Se c’è un insegnamento che il trionfo del capitalismo (e il suo inevitabile correlato storico, la distruzione della biosfera) offre forte e chiaro è che la sua fame di profitto è incompatibile con una politica condivisa, scelta e pensata attorno al bene comune. Nel loro libro finalmente tradotto in Italia Socialismo di Metà-Terra (MIMESI EDIZIONI) lo storico ambientale Troy Vettese (Università di Berkeley, California) e lo scienziato del clima Drew Pendergrass (Duke University, North Carolina) lo dimostrano: in Antropocene la democrazia non può che essere socialista. Il pregio di questo saggio sta nella forza argomentativa dietro la tesi della necessità di passare al socialismo, per affrontare sul serio la catastrofe ecologica(lasciando agli antenati i trucchi, i capricci e i vezzi delle COP). Stupiti? Arrabbiati? Increduli? Ebbene,“la crisi ambientale è già in fase avanzata. Perciò rimangono solo scelte difficili”. Il libro affronta la catastrofe in tre ambiti fondamentali, interdipendenti, che tuttavia languono ancora oggi solitari in dipartimenti separati sia nelle istituzioni politiche che nelle accademie: la sesta estinzione, la distruzione del sistema climatico terrestre, l’alimentazione fondata sulla carne da allevamento. Sono i tre concetti-chiave del sottotitolo: “un piano per salvarci dall’estinzione, dal cambiamento climatico e dalle pandemie”. Questo piano si chiama socialismo. Un socialismo di Metà-Terra, perché gli obiettivi ecologici e umanistici saranno raggiungibili solo lasciando metà dello spazio disponibile agli animali e ai loro habitat wild.
Già, ma perché proprio il socialismo?
Il capitalismo ci ha insegnato ad essere indifferenti verso la violenza che sta dietro le quinte della produzione.
Di tutti gli esempi e i riferimenti forniti da Pendergrass e Vettese il più disturbante, ma anche il più eloquente della condizione di crudeltà acquisita insieme al latte materno in cui ci ha precipitati il capitalismo, è infatti quello delle pecore dell’Inghilterra degli Stuart e degli Orange (XVIII secolo). L’esempio è proposto da Marx nel secondo libro del Capitale. “Marx vedeva nell’allevatore settecentesco Robert Blakewell un rappresentante dell’agricoltura capitalista”, scrivono Pendergrass e Vettese. E per quale motivo? “Prima di lui, una pecora addomesticata impiegava cinque anni per arrivare all’età adulta, ma – come osservato da Marx – Bakewell riuscì a portare i tempi a un anno riducendo ‘lo scheletro osseo (…) al minimo necessario per la sua esistenza’”. Biopolitica, dirà Michel Foucault. Mostruosità degli allevamenti intensivi (che prendono il 40% della superficie abitabile della Terra, soffocando anche lo spazio potenzialmente disponibile per la wildlife), insistono Pendergrass e Vettese. Energia all’infinito, carne all’infinito, profitti all’infinito sono tre pretese che debbono essere sbranate, smontate, superate tutte insieme. La democrazia della crescita (che è poi l’impero mitologico del neo-liberismo nutrito da un parlamentarismo complice e collaborazionista) non può farcela. Perché non è democrazia autentica. È una aggressione meditata, programmata e consapevole alla dignità della vita umana e animale. Mentre può farcela il socialismo, un socialismo che però, a differenza di quello made in URSS, diriga l’economia sulla base della realtà. Dei corpi, appunto. Anche delle pecore. E dei loro diritti bio-ecologici.
“La speculazione è un atto politico vitale”
Per scardinare il chiacchiericcio comune sulla inevitabilità del capitalismo, della vita da proletari sottopagati e di business plan divora-biosfera, gli autori fanno ricorso al pensiero utopico. Anzi, uno dei punti di forza del libro è proprio il recupero dell’utopia non come fuga dalla realtà, ma come apertura ad una riflessione matura, adeguata ai tempi. “La speculazione è un atto politico vitale”, perché senza immaginazione non ci sono nemmeno idee nuove. Considerato poi che “da Platone a Moro fino ai giorni nostri, la natura e la questione animale sembrano definire i limiti e le possibilità dell’utopia”, allora ricominciare a delineare “esperimenti mentali utopici” significa uscire dalla trappola micidiale del nostro tempo, il grande inganno del neoliberismo: lo status quo. Qui Pendergrass e Vettese riprendono, forse senza saperlo, i semi potenziati gettati nel solco del nostro presente inerte da David Graeber e David Wengrow, che riassumono la permanenza dell’umanità nelle diseguaglianze economiche dopate di mercati con una frase lapidaria: “come siamo rimasti bloccati?”L’umanità (non solo europea) ha conosciuto forme di governo di ogni tipo, ma da un paio di secoli si è rinchiusa nella galera del capitalismo. Come è potuto accadere? Perché non siamo più capaci di sperimentare in politica? La risposta di questo libro è che l’utopia (e se potesse accadere che) apre la mente a quel talento: provare, tentare, provarci, ritentarci.
A questo punto gli autori si concedono una sana ironia. Passano infatti al setaccio le presunte soluzioni propalate dall’ambientalismo della crescita verde (di cui il clamoroso flop dei Verdi tedeschi di Robert Habeck è stato l’ultimo, imbarazzante e macabro capitolo) con l’etichetta di “semi-utopie”. Queste sono, infatti, per davvero fole da salotto, modestissime nella loro spinta epistemologica e però suggestive come tutti i sogni a occhi aperti. “Qualunque siano le carenze della tradizione utopica, la sua forza sta nella capacità di collegare cibo, territorio, ecologia e politica all’interno di un unico quadro analitico – un approccio che attualmente purtroppo manca (…) Gli ambientalisti tradizionali, infatti, si avvicinano alla crisi ambientale come a un insieme di problemi tecnici separati, affrontabili attraverso riforme frammentarie e lasciano inalterato il fondamento capitalista della società. Le tre semi-utopie di oggi sono la cattura e il sequestro del carbonio bio-energetico (BECCS); un ricorso maggiore all’energia nucleare; e un’idea coloniale del progetto Metà- Terra (…) come se la crisi ambientale potesse essere compresa separatamente dalla struttura della società che l’ha causata”. Per fortuna, nostra e del Pianeta, c’è ancora qualcuno che tiene stretto il concetto di struttura elaborato da Claude Lévi-Strauss : è la struttura, il legante, che conta. La struttura è l’intelaiatura (il capitalismo) da cui promana il senso di tutto il resto. Il collasso ecologico è funzionale al capitalismo, che non può liberarsene.
Smontare la dittatura del prezzo
Socialismo, dunque. Ma su quali basi economiche tangibili, rendicontabili, esaustive (comprensive dei diritti degli uomini e dei limiti del Pianeta) e democratiche (non replicando il modello URSS)? La risposta (altamente convincente) viene dalla modellistica matematica di alcuni scienziati del passato che avevano pensato utopisticamente proprio in questa direzione: definire in elementi matematici l’organizzazione del sistema economico per pianificarlo. Il libro si addentra negli studi di Otto von Neurath, matematico e sociologo viennese che ebbe ruoli governativi tra Vienna e la Baviera subito dopo la fine della Grande Guerra, e Leonid Kantoroviĉ, un altro matematico russo, che tra gli anni ’40 e gli anni ’60 tentò di far passare al Comitato Centrale del Partito Comunista il suo piano per una “programmazione lineare” della produzione economica sovietica.
Questo tipo di matematica avanzata è uno strumento essenziale per immaginare di pianificare l’economia, cioè di uscire dal dinamismo furioso e irrazionale del capitalismo e per arrivare, invece, ad un funzionamento globale dell’economia basato sulle risorse effettivamente disponibili (rinnovabili e non), sui costi dell’impresa economica, sulle ricadute sui viventi (irreversibili e non). La pianificazione, tipica del socialismo, contiene quindi una prospettiva materiale ed esistenziale multi-specie.
Da von Neurath si deduce una lezione essenziale: il calcolo in natura. Bisogna andare oltre il prezzo (la misura onnicomprensiva che l’economia classica usava, come ancora oggi accade, per costruire programmi produttivi, proiezioni di incremento o decremento dei profitti), capì von Neurath. Per misurare e capire costi, benefici, valore e valori delle risorse naturali, della produzione, del coinvolgimento degli esseri viventi. Il calcolo in natura è in altre parole un ordine di misura che punta a tenere dentro tutte le variabili (compresi, in prospettiva, i costi ambientali occulti).
Kantoroviĉ, durante lo stalinismo, si spinse ancora oltre: “la programmazione lineare offrì il primo metodo pratico per istituire una pianificazione senza denaro. Invece di ridurre tutto ad un equivalente universale (come il prezzo) Kantoroviĉ poteva equilibrare vincoli tra loro concorrenti misurandoli con le loro unità naturali – tonnellate di acciaio e cemento oppure ore di lavoro – su molti progetti diversi contemporaneamente (…) La pianificazione lineare ha rappresentato comunque una svolta concettuale”.
Secondo Pendergrass e Vettese la grandezza di Kantoroviĉ sta proprio in questo, nell’aver dimostrato che “se ci fosse stato anche un solo pianificatore capace di articolare i vincoli materiali di una economia utilizzando un linguaggio matematico, i piani di produzione e distribuzione non avrebbero avuto bisogno dell’aiuto della mano invisibile del mercato”.
Tutto questo dà al lettore il vantaggio di poter pensare in termini matematici al problema. Non sono gli economisti socialisti a tenere la testa tra le nuvole come il Socrate di Aristofane, ma i neo-liberisti.
Smantellare il mito e la teologia del mercato
Infatti, al contrario di quanto crede l’opinione pubblica, l’impianto teorico del neo-liberismo economico non è del tutto matematico, poggia invece su presupposti mitologici e quasi religiosi. Qui Pendergrass e Vettese sfoderano le stesse armi del nostro brillante economista Tiziano Distefano dell’Università di Firenze, intervenuto di recente al Festival di Economia Alternativa della Fondazione Feltrinelli di Milano.
Il mercato auto-regolato, il mercato soggetto-assoluto (simile, vien da dire, all’Io ipertrofico studiato dalla psicoanalisi) è infatti uno degli articoli di fede dell’economia in Antropocene. I suoi principi sono anche gli agenti occulti della modellistica climatica (IAMs, Integrated Assessment Models) che integrano dati chimici, fisici, biologici ed economici, per provare a testare toccando quali parametri si possa stare dentro un certo range di aumento delle temperature medie globali. Senza uscire, ben inteso, ed è questa l’aporia di fondo, dall’obiettivo della crescita economica. Pendergrass e Vettese sono caustici nella loro critica a una simile impostazione (la stessa dell’IPCC e dell’Accordo di Parigi), che è costretta a ricorrere a soluzioni irrealizzabili come la CCS, i BECCS (“la BECCS interessa dunque gli scienziati dei modelli climatici perché è uno dei pochi modi per far funzionare le loro simulazioni”) e i reattori nucleari Fast Breeder per garantire ipotesi di mitigazione senza toccare la struttura capitalista. Una critica coerente con le bordate polemiche di teorici della decrescita come Jason Hickel.
Gli economisti classici e gli economisti neo-liberisti sostengono che per pianificare una economia-Mondo, spingendola in una certa direzione, servirebbe una quantità di informazioni impossibili da ottenere. Per loro la soluzione è lasciare che i mercati funzionino di vita propria. I consumatori (e i produttori), vivendo e comprando nell’ecosistema del mercato, aggiungono dettagli e “frammenti sparpagliati di conoscenza” (Hayek), imprimendo una sorta di energia inerziale al sistema, che equilibra se stesso armonizzando i propri movimenti (flussi di capitale, trend di acquisto, disponibilità di materie prime). Il mercato è cioè dominato dal caos, ma ha una sua robusta e immortale logica interna. Pendergrass e Vettese sollevano una obiezione cruciale a questa impostazione (ci siamo dentro tra 3 secoli abbondanti ormai): “se il mercato è così opaco, come potrebbe un governo conoscere il costo reale del danno ambientale per stabilire una tassa sulle esternalità?”. Delle due una: o un governo così impostato non può arrivarci (e quindi nessuna politica ambientale solida, fondata sulla realtà, è possibile) oppure questo governo devoto al mercato ci può arrivare, senza però servirsi della onniscienza dei mercati. Perché questi mercati non gli bastano, per i suoi scopi. Questo governo, se vuole sapere quanto gli costerà la sua finanziaria globale, dovrò diventare socialista.
Il tratto ridicolo di una simile ideologia (le ideologie per definizione si fanno forti di fantasie, desideri e proiezioni inconsce) è che i padri fondatori del neo-liberismo (il mercato può tutto! La soluzione è più mercato!) tentavano di spacciare il mercato come “funzionamento naturale dell’economia” già negli anni ’20 del secolo scorso. Il tratto ridicolo di una simile ideologia (le ideologie per definizione si fanno forti di fantasie, desideri e proiezioni inconsce) è che i padri fondatori del neo-liberismo (il mercato può tutto! La soluzione è più mercato!) tentavano di spacciare il mercato come “funzionamento naturale dell’economia” già negli anni ’20 del secolo scorso. Una pretesa che faceva imbestialire anche Karl Polanyi. Ricordano Pendergrass e Vettese: “allo scopo di naturalizzare il mercato, i neoliberisti lo descrissero con metafore biologiche e persino teologiche (…) nel pensiero di Hayek c’era anche una forte vena teologica, come se il mercato avesse caratteristiche divine e gli economisti ne fossero gli umili sacerdoti. Il funzionamento del mercato era simile ‘al movimento dei corpi celesti (…) diretto da forze che non conosciamo’, e gli economisti avrebbero dovuto comportarsi come i gesuiti del XVI secolo ‘che hanno sottolineato quello che essi chiamavano pretium mathematicum, il prezzo matematico, che dipendeva da un numero così elevato di circostanze da non poter mai essere noto agli uomini, ma solo a Dio’”.
Pianificare l’economia nel socialismo di Metà-Terra
Il socialismo di Metà-Terra cancella il primato del mito. E promette un purificatore bagno di realtà. Infatti, “se il capitalismo è un sistema caratterizzato dal controllo inconscio, allora il socialismo deve ripristinare la coscienza umana come forza storica. Nella pratica questo significa che il mercato deve essere sostituito dalla pianificazione”.
Grazie alla matematica. Il calcolo a equazioni differenziali inserite in modellistiche simili a quelle climatiche (senza il diktat della crescita come risultato da ottenere a ogni costo) può costruire diversi scenari possibili, che corrispondono ad altrettanti “piani economici”. Ogni piano economico stima i costi delle opzioni sul tavolo (potenziamento di alcuni settori a svantaggio di altri, politiche più favorevoli alle rinnovabili o ai biocarburanti, riduzione degli allevamenti intensivi privilegiando proposte alimentari vegane, rinuncia all’agricoltura e all’industria in intere regioni per lasciare spazio agli ecosistemi selvaggi e al carbon stock) in unità naturali (impatti, non solo profitti e costi immediati), rendendo così chiare alla società civile le alternative che si hanno davanti. Perché ogni piano prevederà una quota massima di energia e di emissioni a disposizione di ogni essere umano sulla Terra. Le persone dovranno scegliere su cosa investire la propria quota di energia. È qui che Pendergrass e Vettese introducono nel discorso un elemento centrale: società competenti eleggono governi competenti. Come sostiene da tempo Stefano Bonaga, essere cittadini non equivale ad andare a votare ogni 5 anni, ma significa diventare protagonisti delle scelte prese dalla comunità. In questo libro è chiaro che questo tipo di impegno civile ha un solo nome: conoscenza. Sapere che cosa si vota. Questa è la democrazia.
Socialismo significherà massima responsabilizzazione di ogni individuo, che sarà sempre chiamato a votare operando delle scelte moralmente cariche. Perché la sua scelta, e questo lui lo saprà in anticipo, avrà un impatto globale sugli altri uomini e sugli altri animali. Ma non basta. Questo socialismo spingerà le persone anche a guardarsi dentro, a scandagliare anima e ragione. Scegliere se avere più acciaio per le pale eoliche o per i forni domestici, o per la doccia calda ogni giorno in inverno implica infatti una riflessione sulle priorità individuali. Il socialismo, quindi, suggeriscono Pendergrass e Vettese, è una via di uscita anche dal nichilismo in cui stanno piombando le nuove generazioni. Nel socialismo del mondo che verrà non ci sarà più posto, secondo questa ipotesi, per un voto pilotato dalle opinioni, dalle simpatie, delle paranoie, dalle ideologie razziste, insomma dalla cara, antica doxa platonica. Dal “chi non salta comunista è”. Chi voterà, perché il diritto di votare sarà un diritto universale, lo farà con scienza e coscienza. Sapendo a cosa andranno incontro la sua famiglia, l’umanità e le comunità animali ancora wild.
In questo libro siamo quindi lontani anni luce dall’Unione Sovietica. Il socialismo russo finì con il diventare una palude di inefficienza, argomentano gli autori, perché mancava proprio la democrazia, un movimento sociale che sostenesse politicamente la pianificazione. “La democrazia diventerà quindi ancora più necessaria nel mondo globalizzato che il socialismo erediterà, in cui luoghi diversi avranno ruoli economici specifici e richiederanno forniture prodotte in regioni lontane. Sarà necessario uno straordinario sforzo di coordinamento per garantire che nessuno venga escluso o sfruttato in questa rete globale interdipendente”.
I diversi piani possibili diventano quindi non i generici e fumosi programmi elettorali di oggi (ovunque), con il loro lessico concettualmente vuoto e ripetitivo, bensì strumenti pragmatici della democrazia: “è necessario coniugare la visione tecnica di Kantoroviĉ con il socialismo democratico di Neurath, in cui i pianificatori stabiliscono i propri obiettivi e i vari vincoli secondo unità naturali per poi elaborare diversi piani possibili. Spetterà poi alla cittadinanza adeguatamente informata deliberare quale piano adottare. Questi piani rappresenterebbero i molti futuri possibili per un pianeta socialista: uno potrebbe coinvolgere la geoingegneria e la comodità dei combustibili fossili, mentre un altro potrebbe abolire completamente l’uso degli idrocarburi. I costi di ciascuno di questi futuri possibili possono essere stimati in unità naturali, rendendo chiara la difficoltà delle scelte da prendere (…) Creare piani basati su calcoli in natura e metterli ai voti permetterebbe di demistificare l’economia, rendendo più difficile che una casta burocratica egoista ne oscuri il funzionamento e quindi lo controlli”.
Rewilding e socialismo di Metà-Terra: trovare spazio per le terre selvagge. E per milioni di animali.
“Invece della umanizzazione della natura, gran parte del lavoro in futuro riguarderà il rewilding, che può essere teorizzato come una sorta di disedificazione (unbuilding) del mondo”. La umanizzazione della natura è la mobilitazione dell’intera biosfera per soddisfare le imprese degli uomini.
Il rewilding è però la parte più complicata e meno dettagliata del libro, perché è la più ostica. Pendergrass e Vettese ricostruiscono la storia, in parte oscura, del pensiero del Metà-Terra, riconducendolo ai sedimenti di razzismo coloniale (wilderness) che ne hanno inquinato protagonisti e istituzioni non governative sia negli Stati Uniti (WILD Foundation) che in Africa (dove sono documentate comunanze di obiettivi con il regime dell’apartheid in Sudafrica). Il Metà—Terra, una proposta nata nel 2016 da E.O. Wilson, non basta però a Pendergrass e Vettese, che considerano Wilson “un democratico di centro-sinistra che pensa che per preservare il Pianeta siano sufficienti piccoli interventi politici mirati e la generosità di filantropi illuminati”. Lasciare metà della biosfera agli animali funziona solo dentro un futuro socialista, perché a quel punto il 50% del Pianeta sotto protezione naturalistica non sarebbe il residuo buono del capitalismo. Sarebbe, invece, il completamento di una ri-organizzazione globale dei territori e degli spazi vitali riservati alle specie non umane, all’energia, alla tecnologia e agli insediamenti umani.
Uno dei motivi per cui l’espansione delle riserve è ad oggi molto complicato è la questione demografica, che i due autori incorniciano in una critica ormai vetusta, e insufficiente, del malthusianesimo. Connettere le aree protette è un obiettivo dell’accordo globale della CBD, ma come si possa raggiungerlo è materia di battaglia politica. Rinselvatichire ampi territori non incontra le stesse difficoltà geografiche, politiche e sociologiche nel Nord America e in Africa. E se, legittimamente, gli autori sostengono che il veganesimo lascerebbe un 40% in più di spazio alla wildlife, eliminando le distese di soia per nutrire gli animali da carne, e sbarazzandosi così delle emissioni serra che essi producono durante la loro cattività, varrebbe quanto meno la pena approfondire il peso di una iper-demografia umana che ha seguito le medesime rotte di espansione della corsa ai profitti. Siamo in tanti. Non serve ricamare sulle sfumature nazionalsocialiste di certe opinioni, come qualche anno fa fece Elizabeth Chatterjee sulla LONDON REVIEW OF BOOKS (“Green and White Nationalism?”) o Meehan Christ in un public talk al British Museum poi ripubblicato sempre dalla LRB (“Is it OK to have children?”). O anche Sonia Shah in “The Next Great Migration”.
Il razzismo suprematista dell’Ottocento non è sufficiente per cancellare le domande che balzano fuori dalle statistiche sui numeri degli animali e i nostri 8 miliardi. Gli stessi autori (Ceballos, Ehrlich, Raven) che Pendergrass e Vettese citano a sostegno della affermazione che siamo nella sesta estinzione di massa fanno riferimento al problema aperto della sovrappopolazione. Qualunque siano le premesse dello Yellowstone to Yukon (riconfermare lo status di terre selvagge come privilegio territoriale degli eredi dei coloni), lo Y2Y rimane ispirato a una saggia concretezza sull’urgenza di riconnettere le megafaune nordamericane tra Stati Uniti e Canada. Questi principi sono condivisi su scala ideale e trasversale.
Su questo fronte, l’assunto del libro sembra essere più sottile. Il capitalismo sarebbe nato con l’estendersi degli allevamenti di pecore nell’Inghilterra dei Tudor, in sovrapposizione con la recinzione delle terre comuni (commons). Da qui il nesso tra abitudini alimentari carnivore e l’emergere di un potere illiberale e predatorio, ben incarnato dalla parabola intellettuale di Tommaso Moro e della sua Utopia. In una democrazia mondiale socialista, il veganesimo sarebbe un costume di massa, scelto non solo perché diminuisce le emissioni e chiude i conti con la crudeltà inflitta agli animali. Ma anche perché a quel punto la carne avrebbe smesso di essere il cemento e il fondamento del neo-liberismo estrattivo. In fondo, tutti i socialisti utopisti furono vegani. Erano vegani anche Mary Shelley e la creatura di Frankenstein.

“Se anche altre persone potessero vedere quello che ho visto io”
In realtà, le argomentazioni più forti a favore del rewilding Pendergrass e Vettese le offrono nel racconto non-fiction con cui chiudono il libro. Basta chiudere gli occhi e immaginare come sarebbe vivere a Boston nel 2047, quando il socialismo democratico funzionerà attraverso i piani costruiti su modelli matematici in continuo aggiornamento. E i nativi americani saranno. coinvolti nella gestione di ogni aspetto della vita delle comunità.
Ci sarà anche un “movimento di rinascita delle lingue indigene”, ovvero “una promessa radicale di un modo diverso di fare conservazione, guidato dalla nazione locale dei Nipmuc, e in cui cultura e scienza sono fuse e si rafforzano a vicenda”. Nel socialismo per-la-vita ci sarà “un enorme rispetto per il passato”, ossia spazio per accogliere di nuovo il sapere dei Nativi e delle First Nations. Le loro soluzioni culturali contribuiranno a riempire il vuoto che i protagonisti del capitalismo non avevano mezzi per colmare, neppure quando contemplavano l’immensità delle terre selvagge.
Ma il lettore che sia arrivato fin qui non potrà trattenere le lacrime quando una dei protagonisti di questo racconto dal-futuro-per-il-futuro annuncerà “hanno deciso di rinselvatichire la maggior parte del Massachuttes”. È questa semplice frase (soltanto per ora utopistica) che racchiude tutta la speranza e la disperazione della nostra epoca di povertà, ecocidio e marciume conformista: un mondo più giusto per tutti. Ricco di senso, di respiro, di fantasia.
Forse questa sarà la fine della storia. Ma ne sarà valsa la pena.
(Un ringraziamento speciale ai traduttori, dottoressa Virginia Magnaghi e dottor Giovanni Tonolo)





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