Lunedì 21 ottobre a Cali, in Colombia, si è aperta la COP26 della Convenzione Mondiale per la Biodiversità. Più che il primo, decisivo step per verificare la validità degli impegni presi dalle Parti (i Paesi firmatari della Convenzione) nel dare realtà agli accordi di protezione della biosfera (con risultati tangibili entro il 2030, ossia la implementazione della Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework – KMGBF del 2022), questa COP rivela la fragilità totale della concezione corrente di “Pianeta vivente”. I limiti della COP16 sono di portata storica. Si pretende cioè di risolvere un problema di civiltà (le attuali, insostenibili dimensioni dell’impresa umana) demandandone la soluzione ad un trattato giuridico. COP16 Cali è il fallimento della nostra idea di natura.

I meccanismi di implementazione dell’accordo “30% by 2030” (la KMGBF, l’Accordo di Kunming), infatti, sono gli stessi dell’impostazione giuridico-diplomatica della Convenzione per il Clima: “le Parti lavorano per aggiornare il proprio National Biodiversity Strategy and Action Plan (NBSAP), o per crearne uno, fornendo dettagli su come intendono contribuire a raggiungere gli obiettivi di protezione planetaria”. Ed è proprio per questo che la massima prudenza è d’obbligo sulla loro verosimile efficacia. 

Consideriamo le implicazioni politiche della fragilità della nostra idea di natura, su cui è costruita la COP16.

Il problema di cornice più insormontabile è sempre lo stesso: il denaro.  In questo passaggio della storia umana, bisogna pagare per avere un Pianeta vivente. Da qui la necessità, di “liberare risorse finanziarie da destinare alla biodiversità da ogni tipo di fonte di finanziamento”, si legge in una nota ufficiale. Bisognerebbe reperire fondi spendibili pari a 20 miliardi di dollari ogni anno fino al 2030, da investire nella conservazione e anche nel recupero di ecosistemi ancora potenzialmente funzionanti. Vale a dire che i Paesi firmatari della Convenzione (tra cui l’Italia, dal 1992) e privati con intenti filantropici dovrebbero mettere a disposizione del futuro 20 miliardi all’anno. In sintesi: servono 200 miliardi entro i prossimi cinque anni. Ebbene, secondo OCSE solo il 23% del totale per il 2025 è già stato versato e finora anche lo slancio dei privati è stato molto timido.

Una delle questioni che finora hanno solo sfiorato la CBD è la necessità di una decrescita economica, in altre parole di quel passaggio di civiltà che già il Gruppo di Stanford aveva definito “ridimensionare la portata dell’esperienza umana sulla Terra”.  COP16  dovrebbe cioè recepire i risultati del gigantesco RAPPORTO IPBES del 2022 (che ha passato in rassegna 13mila studi scientifici, sociologici e umanistici in peer review): Assessment Report on the Diverse Values and Valuation of Nature”. Questo secondo Special Report (il primo è quello epocale del 2019), pubblicato a ridosso della COP15 di Kunming, tentò di descrivere con un linguaggio diplomatico e negoziale un problema di fondo irrisolto del nostro tempo, finora sostanzialmente ignorato dalle scienze della Terra. Un problema che, però, è sempre stato presente nelle riflessioni serie sulle cause della sesta estinzione e del cambiamento di climatico. 

Secondo IPBES per arginare il collasso della biodiversità servono infatti nuovi valori che lascino emergere in superficie il valore della natura. IPBES è chiaro nell’individuare la causa del declino vertiginoso della biodiversità nella crescita economica. La sua è una disamina storica degli ultimi decenni di vita politica:

“Le decisioni fondate solo su di un numero ristretto di valori applicabili alla natura e riconducibili tutti al mercato è la causa nascosta della crisi planetaria della biodiversità. Questo Assessment Report on the Diverse Values and Valuation of Nature ha verificato che c’è una attenzione globale dominante sui profitti a breve termine e sulla crescita economica, escludendo molto spesso dalle decisioni politiche una riflessione di altro tipo sul valore intrinseco della natura. Le scelte economiche e politiche hanno finora dato priorità al valore strumentale della natura basato sul mercato, ad esempio nella produzione alimentare intensiva. Senza riservare alcuna attenzione al fatto che i valori di mercato non descrivono come i cambiamenti nell’equilibrio ecologico hanno conseguenze sulla qualità della vita degli esseri umani. I risultati di questo Assessment si appoggiano direttamente su quanto emerso nel RAPPORTO IPBES 2019, che indica nella crescita economica il fattore principale della perdita di biodiversità, con 1 milione di specie di piante e di animali ora in via di estinzione”. 

Le voci autorevoli che chiedono l’uscita dal regime della crescita aumentano. Uno degli ultimi contributi in tal senso è senz’altro The 2024 state of the climate report: Perilous times on planet Earth, co-firmato da William Ripple, Johan Rockstroem (del Potsdam Institut) e Naomi Oreskes, la storica della scienza di Harvard nota per le sue ricerche sulle strategie di manipolazione dell’opinione pubblica finanziate dalle grandi compagnie dei combustibili fossili. Oreskes è. stata anche ospite di Telmo Pievani nella trasmissione Rai LA FABBRICA DEL MONDO. Gli autori parlano della possibilità di un collasso delle nostre società innescato dalla cultura del consumismo (overshoot). 

“L’emergenza climatica non è un problema isolato. Il riscaldamento del Pianeta, per quanto catastrofico, è soltanto uno dei fattori di un complesso intreccio di più fronti di crisi (poli-crisi) che include il degrado dell’ambiente, le crescenti diseguaglianze economiche e la perdita di biodiversità. In altre parole il cambiamento climatico non è niente altro se non il sintomo più evidente di qualcosa di decisamente più vasto: l’iper-sfruttamento ecologico (overshoot), ossia una umanità che consuma molto di più della possibilità della Terra di rigenerare le sue risorse naturali. L’iper-sfruttamento, però, è una condizione ecologica intrinsecamente instabile. Non può durare all’infinito. La pressione, proveniente da più direzioni, sul sistema climatico terrestre può produrre una svolta catastrofica: le possibilità che questo avvenga non sono così remote. Gli scienziati, quindi, stanno familiarizzando con la eventualità di un collasso sociale”.

Le caratteristiche di questa possibile implosione delle nostre strutture sociali assomigliano fin troppo ai conflitti che già infiammano il dibattito politico in Europa:

“L’iper-sfruttamento è pericoloso di per sé, ma l’alterazione del clima ha la potenzialità di moltiplicare i rischi di conflitti internazionali, causando stress sistemici multipli, destinati ad esitare in fallimenti politici e sociali sincronici su scala globale. A questo proposito vale la pena ricordare che il numero degli articoli scientifici pubblicati sul nesso tra cambiamento climatico e collasso sociale è cresciuto esponenzialmente”.

Secondo alcune ricercatrici di Oxford la stessa finanza mondiale è in acque insicure.  I rischi finanziari natura-correlati (pandemie, perdita di suolo fertile) sono molto simili a quelli clima-correlati (inondazioni, uragani). Ma sono ampiamente sottovalutati. “È indispensabile riconoscere a livello internazionale che il sistema finanziario mondiale non conteggia i rischi spesso irreversibili della crisi della biodiversità, benché alcuni progressi siano stati fatti con i rischi climatici. Da qui possono svilupparsi rischi sistemici e quindi instabilità finanziaria. È necessario un consenso globale sul fatto che le Banche Centrali hanno un ruolo insostituibile nel prendere misure concrete in tal senso”.

La nostra idea di natura rivela quindi la nostra fragilità economica.

Eppure, queste raccomandazioni sono in inequivocabile contrasto con lo scenario politico attuale. Negli Stati Uniti, lo ha raccontato Federico Petroni per LIMES, il cambiamento climatico, con i suoi correlati, è stato inesistente nella campagna elettorale per le Presidenziali di novembre tanto dei Democratici quanto dei Repubblicani. Moltissimi americani sono consapevoli che l’economia non va come dovrebbe e che il clima è un fattore destabilizzante. Ma si dicono anche convinti che non ci sia una alternativa al proprio stile di vita, perché l’altra opzione è un fantomatico socialismo.


“Come cade svogliata questa foglia . E’ ammutolita. Ha dondolato. Indugiato. Farfuglia qualcosa, frusciando. Una notifica dal cielo?” – IRINA ERMAKOVA, Lo specchio di bronzo


A cambiare sul serio, invece, sono i codici di comunicazione con cui, anche in ambito strettamente scientifico, si comincia a descrivere la situazione attuale. In aggiornamento sono anche i dati sull’usura degli ecosistemi e sui nuovi fenomeni eco-biologici che emergono dalla crisi per effetto della sua intensificazione. Ad esempio, gli ecosistemi artici, definiti “post-permafrost ecoystems”, in cui paleo-batteri rimasti silenti per migliaia di anni potrebbero entrare in relazione eco-evolutiva con i ceppi batterici esistenti aggravando l’enorme rischio della resistenza agli antibiotici.

Commentando per THE GUARDIAN (The Age of Extinction) l’apertura di COP16 Cancun, Tom Oliver, professore di ecologia applicata alla University of Reading (UK), ha detto:

“Già adesso siamo incatenati e bloccati in una condizione fortemente compromessa. Ci muoviamo in una direzione che potrà solo peggiorare lo stato generale delle cose. Quello che mi preoccupa davvero è che i cambiamenti in negativo potrebbero essere molto rapidi. Ci troviamo in una epoca di estinzione di massa con un margine di incertezza molto grande su quali siano le effettive soglie di salvezza. Le cause fondamentali della perdita della biodiversità stanno nel modo in cui vediamo il Mondo. Porre un freno allo strapotere della distruzione significa cambiare economia. E il modo in cui educhiamo i nostri figli. Dovremmo guardare dentro i nostri pensieri acquisiti su noi stessi e il Mondo e riconoscere che siamo intrappolati entro un sistema di degrado progressivo. Il primo passo da fare davanti a questa estinzione di massa è diventare umili, perché siamo solo una specie tra moltissime altre. Sì, abbiamo perduto l’attaccamento di fondo alla natura. Per recuperarlo, abbiamo bisogno di liberarci da questa predisposizione all’ecocidio”.

Oliver solleva un punto decisivo. Quanto rapido sarà il collasso degli ecosistemi sempre più poveri di animali di differenti specie? Che cosa succederà al clima quando ecosistemi giganteschi non saranno più in grado di funzionare come prima a causa delle estinzioni locali?

Più del 90% degli elefanti africani sono andati perduti negli ultimi 100 anni. Si calcola fossero circa 5 milioni nel 1900, mentre oggi ne sono rimasti 430mila

Questi interrogativi ci dicono che qualcosa di decisivo è cambiato nell’approccio all’estinzione delle specie animali. Finalmente è stato recepito il monito degli studi sulla defaunazione lanciato negli ultimi dieci anni dal Gruppo di Stanford: se consideriamo le singole popolazioni, il quadro è molto più fosco della fotografia che gli sforzi di protezione nelle riserve e nei parchi nazionali sembrano restituire.

Per la prima volta il WWF LIVING REPORT 2024 adotta questo medesimo punto di osservazione “per popolazioni”. Il LIVING REPORT del WWF è importante perché fornisce una consistente mole di informazione a breve intervallo di tempo. Stavolta, sono state elaborate proiezioni statistiche su 35mila popolazioni di 5495 specie di vertebrati dal 1970 ad oggi. Negli. Ultimi 50 anni la misura di queste popolazioni selvatiche è diminuita del 73%. 

“Al di là del ragionamento sulle specie, il Report del WWF porta l’attenzione sui punti di non ritorno del nostro Pianeta”, spiega su THE CONVERSATION l’ecologo Alexander C.Lees esperto di Amazzonia. “Sono soglie oltre le quali le conseguenze su persone e natura diventano irreversibili”.

Alterazioni climatiche, tipping points, estinzioni sono legati gli uni con gli altri da feedback vincolanti. Se l’Amazzonia è avviata a diventare una savana, allora molte specie non avranno più un habitat in Amazzonia. “La trasformazione del clima in Amazzonia non libererà solo una cascata di estinzioni per la biodiversità della regione. Avrà conseguenze sul clima locale, regionale e planetario, che impatterà sull’agricoltura nel nord della Terra, e non solo. Sappiamo che le specie dell’Amazzonia finora sono state indispensabili nel mantenere resiliente la foresta pluviale. Vale lo stesso per altre specie, in altri ecosistemi sull’orlo di specifici tipping-points”.


Il nostro Pianeta sta cambiando, e velocemente. La infrastruttura negoziale che sorregge la Convenzione Mondiale per la Biodiversità sembra viaggiare su scale temporali sfasate rispetto agli obiettivi macro-politici delle nazioni più ricche. Ma traballante è anche se la confrontiamo con la nostra capacità di comprendere la cronologia del disastro. Le sue sequenze storiche, la sua impellenza, i messaggi che arrivano dal paleo-passato ora riemerso a causa dello scioglimento dei ghiacci e del permafrost.  Forse non siamo capaci di leggere i segnali della paura delle prossime generazioni perché abbiamo perso sensibilità nel comprendere il tempo della vita biologica, delle sue stagioni trasformate in storia dagli esseri umani del passato e del presente. 

In fondo, anche i numeri impressionanti dei tanti report speciali sono informazioni asettiche e inutili se rimangono isolati da una coscienza storica che li sappia mettere in sequenza. Per questo gli uni invocano un ridimensionamento dei paradigmi di crescita economica, e gli altri continuano a insistere che no, la crescita è un destino ineludibile. I teorici della crescita ne ignorano le condizioni storiche e pongono così la crescita (con i suoi logici correlati, il cambiamento climatico e la sesta estinzione) in un contesto a-storico che non riconosce la nuova storia della Terra in via di costruzione. 

Il pensiero storico (orientato a indagare il passato per individuare i pattern di cambiamento e le soglie di sfruttamento dei biomi tra colonialismo e matura età industriale) è essenziale per avere una misura (fenomenologica e scientifica) attendibile e realistica sul depauperamento eco-esistenziale alle spalle di COP16 Cali. 

Riflettendo sulle enormi querce vecchie di 400 anni bruciate nel rogo della cattedrale di Notre Dame a Parigi (2019), Todd Braje, che è Direttore del Museum of Natural and Cultural History della University of Oregon, centra esattamente questo aspetto della crisi. La cattedrale della capitale francese si reggeva su querce cresciute ai tempi delle Guerre di Religione tra i Valois e il casato di Condé, quando gli Europei appena cominciavano a penetrare nelle foreste tropicali e boreali del Nuovo Mondo. Si tratta di connessioni meta-temporali essenziali per definire la crisi globale della biodiversità. Sono legami meta-temporali che arrivano nel cuore della nostra vita quotidiana.

“La storia offre uno sguardo profondo sul mondo come era una volta, molto prima che la globalizzazione delle attività industriali ridisegnasse il Pianeta”, spiega Braje. Depositi di ossa animali, frammenti di carbonella, strumenti danneggiati, i relitti del passato remoto forniscono indizi sulle dimensioni e l’abbondanza delle specie animali, sulle località e la composizione delle foreste native e dei paesaggi, sulle fluttuanti condizioni atmosferiche”. 

Questi sono elementi strutturali anche degli studi sulla defaunazione. 

Il pensiero storico coinvolge tutti gli aspetti dell’avventura umana: la biosfera e le esperienze creative che vanno sotto il nome di civiltà. Noi ereditiamo un Pianeta danneggiato perché ereditiamo noi stessi. 

È lampante che la biosfera meriterebbe “a new inheritance paradigm” (un nuovo modo di intendere la trasmissione dei significati sociali ereditati attraverso le generazioni), come hanno scritto, lavorando sul valore eterno del patrimonio artistico, Rodney Harrison e Colin Sterling. Anche le comunità animali e i loro habitat sono infatti un patrimonio collettivo della nostra specie e quindi della civiltà. Soltanto all’interno di una (ancora dormiente) concezione del fenomeno bio-evolutivo come eredità sempre viva si può uscire dall’incantamento delle soluzioni fondate sul mercato.

“In molti modi l’eredità è un apparato tipico dell’Antropocene, un paradigma inscritto nelle sue logiche. Attraverso differenti processi di raccolta, collezione, conservazione e traduzione in racconto la trasmissione dell’eredità è arrivata a formare e condizionare le modalità attraverso le quali comunità umane distinte comprendono la propria relazione con il passato, nel contesto generale della modernità capitalista. Eppure, è sempre più chiaro che le strategie di conservazione, di cura e di amministrazione hanno ormai bisogno di essere sottoposte, per intero, ad una critica adeguata ai tempi, soprattutto laddove rafforzano modalità di oppressione: nazionalismi, colonialismo, militarismo ed estrattivismo delle risorse naturali. Ereditare responsabilmente il passato significa oggi riconoscere le ingiustizie e le iniquità che hanno dato struttura al nostro presente e continueranno ad avere impatti sul futuro, in mancanza di un cambiamento radicale. Ma significa anche ragionare e porre domande sul lavoro dell’ereditare che ci è richiesto muovendoci attraverso il mondo umano e i mondi naturali non-umani” – RODNEY HARRISON e COLIN STERLING


Come suggerisce ora, venendo allo scoperto, una indagine del Museo di Storia Naturale di Londra (NHM), riprendendo perplessità già pubblicate in passato, le aree protette ( e quindi l’accordo 30%by2030, ) non sono una soluzione-miracolo. Perché non possono essere l’unica soluzione. E non è raro che parchi nazionali sulla carta siano “foreste vuote” o che ospitino concessioni petrolifere. 

Tutto questo, allora, che cosa ci dice? Che la diplomazia internazionale sul futuro della biosfera è incapsulata nelle stesse logiche che tengono in piedi la nostra organizzazione-Mondo. Gira su se stessa, producendo accordi ambiziosi e non vincolanti, legittimi ma insufficienti. La biosfera è cioè un sotto-capitolo di dinamiche che travalicano (ossia, risucchiano) la nostra idea di natura, troppo debole per rivendicare al Pianeta vivente uno spazio indipendente dalla struttura moderna di esistenza umana. 

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