Cominciamo con il dire che il Corno d’Africa non comprende solo Eritrea, Djibouti, Somalia. Da un punto di vista strettamente geografico appartengono a questa porzione di Africa anche la auto-dichiarata “indipendente” regione autonoma del Puntland, in territorio somalo, il Kenya del nord-est e il Sud Sudan. Potenzialmente, un areale enorme per i grandi felini. Da secoli. Nella striscia transfrontaliera tra Etiopia e Kenya ci sono ancora 500 ghepardi (Acinonyx jubatus soemmeringii). Lo attesta il censimento condotto dalla IUCN Red List (2023). Sono questi gli ultimi ghepardi del Corno d’Africa. Fino al 2022 si pensava che qui questa sottospecie fosse ormai estinta. Non è così. Eppure, le notizie non sono affatto buone. 

Se anche si potesse soprassedere sul progressivo inaridimento della regione a causa dei cambiamenti climatici (è in corso una acuta, “infinita” siccità proprio nel Puntland documentata dal fotografo Lambert Coleman), alcune ricerche sul campo condotte a suon di interviste ai pastori nomadi kenioti ed etiopi (ma di etnia somala) di questi territori hanno constatato che non c’è più posto per il ghepardo nel Corno d’Africa. Costretto a predare le greggi di pecore e capre che qui sono molto di più che una indispensabile risorsa in una economia di sopravvivenza (proprio come in Benin e Cameroon), il ghepardo è diventato un estraneo, un intruso, uno scarto di un’epoca finita che in molti hanno fretta di chiudere. E dimenticare.

In queste regioni lo studio sul campo dei grandi felini è sempre stato lacunoso e deficitario. Quel che si sa proviene per lo più da censimenti sparpagliati nel tempo e dai taccuini degli esploratori di un secolo abbondante fa, al tempo, per intenderci, anche del colonialismo italiano. L’intero gruppo di sottospecie di grandi felini (leoni, ghepardi, leopardi) del Corno d’Africa sarà funzionalmente estinto nei prossimi decenni, se si fa eccezione per il Sud Sudan (ma i parchi nazionali Boma e Badingilo, ancora ricchi di leoni, sono più a nord, nel cuore del Sud Sudan). I ghepardi rimasti tra Kenya e Somalia appartengono probabilmente alla categoria di “zombie ecologici”. 

Pu fra molte difficoltà, negli ultimi anni alcune ricerche sul campo basate su centinaia di interviste hanno tentato di mettere dei punti fermi sulle mappe. E di capire che cosa questa prima parte del XXI secolo si è già lasciata alle spalle nel Corno d’Africa. Il più recente di questi studi, dello scorso ottobre, ha descritto come i pastori locali (del Kenya e del vicino Somali Regional State of Ethiopia, un’area che totalizza una estensione di oltre 500mila kmq) percepiscono la presenza del ghepardo. Qui i ghepardi vengono spesso uccisi quando attaccano il bestiame e i loro piccoli vengono tolti dal bush per essere venduti nel traffico internazionale di animali da compagnia selvatici (wildlife pet trade, un fenomeno in continua espansione). In una delle regioni più povere del mondo, si consumano così devastanti estinzioni eco-culturali. Da un lato una specie spazzata via dalla storia, dal clima, dalla impietosa demografia umana. Dall’altra la perdita irreversibile, da parte delle popolazioni locali, della memoria storica della coesistenza con questo animale. 

I ghepardi scomparsi dell’Etiopia e dell’estremo nord-est del Kenya sono però anche la dimostrazione del fatto che per capire il collasso delle specie iconiche (in Africa come in qualunque altro luogo del mondo) non bastano i censimenti dell IUCN Red List. Bisogna capire se la posizione culturale di questo felino è cambiata o meno nei secoli e nei millenni per le popolazioni native, incrociando quindi con piena coscienza conservazione ed etno-antropologia. Una operazione scientifica ancora oggi bloccata da pregiudizi politici, settarismo disciplinare e mancanza di slancio creativo.

Che cosa è il Somali Regional State of Ethiopia

Il Somali Regional State (di fatto, dentro i confini etiopi) non è considerato un range consolidato per i grandi felini. Eppure, già nel 2021 una ricerca condotta nel distretto di Adadle dalla Ethiopian Wildlife Autorithy (con sede ad Addis Abeba), cui dette supporto Hans Bauer, un veterano dei felini in forza alla WildCru di Oxford, mise insieme informazioni raccolte su avvistamenti considerati affidabili, che assicuravano la presenza non solo del ghepardo, ma anche del leone (un fatto eccezionale) e del leopardo. Non solo.

La regione ha ancora una megafauna. Qui ci sono le iene (Crocuta crocuta e Hyaena hyaena). E il gruppo completo di felini africani di medie dimensioni: il caracal (Caracal caracal), il serval (Leptailurus serval), il gatto selvatico africano (Felis lybica). A questi si aggiungono lo sciacallo dal dorso nero (Canis mesomelas) e il cosiddetto sciacallo lupastro (un tipo di lupo, Canis lupaster). Poi c’è la megafauna di erbivori: il gerenuk o antilope giraffa (Litocranius walleri), l’orice orientale (Oryx beisa), il kudu minore (Tragelaphus imberbis), il dibatag o gazzella di Clark (Ammodorcas clarkei) e il più modesto dik dik (Madoqua saltiana). Eppure, questi animali sono ormai così pochi “che neppure le foto-trappole ci aiutano a farci una idea precisa del loro numero”. 

Guardando le foto di Coleman, nessuno immagina che qui possano ancora sopravvivere questi animali. L’aridità della terra sembra aver masticato la savana.

Dall’estinzione del leone emergono nuove ecologie multi-specie

La posizione del ghepardo in queste contrade estremamente aride è il risultato probabile di quello che negli ultimi anni è accaduto al leone. Sembrano averlo capito gli uomini e le donne che parteciparono alla ricerca del 2021: “Le persone ci hanno riferito che spesso la gente rimane ferita o uccisa dai grandi carnivori, ma che più di dieci anni fa questi incidenti capitavano con il leone. Negli ultimi 5 anni, invece, ad attaccare sono i ghepardi e le iene. Un cambiamento enormemente significativo consumatosi in soli 20 anni”. Quando ce ne erano, i piccoli di leone erano infatti sottratti al branco, per essere venduti come animali da compagnia. È probabile, sostengono le autorità etiopi, che questo non solo abbia spinto sulla soglia (probabilissima) della estinzione pressoché totale Panthera leo. Ma anche che l’accanimento sul ghepardo ne sia una conseguenza, perché senza il leone è emersa la predominanza del ghepardo come predatore specifico sulle greggi. 

Ma si sospetta che l’effetto domino della fine del leone etiope sia ancora più vasto e profondo: “al diminuire progressivo di leoni, leopardi e licaoni, il conflitto con il ghepardo è diventato preponderante. Non è da escludere che il declino dei predatori dominanti abbia portato un vantaggio numerico ai ghepardi, ma anche alle iene e agli sciacalli”. Le iene, infatti, non si comportano qui come fanno altrove: “le iene maculate nel resto dell’Etiopia sono per lo più mangiatrici di carogne, ma qui attaccano. Acutizzando lo scontro con i pastori”. 

Eppure, altrove in Etiopia va diversamente per le iene. Nei distretti Adiyo e Gimbo, la iena (Crocuta crocuta) ha un suo posto “pacifico” ben consolidato. Le iene sono solite ripararsi dalla calura diurna nei tratti di foresta a ridosso delle chiese. “Nella città di Harar, Etiopia orientale, le iene sono parte della comunità”.

Che questo mosaico di relazioni multi-specie sia poco documentato è conseguenza delle ridottissime pubblicazioni dedicate in generale alle specie selvatiche carnivore dell’Etiopia. 

“Il lupo etiopico (Canis simensis) è l’unica eccezione degna di nota, insieme ad articoli sulla iena maculata (Crocuta crocuta) e al leone, almeno negli ultimi anni (dal 2018 al 2021). Ma l’ecologia del ghepardo, del leopardo e addirittura del licaone (Lycaon pictus) non è mai stata approfondita in Etiopia. Eppure, il sud del Paese è senz’altro, ancora, un habitat a savana adatto a queste specie”. 

Pensiamo a queste regioni come a contrade maciullate dalla povertà endemica, che costringono migliaia di persone a tentare di immigrare oltre il Sahara, in Europa. Eppure, dietro i luoghi comuni e gli stereotipi dei telegiornali della sera, le crisi umanitarie nascondano collassi ecologici pervasivi e totalizzanti. 

La dimensione umana della sopravvivenza del ghepardo qui segue una sproporzione assoluta. Nel bush della Somali Region vivono 6.5 milioni di pastori (di etnia somala e religione musulmana) e altrettanti capi di bestiame. Le pecore sono 11 milioni e le capre 16 milioni e mezzo. I ghepardi, poche centinaia. Qualcuno, qualche volta, lo avvistava ancora nel 2021 attorno a Jijiga, all’estremo nord-est dell’Etiopia. 

“Qui i ghepardi suscitano rabbia e paura”

Quest’anno un team di ricercatori inglesi ha condotto una seconda ricerca, focalizzata stavolta proprio sulla striscia transfrontaliera tra Kenya del nord-est e regione autonoma a etnia somala dell’Etiopia. La maggior parte delle persone che hanno risposto ai questionari (oltre duecento interviste) ha meno di 40 anni, ma vive qui da sempre in famiglie composte da una decina di individui. 

In Etiopia la gente dichiara di non conoscere modi molto efficaci per risolvere il problema del ghepardo se non ucciderlo. “I sentimenti suscitati dall’avvistamento di un ghepardo oscillano tra la rabbia e la paura. Il 90% dei nostri intervistati pensano che questo animale non abbia nessuna importanza speciale per la loro vita”. L’ostilità reattiva prepara il terreno alla disponibilità a vendere i cuccioli di leopardo, pur di sbarazzarsi del problema.

I pastori vorrebbero che il ghepardo scomparisse o quanto meno diminuisse drasticamente, perché anche una capra persa è un danno enorme. 

Non è soltanto la costrizione nata dalla povertà endemica, in cui non c’è spazio per la simpatia verso un animale che qui sta da decine di migliaia di anni. Dalle interviste viene fuori anche l’intolleranza per quella che potremmo etichettare come “la vita con i ghepardi”, una espressione alla National Geographic che non significa nulla in luoghi in cui la percezione di una appartenenza comune al bush sembra essere stata perduta molto tempo fa. Qualcosa si è disintegrato. E quando questo accadeva non c’erano sul posto troupe o team di ricercatori in maglietta kaki con un Phd nelle migliori università della anglosfera. Non c’era nessuno. Nè per i pastori, né per i ghepardi.

Il leone del Corno d’Africa

Anche se i tempi dei pride di leoni sui fiumi Ueli e Shebeli sembrano appartenere ormai alla fantascienza (ed era solo l’Ottocento), una indagine del 2016 della IUCN Red list ha tracciato un quadro possibilistico per Panthera leo nel Corno d’Africa. “Alcune delle aree catalogate oggi come regioni dove la specie è verosimilmente estinta potrebbero ancora ospitare relitti di sottopopolazioni di leoni. Queste aree dovrebbero diventare una priorità delle ricerche sul campo (ad esempio in Sud Sudan, CAR – Repubblica Centro Africana e Somalia). I leoni sono ancora presenti in alcune regioni dell’Etiopia (Afar, Blen-Afar, Ogaden, Yangudi Rassa), benché per questo Paese ci siano considerevoli incertezze. In Somalia disponiamo di notizie sulla presenza dei leoni, ma non ci sono prove tangibili a supportarle, perciò il range somalo per il leone deve andare sotto la categoria di ‘presenza incerta’”.

Poco si sa dei leoni in Etiopia da oltre un secolo. E un anno, ormai, vale come dieci, tanto ha accelerato, rispetto all’epoca di Ronald Reagan, l’emorragia di estinzione di questo felino. Come hanno scritto Drew Pendergrass e Troy Vettese, “osservato dal punto di vista dei primi anni Venti del Duemila, il mondo naturale della fine degli anni Ottanta e dell’inizio degli anni Novanta appare quasi edenico”. 

Nel 2018 le autorità etiopi hanno tentato di documentare più a fondo la presenza del leone e anche del leopardo nella Kafa Biosphere Reserve (distretti di Adiyo e Gimbo, 7500 chilometri quadrati). A dispetto del suo nome ufficiale, la Kafa non è un parco nazionale e neppure una riserva per soli animali. È un ecosistema ancora abbastanza integro, in cui però ci sono moltissimi pastori e invadenti piantagioni di caffè da esportazione. Anche qui leoni, leopardi e uomini entrano in collisione. Tra il 2009 e il 2013 sono stati documentati 350 attacchi di leoni direttamente alle persone, e 62 di leopardi. In  questo stesso periodo di tempo, i leoni sono stati responsabili anche di quasi la totalità delle uccisioni di capi di bestiame. Eppure, la percezione del leone è molto diversa rispetto alla Somali Region.

Stavolta gli intervistati erano prevalentemente donne e studenti universitari. 

“Gli intervistati hanno tenuto a sottolineare che i leoni negli anni si sono progressivamente ritirati ad altitudini elevate (..) la metà di loro ritiene inoltre che la ragione principale di questi attacchi sia la mancanza di prede selvatiche, conseguente alla distruzione della foresta. Soltanto il 26% degli intervistati è convinto che il leone sia intrinsecamente aggressivo di natura”.

Altre considerazioni sono ancora più sorprendenti, in una epoca come la nostra, in cui sembra contino solo le misurazioni economiche dei “servizi ecosistemici”. “Moltissime persone e gli studenti del focus group, ma anche le donne e gli anziani, si riferiscono ai leoni non con il termine Dahero (leone), bensì con la parola Donno, che è un titolo onorifico riservato agli anziati e a persone particolarmente degne di rispetto (…) e si coprono le orecchie quando sentono qualcuno parlare solo di leoni. Questo rispetto rimane anche in caso di attacco, tanto che perdere un capo di bestiame a causa di un leone è addirittura considerato un segno di buon auspicio e di futura ricchezza”. 

I racconti degli incontri fortuiti con i leoni della Kafua riecheggiano le storie dei Khomani-San del Kalahari. Sono gli stessi consigli che i Setswana danno ancora oggi ai turisti in Botswana. “Se incontriamo un leone, tutto quello che facciamo è tagliare qualche foglia e mettercela in testa e pregare il leone di andar via. È garantito che farà così, e se è un maschio, convincerà le leonesse con lui a fare lo stesso”.

Uno studio del 2018, sempre con l’ausilio di personale esperto del posto, ha analizzato l’atteggiamento verso i leoni dentro e attorno il Gambella National Park (Etiopia dell’ovest, verso il Sud Sudan, con una demografia in espansione nutrita anche dai profughi del Sud Sudan), per fare un confronto con i risultati del team che aveva condotto le interviste della Kafua Biosphere Reserve nel 2017. La tolleranza nei confronti dei leoni è molto più bassa che alla Kafa. Nella regione di Gambella, più simile forse alla Somali Region di sud-est, il leone non è investito di un valore cultuale. La causa principale della perdita di bestiame al Gambella sono le malattie, eppure i pastori sono convinti che la colpa sia dei leoni, sempre più letali, anche se di leoni, in realtà, ce ne sono sempre meno. “È una percezione del rischio mal organizzata, documentata anche a Waza, in Cameroon, e al Ruaha in Tanzania. Queste percezioni altamente soggettive possono essere ricondotte al risentimento nei confronti di specie di grosse dimensioni, che ingaggiano facilmente il conflitto (conflict-prone species)”. 

La pressione umana genera conflitti ambientali che vengono poi elaborati sotto forma di pregiudizi contro certi animali anche se lì quegli animali ci sono da millenni. “Spesso questo atteggiamento sul rischio potenziale origina da eventi rari, ma molto tragici, piuttosto che da incidenti di poco corso con un effetto storico cumulativo. Il danno arrecato da un carnivoro può potenzialmente avere conseguenze più serie di altri tipi di aggressioni”. 

Il ghepardo esce dal Pleistocene già compromesso. Ecco perché il suo destino è diverso da quello del leone

In Africa, il ghepardo è in una condizione bio-ecologica molto diversa sia dal leopardo che dal leone. Entrambe queste pantere sono sulla soglia di importanti estinzioni perché le attività umane hanno inglobato i loro habitat. Il ghepardo ha, invece, già superato la linea rossa che il leone africano non dovrà superare nei prossimi 20-30 anni: la specie è composta da poche migliaia di individui (circa 7000, erano 20mila all’inizio degli anni ‘90), sparpagliati in 33 popolazioni isolate le une dalle altre e segnate da una bassissima diversità genetica. Il ghepardo è infatti entrato in un “collo di bottiglia” genetico alla fine del Pleistocene, arrivando così alle enormi pressioni ambientali del secolo scorso già potentemente impoverito dal punto di vista genetico. L’ipotesi considerata attendibile è che la contrazione demografica di fine età glaciale portò ad un inbreeding nella popolazione rimasta. Questo fa sì che il ghepardo, se anche non ci fosse conflitto con gli esseri umani, avrebbe molta difficoltà a raggiungere la fine del nostro secolo. 

“Durante il Pleistocene e il Pliocene almeno 4 specie paleontologiche e 4 sottospecie di ghepardo erano distribuite tra Nord America, Europa, Asia e Africa. Ma verso la fine del Pleistocene (tra i 12mila e i 10mila anni fa), emerse una sola monofiletica specie di ghepardo, con un range ristretto a porzioni dell’Africa centrale, orientale e meridionale”. 

Le indagini genetiche condotte negli anni ’80 per tentare di avviare l’allevamento in cattività indicarono delle differenze tra il ghepardo meridionale (classificato come jubatus jubatus) e il ghepardo delle savane orientali (jubatus raineyi). Oggi questa classificazione non è più in uso, ma i problemi congeniti riscontrati 45 anni fa sono ancora ben documentati: ridotta fertilità, maggiore mortalità tra i piccoli, maggiore suscettibilità alle malattie. Il ghepardo è fragile da 10mila anni. L’Antropocene ha solo portato al limite una storia ecologica indipendente dagli esseri umani. 

Un secondo problema centrale per il ghepardo è che questo felino (che ha un territorio di caccia superiore ai 3mila Kmq) in Africa è spesso fuori dalle aree protette, anche nelle sue “roccaforti” in Angola, Sudafrica, Botswana, Namibia, Zambia, Mozambico (il cosiddetto poligono a 6 Paesi). E fuori dalle riserve non ci sono leggi o pattuglie anti-bracconaggio a difendere la sua causa.

Poi c’è il traffico di piccoli diretto verso la penisola arabica.

I ghepardi e i leoni tra Etiopia e Somalia durante il periodo coloniale fascista

È probabile che la regione somala dell’Etiopia sia la principale fonte di piccoli di ghepardo destinati al Medio Oriente. Secondo l’indagine di quest’anno sono soprattutto i pastori etiopi a sapere di questa opzione economica. La maggior parte vi ricorre dopo l’uccisione di qualche capra, ma c’è anche un considerevole ritorno economico se il piccolo può essere venduto. Se anche qualcuno qui tra Etiopia e Somalia decide di tenere per sé il ghepardo di pochi mesi, come animale da compagnia, chi vuol farci dei soldi deve guardare alla penisola arabica. Il traffico passa attraverso il Somaliland e il Golfo di Aden diretto allo Yemen. È un tipo di traffico che ha i suoi broker e di suoi intermediari. Ma non è affatto un fenomeno recente. È un altro aspetto del collasso della specie che con l’Antropocene acquisisce una intensificazione fatale. Una sorta di accumulazione tossica di storia ecologica. 

Come sempre, sono le ricostruzioni storiche a restituire la testimonianza diretta di quello che è accaduto ai grandi spazi della Terra in un solo secolo. Noi italiani con il Corno d’Africa abbiamo in comune un passato coloniale. La Società Geografica Italiana di Roma conserva le raccolte fotografiche di missioni etno-biologiche di epoca, e di ispirazione, fascista (conoscere il territorio per organizzarne l’espropriazione) che contengono tracce degli animali perduti. La più significativa di queste spedizioni è la Missione di Edoardo Zavattari, nei suoi due capitoli del 1937 (Missione biologica nel Paese dei Borana, etnia transfrontaliera tra Etiopia Meridionale e Kenya Settentrionale, su incarico della Reale Accademia d’Italia e dal Centro di Studi Coloniali di Firenze) e del 1939 (Missione biologica Sagan-Omo, in Etiopia). Zavattari era un medico torinese poi passato alle scienze naturali, docente di zoologia prima a Pavia e quindi a Roma. Ardente fascista, Zavattari firmò il Manifesto degli Scienziati Fascisti.

Fauna, flora ed essere umano: questi erano i tre elementi naturalistici da documentare.

Nei suoi appunti, “Zavattari accenna brevemente ai ruoli svolti dai componenti della missione. Il suo, oltre alle competenze di controllo e coordinamento, prevedeva osservazioni zoogeografiche e biogeografiche, raccolta della microfauna e ulteriori ricerche nosografiche e antropiche. Al suo fianco Giorgio Cufodontis, cui «spettava il compito delle raccolte botaniche e del riconoscimento dei caratteri fitogeografici» (Zavattari, 1940c, p. 37); infine Oreste Maestri, il cui ruolo era di «cattura e preparazione della macrofauna e della raccolta della documentazione fotografica»” (Paolo Giuliani, BOLLETTINO DELLA SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA ROMA – Serie XIII, vol. V (2012), pp. 331-352, “LE FOTOGRAFIE DI EDOARDO ZAVATTARI DELL’ARCHIVIO FOTOGRAFICO DELLA SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA MISSIONI IN ETIOPIA NEGLI ANNI DEL COLONIALISMO ITALIANO).

Nella missione del 1939 Zavattari e i suoi raggiunsero Mega (Etiopia), “si spostarono poi verso le montagne tra il bacino dello Che’w Bahir (già Lago Stefania) e il Lago Turkana (già Rodolfo), raggiungendo l’area del fiume Keske (già Caschei). Da qui si spinsero sino a Murle e al fiume Omo”. Fiume su cui è da poco stata inaugurata una imponente diga che ha cambiato per sempre il “volto umano” di queste contrade e delle sue genti.

Alcune di queste fotografie sono benchmark della defaunazione del Corno d’Africa, in Somalia ed Etiopia. Questi scatti completano le interviste recenti, condotte secondo i metodi della sociologia moderna. Danno profondità storica ai racconti e alle parole degli uomini e delle donne di oggi.

Le foto di Asile e Mega, in Etiopia, mostrano delle savane di spettacolari contrasti cromatici, che balzano fuori dagli scarti luminosi tra il bianco e il nero. Valli profonde disseminate di acacie scompaiono dentro gole montane. Kunjera assomigliava al Serengeti 100 anni fa: una pista di pneumatici segna l’erba alta e poi si perde nel bush. 

In un paio di scatti Zavattari tiene in braccio un piccolo di ghepardo (probabilmente sottratto alla madre per gli stessi motivi per cui oggi lo si fa). (Collezione Zavattari/Spedizione del 1937 – 268/11/18 e 268/11/19). Ed ecco un ghepardo adulto tenuto in cattività (268/11/20). Tutte queste foto furono scattate a Baidoa, in Somalia. 

E poi ci sono i cacciatori di leoni, quando la sottospecie somala era ancora abbastanza diffusa da tenere stretti i legami eco-culturali. Piana di Arero, Etiopia: un giovane Giam Giam posa con “una penna di struzzo un braccialetto di avorio dimostranti che ha ucciso un leone” (testo della didascalia, foto 268/5/3). Un gruppo di cacciatori Giam Giam esibisce con orgoglio una pelle di leone (268/14/31).

Anche per i piccoli di leoni tenuti come gatti c’è una fotografia, stavolta precedente, datata 1914. È una immagine di Gondar, in Etiopia: alcuni indigeni tengono in braccio un paio di cuccioli. Stavolta però la foto viene dalla Collezioni Ostini, conservata sempre negli archivi della Società Geografica Italiana (numero di inventario 14/3/7). 

Giuseppe Ostini era un agronomo e fu anche deputato. “Curò gli studi e le osservazioni di natura agronomica, economica e commerciale della missione Tancredi, svoltasi  tra l’aprile e il luglio del 1908 come spedizione della Società Geografica Italiana incaricata, passando per Cheren, Agordat, El-Aghir e Gondar, di esplorare i Paesi dell’oltre Mareb e soprattutto quelli appartenenti al bacino idrografico del lago Tzana, e delle aree confinanti, dal punto di vista della geografia naturale, economica e sociale, con particolare attenzione alle condizioni agricole e minerarie dei territori attraversati”.

I grandi carnivori pensano in grande. Esattamente come noi uomini

Il conflitto con i carnivori è centrale per capire la crisi della biodiversità in Antropocene. Se è vero che i carnivori di vertice sono essenziali per il funzionamento trofico degli ecosistemi (il circolo dei nutrienti tra vegetali, animali e suolo), è altrettanto incontestabile che questi animali pensino in grande. Esattamente come noi uomini. I carnivori hanno bisogno di enormi spazi. E lo spazio è sempre più sovraccarico di umani. 

In Africa il conflitto con i carnivori di oggi si intreccia con le culture antiche del continente quasi sempre dimenticate nei discorsi ufficiali sulla protezione dei grandi animali africani. In Benin e in Cameroon il fatto che i carnivori predano le greggi e le mandrie non è un incidente come tanti, ma una sciagura inserita in uno stemma culturale ben preciso: “In Africa centrale e occidentale, in casi di questo tipo, la contro-misura più praticata è il ricorso alla magia, una combinazione di pratiche tradizionali e religiose, ad esempio un incantesimo praticato da un marabout (sciamano-stregone) o l’uso di amuleti o il voodoo”. 

Non si capisce nulla di questioni come uccisioni per predazione sulle greggi, uccisioni rituali e riti di passaggio se non si esce dalla biologia della conservazione aprendo le porte alla antropologia “oltre natura e cultura” alla Philippe Descola. 

La guerra ai carnivori è una costante matematica non solo dell’Antropocene (questo ci riguarda tutti), ma anche della speciale relazione in perenne disequilibrio che la civiltà occidentale ha espresso nei loro confronti. Nei programmi “naturalistici” del Novecento i carnivori dovevano stare al loro posto, nelle riserve. Noi del ventunesimo secolo ereditiamo vecchi problemi, a cui cerchiamo di porre rimedio con un sempre più contestato “rewilding”. Ne sappiamo qualcosa, in Europa. Dove magari di spazio ce ne è un po’ di più, la competizione è per le prede. Perché in Africa diminuiscono anche le prede naturali dei grandi felini. Si caccia per mangiare, prima che leoni, leopardi e ghepardi mangino quel che anche gli uomini mangiano.

Le competizioni ecologiche che innescano le estinzioni, quindi, sono conflitti anche di tipo alimentare. Faremmo bene a metterci un post-it, su questo. 

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