I castori canadesi hanno cominciato la colonizzazione dell’Alaska e probabilmente rimodelleranno l’intero Artico nella regione del Brooks Range,  le montagne che da est a ovest segnano i confini del North Slope. Non è più troppo freddo neppure qui, per il castoro canadese (Castor canadensis), in netta ripresa dopo essere stato quasi sterminato per la sua pelliccia (il bando alla caccia è del 1950) e favorito dal rampante cambiamento climatico. I castori canadesi colonizzano l’Artico e creano le condizioni per un habitat ibrido completamente nuovo. Le temperature in crescita hanno inaugurato per la specie una nuova avventura, ma in Antropocene non tutte le buone notizie sono ottime notizie per habitat sotto stress ecologico permanente. I castori nell’Artico portano un caos che va sotto il termine tecnico di emerging future”: uno scenario incombente, totalmente indecifrabile, eppure dannatamente reale. 

Entro il 2050 i castori potrebbero aver popolato tutto il North Slope (estremo nord dell’Alaska, sul mare di Beaufort, Mar glaciale Artico).

Continuare a pensare la biodiversità come solo 20 anni fa è pura fantasia. 

Questa storia lo conferma. I castori del Nord America sono in una fase di espansione sensazionale del proprio habitat, aiutati da quelle 2 settimane di anticipo con cui il gelo dell’inverno lascia il posto alle temperature più miti della primavera anche a queste latitudini, tra le più rigide del Pianeta. I ricercatori hanno catalogato 11mila laghi generati dalle dighe di sbarramento, il capolavoro ingegneristico di questo roditore. Se i castori hanno raggiunto la tundra (Seward Peninsula e Baldwin Peninsula) è perché la specie ha intrapreso con successo un “range shift”, un salto geografico per approfittare di nuovi territori. Siamo dinanzi ad uno scenario da Pleistocene, quando l’uscita dall’ultima glaciazione impose e richiese a intere comunità di specie di rimodellare i propri territori, perdendone alcuni, trovandone altri. Ma soprattutto: lasciando per sempre il vecchio modo di stare sulla Terra. 

La presenza del castoro nella tundra avrà conseguenze sistemiche sull’intera regione sub-artica tra il North Slope dell’Alaska e gli adiacenti territori canadesi. “I laghi creati dai castori funzionano come oasi dalle proprietà bio-fisiche”, sostengono gli autori della ricerca che ha portato in prima pagina sulle riviste scientifiche questa vicenda, condotta in team dalla University of Alaska Fairbanks e dalla Norvegia University of Science and Technologies.

Il castoro darà una mano ad un processo noto come “borealizzazione”

Tanto per cominciare, il castoro darà una mano ad un processo noto come “borealizzazione”, una trasformazione complessiva della biodiversità della tundra innescata dal cambiamento climatico: una passaggio dall’ecosistema a tundra all’ecosistema boreale. Per ora la maggior parte dei dati vengono dalle comunità animali del mare di Barents e dal mare dei Chukchi. Lo scioglimento del parmafrost apre la strada ad un aumento della vegetazione, che ha più di chance anche perché il clima è più caldo. Le alci (Alces alces) hanno così l’opportunità di spostarsi più a nord, contando su una maggiore fonte di cibo. I bacini di acque sotterranee aumentano la loro connessione, grazie alla maggiore disponibilità di acqua presente anche nei fiumi, anche in inverno. 

I cambiamenti sono però documentabili anche nelle zone marine e nelle propaggini di terra ferma a contatto con le acque dell’Artico. “Cresce il numero di studi che accende la nostra attenzione sull’emergente borealizzazione degli ecosistemi dell’Artico in generale, attraverso quello che potremmo chiamare un effetto spillover, che muove le specie e ne porta di nuove dove prima non c’erano”. Tutto questo, ed è forse l’informazione più importante, potrebbe portare a “ecosistemi ibridi” in un vicino futuro. L’Antropocene sarà l’epoca geologica degli habitat ibridi, un aspetto centrale del futuro su cui sembriamo avere per ora scarsissima consapevolezza.

“I castori imporrano le loro modifiche al paesaggio della tundra, come conseguenza della ingegnerizzazione dei corsi d’acqua, delle fonti, delle zone di acqua fangosa o stagnante, trasformate in aree umide chiuse da dighe. L’impatto sarà molto significativo sugli ecosistemi rivieraschi e anche su quelli acquatici. Saranno infatti favoriti gli organismi che vivono nelle acque ferme, a svantaggio di quelli evolutisi per il flusso costante di acqua tipico dei fiumi. Aumenterà anche la profondità e il volume dell’acqua non congelata durante l’inverno, accelerando lo scioglimento del permafrost in prossimità del lago artificiale prodotto dai castori. Questi cambiamenti di ordine sia fisico che idrologico funzionano a tutti gli effetti come dinamiche di disturbo in senso ecologico ampio, che acuiscono le alterazioni del paesaggio già in corso a causa del riscaldamento. Una accelerazione, quindi, della borealizzazione della tundra”. 

Anche la storia del castoro canadese è una storia di defaunazione

Come sempre, anche la storia del castoro canadese è una storia di defaunazione. Perché si inserisce nel programma continentale di commercio delle pellicce, appropriazione territoriale e strumentalizzazione delle culture native che hanno fatto il Canada moderno nel XIX secolo. Questo è un dettaglio importante, di peso scientifico, dal momento che non è chiaro agli esperti quale fu l’impatto complessivo della caccia da pelliccia sul castoro di queste regioni. In parole povere: quanto esteso era l’home-range della specie prima dei massacri tra settecento e ottocento. 

John Vaillant, ad esempio, ha ricordato che l’Alberta, prima di diventare la eldorado delle sabbie bituminose (dando il suo contributo essenziale al riscaldamento della Terra in termini di emissioni serra), fu il cuore della caccia al castoro, iniziata nel 1778. “Non è facile farsi una idea precisa del numero incredibile di animali morti che circolarono tra le stazioni commerciali canadesi negli anni del boom delle pellicce, ma per fortuna ci vengono in aiuto i meticolosi libri contabili del leggendario esploratore, navigatore e commerciante Alexander Mackenzie (…) Tra gli incredibili ricavi dell’anno 1798 Mackenzie annota 106mila pelli di castoro, 32mila di martora, 6mila di lince, 3800 di lupo, 2100 di orso e 500 di bisonte delle foreste (più quelle di molte altre specie).

Così come la caccia modificò profondamente l’assetto ecologico di questa porzione di continente nordamericano, altrettanto accade oggi con i feedback sulle faune endemiche indotti dal cambiamento climatico. È una circolarità perfetta tra “natura” e “cultura”: le attività umane modificano le comunità animali, che a loro volta influiscono sul clima, il quale di nuovo, due secoli dopo, travolge gli esseri umani.

“Il successo costante dei castori e delle loro dighe nel nord dell’Alaska potrebbe rivelarsi l’alterazione visibile a occhio nudo più massiccia del paesaggio artico occorsa in questo secolo rispetto ai millenni che abbiamo alle spalle, rivaleggiando per impatto anche con l’arrivo e lo stanziamento delle popolazioni native”.

Che cosa insegna la nuova avventura del castoro canadese?

Primo. Il clima in rapido riscaldamento ha messo letteralmente in movimento una specie che ora può esprimere tutto il suo talento adattativo per trovare nuovi habitat, ma ora questo successo entra in sinergia di nuovo con la fisica del clima. E con la storia degli esseri umani. Perché il continente nordamericano non sarà mai più quello del Settecento. Neppure se il numero di castori dovesse tornare quello precedente la sua defaunazione. Anzi, proprio per questo. La storia eco-umana funziona per sovrapposizioni, non per ritorni idilliaci al passato, seguendo schemi utopici o tecnologici. Nessun rewilding lavora su tavolozze bianche e intonse.

Secondo. Le dinamiche di specie funzionano insieme al sistema climatico, la biodiversità sotto stress ecologico contribuisce ad alterare il clima, per il semplice motivo che la biodiversità è una funzione del clima terrestre, e vice versa. 

Terzo. Sono in corso di formazione nuovi habitat per specie che diventano stanziali dove non sono mai state, entrando così, loro stesse, in nuovi percorsi evolutivi che potrebbero interrompersi,  fallire o decidere del futuro di queste regioni. Insieme o in competizione con gli esseri umani. 

Ragionare sui nuovi habitat è quindi ormai imperativo. Anche per i Nativi dello Inuvialuit dell’Alaska, nel cui pantheon animista il castoro non è mai stato presente. Nuovo habitat significa anche nuovi simboli, un nuovo immaginario, una connessione da riscrivere con il passato. Ecologie in movimento, come i castori. 

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