Quest’anno non verrà ricordato solo per il superamento della soglia di riscaldamento del Pianeta oltre i limiti (del tutto utopistici) di Parigi 2015. L’estate più torrida di sempre si chiude infatti con un terzo richiamo alla necessità di smantellare il sistema economico corrente, per garantirci una chance di sopravvivenza su un Pianeta esausto abitato da una marea di poveri. Dopo l’analisi del team di Olivier De Schutter (Nazioni Unite) sulla fine dell’epoca della crescita, e dopo l’analogo report del team Piketty (entrambi citati direttamente) sulla giustizia globale raggiungibile solo fuori dalle logiche rinascimentali del PIL a ogni costo (umano e ambientale), stavolta a dire qualcosa di analogo è il think tank Earth 4All a pubblicare una inchiesta condotta da Ipsos ( EARTH FOR ALL SURVEY 2026 – Rebuild trust: Rigged economies, fractured societies and the case for change), conclusa nei 17 Paesi più ricchi del G20 più Svezia, Cina e Arabia Saudita. C’è anche l’Italia. Al cuore delle società più opulente c’è un dilagante deficit di fiducia nella possibilità di un cambiamento.

Slavoj Ẑižek sostiene che siamo già alla fine del mondo. Di certo, questi dati, per quanto circoscritti, confermano che siamo sicuramente alla fine di un mondo. L’unico che per due secoli è stato considerato ontologicamente possibile: il capitalismo. Siamo quindi di fronte all’esaurimento di una possibilità di esistenza. Non solo al prosciugarsi delle condizioni di esistenza (risorse naturali, legami sociali, specie animali), ma alla fine della possibilità di esistere in un certo modo attraverso il perpetuarsi di quelle condizioni. È un forma di estinzione, ironicamente molto simile, ancorché su scala planetaria, a quella imposta alle popolazioni native americane nella seconda metà del XIX secolo, quando il capitalismo moderno si afferma come un unico sistema ecologico integrato.

Alcuni numeri preliminari sono infatti importanti: questi Paesi (i primi 17 del G20) producono il 58% del GDP globale e il 37% delle emissioni globali di CO2 da combustibili fossil e attività industriali. In sintesi: il benessere fossile non è affatto una garanzia di salute sociale e tanto meno politica. Ma non perché i cattivi fascisti approfittino di una fragilità temporanea del sistema; ma perché, all’opposto, è esattamente questo, la disintegrazione sociale, l’esito finale del benessere fossile. La fine del mondo coincide quindi con una disillusione di massa sulla capacità del capitalismo fossile di continuare a produrre benessere fossile.

La conclusione dell’inchiesta è infatti delle più disarmanti, e però proprio per questo apre scenari potenzialmente nuovi (una prospettiva politica recentemente analizzata anche da Roger Hallam – @rogerhallamcs21 – in numerosi post su Instagram): “la gente comune, nei Paesi del G20, vorrebbe una trasformazione dell’economia, ma non ha più fiducia nel fatto che i propri governi mettano in atto questo cambiamento”.


Nell’anno in cui la ricchezza di una sola persona ha superato il trilione di dollari, 4 persone su 10 nelle economie più performanti della Terra temono che non avranno abbastanza soldi per i loro bisogni fondamentali nei prossimi 12 mesi

La fiducia non è più un automatismo delle democrazie


Earth4All non è esattamente un think tank di poco conto, anzi. È una iniziativa internazionale in cui stanno il Club di Roma, il Potsdam Institute for Climate Impact Research, lo Stockholm Resilience Centre. Questi due ultimi centri di ricerca sono quelli da cui sono venuti fuori gli studi più solidi sulle “Earth planetary boundaries”, i punti di non ritorno nell’usura della biosfera. Anche se non tutti i ricercatori che gravitano attorno a Earth4All e che danno il loro contributo sono nettamente a favore di una uscita dal paradigma della crescita, tutti però concordano sul fatto che la struttura economica che abbiamo ereditato dal Novecento non funziona più. Il di-equilibrio permanente è quindi una minaccia tanto per gli esseri umani quanto per la biosfera. Lo scopo di Earth4all è innescare una svolta puntando su analisi scientificamente robuste. Alcuni dei passaggi fondamentali su cui insiste questo think tank riprendono posizioni note: intervenire realmente sulla povertà del sud globale investendo su settori di valore ecologico e cancellando il debito, che soffoca il futuro di metà del mondo; tassare i super ricchi; e infine riconoscere che non possiamo più permetterci di sacrificare le terre selvagge all’agricoltura, in un panorama di indecenti sprechi alimentari.


Il deficit di fiducia è un crollo della vita politica in sé

Cosa sta cambiando nella percezione della vita politica, intesa come partecipazione e come direzione dei bisogni della comunità? A sbriciolarsi è il contratto sociale, un elemento di tensione su cui spingeva anche Extinction Rebellion nel lontano 2017. Allora, XR, nel suo manifesto guida, chiedeva di ammettere che il patto sociale è spezzato, perché i governi non si occupano di proteggere le condizioni ecologiche essenziali di sopravvivenza. Il tema è prepotentemente tornato in prima linea, considerato che anche i neo-fascisti rivendicano un nuovo legame, ma più autentico, tra il popolo e le istituzioni. Alla domanda, come può ancora tenere un contratto sociale che non tutela il diritto ad una esistenza economicamente dignitosa e ad abitare una Terra ecologicamente integra? Questo report, in sintonia con quanto abbiamo letto negli ultimi mesi, risponde: facendo diventare politica reale il riconoscimento della biosfera, la redistribuzione della ricchezza e un cambiamento economico radicale. Sembra che almeno una parte dei cittadini la veda nettamente così. 

I risultati dell’inchiesta descrivono infatti un vuoto di rappresentanza politica, ossia uno scollamento tra la percezione della realtà e la direzione storica perseguita con accanimento dalle forze dominanti, attraverso i governi nazionali: “c’è un giudizio sociale sostanzialmente uniforme nel diagnosticare che cosa non funziona nell’economia, ma sono più marcate che mai anche le divisioni, a cui si aggiunge un crollo di fiducia in chi dovrebbe porvi rimedio”. Il 69% per cento degli intervistati chiede cambiamenti macro-economici e il 65% ritiene che ormai il sistema stesso sia predisposto a beneficiare esplicitamente i ricchi e i potenti. Un trend di sfiducia in caduta libera. Che attraversa però tutte le classi sociali e sconfessa, anche se siamo nel contesto di una indagine circoscritta, l’affermazione corrente che il populismo sia percepito come una intimità accorata con i veri bisogni del cittadino comune tradito dalle élite. I benestanti se la cavano molto bene, ma neppure per loro le istituzioni sono sufficienti a fronteggiare le crisi intrecciate del nostro tempo. “Soltanto il 31% crede che il governo prenderà buone decisioni collettive nei prossimi 20-30 anni. Attraverso l’intero spettro sociale, ricchi e poveri, destra e sinistra, privilegiati e discriminati, tutti sembrano aver smesso da tempo di credere nello stato come tutore dei loro interessi sul lungo periodo”. 


La mancanza di fiducia dimostra che siamo bloccati nello status quo

Earth4All titola uno dei capitoli del report A BLOCKED SOCIETY, una società bloccata, la stessa parola con cui David Graeber e David Wengrow definirono lo stallo della civiltà occidentale super-ricca, che, pur dicendosi democratica, è iniqua soprattutto perché non fa che replicare se stessa, espellendo ogni istanza di modifica strutturale. Un blocco, appunto, che assomiglia più all’Ancient Regime che a iper-moderne e iper-efficienti democrazie. Lo status quo è dunque un sintomo molto chiaro dei processi storici di estinzione in questa fase dell’Antropocene.

La questione sulla sfondo è principalmente una: come innescare una svolta politica in una direzione nuova? La domanda del secolo, letteralmente, le cui fondamenta affondano tutte, ben salde, sull’urgenza di portare in ogni sessione elettorale il collasso ecologico globale. Il conflitto sociale, infatti, mobilita non tanto i classici schieramenti di destra e di sinistra, quanto piuttosto la disponibilità, all’interno di questi schieramenti, ad accettare e chiedere misure di protezione della Terra.

Il 63% parla di un conflitto tra chi guadagna molto e chi ha un reddito troppo modesto; soprattutto, il 53% nota ormai una divisione incandescent tra chi è preoccupato per il clima e chi continua ad essere scettico. “Il sostegno alla democrazia in teoria rimane solido, fisso al 68%, ma nei fatti è contestato. Un 40% di persone sostiene che il proprio Paese andrebbe meglio se a dirigerlo ci fosse un leader forte senza costrizioni parlamentari ed elezioni in mezzo ai piedi, una figura di cui si parla già nella metà dei Paesi a reddito medio-alto”.


Il deficit di fiducia nel cambiamento in Italia

Gli italiani di dichiarano profonde preoccupazioni per le eccessive e schiaccianti differenze economiche (73%). Un italiano su quattro (24%) teme di non avere abbastanza denaro per coprire i bisogni fondamentali entro un anno.  Il Rapporto Eurispes del 2026 aveva attestato che il 48% dei cittadini aspetta rassegnato un peggioramento dell’economica. Sulle questioni ambientali, però, il quadro è molto più critico, sfumato e contraddittorio. E lascia emergere tutti gli errori madornali compiuti dai movimenti ambientalisti e anche da molti think tank italiani: insistere nel presentare il cambiamento climatico (da solo, attenzione: come se questa condizione ecologica fosse indipendente dai trend osservabili nella biosfera) come un problema esclusivamente energetico, e non come una configurazione di civiltà. Earth4All ha infatti rilevato questo dato: “il 54% degli italiani concorda sul fatto che il governo dovrebbe agire con decisione e forza sulla questione climatica, anche se questo porta a prezzi più elevati. Sembra anche che l 70% di chi difende con più convinzione questa affermazione abbia una posizione sociale elevata.” Però, “il 32% degli intervistati non è d’accordo sul dover modificare il proprio stile di vita per diminuire gli impatti climatici, dal momento che la responsabilità del problema ricade sui governi e sui grandi gruppi industriali”. 

C’è quindi una seconda faglia critica dentro il patto sociale ormai sfilacciato: una percezione alterata della realtà, come se industria, commercio, benessere materiale cadessero sulle teste e nelle vite dei cittadini da mondi extra-terrestri. È la vecchia filastrocca: la colpa è sempre di qualcun altro. 

Questo ci dice anche quali siano i limiti di questa indagine, pur meritevole di introdurre nel dibattito sul futuro ulteriori elementi critici sulla verosimile tenuta delle nostre istituzioni democratiche nel progredire e nell’acutizzarsi della crisi. Non basta desiderare un cambiamento, bisogna essere disposti ad accettarne i nuovi equilibri. Il bene comune non è e non sarà immediatamente tangibile, richiede un investimento politico nella fiducia del futuro. Ossia un convincimento personale sulla possibilità del cambiamento, una predisposizione interiore prima che collettiva. L’individualismo sfrenato a cui siamo assuefatti ci ha abituati altrimenti: pretendiamo equità e democrazia, ma non siamo disposti a sentirci dire che entrambe hanno un costo personale. 


La disintegrazione della fiducia è il terreno di coltura di chi è pronto tentare strade molto audaci

Parole lungimiranti, soprattutto a ridosso, per noi, delle elezioni politiche del 2027, le ha dette una delle co-autrici della inchiesta, Kate Pickett, Professor for the Public Understanding of Social Sciences at the University of York, membro of the Club of Rome: “Gente di ogni tipo, un Paese dopo l’altro, è arrivata alla stessa conclusione:  il sistema è fallato e le diseguaglianze dilagano in modo insopportabile. Il collasso nella fiducia è un segnale molto chiaro: quando le persone smettono di credere che il governo agisca in direzione del bene comune sul lungo periodo, questa certezza corrode il senso di un futuro condiviso, ossia del sentimento di comunità su cui si fonda una società sana”. 

Owen Gaffney, anche lui co-autore della inchiesta e narrative chair di Earth4All: “Guardiamo da vicino qualcosa che constatiamo da anni ormai. La politica mainstream non dà risposte là dove le richieste sono molto chiare. Un vuoto di questo tipo è pronto per essere colmato da chiunque prometta un cambiamento radicale, democratico o meno. Abbiamo l’opportunità di riscrivere il contratto sociale, ma solo se prendiamo sul serio la domanda di una svolta che viene dal basso, una svolta che deve essere equa”. 

Il punto essenziale è che anche la fiducia nel cambiamento, ormai, è una conquista politica. Perché non è più né un sentimento scontato della partecipazione alla vita comune, né un esito logico-consequenziale del semplice fatto di essere vivi e vegeti nella società del XXI secolo. In poche parole, non si ha fiducia nel futuro solo perché si è vivi. Qualcuno potrebbe obiettare che la sfiducia è un capriccio e un vizio dei Paesi più ricchi, che si possono permettere anche di sbeffeggiare la democrazia. Sbaglierebbe, questo qualcuno. La sfiducia nel futuro è un esito emotivo inevitabile nel capitalismo avanzato, tanto più che uno dei suoi effetti più pericolosi è bifronte. La sfiducia induce alcuni alla perplessità e al negazionismo del collasso eco-biologico dell’Antropocene, altri, invece, li spinge al ritiro rassegnato, negandosi quel futuro che ci serve più di ogni altra cosa. Non di per sé, ma come possibilità di esistenza. Una spinta interiore ben rappresentata dal personaggio interpretato da John Malkovich in Wild Horse Nine, che per questo ruolo ha appena vinto la Coppa Volpi alla Mostra del Cinema di Venezia

(PHOTO: una discarica di plastica in Burundi).

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