Per certi aspetti ( il film è esteticamente magnifico), Digger è un capolavoro. Ma il climate-movie di Iñarritu è anche un tremendo e tristissimo flop. Perché? Digger è un film monumentale, che però non emoziona. Il difetto madornale del film (che lo rende a tratti anche terribilmente farraginoso e noioso) sta nella sceneggiatura. Iñarritu è un genio, ma senza uno sceneggiatore all’altezza del topic il film implode. Qualunque film. E il buco nero di questa sceneggiatura sono gli stereotipi. La parabola esistenziale ed imprenditoriale di Rockwell è una storia stereotipata, che ripropone ancora l’adagio – completamente fallato dal punto di vista epistemologico – di tutto l’ecologismo made in USA, made in Naomi Klein, insomma la solita zuppa in buona fede, ma vistosamente carente di profondità storica (ah, Ferdinand Braudel e la long durée, magari qualcuno osasse ricordarsene, quando si cimenta con le origini del collasso climatico!), che non riesce ad avere mordente sull’opinione pubblica perché non parla di come sono gli uomini e le donne che vivono questa nostra epoca di distruzione; parla, invece, di come un gruppo un po’ approssimativo di intellettuali alla moda cerchi un colpevole. Un nome e un cognome su cui scaricare la responsabilità storica del cambiamento climatico.
Per insistere nel ripetere due menzogne macroscopiche e scandalose. La prima: il cambiamento climatico è una questione energetica. La seconda: ciò che conta è la fonte di energia, non l’uso che che si fa dell’energia. E tanto meno le alterazioni antropologiche che due secoli abbondanti di civiltà fossile hanno introdotto nell’essere umano, nel modo in cui sta al Mondo e in quello che pretende dal Mondo.
Vi ha accennato nei giorni scorsi anche Bifo Berardi (Hic Rhodus, Substack, 7 ottobre 2026): “il collasso psichico scatenato dalla mutazione delle condizioni di formazione della mente (accelerazione dello stimolo info-neurale, contrazione dei tempi di attenzione, anempatia)”. Processi e omissioni di carattere cognitivo che da decenni hanno un effetto determinante sulla capacità reattiva dell’opinione pubblica, delle persone, per l’appunto, non solo nel comprendere, ma addirittura nel notare con il necessario sentimento di allarme la disintegrazione degli equilibri climatici ed ecologici. Che il colpevole sia Digger o la Shell o la Exxon Mobile o Trump, non fa differenza. Al centro del plot, sul trono dell’imputato, siede sempre e comunque un CATTIVO, a cui dare la colpa di tutto. Troppo facile, troppo banale, troppo umano. Anche per Iñarritu.
Non è Digger la prima fiction a lanciare l’allarme sul metano
In certi passaggi sembra quasi che lo sceneggiatore di Digger non si sia documentato a dovere sul topic e che abbia appicciato alcuni key-concept (come il metano) per rendere credibile lo svolgersi degli eventi. Il metano non è nuovo alla climate fiction. Non se ne è accorto neppure The New York Times ( Newsletter CLIMATE FORWARD, October 8 2026, by David Gelles), eppure esiste un precedente (sceneggiato tv) che parla del rischio posto dal metano alla tenuta teorica degli scenari dentro il grado e mezzo di aumento delle temperature medie globali. Parliamo del più che convincente sceneggiato BURN UP (2008), produzione britannica,
che in Italia venne trasmesso da LA7 (nel 2012). Una eccellente fiction, molto più lineare e semplice di Digger, che però centra tutti i bersagli. Compresa una rappresentazione efficace di come funzionano i negoziati dentro le COP. E del perché non hanno mai portato a nulla.
La parte migliore di Digger è la difesa dell’etica fossile
Se c’è una cosa su cui i neo-fascisti hanno ragione è la difesa ad oltranza del benessere donatoci dai carburanti fossili. Tradotto: se volete questa vita, se vogliamo questa vita, allora non c’è alternativa alla distruzione della Terra. Se invece ne vogliamo una altra, di vita, più equa, più respirabile, più dignitosa, allora dobbiamo intraprendere la strada del socialismo ecologista, con dentro le rinnovabili, le quote di energia e di materia prime e di risorse alimentari pro capite e una drastica riduzione della libertà di consumo. L’unico centro emotivo e nevralgico di Digger è quindi la cinica, ma sfacciatamente vera, perorazione di Rockwell in difesa dell’etica fossile dinanzi ad un non meglio specificato parlamento (Nazioni Unite? EU? Congresso USA?).
Quella è la nostra verità storica, che ho spiegato nella sua struttura originaria in Capire la sesta estinzione, un libro che si regge sulla chiamata in causa del pensiero di Emanuele Severino; un libro che manda orgogliosamente in pensione migliaia di articoli-fuffa sul clima, completamente inconsistenti dal punto di vista analitico, pubblicati ora e da decenni sui più blasonati quotidiani, che si bloccano, imbambolati, in un conformismo ideologico di una meschinità sconcertante, sugli epifenomeni (bruciamo carbone! Consumiamo petrolio!) e non sui fenomeni (il modo in cui una civiltà medievale chiusa in se stessa, raggomitolata nelle figure di pensiero della Cristianità, si proietta all’esterno, sugli oceani, inventando l’umanesimo e, quindi, l’aggressione creativa al Pianeta).
Digger punta il dito sul nichilismo occidentale
Quando Digger nomina il sollievo donato all’individuo comune (“alle vostre intollerabili vite”) dal benessere fossile, ecco che Rockwell (senza che lo sceneggiatore se ne sia minimamente accorto) punta direttamente alla causa prima dell’epoca fossile: star meglio, desiderare (S.Amrith, scuola di storia ed ecologia di Yale), uscire dal dolore vincendo la natura (Severino). Che questa tensione dell’umano abbia trovato nella distruzione della Terra la sua ultima contrazione, questo è il cuore del nichilismo occidentale: una frana interna alla nostra posizione nel mondo, sulla Terra. Altro che questioni energetiche. Cosa è l’energia, se non l’uso che se ne fa? Ciò che con quella energia viene progettato, prodotto, assemblato?
In Digger non c’entra nulla big, black oil. O comunque si voglia denominare il complottismo dei colossi del petrolio a danno dell’umanità. Ammettiamo che la Exxon Mobile avesse reso pubblico il suo special report sugli effetti delle emissioni. Ebbene? Milioni di americani e di europei avrebbero rinunciato ai riscaldamenti, alla prima utilitaria, al primo volo aereo, al secondo cappotto nell’armadio, alla pelliccia di visone, alla carne in tavola la domenica ? Non prendiamoci in giro. Sostenere che Digger è la grande pellicola (addirittura la più grande dopo il biopic sul petroliere muto di Daniel Day Lewis) dei petrolieri-Satana è una una lettura vuota. Insulsa.
Il tonno di Digger chiude la partita
Non a caso, non a caso, il secondo momento topico del film è il pasto sull’aereo a base di tonno. Digger non si fa nessun problema a pasteggiare con il tonno rosso, anche se la specie è in estinzione. E perché? Perché è un pervertito, un Albert Speer (un uomo senza morale), un capitalista di merda? No: perché il tonno rosso è buonissimo. Quando lo scienziato indiano, l’ingegnere di punta della Rockwell, SI CONCEDE di assaggiare il tonno, anche lui è estasiato. Lo deve ammettere.
Questo è il sostrato della crisi ecologica: come rinunciare? Come dire di no a ciò che è sublime, qui e ora, nell’unica vita che abbiamo, in nome di un futuro che nessuno ha ancora visto? Dobbiamo renderci conto che questo tema (la rinuncia in vista di un bene) è un dilemma umano che già i primi moderni conoscevano benissimo. È uno dei dilemmi centrali della modernità. E mi riferisco a Goethe, nel primo Faust (Urfaust), che mette in bocca a Faust, pronto a vendere l’anima al demonio, UN RIFIUTO DELLA RINUNCIA:
Comunque mi vesta, la pena
di questa angusta esistenza terrena
la sentirò. Troppo vecchio per giocare
soltanto. Troppo giovane per non desiderare.
Che mi può offrire ancora, il mondo?
«Rinunciare tu devi, rinunciare!»
È questo l’eterno motivo
che suono all’orecchio di tutti,
che, per la vita intera,
rauca ci canta ogni ora.
È atroce il risveglio, al mattino.
Lacrime amare vorrei piangere
quando vedo la luce di un giorno
che passerà senza adempiere un solo
dei miei desideri, uno solo.
(Urfaust, vv 1544-1557).
Perché per tornare indietro dalla DIGGER AGE dobbiamo rinunciare. Tutti. Non è vero che il tonno non è buono. Il tonno è buonissimo. Anno zero dell’umanità.
Il paradosso di Digger: l’epoca fossile ha corroso il legame con il passato
La magione-mausoleo di Digger è zeppa di passato. Pur vivendo nell’epoca di AI, Digger vive in una sorta di mausoleo con arredi (stoffe, tapezzerie, diorami) alla Luigi XIV. Digger vagheggia del passato (l’età d’oro della civiltà europea), ma ne distrugge l’avvenire estraendo il passato fossile (il patrimonio geologico del Pianeta). Il suo atteggiamento malinconico è una figura dello spirito tipica del nostro tempo. Noi cittadini dell’epoca fossile non riusciamo più ad abitare il nostro passato e quindi a rispettarlo, a custodirlo, come seme del futuro. Animali-trofei appesi ovunque, ormai estinti, testimonianze morte di epoche bio-storiche gloriose (l’Europa coloniale in espansione in Africa), Digger si circonda dei cimeli del passato, che per lui sono simboli decorativi, ma ormai vuoti.
E qui si inserisce anche la parabola del suo gatto, Meggie. Digger non vuole lasciarlo morire. Il gatto si decompone ogni giorno di più, trafitto e lacerato da patologie incurabili anche per un miliardario, ma Digger, che può tutto, non sa come lasciarlo morire. Come dice Umberto Galimberti, non sappiamo più morire. Mobilitare il passato fossile ci ha sospinti verso una negazione della morte. Perché i fossili ci hanno liberati dalla rinuncia, dalla maledizione di una morte precoce per freddo, malattia, depressione. Ancora nichilismo, ancora Severino. La serra morente della madre di Digger, decrepita, con infiltrazioni d’acqua dal soffitto, intonaco crepato, un pinguino tassidermizzato è la culla primigenia di una civiltà che ha fatto fuori la biosfera per inventare se stessa.
Queste forze oscure, che sono terribilmente storiche (storicamente determinate), ma che, essendo imbarazzanti e destabilizzanti, noi non riusciamo a comprendere appieno (finendo per avvalorare le letture giornalistiche che mobilitano l’archetipo del COLPEVOLE e del CATTIVO), hanno un immane potere di costruzione. Costruiscono biografie, vite, aerei, data center, riscaldamenti, ospedali, tutto.
Fintanto che non accetteremo questo disagio, l’ambientalismo farà solo il gioco dei neo-fascisti. Fantasticando di un essere umano che non è mai esistito. La retorica del CATTIVO nasconde infatti un bisogno di purezza morale che non ha corrispettivi nella realtà dell’essere umano, e nemmeno nella sua storia moderna. È un fantasma.





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