La COLOSSAL ha cambiato per sempre la nozione di natura selvaggia
Lo scorso aprile è accaduto qualcosa che cambierà per sempre il dibattito sul recupero delle specie in via di estinzione. La COLOSSAL BIOSCIENCES di Houston, Texas, annunciava infatti di aver de-estinto il lupo del Pleistocene, un tipo di lupo del Nord America eclissatosi con la fine dell’ultima era glaciale 13mila anni fa. Veniva così allo…
Lo scorso aprile è accaduto qualcosa che cambierà per sempre il dibattito sul recupero delle specie in via di estinzione. La COLOSSAL BIOSCIENCES di Houston, Texas, annunciava infatti di aver de-estinto il lupo del Pleistocene, un tipo di lupo del Nord America eclissatosi con la fine dell’ultima era glaciale 13mila anni fa. Veniva così allo scoperto il progetto di conservazione della natura di una impresa high-tech che oggi vale 10 miliardi di dollari e che prometteva di “fare dell’estinzione una cosa del passato”. Di fatto, la COLOSSAL ha cambiato per sempre la nozione di natura selvaggia.
Molti esperti ritengono i due cuccioli dalla folta pelliccia bianca come la neve niente più che lupi ordinari con qualche gene modificato.
Per la prima volta nella storia moderna della protezione della natura, COLOSSAL metteva un mucchio di soldi e ingegni geniali sulla “bio-diversificazione” degli sforzi per non perdere specie animali sull’orlo dell’abisso. “Vogliamo creare equivalenti funzionali di specie estinte che siano in grado di restaurare interazioni ecologiche perse e, facendolo, di rendere gli ecosistemi più resilienti alle continue attività antropogeniche”, spiega Beth Shapiro, la genetista di punta della COLOSSAL. Shapiro ha un curriculum accademico strepitoso e ha lasciato l’accademia per sperimentare dal vero i giochi di prestigio (non per questo meno reali) della modificazione genetica del DNA. La COLOSSAL, sui suoi patinati canali social, non fa mistero di incarnare la InGen di John Hammond, il patron del Jurassic Park. Solo che stavolta è tutto vero.
Ad avere una chance di tornare indietro dal buio del tempo a loro concesso, ormai concluso, non saranno solo alcune specie per noi remote, come il mammut o il moa. Ma anche animali che ancora vivevano accanto a noi a inizio novecento: la tigre marsupiale della Tasmania e il lupo rosso della Louisiana. E il dodo delle Mauritius, estinto nel 1662. Travolta dalla lentezza burocratica (e dall’impotenza effettiva) della Convenzione Mondiale per la Biodiversità, la natura rimasta sulla Terra è ora risucchiata in un progetto immane, il primo di questo tipo, ossia il primo ad ammettere ufficialmente che gli animali dell’Antropocene non saranno mai più solo animali. Nasceranno sempre nella mente degli esseri umani, sia che li si costruisca in laboratorio sia che si decida di proteggerli a mano armata contro una umanità dilagante.
Una operazione come questa, però, non poteva che riaprire anche il dibattito sulla natura selvaggia in sé. La “wilderness” che piace tanto agli americani, contrastatissima negli ultimi anni, perché la natura incontaminata e primordiale era un sogno di John Miur non meno che dei cacciatori britannici che decimarono i branchi di antilopi, elefanti e leoni dell’Uganda, del Kenya, del Sudafrica prima di inventare le riserve faunistiche per proteggere i potenziali trofei. Figlia del colonialismo, che immaginava la natura vuota di indigeni, nativi e indiani, per appropriarsene con più agio, la wilderness non ha retto dinanzi all’avanzare della economia globale di mercato della fine del Novecento. Eppure, l’opinione pubblica continua ad essere innamorata della sua “natura selvaggia”, in Europa come negli USA, poco più che una proiezione nostalgica del proprio ego tecnologico, mentre le specie selvatiche scivolano via e il numero degli animali da compagnia raggiunge cifre stellari. “La parola selvaggio è come la parola anima”, scrive Kathleen Jamie. “È qualcosa che non esiste, però la vogliamo a tutti i costi. E sappiamo cosa intendiamo quando la pronunciamo. Sì, c’è anche una sfumatura religiosa in tutto questo”.
Pretendiamo che la natura selvaggia rappresenti il nostro vero io, perché, in Antropocene, è proprio quell’io che ci sfugge sempre più. Ma come non salveremo una natura incastonata in un sogno che è soltanto nostro (artefatto attraverso le mille rifrazioni della storia della cultura e delle sue forme simboliche), è il disastro attorno a noi a chiedere un ripensamento della wilderness. E questa è la proposta della COLOSSAL, alla faccia di ogni obiezione morale.
Le specie de-estinte saranno specie modificate nel loro DNA attraverso procedure di gene-editing. Saranno quindi diverse da quelle che la scienza pensa e studia sin dai tempi di Darwin. Si potrebbe però obiettare che COLOSSAL ha così creato un gruppo di “specie dell’Antropocene”, presupponendo che, poiché ormai viviamo in una natura completamente dipendente dagli uomini, l’Antropocene, per l’appunto, sarebbe lecito a questo punto anche costruire in laboratorio specie adatte ad un Pianeta a 420 ppm di CO2 in atmosfera. In fondo, già facciamo cose di questo tipo spostando leoni ed elefanti da un parco all’altro o mischiando i geni dei puma nel sud-ovest degli Stati Uniti. La natura popolata da specie de-estinte fatte apposta per noi sarà ancora “natura”? O piuttosto qualcosa di completamente inedito, dottoressa Shapiro?
Parlare di specie dell’Antropocene e di specie così come le intense Darwin introduce una falsa dicotomia. Non sono mai esistite “specie alla Darwin” totalmente autonome dall’influenza umana. Noi esseri umani abbiamo plasmato i percorsi dell’evoluzione per migliaia di anni, sin da quando cacciammo fino all’estinzione le megafaune, e poi quando addomesticammo piante e animali, arrivando alla fine a ridisegnare interi ecosistemi su scala globale. La pantera della Florida che hai menzionato ne è un esempio perfetto: l’abbiamo quasi portata all’estinzione distruggendo il suo habitat e cacciandola. E poi l’abbiamo salvata grazie ai geni del puma del Texas. Quell’intervento massivo ha funzionato. La popolazione ha recuperato. Questo significa “creare” una specie o piuttosto “salvarla”? Nella conservazione ogni decisione è di fatto antropogenica. Scegliamo quali popolazioni proteggere, chi si può riprodurre, dove agli animali è consentito vivere. I programmi di traslocazione, l’allevamento in cattività e il salvataggio genetico sono tutti interventi specificamente umani, che alterano le traiettorie evolutive del futuro. Quindi la de-estinzione si distingue per profondità di intromissione e per precisione, ma non per tipologia. Sì, stiamo lavorando sui geni (gene-editing) per dar vita ad uccelli adattati alla moderna Mauritius, non a quella del 1662. Ma la “natura in sé e per sé” non esiste più, l’abbiamo già trasformata tutta. La scelta che, oggi, abbiamo davanti noi umani è di applicare strumenti di precisione per aiutare le specie ad adattarsi ad un mondo sbozzato da noi oppure continuare con interventi molto meno precisi, facendo finta di non aver già dimostrato di essere capaci di alterare l’evoluzione stessa. Se poi vogliamo ragionare sulle implicazioni politiche di tutto questo, la mia obiezione è che la conservazione delle specie è sempre stata politica. Decidere quale specie merita protezione, chi ha diritto ad un territorio e chi invece se ne deve andare è un protocollo intrinsecamente politico, che riflette i valori umani, non quelli della “natura”. Io sono convinta che sia arrivato il momento di abbracciare fino in fondo il nostro ruolo di umani piuttosto che rimanere a guardare passivamente lo svolgersi “naturale” dei “processi naturali”.
Siamo abbastanza maturi da andare oltre il sogno di una natura intatta pur mantenendo una connessione emotiva con la natura, che ci spinge a conservarla? Possiamo amare e proteggere un mondo che abbiamo irrimediabilmente alterato? Siamo pronti ad assumerci la responsabilità di modificare l’evoluzione rimanendo umili su ciò che ancora non conosciamo?
Beth Shapiro, COLOSSAL
Parliamo degli habitat in cui dovrebbero prosperare le specie de-estinte. Sappiamo che i biomi stanno diventando una risorsa preziosa su un Pianeta sovraffollato. È probabile che la CBD e il suo accordo non vincolante (30% entro il 2030) falliranno nel fornire agli animali abbastanza spazio per muoversi su scale continentali e tra parchi interconnessi. Gli habitat delle specie che volete de-estinguere, come il lupo rosso della Louisiana o il dodo, non esistono più. Alle Mauritius, la patria del dodo, il gheppio (Falco punctatus) sopravvive grazie ad una pianta introdotta nel 1751 dal Madagascar, la palma ravenala, che è una minaccia per altre 1000 specie native dell’isola. Gli animali risvegliati dal sonno dell’estinzione avranno bisogno anche di ecosistemi progettati ad hoc sulle aspettative umane tanto quanto il loro dna?
Hai ragione, l’habitat è il fattore di resistenza al progetto. Hai identificato un punto di tensione reale. Mauritius è cambiata totalmente. Le foreste originali sono scomparse, al punto che, come dicevi, il falco dipende da palme introdotte. È proprio per questo che stiamo lavorando a strettissimo contatto con i nostri partner delle Mauritius per capire nel dettaglio quali habitat ancora esistono sull’isola, quali possono essere recuperati e quale ruolo il dodo potrebbe giocare nella moderna Mauritius. Cerchiamo, però, di essere chiari sull’alternativa, che spesso è deliberatamente ignorata: non fare assolutamente nulla dicendo che siamo impegnati a mantenere nel loro stato ancestrale ecosistemi che non esistono. È vero, il gheppio delle Mauritius sopravvive grazie ad alberi portati qui da un altrove. Dovremmo lasciare che si estinguesse perché il suo habitat non era “puro”? Parliamo dell’Africa. Gli ecosistemi africani hanno bisogno di una gestione intensiva: translocazioni di animali, recinzioni, pattuglie militari anti-bracconaggio. Quegli elefanti non sarebbero “reali” perché vivono in riserve amministrate fino al millimetro dagli umani? L’habitat del dodo sarà progettato attorno alle aspettative umane? Ovviamente, per il semplice motivo che tutta la conservazione lo è. Noi e i nostri partner disegneremo l’habitat del dodo con ogni attenzione, lavorando con ecologi, prendendo in considerazione gli effetti domino sul circolo dei nutrienti, monitorando gli impatti. Questo porterà a risultati con un buon margine di prevedibilità, migliore rispetto a un approccio orientato a lasciare che le cose facciano il loro corso per poi vedere come andrà. Anche quello, del resto, sarebbe un arbitrio umano al cento per cento. Anche le tue preoccupazioni sulla connessione tra ecosistemi, auspicata dall’accordo 30% entro il 2030 sono valide. Ma queste cornici presuppongono che le specie siano statiche mentre il clima cambia. Invece, modificare i geni (gene-editing) potrebbe aiutare le specie ad adattarsi a paesaggi frammentati, mentre noi guadagniamo tempo per mettere in connessione le aree protette. Non è insomma un aut-aut.
Credo che la COLOSSAL ci dica una verità che non ci piace ascoltare. La conservazione classica ha fallito nel salvare la biodiversità e nel risolvere problemi fondamentali, come ad esempio la perdita di diversità filogenetica. Forse la COLOSSAL sta imponendo un nuovo modello, una sorta di “privatizzazione della conservazione”, mettendo denaro su progetti di recupero della natura a dir poco maestosi. Lei cosa ne pensa, dottoressa Shapiro? Se vogliamo uscire dalla sesta estinzione, non ci resta che affidarci al business high-tech, aziende alla Tesla o alla Oracle?
Apprezzo la critica, però vorrei tornare al contesto generale. È innegabile che la conservazione classica finora è stata insufficiente. Siamo nel pieno di una crisi della biodiversità nonostante decenni di aree protette e di programmi riproduttivi in cattività. Ma la COLOSSAL, nonostante tutto questo, non vuole prendere il posto della conservazione. Noi portiamo nuove fonti di finanziamento, un nuovo tipo di coinvolgimento, e nuovi strumenti. La privatizzazione prevede un gioco a somma zero. Sappiamo che i finanziamenti governativi alla conservazione sono limitati e politicamente vulnerabili. Gli investimenti privati, che vengano da compagnie come la COLOSSAL o da no-profit della conservazione finanziate da filantropi, funziona da sempre a supplemento degli sforzi pubblici. Soggetti privati sono già in partita. Sarebbe meglio preoccuparsi se i privati coinvolti siano giuridicamente responsabili e se i loro obiettivi siano davvero allineati agli scopi della conservazione. COLOSSAL punta a sviluppare tecnologie che includono le tecniche riproduttive degli uccelli, insieme a strumenti genetici utili al di là del dodo e del mammut. Queste tecniche sono perciò beni comuni. Inoltre, collaboriamo con le comunità dei popoli nativi. Ad esempio, il Ngāi Tahu Research Centre, per la de-estinzione del moa. Poi ci sono le agenzie governative e le organizzazioni dedicate. Il nostro modello di riferimento è lo sviluppo collaborativo: sviluppare insieme strumenti innovativi per proteggere la biodiversità e gli ecosistemi. Detto tutto questo, dovremmo appoggiarci soltanto sulle compagnie high-tech? No. Abbiamo bisogno di loro nella cassetta degli attrezzi della protezione della natura? Direi proprio di sì. TESLA non risolve il cambiamento climatico, ma accelera l’adozione della mobilità elettrica. In modo analogo, la de-estinzione non risolverà da sola la crisi della biodiversità, ma è in grado di dimostrare cosa è oggi possibile e quindi procedere a svilupparlo.
Non promettiamo di ripristinare un passato intonso, ma di creare qualcosa di inedito: equivalenti funzionali di specie estinte che siano in grado di restaurare interazioni ecologiche perse e, facendolo, di rendere gli ecosistemi più resilienti alle continue attività antropogeniche.
Beth Shapiro, COLOSSAL
Vorrei chiudere con una nota filosofica. Il vostro sito web è un capolavoro di immagini e informazioni scientifiche di grande suggestione estetica e visuale. Eppure, l’intero scenario è sorretto da una ricostruzione della savana africana, la più classica delle cornici per parlare di natura incontaminata e di un Eden ancestrale. Sappiamo che la wilderness è solo un ideale, storicamente determinato. Forse anche la de-estinzione è quel tipo di sogno? Il sogno più intimo e nascosto di ogni società moderna, tornare indietro ad un tempo impossibile in cui noi umani non eravamo in un conflitto mortale con la natura? Siamo ancora intrappolati nella nostra utopia naturalistica, dottoressa Shapiro, a dispetto della impressionante scala del nostro potere sulla genetica?
Sì, hai identificato qualcosa di importante: l’immaginario della savana africana sul nostro sito web evoca il racconto dell’Eden. Ma non ci culliamo intrappolati nell’utopia. Noi usiamo questo paesaggio a savana, intenzionalmente, per comunicare esplicitamente le nostre intenzioni. Il sogno di ritornare ad un Eden pre-umano è antico e, lo hai detto bene, un prodotto della storia. La wilderness è un concetto ampiamente occidentale, e per giunta coloniale. Noi abbiamo preso un’altra strada. Non promettiamo di ripristinare un passato intonso, ma di creare qualcosa di inedito: equivalenti funzionali di specie estinte che siano in grado di restaurare interazioni ecologiche perse e, facendolo, di rendere gli ecosistemi più resilienti alle continue attività antropogeniche.
La forza dell’ingegneria genetica ci trattiene proprio dal trovare una via di fuga nell’utopia, ci spinge invece a confrontaci con verità poco confortanti. Non non si può “tornare indietro”. Non c’è natura senza di noi. Ogni scelta, incluso intervenire o farsi da parte, nasconde noi, attori principali dell’evoluzione. Se pure saremo in grado di usare questo potere per plasmare un futuro biodiverso e al contempo vissuto dalle persone, dobbiamo rimanere onesti sulle responsabilità che un simile potere comporta. La maggior parte della gente non ha i mezzi per visualizzare dimensioni ecologiche come il funzionamento degli ecosistemi e le cascate trofiche, ma può immaginare i mammut. Non è una manipolazione. È una comunicazione efficace. Da sempre la conservazione poggia sui grandi animali carismatici per generare supporto. Seguiamo lo stesso filo logico in modo trasparente. Quindi direi che la vera questione filosofica non è se siamo intrappolati nel sogno dell’Eden perduto, ma se siamo abbastanza maturi da andare oltre quel sogno pur mantenendo una connessione emotiva con la natura, che ci spinge a conservarla. Possiamo amare e proteggere un mondo che abbiamo irrimediabilmente alterato? Siamo pronti ad assumerci la responsabilità di modificare l’evoluzione rimanendo umili su ciò che ancora non conosciamo? Non ho tutte le risposte. Ma so che pretendere di non avere già sulle spalle questo onere, be’, questa sì che è una pericolosa utopia.
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