La biosfera corre rischi molto peggiori di quanto si creda, avvertono i più autorevoli top-ecologist

Lo stato reale della biosfera è ampiamente sottovalutato. Le cose vanno decisamente peggio di quanto si supponga, anche in certi ambienti scientifici. Così esordiscono in un paper uscito su FRONTIERS un gruppo di 70 top-ecologist tra cui figurano Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple.
Il paper - Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future - non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, con la lucidità chirurgica cui questi ricercatori ci hanno abituati, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo.
Photo Credit: Diego Sandoval

Il collasso ecologico è sottostimato. Le evidenze scientifiche sono chiarissime, il futuro ambientale del Pianeta è decisamente più pericoloso e preoccupante di quanto società civile e politica suppongano.

Così esordiscono in un paper uscito mercoledì scorso sulla piattaforma FRONTIERS un gruppo di 70 top-ecologist tra cui figurano, ancora una volta, Rodolfo Dirzo, Gerardo Ceballos e William Ripple.

Il paper non si limita ad analizzare dati scioccanti sulla condizione complessiva della biosfera, con la lucidità chirurgica cui questi ricercatori ci hanno abituati, ma, soprattutto, pone sul tavolo alcune riflessioni di peso culturale sulle ragioni della inerzia della mega-civiltà globale del XXI secolo.

Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” è quindi molto più dell’ennesima lettera aperta al mondo scientifico e all’opinione pubblica: è una presa di posizione, un appello civile e politico, una denuncia che starebbe altrettanto bene nelle aule parlamentari delle nazioni dell’emisfero nord del Pianeta. 

Non è casuale, ma assolutamente voluto, che di questo paper non sia uscito un solo titolo su un giornale italiano on line, o nel sommario dei telegiornali di prima serata.

Il collasso biologico e l’estinzione delle specie animali, ancora oggi, nonostante noi si sia nel secondo anno della prima pandemia del XXI secolo, è considerato e trattato come una notizia di contorno, un riempitivo da un paio di minuti, dagli esiti lontani e tutto sommato improbabili.

Eppure, “la scala delle minacce alla biosfera e ad ogni forma di vita, inclusa l’umanità, è nei fatti così grande che è difficile coglierne la misura anche per gli esperti molto bene informati (…) abbiamo orientato la nostra attenzione in modo particolare sulla mancanza di percezione e di valutazione delle enormi sfide poste dalla creazione di un futuro sostenibile (…)”.

“La scienza che sta a fondamento di queste questioni è solida, ma la consapevolezza debole. Eppure, senza una valutazione comprensiva e una informazione diffusa sulla scala dei problemi e della enormità delle soluzioni richieste, la società fallirà nel raggiungere anche i più modesti obiettivi di sostenibilità”. 

Nonostante la nostra totale disponibilità psicologica a dimenticarci in dieci minuti del fatidico overshooting day, il giorno in cui le risorse naturali del Pianeta sono in passivo rispetto alla fame del nostro prelievo di materia organica (animali, combustibili fossili, minerali, cereali, acqua) “la scelta è tra uscire dall’overshoot in modo programmato o attraverso il disastro – scrivono gli autori – perché che si arrivi ad una risoluzione dell’overshooting è inevitabile, in un modo o nell’altro”.

E dovremmo cominciare a riflettere, avvertono sugli autori, anche su questo fatto ormai incontestabile: “la severità degli impegni richiesti ad ogni Paese per raggiungere minime riduzioni nei consumi e nelle emissioni porterà inevitabilmente ad una condanna da parte del pubblico e ad ulteriori irrigidimenti ideologici, soprattutto perché la minaccia di sacrifici potenziali sul breve periodo è vista come politicamente inopportuna”. 

Per sgombrare il campo da quello che i sociologi chiamano uno “vizio di ottimismo” (optmism bias), ossia un riflesso condizionato di ottimismo di fronte a notizie catastrofiche, spetta ora più che mai “agli esperti di ogni disciplina, che si occupano del futuro della biosfera e del benessere umano, mettere da parte la reticenza, evitare di indorare la pillola delle spaventose e disarmanti sfide che abbiamo di fronte a noi e dire le cose per quelle che sono”.

L’allarme è perentorio: “Qualunque altro atteggiamento è fuorviante, nella migliore delle ipotesi, o addirittura, nella peggiore, negligente e potenzialmente letale per l’avventura umana”. 

Lungi dall’essere conclusa, l’espansione umana sul Pianeta procede senza sosta e si è ormai trasformata in una imponente azione di “erosione della fabbrica stessa della civiltà”.

Il motore interno di questa condizione globale è la cultura, che funziona contemporaneamente come un aggregatore e un moltiplicatore di problemi, problemi che sono interrelati e che però continuano ad essere analizzati e studiati separatamente: “una diffusa ignoranza del comportamento umano e della natura incrementale dei processi socio-politici che dovrebbero pianificare le soluzioni aggiunge ritardo a ritardo nel procedere con azioni efficaci”.

L’emergere sulla scena politica, negli ultimi 5 anni, di movimenti di destra visceralmente avversi alla domanda ecologista dimostra che la certezza scientifica della intensità della crisi, sostengono gli autori, non porterà, in automatico, ad una risposta politica nuova e adeguata. 

“Sin dall’inizio dell’agricoltura attorno agli 11mila anni fa, la biomassa delle vegetazione terrestre è stata dimezzata, con una corrispondente perdita di più del 20% della sua biodiversità originaria: di conseguenza, oltre il 70% della superficie terrestre della Terra è stata alterata da Homo sapiens. Delle stimate 0,17 gigatonellate di biomassa di vertebrati terrestri sulla Terra oggi, la maggior parte è rappresentata dagli animali da allevamento (59%) e dagli esseri umani (36%) e soltanto il 5% di questa biomassa totale è composta di animali selvatici: mammiferi, rettili, uccelli e anfibi” 

Ci troviamo piuttosto nel pieno di un ribaltamento di uno dei concetti centrali dell’ecologia, il density feedback: “quando una popolazione si avvicina alla sua massima capacità di carico ambientale, in media la fitness individuale comincia a declinare (la fitness è la performance ambientale di una specie, ossia il successo con cui un individuo accede alle risorse alimentari, prospera e si riproduce, NDR)”.

“Questo tende a spingere le popolazioni verso l’espressione istantanea di una capacità di carico, che mira a rallentare o invertire la crescita di popolazione. Ma per la maggior parte della sua storia, l’ingenuità umana ha gonfiato la naturale capacità di carico dell’ambiente a nostro vantaggio, sviluppando nuovi modi per accrescere la disponibilità di cibo”. 

“Tramite l’accesso ai combustibili fossili, la nostra specie ha spinto il consumo di beni naturali essenziali e di servizi naturali molto oltre la capacità di carico di lungo periodo, o, più precisamente, della bio-capacità del Pianeta, rendendo così ancora più catastrofico quello che sarà così un inevitabile riaggiustamento dei nostri trend di ipersfruttamento (overshoot), se esso non sarà gestito con intelligenza”.

“Una popolazione umana in crescita non farà che esacerbare queste condizioni, portando ad una competizione ancora più accesa per un pool di risorse sempre più ristretto”. 

Nessuno auspica politiche demografiche di tipo dittatoriale, ma è bene rendersi conto che i trend già avviati proseguiranno nel XXII secolo e che soltanto “istituire politiche fondate sui diritti umani per abbassare comunque la fertilità e smontare i meccanismi del consumo potrebbero attutire gli impatti di questi fenomeni”.

Forse per la prima volta anche nella storia accademica di questi ricercatori, tra gli autori citati a sostegno dello scenario complessivo c’è l’economista Thomas Piketty. Un mondo in obvershooting cronico è un mondo in cui “il sistema economico è sempre più incline a sequestrare la rimanente ricchezza a vantaggio di pochi individui”. 

A dispetto di facili entusiasmi e di una ingenua propaganda ambientalista, dobbiamo essere consapevoli anche della insufficienza completa degli strumenti di governance internazionale già messi in atto.

Gli Obiettivi di Aichi al 2020, ad esempio, “anche se fossero stati raggiunti, sarebbero stati ben lungi dal realizzare ogni sostanziosa riduzione del tasso di estinzione”.

Gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite ( SDGs, United Nations Sustainable Development Goals) sono anche loro sulla strada per il fallimento “perché la maggior parte di essi non è stata adeguatamente integrata in una cornice in cui i fattori socio-economici sono interdipendenti gli uni dagli altri”.

E infine, per quanto riguarda il tanto sbandierato Accordo di Parigi per il Clima (2015), “anche ipotizzando che tutti i firmatari, di fatto, procedano a ratificare i loro impegni (prospettiva molto dubbia), il riscaldamento previsto raggiungerebbe comunque i 2.6-3.1 °C entro il 2100”. 

Non sembra che le prospettive siano migliori per il summit di Kunming del prossimo ottobre, che dovrebbe ridisegnare la cornice internazionale delle conservazione con un nuovo accordo storico.

La gravità della situazione impone di “abolire il paradigma della crescita perpetua” e di imporre cambiamenti fondamentali al capitalismo globale. Ma questo “porterà per forza a conversazioni non facili sulla crescita demografica umana e sulla necessità di venire a patti con standard di vita più equi”. 

Fonte: Bradshaw CJA, Ehrlich PR, Beattie A, Ceballos G, Crist E, Diamond J, Dirzo R, Ehrlich AH, Harte J, Harte ME, Pyke G, Raven PH, Ripple WJ, Saltré F, Turnbull C, Wackernagel M and Blumstein DT (2021) Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future. Front. Conserv. Sci. 1:615419. doi: 10.3389/fcosc.2020.615419 

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