Questa estate sarà ricordata per una lunga lista di tipping point (punti di non ritorno) ecologici, e quindi anche politici. Uno di questi giganteschi campanelli d’allarme globale è l’intensità in crescita di El Niño, il riscaldamento anomalo del Pacifico che immette nelle termodinamiche del Pianeta un disturbo verosimilmente capace di intensificare le conseguenze estreme del cambiamento climatico. Una correlazione recente ancora da indagare a fondo.

La domanda centrale di questa estate è quindi: quale impatto potrebbe avere un Niño ancora più anomalo su ecosistemi continentali già sotto pressione? A metà agosto NATURE ha pubblicato un articolo di climatologia tropicale annunciando che questo El Niño potrebbe spingere l’Amazzonia al suo punto di rottura, innescando “un generale inaridimento, incendi e morie di alberi su una scala irreversibile”. NATURE avverte: non c’è un accordo unanime su quando questa condizione potrebbe essere raggiunta. Però, i fattori che potrebbero infine determinarla sono già tutti all’opera. La questione, quindi, non è “quando succederà” o “se succederà”, quanto piuttosto “quali feedback eco-climatici tra fattori diversi sono già avviati?”. Se questo scenario dovesse realizzarsi entreremmo infatti in una nuova era eco-geologica del bacino Amazzonico, avviato a diventare, come predetto da alcuni ricercatori, una savana. Non più una foresta tropicale umida. 

Sappiamo che El Niño innesca siccità acute in Amazzonia: durante l’ultimo, nel 2023, i fiumi del bacino erano al loro minimo storico. L’Amazzonia si presenta all’appello senza essersi mai completamente ripresa proprio da quella siccità fuori scala del 2023-24.

NATURE riporta le conclusioni di uno studio condotto da Hao Bai dell’Università di Pechino, pubblicato sulla PNAS quest’anno, in cui Bai e il suo team hanno lavorato su una serie di dati radar satellitari spalmati su 33 anni. Obiettivo: calcolare quanto sono durate le siccità, in Amazzonia, le siccità, anno dopo anno, e quanta massa vegetale viva è rimasta nella foresta. Le proiezioni mostrano che meno della metà della foresta colpita dalla siccità del 2023–24 tornerà a condizioni pre-siccità entro sette anni. Il recupero più lento mai registrato. Il rischio ecologico sistemico consiste quindi in un accumulo di stress termico e funzionale (interazioni tra animali, alberi, clima, catene trofiche), che non rientra più completamente. 

“L’Amazzonia resterebbe relativamente stabile fino a 3,7–4 °C di riscaldamento globale “

Una altra ricerca sintetizzata da NATURE è molto significativa, perché indica che le soglie di non ritorno non sono fisse. Dipendono da una molteplicità di fattori, imprevedibili, attivi su trend ecologi in pieno sviluppo che non controlliamo. Secondo il modello climatico tarato sull’Amazzonia da un team di ricercatori tedeschi (Potsdam Institute for Climate Impact Research, Member e Goethe Universitaet Frankfurth am Main) l’Amazzonia resterebbe relativamente stabile fino a 3,7–4 °C di riscaldamento globale (una soglia catastrofica per gli scenari di riscaldamento peggiori contenuti nell’accordo di Parigi del 2015), se non perdesse massa a causa della deforestazione; ma “con il 22–28% di deforestazione (l’attuale livello è circa il 17%), basterebbero 1,5–1,9 °C per innescare un collasso che trasformerebbe fino all’80% della foresta in savana degradata”. Per Bernardo Flores (un ecologo tropicale del brasiliano Instituto Juruá di Manaus, Brasile) il punto di non ritorno potrebbe essere più vicino di quanto stimato finora. Anche secondo Flores il punto essenziale è la successione interrotta di “anni difficili”, che allargano la base di rischio ecologico in senso progressivo: “Se questo El Niño sarà quello che ci aspettiamo, l’estensione degli incendi in Amazzonia potrebbe estendersi a zone che finora non abbiamo nemmeno ipotizzato (…) quando una porzione di foresta tropicale brucia, rimane sensibile al fuoco per decenni (…) e così, anno dopo anno, ad ogni El Niño, l’area infiammabile si allarga, fino a diventare esponenziale”. 

Un tipping point di questo tipo, su scala non semplicemente locale, ma sulla scala di un intero bioma come è appunto l’Amazzonia, ha ripercussioni biologiche enormi sulle specie che lo abitano.

La deforestazione in Amazzonia ha effetti sullo spillover della febbre gialla

Sembra che la prima epidemia di virus della febbre gialla scoppiata in una città del Brasile (Minas Gerais, biomi del Cerrado e Mata Atlântica) nel 2017-18 in quasi un secolo (dagli anni ’30 del Novecento) stia in una qualche correlazione con le dinamiche climatiche del bacino amazzonico. È stata infatti osservata una correlazione geografica tra la diffusione del virus della febbre gialla negli stati brasiliani di Espiritu Santo, Rio e Sao Paulo e la deforestazione nelle regioni sudorientali del Brasile. “Il virus della febbre gialla si diffonde attraverso una combinazione di fattori all’interno delle città, che coinvolgono le zanzare Aedes aegypti e gli esseri umani, e di fattori interni a contesti selvatici, ad esempio le foreste, dove entrano in gioco zanzare, scimmie primati e, occasionalmente, gli esseri umani (…) in anni recenti, i cambiamenti massivi del territorio hanno facilitato la trasmissione delle febbre gialla nei villaggi rurali al confine con la foresta”.  C’è inoltre il sospetto che il virus stesso sia mutato di recente, diventando più efficiente nel passare agli umani. Una alterazione del regime delle piogge (siccità e piogge anomale) non fa che potenziare il rischio di spillover:

“Dato il ruolo dell’acqua nel ciclo di vita delle zanzare, c’è una ragione intuitiva per sospettare che un eccesso di precipitazioni danno una mano all’incidenza delle febbre gialla; però, anche la siccità può influenzare queste dinamiche concentrando ospiti e vettori negli stessi luoghi e moltiplicando così la frequenza e le occasioni di punture. Le zanzare pungono di più per evitare la disidratazione. Il picco dell’epidemia del 2017-18 avvenne durante la stagione delle piogge, eppure durante la siccità estrema di quel periodo la poca acqua potrebbe aver intensificato i contatti. VA aggiunto che se c’è poca acqua aumentano anche i contatti con i primati, soprattutto le scimmie urlatrici e le marmoset, che si spingono vicino alle aree ad altra densità urbana, dove effettivamente è stato osservato il tasso più alto di contagio. E abbiamo prove convincenti che anche le zanzare di foresta Haemagogus sono state co-responsabili del contagio, perché sono capaci di volare per lunghi tragitti in cerca sia di acqua che di cibo, di attaccare di più quando sono disidratate e di spostarsi verso gli insediamenti urbani”.

I cambiamenti nei pattern climatici potrebbero quindi aver amplificato lo spillover, che pur ha precedenti storici, tra 4 specie: zanzare Haemagogus, zanzare Aedes aegypti, primati ed esseri umani.

Il feedback eco-climatico in Amazzonia è un fattore di estinzione su specie quasi sconosciute

Il feedback climatico diventa a tutti gli effetti anche un fattore di estinzione. Anche su specie di questa parte di Pianeta che conosciamo ancora molto poco. Come risponderanno allo stress test? Mentre uscivano le notizie di climatologia amazzonica su NATURE, veniva pubblicato (su NEOTROPICAL Biology and Conservation) anche lo studio più vasto mai compilato sul “fantasma dell’Amazzonia”, il “cane dalle orecchie corte” (Atelocynus microtis), un mammifero ignoto al mainstream, pochissimo fotografato anche dagli specialisti, uno dei cani meno conosciuti al mondo, con dati raccolti in Bolivia. Il fantasma dell’Amazzonia potrebbe essere uno di queste specie destinate a scomparire nell’Amazzonia-savana, prima che la sua storia ecologica sia stata davvero raccontata per intero. 

Il "fantasma dell'Amazzonia", uno dei canidi meno conosciuti al mondo, potrebbe estinguersi se l'Amazzonia entro questo secolo dovesse trasformarsi in una savana a causa del cambiamento climatico
Screenshot

Del fantasma non si sa praticamente niente: “anche la sua distribuzione geografica è poco chiara e l’ecologia della specie è virtualmente sconosciuta”. Dopo averlo studiato in Perù, nel 2020 i ricercatori hanno concluso che questo cane è uno “specialista della foresta”. Per quanto riguarda la Bolivia, “fino a tempi recenti, c’erano solo 6 località in cui era stato avvistato, solo 4 esemplari conservati nei musei e 2 osservazioni dirette sul campo datate al 1991 e al 1998”. 

Gli autori (in forza alla solita WCS, la Wildlife Conservation Society) hanno lavorato sui record raccolti in 34 campagne di camera-trapping impostate dal 2001 al 2024 nel Greater Madidi-Tambopata Landscape (Bolivia nord-occidentale e Perù sud-orientale) e nel Llanos de Moxos Biocultural Landscape (Noliva settentrionale), foto-trappole piazzate inizialmente per monitorare le popolazioni di giaguaro. Ora si può finalmente dire che il fantasma predilige la foresta fitta, lontano dai fiumi, anche se ha abitudini diurne. Ma la condizione primaria della sua etologia altamente specializzata sono estesi blocchi di foresta tropicale umida intatta.

Prima che il fantasma diventi un fantasma a tutti gli effetti (se accadrà) una riflessione finale si impone. L’estinzione non è solo la scomparsa di una specie, per sempre, ma anche l’effetto paradosso che i processi eco-storici alla radice delle estinzioni tendono a nascondere: noi umani cancelliamo dalla Terra anche ciò che non conosciamo, muovendo sulla scacchiera pedine di cui non conosciamo neppure il nome. Agiamo, in altre parole, e con successo, non solo per azione diretta, ma anche per sottrazione indiretta. È una delle caratteristiche fondamentali del nichilismo moderno in Antropocene: giocare con i fantasmi, creare vuoti ecologici scambiandoli per spazi pieni (sostituire l’agricoltura estensiva alla foresta primaria). 

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