Una delle domande essenziali del nostro tempo è questa: che fare della natura e delle specie animali? E, soprattutto, dove mettere la natura e gli animali? Una proposta racchiusa nell’accordo di Kunming-Montreal (KM) del 2022 (30% della Terra protetto entro il 2030), ma ancora in corso di discussione, apre ad una prospettiva sorprendente (rimessa in circolazione da SCENCE Letters): anche i cimiteri e i luoghi di sepoltura di alto valore spirituale e culturale potrebbero essere considerati aree protette, territori giuridicamente vincolati in virtù delle proprie caratteristiche eco-biologiche. I cimiteri dovrebbero quindi essere catalogati come “other effective area- based conservation measures – OECMs”. La questione sottostante è sempre la stessa, cronica nelle politiche della natura del XXI secolo: trovare spazi (plurale) alla biodiversità nel reticolo umano che avvolge il Pianeta. Trovare spazi che aiutino singole nazioni a raggiungere, insieme, la soglia del 30% di protezione globale delle specie animali. Ma, da un punto di vista antropologico, siamo in un contesto di tutt’altro genere. Questa proposta nasconde infatti la nostra relazione alterata con il passato: nostro, del Pianeta, e delle specie non umane.
Che cosa sono le OECM e perché anche i cimiteri potrebbero contare
L’obiettivo del 30% entro il 2030, per essere raggiunto, impone di aumentare gli spazi lasciati alle specie animali e hai loro habitat wild. Una delle vie possibili è ovviamente espandere le aree protette, ma sappiamo già che parchi nazionali e aree sotto protezione sono spaventosamente piccoli, isolati, politicamente controversi. Ne è un esempio il dibattito sull’abbattimento selezionato dei grandi mammiferi, riesploso in Sudafrica nell’estate nel 2025 e ora anche in Botswana. L’accordo del 2022 pone inoltre molta enfasi sulla connettività tra aree protette, altro obiettivo caldissimo dal punto di vista ideologico, perché sottintende non solo collaborazioni geopolitiche tra nazioni, ma anche il riconoscimento del fallimento del concetto di riserva eredato dal secolo scorso. Che è tutto quello che, finora, gli Stati sono stati disposti a concedere ai diritti delle faune selvatiche.
È qui che entrano in scena le OECM: aree che “di fatto forniscono benefici alla biodiversità anche se quello non è il loro obiettivo primario”. È il caso dei cimiteri, perché i luoghi di sepoltura forniscono servizi ecosistemici: “formazione del suolo, riciclo dei nutrienti, produzione netta primaria, regolazione microclimatica”. Eppure, quantificare con parametri certi questi benefici ecologici è tutt’altro che semplice, come ammette Jedediah Brodie, uno degli ecologi più brillanti della nuova generazione di cui abbiamo parlato spesso. Ad esempio, non ci sono informazioni sistematiche su quali specie siano storicamente presenti in questi territori di nuova designazione. La performance ecologica della OECM rimane incerta, anche in Sudafrica, dove la loro implementazione procede. “Su scala globale, designare delle OECM sembra essere l’unica via a disposizione di numerosi Paesi per raggiungere i loro specifici impegni dentro il 30%, per raggiungere sia una copertura più vasta di aree sotto protezione che un buon livello di connessione geografica tra queste aree”, spiega Brodie. “Per questo motivo, questa strategia promette molto in vista di un rallentamento auspicato della crisi di estinzione, seguendo percorsi più flessibili ed equi rispetto ai modelli più tradizionale di area protetta”.
I cimiteri e i luoghi di sepoltura di alto valore spirituale sono scappatoie
Fintanto che non metteremo sul tavolo la questione dei parchi transfrontalieri su scala continentale, assisteremo ad una proliferazione di etichette giuridiche inconcludenti. Le OECM potrebbero insomma ripetere vecchi errori, ovvero essere considerate come “entità statiche piuttosto che come parti dinamiche di paesaggi in cambiamento”.
Un secondo problema ha un colore politico, che non può essere del tutto risolto in sede internazionale. Questa frizione riporta in primo piano l’allineamento, sempre difficoltoso, tra l’autonomia degli Stati e il bene comune del Pianeta e dell’umanità inscritto negli accordi internazionali, e soprattutto nei tentativi di negoziazione di un valore per la natura e i viventi. Ne è un esempio la effettiva applicazione del CITES. In uno studio pilota su dati provenienti dal Sudafrica, dalle Filippine e dalla Colombia Brodie e altri hanno dedotto che “la performance delle OECM dipende fortemente dal contesto”. Perché non di rado c’è un conflitto di competenza tra autorità locali e governative sulla protezione dei territori. “Allo stato attuale delle cose, in molti Paesi la identificazione e designazione delle OECM è guidata da istituzioni locali che decidono come e se applicare lo status OECM, in base ai criteri stabiliti (…) Ma lasciare la designazione delle OECM solo ai poteri locali può portare a creare network opportunistici di territori sotto protezione, che non sono allineati con gli obiettivi né nazionali né internazionali. C’è quindi il rischio che l’obiettivo in percentuale richiesto da KM venga raggiunto solo sulla carta, senza nessun ritorno effettivo nella conservazione”. Per l’appunto in Sudafrica questo tipo di frizione è alla base del dibattito sull’abbattimento selettivo degli elefanti nelle riserve del nord-ovest del Paese.
I cimiteri possono essere luoghi di protezione di quel che resta della natura?
Alcune riflessioni sui cimiteri e le politiche delle natura.
Ancora un volta, noi abbiamo, da una lato, una burocratizzazione estrema del fenomeno biologico e degli spazi naturali: la natura rimasta deve essere catalogata, acquisire una sigla giuridica che funga da nome proprio, entrare nel gestionale delle convenzioni internazionali. Non siamo in grado di vedere ciò che non è umano come un soggetto autonomo.
Dal lato opposto, invece, c’è un ricorso alla eredità del passato (luoghi di sepoltura, soprattutto dei nativi e dei popoli indigeni) per costruire sistemi iper-moderni di definizione di cosa è natura. Il passato, filtrato da esperienze emotive profonde delle comunità umane, e dalla relazione con gli antenati, diventa un criterio di assegnazione giuridica. Svuotato e svalorizzato. Reificato proprio là dove si pretende di dargli valore.
Dal momento che sono i Paesi del sud globale, oltre agli Stati Uniti, ad avere, in via teorica, più luoghi heritage designabili come OECM, è innegabile che, qui, ad interferire ci sono anche ombre coloniali. Le politiche della natura continuano a perseguire scopi novecenteschi (riserve per animali o habitat), facendo ogni tanto qualche concessione al punto di vista non-occidentale.
Usare il passato (in senso evolutivo: il modo in cui gli esseri umani si tramandano tra generazioni la propria esperienza del mondo e dei paesaggi) per perpetuare schemi vetusti e inutili non dà valore al passato. È solo opportunismo. Non saranno i cimiteri a salvare la biodiversità. I luoghi di sepoltura dovrebbero invece servire a riconoscere l’Altro: il nativo, l’animale, l’estinto, l’antenato, il progenitore.





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