La salute del Pianeta e degli esseri umani è a rischio. Il deterioramento dei “beni comuni”, e cioè l’insieme delle comunità animali e vegetali, degli ecosistemi e delle nicchie climatiche che sostengono tutti i viventi, ha raggiunto un punto tale da causare “malattie, disastri naturali e conflitti”. L’ingiustizia sistematica verso “i dannati della Terra”, uomini, animali e foreste, rende impossibile per l’umanità intera rimanere ancora a lungo entro un margine sicuro di uso delle risorse. Senza giustizia tra specie non sopravviveremo. Queste le conclusioni della Lancet Planetary Health–Earth Commission (promossa dalla prestigiosa rivista di medicina THE LANCET).
La Commissione ha lavorato sulle soglie-limite del Sistema Terra (ESBs, Earth System Boundaries), un protocollo di valutazione dei danni ecologici sistemici elaborato dal gruppo di Johan Rockström, che ora dirige il Potsdam Institut for Climate Impact Research (Germania). Una soglia-limite è “l’insieme delle condizioni entro le quali il Sistema Terra si mantiene stabile e resiliente”. La vera novità del rapporto è però la rilevanza accordata alla giustizia tra specie. Per la prima volta in modo sistematico, THE LANCET attribuisce anche alla mancanza di questo tipo di giustizia (gli esseri umani verso gli altri viventi), la sola che travalichi i limiti temporali del presente (dando importanza al futuro e riconoscendo le origini storiche del disastro) un peso gigantesco nell’ostacolare lo sviluppo di un atteggiamento eco-politico adeguato al nostro secolo. E questo implica una convinta assunzione di responsabilità per le conseguenze tutt’oggi sistemiche del colonialismo.
Lo stesso Rockström aveva già firmato una disamina della necessità di parlare non solo di soglie-limite per l’uso delle forme di vita e delle risorse della Terra, ma anche, e soprattutto, di soglie misurate sulla giustizia verso le specie non umane. I “justice criteria” (criteri di giustizia) sono condizioni indispensabili per conservare la resilienza del nostro pianeta (“Safe and Just Earth System boundaries”). Una Terra vivibile è una Terra giusta sia per gli animali che per gli esseri umani: “la stabilità e la resilienza del Sistema Terra e del benessere umano sono inseparabilmente connessi”.
Nel momento in cui l’Osservatorio Copernicus ha stabilito che l’estate appena conclusa è stata la più calda di sempre, la Commissione fissa un altro punto fermo. La posizione che la civiltà consumistica è disposta ad accordare alle specie animali ed ai loro habitat condiziona le nostre chance di sopravvivere in modo dignitoso. Per questo la Commissione ha preso una posizione chiara anche sulla crescita economica. Le abnormi ingiustizie subite da metà della popolazione umana sono solo l’altra faccia del regime di ingiustizia inflitto alle specie costrette dentro l’attuale organizzazione-Mondo.
“Abbiamo quantificato soglie-limite del Sistema Terra che siano sicure e giuste allo stesso tempo, per garantire l’accesso minimo indispensabile alle risorse naturali indispensabili per la dignità della vita umana e per sfuggire alla povertà cronica. Oggi, ossia in Antropocene, la salute del Pianeta è in una fase di acuta sofferenza e minaccia. Ma le cause e gli impatti sono distribuiti in modo diseguale. Infatti, gli esseri umani che vivono in regioni storicamente marginalizzate (ad esempio, le ex colonie), e soprattutto chi vive in povertà, sono i più a rischio (…) I trend di crescita economica, che dominano le politiche economiche globali, rendono ancora più gravi questi rischi, perché destabilizzano i nostri beni comuni: la biosfera, il clima, la criosfera (i ghiacci perenni e il permafrost), il ciclo dei nutrienti e il ciclo dell’acqua”.
Nella pressione ecologica attuale ci sono diseguaglianze enormi. Il 10% più ricco della popolazione del mondo consuma tanta energia quanta l’80% più povero ed è responsabile del 90% delle emissioni. Questo si traduce nel fatto che tra il 23 e il 62% delle persone del Pianeta non può soddisfare neppure i bisogni basilari di ogni individuo.
Quale tipo di biosfera è indispensabile proteggere per la salute dell’umanità?
La Commissione ha adottato la definizione del gruppo di Rockström per soglia-sicura della biosfera: devono essere mantenuti la integrità funzionale e naturale degli ecosistemi nella loro interezza. Tradotto in cifre: almeno il 50% del Pianeta deve avere ecosistemi naturali “intatti” e la funzionalità ecologica deve essere tra il 20-25% per chilometro quadrato. Gli autori si mantengono dunque fedeli ad una definizione di “natura” dipendente dalla concezione ormai molto controversa di “habitat selvaggio”. Ma è importante aggiungere che questi numeri tengono anche saldi i nuovi criteri di valutazione della ricchezza biologica, che valorizzano al massimo le comunità di specie e le relazioni tra viventi su scale temporali multiple. Non c’è infatti integrità funzionale se non c’è diversità filogenetica, ossia una varietà di specie tale da rappresentare molti e differenti capitoli dell’evoluzione della vita animale e vegetale.
Abbiamo bisogno della storia evolutiva del Pianeta, questo il messaggio, per proteggere la nostra “nicchia” ecologica globale. Non c’è zona di comfort (una vita decente per quante più persone possibile) se il fenomeno biologico viene appiattito, assottigliato e ridotto, ossia sempre più semplificato. Una società umana globale che rispetti i diritti umani (e non li confini entro “la linea del colore” del Nord Globale) è potentemente ancorata nella storia della Terra come sostrato di vincoli meta-temporali (i cosiddetti “servizi ecosistemici”, che vengono da lontano). Questo atteggiamento epistemologico può aiutarci anche ad accettare ed includere, entro il termine di “natura”, i nuovi habitat sbozzati dalle alterazioni climatiche o da calibrati interventi di ri-progettazione di paesaggi compromessi (un ottimo esempio è l’arcipelago artificiale di Marker Wadden, in Olanda, diventato una oasi per decine di specie di uccelli).
Ecco perché la Commissione di THE LANCET si è espressa in questi termini:
“La biosfera contiene dimensioni multiple, inclusi i processi evolutivi e le innumerevoli funzioni ecologiche che sostengono la vita sulla Terra e contribuiscono al benessere sociale, culturale, economico. Quindi cambiamenti nella composizione delle specie, nella loro distribuzione e nella ricchezza complessiva di specie può avere conseguenze locali e globali su interi processi (…) Per ottenere delle soglie-limite sicure all’interno della biosfera, è necessario avere estesi ecosistemi intatti, nei quali siano effettive le funzioni del Sistema Terra: lo stoccaggio e il ciclo del carbonio, dell’acqua e dei nutrienti e dove non si verifichino estinzioni non fisiologiche. La biosfera ha molte componenti, ognuna delle quali presuppone differenti limiti, che a loro volta sono interdipendenti dalle caratteristiche specifiche di ogni ecosistema”.
Soltanto poche migliaia delle circa 140mila sostanze chimiche sintetizzate in laboratorio (cifra in aumento) a scopo industriale sono state testate per verificare eventuali effetti tossici sugli organismi. Sconosciute sono anche le interazioni di queste sostanze le une con le altre.
Di quale tipo di giustizia tra specie, allora, stiamo parlando?
Un atteggiamento ecologico improntato alla giustizia significa riconoscere la connessione causale tra tutte le cause storiche (non solo quelle industriali o tecnologiche o politiche) di distruzione dei viventi. La giustizia ecologica è fondata sulle dimensioni temporali che caratterizzano la nascita, lo sviluppo e la morte di ogni organismo all’interno di una struttura biologica. Quindi, il tipo di giustizia tra specie che sembra mancare alle società umane complesse del nostro secolo è anche “inter-generazionale e intra-generazionale”. I vivi devono agire con giustizia per lasciare un Pianeta vivibile ai figli e ai nipoti, ma non devono mancare nel dovere di non rapinare tutto ciò che è disponibile oggi affamando i propri simili e lasciando ai loro posteri un deserto ancora più arido. È la Earth-system justice, una configurazione scientifica e politica in cui al Nord Globale spetta di assumersi la responsabilità maggiore del disastro e quindi l’onere di distribuire aiuti e risorse riparatorie.
Gli autori propongono anche una ulteriore declinazione del concetto di giustizia globale tra specie:
“Vogliamo distinguere tra giustizia-di-riconoscimento e giustizia epistemologica. La giustizia che nasce nel riconoscimento richiede che vengano portate alla luce le strutture di potere e le norme istituzionalizzate che mettono ai margini persone e gruppi. Anche questi individui devono poter partecipare ai processi decisionali che fissano le soglie-limite giuste e sicure per la vita sulla Terra. La giustizia epistemologica, invece, pretende e vuole riconoscere e includere sistemi di conoscenza di diversa origine, quelle dei popoli indigeni e delle comunità locali. Il loro sapere deve essere parte sia della scienza che delle decisioni collettive”.
E molto sta infatti cambiando anche in questa direzione. Dopo NATURE, anche SCIENCE si è schierata per una discussione aperta sull’urgenza di ascoltare il sapere dei Nativi Americani sullo stato della biosfera. La rivista ha pubblicato una intensa intervista di H. Holden Thorpe a Yvette Running Horse Collin, una paleo-genetista e scienziata Lakota, che ha partecipato (insieme a numerosi altri scienziati nativi) ad uno studio pionieristico di paleo-genetica sulle origini del legame tra il cavallo e i popoli nativi delle Grandi Pianure preesistente rispetto all’arrivo degli Europei (“Early dispersal of domestic horses into the Great Plains and northern Rockies”). Il paper, uscito a marzo 2023, ha vinto il prestigioso Newcomb Cleveland Price “per la miglior ricerca uscita pubblicata da SCIENCE”: “una scoperta possibile solo grazie alla collaborazione tra scienziati Indigeni ed Occidentali, che ha richiesto una attenzione meticolosa alle norme di ciascuna delle culture coinvolte”.
L’intervista alla Running Horse Collin scardina, da sola, le impressionanti distorsioni che controllano il nostro attuale schema di protezione della natura, e le sue burocrazie. Running Horse Collin, entrando nel merito della visione Lakota degli ecosistemi, spiega che per i Lakota la sostenibilità non è “salvare un solo animale”, ma tutelare il ruolo di ciascuna specie all’interno di ogni comunità animale. Concetti-cardine dimenticati da oltre un secolo davanti alle recinzioni e alle buffer zone che isolano le “aree protette” dal resto del mondo.
Ampliare e impegnare la giustizia tra specie significa portare dentro il dibattito, al cento per cento, i principi-guida di una concezione davvero contemporanea delle specie in Antropocene, così come hanno scritto gli autori Nativi Americani dello studio sui cavalli delle grandi pianure.
Il cavallo, infatti, apparteneva alle Grandi Pianure durante il Pleistocene. Contrariamente a quanto finora ritenuto, vi rimase fin verso il 5000 a.C., quindi fino a metà Olocene. Poi si estinse. Ma non fu mai dimenticato, perché la “Horse Nation” era parte dei Nativi delle Pianure. Fu forse questo legame ancestrale a spingere i Nativi ad adottare sin dall’inizio il cavallo giunto con gli Spagnoli, e poi con gli Inglesi.
Sono parole che rivoluzionano il nostro rapporto con il tempo storico, con il tempo profondo e con la storia globale. Un nuovo inizio per la scienza della protezione della natura che verrà.
“Considerando che la Horse Nation è parte fondante della vita Lakota, forse possiamo dedurre da questo studio, con un buon margine di possibilità, che il tipo di relazione che i Lakota svilupparono con i cavalli potrebbe già essere esistito nel tardo Pleistocene. Il modo in cui i Lakota trattavano e curavano i cavalli negli ultimi secoli fu forse un tempo lo stesso dedicato ad altri membri della famiglia dei cavalli, quelli di quell’epoca. La dottoressa Antonia Loretta – Paura-dell’orso (Afraid of bear) -Cook: ‘la Horse Nation ha sempre scelto con chi voleva condividere la propria esistenza. Portando nuova linfa vitale e nuovi incroci di sangue nel processo di rinnovamento della vita che noi Lakota celebriamo. Questo rafforza il nostro wé (la forza della vita che è in noi nel circolo sanguigno). Non importa quanto si siano trasformati i nostri cavalli, o dove essi siano nel mondo, noi li chiameremo sempre perché tornino. Insieme, siamo casa’. Questo studio dimostra che la colonizzazione europea non ebbe conseguenze drastiche solo sui popoli nativi nord-americani, ma anche sui loro cavalli che, dal punto di vista genetico, persero progressivamente i legami con i primi cavalli portati dagli Spagnoli man mano che aumentava la componente genetica dei cavalli portati dagli Inglesi. Secondo la dottoressa Antonia Loretta, però, la composizione genetica dei cavalli dei Lakota non cambia la responsabilità del popolo nei loro confronti. Infatti, per i Lakota, così come per altre nazioni native che hanno un legame ancestrale con questi animali, l’evoluzione genetica del cavallo non è da temere e neppure da controllare. Merita sempre rispetto. Quindi, proteggere oggi i cavalli, a prescindere dalle loro origini, significa proteggere la nazione Lakota e i Nativi Americani. L’impegno verso i cavalli è un impegno verso la vita intera”.
(PHOTO CREDITS – Giraffe reintrodotte in Angola da un ambizioso progetto di Giraffe Conservation Foundation ).





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