Non tutti gli Stati repubblicani sono in guerra con la protezione delle specie animali. Unico nel suo genere a portare ancora l’appellativo coloniale di “pantera”, il puma della Florida (Puma concolor coryi) potrebbe avere ottenuto la sua seconda chance dopo aver sfiorato l’estinzione, grazie ai suoi lontani parenti delle aride pianure del Texas. È stato infatti coronato dal successo un “iconico” salvataggio genetico iniziato nel 1995, quando il petrolio del Texas e il boom edilizio della Florida cominciavano a fare da apripista al partito repubblicano del terzo millennio. Il Texas salva dall’estinzione il puma della Florida. E ne fa una specie dell’Antropocene.
Una volta diffuso in tutte e due le Americhe, dalla British Columbia allo Stretto di Magellano, il puma (Puma concolor) è ancora il felino più comune e più resistente al dilagare della industrializzazione. Tutto considerato, il suo futuro in questo secolo sarà ancora decisamente migliore di quello del leone in Africa. E probabilmente anche del giaguaro, considerata la trasformazione di ampie porzioni del bacino del Rio delle Amazzoni in un sistema misto a savana.
Ma la frammentazione dei suoi habitat (le nevi del Wyoming, le pianure semi-desertiche dell’Arizona, gli acquitrini subtropicali del sud degli Stati Uniti, le Montagne Rocciose) ha sbriciolato le popolazioni in unità distinte, anche se tutte imparentate. Nel 1995 i 30 puma rimasti in Florida (una sottospecie) erano l’unico gruppo negli Stati Uniti a est del Mississippi.
Tutto ciò che rimaneva stava nel Big Cypress National Preserve, Everglades National Park. A metà degli anni ’90 gli esperti prevedevano quindi che il puma in Florida si sarebbe estinto entro 30 anni.
La salvezza arriva dal Texas, passando per Panama e il Costa Rica
Come evitare il peggio, allora? La risposta stava nel salvataggio genetico: portare in Florida puma di altre regioni degli Stati Uniti, per diminuire la concentrazione di pool genetici identici (omozigosità) e favorendo, in direzione contraria, l’aumento della diversità genetica di ogni nuovo nato (eterozigosità). Naturalmente il punto critico era sempre lo stesso che stringeva il cuore dei colleghi sudafricani in lotta contro l’estinzione locale di rinoceronti e leoni. Da quale Stato dovevano provenire i puma salvatori? Quale gruppo aveva cioè la maggior affinità filogenetica con i lontani cugini della Florida?
Le difficoltà erano accresciute dal fatto che tra il 1956 e il 1966 furono rilasciati nelle Everglades alcuni puma provenienti dal Costa Rica e da Panama. C’era insomma in circolazione un mix di geni a cui bisognava aggiungerne di altri, da una terza fonte.
Alla fine la soluzione venne dal Texas. Le Everglades accolsero 8 femmine texane, di cui 4 morirono nei primi cinque anni. Ma a quel punto la genetica ancestrale incapsulata nei meccanismi di speciazione e adattamento della specie cominciò a fare il suo lavoro. E farlo bene. In modo del tutto inaspettato. Incrociando i suoi misteri con i trucchi degli esseri umani. “Sì, certo, noi consideriamo di solito il salvataggio genetico uno strumento per migliorare gli effetti nefasti delle popolazioni troppo piccole, eppure i meccanismi genetici e gli effetti di lungo periodo sottostanti rimangono in parte sconosciuti”, ammettono gli autori della ricerca condotta dalla Università della California che ha sequenziato il genoma completo del puma delle Everglades. Oggi, a 30 anni di distanza dal salvataggio texano.
I risultati del salvataggio genetico
Intanto, i numeri. Nel 2023 i puma della Florida erano 120-230.
Il predatore di vertice era tornato, riprendendosi almeno una minuscola frazione del Wildlife Corridor, il network di aree protette della Florida sull’asse nord-sud dello Stato.
I ricercatori hanno sequenziato i genomi delle pantere post-translocazione, per capire quali sono state le conseguenze su questa sottospecie dell’immissione di geni non autoctoni. Può succedere, infatti, ed è un rischio ovunque gigantesco, che sostituire il “DNA locale” con un “DNA da donatori esterni” elimini le varianti genetiche specifiche del luogo, che consentono agli animali di essere perfettamente adattati al loro ambiente nativo.
Ed è qui che i risultati hanno sorpreso tutti.
Primo. “Non c’è stata nessuna sostituzione completa, in nessun punto del genoma, da parte del patrimonio genetico ancestrale fissato in Texas (…) Quindi è ancora intatto il patrimonio genetico ereditato tipico della Florida. Non ci sono segni di una estinzione di quei geni antichi”.
Secondo. Nei nuovi nati e poi negli adulti sono diminuiti i segni somatici direttamente riconducibili alla riproduzione tra consanguinei (ridotto peso corporeo, malformazioni).
Terzo. I ricercatori considerano i piccoli nati “admixed Florida panthers”, pantere della Florida con un pool genetico misto, che “esprime e addirittura rafforza la fitness pre-salvataggio, quella unica di questi felini della Florida”. In parole povere: il puma della Florida non è più quello dei tempi di Lincoln e Jefferson Davis, è qualcosa di diverso, che però porta ancora non sé la sua identità passata, la più profonda.
È diventato una specie dell’Antropocene.
Cosa ci dice sul futuro il recupero della pantera della Florida
Questa è una storia di successo che apre incognite stimolanti per i prossimi anni. Il salvataggio texano, infatti, dimostra che “ciò che sappiamo della speciazione (il processo lungo millenni lungo il quale una specie è diventata ciò che è oggi) può funzionare anche nella conservazione”.
Tradotto: se possiamo ricostruire come e quando due specie si sono separate, o, in questo caso, come e quando una sottospecie ha preso la sua strada in Florida, è possibile tracciare dei “ponti genetici” tra popolazioni diverse e rimettere in comunicazione quello che avevano in comune. Il salvataggio texano è stato questo. Sfruttare la parentela ancestrale per tornare, potremmo dire, indietro nel tempo e riavviare un “dialogo genetico” ancora possible.
Sono gli esseri umani a tessere e riavviare questo “dialogo genetico”. A dispetto di tutti i suoi problemi aperti, la traslocazione indica una direzione. Intervenire geneticamente per bypassare la frammentazione degli habitat (mancano aree protette su scala continentale) e recuperare popolazioni troppo piccole.
Il salvataggio texano appartiene insomma ad una nuova frontiera: ripristinare il flusso di geni fra ecosistemi sempre più isolati gli uni dagli altri, gli ecosistemi dell’Antropocene. Applicando ai programmi di conservazione quello che sappiamo sulla storia di una specie. Il modo in cui negli ultimi venti anni abbiamo pensato la sesta estinzione di massa è entrato in una nuova stagione.





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