio cynocephalus) e il leopardo (Panthera pardus).

Lo studio ha esaminato la distanza percorsa dagli animali in relazione all’impronta umana dei territori attraversati con un modello matematico avanzato (Human Footprint Index) che include gli effetti sinergici di più fattori: quanto un ambiente è costruito con case e infrastrutture, campi coltivati, terre messe a pascolo, la densità della popolazione umana, l’illuminazione artificiale notturna, ferrovie, strade, e vie d’acqua navigabili.

Questo indice va da 0 (punteggio del Pantanal, in Brasile) a 100 (punteggio di New York).

“La perdita globale di mobilità altera un tratto ecologico fondamentale degli animali che ha conseguenze non solo sulla persistenza di una singola popolazione”, ossia la sua capacità di resistere nel tempo in un certo habitat, “ma anche sui processi ecosistemici come ad esempio le interazioni predatore-preda, il ciclo dei nutrienti e la trasmissione delle malattie”.

Gli animali che si spostano all’interno dei loro habitat lavorano infatti come “mobile links” cioè come mediatori di funzioni biochimiche strutturali in un ecosistema: la dispersione dei semi, i trasferimenti energetici ( il passaggio dell’energia solare catturata dalla fotosintesi nelle piante, quindi negli erbivori, nei carnivori e infine di nuovo al suolo) e gli equilibri genetici intrinseci alle metapopolazioni.

Oggi, una porzione enorme del globo terrestre (dal 50 al 70% ) è già stata ampiamente modificata da noi umani. La qualità dello spazio rimasto per le specie selvatiche è un punto di discussione decisivo per il futuro: “l’espansione dell’impronta umana non sta solo causando perdita di habitat e di biodiversità, sta anche alterando il modo in cui gli animali si muovono attraverso habitat frammentati e disturbati”.

Le conseguenze più gravi di questa condizione globale saranno visibili sui tempi lunghi: “gli individui possono spostarsi alla stessa velocità se i loro movimenti vengono misurati in brevi intervalli di tempo, ma questi stessi movimenti appaiono più tortuosi dove l’impronta umana è più alta effettuando la misurazione su intervalli temporali più lunghi”.

Probabile che nei decenni a venire il destino degli erbivori in movimento non sarà molto diverso da quello dei carnivori di vertice.