Gli ecologisti accusano Franzen di disfattismo

Jonathan Franzen viene accusato di essere un disfattista perché ha osato schierarsi contro la narrativa dominante tra gli ambientalisti americani. Capitanati da Bill McKibben.
La raccolta di saggi ecologisti che è valsa a Franzen l’accusa di minare alle fondamenta la svolta verde.

Datemi del pessimista o dell’umanista, ma non mi pare che la natura dell’uomo sia mai fondamentalmente cambiata. Questa è la frase con cui Jonathan Franzen si è guadagnato un processo nel tribunale per intellettuali che esprimono opinioni sul collasso ecologico non allineate al dettato mainstream. Gli ecologisti accusano Franzen di disfattismo.

Ma attenzione, non è una questione politica.

Questo tribunale per dissidenti non è di destra, non è repubblicano, e non è neppure sovvenzionato dalla lobby dei combustibili fossili. E’ un tribunale organizzato dagli stessi sostenitori della economia verde, circolare, Green New Deal.

E la formulazione dell’accusa proviene da uno dei massimi giornali europei, per la qualità del giornalismo, e cioè il tedesco DER SPIEGEL. 

Lo SPIEGEL si scaglia contro Franzen in un articolo uscito qualche giorno fa nella sua edizione on line (Gefaerliches schwarz-weiss Denken). L’autore è Stefan Rahmstorf, docente di Fisica alla Potsdam University, alle porte di Berlino. Senz’altro una autorità riconosciuta sui cambiamenti climatici all’interno di un istituto di ricerca prestigioso.

Rahmstorf (@rahmstorf) ha commenta su DER SPIEGEL un contributo che Franzen scrisse l’anno scorso per il NEW YORKER, e ora tradotto anche in tedesco, What if we stopped pretending climate change can be stopped?. 

Demolire Franzen sembra sia diventata una facile moda per la lobby verde, che dimostra quanti interessi, alcuni legittimi altri un po’ meno, ci siano dietro il tentativo di convincere l’opinione pubblica che il Green New Deal è una sorta di miracolo.

Yanis Varoufakis ha scritto su THE GUARDIAN che “Il Green Deal dell’Unione Europa è un colossale esercizio di greenwashing”. Difficile, tuttavia, che gli ambientalisti citino Varoufakis, quando si tratta di ridimensionare le dichiarazioni di intenti sulla transizione ecologica.

(Rahmstof ha parlato con grande franchezza alla tv tedesca durante le alluvioni del Nord Reno Westfalia del 14 luglio 2021: “La politica deve prendere sul serio, per davvero, la crisi climatica, una crisi che deve essere urgentemente risolta”)

Secondo Rahmstorf, Jonathan Franzen è poco informato sui dati dello IPCC e cita cifre a casaccio, perché “ama le frasi ad effetto. Secondo lui, la guerra al cambiamento climatico si vince o si perde con le argomentazioni.

E tuttavia, nella realtà dei fatti, si tratta di limitare i danni e di assicurare un futuro possibilmente buono e minimamente accettabile per i nostri figli e nipoti”.

Le mancanze di Franzen dipenderebbero dalla sua impostazione ideologica di fondo, e cioè che “la protezione del clima è in contrapposizione con la protezione della natura”. 

Il vero motivo dell’attacco alle posizioni ambientaliste di Franzen è chiarissimo quando Rahmstorf ricorda ai lettori che, nel 2019, per la prima volta in Europa l’energia elettrica prodotta della rinnovabili è stata maggiore di quella prodotta dal carbone. Siamo dunque avviati su una buona strada, il pessimo distorce la realtà.

Non un cenno, tuttavia, al fatto che, anche se miglioriamo sulle rinnovabili, la domanda di energia è in continuo aumento, stando ai dati della IEA (International Energy Agency) calcolati su percentuali del 2017-2018.

“La domanda di energia nel mondo è cresciuta del 2.3% l’anno scorso, l’incremento più rapido di questa decade, una performance eccezionale sostenuta da una robusta economica globale e da necessità più consistenti, in alcune regioni del mondo, sul fronte del riscaldamento e della refrigerazione”, scrive la IEA.

Purtroppo, Stefan Rahmstorf mostra o di non aver letto con attenzione Franzen o di averlo maliziosamente male interpretato. A scopo politico.

Per Rahmstorf, infatti, nell’ultimo summit di Davos la finanza internazionale si sarebbe riconosciuta nelle preoccupazioni dei Fridays for Future e avrebbe compreso, in tutta coscienza, che è suonato il rintocco della mezzanotte ed è ora di spiegare le vele verde smeraldo del futuro. 

Rimane da dimostrare che cosa, nel concreto, sia cambiato nelle politiche climatiche dopo le manifestazioni dei giovanissimi europei. Perché questi risultati apprezzabili e misurabili non li abbiamo ancora visti.

Ci lasciamo alle spalle il mese di gennaio più caldo di sempre, con + 20 °C in Antartide.

Una altra obiezione consistente a Rahmstorf è questa. La questione politica non è affatto se e come ridurre drasticamente le nostre emissioni serra. Siamo tutti d’accordo sul fatto che le emissioni dovrebbero diminuire.

Il dilemma culturale consiste piuttosto nel trovare il modo di convincere l’opinione pubblica, e cioè la base delle democrazie rappresentative occidentali, ad accordare il necessario consenso alle misure draconiane previste dagli scenari climatici formulati dall’IPCC. 

È di questo che discute, con estremo acume, Jonathan Franzen, riferendosi a dati in peer review e non, come insinua lo SPIEGEL, a percentuali fittizie e inesatte.

Franzen: “benché le azioni di un singolo individuo abbiano zero effetto sul clima, questo non significa che siano prive di significato. Ognuno di noi deve compiere una scelta etica (…) Si può andare avanti a sperare che la catastrofe sia preventivabile e sentirsi sempre più frustrati o arrabbiati per la mancanza di azione del mondo.

Oppure, possiamo accettare il disastro ormai incombente e riformulare il significato della speranza”. 

Che cosa c’è di così pericoloso in queste affermazioni? Nulla.

Se non la denuncia, del tutto sensata, che “salvare il Pianeta” era uno slogan verde del 1988, che forse oggi non ha più la stessa consistenza logica o pragmatica. Certo che teoricamente possiamo ridurre le emissioni, ricorda Franzen, ma nessuno ha davvero intenzione di ridurle.

E questa verità imbarazza i propugnatori del partito dell’ottimismo verde. È probabile che il bisogno psicologico di continuare a credere in una svolta sostenibile, o come volete chiamarla, sia una esigenza emotiva più che un concreto esame di realtà sullo stato del Pianeta. 

Personalmente, sottoscrivo e in parte condivido le affermazione di Franzen. Penso che il biasimo che lo circonda non dipenda della tossicità del suo pessimismo, che è affar suo. Il ribrezzo per i suoi scritti proviene piuttosto dal fatto che Franzen ha osato contraddire il Vangelo dell’ambientalismo americano.

Questo Vangelo è la narrativa climatica propugnata da Bill McKibben, giornalista apprezzato e stimato, che però è un pessimo pensatore e un ancor peggiore interprete del nostro tempo. Sono 30 anni che McKibben invoca la panacea delle energie rinnovabili, senza spendere una parola sul contesto antropologico che sta dietro il cambiamento climatico.

Jonathan Franzen, invece, questo contesto lo conosce, lo affronta, lo sfida e lo guarda in faccia.

“Gli attivisti mi ricordano i leader religiosi che temono che, senza la promessa della salvezza eterna, le persone sarebbero meno motivate a comportarsi bene. Nella mia esperienza, i non credenti non amano ciò che li circonda meno dei credenti. Ed è per questo che mi chiedo che cosa succederebbe se, invece di negare la realtà, cominciassimo a dirci la verità”.

E dunque: “In tempi di crescente caos, la gente cerca protezione nel tribalismo e nelle forze armate piuttosto che nel ruolo della legge e la nostra migliore difesa contro questo tipo di distopia è mantenere le nostre democrazie funzionanti, e far funzionare il sistema legale, e le comunità.

Da questo punto di vista, ogni intenzione orientata verso una società più giusta e civile può essere considerata azione ricca di senso a favore del clima (climate action).

Assicurare che le elezioni siano trasparenti è azione a favore del clima. Combattere le estreme diseguaglianze economiche è azione climatica. Sostenere la stampa libera e indipendente è azione a favore del clima”. 

A mio parere sono riflessioni ben più utili dell’elogio della UNFCCC (United Nations Climate Change Convention) e delle conseguenti COP (a che numero siamo arrivati ?!) svenduto dalle Ngo pro rinnovabili.

(Avvertenza: la traduzione dei passaggi dal testo originale in inglese di Jonathan Frazen è mia)

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