Il giaguaro sta tornando a popolare le zone umide dell’Argentina (un habitat molto simile al Pantanal brasiliano). Un gigantesco (per mezzi mobilitati e ispirazione) progetto di reintroduzione in due aree chiave, la riserva di Iberá e lo El Impenetrable NP, voluto e condotto da REWILDING ARGENTINA, punta a fare dei 200 giaguari rimasti l’inizio di un nuovo capitolo della specie in questa parte del Sud America. Il nuovo capitolo della storia millenaria del giaguaro in Argentina, interrotto bruscamente cinque secoli fa con il replacement culturale della Conquista, ha di nuovo una chance. Completamente nuova. Il ritorno della Panthera onca argentina è un caso così emblematico da essere stato citato al Colossal Summit 2025 della COLOSSAL BIOSCIENCES. “Il rewilding coinvolge le persone dentro una speranza concreta: significa letteralmente riscrivere la storia della perdita della biodiversità”, ha detto in quella occasione uno degli ospiti, Alister Scott Executive Director del Global Rewilding Network. E non c’è dubbio che di storia, con la “s” maiuscola si tratti. Un concentrato dei secoli già trascorsi (irreversibili) e dei secoli a venire (ri-programmabili).

Il giaguaro è da decenni in lenta, ma costante diminuzione. La Panthera onca, però, incarna al cento per cento la verità intrinseca di ogni discorso sulla conservazione dei grandi felini. Perché, nonostante tutto, ha ancora oggi un areale immenso, continentale. I big cats non sono presenze sporadiche delle terre selvagge, pronti per solitari e magici avvistamenti in stile Hollywood. Sono componenti insostituibili delle comunità animali in compagnia delle quali Homo sapiens è entrato nella sua avventura sulla Terra.

L’ultimo assessment della IUCN RED LIST per la Panthera onca è del 2016. Quindi non teneva ancora conto dei risultati ottenuti da REWILDING ARGENTINA. Il range storico della specie una volta era enorme: “si estendeva dal sud-ovest degli Stati Uniti (dove ancora oggi alcuni esemplari vagano attraverso il confine con il Messico) fino all’intero bacino amazzonico e al Rio Negro in Argentina. Oggi l’Amazzonia è la sua roccaforte e copre il 57% del suo habitat rimasto. La specie è stata estirpata dalla pampas argentina e dall’Uruguay”. 

Non si ripete mai abbastanza che anche il giaguaro, come il puma, fa parte degli Stati Uniti d’America come specie nativa nei paesaggi della narrativa di Cormac McCarthy. Fino a pochissimo tempo fa i giaguari circolavano in Arizona, New Mexico, Texas, Louisiana e anche California. “I proprietari di ranch e gli esperti di trappole pagati dal Governo hanno cancellato la specie entro la metà del ventesimo secolo. L’ultimo giaguaro femmina dell’Arizona fu uccisa nel 1963, l’ultima femmina del New Mexico nel 1986

Il lavoro di protezione scientifica e governativa comincia negli anni ’90. É dello scorso settembre la notizia, sensazionale e inaspettata, che in Messico ci sono 5000 giaguari, concentrati soprattutto nello Yucatan, risultato di una aggressiva politica di salvaguardia della popolazione rimasta a cui ha partecipato anche Gerardo Ceballos (Institute of Ecology at the National Autonomous University of Mexico), uno dei nomi più importanti nella ricerca sulla sesta estinzione, stretto collaboratore di Rodolfo Dirzo al Dipartimento di Ecologia di Stanford.

 (Yaguareté Mal Iberà Noviembre 2023 – Sebastian Navajas)

Il giaguaro in Argentina (uno straniero tra mandrie di bestiame)

Il giaguaro in Argentina è criticamente minacciato, perché ha perso il 95% del suo home range storico. I 200 rimasti si trovano nelle zone tropicali e sub-tropicali del Paese. La perdita quasi totale della specie, però, come spiega Sebastian Di Martino, Conservation Director di REWILDING ARGENTINA, “è impressionante perché non è recente, non è cioè riconducibile direttamente alla mancanza di habitat disponibile. È un processo di separazione tra i giaguari e l’Argentina moderna avvenuto molto precocemente, sotto la spinta di un conflitto con gli allevatori di bestiame e poi di una radicata paura verso questo predatore”. Al fondo di questo crollo ecologico c’è quindi uno scollamento culturale, un vuoto con cui il progetto di recupero della specie deve fare per forza i conti. 

(Centro de Reintroducciòn de Yaguareté – Rafael Abuin)

Una volta i giaguari in Argentina si spingevano fino alla Patagonia, eppure sono stati studiati soltanto nelle foreste tropicali nord-orientali di Misiones e in quelle nord-occidentali di Yungas. Non c’è nulla di sistematico sulla regione del Chaco, il territorio dello El Impenetrable NP. Il Chaco (al confine con il Paraguay) è terra di bestiame, la causa principale del degrado ecologico e, almeno in parte, della ostilità verso i giaguari. Il declino della specie comincia a inizio Novecento, con l’arrivo dei coloni e dei ranchers. Dal 1920 al 2003 gli avvistamenti sicuri e documentati sono stati soltanto un centinaio. Qui non c’erano solo i giaguari, ci sono anche i puma. Ma l’atteggiamento della gente comune è molto diverso nei confronti del leone di montagna: “la persecuzione e l’uccisione dei giaguari non ha una correlazione diretta con la predazione sulle mandrie, è piuttosto un processo ininterrotto. Appena una traccia di giaguaro viene individuata nella foresta, comincia la caccia. Ai i puma, invece, accade solo se attaccano le capre”.


Nel 2006, prima che REWILDING ARGENTINA mettesse mano all’ambizioso progetto di riportare il giaguaro nella biodiversità della nazione, si supponeva che alcuni grandi gatti sopravvissero nelle province di Formosa occidentale, nel Salta e nel nord-est del Santiago del Estero. 

(Iberá)

Ma mentre il giaguaro in Argentina c’è da millenni, le mandrie di bovini in Argentina sono il prodotto del vuoto creato dallo shock della Conquista spagnola dell’America meridionale. E, di conseguenza, sono la conseguenza dell’impressionante replacement culturale da cui emersero le civiltà transatlantiche “ibride” di quella che oggi chiamiamo America Latina, come le definisce il grande storico di Oxford John H. Elliott. Ciò che un tempo (per millenni) si era pensato o non pensato dei giaguari andò perduto, perché una pluralità di società composite aveva sostituito le idee correnti con modelli europei. Anche nell’alimentazione. Prima nella Nuova Spagna (Messico) e in Perù. Sin dal 1520. Poi, secolo dopo secolo, ovunque nel continente. Scrive Elliott:

“Se i conquistatori spagnoli erano felici di vivere alle spalle delle popolazioni che avevano sottomesso, erano anche desiderosi di condurre uno stile di vita il più vicino possibile a quello delle classi privilegiate in patria. I loro gusti e le loro aspettative si erano formati in Castiglia, in Estremadura o in Andalusia, e una volta che la ricchezza era loro capitata per caso non avevano intenzione di lasciarsela sfuggire (…) Essi agognavano i loro bicchieri di vino, le loro arance e gli altri frutti familiari; volevano cani e cavalli, spade e armi da fuoco; volevano i lussi che avevano posseduto, o almeno desiderato, in patria; e volevano i loro alimenti di base tradizionali, la carne e il pane. La soddisfazione di questi bisogni avrebbe comportato enormi cambiamenti nelle economie che avevano ereditato – cambiamenti che a loro volta avrebbero trasformato le ecologie dei territori in cui si erano insediati. Le civiltà delle Americhe erano basate sul mais (…) grandi distese di terra furono messe a coltura con l’obiettivo di produrre frumento (…) Simultaneamente, il territorio fu trasformato in modo ancora più marcato per l’introduzione e la proliferazione del bestiame europeo”. 

(Captura yaguareté Yasi – Iberá / Sebastian Navajas)

Anche il giaguaro, uccidendo occasionalmente bovini, è quindi stato condotto a forza dentro le ecologie di derivazione spagnola originarie del Cinquecento. Ecologie umane e animali fuse le une dentro le altre. Questi sono i motori occulti (nascosti nelle storie biopolitiche, come le definisce Amitav Gosh) dei programmi di ri-programmazione della natura. Nessun rewilding può esserne immune. 

Sono schemi di estensione che occupano secoli, di cui vediamo gli effetti finali soltanto oggi. Questa è la vertigine temporale della sesta estinzione di massa.

(Iberá)

“Il giaguaro, anche se è in cattività, non perde l’istinto di uccidere”

A Iberá  Panthera onca era estinto da 70 anni. Il reinserimento è partito nel 2015 allestendo delle strutture per il captive breeding. Sin dall’inizio era chiaro che i genitori degli esemplari tornati selvaggi non avrebbero potuto seguire il destino di libertà dei loro piccoli. Oggi ci sono 40 giaguari a Iberá , un nucleo numericamente più che sufficiente per fondare una popolazione. 

Ma come è riuscita REWILDING ARGENTINA a mantenere intatto la capacità di caccia di questi piccoli?  Fino a una decina di anni fa con un grosso felino (anzi, con il felino più grande del mondo, la tigre siberiana) ci era riuscito soltanto Dale Miquelle, direttore del Russia Program per la Willdlife Conservation Society (WCS), una sorta di guru dell’etologia della tigre di Amur.

“I piccoli sono stati allevati dalle madri in enclosure separate e cintate, senza contatti di nessun tipo con gli esseri umani. Monitorati con video sorveglianza. La madre, nata in cattività, quando rimane incinta viene spostata in questa enclosure, in isolamento. Le forniamo prede vive, soprattutto le sue preferite: capibara, maiali selvatici e caimani. Gli ecologi hanno capito che il giaguaro, anche se è in cattività, non perde mai l’istinto di uccidere. E questo è un vantaggio decisivo. Se viene isolato dalle cure umane, ricomincia a cacciare. Lo stesso fanno i piccoli. Il plus è che, a differenza della madre, i piccoli non hanno mai interagito con l’uomo. Quindi i piccoli destinati a Iberá hanno potuto esprimere geneticamente l’intero set di comportamenti adattativi per la vita selvaggia. Sono stati in grado di cacciare con la madre a 6 mesi. A 1 anno sono stati prelevati dalla enclosure per continuare da soli ad Iberá. A 2 anni abbiamo applicato un radio collare per capire come andrà”.

(Manuegos yaguares Pora – Iberá Marzo 2023)

La storia del parco nazionale di El Impenetrable (128mila acri) è più movimentata. Il parco, inaugurato nel 2014, si trova nelle foreste del Gran Chaco, semi-aride. “Qui di giaguari ce ne erano ancora, se così si può dire. L’ultima femmina è stata avvistata con il piccolo negli anni ’90. E poi”, racconta Sebastian, “poi sono rimasti 3 maschi, solitari. Da un punto di vista ecologico, non potevano più fare quello che un giaguaro fa, perché non potevano riprodursi. È lo scenario più spaventoso della defaunazione, qualche sparuto animale sopravvive, ma l’insieme delle cose è bloccato. Non funziona più”. 

(Caratai in Iberá Octubre 2024 – Sebastian Navajas)

Il reinserimento del giaguaro è cominciato nel 2020, portando dentro il parco una femmina allevata in cattività perché incontrasse uno dei maschi rimasti soli. Lei e le altre femmine di El Impenetrable vengono da un programma di captive breeding. A loro sono ne state aggiunte alcune orfane dal Paraguay. Nel 2021 la prima femmina ebbe due piccoli; nel 2022 venne introdotta una seconda femmina, stavolta selvatica, da Corrientes, che poi, insieme ai suoi due cuccioli, fu spostata a Iberá, con lo scopo di aumentare la diversità genetica delle due popolazioni in recupero. Nel 2023 sono nati altri piccoli a El Impenetrable. Il processo riproduttivo è stato innescato con successo. 

Dall’Argentina viene una potente lezione sul rewilding

Una delle domande aperte (e fin troppo prevedibili) del rewilding è la crescita della popolazione umana, che tenderà a sovrapporsi alle comunità animali. Uno studio recente ha calcolato che entro il 2070 la sovrapposizione umanità/wildlife coprirà metà della Terra. Il Sudamerica sarà, insieme all’Africa (70.6%), il continente dove questo conflitto territoriale diventerà più acuto (66.5% di territorio coinvolto).

A dispetto, però, di un Everest di incognite sul futuro, i giaguari argentini hanno molto da insegnare sul rewilding. “È inconcepibile pensare al rewilding senza mettere al centro del ragionamento il top della catena alimentare, e cioè i carnivori”, insiste Sebastian. “Re-inselvatichire un ecosistema significa avere tutte le specie di un tempo e cioè una comunità completa. Ognuna di loro deve essere ri-chiamata a svolgere la sua funzione ecologica, che è tanto importante quanto la presenza fisica di un animale. I tre maschi rimasti soli non avevano più alcun significato ecologico”.

(Caratai in Iberá Julio 2024 – Sebastian Navajas)

Per Sebastian la “funzionalità ecologica” è addirittura più importante della “origine ancestrale” (nativeness), anche quando parliamo di carnivori. Un giaguaro con un pool genetico non argentino può farcela nel Chaco, perché sa fare il giaguaro. È come dire che indispensabile è l’architettura ecologica complessiva in cui mettere i carnivori. Molto di più che il carnivoro in sé. È un approccio non incompatibile con quello della COLOSSAL. E di ecologi anticonformisti come Erik J.Lundgren.

Una lezione potente soprattutto per noi Europei, che pretendiamo di avere boschi senza linci e lupi. In Danimarca, ad esempio, ci sono solo 44 lupi, eppure, secondo una indagine governativa recente, le persone tra i 50 e i 70 anni non ne vogliono sapere e sono favorevoli al colpo di fucile riparatore al più piccolo accenno di incidente. La paura del lupo è ancora radicata, benché gli attacchi siano più rari del volo radente di un drone sull’aeroporto di Copenhagen. Come accade anche altrove con i carnivori, “l’atteggiamento verso i lupi si forma meno sulla geografia e più sulle posizioni politiche e le differenze generazionali”. 

Il rewilding (spesso accusato di nascondere velleità neo-coloniali) ha comunque una insufficienza, che però potrebbe rivelarsi il suo vero vantaggio competitivo. 

In Argentina non c’è più, per ora, un terreno culturale su cui diffondere e lasciar prosperare una idea di giaguaro intrisa di sentimenti spirituali, magici, animistici o anche solo romantici. Queste sono cose da tour per Europei e Americani. Troppo spesso la vita con i predatori di vertice assomiglia, sulla stampa e sui social media, a un valore occidentale da esportazione. Un impegno da delegare ad altri, per il puro gusto di sapere che là fuori ci sono ancora loro, i mega-cacciatori delle terre selvagge. 

Eppure, in Argentina, il giaguaro è ancora qui. È rimasto nativo

Che cosa significa?

Sebastian: “Se vogliamo il ritorno del giaguaro, serve un adattamento. Partiamo dal rispetto, rispetto per queste creature. E poi proviamo ad immaginare che cosa questo rispetto significhi davvero, visto che siamo noi uomini ad avere il potere di decidere per tutti, per noi e per loro. Dobbiamo pensare al recupero di una specie non in termini di conservazione. Conservazione della natura è una espressione insufficiente. Significa, bisogna resistere perché non c’è nessuna altra opzione disponibile. Rassegnarsi e tenere la posizione. È sbagliato. Iberá dimostra che il nostro dovere è diverso: non perdere più nulla, perché abbiamo già perso troppo, il giaguaro è fuori dal 50% del suo home range storico su 2 continenti, e poi, però, cominciare a condividere, comunità-animale accanto a comunità-umana. Senza supporto politico re-inselvatichire è impossibile, ma senza il consenso della società civile non c’è nemmeno la politica dei parchi nazionali. L’Argentina è un Paese povero e quello che abbiamo ottenuto a Iberá lo abbiamo perché il turismo, vedere il giaguaro insomma, genera redditi”.

Il ritorno del giaguaro ha lo scopo di colmare questo vuoto di rappresentanza, di visibilità storica. Ma nessuno può tornare indietro nel 1500. Quello che Sebastian e il suo team cercano di ottenere assomiglia di più allo sforzo di costituire,  “imparando dai nostri errori, perché nessuno di noi prima ha ne ha mai fatto esperienza”, un habitat selvatico del tipo possibile in Antropocene. Una terra selvaggia in cui ci si concede il tempo, la prudenza e l’utopia di stringere nuovi legami con una specie scomoda per la Modernità, eppure magnifica per risvegliare il senso dell’esistenza proprio di ogni essere umano (turista o argentino che sia). 

Proprio come in Texas, dove si discute da 15 anni della reintroduzione in pianta stabile del giaguaro, i programmi di rewilding funzionano più per i vuoti che non possono colmare che per i successi conclamati. Mostrano infatti che senza una nuova “ontologia della natura”, per usare una espressione di Descola, concedere spazi enormi agli animali non basta per ricominciare a vivere una vita decente con i non-umani. Ha centrato il problema, nella sua potenzialità di cambiamento storico, Filippo Barbera della Università di Torino: “dobbiamo capire come questo modello possa fare i conti con questa diversità (le specie animali e le popolazioni native non-europee che devono convivere con gli animali reintrodotti), senza perdere il nostro logos. Senza essere logocentrici”. 

PHOTO CREDITS – Rewilding Argentina

PHOTO COVER : Traslado yaguares Caratai – Ibera Abril 2024

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