Ci sono storie scritte per trovare la loro conclusione secoli dopo il primo capitolo. Quando tutti i tasselli, i dettagli, gli indizi sono finalmente andati al loro posto. Questa è una di quelle storie. 

Amsterdam, Olanda, tardi anni ’30 del Seicento. L’Olanda sta entrando nell’apice della sua potenza commerciale. È un laboratorio politico (per il federalismo repubblicano), per la tolleranza religiosa (accoglie ebrei in fuga dai Paesi cattolici nonostante un rigoroso concistoro calvinista vegli sugli affari di Stato), artistico (nasce in questo secolo la natura morta, la luce di Vermeer, l’età d’oro della pittura). Un giovanissimo Rembrandt osserva da vicino, in catene, dei leoni portati ad Amsterdam dalla Dutch East India Company. Ne fa alcuni schizzi, di cui solo 6 raggiungono la posterità. In quel periodo Rembrandt abitava al Vlooienburg.

Nei primi due decenni del Seicento il Vlooienburg, il futuro quartiere ebraico di Amsterdam, era conosciuto soprattutto per il commercio della legna, la risorsa essenziale delle navi da guerra e delle flotte mercantili olandesi. Quando la comunità sefardita composta da famiglie ed esuli in fuga dalle persecuzioni religiose, e dall’Inquisizione, in Spagna e Portogallo, mise radici stabili in città, il Vlooienburg divenne il quartiere ebraico ufficiale di Amsterdam, ma “non certo un ghetto”. “Non c’erano solo le sinagoghe e i magazzini di legna, ma vi risiedeva buona parte dell’ambente artistico della città, compresi, per un certo periodo Rembrandt e taluni altri celebri pittori e mercanti d’arte: Hendrick van Uylenburgh, Paulus Potter, Pieter Codde e Adrien van Nieulant”. 

È nel reticolo di queste strade che si intrecciano, a distanza, senza mai incrociarsi dal vivo, due storie destinate a cambiare l’Olanda. E il mondo. Ma anche a fondersi con la parabola moderna del leone africano.  Dietro la casa di un mercante di frutta e uva passa, benestante ma non troppo ricco, Michael Spinoza, “nello stesso isolato, ma all’angolo opposto, di fronte alla Breestraat, abitava Hendrick van Uylenburgh, noto mercante d’arte, nonché agente di Rembrandt. Una volta decisosi a lasciare Leida, per tornare nella città in cui aveva svolto il proprio apprendistato, Rembrandt visse per qualche anno, a periodi alterni, con Uylenburgh. Nel 1639, dopo aver sposato Saskia, la nipote di Uylenburgh, Rembrandt comprò la casa accanto, che faceva angolo, a un tiro di scoppio dalla casa di Menasseh ben Israel e da quella di Rabbi Mortera.”

Mortera era il rabbino rigoroso, di vastissima cultura, che avrebbe rappresentato la fazione più intransigente nei confronti degli “errori” e delle “deviazioni” di fede di Baruch Spinoza, figlio di Michael. Giovane di acuta cultura talmudica (studiò con Mortera), contro cui però venne infine pronunciata una scomunica (Cherem) nel 1656. Da quella data cominciò la biografia filosofica di Baruch, destinata a segnare l’avvenire della cultura occidentale.

Rembrandt partecipava alla vita del Vlooienburg con aperta curiosità artistica. 

Ma, benché i suoi legami con il quartiere e con le figure più influenti della comunità ebraica fossero assidui e forse anche stretti, non ci sono prove storiche attendibili del fatto che il Maestro avesse mai conosciuto il giovane Spinoza. Rembrandt usava dipingere ritratti dei suo vicini di casa ebrei, prendendo in qualche modo appunti, a quanto pare, per i soggetti che avrebbe inserito nei suoi quadri su “soggetti storici e biblici”. I suoi clienti calvinisti li acquistarono con entusiasmo, ma anche “gli ebrei portoghesi erano appassionati collezionisti d’arte”. 

Mancava ancora del tempo, perché tutto andasse al suo posto.

Rembrandt aveva disegnato dal vivo i suoi leoni. I rappresentati in catene di una specie (Panthera leo) che proprio in quel momento storico stava per entrare nel grande gioco. Nell’impresa lanciata sugli oceani dalla Compagnia delle Indie Orientali. Nella gigantesca costruzione extra-continentale che definì l’emergere della Modernità europea-occidentale: la conquista coloniale. Nel 1652, infatti, gli Olandesi approdarono al Capo di Buona Speranza, in Sudafrica. Inaugurando così l’inizio della fine del leone del Capo. E la mappa genetica, quattro secoli dopo, delle popolazioni di leoni nelle attuali riserve e nei parchi nazionali del Sudafrica. 

“The roar is one of the most marked characteristics of the lions; and, when heard at night pealing through the forest, is inexpressibly grand – almost, if not quite, the most sublime sound in nature. When several lions are roaring in concert, near the listener, the volume of sound is tremendous, the air vibrating and the ground trembling. Heard amidst the uproar of a tropical night’s storm, when the litghting’s flash rends the sky in twain, leaving pitchy blackness behind, it is truly awe-inspiring”, scrisse F.Vaughan Kirby nel 1899 parlando del leone del Capo di Buona Speranza.

A quel tempo, gli scienziati europei pensavano che il leone del Capo, come quello algerino (leone berbero) fosse una specie a parte. Erano tempi tempestosi per la tassonomia. Tra Ottocento e Novecento la classificazione tendeva a privilegiare le differenze di fenotipo arrivando a classificare tutti i leoni africani in specie separate su base regionale. Alle soglie del XX secolo Felis leo capensis era ormai statocacciato fino all’estinzione. 

Scrisse Richard Lydekker (Handbook of the carnivora – Part I, London 1886), con una nota di amarezza: “the steady march of civilisation in South Africa has considerably limited the range of the lion; and as the vast herds of game upon which it depend for food have been swept away, it has been forced to retire into remoter regions. From much of the South Africa of Gordon Cumming it has vanished completely; while many parts of Mashona-Matabililand and the Transvaal will never again resound with its mighty voice. A few lions linger in Zuzuland, Swaziland, Amatongaland and the Libombo range; and they are still numerous in the wilder parts of Rhodesia, Ngamiland (NB, attuale Botswana, Okavango Delta, Moremi Game Reserve), Khamaland, along the Limpopo river, and in the Matamiri bush”.

Il cosiddetto leone del Capo (Felis capensis) era stato identificato nel 1830; ma nel 1842 H.Smith parlava di Felis leo melanochaitus melanochoetus, e ne precisava di nuovo il range nella provincia del Capo di Buona Speranza (Fonte: Southern African Mammals 1758-1951, British Museum Natural History London). Oggi sappiamo che Il capensis era anche melanochaitus. Non era una specie a parte, ma una delle tante sottopopolazioni che soltanto un secolo e mezzo fa ancora caratterizzavano la specie, diffusa sull’intero continente africano.

Nel 2006, un paper pubblicato su Conservation Genetics (Lost populations and preserving genetic diversity) ha definitivamente fissato il nome in Panthera leo melanochaita, per indicare il leone dell’Africa orientale e sub-sahariana, che ha differenze genetiche rispetto al leone dell’Africa occidentale (Panthera leo), ormai ridotto a poche centinaia di esemplari.

Molti di coloro che avvistavano il leone in quelle province dell’attuale Sudafrica (compresi molti contemporanei di Rembrandt e Spinoza, probabilmente) vedevano maschi imponenti con la criniera folta e nera e pensarono che il leone del Capo dovesse essere un leone specifico del Capo con la criniera scurissima. Questa popolazione di leoni viveva nelle pianure interne del Sudafrica e ad occidente del Great Eastern Escarpement (che separa, in longitudine, i distretti occidentali, lungo la linea Capo-Kruger, dalle regioni centro orientali del Paese). Probabilmente questi leoni vennero sterminati tutti entro il 1850. Ma il colonialismo bianco aveva lasciato la sua impronta infame anche sulle faune del Capo, i cui leoni finivano in gabbia per allietare la buona società europea. L’Olanda possedette il Capo fino al 1814, quando gli Inglesi ne ottennero la sovranità definitiva, e la corona importava leoni per i serragli (menagerie) del re o dei dignitari di corte; nello zoo privato dello Stadtholder, Principe William V, ce ne erano diversi, tanto che il noto zoologo Peter Pallas che visitò l’Aja nel periodo 1763-67 poté descriverli a fondo.

La visione del mondo (la biopolitica coloniale, direbbe Amitav Gosh) che soprassedette a questa conquista ecologica del Capo venne fuori dalla stagione scientifica (dalla rivoluzione scientifica) che Rembrandt visse insieme ai suoi contemporanei nell’Olanda di metà Seicento. Ma anche la filosofia, allora, messa a soqquadro dall’estro di Cartesio, si apprestava a dire addio alla Scolastica di stampo aristotelico. Ripensando la natura, a cui quei leoni appartenevano. 

Uno degli uomini che fecero questa altra impresa fu Baruch Spinoza. Il figlio del vicino di casa di Rembrandt.

Rembrandt non saprà mai che cosa accadde a Spinoza, né Spinoza nella sua maturità frequentò il Maestro. Eppure, entrambe le loro biografie raccontato la sincronia di ciò che accadde in tutti i campi del sapere durante l’Impresa. Una sincronia fatta di intuizioni fulminanti, spericolate sperimentazioni, tutto segnato dal venire allo scoperto di idee (anche pittoriche, certo) senza precedenti, sfacciate, audaci. Moderne perché libere. Spinoza lasciò che gli chiudessero alle spalle la porta della sinagoga e della yeshivah, e non tornò mai più sui suoi passi. Aveva un gruppo di amici su cui contare. Aveva amato Cartesio e il suo meccanicismo (il dualismo che separava i fenomeni materiali da quelli mentali) fino a rinunciare alla sua eredità ebraica. Sognava di convertire il disordine del Mondo in un cosmo euclideo. Geometrico, perfetto, controllabile. Eppure, questo non gli impedì di pensare qualcosa che, soprattutto oggi, in tempi di estinzione della biodiversità, suona più che eretico. Qualcosa che rimbomba, in contraddizione totale con l’impianto complessivo della protezione della natura. Il razionalismo di Spinoza, pur incastonato nella temperie culturale della sua epoca (il progresso dell’umanità dimostrato dalle matematiche), non dismette una idea di “tutto” che comprenda il Mondo intero con pari dignità delle sue componenti. Spinoza pensò il Deus sive Natura.

La matematica, per Spinoza, il suo progetto euclideo, era centrale nella “nuova episteme”, una filosofia moderna liberata dalla Scolastica, perché garantiva all’uomo la libertà di essere protagonista della sua esperienza del Mondo. Di camminare nel Mondo, di testarlo, questo Mondo, attraverso la conoscenza. 

Quando aveva abbandonato la strada insufficiente (la legge ebraica) per la nuova (la filosofia), Spinoza lo aveva fatto mosso dalle stesse domande che oggi occupano lo spazio creativo dei musei europei in Antropocene, roccaforti spaventate e impassibili (finora) della esperienza umana sulla Terra

“Al centro degli interessi di Spinoza c’erano la natura umana e la sua collocazione nel mondo. Che cosa era questa creatura capace di conoscere se stessa e il mondo di cui è parte? Quali conclusioni si possono trarre dalla relazione che l’uomo intrattiene con il resto della natura circa la sua libertà, le sue possibilità e la sua felicità? Di che natura sono le sue reazioni emotive al mondo e le sue azioni all’interno di esso?”. 

Queste domande, così essenziali, così carnali (fondate nella realtà viva delle persone e delle cose), portarono Spinoza a ipotizzare un Tutto che avesse sì attributi divini (la facoltà di essere contenendo al tempo stesso l’intero esistente), ma che non si opponesse alla molteplicità della natura. Un Tutto (Deus) che abbracciasse, contenesse e causasse il Mondo (Natura). La mente stessa (le facoltà razionali e deduttive più alte dell’uomo) può ciò che può (conoscere ed esperire la verità delle cose) perché appartiene alla Natura. Concepire l’essere umano fuori dalla Natura è semplicemente un non-senso. “La nostra mente, come abbiamo detto, riprodurrà in massimo grado la natura, perché avrà oggettivamente l’essenza, l’ordine e l’unione di essa”, scrisse Spinoza nella sua opera giovanile Tractatus de intellectus emendatione

Nel Breve trattato su Dio, l’uomo e il suo bene, Spinoza già presenta  il concetto di “natura naturans”,  una “dimensione attiva, eterna ed immutabile”, in cui permanentemente stanno, adesi alla propria natura, e coerente con essa, materia (gli oggetti estesi), pensiero (le leggi geometriche e quelle della fisica), e il movimento. La Natura che motiva se stessa perché contiene se stessa, e il pensiero che la pensa,  come causa di se stessa, permette a Spinoza di superare Cartesio e il suo “principio di conservazione”. Il Mondo non è vero e perfetto (divino) solo perché Dio fornisce una quantità costante di movimento ai corpi; ma anche perché “è impossibile che Dio esista e non esista invece il Mondo”.  Le cose sono “fluite necessariamente, o seguono sempre con la stessa necessità, infinite cose in infiniti modi, cioè tutte le cose; come dalla natura del triangolo segue, dall’eternità per l’eternità, che i suoi tre angoli sono uguali a due retti “ (Etica, parte I, proposizione 17, scolio I). Questo è un ordine meta-temporale, che attraversa la materia vivente perché la contiene. 

Ecco allora che, nella sua Etica, Spinoza affianca al concetto di natura naturans quello di natura naturata: “tutto ciò che segue dalla necessità della natura di Dio o di ciascuno dei suoi attributi, cioè tutti i modi degli attributi di Dio, in quanto sono considerati come cose che sono in Dio e che non possono né essere né essere concepite senza Dio” (Etica, parte I, proposizione 29, scolio). Si tratta, insomma, “dell’insieme dei processi, degli oggetti e dei modi di comprenderli che derivano dall’esistenza della natura naturans”, nota Philippe Descola.

Dio è Natura perché è un ente unificante. Tutto ciò che esiste esiste perché la sua esistenza è parte della necessità dell’essere. In linguaggio antropocenico a noi contemporaneo: non ci sono specie che non debbano esistere perché estinte storicamente, funzionalmente estinte, condannate all’estinzione. Ci sono comunità intere di specie (la diversità filogenetica) che si dispongono lungo la linea del tempo attraverso le epoche geologiche e storiche, rimanendo come significanti ontologici ineliminabili. 

Ma il secolo di Spinoza fu il secolo della rivoluzione scientifica, che condannò la sua concezione a divenire minoritaria. Come ha ricordato Philippe Descola, riecheggiando Foucault,“la trasformazione della geometria, dell’ottica, della tassonomia, della teoria del segno derivano da una riorganizzazione delle relazioni dell’uomo con il mondo e degli strumenti di analisi che l’hanno resa possibile piuttosto che dall’accumulo di scoperte e dal perfezionamento delle abilità”. La totalità di cui il meccanicismo si fece portavoce era spiegata come “una somma delle parti”. Spinoza si ritrovò così in minoranza sul fronte della interpretazione della natura. “Spinoza è veramente solo quando rifiuta una tale divisione”, spiega Descola, riferendosi al dualismo uomo/natura, “quando invita a considerare il comportamento umano come un fenomeno regolato dal determinismo universale”. L’uomo, allora, nasce per “scissione”, viene “inventato”, dirà Foucault, perché il corollario della natura cartesiana ( e non spinoziana) è che l’uomo acquisti un predominio logico-ontologico che lo stacca dal contesto (dall’ambiente, dall’ecosistema, diciamo oggi). 

Questo era il pensiero che Spinoza consegnava al mondo, al futuro, a noi Moderni, mentre i disegni dei leoni di Rembrandt entravano nella tradizione artistica europea, scavandola da dentro, fecondandola. Queste due traiettorie – il leone dipinto da un olandese che dipinse mentre la Compagnia delle Indie Orientali metteva a segno i suoi programmi bio-politici; una filosofia del Tutto più potente, più completa di quella di Cartesio – erano destinate a convergere l’una sull’altra soltanto 4 secoli dopo. Oggi. 

Quel momento è arrivato il 4 febbraio scorso per iniziativa di PANTHERA, l’organizzazione leader mondiale nello studio e nella protezione dei grandi felini. Sotheby’s New York ha infatti messo all’asta, per una cifra iniziale di non metodi 20 milioni di dollari, uno di quei sei disegni rimasti dei leoni di Rembrandt. Lo schizzo (Young Lion Resting, 1638-42) appartiene a Thomas Kaplan, uno dei fondatori di PANTHERA. Accanto all’originale, è stato esposto un omologo vuoto, senza leone. Perché tutti i leoni africani (quelli occidentali, quella con la criniera nera, quelli del Kgalagadi) sono in estinzione. Un omologo che “un monito premonitore sulla precaria situazione di questa specie: una fedele riproduzione del disegno, ma in questa versione il leone è scomparso. Sotto di essa, un semplice titolo recita: “Young Lion Vanished” (Il giovane leone scomparso)”.

PANTHERA, nel comunicato stampa ufficiale: “la presentazione rivela immediatamente il suo scopo: il ricavato della vendita andrà a beneficio di Panthera, la principale organizzazione mondiale per la conservazione dei felini selvatici, impegnata a garantire un futuro ai felini selvatici e ai vasti paesaggi da cui dipendono. L’evento segna il 20° anniversario della fondazione di Panthera nel 2006 da parte del conservazionista Dr. Thomas S. Kaplan e del famoso biologo naturalista Dr. Alan Rabinowitz, recentemente scomparso. Panthera, il Gold Standard nel suo settore, guida ora gli sforzi di conservazione basati sulla scienza in 39 paesi per proteggere le 40 specie di felini selvatici del mondo, compresi i leoni, le cui popolazioni selvatiche sono crollate di quasi il 90% nel secolo scorso, con un numero che è precipitato da 200.000 a appena 20.000 oggi”.

“In Young Lion Resting, Rembrandt ha immortalato un leone come forza vivente: respirante, vigile, sovrano”, ha affermato Kaplan, fondatore sia della Leiden Collection (tra le più importanti al mondo per la pittura olandese del secolo d’oro) sia di PANTHERA. “La tragedia dei nostri tempi è che, quattro secoli dopo, il leone che Rembrandt conosceva sta scomparendo dal mondo, sotto i nostri occhi”.

Ecco il nesso storico, ermeneutico, potentissimo che chiude la storia cominciata al Vlooienburg quattro secoli fa. L’arte come benchmark dei lunghissimi processi di estinzione che ci coinvolgono da generazioni. Le collezioni, le più prestigiose, come documenti di un archivio biologico involontario. Testimonianze di come la Modernità ha fatto un uso strumentale dell’estinzione risucchiandone le specie nella astrazione simbolica dell’espressione artistica.

Perché questo è un tratto intimo, consustanziale dell’Antropocene: una specie a un passo dell’abisso in natura, ma eterna nella esperienza mentale, simbolica, spirituale dell’arte umana. Paradossi fondativi, linee di demarcazione dell’estinzione. Che trovano nei musei la loro fenomenologia eco-storica.

PANTHERA, con un gesto senza precedenti nella conservation biology di oggi, mostra di averlo compreso:

“Destinare l’intero ricavato di questa vendita a Panthera è un modo per convertire l’immortalità culturale in sopravvivenza biologica (…) Young Lion Vanished traccia un parallelo deliberato tra le intuizioni di Rembrandt nel XVII secolo e l’attuale crisi della biodiversità in rapida accelerazione, chiedendosi se le generazioni future incontreranno i leoni come animali viventi o come semplici rappresentazioni storiche. Suscita una riflessione sull’estinzione, sull’eredità e su ciò che notiamo e proviamo quando qualcosa di iconico scompare”. 

Ora manca l’epilogo. Perché se Spinoza pensò una natura che era un Tutto, non fu l’unico ad essere sconfitto. Negli ultimi due anni la comunità scientifica internazionale ha cominciato ad interrogarsi sulle lacune della nostra concezione corrente di natura, che non riesce a garantire al Pianeta la sua agency. Il Deus sive Natura di Spinoza, finalmente lo possiamo ammettere, ha fondamentali echi nel pensiero filosofico di civiltà che l’Impresa mirava a cancellare, per ottenere quell’accordo omologante tra le parti (una sorta di Uebereinstimmung sia ontologico che politico) che va sotto il nome di colonialismo estrattivo. La natura di Spinoza era un Tutto che non poteva escludere nulla, nemmeno gli estinti, i morti, gli uomini e le donne del passato. Se in un senso strettamente razionalistico questo significava determinismo, questa concezione garantiva però anche una armonia, uno stare-con, un permanere-dentro.

Ebbene, è questa concezione delle specie estinte che è sopravvissuta nella filosofia degli Oglala Sioux e che è stata pubblicata da NATURE. Per gli Oglala tutte le comunità animali che hanno vissuto con gli antenati appartengono al Tutto-che-permane. L’estinzione, quindi, è un passaggio di livello, è uno shift temporale, ma non può cancellare dal Mondo una specie. 

Nel nostro epilogo, allora, i leoni di Rembrandt, che respirarono la stessa aria satura di salsedine di Amsterdam che respirò Spinoza, possono oggi essere in qualche modo redenti dalla semplificazione meccanicistica e restituiti (eccolo, di nuovo, l’Antropocene, con le sue sintesi) ad un pensiero vivificante che viene da una di quelle frontiere (il Nord America) che l’Impresa voleva ri-assorbire. Ma stavolta, arte ed ecologia (il nesso individuato da PANTHERA, per fortuna) sono fuse insieme nell’aprire il futuro al pensiero Oglala che offre a questi leoni, a quei leoni una nuova opportunità.

Quell’Olanda fu iper-moderna, perché un suo figlio filosofo avrebbe oggi detto, anche questa specie minacciata di scomparire è parte del Tutto. Le specie estinte sono heritage. Le specie in estinzione sono heritage. Le comunità animali integre entrano nel Museo Antropocene. 

Fonti- Le informazioni sulla Amsterdam di Rembrandt e Spinoza sono tratte dal volume di Steven Nadler “Spinoza e l’Olanda del Seicento” (Einaudi), mentre quelle di Philippe Descola dal suo “Oltre natura e cultura” (Cortina).

Photo Credits: PANTHERA

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